Amori a Confronto

Esistono alcune cose che tutte sappiamo che non andrebbero fatte mai. Ciononostante, talvolta, le facciamo.

Per esempio, tutte sappiamo che non bisognerebbe mai mangiare in uno stesso pasto sia la pasta che il pane. Oppure che non bisognerebbe andare a letto senza essersi struccate (ok, se ti sei scolata una boccia di Gewurztraminer da sola, sei giustificata). Oppure che non bisognerebbe mettere a confronto gli amori che abbiamo vissuto.

Una mia amica la settimana scorsa era a Milano per lavoro ed è venuta a dormire da me.

È arrivata dopo l’ufficio e dopo il treno, siamo andate a fare un aperitivo, che poi è diventato una cena, che poi è diventata un amaro del capo a casa mia, e ci siamo aggiornate un po’ sulle rispettive vite. Da un lato io, con il mio intramontabile talento per infilarmi in situazioni para-sentimentali categoricamente ingestibili. Dall’altro lei che, dopo qualche anno di singletudine, sta vivendo i primi mesi di una relazione apparentemente sana con un nuovo ragazzo, o dovremmo dire uomo, conosciuto per lavoro (questo lo sottolineo, non l’ha trovato su una dating app, non era un Tinder match, era proprio un old but gold “piacere Pino” – “piacere Pina”).

Ora, la mia amica c’ha un passato sentimentale simile al mio, che è tipo la Striscia di Gaza dell’amore. È una che le sue belle badilate di merda le ha viste scorrere sotto i ponti, una che ha amato e che è stata amata, che ha odiato e che è stata odiata. Che si è lanciata senza paura nella selva oscura delle relazioni sbagliate. Che si è consumata l’anima in nome dell’uomo che voleva accanto. Che ne ha saggiato i pregi e le mediocrità. Che ha perlustrato i propri limiti. Che ha investito più soldi in analisi che in scarpe. Che ha confuso a volte l’amore con il dolore, con il possesso, con la legittimazione, con la misura del suo valore come donna. Una che ha amato nel modo in cui, secondo una certa tradizione e una certa retorica dell’amore, bisognerebbe amare: senza riserve. Una che si è fatta male e che s’è impegnata a guarire, per intenderci. Anche se le cicatrici, diciamoci la verità, noi sappiamo benissimo d’averle.

Sapete no, che le amiche, quelle vere, si dividono in due macro-categorie: quelle uguali e quelle diverse. Quelle uguali sono quelle a noi inclini per indole, vissuto, esperienze, quotidianità. Quelle diverse sono quelle dotate di tutte quelle meravigliose virtù di cui noi siamo sprovviste, tipo la calma, la lucidità sistematica, l’equilibrio, una relazione sana e pluriennale. Poi, ovviamente, non è che le seconde siano Mohatma Gandhi nel mondo dello zucchero filato, né che le prime siano Charles Manson in premestruo. Siamo tutte un po’ tutto, ovviamente, però abbiamo dei tratti predominanti nelle nostre personalità, definiti dal nostro carattere ma anche dalle diverse esperienze che viviamo (e che scegliamo). Ecco. E, tutte noi, a seconda di ciò di cui abbiamo bisogno, consultiamo a volte le une (quando vogliamo sentirci legittimate a fare una minchiata, o rassicurate dopo che l’abbiamo fatta, o comprese e non giudicate; e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la nostra stessa condizione, che sia di single o di neo-mamma, ma insomma qualcuna che parli esattamente la nostra lingua e che capisca senza troppi sottotitoli la condizione in cui viviamo); e in altri casi consultiamo le altre (quando abbiamo bisogno di qualcuna che riporti un po’ di razionalità nei nostri deliri e nei nostri squilibri emotivi, e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la situazione esistenzialmente opposta: per intenderci l’amica sposata che ti consiglia di essere paziente, o l’amica single che – mentre implodi sotto il peso della vita familiare – ti ricorda che hai ancora una tua individualità da presidiare, che puoi farlo e che il diritto a te stessa o lo rivendichi tu o non lo rivendica nessuno per te).

