Disagio con l’Amore

Ci sono dei momenti in cui il mio compagno mi guarda con una tale intensità che mi fa male. Non c’è niente di truce o violento nei suoi occhi, al contrario. Le pupille gli si rivestono di una patina lucida di emozione, e mi fissa, dicendomi duemila cose, senza parlare. Nessuno mi ha mai guardata in quel modo. Per carità, mi hanno guardata in molti modi, alcuni brutti e altri decisamente più gratificanti. Ma nessuno ha mai posato su di me uno sguardo così pieno di fiducia, di entusiasmo, di curiosità, di passione. Nessuno ha saputo dirmi cose così importanti, così chiaramente, solo guardandomi.

Il mio compagno è un uomo intenso. Si commuove. Insomma, gli ho visto scivolare lacrime sulle guance innumerevoli volte, in questo lunghissimo anno. Sto insieme a un uomo che piange e non potete capire quanto sia figo. Pensate un attimo al fardello machista col quale molti uomini in circolazione sono cresciuti. L’uomo deve puzzare. L’uomo non deve chiedere mai. Quando passa per la strada le donne devono sbattere le persiane e urlargli che è un “Egoiste!”. Figurati se possono manifestare delle emozioni, figurati se possono avere pubbliche debolezze. Ecco, scegliere un uomo capace di piangere è un atto di profonda intelligenza perché vuol dire, più semplicemente, scegliere un essere umano più consapevole e più pacificato con la propria dimensione emotiva. Certo, è possibile che questo comporti altri fenomeni, come per esempio che pure loro accusano i sintomi della sindrome premestruale pur non avendo le ovaie, ma non importa.  

Quando il mio compagno vive i suoi momenti così, reagisco in maniera diversa, ma sempre benevola. A volte, gli faccio una carezza e gli dico che è proprio una pussy. A volte, mi commuovo pure io. A volte, lo stringo e basta, lo accolgo, lo includo, lo proteggo, lo rassicuro. In quei momenti, quando abbiamo l’anima nuda e ce la tocchiamo, e ce la scrutiamo con attenzione, provo una sensazione di completezza che mi causa sgomento. Spesso, ansia. Penso cose terribili, ho paura che possa finire, per nostra inefficienza o per qualche sciagura della vita. O per la vita stessa, che pialla e livella gli amori, che affonda le grandi storie nel tedio coniugale, che lascia implodere i desideri sotto il peso delle responsabilità. Insomma, ci sono delle volte in cui mi guarda e in cui mi accorgo che devo immortalarlo. Mi fermo e lo osservo. Gli occhi, la barba, la posizione, il sorriso, la forma che gli prende la bocca quando è rapito,  la luce che entra dalla finestra, i nostri corpi – spesso nudi – nello stesso spazio. So che è un momento di grazia assoluta, e che questo – come tutti i momenti della storia – non sarà eterno.

Cosa può rovinarci? mi chiedo spesso. Ne ho vissute e viste un sacco di storie, rovinate. Nate male e trascinate peggio, prima sane e poi avariate strada facendo. Strappate, interrotte, sradicate dalle fondamenta dell’anima, dimenticate e rinnegate. Insomma, sono molto a disagio con l’amore, con questo fatto di praticarlo e sentirlo. Sono anche molto affaticata dal mantenimento dell’amore. Sì, insomma: la maturità, l’ascolto, l’empatia, la spontaneità, la diplomazia, la dedizione, la pazienza, la fiducia, la pienezza e il maledetto impegno che le relazioni richiedono. Così mi chiedo cosa possa rovinarci. Lo faccio spesso, ma provo a farlo il meno possibile. 

Cosa può rovinarci? Come riuscirò a strapparti quella maledetta esaltazione dalla faccia? Quando mi inventerò una trovata geniale per deluderti? Oppure, più semplicemente, mi limiterò a triturarti lentamente e sadicamente i coglioni per ogni giorno che trascorreremo insieme nella nostra vita? E tu inizierai a non ascoltarmi e ad alzare gli occhi al cielo ogni volta che aprirò bocca? Quando inizierò a odiarti? Mi sbufferai in faccia? Quando finirò per essere infastidita dalla tua mano che si posa sul mio corpo? Quando conoscerai una che ti piacerà più di me? Una che semplicemente non sarà me e quindi ti piacerà più di me? Come reagirò quando lo capirò? Sarò intelligente o sarò cretina? Ti ricorderò cosa c’è di bello in noi, o ti spingerò tra le braccia di lei (o di lui, che non si può mai sapere)? Ti parlerò sempre? Avrai sempre voglia di ascoltarmi? Avrò sempre la pazienza di ascoltarti? Sarò disposta a capire le tue ragioni? Litigheremo mai per i soldi? Mi vieterai mai di fare qualcosa? Ti vieterò mai di fare qualcosa? Con chi mi tradirai? Sarà più giovane o più vecchia di me? Con chi ti tradirò? Quando? Siamo davvero così intelligenti come pensiamo, da salvarci? Saremo felici, dopo esserci salvati dalle rispettive tentazioni? Ci parleremo apertamente? Ci faremo male? Tutti quei vestiti, quegli elettrodomestici e quei libri che stiamo mischiando, dovremo dividerli tra qualche tempo? È casa mia, questa? È il mio approdo? Oppure stiamo solo temporeggiando, ingannando la vita, procrastinando? Diventeremo mai adulti? Sapremo farlo restando noi stessi? Scoperemo sempre in questo modo, o finiremo per annoiarci come tutti? Ingrasserò? Ti impigrirai? Cosa ti inventerai, per ferirmi? Ti considererò mai una zavorra? Diventerò mai una stronza supponente e ingrata? Lo sono già? Ti sentirai mai sopraffatto da me? E da te? Riuscirai a governare il tuo narcisismo e la tua insicurezza? Avrò mai voglia di andare a letto con un altro uomo? Te lo dirò? Lo farò di nascosto? Mi mancherai? Che effetto mi faranno le mani di un altro addosso? Che effetto ti farà la bocca di una che non ti conosce? Sapremo davvero rispettarci?

Me lo chiedo spesso, ma provo a chiedermelo il meno possibile perché metti poi che quelle minchiate sulle profezie auto-avveranti son vere…

Gelosia e PsychoMilf

Mi piacerebbe essere una persona migliore e dirvi che non sono affatto gelosa, che per me le persone affatto gelose sono privilegiate, sono esseri umani superiori, come quelli che mangiano e non ingrassano, come quelli che hanno pochi peli, come quelli che ogni sera riescono ad addormentarsi entro la mezzanotte.

Ciò che posso dirvi, piuttosto, è che la mia gelosia è migliorata, che ci ho lavorato, che sono cresciuta, che sono più consapevole e più sicura di me. Il ché, per carità, è vero. Non sono più una di quelle che guardano il telefono, che scippano le password, che si infiltrano negli account altrui, che passano con la macchina a controllare che il tipo sia dove dice di essere. Non faccio più interrogatori col faro puntato in faccia, non conosco più vita-morte-e-miracoli di qualunque donna interagisca col mio compagno; non mi succede più, ogni volta che non mi risponde per mezz’ora, di pensare che stia facendo un ripasso del kamasutra con un’altra. Un’altra qualsiasi. Una ventenne senza rughe, una 50enne con le labbra rifatte, una 30enne di quelle secche e stilose che lo seduca parlandogli dell’ultimo aggiornamento software che ha fatto.

Insomma, queste cose non mi capitano più. O meglio, quando capitano, riesco a governarle prontamente. Ripasso mentalmente i comandamenti dell’antigelosia e mi calmo:

  1. La gelosia non ha nulla a che fare con l’amore
  2. La gelosia è solo sintomo di insicurezza
  3. La gelosia è il modo migliore per indurre al tradimento
  4. La gelosia è una roba che ti rende repellente
  5. Se ci pensi, sei figa, non hai motivo di sentirti tanto insicura
  6. Se ci pensi, lui non ti dà ragione di dubitare della sua sincerità
  7. Se ci pensi, non è giusto rompergli i coglioni a causa dei tuoi traumi pregressi
  8. Se ci pensi, siete felici e scopate un sacco
  9. Se ci pensi, è un uomo intelligente, non trattarlo da coglione
  10. Se ci pensi, anche lui potrebbe pensare le stesse identiche cose di te (questa vale soprattutto per “Ma lui ha tradito la sua ex”. Perché, tu sei sempre stata Santa Maria Goretti?)

Di solito, di fronte a questi 10 comandamenti, la micro-crisi di gelosia rientra. Che poi, a voler essere pignoli, uno dovrebbe precisare che esistono tanti tipi di gelosia, mica una sola. E che non è neppure del tutto vero che la gelosia è imputabile alla sola carenza di autostima, perché francamente una può pure averci un’autostima discreta, ma certe volte le cose si incasinano e basta, va bene che sei figa ma il mondo è pieno di donne più fighe e più interessanti di te,  questo è giusto ricordarlo sempre, e di uomini più fighi e più interessanti del tuo partner, e nessuno di noi è naturalmente monogamo, e allora cosa vieta che quello inciampi in un’altra? E che si può fare quando ne trova una che, semplicemente, gli piace e lo attizza più di te? O che semplicemente, se tu sei imbattibile, rappresenti per lui la succulenta tentazione della novità? Un cazzo, te lo dico io, non si può fare un cazzo, a parte sperare che lui ci ami con entrambe le sue parti anatomiche rilevanti (cervello e uccello) e che faccia il possibile per non ferirci troppo. E quindi insomma, esiste pur sempre un irriducibile margine di feroce casualità nel tradimento, e di imponderabile irrazionalità nella gelosia. Possiamo consolarci pensando che, in fondo, lui corre lo stesso identico rischio, e che tutto sommato è una scommessa per entrambi. Ed è giusto così. Ma la gelosia è un tema assai complesso e assai caro per me, potrei tenervi qui per ore e non mi sembra il caso, piuttosto ne riparleremo in futuro. Per ora, invece, vorrei raccontarvi una roba che m’è successa, a proposito di gelosia e che è stata altamente formativa, perché va bene non essere gelosi, ma va bene pure essere bene attenti al partner.

