La Quarta Fase dell’Amante

Quando sei stata un’Amante Veterana, cioè sei passata per Le 2 Fasi dell’Amante, e poi per la Terza, e hai finalmente raggiunto la Quarta e ultima fase, che poi è un attestato che consegui a vita, una specie di laurea ad honorem in Merda Sentimentale, e ti trovi a parlare con le Matricole,  quelle cioè che per la prima volta nella loro vita si misurano con la discutibile posizione di essere “l’altra”, provi a dar loro tutti gli strumenti in tuo possesso, affinché si traggano in salvo prima che lo tsunami di fogna le travolga.

Tuttavia, poiché generalmente la cosa più utile che si fa con i consigli è ignorarli, si tratta spesso di un dispendio di energie fine a se stesso, un po’ come quando hai avvistato l’Iceberg e urli al Titanic di virare, “VIRA, TUTTO A BABORDOOOO”. Ma sappiamo benissimo qual è stato poi il destino dell’inaffondabile transatlantico. Resta il fatto che noi, che siamo qui di vedetta e guardiamo le nostre colleghe inciampare una dopo l’altra negli stessi errori che abbiamo commesso noi, per i quali adesso abbiamo un gigantesco MAI PIÙ tatuato nell’anima, noi che ormai decliniamo le avances degli uomini impegnati con la stessa scrupolosa cura con la quale eviteremmo di contrarre la lebbra, non possiamo fare altro che mettere il nostro know how a disposizione delle più inesperte reclute della battaglia amorosa.

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1. Il fatto che lui non ti abbia mai parlato di “avere una tipa” (dove tipa può significare qualunque figura femminile compresa tra un campionario di trombamiche e la moglie con la quale ha procreato una squadra di rugby) non significa che quella tipa non esista. Chiedere è lecito. Domanda esplicita, diretta, secca. La formula che io uso generalmente è “Sei sposato/fidanzato/convivente/padre/single-del-genere-non-mi-avrete-mai?”. Questo perché gli uomini appetibili, single e intenzionati ad avere una relazione, lo abbiamo detto diverse volte ormai, sono frequenti e facili da esperire quanto l’aurora boreale.

2. Ti dice che no. Non c’è nessuna. O meglio, niente di serio. Molta, molta attenzione a quel “niente di serio” perché la storia ci insegna che per ogni uomo che vive “niente di serio” con una donna, esiste una donna che fa progetti nuziali, immobiliari e genetici con lui. Oppure una ex con cui è in pausa di riflessione, che ci spera ancora un casino, che è la migliore amica di sua sorella, che sua madre la chiama per nome e con la quale lui – con buona approssimazione – si vede ancora. Non dico che dobbiate licenziarlo immediatamente, non siate la Gestapo dell’Amore, la vita di nessuno è realmente il deserto dei tartari, dai su, non pretendiamo l’assurdo, neppure la vostra lo è. Però ecco, non prendiamo per oro colato tutto. Una volta che abbiamo posto la domanda (punto 1), proviamo a capire se la risposta è sincera. Teniamo alta la guardia. Non viviamo nel mondo dei folletti e dei minipony. La gente mente. Lo fanno gli uomini e lo facciamo pure noi donne. Non dobbiamo approcciarci al mondo con radicale sfiducia, ma neppure credere al Mago Do Nascimento. Quindi, senza diventare inquisitorie, se sul sedile posteriore della sua macchina c’è un seggiolino per bambini (che magari è per suo nipote eh), almeno notiamolo. Se quando andiamo da lui, in bagno troviamo una maschera per capelli all’olio di Argan e lui è calvo, una domanda facciamocela. Se ci sono due spazzolini, due accappatoi, un pacco di assorbenti che fa bella mostra di sé (quindi ovviamente non aprite mobili, che sareste pazzeh, dico se è proprio lì), o qualunque genere di indizio che dimostri chiaramente che in quella casa c’è una donna bene insediata, sul serio, facciamo resuscitare dal coma la Angela Lansbury che è dentro di noi (specialmente se è tipo luglio e la compagna è stata provvidenzialmente spedita in Riviera a far fare un po’ di mare ai pargoli, che il mare fa bene ai bambini, si sa, e lui è rimasto nella calura metropolitana dove si consola con tutte le vaginesingle e non – in cui inciampa). Così come, se si fa sentire durante l’orario lavorativo e la sera sparisce, badiamoci. Idem se si smaterializza ogni cazzo di weekend. Per carità, può pure andarci benissimo un ménage del genere, ma almeno che siate consapevoli e non vi facciate prendere per il culo. Che poi quando siete coinvolte è un casino tirarsi fuori da queste situazioni, e levarsi di dosso il senso di stupidità per essersi fatte prendere in giro (era fidanzato/sposato e non me l’ha detto), è più difficile che buttare giù i kg di troppo dopo le festività.

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3 Altra ipotesi è che ti dica che in effetti sì, un rapporto ce l’ha, ma naturalmente in crisi. Una storia sulla via del tramonto. Una relazione senza futuro. Si stanno lasciando. È questione di tempo. Mesi. Giorni. Minuti. Guarda se non lo interrompevi lui proprio in quel momento stava andando a lasciare la moglie! Se voi non farete la cosa più intelligente da fare in quel momento (cioè girare i tacchi e andarvene liete per altri peni), probabilmente inizierà a raccontarvi cosa non va bene della compagna, che vogliono cose diverse, che si sono amati ma ormai le cose non funzionano più, che si sente incastrato in una vita che non è la sua e che vuole riprendere in mano il coraggio e tornare a VIVERE. Bla. Bla. Bla. Amiche, abbiate chiara a mente una cosa: quasi nessun uomo vi dirà mai “sì, in effetti con la mia partner va tutto bene, solo che sai, ogni tanto ho voglia di farmi una ciulata diversa, che la quiete è un poco noiosa, e quindi niente, chiaviamo?“. Loro sanno perfettamente che il deal che vi propongono non è vantaggioso (lo è solo all’inizio, un investimento che rende un casino nell’immediato e che vi manda in bancarotta emotiva sul lungo periodo), quindi devono tendenzialmente farcirlo bene. E spesso sono bravi. Spesso sono COSì BRAVI che si convincono anche loro. Finché la bolla non scoppia e non subentra la realtà.

4. La realtà generalmente è che NON la molla. E voi ci perdete X mesi se non anni, intere porzioni di vita, lustri in cui darete del lungo ad altri papabili candidati, perché sarete in stand by ad attendere il vostro grande amore che però, eh aspetta, oggi ha avuto una giornata difficile in ufficio, non posso parlarle; domani cade sua madre, neppure; dopodomani lei è in premestruo e rischia d’ammazzarlo, e tu vuoi metterti con un uomo morto? No certo che no, meglio aspettare. E poi il giorno dopo muore il suo gatto Ciccì, che aveva 45 anni, il momento è delicato. Fino al giorno in cui: eh niente, è incinta, avremo un bambino, ma no non ti ho mentito, non andavamo a letto insieme da secoli, è successo solo una volta, era il suo compleanno, e comunque zero attrazione, la libido è morta, lo sai che amo te. Certo. Morta come muore il vostro cuore che, per carità, resusciterà, ma dopo anni di psicanalisi e fisioterapia che per rimettervi in piedi l’anima e la fiducia nel genere maschile ci vorrà quasi la divinazione.

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5. PEGGIO MI SENTO: la molla davvero. Lì voi pensate, povere illuse, che arrivi il bello, che finalmente starete insieme. POVERE ILLUSE. Chiariamo una cosa: rompere una coppia NON è un fatto auspicabile, neppure se l’oggetto del vostro desiderio ci è incastrato dentro. Quando la rottura si compie (TRANNE RARISSIMI CASI, le eccezioni che confermano la regola) viene il peggio: il senso di colpa, la guerra dei roses, il fallimento, le famiglie, la casa co-intestata, gli amici in comune, un intero sistema sociale che se va a mignotte. Anzi a mignotta, cioè te, perché è questa la description che accompagnerà il tuo nome per lungo tempo. Lo ami così tanto che non ti interessa? Eccellente. Sappi però che un conto è essere amanti, un conto è vivere la vita vera. Un conto è crogiolarsi in un’alcova di desiderio e impossibilità, di struggimento e zero-responsabilità, BEN ALTRA è assumere un ruolo, scendere in campo e giocare una partita (per vincerla). Vale tanto per te quanto per lui. Può diventare tutto meraviglioso all’improvviso (seh vabbeh), puoi ritrovarti in un incubo e chiederti come cazzo ci sei finita (e, darling, risponderti che ci sei finita con le tue gambe, sarà il riscontro più duro da dare a te stessa). Ora, lo so che il mio ti sembra terrorismo emotivo, che in fondo stai solo andando a prendere un caffè, non c’è niente di male. Che in fondo vi scrivete e basta. Che in fondo tu gestisci tutto benissimo. Che tu non vuoi rompere la sua coppia. Che smetti quando vuoi. Blablabla. Per questo leggi qui.