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Entrambe queste tipologie di amiche sono, naturalmente, fondamentali. Perché le amiche, cioè persone intelligenti che possano da un lato offrirsi empatia, dall’altro spronarsi a migliorarsi, dall’altro comprendersi, ma anche criticarsi in maniera costruttiva, ci servono. Io e Pina siamo del genere “amiche uguali” (e “Pina”, qualora fosse necessario specificarlo, è un nome di fantasia).

E così, tra un pollo fritto con verdure saltate (lei) e un pollo in salsa gong bao con riso bianco (io, sto ancora digerendo), siamo finite a parlare di cosa NON va bene di Pino (è una peculiarità squisitamente femminile, quella di maledire il fato perché non trovi un uomo normale e poi, quando l’hai trovato, iniziare a lamentarti della sua normalità). Ma roba che possiamo proprio sfiorare il paradosso. Lamentarci che è troppo presente dopo Ere Emotive in cui abbiamo sofferto la latitanza dei cazzetti che frequentavamo. Lamentarci che vuole ciulare la sera troppo tardi quando siamo stanche, o la mattina presto quando vogliamo dormire, dopo Ere Sessuali di astinenza prolungata e di partner che non ci hanno fatte sentire in pace con il nostro corpo. Lamentarci delle sue insicurezze, del suo essere troppo poco maledetto, dopo esserci giurate che i maledetti anche basta. Insomma, lo spettro delle lamentele possibili che possiamo esprimere, quale che sia la nostra condizione sentimentale, è essenzialmente infinito.

A ciò s’aggiunge che, come dicevamo all’inizio, una i confronti finisce col farli. Anche inconsciamente. Una finisce col pensare che l’amore sia quella roba lì, quello che ha già vissuto con un altro, come se di amore ce ne fosse uno soltanto. E che finché non trova qualcosa che riesca a risvegliare quel tipo di coinvolgimento, quei morsi nel ventre, quell’apparente completezza, quella presunta compatibilità totale (tanto più perché mitizzata dalla memoria), non sia vero amore. Non sia un sentimento di Serie A, per intenderci. Io questo lo so molto bene perché l’ho già vissuto in una delle mie precedenti vite sentimentali, prima ancora che nascesse questo blog. Così faccio notare a Pina alcune cose, facendole un ragionamento che spesso ho fatto a me stessa, quando sono caduta nella trappola subdola del confronto sentimentale.

Le faccio notare che quell’amore che ha già vissuto, quel sentimento lì, con quel tipo di intensità, non lo vivrà più. Per il fatto semplice che le persone sono diverse e che lei stessa è cambiata, è cresciuta. Grazie al cielo aggiungerei, perché oggi è più bella, più interessante e più donna di ieri. Le faccio notare che ogni volta che le manca il bollore di budella, lo struggimento da drama queen, dovrebbe fare retromarcia, immediatamente, e tornare alla realtà. Le faccio notare che sì, in quella storia lì, l’Innominabile, ci sono stati momenti bellissimi, è vero. Ma anche una quantità imponderabile di momenti di merda. E, a volerli pesare, forse la merda è superiore alle rose. Che quelle certe storie che restano così, sospese nel passato, nella mitologia del “ci amavamo tanto ma non è andata bene, perché nella vita a volte succede così“, sono certamente storie che hanno una loro dignità, o che in qualche modo l’hanno avuta, anche quando ci sono sembrate degradate e degradanti. E che questa cosa la sai solo quando le hai vissute, quando ci sei stata dentro, quando sei andata oltre i facili giudizi e le etichette, quando hai toccato con la pelle, con gli occhi, con la saliva, l’amore che davi e che ricevevi. Quando nel tempo rielabori, comprendi gli errori che tutti hanno fatto, inclusa tu. Quando impari a far pace con quel pezzo del tuo passato. Tutto vero. Quella roba lì era amore. Lo sa lei, lo so pure io, e la capisco.

Eppure, le dico, è ironico. Perché quando è capitato a me di essere reduce dal mio personale Vietnam sentimentale, a un certo punto mi sono chiesta cosa sapessi, io, dell’amore.