La settimana scorsa io e il mio Cavaliere dello Zodiaco veniamo invitati a cena da una coppia di suoi conoscenti, su una terrazza, fuori Milano. Figata, penso tra me e me. Arriviamo e scopro che a cena siamo in sette. Gli altri hanno 50 anni. Il mio compagno ne ha 40. Io ne ho 30 (32, per l’esattezza, ma vi sto dicendo le fasce anagrafiche, tipo l’Istat). A parte noi, un’altra coppia e 3 single, divisi tra 2 donne e un uomo. Le due single 50enni sono molto diverse tra loro e naturalmente la mia attenzione viene rapita da quella che chiameremo d’ora in avanti PsychoMilf: milanesissima, capelli rossi, ossa lunghe e forme longilinee da adolescente. Tette sode opera di molta palestra o di un buon chirurgo. O di entrambi. Bisogno disperato di essere al centro dell’attenzione.

Nel corso della serata mi hanno colpita alcune delle sue dissertazioni, come per esempio: “Nelle serie tv si parla ovunque di droga, sembra quasi istigazione!” – “Beh credo che anche nella realtà si consumi molta droga”, rispondo. “Sì ma prendi Narcos! La parola cocaina viene ripetuta non so quante volte!“, mi fa e io a quel punto rinuncio a risponderle perché altrimenti dovrei segnalarle che Narcos racconta la storia di Pablo Escobar, e dunque è abbastanza ovvio che si parli di cocaina. Che se fosse stata una serie su Mozart si sarebbe parlato di pianoforte, insomma.

Mentre ciò accadeva, il mio compagno, che ha una tendenza innata a flirtare con chiunque, ma soprattutto con le sciure, nel senso che l’ho proprio visto sedurre mia madre e mia zia e ho capito tutto, si lasciava scappare cenni di approvazione verso la PsychoMilf. Cose tipo sorridere alle sue battute, oppure dirle “Grande!” dopo un suo commento. Ora, io so che diceva “Grande!” nello stesso identico modo in cui lo avrebbe detto al mio amico Ruggiero di Taranto, ma il problema è che aveva di fronte una PsychoMilf e non il mio amico. E c’era una considerevole differenza.

La serata è andata avanti snocciolando perle straordinarie, col provincialismo qualunquista di chi vuole suonare mondano, che riassumerei più o meno così: “Non so se avete mai sentito parlare del mio amico Fleming, che suonava con mio marito, che rullava le canne a occhi chiusi mentre guidava a 180km/h a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile tornare da Courmayeur, perché noi eravamo giovani e rock, mentre i ragazzi di oggi guarda, a proposito io mi sono sempre piaciuta molto, piaccio anche agli amici di mio figlio guarda, io non capisco cosa ci trovino in una signora come me, sì sì, abito in Area C, certo, però vado spesso in vacanza a Bali, sono così belle lì le persone guarda, così educate, così disponibili, sapessi, pure i bambini che ti portano le valige. E poi ogni anno incontro il mio caro amico ambasciatore del Burkina Fasu, ma sai che lì sono più organizzati di noi? In Italia bisognerebbe reintrodurre il servizio militare, perché era molto utile per mescolare i ragazzi del nord e quelli del sud…comunque io a-d-o-r-o Nina Zilli”. 

Eccetera.

Ecco, in mezzo a questa delirante overdose di parole, gli altri commensali erano persone gradevoli e simpatiche. Abbiamo mangiato, abbiamo bevuto vino, abbiamo rollato un paio di canne (i cinquantenni di oggi non sono più i cinquantenni di una volta), e abbiamo continuato a parlare, e a ridere. A un certo punto, mi alzo per andare a urinare nelle sedi appropriate, torno in terrazza e assisto alla scena della PsychoMilf intenta a mostrare al mio compagno un tatuaggio sull’avambraccio, che si era fatta di recente. Mi avvicino mentre lei gli srotola sette metri di arto superiore sul tavolo e due delle sue dita piene di anelli, distrattamente, sfiorano una coscia di lui, sul jeans. Il tutto, ammorbandolo sulle turbe psichiche del designer che le aveva fatto il disegno del tatuaggio.

Conservo quello che a me sembrerebbe un invidiabile contegno (perlomeno per i miei standard), mi avvicino, estraggo una sigaretta dalla borsa, prendo l’accendino e mi allontano sul terrazzo. Lui mi segue, senza che glielo chieda, assecondando quel salvifico istinto di sopravvivenza maschile, tanto prezioso per il funzionamento delle relazioni. Quando siamo appartati a sufficienza mi chiede cosa succeda, gli dico niente, insiste, gli dico qualcosa di acido, non capisce, sono nervosa, si mette sulla difensiva, lo bacio, sorride. Gli dico che mi piacerebbe poter fare la prossima pipì senza temere di tornare in terrazza e trovargli la PsychoMilf in braccio. La chiamo proprio così: PsychoMilf. Lui ride, dice che non capisce. Gli faccio notare che forse anche a lui darebbe fastidio tornare dal cesso e vedere la mia mano sulla coscia di un altro. Ce la fa. Capisce. I neuroni si connettono. Evviva. Dice che non aveva capito un cazzo e aggiunge che non ne poteva più di quelle pugnette sul designer che le ha fatto quel tatuaggio che comunque fa cagare (effettivamente, faceva cagare). Dice che quando sono tornata ha pensato che fossi FINALMENTE arrivata a salvarlo. Ci baciamo ancora, con la lingua, come i teen-ager. D’altra parte, rispetto al resto dei commensali, lo siamo. Nel complesso, tutta la scena, che la PsychoMilf osservava, è stata la risposta più chiara alla sua intraprendenza: non una coppia che s’allontana e parla fitto fitto e litiga tentando di mantenere il decoro. Al contrario, una coppia che si allontana, e parla, e ride, e si bacia. Da quel momento in poi, passiamo il resto della serata a parlare con l’altra metà del tavolo; la PsychoMilf si dedica, a quel punto, finalmente, al single 50enne che era di sua competenza. Quando andiamo via, ci chiede come possiamo fare per restare in contatto. Lo chiede a lui, notare bene, non a me. Lui glissa e me la sbologna. Le do i miei contatti, la saluto caramente e vado via. Non accetterò la sua richiesta di amicizia per ovvie ragioni.

Tornando a casa, penso che tutto sommato l’ho gestita bene. Che non ce l’ho con la PsychoMilf, che mica era stata tutta un’iniziativa sua. Che pure lui doveva aver ammiccato a sua insaputa (io lo faccio spesso, ammicco e non sempre ne sono cosciente). Ho pensato che se il mio compagno avesse incontrato la PsychoMilf quando era single, le cose sarebbero andate in maniera diversa: avrebbero parlato tutta la sera, lei avrebbe progressivamente aumentato il contatto corporeo, avrebbero flirtato, avrebbero bevuto, lei avrebbe pensato che un bel ragazzo di 40 anni era proprio ciò che le ci voleva, lui avrebbe pensato che era vecchia ma tutto sommato scopabile, sarebbero andati via insieme, avrebbero forse valutato di fermarsi a bere una cosa in un altro locale strada facendo, e poi avrebbero diviso un taxi, e avrebbero limonato sotto casa di uno o dell’altra, e avrebbero scopato, e sarebbe stata una scopata mediocre dopo troppe bottiglie di vino bevute. Sarebbe andata così, perché quando si è single va così. Perché così si fa, quando non si ha niente da perdere: si beve per scopare, si scopano sconosciuti, si viene senza intimità e a volte senza neppure vera attrazione. Non è sempre così, ma spesso è così. E quando ci ripensiamo, racimoliamo ricordi di performance che avremmo preferito risparmiarci.

In tutto questo, avrei voluto dire alla signora PsychoMilf che io sono stata single per un milione di anni, e sono andata a milioni di cene, feste, matrimoni, compleanni, eventi in cui ero da sola, seduta a capotavola, proprio come lei l’altra sera. So benissimo com’è essere single, ne conosco il bello e il brutto, è una condizione esistenziale che ho letteralmente perlustrato per un lungo periodo della mia vita, parlandone ampiamente con altre donne single di ogni provenienza ed età. D’altra parte, so altrettanto bene come si provocano gli uomini altrui, poiché l’ho fatto, e so anche per quali ragioni si fa.

Mi creda, signora PsychoMilf, ammiro il fatto che lei non sia lì a occuparsi della menopausa ma lotti con tutta se stessa per restare giovane, desiderabile, competitiva. Ammiro la sua dedizione alla causa, che non so se avrei in egual misura e, le giuro, non c’è sarcasmo nelle mie parole. Al suo posto forse farei altrettanto, in un modo diverso. Probabilmente avrebbe potuto starmi molto simpatica, avrei potuto raccogliere le sue confidenze, e confrontare le mie opinioni da 30enne con le sue da 50enne, come spesso mi capita di fare con le donne, indifferentemente più adulte o più giovani di me. Solo che purtroppo, io questo compagno l’ho aspettato a lungo, e al momento mi sembra abbastanza giusto per me, e io ero convinta che non potesse esistere qualcuno giusto per me, qualunque cosa significhi esattamente. Insomma, se quel fesso flirta e non lo sa, se è così narcisista da non accorgersi che tra un po’ lei gli si spalma addosso come una noce di burro sulla fetta biscottata, se è così vanesio da cadere dal pero quando gli faccio notare che tra un po’ era seduto più vicino a lei che vicino a me, io cosa posso farci? Di base, poi, appena gliel’ho fatto notare, si è fidato, mica m’ha dato della pazza visionaria. Non l’ha più cagata di pezza e ha chiarito senza dubbio la sua posizione, dandole praticamente le spalle per il resto del tempo e lei lo scuserà se è stato scortese, mi creda, di solito non lo è, è solo che si è fidato di quel che gli ho detto.