6. Le persone non escono dalle rotture che sono proprio primule a primavera. Specie se di mezzo ci sono avvocati, cause, alimenti, danni morali. Specie se di mezzo ci sono figli. Pensaci, cazzo. Pensaci. Pensaci per lui (saprà reggere tutto questo? è davvero così forte e così convinto?), pensaci per te (vuoi davvero accollarti un accumulo di macerie? Lo ami abbastanza da ricostruire insieme quello che resta di lui? Se sì, procedi. Se no, o non ne sei proprio sicura, Ctrl + Alt + Canc, uscita forzata e via).

7. Se resti lì, sappi che ti toccherà spalare una quantità inaudita di merda. Sappi che lei ti odierà, e tu odierai lei, in una specie di allucinazione emotiva nella quale finirai persino col dimenticare che sei tu l’abusiva, non lei. Quando parlerai di lei con le tue amiche trapelerà il disprezzo dalle tue parole, per una donna che neppure conosci se non attraverso i racconti alterati del suo compagno fedifrago. E saranno racconti dei quali non dubiterai, perché sarai totalmente obnubilata. Ma ricorda che senti sempre solo una delle campane.

8. E l’unico fatto concreto, che hai sotto gli occhi e che potresti valutare, fingerai di non vederlo. Il fatto, incontestabile, che l’uomo che presumi di aver scelto tra tutti gli uomini che popolano il pianeta Terra, quello che presumi d’amare così tanto, che ti sembra il migliore per te, il più desiderabile tra i desiderabili, è un uomo che ha mentito e ha preso per il culo un’altra donna. Non una qualsiasi. Quella che teoricamente amava e rispettava di più. Quella con la quale spartiva il tetto e il talamo, con la quale magari ha messo al mondo dei figli, con la quale ha sottoscritto un contratto (perché il matrimonio è un contratto), firmando che si sarebbe preso cura di lei per sempre. Ora, per carità, le storie finiscono, gli amori pure e le convivenze anche. Le famiglie s’allargano. Viviamo tutti in questa continua dinamica fluida delle relazioni, nella quale non esistono più punti d’approdo definitivi, e questo non è necessariamente un male. Però, ricordalo, ci sono modi e modi, anche per chiudere una storia. E ai suoi modi, quelli che usa con la sua partner, ti prego di fare caso. Perché il modo in cui un uomo tratta le sue ex, è il biglietto da visita che ci fa capire come tratterà (o potrebbe trattare, un giorno) noi.

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9. L’aspetto generalmente più avvincente di queste situazioni, apparentemente trascurabile ma che nella sua sostanza rivela il paradosso di questi affair, è che tu nel giro di poco probabilmente ti troverai a essergli fedele. Cioè non andrai con altri. Non indirai una gara d’appalto per accaparrarsi la tua virtù. Al contrario, diventerai ligia e monogama, votata a questo amore in un regime non-detto (perché raramente il tema si affronta apertamente) di monogamia. L’apogeo di follia, molto comune tuttavia, si raggiunge quando lui inizia persino ad essere geloso di te. Una gelosia che ti lusingherà persino all’inizio, facendoti pensare che “ehi vedi che ci tiene“. Stronzate. È possesso, manipolazione, alterazione dei fatti: non devi alcuna esclusiva a uno che ogni notte dorme nel letto con un’altra persona. TATUATELO.

10. Tu mi dirai che in realtà tutti questi punti non corrispondono alla tua situazione. Perché tu non sei innamorata di lui, non sei mica stupida, non fai alcun progetto (e generalmente sappi che non se ne fanno mai, semplicemente a un certo punto le cose sfuggono al controllo). Tu mi dirai che lui però ti fa sentire speciale, per quegli scampoli di vita che condividete, perché è l’uomo più piacevole che tu abbia incontrato negli ultimi 5 anni e scusa se a un certo punto anche tu hai voglia di passare un po’ di quality time con un pene. Che non è mica colpa tua se sono già tutti presi. Che tu lo rendi un marito migliore, perché anzi lui con te sta bene quindi torna a casa e sopporta meglio l’oppressione della routine. Che siete solo due adulti consenzienti e che – tutto sommato – non fate del male a nessuno. E a questo ti rispondo che – a meno che non sia davvero solo e soltanto sesso animale (mah…) – va bene, hai ragione, continua pure, fino al giorno in cui sarà il tuo compleanno e lui non ci sarà; fino al giorno di Natale, che festeggerà a casa dei suoceri mandandoti gli auguri di nascosto; fino al Capodanno, quando partirà con lei e sparirà. Ma ehi, tu sei forte. E sarai forte sempre, finché un giorno non vedrai comparire sul suo smartphone la chiamata in arrivo di lei, che è salvata in rubrica “Amore“. Finché non ascolterai per caso una telefonata tra loro, nella quale lui sarà affettuoso e noncurante, tenero e falsissimo e non potrai in alcun modo fingere di non accorgertene. Non sentire un brivido d’orrore per la sua doppiezza. E in quel momento, anche se probabilmente non lo farai, vorrei tanto che dessi ascolto al tuo istinto di sopravvivenza e lo mandassi a cagare.

E sì, certo, esistono ALCUNI casi in cui delle storie iniziano clandestine e poi si stabilizzano, durano, vivono liete e feconde. Ma sono eccezioni che confermano la regola. E la regola è quella testé illustrata. Potete avere la presunzione di essere eccezionali, purché siate pronte ad accettare poi la media e la mediocrità degli esiti.

Insomma, nella Quarta Fase dell’Amante assomigli un po’ agli ex eroinomani, o agli ex bulimici/anoressici, che adesso vanno in giro a fare campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma soprattutto per dire a chi sta vivendo la stessa difficoltà, che ce la si può fare, ma che per uscirne bisogna volerlo.

Insomma, sei una specie di testimone e testimonial dello sfacelo emotivo. Ma sei anche una reduce. Sei una sopravvissuta. Sei una che dopo essersi ferita in trincea, conosce il valore inestimabile della pace. Anche in amore.

ps: ovviamente, sia chiaro, non solo le donne sono amanti, non solo gli uomini tradiscono, la cosa può valere anche a ruoli invertiti, con i dovuti distinguo, e blablabla, state sereni, lo sappiamo.

Tradimento: da Guerra e Pace a Noi

Uno degli aspetti positivi delle serie tv, quelle che ti prendono bene voglio dire, è che quando finiscono vivi una crisi d’astinenza tale da iniziare a documentarti sui fatti a cui sono ispirate, sul periodo storico di riferimento, oppure sui libri da cui sono tratte. Mi è successo ai tempi di Romanzo Criminale (quando ho dato fondo a tutti i possibili documentari sulla Banda della Magliana), mi è successo con Narcos (dal quale sono finita a pormi interrogativi sulla storia dell’America Latina, ingiustamente trascurata da noi eurocentrici) e mi sta succendendo anche con Guerra e Pace, la serie prodotta da BBC e messa in onda da LaEffe (canale 139 di Sky, il venerdì sera dalle 21.10), che ripropone in chiave televisiva le vicende narrate nel romanzo di Tolstoj.

La serie, di per sé, ha raccolto l’entusiasmo di pubblico e critica, promossa come la migliore trasfigurazione televisiva dell’opera letteraria (considerata a sua volta, in maniera piuttosto trasversale, il miglior romanzo di sempre). Voi sapete che sono analfabeta e che faccio purtroppo una vergognosa fatica a leggere, quindi non credo che mi avventurerò realisticamente nelle millemila pagine piene di nomi russi che vabbeh-addio (sebbene Feltrinelli, per l’occasione, rilanci una versione economica del capolavoro). Però, è un fatto che in UK, dopo la messa in onda della serie, il romanzo sia entrato per la prima volta nella classifica dei libri più venduti.

Guardando le prime puntate di Guerra e Pace non ho potuto non riflettere su quanto l’amore, come leva delle relazioni umane, sia cambiato da un lato, ma rimasto uguale dall’altro. Come se gli ingredienti fossero sempre gli stessi, elaborati in maniera differente: intrigo, desiderio, passione, aspettativa, idealizzazione, attesa. E, anche, tradimento.

Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) - (C) BBC - Photographer: Mitch Jenkins
Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) – (C) BBC – Photographer: Mitch Jenkins

Ora, se in Guerra e Pace uno si ciulava (o tentava di) la moglie (o promessa sposa) di un altro, finiva che i contendenti si sfidavano a duello con le pistole e alle volte ci scappava pure il morto. Certo va considerato che, a quei tempi, si reputavano fidanzati per un bacio a stampo, perdevano la brocca per una punta di lingua e ci si sposava senza aver neppure consumato (con un partner spesso deciso dalle famiglie rispettive, in virtù dei vantaggi economici che il matrimonio avrebbe procurato). E, sebbene all’epoca non ci fossero i social network, se due se la intendevano, prima o poi la cosa veniva fuori.  Insomma, i rumors giravano anche allora.

