Poi Però Arriva Il Weekend

Ho quasi centomila seguaci, solo su Facebook. Se sommiamo quelli di Instagram e quelli di Twitter, sforiamo. I miei profili social, insomma, sono più popolati di molti comuni e province italiane. E sono popolati di gente vera. Non fan comprati a pacchetti, non utenti irretiti con la content promotion. Ho quasi centomila seguaci e il weekend lo passo da sola. Al weekend mi accorgo di essere sola, sempre. Specialmente in estate. Dev’essere questa la ragione per cui d’estate si scappa dalla città. Non si fugge dal caldo, si fugge dalla solitudine. Dall’evidenza. Succede a molti, del resto, per questo ne parlo (non solo perché scelgo di usare, a distanza di tempo, questo blog per lo scopo per cui è nato: sfogare le mie paturnie). Succede che soffriamo i weekend, soffriamo le ferie estive che non sappiamo bene con chi spendere, soffriamo le feste di Natale (non parliamone neppure, delle feste di Natale).

Sì, certo, ce li ho gli amici. Ho quelli storici, tutti sparsi per l’Italia e per il mondo, e a volte vado a trovarli, e a volte vengono a trovarmi loro, e almeno tre o quattro volte all’anno riusciamo a vederci, mentre ciascuno di noi fa la sua vita, affronta le sue battaglie, si rompe i piedi contro le pietre che incontra sul suo tragitto. Ho i miei genitori, che sono lontani, e parenti che mi mancano, persino più distanti. E poi sì, ce li ho gli amici qua, gli amici milanesi, quelli contemporanei, che vanno, che vengono, perché siamo giovani&dinamici. E ho pure una marea di conoscenti. Ho persone che mi vogliono bene (a parte quelle che mi odiano), che mi stimano (a parte quelle che mi disprezzano), con cui mi dico sempre che dobbiamo beccarci per prendere una cosa da bere. E a volte ci becchiamo, e beviamo, e passiamo qualche ora a ridere, a raccontarcela, a sentirci meglio, a esorcizzare quella solitudine che ci è perfettamente nota, che abbiamo scelto e che subiamo, che denunciamo ma che rivendichiamo anche (perché tutti i nostri interessi, tutta la nostra libertà, tutti i nostri irrinunciabili spazi individuali dove li metti poi), in un cortocircuito emotivo del quale non veniamo mai a capo definitivamente. “Rivediamoci presto”, “Non facciamo passare un altro anno”, “Bissiamo, assolutamente”. Sono queste le frasi che ci diciamo, mentre ci salutiamo. Per poi rivederci sei mesi dopo. Funziona così. Io per prima funziono così.

A volte mi chiedo quando sia successa questa cosa. Quand’è che mi sono ritrovata a collezionare venerdì sera con Netflix, sabati con i nuovi romanzi che ho comprato, domeniche con un attrezzo nella sala cardio della palestra? Quand’è che mi sono abituata a essere sola? Quand’è che ho deciso di declinare le proposte e gli inviti che ricevo? E se la mia famiglia fosse qui, sarebbe diverso? Se i miei amici che vivono a Londra, a Firenze, a Bologna, a Taranto, vivessero per esempio a Milano, sarebbe diverso? Se avessi un compagno, sarebbe diverso? Cioè non uno che mi chiama per scopare, dico uno che con me vuole andare a fare un giro al mare, al lago, al fiume, allo stagno, all’idroscalo. Sono ingiusta, a pensarmi sola? Mi piango addosso? In fondo, l’agenda della prossima settimana non è tutta stipata di appuntamenti? Venerdì non sono forse andata per negozi con un’amica, e non abbiamo forse pranzato a un tavolino per le stradine di Brera? Stasera non esco forse con due amiche? Sì. In effetti sì. E allora, cos’è?

È che forse, crescendo, della famiglia — o di un suo surrogato — si ha bisogno. Di un tessuto sociale organico (più organico di una sequela di aperitivi pianificati con un folto network di contatti buoni), solido abbastanza da darti una ragione, la domenica mattina, per alzarti prima delle 12 (che si pranza insieme, a ora di pranzo, non alle 17). Di rapporti sui quali poter contare non solo dal lunedì al giovedì. Di persone che ti rubino tempo ed energie, che ti lascino accumulare le puntate della tua serie preferita, che ti propongano di fare qualcosa che da sola non faresti, che ti tirino fuori dal tuo bozzolo solitario, quando ci scivoli dentro; e che ti chiamino, quando a scivolare nel bozzolo sono loro. Di quell’onere e di quell’onore di avere rapporti interpersonali che implichino impegno, affidamento e fiducia. Di qualcuno che, se sparisci, se ne accorge; che ascoltandoti, ti senta; che guardandoti, ti veda. Di quell’affetto sincero, consolidato dalla vita e dalle esperienze condivise. Di quella comprensione umana che si crea col tempo, che non si compra, che non si ordina a domicilio, che non si misura in like e condivisioni, che è rara e, come tutte le cose rare, preziosa. Di qualcuno da dare, finalmente, per scontato. E che ci dia, finalmente, per scontate (per poi inaugurare una nuova stagione di inedite lamentele). Senza sentirci, senza considerarci, sempre e imperterritamente, sostituibili, rimpiazzabili, gli uni con gli altri, in un circo aperto h24, nel quale finiamo col non distinguere più la necessità dalla virtù.

Nel lavoro si dice sempre che tutti sono utili e nessuno indispensabile. Nell’affetto dovrebbe essere l’esatto contrario. Ma, del resto, a Milano ci sono venuta per lavorare, non per amare. E, forse, col multi-tasking non sono così brava come pensavo. Forse è un problema mio. Vivere nella capitale della moda e non riuscire a fare shopping; avere a disposizione i migliori hair-stylist e non sceglierne alcuno; perdersi nelle smisurate possibilità e non coglierne nessuna.

Magari, se il problema è mio, posso lavorarci.

Magari, come fanno tutti, mi comprerò un pet.

Facciamo Tutti Finta di Niente

Alla fine andiamo al Gandalf.