Davvero signora, è un ottimo compagno, ma è uomo, è umano e non è perfetto. E non lo so cosa sarebbe accaduto se quella sera io non ci fossi stata, e non mi interessa, nel senso che non è quello il punto. Il punto è che c’ero, e se ci sono, le mani lei se le tiene in tasca, sul tavolo, in borsa, dove meglio preferisce, ma non sulle cosce del mio compagno. E poi sa, signora PsychoMilf, pure a lui è capitato di vedermi flirtare. Anche in quel caso, dopo, ne abbiamo riso. Siamo fatti così, in questo equilibrio qua, simili e fin troppo trasparenti con l’altro, ma mi sembra che ci amiamo molto, e allora quando io vedo le sue nocche dove non dovrebbero essere, non posso farci nulla, mi sale il crimine, viene fuori la nera del ghetto, mi trasformo in Stella from the blocks, chiamo in causa le mie radici di Taranto Vecchia, non so dirle cosa succeda esattamente, ma io la guardo e penso solo: LEVATI DAL CAZZO. ORA.

Non so se possa capirmi, signora PsychoMilf, ma è una cosa strana quella che provo, a metà tra l’istinto primitivo della difesa e la cura e la delicatezza della protezione. È che di questo rapporto proprio mi interessa, e dunque ci sto attenta. E non potrò proteggerlo per sempre, e non potrò proteggerlo da tutto, e non è neppure ciò che intendo fare h24, tutti i giorni della mia vita, presidiare con attenzione felina la mia relazione. Mi fido della mia relazione. Ciononostante, lei si levi cortesemente dal cazzo.

Poi, il giorno che diventiamo una coppia aperta, le facciamo sapere.

E meno male che comunque non sono più così tanto gelosa.

La Quarta Fase dell’Amante

Quando sei stata un’Amante Veterana, cioè sei passata per Le 2 Fasi dell’Amante, e poi per la Terza, e hai finalmente raggiunto la Quarta e ultima fase, che poi è un attestato che consegui a vita, una specie di laurea ad honorem in Merda Sentimentale, e ti trovi a parlare con le Matricole,  quelle cioè che per la prima volta nella loro vita si misurano con la discutibile posizione di essere “l’altra”, provi a dar loro tutti gli strumenti in tuo possesso, affinché si traggano in salvo prima che lo tsunami di fogna le travolga.

Tuttavia, poiché generalmente la cosa più utile che si fa con i consigli è ignorarli, si tratta spesso di un dispendio di energie fine a se stesso, un po’ come quando hai avvistato l’Iceberg e urli al Titanic di virare, “VIRA, TUTTO A BABORDOOOO”. Ma sappiamo benissimo qual è stato poi il destino dell’inaffondabile transatlantico. Resta il fatto che noi, che siamo qui di vedetta e guardiamo le nostre colleghe inciampare una dopo l’altra negli stessi errori che abbiamo commesso noi, per i quali adesso abbiamo un gigantesco MAI PIÙ tatuato nell’anima, noi che ormai decliniamo le avances degli uomini impegnati con la stessa scrupolosa cura con la quale eviteremmo di contrarre la lebbra, non possiamo fare altro che mettere il nostro know how a disposizione delle più inesperte reclute della battaglia amorosa.

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1. Il fatto che lui non ti abbia mai parlato di “avere una tipa” (dove tipa può significare qualunque figura femminile compresa tra un campionario di trombamiche e la moglie con la quale ha procreato una squadra di rugby) non significa che quella tipa non esista. Chiedere è lecito. Domanda esplicita, diretta, secca. La formula che io uso generalmente è “Sei sposato/fidanzato/convivente/padre/single-del-genere-non-mi-avrete-mai?”. Questo perché gli uomini appetibili, single e intenzionati ad avere una relazione, lo abbiamo detto diverse volte ormai, sono frequenti e facili da esperire quanto l’aurora boreale.

2. Ti dice che no. Non c’è nessuna. O meglio, niente di serio. Molta, molta attenzione a quel “niente di serio” perché la storia ci insegna che per ogni uomo che vive “niente di serio” con una donna, esiste una donna che fa progetti nuziali, immobiliari e genetici con lui. Oppure una ex con cui è in pausa di riflessione, che ci spera ancora un casino, che è la migliore amica di sua sorella, che sua madre la chiama per nome e con la quale lui – con buona approssimazione – si vede ancora. Non dico che dobbiate licenziarlo immediatamente, non siate la Gestapo dell’Amore, la vita di nessuno è realmente il deserto dei tartari, dai su, non pretendiamo l’assurdo, neppure la vostra lo è. Però ecco, non prendiamo per oro colato tutto. Una volta che abbiamo posto la domanda (punto 1), proviamo a capire se la risposta è sincera. Teniamo alta la guardia. Non viviamo nel mondo dei folletti e dei minipony. La gente mente. Lo fanno gli uomini e lo facciamo pure noi donne. Non dobbiamo approcciarci al mondo con radicale sfiducia, ma neppure credere al Mago Do Nascimento. Quindi, senza diventare inquisitorie, se sul sedile posteriore della sua macchina c’è un seggiolino per bambini (che magari è per suo nipote eh), almeno notiamolo. Se quando andiamo da lui, in bagno troviamo una maschera per capelli all’olio di Argan e lui è calvo, una domanda facciamocela. Se ci sono due spazzolini, due accappatoi, un pacco di assorbenti che fa bella mostra di sé (quindi ovviamente non aprite mobili, che sareste pazzeh, dico se è proprio lì), o qualunque genere di indizio che dimostri chiaramente che in quella casa c’è una donna bene insediata, sul serio, facciamo resuscitare dal coma la Angela Lansbury che è dentro di noi (specialmente se è tipo luglio e la compagna è stata provvidenzialmente spedita in Riviera a far fare un po’ di mare ai pargoli, che il mare fa bene ai bambini, si sa, e lui è rimasto nella calura metropolitana dove si consola con tutte le vaginesingle e non – in cui inciampa). Così come, se si fa sentire durante l’orario lavorativo e la sera sparisce, badiamoci. Idem se si smaterializza ogni cazzo di weekend. Per carità, può pure andarci benissimo un ménage del genere, ma almeno che siate consapevoli e non vi facciate prendere per il culo. Che poi quando siete coinvolte è un casino tirarsi fuori da queste situazioni, e levarsi di dosso il senso di stupidità per essersi fatte prendere in giro (era fidanzato/sposato e non me l’ha detto), è più difficile che buttare giù i kg di troppo dopo le festività.

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3 Altra ipotesi è che ti dica che in effetti sì, un rapporto ce l’ha, ma naturalmente in crisi. Una storia sulla via del tramonto. Una relazione senza futuro. Si stanno lasciando. È questione di tempo. Mesi. Giorni. Minuti. Guarda se non lo interrompevi lui proprio in quel momento stava andando a lasciare la moglie! Se voi non farete la cosa più intelligente da fare in quel momento (cioè girare i tacchi e andarvene liete per altri peni), probabilmente inizierà a raccontarvi cosa non va bene della compagna, che vogliono cose diverse, che si sono amati ma ormai le cose non funzionano più, che si sente incastrato in una vita che non è la sua e che vuole riprendere in mano il coraggio e tornare a VIVERE. Bla. Bla. Bla. Amiche, abbiate chiara a mente una cosa: quasi nessun uomo vi dirà mai “sì, in effetti con la mia partner va tutto bene, solo che sai, ogni tanto ho voglia di farmi una ciulata diversa, che la quiete è un poco noiosa, e quindi niente, chiaviamo?“. Loro sanno perfettamente che il deal che vi propongono non è vantaggioso (lo è solo all’inizio, un investimento che rende un casino nell’immediato e che vi manda in bancarotta emotiva sul lungo periodo), quindi devono tendenzialmente farcirlo bene. E spesso sono bravi. Spesso sono COSì BRAVI che si convincono anche loro. Finché la bolla non scoppia e non subentra la realtà.

4. La realtà generalmente è che NON la molla. E voi ci perdete X mesi se non anni, intere porzioni di vita, lustri in cui darete del lungo ad altri papabili candidati, perché sarete in stand by ad attendere il vostro grande amore che però, eh aspetta, oggi ha avuto una giornata difficile in ufficio, non posso parlarle; domani cade sua madre, neppure; dopodomani lei è in premestruo e rischia d’ammazzarlo, e tu vuoi metterti con un uomo morto? No certo che no, meglio aspettare. E poi il giorno dopo muore il suo gatto Ciccì, che aveva 45 anni, il momento è delicato. Fino al giorno in cui: eh niente, è incinta, avremo un bambino, ma no non ti ho mentito, non andavamo a letto insieme da secoli, è successo solo una volta, era il suo compleanno, e comunque zero attrazione, la libido è morta, lo sai che amo te. Certo. Morta come muore il vostro cuore che, per carità, resusciterà, ma dopo anni di psicanalisi e fisioterapia che per rimettervi in piedi l’anima e la fiducia nel genere maschile ci vorrà quasi la divinazione.

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5. PEGGIO MI SENTO: la molla davvero. Lì voi pensate, povere illuse, che arrivi il bello, che finalmente starete insieme. POVERE ILLUSE. Chiariamo una cosa: rompere una coppia NON è un fatto auspicabile, neppure se l’oggetto del vostro desiderio ci è incastrato dentro. Quando la rottura si compie (TRANNE RARISSIMI CASI, le eccezioni che confermano la regola) viene il peggio: il senso di colpa, la guerra dei roses, il fallimento, le famiglie, la casa co-intestata, gli amici in comune, un intero sistema sociale che se va a mignotte. Anzi a mignotta, cioè te, perché è questa la description che accompagnerà il tuo nome per lungo tempo. Lo ami così tanto che non ti interessa? Eccellente. Sappi però che un conto è essere amanti, un conto è vivere la vita vera. Un conto è crogiolarsi in un’alcova di desiderio e impossibilità, di struggimento e zero-responsabilità, BEN ALTRA è assumere un ruolo, scendere in campo e giocare una partita (per vincerla). Vale tanto per te quanto per lui. Può diventare tutto meraviglioso all’improvviso (seh vabbeh), puoi ritrovarti in un incubo e chiederti come cazzo ci sei finita (e, darling, risponderti che ci sei finita con le tue gambe, sarà il riscontro più duro da dare a te stessa). Ora, lo so che il mio ti sembra terrorismo emotivo, che in fondo stai solo andando a prendere un caffè, non c’è niente di male. Che in fondo vi scrivete e basta. Che in fondo tu gestisci tutto benissimo. Che tu non vuoi rompere la sua coppia. Che smetti quando vuoi. Blablabla. Per questo leggi qui.