Così mi sono chiesta cosa e quanto sia cambiato, da allora, dall’800 a oggi, nella nostra concezione e gestione del tradimento (salvo che, se oggi ci scappa un morto, lo consideriamo un caso di cronaca nera e non la normalità).

Non molto, a ben vedere. Innanzitutto, si fa presto a dire tradimento, come se i tradimenti fossero tutti uguali, come se non esistessero contorni soggettivi al concetto di tradimento e come se le persone non manifestassero diversi margini di tolleranza rispetto allo stesso. E no, non mi sto riferendo al sempreverde “il pompino non è tradimento“. Mi sto riferendo al fatto che – per quanto fastidioso e doloroso sia subirlo – esistono individui capaci di razionalizzarlo meglio di altri (che nel frattempo si armano per mettere in atto un’offensiva fisica nei confronti del partner fedifrago). Ma anche al fatto che intorno ai tradimenti si esprimono sempre moltissimi giudizi, con una facilità d’analisi spesso frettolosa, si attribuiscono responsabilità e colpe in maniera automatica e si trascura quanto, invece, l’argomento sia pernicioso e sfaccettato.

Ma cosa intendiamo per diversi tipi di tradimento? E sono essi, tutti, ugualmente imperdonabili?

1. Tradimento Platonico –> il partner intrattiene una fitta corrispondenza, talvolta intima, con una persona dell’altro sesso, sebbene con essa non abbia mai fatto nulla di fisico. Non è necessario che arrivi a scrivere sconcezze e a inviare porno-selfie, perché ci sia la sensazione di tradimento. Ci si può sentire traditi anche di fronte a una grande complicità, al buongiorno e alla buonanotte inviati all’altro come a noi, alle confidenze, al fatto che il partner sembri comunicare con più piacere con l’altro che non con noi. È sufficiente, in altri termini, che il partner stabilisca un legame di intesa con una terza persona, senza la nostra approvazione (o consapevolezza), per creare in noi i sintomi delle corna.

2. Tradimento Occasionale –>  la sbandata, la scappatella, del tipo che lei non te la dava da 6 mesi ed è arrivata Jessica Rabbit che ti ha circuito e violentato e a un certo punto tu non hai resistito. Oppure che lui ti trascurava da una vita, non ti appagava, non ti faceva sentire sufficientemente donna-donna-donna-con-la-gonna-gonna-gonna e tu hai valutato opportuno indulgere alla avances del collega del terzo piano. Il tradimento occasionale (spesso ritorsivo) succede ed è possibile che la situazione si riproponga giacché il tradimento è un po’ come le droghe: basta rompere il ghiaccio e superare lo scoglio morale iniziale (non credete MAI, anche se a volte ci si crede, al “Non capiterà mai più”). Una simpatica variante del Tradimento Occasionale è il Tradimento Superficiale, ovverosia il “ci siamo solo baciati” che, ammesso e non concesso sia vero, dona un’altra sfumatura ancora e solleva ulteriori quesiti: un bacio è tradimento?

3. Tradimento a Pagamento –> additato dai più come la forma più abietta di infedeltà, con implicazioni morali che conducono dritti all’inferno alla sinistra del Diavolo, in realtà presenta numerosi e sottostimati vantaggi: niente complicazioni, niente coinvolgimento, niente rischi di scleri e, non meno importante, sesso protetto. Semplice evacuazione con gnocca preposta allo scopo di appagare le fantasie del cliente. C’è il consenso tra le parti. C’è una transazione. Con la escort non si manderà i messaggini della buonanotte, né la chiamerà di nascosto dal cesso di casa dei suoceri dopo il pranzo di Natale. Chiaro è che in questo ragionamento non rientrano le donne che sono schiave della prostituzione, che sarebbe ben altro discorso.

4. Tradimento Seriale –> è quello che non ce n’è, per stare con un traditore seriale o devi accettarlo o devi essere tu un/a Inconsapevole Integrale (laddove l’Inconsapevole Integrale altro non è che una figura mitologica di uomo/donna ontologicamente ignaro/a di natura, comportamenti e abitudini del partner). Il Traditore Seriale non cambierà mai, non si limiterà mai, forse solo a volte e comunque con moltissima fatica. No way. Questo tradimento può persino sfiorare la patologia e nessuno, non i figli, non la casa cointestata, né le famiglie, né gli amici, né il Labrador, potrà arginarlo. Può sovrapporsi al tradimento a pagamento ma non è detto, perché talvolta è mosso da un latente e insaziabile bisogno di conferme. Oppure da un’incontenibile passione per il mambo orizzontale,  purtroppo spesso non condivisa abbastanza chiaramente con il partner ufficiale.

5. Tradimento Sentimentale –> una delle peggiori forme di tradimento, in cui non si instaura solo una relazione sessuale con un’altra persona, ma le si offre se stessi, in salsa romantica. Si creano rapporti paralleli che coesistono a fatica, che sono destinati quasi sempre a finire in maniera dolorosa per qualcuno, o per tutti. Questo è IL tradimento tout court, quello per eccellenza, quello che danneggia realmente, materialmente, economicamente ed emotivamente gli astanti coinvolti. Ma 1 volta su 100 finisce anche con un happy ending.

Esistono traditori che sostengono che il tradimento sia una cosa sana, che il segreto delle coppie felici sia praticare sesso extra-coniugale e avere piccole avventure clandestine, che offrono passione e tensione erotiche come in una relazione di lunga durata è facile che non ci siano più. Per tornare a casa, poi, e guardare più serenamente lo sceneggiato (Guerra e Pace, naturalmente) in tv. Alcuni sostengono che l’importante sia solo non farsi scoprire.

Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)
Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)

I traditi, per contro, sostengono che il tradimento faccia male. Sempre. E comunque. Che non importa di che tipo sia. Che chi tradisce viene prima o poi scoperto. O che il partner comunque se ne accorge. I traditi sostengono che il tradimento andrà sempre a ledere qualcosa di molto profondo dentro di noi, che tocca sì l’amore, ma anche il rapporto con noi stessi. Che il tradimento ci investe, interessa tutto il nostro ego e tutta la nostra sfera emotiva, sradicando le presunte certezze di cui avevamo bisogno. Facendoci sentire vulnerabili e feriti proprio dove avremmo voluto, invece, sentirci protetti e forti.

Ora, guardandola dall’esterno, possiamo ipotizzare che il motivo per cui il tradimento ci risulta così insopportabile, oggi come ai tempi di Tolstoj, è la menzogna che esso implica. La presa in giro e la conseguente compromissione del rapporto di fiducia tra i due compagni; ma anche l’impossibilità culturale di concepire una relazione in cui l’esclusiva sessuale non sia necessariamente sinonimo, presupposto e conditio sine qua non dell’amore. La confusione, stringente e innaturale, della monogamia con il sentimento.

Forse (e dico forse) se riuscissimo a evolvere la nostra concezione di relazione amorosa (alcuni ci provano, impostando una “coppia aperta” ma non è una pietanza per tutti i palati, e non è detto comunque che funzioni); se riuscissimo a non pretendere di bastare a un partner per tutta la vita, o a pretendere che ci basti solo lui; se non drammatizzassimo troppo la nostra fallibilità umana; se ci impegnassimo a essere onesti, con noi stessi e con i nostri amanti; se guardassimo quali e quanti ingredienti compongono una relazione, al netto della fedeltà formale sul materasso, e di quante emozioni diverse, è fatta la felicità; se nel sesso leggessimo meno peccato e più libertà, se lo pensassimo come espressione di sentimenti diversi, poliedrici come noi siamo, in quanto creature complesse, se ci evolvessimo al punto di saper amare e sentirci amati affrancandoci dal possesso (reale o apparente), forse il tradimento assumerebbe un valore diverso e meno nocivo, nella nostra emotività.

Dico FORSE non a caso. Poiché, come sempre, lo scarto tra la teoria e la pratica è determinante. E, tra il dire e il fare, io mi sono sempre rivelata una terrona gelosa. Però mi fa riflettere, questa similitudine, tra noi e i protagonisti di un romanzo ambientato più di duecento anni fa.

Attorno a un tema che, ciò va detto, nei secoli non è passato di moda mai.