Finisce sempre così, quando non sappiamo dove andare. Quando è impossibile mettere d’accordo le esigenze di tutti. E i gusti di tutti. Quelli che vengono dal centro. Quelli dalla periferia. Quelli che cenano a casa coi genitori e arrivano già mangiati. Quelli che vogliono cenare fuori con gli altri, ma senza spendere troppo, che stanno mangiando come vitelli bulimici dal momento in cui sono arrivati. Quelli che vogliono uscire alle 21. Quelli che vogliono raggiungere gli altri alle 23.

Alla fine andiamo al Gandalf. Siamo cresciuti, o invecchiati, in questo posto, che non è mai stato il posto preferito di nessuno, ma ha sempre messo d’accordo tutti. Che non è mai cambiato, destabilizzandoci, negli anni. Credo anche abbia sempre lo stesso proprietario. Quello che 15 anni fa ci pagava la pubblicità sul giornalino scolastico auto-finanziato. Venti euro al mese per uno spazio doppio. Poi gli portavamo una copia, per fargli vedere che il giornale era uscito per davvero. E che la pubblicità promessa c’era. Lui sorrideva, come se non gli importasse granché. Non credo l’abbia mai letto. Giustamente. Ci dava fiducia e basta. Premiava la nostra intraprendenza, quando avevamo 16 anni.

Andiamo al Gandalf. Che è aperto sempre, anche quando gli altri sono chiusi. Persino a ottobre. Persino di martedì sera. Persino quando piove e la città è deserta, e le vie del centro sono lucide, a terra, e in giro ci sono giusto un paio di tossici e qualche cane randagio. Quando su Corso Due Mari ti fermi a guardare il Castello, e il Ponte Girevole, e il fumo denso e bianco che spicca fuori da una ciminiera, sul cielo nero della notte. Un bell’arrosto di diossina e agenti inquinanti che ammalano i corpi. E le menti. E le anime.

Ci stringiamo nei giubbotti, al vento carico di umidità che ci entra nelle ossa, al quale non siamo più abituati, che ci fa chiedere come cazzo sia possibile che viviamo al nord, o all’estero, o dall’altra parte del mondo, e lo patiamo così tanto, questo primo inverno che bussa senza convenevoli addosso alle nostre carni.

Arriviamo al Gandalf. Come da prassi ci portano i pop-corn e i ciccipolenti, che divoriamo. Ordiniamo. Birra e panini, principalmente. A farci da sottofondo, musica rock. Mainstream, ma rock.

Siamo attorno al tavolo. Parliamo delle solite cose. Le solite di sempre. Come va il lavoro. Come va col tipo. Come è andata la vacanza a salamalora. Ti ricordi quella volta che. Quanto tempo è passato. Un casino di tempo.

Facciamo tutti finta di niente. Facciamo tutti finta che non sia morto nessuno. Cheers. Salute.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo che è morta la mamma di uno di noi. Che domani bisogna andare a saldare il conto col procamuert, il becchino che l’ha tumulata pochi giorni prima.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo, anzi no, lo immaginiamo, forse, e non riusciamo, ma ci proviamo, un po’, poi smettiamo, poi abbiamo paura, poi sappiamo che la vita è così che va, che prima o poi succede, che capiterà a tutti, che questa cosa ingiusta e incomprensibile, che è la morte, arriva sempre e lo fa sempre prima di quando dovrebbe. Prima di essere pronti, prima di essersi preparati, prima di averla compresa, controllata, prima di avere un piano per riempire il buco, la voragine, l’abisso che ci aprirà dentro. Che ci farà tremare dalle fondamenta di noi. Che ci metterà in discussione nel punto più intimo e oscuro della nostra umanità. Che ci farà sentire impotenti e arrabbiati, come ci si sente sempre quando qualcuno che amiamo è in un letto, a soffrire, e noi non possiamo fare un cazzo per aiutarlo. Un cazzo più di quello che stiamo facendo.

Che ci farà impazzire all’idea di non poter rubare un po’ di quel male, per dividerne il peso. Che ci farà avere la forza di lottare contro i disservizi della Sanità, contro l’incompetenza dei medici, contro la ferocia di una malattia che non perdona e che non lascia alternative. Che ci farà dire che bisognerebbe interpellare la Comunità Europea, che Riva, che l’Ilva, che i tumori, che vaffanculo, che è una vergogna. Che non ci darà neppure il tempo di accorgerci che l’ultima briciola della nostra infanzia se n’è andata. Che siamo adulti definitivamente. Per sempre. Che d’ora in avanti lo sappiamo, quanto male può fare la vita, quando arriva la morte.

Facciamo tutti finta di niente.

Perché è così che forse si fa. Perché si reagisce. Perché la vita continua. Deve continuare. Anche se è una vita diversa. In cui un pezzo di te non esiste più. Non puoi più vederla, o sentirla, o toccarla, o stringerla, o ascoltarla mentre si lamenta, o mangiare ciò che cucinava, o sentire il profumo del suo bucato. Non c’è più. Restano i vestiti nell’armadio. Gli anelli che indossava. Un letto matrimoniale vuoto per metà. E i ricordi, belli e brutti, di una vita intera. O meglio, della vita che c’è stata fino a quel momento.

Facciamo tutti finta di niente, mentre siamo seduti al Gandalf, mentre ci ritroviamo insieme, per la prima volta uniti in un dispiacere vero. Ineluttabile.

Facciamo tutti finta di niente. Perché dei dolori veri non si parla, non pubblicamente. Perché al pub, davanti a una birra, si parla di stronzate. Del capo inetto, dell’amico assente, della RAL non sufficientemente alta, dell’iPhone che hai perso, degli amori che finiscono. Di stronzate. Non di una madre che muore. Non del dolore di chi resta e del coraggio che ci vuole a non farsi sopraffare dalla perdita.

Facciamo tutti finta di niente.

Ci siamo. Tutti. Semplicemente. Ci siamo e basta.

D’altra parte che cazzo vuoi dire.  D’altra parte che cazzo vuoi fare. A parte ciò che abbiamo sempre fatto. Cioè essere amici.