6. Le persone non escono dalle rotture che sono proprio primule a primavera. Specie se di mezzo ci sono avvocati, cause, alimenti, danni morali. Specie se di mezzo ci sono figli. Pensaci, cazzo. Pensaci. Pensaci per lui (saprà reggere tutto questo? è davvero così forte e così convinto?), pensaci per te (vuoi davvero accollarti un accumulo di macerie? Lo ami abbastanza da ricostruire insieme quello che resta di lui? Se sì, procedi. Se no, o non ne sei proprio sicura, Ctrl + Alt + Canc, uscita forzata e via).

7. Se resti lì, sappi che ti toccherà spalare una quantità inaudita di merda. Sappi che lei ti odierà, e tu odierai lei, in una specie di allucinazione emotiva nella quale finirai persino col dimenticare che sei tu l’abusiva, non lei. Quando parlerai di lei con le tue amiche trapelerà il disprezzo dalle tue parole, per una donna che neppure conosci se non attraverso i racconti alterati del suo compagno fedifrago. E saranno racconti dei quali non dubiterai, perché sarai totalmente obnubilata. Ma ricorda che senti sempre solo una delle campane.

8. E l’unico fatto concreto, che hai sotto gli occhi e che potresti valutare, fingerai di non vederlo. Il fatto, incontestabile, che l’uomo che presumi di aver scelto tra tutti gli uomini che popolano il pianeta Terra, quello che presumi d’amare così tanto, che ti sembra il migliore per te, il più desiderabile tra i desiderabili, è un uomo che ha mentito e ha preso per il culo un’altra donna. Non una qualsiasi. Quella che teoricamente amava e rispettava di più. Quella con la quale spartiva il tetto e il talamo, con la quale magari ha messo al mondo dei figli, con la quale ha sottoscritto un contratto (perché il matrimonio è un contratto), firmando che si sarebbe preso cura di lei per sempre. Ora, per carità, le storie finiscono, gli amori pure e le convivenze anche. Le famiglie s’allargano. Viviamo tutti in questa continua dinamica fluida delle relazioni, nella quale non esistono più punti d’approdo definitivi, e questo non è necessariamente un male. Però, ricordalo, ci sono modi e modi, anche per chiudere una storia. E ai suoi modi, quelli che usa con la sua partner, ti prego di fare caso. Perché il modo in cui un uomo tratta le sue ex, è il biglietto da visita che ci fa capire come tratterà (o potrebbe trattare, un giorno) noi.

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9. L’aspetto generalmente più avvincente di queste situazioni, apparentemente trascurabile ma che nella sua sostanza rivela il paradosso di questi affair, è che tu nel giro di poco probabilmente ti troverai a essergli fedele. Cioè non andrai con altri. Non indirai una gara d’appalto per accaparrarsi la tua virtù. Al contrario, diventerai ligia e monogama, votata a questo amore in un regime non-detto (perché raramente il tema si affronta apertamente) di monogamia. L’apogeo di follia, molto comune tuttavia, si raggiunge quando lui inizia persino ad essere geloso di te. Una gelosia che ti lusingherà persino all’inizio, facendoti pensare che “ehi vedi che ci tiene“. Stronzate. È possesso, manipolazione, alterazione dei fatti: non devi alcuna esclusiva a uno che ogni notte dorme nel letto con un’altra persona. TATUATELO.

10. Tu mi dirai che in realtà tutti questi punti non corrispondono alla tua situazione. Perché tu non sei innamorata di lui, non sei mica stupida, non fai alcun progetto (e generalmente sappi che non se ne fanno mai, semplicemente a un certo punto le cose sfuggono al controllo). Tu mi dirai che lui però ti fa sentire speciale, per quegli scampoli di vita che condividete, perché è l’uomo più piacevole che tu abbia incontrato negli ultimi 5 anni e scusa se a un certo punto anche tu hai voglia di passare un po’ di quality time con un pene. Che non è mica colpa tua se sono già tutti presi. Che tu lo rendi un marito migliore, perché anzi lui con te sta bene quindi torna a casa e sopporta meglio l’oppressione della routine. Che siete solo due adulti consenzienti e che – tutto sommato – non fate del male a nessuno. E a questo ti rispondo che – a meno che non sia davvero solo e soltanto sesso animale (mah…) – va bene, hai ragione, continua pure, fino al giorno in cui sarà il tuo compleanno e lui non ci sarà; fino al giorno di Natale, che festeggerà a casa dei suoceri mandandoti gli auguri di nascosto; fino al Capodanno, quando partirà con lei e sparirà. Ma ehi, tu sei forte. E sarai forte sempre, finché un giorno non vedrai comparire sul suo smartphone la chiamata in arrivo di lei, che è salvata in rubrica “Amore“. Finché non ascolterai per caso una telefonata tra loro, nella quale lui sarà affettuoso e noncurante, tenero e falsissimo e non potrai in alcun modo fingere di non accorgertene. Non sentire un brivido d’orrore per la sua doppiezza. E in quel momento, anche se probabilmente non lo farai, vorrei tanto che dessi ascolto al tuo istinto di sopravvivenza e lo mandassi a cagare.

E sì, certo, esistono ALCUNI casi in cui delle storie iniziano clandestine e poi si stabilizzano, durano, vivono liete e feconde. Ma sono eccezioni che confermano la regola. E la regola è quella testé illustrata. Potete avere la presunzione di essere eccezionali, purché siate pronte ad accettare poi la media e la mediocrità degli esiti.

Insomma, nella Quarta Fase dell’Amante assomigli un po’ agli ex eroinomani, o agli ex bulimici/anoressici, che adesso vanno in giro a fare campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma soprattutto per dire a chi sta vivendo la stessa difficoltà, che ce la si può fare, ma che per uscirne bisogna volerlo.

Insomma, sei una specie di testimone e testimonial dello sfacelo emotivo. Ma sei anche una reduce. Sei una sopravvissuta. Sei una che dopo essersi ferita in trincea, conosce il valore inestimabile della pace. Anche in amore.

ps: ovviamente, sia chiaro, non solo le donne sono amanti, non solo gli uomini tradiscono, la cosa può valere anche a ruoli invertiti, con i dovuti distinguo, e blablabla, state sereni, lo sappiamo.

Tradimento: da Guerra e Pace a Noi

Uno degli aspetti positivi delle serie tv, quelle che ti prendono bene voglio dire, è che quando finiscono vivi una crisi d’astinenza tale da iniziare a documentarti sui fatti a cui sono ispirate, sul periodo storico di riferimento, oppure sui libri da cui sono tratte. Mi è successo ai tempi di Romanzo Criminale (quando ho dato fondo a tutti i possibili documentari sulla Banda della Magliana), mi è successo con Narcos (dal quale sono finita a pormi interrogativi sulla storia dell’America Latina, ingiustamente trascurata da noi eurocentrici) e mi sta succendendo anche con Guerra e Pace, la serie prodotta da BBC e messa in onda da LaEffe (canale 139 di Sky, il venerdì sera dalle 21.10), che ripropone in chiave televisiva le vicende narrate nel romanzo di Tolstoj.

La serie, di per sé, ha raccolto l’entusiasmo di pubblico e critica, promossa come la migliore trasfigurazione televisiva dell’opera letteraria (considerata a sua volta, in maniera piuttosto trasversale, il miglior romanzo di sempre). Voi sapete che sono analfabeta e che faccio purtroppo una vergognosa fatica a leggere, quindi non credo che mi avventurerò realisticamente nelle millemila pagine piene di nomi russi che vabbeh-addio (sebbene Feltrinelli, per l’occasione, rilanci una versione economica del capolavoro). Però, è un fatto che in UK, dopo la messa in onda della serie, il romanzo sia entrato per la prima volta nella classifica dei libri più venduti.

Guardando le prime puntate di Guerra e Pace non ho potuto non riflettere su quanto l’amore, come leva delle relazioni umane, sia cambiato da un lato, ma rimasto uguale dall’altro. Come se gli ingredienti fossero sempre gli stessi, elaborati in maniera differente: intrigo, desiderio, passione, aspettativa, idealizzazione, attesa. E, anche, tradimento.

Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) - (C) BBC - Photographer: Mitch Jenkins
Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) – (C) BBC – Photographer: Mitch Jenkins

Ora, se in Guerra e Pace uno si ciulava (o tentava di) la moglie (o promessa sposa) di un altro, finiva che i contendenti si sfidavano a duello con le pistole e alle volte ci scappava pure il morto. Certo va considerato che, a quei tempi, si reputavano fidanzati per un bacio a stampo, perdevano la brocca per una punta di lingua e ci si sposava senza aver neppure consumato (con un partner spesso deciso dalle famiglie rispettive, in virtù dei vantaggi economici che il matrimonio avrebbe procurato). E, sebbene all’epoca non ci fossero i social network, se due se la intendevano, prima o poi la cosa veniva fuori.  Insomma, i rumors giravano anche allora.

Così mi sono chiesta cosa e quanto sia cambiato, da allora, dall’800 a oggi, nella nostra concezione e gestione del tradimento (salvo che, se oggi ci scappa un morto, lo consideriamo un caso di cronaca nera e non la normalità).