15 Tipiche Frasi da Maschio

L’amore è un casino, le relazioni dovrebbero essere a pieno diritto inserite tra le discipline olimpioniche e quelli che riescono a farle funzionare davvero, in maniera più sana che malata, dovrebbero essere insigniti di una medaglia al valore. Perché il rapporto tra uomini e donne è complesso, lo è tra gli esseri umani in generale, figurarsi tra due entità formalmente ascritte allo stesso regno animale ma sostanzialmente diverse. E, sia chiaro, questo non vale solo all’inizio delle relazioni, quando è tutto da capire e da vivere, da scoprire e da definire. Dopo è anche più difficile perché, superata la luna di miele, il fomento e l’esaltazione amorosa, la vita va avanti. Gli eventi si compiono e spesso prescindono dal nostro volere. Si cambia, e la sfida diventa restare insieme, attraverso quei cambiamenti. Adattarsi e incastrarsi, sopravvivere, accettare il tedio, reinventarsi, essenzialmente trovare un equilibrio e riuscire a farlo in due.

In questo accidentato ma anche esaltante (…) percorso emotivo, spesso, diciamo e ci sentiamo dire frasi che sono quanto mai rivelatorie del fatto che ehi-forse-no-forse-stai-facendo-un-investimento-emotivo-del-cazzo. Però, insorditi dall’amore (che a quanto pare invalida molti sensi, a parte la vista, per cui ci persuadiamo per esempio del fatto che un primate sia bellissimo), non ce ne rendiamo conto e a fronte di questi sgradevoli input non generiamo il più saggio e auspicabile degli output (ossia “Vai a defecare”).

Facciamo alcuni esempi e mettiamo in chiaro che sì, ok, questo è un blog con una prospettiva femminile ma è assodato che fenomeni del genere si verifichino anche al contrario. Chi di noi non ha mai proferito le celebri formule “Non sei tu, sono io” oppure “Meriti di meglio, qualcuna che riesca a vivere una storia al 100% e io ora non riesco perché purtroppo sono ancora coinvolta dal mio ex tossicodipendente, ricercato, stupratore seriale di babbuini“? Tutte, quindi sì, non è che noi siamo sempre le sante e gli uomini sempre gli infami, sì, sì, lo sappiamo già, grazie, ora possiamo entrare nel dettaglio delle frasi che ci siamo sentite dire? Grazie assai.

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1. Ti voglio bene –> questa va benissimo se avete 16 anni o se a pronunciarla NON è uno per cui state sotto come una miniera di zolfo da quando Natalia Estrada era ancora sposata con Giorgio Mastrota. Attenzione, esiste anche una pericolosa variante che è “Ti sono molto affezionato“, che è a sua volta perfetta se siete un bulldog francese, un canarino, un pesce rosso o un gatto persiano esotico (avete presente quelli buffissimi che pare abbiano sbattuto il muso contro una parete di cemento armato? ecco quelli). No santo cielo, non stiamo dicendo che vogliamo che gli uomini ci dichiarino amore eterno al primo bicchiere di vino. E sì, lo sappiamo, l’amore si dimostra, non si dice. Certo. Tuttavia se stiamo con qualcuno per anni e questo non riesce a dirci che ci ama, la cosa non è che ci faccia strippare di entusiasmo. Specialmente se noi lo guardiamo e ci immaginiamo che faccia avrà da vecchio, quando i nostri figli saranno all’università a studiare, chessò, medicina o ingegneria.

2. Forse mi stai dando troppa importanza –> hai ragione, scusami. Ci frequentiamo, scopiamo, usciamo, parliamo, ridiamo, andiamo al cinema, conosco i tuoi amici e tu conosci i miei, ma sì, hai ragione tu, non vorrei mai ti venisse l’ansia e pensassi che ti sto sopravvalutando, considerandoti un maschio bianco, in età adulta, in salute, capace di intendere e di volere. Perdonami, mi impegnerò a trattarti per quello che sei: un pene con attaccate due braccia e due gambe.

3. Sono fatto così –> questa è la Wish You Were Here delle frasi di merda, l’immancabile, intramontabile evergreen nel quale tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattute. Talvolta può essere seguita da “Sono fatto male, come sono fatto male”. Ricordate di trattenere qualsiasi impulso a esercitare su di lui i frutti del vostro corso di kick-boxing. Voi siete comunque contrarie alla violenza fisica.

4. Ci stiamo solo frequentando –> questa era molto à la page anni addietro. Oggigiorno non c’è nemmeno più bisogno di esplicitare simili concetti, la cui espressione può facilmente essere affidata a quel fertile terreno per le paranoie tra uomo e donna: whatsapp. Le doppie spunte blu senza risposta, in un senso o nell’altro, dicono più di mille parole. Ma anche le spunte grigie, con il tipo (o la tipa) online da ore, che tuttavia non si degna di visualizzare e rispondere. Gli orari di accesso e una serie di altri strategici indizi che ci consentono di dire, attraverso questa digitale forma di comunicazione non verbale: a me, di te, fotte sega.

5. Sto molto bene da solo –> quintessenza del paraculismo, questa frase viene proferita soprattutto all’inizio, sovente accompagnata da locuzioni accessorie, importanti per amplificare e sottolineare il messaggio subliminale (se vuoi si ciula, poi anche ciao) del tipo “È un periodo un po’ così” e “Ho bisogno dei miei spazi“, detta come se i suoi spazi fossero la Polonia e voi foste Hitler nel 1939. Anche nella variante “Ho bisogno dei miei tempi” che, per piacere, non mettetegli prescia al ragazzo, il cuore è come l’intestino: c’è chi ce l’ha pigro, chi ce l’ha lento, c’è chi ha bisogno del bifidus actiregularis e chi soffre di meteorismo sentimentale e ogni volta che apre bocca è come se facesse una scoreggia.

6. Si è scaricata la batteria —> anche questa è stata un must della nostra giovinezza, spesso alternata con “Non c’era campo” ed evolutasi poi in “Ho finito i giga”.  Per carità, non è detto che siano sempre affermazioni false. Ma noi sappiamo quanto vorticoso può diventare il moto centripeto delle nostre ovaie di fronte a simili esternazioni, specialmente se c’era in sospeso un “ci vediamo”, “ti faccio sapere”, “ci aggiorniamo dopo”.

7. È un cesso, non mi piace —> nei casi migliori viene detta su un esemplare random di vagina che piace notoriamente a tutti, ma proprio a tutti tipo la pizza, gnocca superior, di quelle che quando passano per strada trascinano con sé una scia di sguardi ammaliati di uomini che vorrebbero sdraiarle e di donne che vorrebbero rubare loro l’identità. Ma a lui no, a lui non piace. Di faccia è carina ma è cicciona o, nei casi più esilaranti, “è TROPPO MAGRA“. Si tratta dei momenti in cui il maschio crede così fortemente nelle proprie facoltà da decidere arbitrariamente di poterci prendere per il culo. Viceversa, nei casi più macabri, la suddetta frase viene proferita in merito a quella con cui lui si metterà dopo essere stato con voi. Tipo “Ti piace quella, lo so” – “No, non mi piace, è brutta di faccia”, questo finché non si misero insieme e vissero felici e contenti, prima che lui la tradisse, come ha tradito tutte le donne prima di lei e come tradirà tutte quelle che a lei seguiranno.

8. Ti stai facendo un film —> spesso completata dal “sei pazza”, che notoriamente è la prova incontrovertibile del fatto che no, non sei pazza, forse ci stai vedendo giusto.  Se, per caso, arriva a essere aggressivo con versi endecasillabi tipo “Hai rotto il cazzo”, arricchiti dal rinforzativo “è solo un’amica/collega” potete giocarvici le Louboutin. Avete ragione voi.

9. Non sono pronto per una relazione seria —> Povero cucciolo d’uomo. Hai solo 38 anni del resto. Sei piccolo. È giusto. Scusami, non volevo gravare sulla tua già complicatissima esistenza con la mia presenza. Guarda, chiamami quando hai l’esigenza di fare alle tue gonadi ciò che si fa a inizio inverno ai radiatori. Nessun problema. Let’s take it easy. Tranqui, non mi disturberà che domani incontrerai un’altra e ci andrai a convivere e la chiederai in moglie nel giro di 1 mese. Figurati. All the best a entrambi.

10. Non è scattata la scintilla —> e le farfalle nello stomaco le senti? E le campane in testa? E le mezze stagioni esistono ancora? Cosa mi dici, a questo punto, di Venezia? Secondo te, il troppo stroppia? Ma soprattutto: hai 15 anni? O forse non sono abbastanza bella? Mio dio, scusami se non sono Eva Riccobono.

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11. I patti erano chiari —> Certo, lo sapevi. “Io non ti ho mai promesso nulla” (ciò che diceva a letto non conta ovviamente, poiché coitus vincit omnia). Lo sapevi che aveva qualche tipo di handicap. Lo sapevi che non era monogamo, lo sapevi che aveva un’altra relazione, lo sapevi che era un bugiardo fedifrago seriale. Lo sapevi, te lo dice, lui è uno stronzo, non puoi aspettarti che uno stronzo si trasformi in un muffin al cioccolato.