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E forse tutti pensiamo che, per quanto ci spaventi veder invecchiare i nostri genitori, osservare i loro volti che cambiano nel tempo, le rughe che ispessiscono, i capelli che sbiancano e si diradano; contare i loro acciacchi, che aumentano inesorabili; raccomandar loro di curarsi, di fare un po’ di sport che non faranno, di stare attenti all’alimentazione, di andare dal medico; accorgerci che iniziano a rincoglionire, analizzare il tono di voce che hanno al telefono per capire se stanno male o se stanno bene; essere apprensivi, in questo affetto a distanza che ci lega; rispondere alle loro domande sul tempo che fa a Milano o su cosa abbiamo mangiato, e soprattutto se abbiamo qualcosa da mangiare (manco vivessimo in Burundi); e parlare anche quando di parlare non abbiamo voglia, anche quando sentiamo di avere problemi che non possono più capire, anche quando la cronistoria dettagliata del loro cambio di stagione non ci interessa, e abbiamo fretta, perché ci sembra sempre che ci sia qualcosa di più urgente che ci impedisca di dedicar loro 15 minuti al giorno, di chiacchiere, di qualità; continuare a non risolvere il dilemma tra la nostra indipendenza e il senso di colpa per la nostra assenza; ecco, tutti questi, sono paradossalmente privilegi di cui dobbiamo godere, finché possiamo.

Forse tutti lo pensiamo. O lo sentiamo e basta, senza decifrarla, senza neppure capirla davvero, questa sensazione viscerale e profonda che abbiamo.

E, nel frattempo, forse sentiamo anche che dovremmo imparare a distinguere un po’, tra cosa merita il nostro dolore e cosa non lo merita. Smetterla di star male per le minchiate, di ammazzarci di ansia per il futuro, di inquinare il presente; smetterla di rimandare ciò che ci rende felici, manco fossimo eterni o lo fossero le persone amiamo. Smetterla di perder la vita a non sapere neppure cosa ci renda sereni. E conservare le energie per i dolori, quelli veri. Quelli che non hanno soluzione, né alternativa. Che nella vita sono pochi, ma nel culo si sentono tanto.

E non c’è vasellina che tenga.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte, di un martedì sera piovoso, ormai mercoledì, di ottobre, a Taranto, dove nessuno di noi vive più.

Ci rivediamo domani. E poi a Natale. Forse. Forse prima.

Ci vogliamo bene, diversi come siamo. Cresciuti, cambiati, peggiorati, migliorati.

Ci abbracciamo. A turno. Forte. A lungo. Lasciando al silenzio e ai gesti il compito arduo di esprimere ciò che le parole non son capaci di dire.

Lasciando ai sorrisi, alle battute inopportune di uno, ai commenti in dialetto dell’altro, la delicata missione di dire che noi ci siamo. Sempre. Come riusciamo. Ma ci siamo.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte.

E ci vogliamo bene, come forse non ce ne siamo mai voluto prima.

Anche se facciamo tutti finta di niente.

Le Vite che Non Abbiamo Scelto

Ferragosto.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola, che è uno dei padri pellegrini del Gruppo.

Uno di quelli che il Gruppo l’hanno fondato e difeso. Per i primi 10 anni di questa amicizia, mentre tutti noi ci disperdevamo per più allettanti compagnie e più trasgressive frequentazioni, Braciola era lì. A richiamarci all’ordine. A incazzarsi con noi, letteralmente, qualora non degnassimo il Gruppo delle dovute attenzioni. Che poi se ci pensate era bello quando la parola “Gruppo” ci faceva venire in mente la nostra cerchia di amici più stretta, invece che i gruppi Whatsapp. O Facebook.

Inutile dire che i litigi tra me e Braciola sono stati innumerevoli. I primi anni tenevamo un registro mentale dei nostri contenziosi e ogni occasione era buona per rinfacciarci il rinfacciabile. A un certo punto abbiamo smesso. Non saprei dire se sia stato per sincera accettazione o per sfinimento.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola. E qualcosa insieme abbiamo fatto. Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola, cioè Stefano e Paola, cioè l’unica coppia ad oggi sposata del Gruppo. Devono il loro nome d’arte a Frecciagrossa che, non ricordo esattamente per quale ragione, ha deciso di appellarli così, in un periodo in cui doveva essere in polemica con l’istituzione della coppia eterosessuale in quanto tale. Per cui aveva deliberatamente deciso di privarli della loro identità individuale e appellarli come un organismo unico.

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola che non avevano assolutamente voglia di organizzare una cena ma l’hanno fatto lo stesso: hanno fatto la spesa, la brace, i contorni, la frutta e noi ci siamo presentati a mani vuote. Peggiori dei figli peggiori. Completamente fiduciosi del fatto che gli Stefaola ci avrebbero pensato bene, perché lo fanno da anni, perché sono la coppia del Gruppo. La roccia, quelli solidi, quelli equilibrati, quelli che stanno facendo tutto come andrebbe fatto. E infatti hanno preparato sia la sangria rossa che quella bianca (e io che una volta ho invitato a cena una mia amica e le ho cucinato dei TOAST, resto sempre ammirata per il loro senso di ospitalità).

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola e siamo in 6. Nessuno di noi vive giù. Siamo tutti terrons emigrati. Chi in Lombardia. Chi in Toscana. Chi in Emilia. E poi ci sono gli assenti, che fanno parte del Gruppo. Emigrati pure quelli. Chi in Piemonte. Chi in Inghilterra. Chi in Spagna.

Siamo seduti al tavolo, quelli di plastica bianca con le sedie a poltroncina, che negli anni novanta tutti avevano in giardino. Se eri de classe lo compravi di plastica verde. Ecco, siamo seduti a un tavolo così, nel giardino della casa al mare degli Stefaola. Una bella villa per l’estate, normale, di quelle in cui le famiglie della media borghesia andavano a villeggiare. Con altre ville intorno. Gli zampironi accesi. Il barbecue in muratura. La bouganville.

Beviamo la sangrìa, un bicchiere o due, non di più. Abbiamo smesso di ubricarci insieme, tranne che in rarissime occasioni. Riconosciamolo: sono lontani quei momenti quando il rum&pera provocava turbamenti.