Non molto, a ben vedere. Innanzitutto, si fa presto a dire tradimento, come se i tradimenti fossero tutti uguali, come se non esistessero contorni soggettivi al concetto di tradimento e come se le persone non manifestassero diversi margini di tolleranza rispetto allo stesso. E no, non mi sto riferendo al sempreverde “il pompino non è tradimento“. Mi sto riferendo al fatto che – per quanto fastidioso e doloroso sia subirlo – esistono individui capaci di razionalizzarlo meglio di altri (che nel frattempo si armano per mettere in atto un’offensiva fisica nei confronti del partner fedifrago). Ma anche al fatto che intorno ai tradimenti si esprimono sempre moltissimi giudizi, con una facilità d’analisi spesso frettolosa, si attribuiscono responsabilità e colpe in maniera automatica e si trascura quanto, invece, l’argomento sia pernicioso e sfaccettato.

Ma cosa intendiamo per diversi tipi di tradimento? E sono essi, tutti, ugualmente imperdonabili?

1. Tradimento Platonico –> il partner intrattiene una fitta corrispondenza, talvolta intima, con una persona dell’altro sesso, sebbene con essa non abbia mai fatto nulla di fisico. Non è necessario che arrivi a scrivere sconcezze e a inviare porno-selfie, perché ci sia la sensazione di tradimento. Ci si può sentire traditi anche di fronte a una grande complicità, al buongiorno e alla buonanotte inviati all’altro come a noi, alle confidenze, al fatto che il partner sembri comunicare con più piacere con l’altro che non con noi. È sufficiente, in altri termini, che il partner stabilisca un legame di intesa con una terza persona, senza la nostra approvazione (o consapevolezza), per creare in noi i sintomi delle corna.

2. Tradimento Occasionale –>  la sbandata, la scappatella, del tipo che lei non te la dava da 6 mesi ed è arrivata Jessica Rabbit che ti ha circuito e violentato e a un certo punto tu non hai resistito. Oppure che lui ti trascurava da una vita, non ti appagava, non ti faceva sentire sufficientemente donna-donna-donna-con-la-gonna-gonna-gonna e tu hai valutato opportuno indulgere alla avances del collega del terzo piano. Il tradimento occasionale (spesso ritorsivo) succede ed è possibile che la situazione si riproponga giacché il tradimento è un po’ come le droghe: basta rompere il ghiaccio e superare lo scoglio morale iniziale (non credete MAI, anche se a volte ci si crede, al “Non capiterà mai più”). Una simpatica variante del Tradimento Occasionale è il Tradimento Superficiale, ovverosia il “ci siamo solo baciati” che, ammesso e non concesso sia vero, dona un’altra sfumatura ancora e solleva ulteriori quesiti: un bacio è tradimento?

3. Tradimento a Pagamento –> additato dai più come la forma più abietta di infedeltà, con implicazioni morali che conducono dritti all’inferno alla sinistra del Diavolo, in realtà presenta numerosi e sottostimati vantaggi: niente complicazioni, niente coinvolgimento, niente rischi di scleri e, non meno importante, sesso protetto. Semplice evacuazione con gnocca preposta allo scopo di appagare le fantasie del cliente. C’è il consenso tra le parti. C’è una transazione. Con la escort non si manderà i messaggini della buonanotte, né la chiamerà di nascosto dal cesso di casa dei suoceri dopo il pranzo di Natale. Chiaro è che in questo ragionamento non rientrano le donne che sono schiave della prostituzione, che sarebbe ben altro discorso.

4. Tradimento Seriale –> è quello che non ce n’è, per stare con un traditore seriale o devi accettarlo o devi essere tu un/a Inconsapevole Integrale (laddove l’Inconsapevole Integrale altro non è che una figura mitologica di uomo/donna ontologicamente ignaro/a di natura, comportamenti e abitudini del partner). Il Traditore Seriale non cambierà mai, non si limiterà mai, forse solo a volte e comunque con moltissima fatica. No way. Questo tradimento può persino sfiorare la patologia e nessuno, non i figli, non la casa cointestata, né le famiglie, né gli amici, né il Labrador, potrà arginarlo. Può sovrapporsi al tradimento a pagamento ma non è detto, perché talvolta è mosso da un latente e insaziabile bisogno di conferme. Oppure da un’incontenibile passione per il mambo orizzontale,  purtroppo spesso non condivisa abbastanza chiaramente con il partner ufficiale.

5. Tradimento Sentimentale –> una delle peggiori forme di tradimento, in cui non si instaura solo una relazione sessuale con un’altra persona, ma le si offre se stessi, in salsa romantica. Si creano rapporti paralleli che coesistono a fatica, che sono destinati quasi sempre a finire in maniera dolorosa per qualcuno, o per tutti. Questo è IL tradimento tout court, quello per eccellenza, quello che danneggia realmente, materialmente, economicamente ed emotivamente gli astanti coinvolti. Ma 1 volta su 100 finisce anche con un happy ending.

Esistono traditori che sostengono che il tradimento sia una cosa sana, che il segreto delle coppie felici sia praticare sesso extra-coniugale e avere piccole avventure clandestine, che offrono passione e tensione erotiche come in una relazione di lunga durata è facile che non ci siano più. Per tornare a casa, poi, e guardare più serenamente lo sceneggiato (Guerra e Pace, naturalmente) in tv. Alcuni sostengono che l’importante sia solo non farsi scoprire.

Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)
Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)

I traditi, per contro, sostengono che il tradimento faccia male. Sempre. E comunque. Che non importa di che tipo sia. Che chi tradisce viene prima o poi scoperto. O che il partner comunque se ne accorge. I traditi sostengono che il tradimento andrà sempre a ledere qualcosa di molto profondo dentro di noi, che tocca sì l’amore, ma anche il rapporto con noi stessi. Che il tradimento ci investe, interessa tutto il nostro ego e tutta la nostra sfera emotiva, sradicando le presunte certezze di cui avevamo bisogno. Facendoci sentire vulnerabili e feriti proprio dove avremmo voluto, invece, sentirci protetti e forti.

Ora, guardandola dall’esterno, possiamo ipotizzare che il motivo per cui il tradimento ci risulta così insopportabile, oggi come ai tempi di Tolstoj, è la menzogna che esso implica. La presa in giro e la conseguente compromissione del rapporto di fiducia tra i due compagni; ma anche l’impossibilità culturale di concepire una relazione in cui l’esclusiva sessuale non sia necessariamente sinonimo, presupposto e conditio sine qua non dell’amore. La confusione, stringente e innaturale, della monogamia con il sentimento.

Forse (e dico forse) se riuscissimo a evolvere la nostra concezione di relazione amorosa (alcuni ci provano, impostando una “coppia aperta” ma non è una pietanza per tutti i palati, e non è detto comunque che funzioni); se riuscissimo a non pretendere di bastare a un partner per tutta la vita, o a pretendere che ci basti solo lui; se non drammatizzassimo troppo la nostra fallibilità umana; se ci impegnassimo a essere onesti, con noi stessi e con i nostri amanti; se guardassimo quali e quanti ingredienti compongono una relazione, al netto della fedeltà formale sul materasso, e di quante emozioni diverse, è fatta la felicità; se nel sesso leggessimo meno peccato e più libertà, se lo pensassimo come espressione di sentimenti diversi, poliedrici come noi siamo, in quanto creature complesse, se ci evolvessimo al punto di saper amare e sentirci amati affrancandoci dal possesso (reale o apparente), forse il tradimento assumerebbe un valore diverso e meno nocivo, nella nostra emotività.

Dico FORSE non a caso. Poiché, come sempre, lo scarto tra la teoria e la pratica è determinante. E, tra il dire e il fare, io mi sono sempre rivelata una terrona gelosa. Però mi fa riflettere, questa similitudine, tra noi e i protagonisti di un romanzo ambientato più di duecento anni fa.

Attorno a un tema che, ciò va detto, nei secoli non è passato di moda mai.

15 Tipiche Frasi da Maschio

L’amore è un casino, le relazioni dovrebbero essere a pieno diritto inserite tra le discipline olimpioniche e quelli che riescono a farle funzionare davvero, in maniera più sana che malata, dovrebbero essere insigniti di una medaglia al valore. Perché il rapporto tra uomini e donne è complesso, lo è tra gli esseri umani in generale, figurarsi tra due entità formalmente ascritte allo stesso regno animale ma sostanzialmente diverse. E, sia chiaro, questo non vale solo all’inizio delle relazioni, quando è tutto da capire e da vivere, da scoprire e da definire. Dopo è anche più difficile perché, superata la luna di miele, il fomento e l’esaltazione amorosa, la vita va avanti. Gli eventi si compiono e spesso prescindono dal nostro volere. Si cambia, e la sfida diventa restare insieme, attraverso quei cambiamenti. Adattarsi e incastrarsi, sopravvivere, accettare il tedio, reinventarsi, essenzialmente trovare un equilibrio e riuscire a farlo in due.

In questo accidentato ma anche esaltante (…) percorso emotivo, spesso, diciamo e ci sentiamo dire frasi che sono quanto mai rivelatorie del fatto che ehi-forse-no-forse-stai-facendo-un-investimento-emotivo-del-cazzo. Però, insorditi dall’amore (che a quanto pare invalida molti sensi, a parte la vista, per cui ci persuadiamo per esempio del fatto che un primate sia bellissimo), non ce ne rendiamo conto e a fronte di questi sgradevoli input non generiamo il più saggio e auspicabile degli output (ossia “Vai a defecare”).

Facciamo alcuni esempi e mettiamo in chiaro che sì, ok, questo è un blog con una prospettiva femminile ma è assodato che fenomeni del genere si verifichino anche al contrario. Chi di noi non ha mai proferito le celebri formule “Non sei tu, sono io” oppure “Meriti di meglio, qualcuna che riesca a vivere una storia al 100% e io ora non riesco perché purtroppo sono ancora coinvolta dal mio ex tossicodipendente, ricercato, stupratore seriale di babbuini“? Tutte, quindi sì, non è che noi siamo sempre le sante e gli uomini sempre gli infami, sì, sì, lo sappiamo già, grazie, ora possiamo entrare nel dettaglio delle frasi che ci siamo sentite dire? Grazie assai.