12. La mia ex… —> Qualunque frase che includa “la mia ex”, specialmente se viene fuori al primo appuntamento, è come una sirena dei pompieri in mezzo al traffico: fate largo e lasciatelo andare via.

13. Calmati –> Ok, adesso puoi iniziare a innervosirti sul serio.

14. Stai facendo tutto da sola –> Che già è di per sé una frase di discutibilissimo gusto, nel senso che se stiamo discutendo no, non sto facendo tutto da sola, come minimo mi stai rispondendo e non lo stai facendo in modo appropriato. Tuttavia, non essendoci notoriamente limite al peggio, è facile che essa venga immediatamente integrata da: “Hai il ciclo?“, come se avere il ciclo ti rendesse necessariamente un cerbero a 3 teste con il quale è impossibile intrattenere alcuna forma di civile dialogo. Il ché è parzialmente vero, certo, ma anche quando abbiamo il ciclo viviamo nel mondo, usciamo, lavoriamo, interagiamo con esseri umani terzi. Quindi non è che siccome ho il ciclo, ho sicuramente torto. Esistono discussioni in cui io posso essere mestruata e tu puoi comunque essere un pirla. Questo sia chiaro.

15. Ti amo a modo mio —> Qualcuno ha avuto da ridire su questo punto, sostenendo che si ama per forza a modo proprio. No, babies. Si ama in un modo condiviso, l’amore presuppone un destinatario, una controparte, qualcuno a cui quell’amore deve essere trasmesso, secondo un codice e dei canali che gli siano comprensibili. Si ama nel modo nostro, e nel modo dell’altro. Perché l’amore è un incontro, perché se quell’amore non riusciamo a esprimerlo è un sentimento abortito e storpio,  un esercizio edonistico e narcisistico, è un vezzo stilistico, è retorica, suggestione, masturbazione, quello che ve pare, ma non è amore.

E poi, al netto di queste frasi universali, ognuna di noi ha una sua specifica casistica. Personalmente annovero nel mio album degli orrori sentimentali chicche come “Aspettami ma non aspettarmi” (?), “Devi accettare...” (devo?!) e, dulcis in fundo, “Ti ho messa in panchina”.

…che poi, se hai Maradona in squadra e lo metti in panchina, il problema è che sei proprio un allenatore di merda.

La Terza Fase dell’Amante

Sono andata a cena con una mia amica, una di quelle conosciute in questi anni milanesi che però mi pare di conoscere da una vita, come se avessimo fatto le scuole insieme e ci fossimo raccontate tutto dei primi fidanzatini, anche se – di fatto – non è stato così. È una di quelle amicizie adulte, che per empatia e affinità, ha saputo radicarsi abbastanza, ed è uno di quei rapporti che chiamo ad esempio quando sento dire che l’amicizia tra donne non è possibile.  Fatto sta che la mia amica ha recentemente (e dolorosamente) chiuso una storia clandestina durata più di due anni, infarcita delle solite aspettative dolosamente alimentate e puntualmente disattese. Così, mentre mangiavamo un piatto tipico della tradizione gastronomica meneghina (un veggie-burger) mi è venuto in mente che, dopo aver parlato in passato delle 2 Fasi dell’Amante, fosse giunto il momento di riaprire il controverso argomento e parlare della Terza (ed ultima) Fase dell’Amante, che segna il termine di quegli amori di contrabbando, che non hanno alcun valore legale e alcuna cittadinanza, e che alcune di noi si trovano a vivere. Tema sul quale, non lo nascondo, ho anche una personale e pregressa expertise .

La Terza Fase dell’Amante (TFA, d’ora in poi) è l’atto conclusivo, che non è dato sapere quanto durerà, e consiste in tutto ciò che si verifica dal momento in cui capite che nulla di ciò che EGLI ha promesso si realizzerà: non vivrete mai insieme, non mollerà la moglie o, nei casi più grotteschi, la mollerà per stare con voi, ma poi si metterà con un’altra (sì, succede anche questo).

Sovente accade, inoltre, che tutte queste preziose deduzioni voi dobbiate farle in autonomia, spulciando i suoi account social (che poi bloccherete perché non ne potrete più di avvelenarvi il fegato), in quanto l’Uomo Feccia (UF, d’ora in poi) non avrà la dignità di dirvelo, guardandovi in faccia, o mandandovi un telegramma, o un whatsapp, o una nota audio. L’UF lascerà che siate voi a comprendere e ad agire, perché ha gli attributi con la retromarcia, due minuscole concavità laddove un uomo degno di tal nome dovrebbe averci le palle. E, spesso, interrogato in maniera precisa e chirurgica (Stai con quella?/Stai tornando con lei?), lui negherà. Negherà guardandovi negli occhi, negherà muovendosi su e giù tra le vostre cosce, negherà anche di fronte all’evidenza (dove con “evidenza” si intendono le fotografie pubblicate su Instagram con didascalie tipo “love, lovvissimo, superlove, iperlove” e altre amenità di tale caratura – il giorno che mi fidanzo e inizio a fare lo stesso, per cortesia, defollowatemi in massa).

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Non usiamo edulcorate perifrasi e diciamolo chiaramente: la TFA è una merda e uscirne non è semplice. I principali sintomi che ci consentono di diagnosticare questo stadio della malattia amorosa sono i seguenti:

1. Ammorbamento –> fai un soufflé dei coglioni di tutti i tuoi amici e amiche, raccontando loro quanto faccia schifo lui, quanto sia paradossale e surreale e inconcepibile il modo in cui ti ha presa per il culo, e il modo in cui tu gli hai concesso di farlo. Perché tu ne eri consapevole, naturalmente, ma hai scelto di credergli. Credergli quando ha detto di amarti come mai nessuna nella sua vita, quando ha detto di non volerti perdere mai più, quando ha detto di voler vivere con te, di volerti dare un figlio e prendere una casa più grande, con un terrazzo e una grande libreria, e un giradischi per ascoltare i suoi vinili e, naturalmente, un bel gatto di quelli sontuosi che avrebbe dormito ai piedi del vostro letto, ogni santa notte. I tuoi amici saranno accondiscendenti ma, fondamentalmente, penseranno: “cosa cazzo t’aspettavi da uno così?” (cioè: perché t’aspettavi correttezza da uno che è stato scorretto con la sua compagna?). E c’avranno ragione. Completamente ragione. Quindi passerai allo step successivo.

2. Negazione –> non parlerai più in alcun modo dell’UF. Ti darai ad altri hobby, altre passioni, cambierai le tue abitudini, dopo almeno un paio di mesi passati in uno stato larvale chiusa in casa. E farai finta che non sia esistita questa enorme e devastante parentesi della tua vita. Uscirai con altri uomini e spererai che chiunque tu abbia di fronte non ti faccia domande sul tuo passato sentimentale, che è un passato che non vorresti avere, che è un vissuto che duole, che ti causa imbarazzo, e livore, e vergogna. Probabilmente inizierai un percorso di psicanalisi, ma non è detto.

3. Subconscio –> anche quando tu avrai fatto in modo di eliminare la sua presenza formale dalla tua vita, il tuo cervello continuerà a tenderti tranelli continui. Perché se puoi (con fatica) dominare i pensieri durante la veglia, non puoi farlo nel sonno. E così, proprio come avviene con le più subdole tossicodipendenze, tu continuerai a sognarlo. Sognerai lui. Sognerai sua moglie. Sognerai la nuova tipa. Sognerai di parlarci. Di discuterci. Di farci una lotta nel fango. Di tirartici i capelli. Di spiegarle che è successo perché lo amavi, perché l’hai amato per buona parte della tua vita, perché sei stupida, anche se tutti ti considerano particolarmente intelligente.

4. LoveLeaks –> Sentirai un impulso fortissimo a contattarle e a raccontare loro tutto. A inondarle di screenshot non richiesti, e foto, e prove che dimostrino che non sei pazzah, che non sei una Circe, che non hai circonvenuto un incapace di intendere e di volere. Tutt’altro. Che è stato lui a proporti scenari di vita possibile insieme. E che lui è un UF, che ricicla sempre le stesse idee, le stesse fandonie, le stesse promesse, che finge di mantenere e non mantiene. Che nasconde, che dissimula, che scopa una e poi l’altra, e mente a una, e poi all’altra. E in qualche maniera tutte ci credono, ottenebrate dal potere della Santa Minchia. Ma starai zitta. Perché noi donne in questi casi ci odiamo tra noi, invece che ascoltarci. E lasciamo terreno fertile per le loro rielaborazioni e distorsioni storiche dei fatti. E siamo piene di criminali sentimentali che vagano a piede libero nelle nostre vite, mentre noi non collaboriamo e non condividiamo il nostro know how sul loro livello di pericolosità.