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Beviamo la sangrìa ed entra in giardino il fratello di Stefano, un paio d’anni più grande di noi, con in braccio suo figlio. Bellissimo. È il secondo bambino con cui entro in contatto in 3 giorni. La densità di bambini nella mia sfera esistenziale sta cambiando. Due in tre giorni sono tanti. Mi viene l’ansia. Bevo.

Mangiamo la salsiccia, molto buona, e le bombette. Patate al forno, zucchine e melanzane in terrina, insalata per pulire. E poi anche una bruschettata con aglio, pomodorini e basilico. Ingozzandoci, parliamo.

Parliamo delle ultime vacanze. Parliamo delle novità professionali. Parliamo di chi c’è e di chi non c’è. Parliamo delle vecchie storie, quelle scritte nella Grande Enciclopedia degli aneddoti di un Gruppo; le pietre miliari dei litigi, dei tradimenti, dei gossip. Torniamo ai tempi della scuola, ripercorriamo gli eventi passati con la lucidità dell’oggi, confrontiamo versioni, ridiamo.

E dal passato, finiamo a parlare del futuro. In che città vivere. Che lavoro fare davvero. Il prossimo matrimonio. Sposarsi. Non sposarsi. La casa da cambiare. Il lavoro da cambiare. Figliare. Non figliare. Le unioni civili. Le adozioni gay. Il costo della vita. Le tasse. I genitori malati. La lontananza. Polmone. Midollo. Ossa. Sangue. Cervello. Tumori. Inquinamento. Taranto. Ilva. Taranto. Raffineria. Taranto. Tempa Rossa. Taranto. I tarantini. Taranto. Referendum. Taranto. Decreto salva-Ilva. Raccolta differenziata. Politica. Lavoro. Salute. Ricatto. Sindacati. Vendola. Turismo. Mare. Salento. Museo di Taranto. Magna Grecia. Aeroporto di Grottaglie. Giancarlo Cito. Rossana Di Bello. Serie C…e altre keywords che vengono tipicamente fuori quando i tarantini espatriati parlano della propria città. A volte con viscerale amore. A volte con ostentata sufficienza. A volte con rabbia.

Credo valga quasi per tutte le gioventù meridionali che hanno avuto il privilegio di scegliere se andare o restare. E hanno scelto di andare. E adesso non lo sanno ancora, non lo sanno con certezza, non lo sapranno mai, in alcun modo, se hanno fatto la VERA scelta giusta. È stata solo una scelta.

E forse ogni volta che torneremo ci chiederemo come sarebbero state, le nostre vite altre. Quelle che non abbiamo scelto. Quell’universo parallelo in cui siamo rimasti tutti dove eravamo, a non comprendere gli inglesismi, a commettere autentici errori di stile, a parlare in dialetto essendo compresi (perché certe cose si possono dire SOLO in dialetto e tradotte perdono almeno il 40% della loro efficacia), facendo il nostro lavoro a una condizione dignitosa, vivendo in delle belle case con giardino e barbecue, e possibilmente anche il dondolo; andando a mangiare le polpette la domenica a casa di nostra madre; sposando il ragazzo con il quale siamo cresciute; avendo già della progenie; la pizza con gli amici di sempre al weekend; il concerto in provincia; le giornate al mare da maggio a ottobre.

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E forse ogni volta che ci penseremo assumeremo che – per certi aspetti – sarebbe stato più bello e forse anche più facile. Che non ci avrebbe richiesto di vivere lontani, di adattarci a un ambiente diverso, a volte ostile; che non ci avrebbe imposto di trovare i nostri genitori e i nostri cari ogni volta più vecchi, quando torniamo; che non ci avrebbe imposto di essere lontani dalla famiglia con gli svantaggi che questo comporta (anche se certi parenti è meglio averli lontani); di vivere in uno sgabuzzino strapagato al Nord e non nella casa della nonna, già pronta, col terrazzo, che c’hai giù; di lavorare 10 ore al giorno come uno stronzo per 1.500 euro al mese, quando potevi entrare in Marina, come diceva tuo padre, che in Marina non si fa un cazzo e si guadagnano un sacco di soldi, per non parlare della quantità assurda di ferie che hanno); di abitare una metropoli in cui la gente si suicida lanciandosi in metropolitana e in cui non conosciamo il nome del nostro vicino di casa e non ci sogneremmo mai di bussargli alla porta per chiedere se per caso del sale ce l’ha, che l’abbiamo finito e stiamo preparando una focaccia, poi gliene portiamo un pezzetto da assaggiare.

Ecco, forse penseremo così alle vite che non abbiamo scelto, sempre.

Ci penseremo sempre con tenerezza. Non vedremo tutte le difficoltà (altre) che avremmo avuto, in quelle vite che non abbiamo opzionato. Esse diventeranno il nostro anti-mito. Quella volta che siamo partiti invece che restare. Quella volta che abbiamo lasciato Tizio per Caio. Quella volta che abbiamo rifiutato un lavoro in America. Quella volta che siamo tornati. Quella volta che avremmo voluto avere i coglioni di tornare e non l’abbiamo fatto.

Forse queste vite che non abbiamo scelto continueranno a far capolino ancora a lungo, negli anni, finché non accetteremo pacificamente il fatto che, semplicemente, non le abbiamo scelte. Spesso per qualche motivo valido. Ma resteranno lì nella leggenda, finché non avremo il coraggio di viverle davvero, se davvero vogliamo viverle. E questo coraggio, chi ce l’ha, non lo perde mai, neppure negli anni. E non è mai tardi per provare a viverla, la vita che si vuole.

Compatibilmente con il fatto che, comunque, è la vita. E quella, si sa, fa un po’ il cazzo che je pare.

Ad ogni modo, è stato un bel Ferragosto.

*no, non era mio padre che diceva a me di entrare in Marina; è una delle cose che i padri del sud dicono. 