Da un lato tutto, mi sono risposta.

Perché sapevo perfettamente che certi apici non li avrei provati mai più. Ne avrei provati altri, diversi, ma non quelli. E lo sapevo. Ne ero certa. A volte il pensiero mi sconfortava. A volte pensavo che, per lo meno, potevo dire di averli esperiti, almeno una volta nella vita. Conoscevo e ricordavo dettagliatamente, anche mio malgrado, la profondità e l’intensità di quelle emozioni, che stavano lì, radicate nelle viscere, tra gli organi interni. Non riuscivo a cancellare tutto il bene e tutto il male, che quella potenza vitale mi aveva dato. Non riuscivo a dimenticare l’energia della felicità, né l’impeto della disperazione, né il rumore sordo e torbido della sconfitta. Perché smarrire il confine tra sé e l’altro, fondersi e diventare un corpo solo e un pensiero solo, sprofondare insieme in un’allucinazione passionale, è sublime. Ma infettarsi le miserie reciproche, è pericoloso. E di questo gioco, se vogliamo chiamarlo amore, io so tutto. Quindi, forse, dell’amore tutto so.

D’altra parte, le ho detto, io dell’amore non so nulla.

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Un uomo che si svegli accanto a te tutte le mattine, con cui dividere spazi e tempi, con cui crescere e costruire, io non lo conosco. Quella forza che ti fa mettere in discussione il tuo mondo, per aprirlo a quello di un altro essere umano, e includerlo, inciampando nella routine quotidiana, negoziando l’evoluzione del rapporto day by day, lavorando insieme per farlo funzionare, oltrepassando gli ostacoli, incastrando le psicosi rispettive, essendoci per lui e sapendo che lui c’è per te; ecco io questa roba qui la ignoro per lo più. E questa specie di normalità, delle mutande mie che si mischiano con le mutande sue in lavatrice, della serie tv da guardare insieme sul divano la sera dopo il lavoro, del maledetto asse del cesso alzato o abbassato, questa roba che ho sempre snobbato, questo piccolo ed eroico standard amoroso “da popolino”, per me è un mistero. Una prova che non ho affrontato mai e che non è scontato superare. E, forse, le ho detto, l’amore è anche questa cosa qua. Non migliore, non peggiore, non più vero, non più noioso. Semplicemente un amore altro. Non il patetico uomo interrotto che sta rielaborando nella sua fantasia vaginale, ma questo normalissimo ragazzo della sua età che, con tutti i suoi limiti e le sue insicurezze, con tutte le sue qualità e il suo bagaglio di vita, ha il coraggio di starle accanto.

Di affrontare i suoi malumori. Di decidere insieme cosa fare nel weekend. Di desiderarla quando è in tiro, e pure quando è struccata al mattino. Di mangiare il cibo dalla sua dispensa e di comprarle i biscotti per la colazione. Di lasciare un paio di magliette a casa sua, senza scompensarsi che lei voglia una relazione seria. Di risponderle sempre quando lei gli invia un messaggio. Di farla ridere. Di condividere i suoi interessi. Di farle capire senza esitazioni quanto lei gli piaccia. Di parlarle delle sue paure. Di farle domande e ascoltarne le risposte. Di accettare i suoi giudizi (anche se diciamo sempre che non giudichiamo perché giudicare è male, ma comunque giudichiamo sempre), e di confutarli, quando necessario, con intelligenza.

Forse l’amore è, prima di ogni altra cosa, farsi bene. L’uno all’altra. L’altra all’uno. Che, se ci pensa, se ci pensiamo, cos’è che possiamo volere in primis da un compagno, se non  che accetti le nostre ferite, se non che apprezzi le nostre doti. Se non che ci faccia del bene. Se non che sia in grado di accogliere il bene che possiamo, riusciamo e vogliamo fare noi a lui.

Forse l’amore è chi ha il coraggio di esserci.

Non chi si rammarica di non esserci stato.

Io non so se alla fine della fiera il pippone le sia servito. Ma mi è parsa più serena. E, al momento, continuano a “frequentarsi”.