5. Sclero –> In ultimo, avrai voglia di chiamarlo, così, all’improvviso e urlargli a voce che ti fa schifo, che è un essere immondo, che è la peggiore sciagura che ti potesse capitare, che non sai come possa guardarsi allo specchio, e dormire, e ridere, e fumare, e scopare, e mangiare senza che la vita gli vada di traverso. Avrai voglia di dirgli che lo odi, che lo disprezzi, che ha deluso tutte le persone della sua vita, che è un povero fallito, che ti ha rovinato l’esistenza e che odi anche te stessa per averglielo lasciato fare. Ma anche qui, starai zitta, perché ti hanno insegnato che la cosa più intelligente da fare con la merda è tirare lo sciaquone, di certo non impastarci le mani dentro. Perché pensi che passerà, che questa carogna se ne andrà, che prima o poi riuscirai a ripulirti e ad assolverti.

L’unica cosa davvero utile che bisogna fare in caso di TFA è rompere il proprio pattern di pensiero e guardare le cose da fuori. Ed è una roba che dovete fare da sole, che non servirà che vi dicano le vostre amiche, le vostre madri, o le vostre blogger di riferimento. Ciò che dovete fare è pensare che con quell’uomo lì, a dispetto delle suggestioni vaginali che vi annebbiano le facoltà cognitive, al di là dell’amarezza che nutrite hic et nunc, oltre la delusione e il senso di sconfitta che provate e che è normale, ebbene voi con quell’uomo non sareste state felici mai. Avreste vinto una battaglia, ma perso la guerra. Perché gli UF sono investimenti fallimentari, truffe emotive belle e buone, alle quali abbiamo la responsabilità d’esserci prestate, ma dalle quali la sorte ci ha dato la possibilità di salvarci.
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Ed è per questo che quell’altra, che sia la pre-esistente o una new entry, quella che sta con lui adesso, quella che avete soprannominato nelle varianti più creative (da WcNet a Rutto di Satana), quella che state a guardare se sia più bella o più brutta di voi, più giovane o più vecchia, più magra, più grassa, più alta, più simpatica, più intelligente, ecco quella non è una vostra rivale. È solo una disgraziata, una poveretta, una che ha perso in partenza, tradita prima ancora d’essere amata, raggirata da principio da quel genere d’uomo capace di mentire a chiunque, incluso se stesso. È una come voi, che ha la colpa di credere alle menzogne di un UF e che forse avrà il privilegio di non accorgersi mai di quanto pusillanime sia il soggetto che s’è messa accanto. Forse avrà il privilegio di non capire mai che è solo l’ennesima comparsa di una messinscena già nota, sempre uguale a se stessa, con un copione già scritto, con gli stessi viaggi, le stesse canzoni, le stesse battute, le stesse bugie e gli stessi inesorabili fallimenti.

Ma non dovete menargliela, sia chiaro. Auguratevi che siano felici. Auguratevi che siano fatti della stessa materia, così che possano percorrere un lungo tratto di vita insieme. Nella consapevolezza che questo a voi non fa differenza. Perché voi appartenete a un altro genere di essere umano.

E questa è un’evidenza per la quale non ci sono colpe né meriti da attribuire.

È un fatto, che vale oggi e varrà anche domani, quando la rabbia vi sarà passata.

Perché, statene certe, passerà. Ci vorrà tempo, ma passerà.

E, vi prego, non condannatevi. Vogliatevi bene, non dico amarvi alla follia, ma almeno cercate di starvi un po’ simpatiche. E fatevi un detox emotivo. E trovate il modo di venir fuori da questa TFA. E guardate avanti.

E credeteci, che essere single sia un’opzione più dignitosa che avere accanto un UF. Ma anche essere una militante di Comunione e Liberazione, una Scientologist o una che vota Salvini. Tutto è più dignitoso, che avere accanto un UF. Prima non lo sapevate, adesso sì.

E ricordate che, senza un UF che interferisca – in maniera deleteria – con la vostra vita, avrete più possibilità di incrociare e apprezzare un Uomo Normale (UN, d’ora in poi). Non subito, perché dovete prima riabilitarvi da questa dissenteria sentimentale. Ma gli UN probabilmente esistono e probabilmente sanno vivere con coerenza, probabilmente sono emotivamente presenti a se stessi, non completamente egoriferiti e inghiottiti dal proprio sterile narcisismo. Probabilmente non sono solo dei vuoti a perdere, inadeguati alla vita, drammaticamente insicuri e perennemente bisognosi di conferme alla loro puerile vanità.

Probabilmente esistono e sono alla vostra altezza.

A patto che voi scegliate di essere Donne Sane. 

Donne che per sé vogliono il bene. E lo vogliono per davvero.

E succederà così, che un giorno vi sveglierete e vi accorgerete che la TFA è finita.

E che faceva tutto parte di un viaggio, la cui meta non era un uomo mediocre e vile.

Abbiate fede.

The Walking Single

Ho letto un pezzo uscito la settimana scorsa su La27esimaOra del Corriere. Me l’ha segnalato Maria, una mia lettrice, chiedendomi cosa ne pensassi in proposito. L’articolo, scritto molto bene da Antonella Baccaro, parla di come i single vivano alla costante ricerca di una felicità (impossibile), nel falso mito adolescenziale di un “amore vero”, dividendosi in 2 categorie: i bulimici e gli anoressici. Ovverosia: quelli che accumulano relazioni in rapida successione o concomitanza e quelli che preferiscono starsene da soli, che probabilmente sono reduci da traumi infantili relazionali, o hanno ricevuto un’educazione troppo repressiva, e oggi sono nevrotici, compulsivi e hanno guardato tutte le serie di Netflix.

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Scorrendo il pezzo (il suo) ho trovato degli spunti interessanti e delle verità, talvolta amare, che caratterizzano la vita di chi non è parte di una coppia stabile, o ufficiale. Tuttavia, mentre mi addentravo nella lettura, iniziavo a sviluppare una certa perplessità, pur condividendo parte dei contenuti. Ed erano alcune parole, alcuni passaggi, quell’aria un po’ da superquark che provava a spiegare il funzionamento di questi difettati prodotti della società. Fino alla conclusione, nella quale si imputa la disgregazione delle società evolute ai meccanismi psicologici dei single interrotti, che però a volte contagiano anche gli sposati; ma anche all’emancipazione delle donne e al fatto che abbiamo deciso che il matrimonio non è più necessario e non è più il fondamento su cui edificare il nostro mondo (a parte che mi piacerebbe spiegare quanto la società ancora si aspetti che le donne si sposino e procreino, tutte, al punto da indurci un’ansia che voi non potete capire; pertanto forse questo superamento culturale dello sposalizio come status symbol, come viatico per l’accettazione sociale, è più accademico che sostanziale).

Ad ogni modo, ciò che emerge dall’articolo, è che i single sono “invisibili”, “avanzi”, “fantasmi”, “insoddisfatti”, “frustrati”, “insofferenti”, “fragili”, “ossessivi”. Non che ciò sia falso in assoluto, per carità, ma non è che siamo fatti di una materia antropologica differente rispetto agli sposati, non è che quelli non ce le hanno le loro frustrazioni, i loro irrisolti, i loro fallimenti. La differenza è che invece che tenerle per sé e condividerle con un costoso psicanalista, queste robe spesso le scaricano, le proiettano e le introiettano nel nucleo familiare.

Inoltre, se vogliamo provare a ipotizzare cosa ci sia alla base di questa disgregazione sociale, alla crisi dell’istituzione nuziale, più che parlare degli spettri che “vagano nelle coppie”, cioè noi, The Walking Single, proviamo a chiederci se gli adulti di oggi non siano forse cresciuti con un culto dell’ego dopato, all’insegna di un individualismo molto marcato, che rende più difficile praticare quella salubre e indispensabile arte del compromesso, della mediazione, tra due persone che nel 2016 condividono l’audace idea di trascorrere TUTTA LA VITA INSIEME. Possiamo forse parlare di riluttanza all’abnegazione, di instabilità emotiva, di immaturità sentimentale (che in alcuni casi è vera e propria “maleducazione”). Ma questa “deriva”, se vogliamo dare una connotazione di merito negativa a quella che è la metamorfosi dei rapporti sentimentali (enorme e palesemente in atto), interessa tutti, non solo i single.

Ed è così che ho capito cosa mi disturba dell’articolo: il fatto che si parli di “single sposati”, individui “intimamente single” ma formalmente coniugati. E si faccia una specie di minestrone, un cappello semantico sotto il quale far cadere qualunque forma di inettitudine emotiva, qualunque genere di fallimento, qualunque caricatura, semplicismo, banalità, ninfomania, infedeltà, serialità, alienazione o astinenza.

No. Mi spiace.