Dopo 12 Anni

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non sono tornata a Taranto per Pasqua.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non ho visto le processioni della Settimana Santa, che per me erano un must, le processioni. Erano la conditio sine qua non della Pasqua, non era ammissibile saltarle, non contemplavo nemmeno l’idea di NON farmi due nottate di fila, il giovedì santo e il venerdì santo, al vento carico di polveri sottili, a rischio di prendermi una broncopolmonite, per il gusto di esserci, di incontrare i soliti volti noti, gli stessi che, pian piano, negli anni, si sono trasformati in figure aliene. Caricature estranee.

Per anni ho preso l’aereo il giovedì sera, dopo il lavoro, sono arrivata a casa, mi sono lavata, mi sono cambiata e sono partita per la ruggente via crucis sociale. L’ho fatto sempre, l’ho fatto anche quando non ne avevo le energie, anche quando i miei amici hanno iniziato a non tornare più, per Pasqua. E non lo facevo per fede, naturalmente, giacché sono una delle tante incarnazioni dell’anticristo. Bensì per folklore, per tradizione, per appartenenza.

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Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non ho smadonnato per trovare parcheggio, non ho scarpinato per chilometri, non ho salutato vecchi professori e compagni di classe, non ho fatto finta di NON vedere altre settordicimila persone, non ho comprato una Raffo a 1 euro in Piazza Fontana e non ho sentito l’odore della salsicce arrostite sulle lamiere, vendute nel panino, anche quelle a 1 euro o poco più. Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono mescolata, non mi sono confusa, non ho detto parolacce camminando accanto a ottuagenarie signore della città vecchia, di nero vestite, addobbate come la Madonna Addolorata, che s’appoggiano stanche a enormi ceri accesi, e pregano, lente, lungo il pendio di San Domenico. Non ho parlato in dialetto, non ho salutato il cugino di Frecciagrossa, che suona nella banda, che suona marce funebri; non ho chiesto quanto sono andate le statue, perché sapete che si fa quella roba per cui le statue vengono messe all’asta e le famiglie più abbienti (e malavitose, secondo leggende metropolitane) le comprano per avere il priscio di portarle su tutta la notte, a piedi scalzi, facendo un passetto avanti e due passetti indietro (la “nazzicata”, in gergo; se lo pronunciate provate a ridurre al minimo il suono delle vocali, per cortesia, dovete dire una cosa tipo “a n’zz’c’t), espiando così le proprie colpe.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono persa tra la borghesia tarantina che cammina sulle pregiatissime Hogan, e nemmeno tra i tossicodipendenti coi denti consumati dall’eroina, e nemmeno tra i finti a-a-a-alternativi del panorama indipendente locale. Non ho aspettato l’alba, non ho visto i perdoni bussare sul portale della Chiesa del Carmine per rientrare, tra gli applausi dei presenti. Non ho mangiato un cornetto con la crema su Via Anfiteatro, accompagnato da un espressino, per poi rotolare distrutta verso casa.

Per la prima volta non ho percorso i vicoli stretti che sanno di piscio e di pesce, non ho costeggiato le vie dello shopping cittadino, non mi sono districata tra la folla cercando un volto tra i volti, un sorriso tra i sorrisi, una capigliatura priva di senso tra tutte le capigliature prive di senso, che spopolano in questa periferia così distante dagli hairstyle milanesi.
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Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono fatta saltare il cuore in gola, non mi sono fatta rovinare la serata da un saluto mancato, non mi sono fatta sfiorare la mano di nascosto, tra la folla. Non ho fumato una sigaretta con disinvoltura e circospezione sotto gli occhi della città intera, senza dare a nessuno modo di intendere cos’è che ci fosse sotto, quale fosse il non detto di quella non-vita, di quel non-amore, di quel siamo solo vecchi conoscenti che si sono appartenuti oltre ogni ragionevole possibilità. Oltre ogni sostenibile ragionevolezza. Per la prima volta non ho urlato al telefono a notte fonda. Per la prima volta non ho rincorso nessuno. Per la prima volta non mi sono chiesta cosa ci fosse di così difficile ad amarmi.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non sono tornata a Taranto, non sono andata alla processioni, non ho scrutato la folla alla ricerca di un uomo che non avevo smesso di amare mai.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, ho scelto di fare altro. Di liberarmi dal giogo dei ricordi, dalla coazione a ripetere, dalle usanze ormai in disuso insensatamente perpetrate, a discapito d’altre, nuove, più gratificanti esperienze. Ne conservo i ricordi, le sensazioni, i colori e i sapori. Li conservo finché ci sarà spazio, finché non dovrò eliminarli per il naturale processo di eliminazione di cui cantava Manuel Agnelli. Non c’è torto o ragione.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, sono stata con la mia famiglia, ho mangiato, ho dormito, ho letto, ho passeggiato, ho imprecato contro l’assenza di copertura 3G in campagna, e poi mi sono goduta i mandorli in fiore, e il cielo, e l’erba rigogliosa da arare.

Per la prima volta ho ammesso di non appartenere a nessun luogo e a nessuna persona. Di essere cresciuta. Di essere libera.

Libera. Anche da quella che ho sempre creduto essere “me stessa”.

Ed è stato bello.

Sono Cambiata

Mi è successa una cosa terribile: sono cambiata.

Me l’ha detto mia madre, che sono cambiata. Se te lo dice tua madre ci devi credere per forza.
Quoque io, poi, che i cambiamenti li detesto e li soffro completamente, e di questo mi vergogno, perché sarebbe così cool essere una fedele adepta di Cambiology, la setta di tutti i self-made-startuppercazzo, quelli che dicono sempre che a cambiare non ci vuole gnente, che basta avere il coraggio, che trasferirsi dall’altra parte del mondo e fare miliardi inventando una cagata è più facile che cambiarsi il tampax. Sono sicura che ne conoscete anche voi soggetti così, perché tutti ne conosciamo almeno uno, di cambiologist.

Sono cambiata, forse è vero. Ha ragione mia madre.

