Avete Rotto i Coglioni

Sono giorni che sono perseguitata da un senso di nausea. No, non sono incinta, state sereni. Non ho neppure mangiato in uno di quei deprecabili all-you-can-eat che uno se la meriterebbe pure, la nausea (o la diarrea) dopo. No, niente di tutto questo. La faccenda è ben più perniciosa e, purtroppo per me, non si risolve con una seduta plenaria sul cesso di casa.

In questi anni ho imparato — a livello personale — che tutto cambia, tutto è in continua evoluzione. Grazialcazzo, direte voi. Io, invece, per capirlo c’ho impiegato un decennio. Cambiano i rapporti, cambiano le amicizie, gli amori e persino le antipatie più radicali. Cambiano i corpi, le vite, le case. Cambia, ovviamente, la società.

Ecco, quando sette anni fa mi sono ritrovata single, in una serata in cui ero tragicamente depressa, ho aperto il blog “Memorie di Una Vagina”. Ebbi un’intuizione che allora non era così scontata: creare subito gli account social. Per il resto non si trattava di un progetto editorialimprenditoriale (non ero Freeda, per intenderci, che, a parte esser nato molto tempo dopo, c’aveva i soldi e un posizionamento chiaro da principio; e non vi segnalo a caso un esempio positivo: potrei citarne molti altri veramente tristi, ma voglio suggerirvi cose belle). Memorie di Una Vagina era un blog, punto e basta. Un blog che ha funzionato molto bene, per quello che era (il diario di una ragazza meridionale in sovrappeso, che viveva e lavorava a Milano e che, raccontando di sé, raccontava le donne della sua generazione, o almeno così m’è parso di capire dalla tonnellata di riscontri, lettere e messaggi che ho ricevuto in sette, SETTE, anni).

Insomma, la Vagina ha avuto successo e l’ha avuto spontaneamente, organicamente se preferite. Tecnicamente, io non mi sono mai intrufolata nei feed di notizie con la didascalia piccolina sotto “Sponsorizzata”. Qua ci siete venuti da soli. Io non vi ho raccattati con la rete, né selezionati col cecchino. Vi ho accolti con gioia e gratitudine, certo, ma non vi ho rincorsi né implorati. Non vi ho comprati. Non vi ho premiati con buoni sconto quotidiani, codici promozionali, offerte, viaggi. Non vi ho neppure scongiurati di comprare il mio cazzo di romanzo uscito a giugno (a differenza di quanto facciano molti altri scrittori-del-web). E non perché non fosse mio interesse, non perché delle classifiche non mi importasse, ma perché io non ho trattato mai questa community come un target commerciale. Certo, ogni tanto qualche marchetta l’avete vista, e la vedrete, ma francamente poche, e coerenti, e il punto non è comunque questo (d’altra parte, sveglia, vivete nel 2018, vivete dentro una marchetta, siete delle marchette, lo siamo tutti…mi inducete persino a fare una semi-citazione di Giuliano Ferrara e per questo non vi perdonerò MAI).

Fatto sta che qui ci siete venuti voi e io vi ringrazio, perché è stata un’esperienza che m’ha fatta crescere e mi ha dato la possibilità di interloquire con una community, questa, che per buona parte della sua vita è stata bellissima. Io me ne sono proprio vantata, della bontà della community che gestivo. Qui (e intendo sul blog e sulla pagina Facebook) si è parlato tanto, tantissimo, di qualunque cosa e quasi sempre con un ottimo livello di civiltà. Come mai? Non lo so, forse la Vagina era nata in un periodo in cui esistevano ancora peli di fica capaci di tirare più dei carri di buoi. Forse perché era, nel suo piccolo, un’avventura straordinaria. Gli altri blog languivano con 4 commenti e io ne riscuotevo almeno 100 a post. Per non parlare della pagina Facebook, che vantava un tasso di interazione da far impallidire pagine dieci volte più “grandi”. Ma, sia chiaro, non era solo un fatto quantitativo. Era soprattutto la qualità delle conversazioni che si animavano. Era il fatto che esistesse finalmente un angolo del web “italiano” (che non era un anonimo forum) nel quale le donne si sentivano libere di parlare, con leggerezza e ironia, ma pure con pathos e puerilità (erano libere,  per l’appunto, non giudicate), di amore, relazioni, sessualità, aspettative sociali, paure, consapevolezza di genere, premestruo e bodyshaming. Mica capitava ovunque. Noi, qui, abbiamo parlato di queste cose prima che queste cose avessero un nome anglofono, o un hashtag. E, in effetti, allora, mica tutti avevano opinioni. Eravamo ancora intorpiditi dagli strascichi della tv generalista, e Facebook ci sembrava ancora un mezzo per tenere i contatti con gli amici del liceo, più che una latrina dove vomitare quotidianamente livore, frustrazione e ignoranza, sotto qualsiasi stronzata. Credetemi: è durato anni e sono stati anni speciali, chi di voi s’è trovato sa di cosa parlo, sa di essere stato in qualche modo partecipe di una bella officina, di un gruppo che è stato utile e che ha fatto bene a molte donne, me compresa.