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1. Ti voglio bene –> questa va benissimo se avete 16 anni o se a pronunciarla NON è uno per cui state sotto come una miniera di zolfo da quando Natalia Estrada era ancora sposata con Giorgio Mastrota. Attenzione, esiste anche una pericolosa variante che è “Ti sono molto affezionato“, che è a sua volta perfetta se siete un bulldog francese, un canarino, un pesce rosso o un gatto persiano esotico (avete presente quelli buffissimi che pare abbiano sbattuto il muso contro una parete di cemento armato? ecco quelli). No santo cielo, non stiamo dicendo che vogliamo che gli uomini ci dichiarino amore eterno al primo bicchiere di vino. E sì, lo sappiamo, l’amore si dimostra, non si dice. Certo. Tuttavia se stiamo con qualcuno per anni e questo non riesce a dirci che ci ama, la cosa non è che ci faccia strippare di entusiasmo. Specialmente se noi lo guardiamo e ci immaginiamo che faccia avrà da vecchio, quando i nostri figli saranno all’università a studiare, chessò, medicina o ingegneria.

2. Forse mi stai dando troppa importanza –> hai ragione, scusami. Ci frequentiamo, scopiamo, usciamo, parliamo, ridiamo, andiamo al cinema, conosco i tuoi amici e tu conosci i miei, ma sì, hai ragione tu, non vorrei mai ti venisse l’ansia e pensassi che ti sto sopravvalutando, considerandoti un maschio bianco, in età adulta, in salute, capace di intendere e di volere. Perdonami, mi impegnerò a trattarti per quello che sei: un pene con attaccate due braccia e due gambe.

3. Sono fatto così –> questa è la Wish You Were Here delle frasi di merda, l’immancabile, intramontabile evergreen nel quale tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattute. Talvolta può essere seguita da “Sono fatto male, come sono fatto male”. Ricordate di trattenere qualsiasi impulso a esercitare su di lui i frutti del vostro corso di kick-boxing. Voi siete comunque contrarie alla violenza fisica.

4. Ci stiamo solo frequentando –> questa era molto à la page anni addietro. Oggigiorno non c’è nemmeno più bisogno di esplicitare simili concetti, la cui espressione può facilmente essere affidata a quel fertile terreno per le paranoie tra uomo e donna: whatsapp. Le doppie spunte blu senza risposta, in un senso o nell’altro, dicono più di mille parole. Ma anche le spunte grigie, con il tipo (o la tipa) online da ore, che tuttavia non si degna di visualizzare e rispondere. Gli orari di accesso e una serie di altri strategici indizi che ci consentono di dire, attraverso questa digitale forma di comunicazione non verbale: a me, di te, fotte sega.

5. Sto molto bene da solo –> quintessenza del paraculismo, questa frase viene proferita soprattutto all’inizio, sovente accompagnata da locuzioni accessorie, importanti per amplificare e sottolineare il messaggio subliminale (se vuoi si ciula, poi anche ciao) del tipo “È un periodo un po’ così” e “Ho bisogno dei miei spazi“, detta come se i suoi spazi fossero la Polonia e voi foste Hitler nel 1939. Anche nella variante “Ho bisogno dei miei tempi” che, per piacere, non mettetegli prescia al ragazzo, il cuore è come l’intestino: c’è chi ce l’ha pigro, chi ce l’ha lento, c’è chi ha bisogno del bifidus actiregularis e chi soffre di meteorismo sentimentale e ogni volta che apre bocca è come se facesse una scoreggia.

6. Si è scaricata la batteria —> anche questa è stata un must della nostra giovinezza, spesso alternata con “Non c’era campo” ed evolutasi poi in “Ho finito i giga”.  Per carità, non è detto che siano sempre affermazioni false. Ma noi sappiamo quanto vorticoso può diventare il moto centripeto delle nostre ovaie di fronte a simili esternazioni, specialmente se c’era in sospeso un “ci vediamo”, “ti faccio sapere”, “ci aggiorniamo dopo”.

7. È un cesso, non mi piace —> nei casi migliori viene detta su un esemplare random di vagina che piace notoriamente a tutti, ma proprio a tutti tipo la pizza, gnocca superior, di quelle che quando passano per strada trascinano con sé una scia di sguardi ammaliati di uomini che vorrebbero sdraiarle e di donne che vorrebbero rubare loro l’identità. Ma a lui no, a lui non piace. Di faccia è carina ma è cicciona o, nei casi più esilaranti, “è TROPPO MAGRA“. Si tratta dei momenti in cui il maschio crede così fortemente nelle proprie facoltà da decidere arbitrariamente di poterci prendere per il culo. Viceversa, nei casi più macabri, la suddetta frase viene proferita in merito a quella con cui lui si metterà dopo essere stato con voi. Tipo “Ti piace quella, lo so” – “No, non mi piace, è brutta di faccia”, questo finché non si misero insieme e vissero felici e contenti, prima che lui la tradisse, come ha tradito tutte le donne prima di lei e come tradirà tutte quelle che a lei seguiranno.

8. Ti stai facendo un film —> spesso completata dal “sei pazza”, che notoriamente è la prova incontrovertibile del fatto che no, non sei pazza, forse ci stai vedendo giusto.  Se, per caso, arriva a essere aggressivo con versi endecasillabi tipo “Hai rotto il cazzo”, arricchiti dal rinforzativo “è solo un’amica/collega” potete giocarvici le Louboutin. Avete ragione voi.

9. Non sono pronto per una relazione seria —> Povero cucciolo d’uomo. Hai solo 38 anni del resto. Sei piccolo. È giusto. Scusami, non volevo gravare sulla tua già complicatissima esistenza con la mia presenza. Guarda, chiamami quando hai l’esigenza di fare alle tue gonadi ciò che si fa a inizio inverno ai radiatori. Nessun problema. Let’s take it easy. Tranqui, non mi disturberà che domani incontrerai un’altra e ci andrai a convivere e la chiederai in moglie nel giro di 1 mese. Figurati. All the best a entrambi.

10. Non è scattata la scintilla —> e le farfalle nello stomaco le senti? E le campane in testa? E le mezze stagioni esistono ancora? Cosa mi dici, a questo punto, di Venezia? Secondo te, il troppo stroppia? Ma soprattutto: hai 15 anni? O forse non sono abbastanza bella? Mio dio, scusami se non sono Eva Riccobono.

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11. I patti erano chiari —> Certo, lo sapevi. “Io non ti ho mai promesso nulla” (ciò che diceva a letto non conta ovviamente, poiché coitus vincit omnia). Lo sapevi che aveva qualche tipo di handicap. Lo sapevi che non era monogamo, lo sapevi che aveva un’altra relazione, lo sapevi che era un bugiardo fedifrago seriale. Lo sapevi, te lo dice, lui è uno stronzo, non puoi aspettarti che uno stronzo si trasformi in un muffin al cioccolato.

12. La mia ex… —> Qualunque frase che includa “la mia ex”, specialmente se viene fuori al primo appuntamento, è come una sirena dei pompieri in mezzo al traffico: fate largo e lasciatelo andare via.

13. Calmati –> Ok, adesso puoi iniziare a innervosirti sul serio.

14. Stai facendo tutto da sola –> Che già è di per sé una frase di discutibilissimo gusto, nel senso che se stiamo discutendo no, non sto facendo tutto da sola, come minimo mi stai rispondendo e non lo stai facendo in modo appropriato. Tuttavia, non essendoci notoriamente limite al peggio, è facile che essa venga immediatamente integrata da: “Hai il ciclo?“, come se avere il ciclo ti rendesse necessariamente un cerbero a 3 teste con il quale è impossibile intrattenere alcuna forma di civile dialogo. Il ché è parzialmente vero, certo, ma anche quando abbiamo il ciclo viviamo nel mondo, usciamo, lavoriamo, interagiamo con esseri umani terzi. Quindi non è che siccome ho il ciclo, ho sicuramente torto. Esistono discussioni in cui io posso essere mestruata e tu puoi comunque essere un pirla. Questo sia chiaro.

15. Ti amo a modo mio —> Qualcuno ha avuto da ridire su questo punto, sostenendo che si ama per forza a modo proprio. No, babies. Si ama in un modo condiviso, l’amore presuppone un destinatario, una controparte, qualcuno a cui quell’amore deve essere trasmesso, secondo un codice e dei canali che gli siano comprensibili. Si ama nel modo nostro, e nel modo dell’altro. Perché l’amore è un incontro, perché se quell’amore non riusciamo a esprimerlo è un sentimento abortito e storpio,  un esercizio edonistico e narcisistico, è un vezzo stilistico, è retorica, suggestione, masturbazione, quello che ve pare, ma non è amore.

E poi, al netto di queste frasi universali, ognuna di noi ha una sua specifica casistica. Personalmente annovero nel mio album degli orrori sentimentali chicche come “Aspettami ma non aspettarmi” (?), “Devi accettare...” (devo?!) e, dulcis in fundo, “Ti ho messa in panchina”.

…che poi, se hai Maradona in squadra e lo metti in panchina, il problema è che sei proprio un allenatore di merda.

La Terza Fase dell’Amante

Sono andata a cena con una mia amica, una di quelle conosciute in questi anni milanesi che però mi pare di conoscere da una vita, come se avessimo fatto le scuole insieme e ci fossimo raccontate tutto dei primi fidanzatini, anche se – di fatto – non è stato così. È una di quelle amicizie adulte, che per empatia e affinità, ha saputo radicarsi abbastanza, ed è uno di quei rapporti che chiamo ad esempio quando sento dire che l’amicizia tra donne non è possibile.  Fatto sta che la mia amica ha recentemente (e dolorosamente) chiuso una storia clandestina durata più di due anni, infarcita delle solite aspettative dolosamente alimentate e puntualmente disattese. Così, mentre mangiavamo un piatto tipico della tradizione gastronomica meneghina (un veggie-burger) mi è venuto in mente che, dopo aver parlato in passato delle 2 Fasi dell’Amante, fosse giunto il momento di riaprire il controverso argomento e parlare della Terza (ed ultima) Fase dell’Amante, che segna il termine di quegli amori di contrabbando, che non hanno alcun valore legale e alcuna cittadinanza, e che alcune di noi si trovano a vivere. Tema sul quale, non lo nascondo, ho anche una personale e pregressa expertise .