In spiaggia metto la protezione solare; farmi il bagno non è una priorità, tanto più se il mare non è oggettivamente pulito e se l’acqua non ha una temperatura sufficientemente confortevole; se mangio ripetutamente schifezze, inizio a sviluppare un’impronunciabile voglia di insalata o di verdure; mi piacciono le vellutate; mi piacciono i centrifugati; mi piace la cucina fusion; mi piace riuscire ad andare in palestra e vado in una palestra assurdamente costosa; evito la birra, specialmente la Raffo, se no poi mi gonfio e stommale, e lo so che così disonoro la mia tarantinità, pazienza, Taras figlio di Nettuno se ne farà una ragione; uso lo zucchero di canna e se non c’è lo chiedo; se bevo vodka di infima qualità il giorno dopo mi riprendo intorno alle 21, e comunque mai del tutto; se sto in piedi a ballare per 5 ore, mi stanco; uso sempre troppi inglesismi; mi capita persino di dire “figa“, “figa” al posto di “cazzo” o di qualsiasi altra plausibile parolaccia. Tipo a luglio dicevo in continuazione “Figa, che caldo“. Fa orrore. Faccio orrore, ma è così (comunque sto già lavorando per correggere questo bug nel mio sistema lessicale).

Sono cambiata.

Non ho più una casa a Taranto. I miei amici per la metà non tornano più e io stessa ci sono stata solo una settimana. Mi guardavo intorno e mi sembrava che l’unica cosa bella fossero i ricordi che in quel luogo ho. Le persone del mio passato, che a volte ritrovo e a volte no, e qualche brandello di presente. E tutto il resto che decade, rapidamente. Che si svuota, che si spopola, che si spegne, che si consuma, che invecchia, schiacciato dal peso di un abbandono inesorabile.

Sono cambiata.

Non odio più Milano. Ne riconosco le innumerevoli contraddizioni, e aberrazioni, e alienazioni. Ma Milano è fermento, è linfa, è faccende, agende, deadline e feedback e io ci sto dentro. Milano è un puzzle imperfetto e incompleto, nel quale ci si può incastrare oppure no. Milano è un inventario pressoché inesauribile di stimoli e opportunità, basta saper cogliere.
Sono cambiata.

Sono meno spensierata, più adulta, più empatica, meno incazzata. Non che io sia mai stata spensierata, ma manco a 16 anni. Sono stressata, come tutti, ma secondo me di più. Mi chiedo che vita voglio vivere, dove e con chi. Forse per la prima vera volta.
Sono cambiata.
Ha ragione mia madre.
Però riesco ancora a dire quello che penso e non quello che sarebbe giusto dire.
Riesco ancora a nuotare fino alla boa con mio padre.
Riesco ancora a mangiare bombette con salame piccante e provola affumicata. E panzerotti fritti. E burratine come se non ci fosse un domani. E forse sono persino un po’ intollerante al lattosio ma questo, per evitare un definitivo crash della mia identità, preferisco non indagarlo.

Sono cambiata ma resto ancora fino a tardi a parlare con mia madre; faccio ancora l’alba d’estate con i miei amici; passeggio in campagna con i miei cugini parlando delle nostre vite, dell’Ilva, di Renzi. 

Sono cambiata ma mi stendo ancora a terra, su un asciugamano, su una piazzola di cemento sul Mar Piccolo. E fumo guardando il cielo buio, e le luci della città, e l’industria, e il Ponte Punta Penna, e le barche dei pescatori.
E milioni di milioni di stelle.
E l’acqua inquinata che lambisce i bordi frastagliati della nostra vita, i nostri irrisolti, i dubbi aperti nell’anima stanca.
E fa freddo.
Ed è umido.
E chissà quanti topi.
E milioni di milioni di stelle.
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Approcci Analogici

Esiste un luogo comune piuttosto diffuso (assai disdicevole per le single) secondo il quale bisogna “viaggiare comodi”. Non avrei nulla in contrario se per viaggiare comode non finissimo ad andare in stazione con i leggins contenitivi e le ballerine, completamente struccate, con i capelli sozzi e legati, le unghie mangiucchiate e sfaldate, senza smalto, ma con un monociglio da far spavento all’unica pelliccia che Marina Ripa di Meana non si vergogna di indossare.

E’ esistito un periodo della mia vita in cui sono stata anche io di questo avviso, e in cui andavo in aeroporto quasi in vestaglia di flanella e pantofole di spugna. Fino al giorno in cui su un volo MilanoTaranto (o meglio, Bari, perché noi l’aeroporto a Taranto ce l’abbiamo ma le nostre autorità preferiscono non farcelo usare) incontrai uno dei miei ex, compagno di classe per giunta, di Taranto, che tornava a casa pure lui, rampantissimo marketing manager sarcazzo, prodigiosamente soddisfatto per la sua giovane età, sempre stato un inguaribile ottimista-liberista, pure a 15 anni del resto, che, guarda il caso, aveva il posto proprio accanto al mio. Che, guarda il caso, ero un cesso con la catena, quel giorno. E ci sono poche cose che mi disturbano come incontrare un ex ed essere un cesso con la catena. Forse è un po’ la sindrome da splendida-splendente combinata con il tipico coefficiente “renditi-conto-di-cosa-hai-perso-stronzo“, che è un coefficiente di serie, agisce sempre, anche quando in realtà la stronza sono stata io.

Comunque sia, quella carrambata mi ha insegnato una preziosa lezione da single: quando si viaggia bisogna essere guardabili, perché non sai mai chi puoi incontrare. Che non significa partire con il tacco 12 e due colli da 20 kg da trascinare. No, non rischiate la vita per nessuno, nemmeno per Brad Pitt in Vento di Passioni. Però raggiungete la soglia minima di gradevolezza, questo sì amiche, il giusto equilibrio, niente tacco ma un filo di trucco per intenderci, è fondamentale, fidatevi.

E questo per me è stato un mantra. Perché ti acchitti per andare in aeroporto? Perché non sai mai chi ci incontri. Poi mettici che da pischella ho visto Prima dell’alba e quindi è una vita che mi aspetto di trovare Ethan Hawke su un Frecciabianca, e il gioco è fatto.