Se un soggetto (uomo o donna che sia) è sposato, è sposato. Non è single, nemmeno nel suo intimo. Se uno è sposato e non è all’altezza del suo ruolo, e tradisce la moglie o il marito dopo 5 minuti di matrimonio, non è un single. È un partner fedifrago. O stronzo. O indegno. O quello che ve pare. È uno che ha fatto una scelta che non è stato in grado di rispettare. È uno ignorante della propria personalità e della propria emotività. È uno che firma davanti alla legge un contratto di cui non comprende il senso. NON è un single, in alcun modo.

Il numero crescente delle separazioni è una cosa che pertiene il matrimonio, i single lasciateli in pace. Perché con tutte le loro diatribe interiori, e con tutta la loro residuale umanità periferica, i single spesso sono più coraggiosi, più forti e più coerenti di quelli che si sposano intorno ai 30 anni, in batteria, con chi capita, con chi c’è, perché così si fa, con la cerimonia in chiesa che così facciamo felice la mammà, e con la stessa consapevolezza con la quale a 10 anni avevano fatto la Prima Comunione, perché quella era l’età delle prime comunioni (non vale per tutti, naturalmente, ma per molti sì).

E, mi permetto di dire, che tra le fila di quei single “frustrati”, in quel “risvolto poco presentabile della ricerca della felicità”, ci sono persone ricche di argomenti, gagliarde, sveglie, che hanno imparato a stare da sole anche a costo di non avere una stampella sociale, il passe partout per la “normalità”. Poi sì, certo, hanno dei momenti di insoddisfazione o insofferenza. Perché, gli sposati, anche i migliori e i più integerrimi, non ce li hanno? Vogliamo forse imputare al singletudine-come-stato-d’animo (?) la crisi del matrimonio in quanto tale?

A young woman is relaxing on a sofa with a cat

O vogliamo, piuttosto, magari, iniziare a pensare che il format di etero-catto-famiglia è anacronistico e incompatibile con i tempi che viviamo? O vogliamo iniziare pensare che l’estrema sessualizzazione in cui siamo cresciuti, in cui il sesso è un valore fondamentale (e paradossalmente lo pratichiamo sempre meno, single e sposati), rende più insopportabile lo stemperamento della passione e che ciò metta inesorabilmente in discussione la monogamia sessuale, che ancora assumiamo come fondamento teorico imprescindibile della sacra famiglia, come irrinunciabile indice di amore, come espressione del reciproco rispetto? O vogliamo iniziare a renderci conto che i mariti e le mogli tradiscono, che hanno in tasca gli stessi device dei single, che sono iscritti alle stesse app e che anzi hanno dei social network appositi per chi cerca la scappatella, e che inviano foto di peni e seni tanto quanto fanno i single, se non di più? O vogliamo forse supporre che tutti quelli iscritti ad Ashley Madison fossero single in borghese? Dai su. Chiamiamo le cose col loro nome.

Per il resto è vero, i single non sono abbastanza riconosciuti dalla società sebbene, di quella società, siano forse il più contemporaneo e autentico prodotto. E non sono più o meno bravi, più o meno fighi, più o meno disgraziati dei loro coetanei accasati. Sono semplicemente un volto altro della cultura in cui viviamo che, ops, accidenti, non è più quella degli cinquanta. Ma neppure quella degli novanta. Quindi se vogliamo parlare di “società della disgregazione”, dell’instabilità (o fluidità) dei legami, parliamone, ma centriamo il punto.

E i single, questo misterioso nuovo Gender Sentimentale, lasciamoli stare. Perché il mio amico Stefano, che ha 40 anni e vive con due gatte, ed è uno scrittore, e ha un ricco palmarés di amiche with benefits ma nessuna fidanzata, nessuna donna presa in giro, nessuna promessa fatta davanti all’Iddio onnipotente e alla legge italiana, nessuna illusione dolosamente alimentata ai danni di ignara (o presunta tale) partner e/o amante; il mio amico Stefano che è un po’ misantropo, e un po’ cinico, e un po’ disilluso con la speranza latente che sì, quell’amore vero un giorno arrivi anche se forse non arriverà mai, perché poi uno si abitua a essere single, ecco lui è un single. E, del resto, nutrire quella speranza d’amore non è un crimine, né un attestato di demenza e non danneggia nessuno se ogni tanto la nutriamo. Ebbene lui, che è coerente con se stesso, quello è un single. E mi spiace, non è il peggiore uomo che esista in questa società. E mi spiace, non è lui, lo scarto. E non lo sono io. E non lo sono tutte le mie amiche single, che “non sono state scelte da nessuno” probabilmente perché non avevano come obiettivo primario nella vita quello di farsi scegliere. E non hanno nemmeno avuto una tresca con il collega di lavoro un mese prima di sposarsi. E no, nemmeno loro sono il bordo della pizza della società.

Neppure quelle che vivono una relazione dietro l’altra perché sono ossessionate dall’idea di dover per forza trovare qualcuno con cui incastrarsi, perché a star soli un po’ ci si abitua, ma un po’ ci si stanca. Perché a volte ti stanchi di rispondere che non hai nessuna novità, al mondo che non aspetta altro che tu dica che sei fidanzata. Perché a volte hai voglia di essere abbracciata da un uomo, pure dopo il coito. E neppure quelle che decidono di non uscire più dalla loro zona di comfort , perché si son fatte male, neppure quelle che decidono che nella propria vita non c’è più spazio per il compagno di un’altra. Neppure quelle sono gli “avanzi”.

Un single è una persona che risponde a sé, di sé. E la felicità, se vuole, può cercarla quanto a lungo je pare. Forse l’ottimo pezzo della Baccaro avrebbe dovuto parlare di quelle persone che continuano a cercare la felicità, anche quando sulla carta dovrebbero averla già trovata. Nel proprio partner.

Forse sono quelle che conducono alla disgregazione.

Forse i disabili emotivi vanno cercati altrove.

Forse vanno chiamati con il loro nome. Che no, non è quello di “single”.

 

“Cara Cornuta” in arrivo

*Quello che segue è un sintetico estratto di alcune conversazioni che ho avuto negli ultimi mesi, a seguito di domande come: “Beh? Allora? Che ci racconti?”, poste da amici e parenti.

***

E niente, sto scrivendo un ebook.

Ma come un ebook??

Sì sì, ma per me stessa, cioè non per un editore…

Ah…

Sì, è una cosa indipendente, niente di importante…

E che genere è? Qual è il titolo?

Si chiama “Cara Cornuta – Manuale di Sopravvivenza al Tradimento

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] ma è tipo il blog?

Sì e no. E’ più tipo un’operetta di sociologia spiccia che, accanto alla parte manualistica sul management delle corna, si lancia in un’analisi (pure quella spiccia) sul tradimento, sulla fedeltà, sulla monogamia, sulla’amore, sulla sessualità, sull’onestà. Però insomma ho cercato di rendere il tutto leggibile, sai per non ammorbare il prossimo mio…

Ammazza, sembra interessante…di sicuro andrà bene!

Oddio, io mica tanto convinta. Però penso che potrebbe far discutere. Penso che potrebbe aprire un dialogo interessante, quello sì, al femminile e non solo per raccontarci le tecniche depilatorie, o le paturnie sentimentali, o le bizzarrie sessuali del nostro ultimo partner (tutti comunque rispettabilissimi argomenti).

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Penso che “Cara Cornuta” possa aprire un confronto più alto, più lucido e più critico sulla nostra emancipazione, sulla nostra femminilità, sulla consapevolezza che abbiamo di noi stesse, di ciò che siamo e di ciò che vogliamo davvero. Penso che il testo possa dar vita a uno scambio, a una riflessione propriocettiva ed esterocettiva sul nostro ruolo di donne, in senso collettivo, lato, di genere, in senso quasi politico, passami il termine…

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] e quando esce?

Appena riesco a finire tutto, direi entro metà luglio, al massimo…la cover ce l’ho già! Stiamo raffinando gli ultimi dettagli, ma è fichissima! L’ha disegnata una mia amica, che è un’artista, ma un’artista vera di quelle che un giorno puoi vantarti dicendo “io l’ho conosciuta” [che si chiama Elena Borghi, la quale oltre a essere una sopraffina paper designer è pure divertente, acuta, brillante e il bello è che non la sto sviolinando…nel caso vogliate constatare da voi, la trovate qui].

Bene, bene, avvisami quando esce eh…

Sì figurati, lo scriverò urbi et orbi quando sarà disponibile.

Ma dove lo troverò?

Su Amazon, essenzialmente. Volevo metterlo anche sugli altri store digitali, ma non c’ho il tempo, non ci riesco a fare tutto, non ci sto dietro, sto infognatissima, non vado in palestra da quando Fabrizio Frizzi e Rita dalla Chiesa stavano ancora insieme.

Ma comunque tu potresti trovarlo un editore…

Forse sì, ma per ora va bene così. Cioè io non ho bisogno di vedermi stampata in libreria, non che il mio ego non ne trarrebbe indiscusso giovamento, però la cosa che mi interessa di più è essere letta, non essere vista. Mi interessa arrivare alla gente e alla gente preferisco chiedere 3 euro invece di 13. E preferisco farlo da me, in self-publishing.