Da un po’ di tempo, però, le cose sono cambiate. Ogni giorno, qualunque cosa io pubblichi, proprio qualunque, so che ci sarà un variabile numero di stronzi che romperà inutilmente il cazzo nei commenti. Credetemi. Qualunque cosa io pubblichi, mi tocca almeno un’ora di ansia a controllare quale manifestazione di socialdemenza leggerò in tempo record. Se sono politicamente scorretta, come ti permetti! Se sono moralista, eccheppalle sei moralista. Se sono femminista, merito di bruciare sul rogo. Se scrivo una battuta sugli uomini, sono sessista. Se sono antifascista, sono una radical chic che dev’essere stuprata da quei negri che difende. Se dico che Milano è bella c’è qualche coglione che scrive che rinnego le mie origini meridionali. Se scrivo che il Sud è bello c’è un altro coglione che mi suggerisce di tornare a mangiare le cozze col culo in mare. Se pubblico un’insalata di quinoa c’è qualcuno che mi insulta perché è non-cibo, se pubblico le bombette di Cisternino c’è qualcuno che mi caga il cazzo perché povere bestie, sei un’assassina. PERSINO PER I CROSTINI BUITONI MI AVETE CAGATO IL CAZZO. Per non parlare di quella che si è inalberata a seguito di una mia Instagram Story  PERCHÉ SECONDO LEI MI IMPEGNAVO A NASCONDERE IL MIO ACCENTO. Se sono single, sono una sobillatrice di vecchie zitelle inferocite e demonizzo gli uomini. Se sono innamorata, sono melensa, non va bene, guarda eri meglio prima, non sei più quella d’una volta, t’abbiamo persa (uhm, interessante eh, ma andate a cacare). Se pubblico una foto dove si vede un ventesimo del viso del mio compagno, e scrivo che sono felice, c’è qualcuna che viene a insegnare, A ME CHE HO SCRITTO UNA BIBLIOGRAFIA IN MERITO, liberamente consultabile online, che è un messaggio sbagliato associare la felicità a un uomo. Ma davvero?! Ma hai mai letto mezzo mio post? Ma cosa cazzo commenti? Ma hai capito su che pagina sei? Ma la prossima volta entra in chiesa e spara un bestemmione, che risulti più appropriata.

Così ho deciso di scrivere questo post, per dirvi quanto segue: tutto cambia, pure le blogger. Questo spazio è come il mio salotto, siete tutti benvenuti naturalmente, ma resta il mio blog e la mia pagina e se arrivate per pisciare sul tappeto o a scoreggiare in faccia agli altri ospiti, o tanto per il gusto di rovinare la festa e riempire le vostre miserrime vite con qualche discussione inutilmente aggressiva, sboccata, offensiva, o esageratamente stupida (a mio insindacabile giudizio, naturalmente), io vi metto cortesemente alla porta e non ho nessun interesse a rivedervi da queste parti. E, badate, non sono una che mette volentieri la gente alla porta. Per contro, sentitevi liberi di prenderla da soli, la porta, se non vi sentite rappresentati dalla linea editoriale vaginale, davvero. Ma provate a capire quanto siete STUPIDI a perdere ore di vita per insultare una pagina che non vi piace. E vale per tutto, perché ovviamente questo mica succede solo nel mio piccolo angolo di web, lo fate OVUNQUE: giornali, programmi televisivi, personalità pubbliche. Dico, capitelo per voi stessi, mica per me. Potete fare qualcosa di più edificante nella vita, sfogare diversamente la vostra collera, provare a essere persone migliori.

Per coadiuvare la vostra riflessione, lasciate che vi aggiorni: non ho più 26 anni ma 32, vivo sempre a Milano, continuo a raccontare le mie esperienze, a commentare l’attualità, a parlare di sessualità e relazioni. Ho perso 20 kg, ne ho ripresi 7, calzo la 46 ma c’è sempre qualcuno deluso perché non sono abbastanza “curvy” o perché “sei magra, che delusione“.  Voglio essere libera di continuare a parlare del cazzo che mi pare, nel modo in cui ho sempre fatto: secondo il mio buon senso. Se non incontro il favore di tutti me ne farò una ragione. Non pretendo di piacere all’unanimità e apprezzo i detrattori intelligenti ed educati che, purtroppo, sono una tragica minoranza.