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Ho creduto in questa idea, instancabilmente, anche quando i vicini di viaggio sono stati ingombranti, maleodoranti, logorroici. Ci ho creduto quando russavano. Ci ho creduto quando i loro figli tiravano calci contro lo schienale del mio sedile. Ci ho creduto quando squillavano le suonerie inaudite dei loro inauditi cellulari nokia del 2001, svegliavandomi dopo appena 10 minuti di agognato abbiocco. Ci ho creduto quando hanno trangugiato 15 panini incartati con la carta stagnola, mentre io avevo fame e nulla da mangiare. Ed era troppo tardi o io ero troppo stanca per accettare un tramezzino di cartone della carrozza ristorante di Trenitalia. Ci ho creduto persino quando hanno applaudito dopo l’atterraggio. Insomma, anche quando avrei potuto perdere la fede, ho continuato a credere nella validità del mio principio. E i fatti mi hanno, infine, dato ragione.

Succede che torno da un weekend fuori, di sera. Atterro, prendo la navetta e mi siedo sul posto esterno, quello che da sul corridoio. Un tipo arriva e mi chiede se è occupato quello accanto, il posto vicino al finestrino, sul quale io avevo naturalmente scaraventato la giacca e la mia borsa-container da 118 kg. Sì, gli dico, e raccolgo i miei pezzi. Quello fa, scambiando la mia borsa per un borsone (giustamente): “Vuoi che te lo metta su?” indicando i portabagagli in alto. Rifiuto. Ringrazio. E il mio cervello elabora l’evento straordinario che si è appena verificato: un uomo attraente e gentile, con barba e camicia, mi si è seduto accanto.

Di lì a poco l’uomo attraente e gentile, con barba e camicia, attacca bottone, chiedendomi qualcosa di insulso sull’itinerario della navetta, a cui non so naturalmente rispondere. E io assisto a quello che sembra essere un vero e proprio, ormai mitologico, approccio analogico.

Dopo un po’  viene fuori che lavoriamo in campi affini, lui a un livello estremamente più fico del mio come quasi tutti gli uomini del settore con cui mi capita di interloquire. Parliamo di lavoro. Parliamo di opportunità. Parliamo di scelte generazionali. Parliamo di Dubai. E tutto in modo gradevole, tra il serio e il faceto, come si conviene a una conversazione sull’Orio Shuttle a mezzanotte. Parliamo di ricerche di mercato, e app, e stratup. E io sono stanca ma lui mi sta parlando di una nuova ricerca che hanno fatto, non so chi,  una cosa tipo Google, che in Italia non è ancora arrivata ma che lui ha già visto i risultati, perché sai, lavora a Londra.  Finché non viene fuori che era di ritorno da un weekend giù, che quando sei terrone e qualcuno ti dice che sta tornando da giù, ti si accende proprio una nuova luce dentro, è come se finalmente ti rilassassi e il tuo corpo iniziasse a pensare: tu-terrone-io-terrona-noi-amici. Infatti gli chiedo prontamente: “Giù dove?”. “Puglia”. Uau. Evviva. Epifania.

Morale della favola: pugliese di Ostuni,  di ritorno da una visita alla sua famiglia, di passaggio a Milano, attraente e gentile, con la barba e la camicia, età indefinita tra i 30 e i 40 ma più verso i 40, non tanto alto, moro al limite col Maghreb, mi imbrocca (o si lascia imbroccare). Per un momento vedo tutto il nostro felice e ruggente futuro passarci davanti: io che mi trasferisco a Londra e inizio a scrivere Memories of a Pussy, lui che lavora, io che esploro la città e fiuto le tendenze, e poi le feste un po’ dai suoi, un po’ dai miei, un po’ in vacanza, sì insomma, tutto fila, io ho anche già gli amici a Londra, ottimo.

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La navetta arriva in Stazione Centrale, è tardi e lui mi dice che avremmo potuto continuare a parlare per altre 3 ore, mi chiede se l’indomani sarò a un evento importante del nostro settore di lavoro e gli dico di no (ovviamente). Cerca frettolosamente il bigliettino da visita, non lo trova e decide di lasciami il suo numero,  così, a voce, ex abrupto, alla vecchia maniera, stile primi anni duemila. E io, dopo secoli di militanza tra egofroci milanesi e milanesizzati, che già whatsapp è una comunicazione troppo intima, ecco io resto piacevolmente sbigottita. Gli chiedo quale sia il suo nome, per memorizzarlo, perché ancora non lo so (mentre lui, il mio, almeno me l’ha chiesto).

E ci salutiamo così, poi, senza conoscere i rispettivi cognomi, senza scambiarci il contatto su Facebook, senza frugare online per scoprire chi è quell’uomo attraente e gentile, o quella vagina simpatica coi capelli da pazzah, che ha viaggiato accanto a noi per un’ora.  Alla fine lo memorizzo in rubrica con il suo nome e al posto del cognome scrivo “Ostuni“. Lui mi salva con il mio nome e al posto del cognome scrive “Taranto“. E tutto questo mi fa quasi sentire come Kelly Taylor e Dylan McKay.

Torno a casa pensando che sicuramente è sposato con una che vive a Londra e fidanzato con 2 che vivono a Milano, e che molto probabilmente non ci sentiremo e non ci vedremo mai più. Ma che comunque, di sicuro, ho fatto bene a darmi quella passata di trucco prima di partire.

E anche che, a volte, addirittura, gli approcci analogici possono capitare ancora.

Sono in via d’estinzione, tipo il Toporagno d’acqua di Sumatra, ma esistono.

Terronismo Alimentare

Quando sei meridionale e hai lasciato da qualche anno la tua amata Terronia, può succederti di iniziare a presagire il classico Terronismo Alimentare, al momento di tornare a casa (o meglio “scendere a casa”).

Inevitabilmente, per quanto terrons tu possa essere e per quanto tu possa resistere alle continue e incessanti sollecitazioni che ti indurrebbero ad alimentarti di Kusmi Tea, integratori, bresaolina, semi di zucca e crudité, per quanto tu possa ribadire che sull’Olimpo gli Dei banchettavano a botte di focaccia barese, resta il fatto che il tuo rapporto con il cibo, nella vita ordinaria, un minimo cambia (ma anche molto più di “un minimo”). Banalmente, ti scopri più abituata a digerire una vellutata di zucchine e piselli piuttosto che mezza teglia di riso patate e cozze. E quindi, quando torni in patria, hai un po’ il terrore e un po’ la voglia incontenibile di mangiare, per dirla scientificamente, come una vacca. Da qui il Terronismo Alimentare.