E’ una scelta giusta nel tuo caso, secondo me, il self-publishing. Ma senti come la metti con la pirateria? Cioè la gente scarica gli ebook, tipo i film, se li passano…

E vabbé, pace all’anima. Ognuno fa come crede. Se la gente lo compra e premia le nottate che ho passato a scriverlo, sono contenta. Se la gente lo scarica, ci inciampa, lo trova stampato in una fogna di Calcutta e se lo legge, e trova di pagina in pagina un motivo per arrivare alla fine, per me va comunque bene. Anche se naturalmente quelli che lo compreranno li apprezzerò molto di più.

E quanto è lungo?

Sono circa 60 pagine word…

Sarà una scrittura all’uso tuo…ci andrai giù pesante…

No, non ci vado giù particolarmente pesante. E’ un testo con delle finalità costruttive, di base.

E mercato ce n’è…

Diciamo che è un argomento controverso e spinoso, ma sensibile per molti.

Ma non hai paura dei giudizi?

Vengo giudicata costantemente per qualsiasi aspetto della mia personalità, del mio aspetto, della mia storia e della mia vita. Stronza, zoccola, cessa, pezzente, terrona, cinica, complicata, spigolosa. Che sarò giudicata, per questo ebook come per tutto il resto, lo metto in conto. Metto in conto che qualcuno mi insulterà. Metto in conto che qualcuno dirà che quelle pagine sono solo monnezza e che avrei potuto anche dormire la notte invece che scriverle. Metto in conto che il tema non susciterà simpatia e che se avessi parlato di cellulite invece che di corna avrei incontrato un plauso più trasversale. Ma penso che alle donne servano più queste riflessioni che quelle sui loro fastidiosi inestetismi cutanei. E io l’ho scritto così, Cara Cornuta, da donna a donna, come faccio sempre su questo blog, da anni. Questo sì, questo nell’ebook è proprio uguale al blog.

E in quanto tempo l’hai scritto?

Tre mesi, circa. Negli avanzi di tempo, di notte, alienandomi nei weekend.

Ma sei contenta?

Sono a pezzi, ma Sì, sono contenta.

Nessuno si salva da solo

La prima volta che sono andata al cinema a vedere un film di Sergio Castellitto tratto da un romanzo di sua moglie Margaret Mazzantini (che non capisco mai se sia un tripudio di autoreferenzialità di coppia, oppure un buon esempio di ottimizzazione familiare), avevo 18 anni.

Ci andai con Frecciagrossa, il Frecciagrossa ante-outing, che forse mi dava dei chiari segnali di omosessualità latente accompagnandomi a vedere Non ti Muovere al cinema, ma io non ci badavo di sicuro (gli eterosessuali in quegli anni al massimo ti accompagnavano a vedere The Blair Witch Project, per intenderci, o, se erano nerd, Il Signore degli Anelli).

Io e Frecciagrossa, bellissimi e 18enni, al Cinema Ariston di Taranto. Penelope Cruz è straordinaria. La vicenda è stracciamutande. Un Senso di Vasco Rossi nella colonna sonora. Inizio a piangere a metà del primo tempo e smetto sui titoli di coda. Frecciagrossa non guarda il film. Frecciagrossa guarda me che singhiozzo, ride e mi cogliona alacremente. Fine.

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Uscii dal cinema innamorata, perché mi succede così quando un film mi piace davvero. Sono fuori dalla sala e continuo a pensarci, come dopo un appuntamento andato bene. Lo ripercorro, mi soffermo sui momenti che mi hanno emozionata o divertita o colpita di più, e poi lo guardo nel complesso, riprovo la sensazione generale che la storia mi ha dato, e mi compiaccio.

E, a esser franca, nutrivo la segreta speranza di poter passare almeno 1 ora a piangere come una disgraziata, protetta dal buio della sala cinematografica, deglutendo, tirando su col naso piano, lasciando cadere le prime lacrime con noncuranza, tenendo la faccia tutta tesa per non deformarla, per negare la commozione. E poi, finalmente, in un crescendo di disperazione narrativa, superato l’imbarazzo di fare una cosa così intima come piangere in mezzo a un crogiuolo di estranei, lasciarmi andare. Liberarmi. Ottenere la mia fottuta catarsi filmica.

E invece, la catarsi non c’è stata. O, per lo meno, non c’è stata quanto l’avrei voluta, che è un po’ come quando vai al cesso ed evacui poco e duro. Sì, hai evacuato, ma non è che ti puoi dire soddisfatta e pacificata con il tuo intestino. Ecco, mi è successa una cosa del genere.

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Perché, a onor del vero, Nessuno Si Salva Da Solo non è un brutto film, ma non è nemmeno un bel film. E’ un film che ti emoziona, ma per poco. Quasi mai illuminante. Ti lascia una specie di retrogusto amaro, o forse dolce, non si capisce. Hai un pot pourrì di stati d’animo, di scleri, di nostalgie.

[Gnente, sto periodo mi capita sta cosa di aver voglia di parlare dei film che vedo e pertanto d’ora in avanti potete pure non leggere, andare su maimuvis e approfondire con le recensioni quelle vere, mentre io proseguo sbrodolando le mie fondamentali opinioni su perché questo film non è brutto e perché non è bello]

Non è un brutto film perché ha alcune cose buone. Ha Jasmine Trinca che è meravigliosa, e brava. Perché Scamarcio, così, un po’ consumato, invecchiato, con l’occhio vitreo e l’aria maledetta, non è certo sgradevole.

Non è un brutto film perché in alcuni momenti è estremamente realistico e crudo. Perché in un passaggio è estremamente erotico (in pochi secondi batte 2 ore di 50 sfumature).

Non è un brutto film perché Nessuno Si Salva Da Solo nasce da un buon intento, parzialmente compiuto: raccontare qualcosa di verosimile e farlo con una dose necessaria e sufficiente di franchezza.

Non è un bel film, tuttavia, perché nonostante alcuni ingredienti giusti, il complesso non s’amalgama a sufficienza. L’emotività dello spettatore viene agganciata a intermittenza, in un continuo andirivieni tra passato e presente che, più che essere un espediente narrativo, limita lo sviluppo empatico nei confronti della vicenda. Come quando sei a letto con uno che soffre di eiaculazione precoce e proprio quando sta iniziando a piacerti e fai un gemito, quello rallenta, se no viene.

Non è un bel film perché s’affronta un tema dolorosissimo come la metamorfosi e la morte (apparente) di un amore, mentre sullo sfondo s’avvicenda un carosello improbabile di personaggi caricaturali: la nonna materna vecchia zoccola e alcolizzata, la nonna paterna che si fuma le canne, il nonno paterno ultra-coatto, il figlio finocchio (perché è giusto infilarci una fetta di omosessualità nel frullato di stereotipi), ma soprattutto [sto per spoilerare una cosa imprevedibilissima] la tipa con cui lui tradisce lei, che vi prego, pare un ibrido tra Meg Ryan e Irene Grandi, saltata fuori dal catalogo di H&M Bielorussia. Questo per non dimenticare il personaggio di Roberto Vecchioni, che io dico va bene tutto ma solo io avrei pensato “Cazzo vuole sto vecchio?”, che poi cosa c’entra il suo cancro, infilato alla cazzo, tanto per rendere la situazione un po’ più tragica in salsa radical chic. Il tutto mentre i personaggi principali avrebbero potuto essere naturalmente caratterizzati meglio, invece che risultare tipo così: la solita complessata-psicotica-anoressica-maniaca dell’ordine-fissata con gli acari-incline alla depressione incontra il solito belloccio-simpatico-stronzetto-un po’ volgare, a cui senza dubbio la si darebbe con scarsa esitazione. Solito schema del grande amore che poi implode nella noia coniugale, nelle incompatibilità caratteriali, nelle promesse non mantenute, nel calo del desiderio sessuale. Fino al punto di non ritorno: il disprezzo, la capacità di vedere soltanto ciò che dell’altro odiamo. Salvo poi accorgersi, dopo averlo perso, di amarlo ancora. Anche quando si dice di non amarlo più.

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Insomma, se c’è qualcosa da salvare davvero in questa ambiziosa polpettata esistenzial-vaginale sull’amore, è l’idea che l’amore in verità non finisca, che semplicemente cambi forma. E quando questo accade, quando quella forma cambia, non si deve odiare l’altro, perché è fisiologico, normale, endemico della vita, il cambiamento. Che bisogna affrontarlo, accettarlo.

E ricordare tutto ciò che ci fa appartenere all’altra persona.

E tutto ciò che fa sì che l’altra persona appartenga a noi.

E che quando due persone s’appartengono, questo sì, è inesauribile.

Lo diceva pure Ambra Angiolini.