La Terza Fase dell’Amante (TFA, d’ora in poi) è l’atto conclusivo, che non è dato sapere quanto durerà, e consiste in tutto ciò che si verifica dal momento in cui capite che nulla di ciò che EGLI ha promesso si realizzerà: non vivrete mai insieme, non mollerà la moglie o, nei casi più grotteschi, la mollerà per stare con voi, ma poi si metterà con un’altra (sì, succede anche questo).

Sovente accade, inoltre, che tutte queste preziose deduzioni voi dobbiate farle in autonomia, spulciando i suoi account social (che poi bloccherete perché non ne potrete più di avvelenarvi il fegato), in quanto l’Uomo Feccia (UF, d’ora in poi) non avrà la dignità di dirvelo, guardandovi in faccia, o mandandovi un telegramma, o un whatsapp, o una nota audio. L’UF lascerà che siate voi a comprendere e ad agire, perché ha gli attributi con la retromarcia, due minuscole concavità laddove un uomo degno di tal nome dovrebbe averci le palle. E, spesso, interrogato in maniera precisa e chirurgica (Stai con quella?/Stai tornando con lei?), lui negherà. Negherà guardandovi negli occhi, negherà muovendosi su e giù tra le vostre cosce, negherà anche di fronte all’evidenza (dove con “evidenza” si intendono le fotografie pubblicate su Instagram con didascalie tipo “love, lovvissimo, superlove, iperlove” e altre amenità di tale caratura – il giorno che mi fidanzo e inizio a fare lo stesso, per cortesia, defollowatemi in massa).

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Non usiamo edulcorate perifrasi e diciamolo chiaramente: la TFA è una merda e uscirne non è semplice. I principali sintomi che ci consentono di diagnosticare questo stadio della malattia amorosa sono i seguenti:

1. Ammorbamento –> fai un soufflé dei coglioni di tutti i tuoi amici e amiche, raccontando loro quanto faccia schifo lui, quanto sia paradossale e surreale e inconcepibile il modo in cui ti ha presa per il culo, e il modo in cui tu gli hai concesso di farlo. Perché tu ne eri consapevole, naturalmente, ma hai scelto di credergli. Credergli quando ha detto di amarti come mai nessuna nella sua vita, quando ha detto di non volerti perdere mai più, quando ha detto di voler vivere con te, di volerti dare un figlio e prendere una casa più grande, con un terrazzo e una grande libreria, e un giradischi per ascoltare i suoi vinili e, naturalmente, un bel gatto di quelli sontuosi che avrebbe dormito ai piedi del vostro letto, ogni santa notte. I tuoi amici saranno accondiscendenti ma, fondamentalmente, penseranno: “cosa cazzo t’aspettavi da uno così?” (cioè: perché t’aspettavi correttezza da uno che è stato scorretto con la sua compagna?). E c’avranno ragione. Completamente ragione. Quindi passerai allo step successivo.

2. Negazione –> non parlerai più in alcun modo dell’UF. Ti darai ad altri hobby, altre passioni, cambierai le tue abitudini, dopo almeno un paio di mesi passati in uno stato larvale chiusa in casa. E farai finta che non sia esistita questa enorme e devastante parentesi della tua vita. Uscirai con altri uomini e spererai che chiunque tu abbia di fronte non ti faccia domande sul tuo passato sentimentale, che è un passato che non vorresti avere, che è un vissuto che duole, che ti causa imbarazzo, e livore, e vergogna. Probabilmente inizierai un percorso di psicanalisi, ma non è detto.

3. Subconscio –> anche quando tu avrai fatto in modo di eliminare la sua presenza formale dalla tua vita, il tuo cervello continuerà a tenderti tranelli continui. Perché se puoi (con fatica) dominare i pensieri durante la veglia, non puoi farlo nel sonno. E così, proprio come avviene con le più subdole tossicodipendenze, tu continuerai a sognarlo. Sognerai lui. Sognerai sua moglie. Sognerai la nuova tipa. Sognerai di parlarci. Di discuterci. Di farci una lotta nel fango. Di tirartici i capelli. Di spiegarle che è successo perché lo amavi, perché l’hai amato per buona parte della tua vita, perché sei stupida, anche se tutti ti considerano particolarmente intelligente.

4. LoveLeaks –> Sentirai un impulso fortissimo a contattarle e a raccontare loro tutto. A inondarle di screenshot non richiesti, e foto, e prove che dimostrino che non sei pazzah, che non sei una Circe, che non hai circonvenuto un incapace di intendere e di volere. Tutt’altro. Che è stato lui a proporti scenari di vita possibile insieme. E che lui è un UF, che ricicla sempre le stesse idee, le stesse fandonie, le stesse promesse, che finge di mantenere e non mantiene. Che nasconde, che dissimula, che scopa una e poi l’altra, e mente a una, e poi all’altra. E in qualche maniera tutte ci credono, ottenebrate dal potere della Santa Minchia. Ma starai zitta. Perché noi donne in questi casi ci odiamo tra noi, invece che ascoltarci. E lasciamo terreno fertile per le loro rielaborazioni e distorsioni storiche dei fatti. E siamo piene di criminali sentimentali che vagano a piede libero nelle nostre vite, mentre noi non collaboriamo e non condividiamo il nostro know how sul loro livello di pericolosità.

5. Sclero –> In ultimo, avrai voglia di chiamarlo, così, all’improvviso e urlargli a voce che ti fa schifo, che è un essere immondo, che è la peggiore sciagura che ti potesse capitare, che non sai come possa guardarsi allo specchio, e dormire, e ridere, e fumare, e scopare, e mangiare senza che la vita gli vada di traverso. Avrai voglia di dirgli che lo odi, che lo disprezzi, che ha deluso tutte le persone della sua vita, che è un povero fallito, che ti ha rovinato l’esistenza e che odi anche te stessa per averglielo lasciato fare. Ma anche qui, starai zitta, perché ti hanno insegnato che la cosa più intelligente da fare con la merda è tirare lo sciaquone, di certo non impastarci le mani dentro. Perché pensi che passerà, che questa carogna se ne andrà, che prima o poi riuscirai a ripulirti e ad assolverti.

L’unica cosa davvero utile che bisogna fare in caso di TFA è rompere il proprio pattern di pensiero e guardare le cose da fuori. Ed è una roba che dovete fare da sole, che non servirà che vi dicano le vostre amiche, le vostre madri, o le vostre blogger di riferimento. Ciò che dovete fare è pensare che con quell’uomo lì, a dispetto delle suggestioni vaginali che vi annebbiano le facoltà cognitive, al di là dell’amarezza che nutrite hic et nunc, oltre la delusione e il senso di sconfitta che provate e che è normale, ebbene voi con quell’uomo non sareste state felici mai. Avreste vinto una battaglia, ma perso la guerra. Perché gli UF sono investimenti fallimentari, truffe emotive belle e buone, alle quali abbiamo la responsabilità d’esserci prestate, ma dalle quali la sorte ci ha dato la possibilità di salvarci.
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Ed è per questo che quell’altra, che sia la pre-esistente o una new entry, quella che sta con lui adesso, quella che avete soprannominato nelle varianti più creative (da WcNet a Rutto di Satana), quella che state a guardare se sia più bella o più brutta di voi, più giovane o più vecchia, più magra, più grassa, più alta, più simpatica, più intelligente, ecco quella non è una vostra rivale. È solo una disgraziata, una poveretta, una che ha perso in partenza, tradita prima ancora d’essere amata, raggirata da principio da quel genere d’uomo capace di mentire a chiunque, incluso se stesso. È una come voi, che ha la colpa di credere alle menzogne di un UF e che forse avrà il privilegio di non accorgersi mai di quanto pusillanime sia il soggetto che s’è messa accanto. Forse avrà il privilegio di non capire mai che è solo l’ennesima comparsa di una messinscena già nota, sempre uguale a se stessa, con un copione già scritto, con gli stessi viaggi, le stesse canzoni, le stesse battute, le stesse bugie e gli stessi inesorabili fallimenti.

Ma non dovete menargliela, sia chiaro. Auguratevi che siano felici. Auguratevi che siano fatti della stessa materia, così che possano percorrere un lungo tratto di vita insieme. Nella consapevolezza che questo a voi non fa differenza. Perché voi appartenete a un altro genere di essere umano.

E questa è un’evidenza per la quale non ci sono colpe né meriti da attribuire.

È un fatto, che vale oggi e varrà anche domani, quando la rabbia vi sarà passata.

Perché, statene certe, passerà. Ci vorrà tempo, ma passerà.

E, vi prego, non condannatevi. Vogliatevi bene, non dico amarvi alla follia, ma almeno cercate di starvi un po’ simpatiche. E fatevi un detox emotivo. E trovate il modo di venir fuori da questa TFA. E guardate avanti.

E credeteci, che essere single sia un’opzione più dignitosa che avere accanto un UF. Ma anche essere una militante di Comunione e Liberazione, una Scientologist o una che vota Salvini. Tutto è più dignitoso, che avere accanto un UF. Prima non lo sapevate, adesso sì.

E ricordate che, senza un UF che interferisca – in maniera deleteria – con la vostra vita, avrete più possibilità di incrociare e apprezzare un Uomo Normale (UN, d’ora in poi). Non subito, perché dovete prima riabilitarvi da questa dissenteria sentimentale. Ma gli UN probabilmente esistono e probabilmente sanno vivere con coerenza, probabilmente sono emotivamente presenti a se stessi, non completamente egoriferiti e inghiottiti dal proprio sterile narcisismo. Probabilmente non sono solo dei vuoti a perdere, inadeguati alla vita, drammaticamente insicuri e perennemente bisognosi di conferme alla loro puerile vanità.

Probabilmente esistono e sono alla vostra altezza.

A patto che voi scegliate di essere Donne Sane. 

Donne che per sé vogliono il bene. E lo vogliono per davvero.