Il Terronismo Alimentare è un fenomeno che, in verità, matura lentamente negli anni, e che si gioca tutto sul filo del rasoio, in bilico tra il piacere enogastronomico e la sofferenza digestiva. Le prime avvisaglie si hanno quando, dopo l’ennesimo simposio di famiglia, inizi ad aprire gli stipiti della cucina nel mortificato tentativo di trovare una pasticca Brioschi (perché sia chiaro, di mortificazione trattasi). Il tutto dopo aver già sbottonato il jeans, emesso sbuffi che dissimulano rutti e dopo aver contratto la faccia in ripetute smorfie di fastidio e incredulità a fronte della propria conclamata e degenerativa suinità.

Questa fase, che è quella in cui la debilitazione fisica ti impone un sindacale rimorso, raggiunge generalmente il suo climax in esternazioni come “Da domani a stecchetto, solo insalata”. Oppure “Stasera non si cena”, che è la mia preferita. Perché tu vuoi mettere, poi, quando si sono fatte le 21.30 e ti sale un languorino, e stanno quei nodini in frigo freschi-freschi e quella rosetta fresca-fresca, ecco non vuoi farti una bella rosetta con i nodini di mozzarella?

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Il Terrorismo Alimentare raggiunge la sua massima espressione di fronte ad affermazioni come: “Eeeehhh che ormai cuciniamo poco!” (anche nella versione “Eeeehhh che niente abbiamo fatto”), ma anche “Vabbè, mangiamo solo gli AVANZI“.

Quando una Mater del sud parla di “avanzi” sappiate che vi sta raggirando. Non è vero. Non è vero niente. Innanzitutto, gli “avanzi” si presentano principalmente in concomitanza con le feste (Pasqua, Natale e tutta quella pletora di festività simil-religiose che io non festeggio più da secoli, tipo Santa Cecilia, l’Immacolata Concezione, la Domenica delle Palme, l’onomastico, ma che al sud sono sempre occasioni propizie per imbastire un banchetto). In secondo luogo, gli “avanzi” sono tipo 1,5 kg di latticini, 500 grammi di affettati, un gateau di patate, una torta salata, un assaggino di parmigiana. Ma soprattutto, quando una mater del sud parla di “avanzi”, non si limiterà mai agli “avanzi” per i suoi ospiti e, silenziosamente, laboriosa, continuerà a produrre cibo di sconvolgente bontà al quale non saprete resistere (perché resisti tu, ai carciofi fritti, bello!). Sono sempre “avanzi e qualcos’altro”, tipo “Avanzi e orecchiette con le cime di rape” oppure “Avanzi e una frittura di alici e calamari“.

Che poi, quando si tratta di un contesto familiare, non ci sono proprio cazzi: rifiutare una portata è tollerato solo dopo la quarta o la quinta portata. Cioè devi aver mangiato il primo, il secondo, il contorno, i fiori di zucchina fritti e la burratina, minimo. Oppure almeno 3 bombette, una fettina di capocollo, una girella di salsiccia e i peperoni alla scacchiata, ma anche un assaggino di cozze al gratin aromatizzate alla diossina.

Senza contare l’impegno e lo zelo con cui il pasto è stato pianificato, condiviso, definito nei minimi dettagli, fin da settimane prima. Non esiste che si possa disonorarlo. Ma per niente. In questi casi bisogna mangiare, quasi tutto (o comunque il più possibile). Finire la porzione leccandosi i baffi, facendo la scarpetta col pane e dichiarando che se ne mangerebbe ancora, e ancora, e ancora. Di qualsiasi cosa. Perché qualsiasi cosa è stata preparata con profondo amore, sconfinata maestria, eccellenti materie prime; e il caseificio che c’è a tavola è stato comprato con infinita cura, in maniera sartoriale, sulla specifiche preferenze di ciascuno. Non esiste che si possa disonorare tutto questo. E’ proprio una questione di affetto e di rispetto.

E poi la verità è che per noi gente del sud, l’appetito è un valore fondamentale, socialmente richiesto. Una persona che non ha fame, suscita per lo più sospetto e diffidenza. E’ diversa. Noi abbiamo sempre voglia di mangiare. Non esiste che se vai a casa di qualcuno, a qualunque ora del giorno e della notte, quello non provi a ingozzarti con qualsiasi prelibatezza possibile, dal dolce fatto in casa della mamma, all’amaro alla liquirizia e cioccolato, sempre fatto in casa, sempre dalla mamma. Dai tarallini, alle olive verdi. Niente. Al sud si mangia. Punto. E c’è sempre una cosa lussuriosa da mangiare, in ogni momento. Anche il panzarotto fritto alle 22. Anche il cornetto caldo (che a Milano si chiama “brioche” e se dici “cornetto” nessuno capisce) al Merendaio alle 5 del mattino, farcito con crema di zabaione, mascarpone e Galak, e sopra la nutella.

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Ma forse, quello che succede, è che c’è sempre quella specie di bulimia emotiva di fondo, che ogni volta che torni mangi i sapori, le sensazioni, la convivialità. Mangi quel cibo in quel locale, o in quella cucina, o in quella veranda, su quella tovaglia a quadri con sopra disegnati quei prodotti ortofrutticoli senza senso, tipo peperoni gialli e rossi, oppure mele e banane, bevendo un bicchiere del vino della campagna. Mangi con i tuoi affetti più atavici e viscerali, quelli veri, quelli di sempre. Quelli che hai lasciato.

Mangi l’accento, il dialetto, le battute, i modi di dire.

Mangi gli odori, i colori, i rumori.

Mangi tutto ciò che ti ha nutrita e ti ha fatta crescere.

Mangi il tempo che passa, gli anni che volano, le fronti stempiate.

Mangi tu.

Mangia il tuo corpo.

Mangia la tua anima. Mangia con voracità.

Mangia perché quei sapori li ama e vuole goderne al massimo.

Ogni volta che può. Fin quando potrà.

Complicazioni gastrointestinali incluse.