E succederà così, che un giorno vi sveglierete e vi accorgerete che la TFA è finita.

E che faceva tutto parte di un viaggio, la cui meta non era un uomo mediocre e vile.

Abbiate fede.

The Walking Single

Ho letto un pezzo uscito la settimana scorsa su La27esimaOra del Corriere. Me l’ha segnalato Maria, una mia lettrice, chiedendomi cosa ne pensassi in proposito. L’articolo, scritto molto bene da Antonella Baccaro, parla di come i single vivano alla costante ricerca di una felicità (impossibile), nel falso mito adolescenziale di un “amore vero”, dividendosi in 2 categorie: i bulimici e gli anoressici. Ovverosia: quelli che accumulano relazioni in rapida successione o concomitanza e quelli che preferiscono starsene da soli, che probabilmente sono reduci da traumi infantili relazionali, o hanno ricevuto un’educazione troppo repressiva, e oggi sono nevrotici, compulsivi e hanno guardato tutte le serie di Netflix.

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Scorrendo il pezzo (il suo) ho trovato degli spunti interessanti e delle verità, talvolta amare, che caratterizzano la vita di chi non è parte di una coppia stabile, o ufficiale. Tuttavia, mentre mi addentravo nella lettura, iniziavo a sviluppare una certa perplessità, pur condividendo parte dei contenuti. Ed erano alcune parole, alcuni passaggi, quell’aria un po’ da superquark che provava a spiegare il funzionamento di questi difettati prodotti della società. Fino alla conclusione, nella quale si imputa la disgregazione delle società evolute ai meccanismi psicologici dei single interrotti, che però a volte contagiano anche gli sposati; ma anche all’emancipazione delle donne e al fatto che abbiamo deciso che il matrimonio non è più necessario e non è più il fondamento su cui edificare il nostro mondo (a parte che mi piacerebbe spiegare quanto la società ancora si aspetti che le donne si sposino e procreino, tutte, al punto da indurci un’ansia che voi non potete capire; pertanto forse questo superamento culturale dello sposalizio come status symbol, come viatico per l’accettazione sociale, è più accademico che sostanziale).

Ad ogni modo, ciò che emerge dall’articolo, è che i single sono “invisibili”, “avanzi”, “fantasmi”, “insoddisfatti”, “frustrati”, “insofferenti”, “fragili”, “ossessivi”. Non che ciò sia falso in assoluto, per carità, ma non è che siamo fatti di una materia antropologica differente rispetto agli sposati, non è che quelli non ce le hanno le loro frustrazioni, i loro irrisolti, i loro fallimenti. La differenza è che invece che tenerle per sé e condividerle con un costoso psicanalista, queste robe spesso le scaricano, le proiettano e le introiettano nel nucleo familiare.

Inoltre, se vogliamo provare a ipotizzare cosa ci sia alla base di questa disgregazione sociale, alla crisi dell’istituzione nuziale, più che parlare degli spettri che “vagano nelle coppie”, cioè noi, The Walking Single, proviamo a chiederci se gli adulti di oggi non siano forse cresciuti con un culto dell’ego dopato, all’insegna di un individualismo molto marcato, che rende più difficile praticare quella salubre e indispensabile arte del compromesso, della mediazione, tra due persone che nel 2016 condividono l’audace idea di trascorrere TUTTA LA VITA INSIEME. Possiamo forse parlare di riluttanza all’abnegazione, di instabilità emotiva, di immaturità sentimentale (che in alcuni casi è vera e propria “maleducazione”). Ma questa “deriva”, se vogliamo dare una connotazione di merito negativa a quella che è la metamorfosi dei rapporti sentimentali (enorme e palesemente in atto), interessa tutti, non solo i single.

Ed è così che ho capito cosa mi disturba dell’articolo: il fatto che si parli di “single sposati”, individui “intimamente single” ma formalmente coniugati. E si faccia una specie di minestrone, un cappello semantico sotto il quale far cadere qualunque forma di inettitudine emotiva, qualunque genere di fallimento, qualunque caricatura, semplicismo, banalità, ninfomania, infedeltà, serialità, alienazione o astinenza.

No. Mi spiace.

Se un soggetto (uomo o donna che sia) è sposato, è sposato. Non è single, nemmeno nel suo intimo. Se uno è sposato e non è all’altezza del suo ruolo, e tradisce la moglie o il marito dopo 5 minuti di matrimonio, non è un single. È un partner fedifrago. O stronzo. O indegno. O quello che ve pare. È uno che ha fatto una scelta che non è stato in grado di rispettare. È uno ignorante della propria personalità e della propria emotività. È uno che firma davanti alla legge un contratto di cui non comprende il senso. NON è un single, in alcun modo.

Il numero crescente delle separazioni è una cosa che pertiene il matrimonio, i single lasciateli in pace. Perché con tutte le loro diatribe interiori, e con tutta la loro residuale umanità periferica, i single spesso sono più coraggiosi, più forti e più coerenti di quelli che si sposano intorno ai 30 anni, in batteria, con chi capita, con chi c’è, perché così si fa, con la cerimonia in chiesa che così facciamo felice la mammà, e con la stessa consapevolezza con la quale a 10 anni avevano fatto la Prima Comunione, perché quella era l’età delle prime comunioni (non vale per tutti, naturalmente, ma per molti sì).

E, mi permetto di dire, che tra le fila di quei single “frustrati”, in quel “risvolto poco presentabile della ricerca della felicità”, ci sono persone ricche di argomenti, gagliarde, sveglie, che hanno imparato a stare da sole anche a costo di non avere una stampella sociale, il passe partout per la “normalità”. Poi sì, certo, hanno dei momenti di insoddisfazione o insofferenza. Perché, gli sposati, anche i migliori e i più integerrimi, non ce li hanno? Vogliamo forse imputare al singletudine-come-stato-d’animo (?) la crisi del matrimonio in quanto tale?

A young woman is relaxing on a sofa with a cat

O vogliamo, piuttosto, magari, iniziare a pensare che il format di etero-catto-famiglia è anacronistico e incompatibile con i tempi che viviamo? O vogliamo iniziare pensare che l’estrema sessualizzazione in cui siamo cresciuti, in cui il sesso è un valore fondamentale (e paradossalmente lo pratichiamo sempre meno, single e sposati), rende più insopportabile lo stemperamento della passione e che ciò metta inesorabilmente in discussione la monogamia sessuale, che ancora assumiamo come fondamento teorico imprescindibile della sacra famiglia, come irrinunciabile indice di amore, come espressione del reciproco rispetto? O vogliamo iniziare a renderci conto che i mariti e le mogli tradiscono, che hanno in tasca gli stessi device dei single, che sono iscritti alle stesse app e che anzi hanno dei social network appositi per chi cerca la scappatella, e che inviano foto di peni e seni tanto quanto fanno i single, se non di più? O vogliamo forse supporre che tutti quelli iscritti ad Ashley Madison fossero single in borghese? Dai su. Chiamiamo le cose col loro nome.

Per il resto è vero, i single non sono abbastanza riconosciuti dalla società sebbene, di quella società, siano forse il più contemporaneo e autentico prodotto. E non sono più o meno bravi, più o meno fighi, più o meno disgraziati dei loro coetanei accasati. Sono semplicemente un volto altro della cultura in cui viviamo che, ops, accidenti, non è più quella degli cinquanta. Ma neppure quella degli novanta. Quindi se vogliamo parlare di “società della disgregazione”, dell’instabilità (o fluidità) dei legami, parliamone, ma centriamo il punto.

E i single, questo misterioso nuovo Gender Sentimentale, lasciamoli stare. Perché il mio amico Stefano, che ha 40 anni e vive con due gatte, ed è uno scrittore, e ha un ricco palmarés di amiche with benefits ma nessuna fidanzata, nessuna donna presa in giro, nessuna promessa fatta davanti all’Iddio onnipotente e alla legge italiana, nessuna illusione dolosamente alimentata ai danni di ignara (o presunta tale) partner e/o amante; il mio amico Stefano che è un po’ misantropo, e un po’ cinico, e un po’ disilluso con la speranza latente che sì, quell’amore vero un giorno arrivi anche se forse non arriverà mai, perché poi uno si abitua a essere single, ecco lui è un single. E, del resto, nutrire quella speranza d’amore non è un crimine, né un attestato di demenza e non danneggia nessuno se ogni tanto la nutriamo. Ebbene lui, che è coerente con se stesso, quello è un single. E mi spiace, non è il peggiore uomo che esista in questa società. E mi spiace, non è lui, lo scarto. E non lo sono io. E non lo sono tutte le mie amiche single, che “non sono state scelte da nessuno” probabilmente perché non avevano come obiettivo primario nella vita quello di farsi scegliere. E non hanno nemmeno avuto una tresca con il collega di lavoro un mese prima di sposarsi. E no, nemmeno loro sono il bordo della pizza della società.

Neppure quelle che vivono una relazione dietro l’altra perché sono ossessionate dall’idea di dover per forza trovare qualcuno con cui incastrarsi, perché a star soli un po’ ci si abitua, ma un po’ ci si stanca. Perché a volte ti stanchi di rispondere che non hai nessuna novità, al mondo che non aspetta altro che tu dica che sei fidanzata. Perché a volte hai voglia di essere abbracciata da un uomo, pure dopo il coito. E neppure quelle che decidono di non uscire più dalla loro zona di comfort , perché si son fatte male, neppure quelle che decidono che nella propria vita non c’è più spazio per il compagno di un’altra. Neppure quelle sono gli “avanzi”.

Un single è una persona che risponde a sé, di sé. E la felicità, se vuole, può cercarla quanto a lungo je pare. Forse l’ottimo pezzo della Baccaro avrebbe dovuto parlare di quelle persone che continuano a cercare la felicità, anche quando sulla carta dovrebbero averla già trovata. Nel proprio partner.

Forse sono quelle che conducono alla disgregazione.

Forse i disabili emotivi vanno cercati altrove.

Forse vanno chiamati con il loro nome. Che no, non è quello di “single”.