E se questo discorso non vi piace, se vi sembra arrogante, proseguite la lettura, così sarà tutto più chiaro: oltre ad aver lavorato per 7 anni in un’agenzia di comunicazione su clienti internazionali, scrivo sul web da un decennio, ho curato per due anni una rubrica sull’edizione italiana di Cosmopolitan, dal 2013 collaboro con Linkiesta.it per cui ho scritto un sacco di pezzi fighi (e qualche pezzo di cui mi vergogno o che, col senno di poi, stempererei, ma questo è normale per chiunque scriva); da gennaio scrivo per RollingStone.it e ho pubblicato in questi anni su corriere.it, vanityfair.it, foxlife.it, Gioia e su Sette (quello nuovo, di Beppe Severgnini) dove non ho scritto di dating app ma di POLITICA (questo per rispondere a una che, sotto una citazione antifascista di Pasolini mi ha scritto “è meglio quando non fai politica”…signora, le suggerirei di seguire quelle pagine che vivono di screenshot fasulli che tanto vanno di moda, quelle sì che sono divertAnti).

Se non vi fosse sufficiente: il mio primo concorso di scrittura l’ho vinto a 13 anni, tra i 19 e i 20 ne ho vinti altri sei con altrettante pubblicazioni, ma tra una fase e l’altra ho anche creato il giornale scolastico autogestito e autofinanziato, che al suo secondo numero era in attivo di 50 euro e a quell’età 50 euro erano soldi. Di me hanno parlato Vanity Fair, Il Fatto Quotidiano, Il Corriere della Sera, Radio Deejay, Radio m2o, Radio Popolare, Panorama, Libero e persino Rai1 e Rai4, le televisioni, cioè ho portato la parola “VAGINA” in sovrimpressione sulla rete ammiraglia del servizio pubblico alle 9.30 del mattino, e scusate ma questa sì che è una pietra miliare nella storia del femminismo italiano. Per non parlare di tutte le web-radio indipendenti e le testate locali. Sono stata invitata a parlare in eventi come Il Tempo delle Donne, il Milano Film Festival (anche se non ne conservo un buon ricordo), il Caffé della Versiliana, l’Internet Festival, il Cinema delle Terre e del Mare, il FashionCamp. Non ultimo, mi hanno proposto di tenere corsi per insegnare ad altri il mio lavoro, e non erano corsi tenuti nello scantinato di mio zio, bensì alla Scuola Holden di Torino, quella fondata da Alessandro Baricco, che forse avete persino sentito nominare.

Ora, io capisco che vada di moda derubricare le competenze a un feticcio del secolo scorso, siamo arrivati al punto di non fidarci neppure più della professione del medico, per dire, figurarsi di quella di “scrittore“, o “comunicatore” (e non mi definisco “giornalista” perché il tesserino non me lo sono preso, sebbene pubblichi regolarmente da anni, ed è come se lo avessi). Davvero, lo capisco, ma sorry, la competenza un valore ce l’ha, esiste, e io la mia ce l’ho. Inoltre, è assai probabile che nel tempo che passate a insultare chiunque online, io legga saggi di sociologia, italiani e stranieri, libri di attualità, che studi, sostanzialmente, per fare il mio lavoro. E voi, che lavoro fate, che vi lascia così tanto tempo libero per intasare il web con le vostre brutali opinioni prive di approfondimento? Fatemi capire: rientrate nel 40% di italiani che legge almeno un libro all’anno, magari di Fabio Volo o di Bruno Vespa, oppure proprio nel restante 60%?

Certo, certo, lo so, so che è sbagliato prenderla sul personale, so che è proprio laggggente che è cambiata, che sbiella perennemente online, che è convinta di avere opinioni interessantissime comprovate dai 5 like che acchiappa sulla propria bacheca, o dai consensi che riscuote nei gruppi whatsapp. Lo so, ma sono nauseata dalla cosiddetta libertà d’opinione, inclusa la mia. Pensateci, era meglio quando c’era la televisione a intorpidirci i pensieri, ad annientarci le menti, perché tanto le capacità di analisi, di critica, di comprensione della complessità della realtà sono imbarazzanti. Un popolo di analfabeti funzionali (il 70% degli italiani legge e non capisce un cazzo di ciò che legge, non lo dico io, lo dicono i dati), un gregge esagitato che non distingue una fake news da una notizia provata, ma che si considera intelligente abbastanza da sproloquiare e che ha troppo tempo libero per alimentare i suoi istinti più biechi, i suoi comportamenti più volgari (ho pubblicato un post sulle donne e la politica, in cui parlo dell’odio per Laura Boldrini – in maniera moderata, cioè non sono una con la foto di Laura Boldrini sul comodino – e i commenti erano così puerili, e collerici, e feroci, e superficiali, e miopi, che mi è venuta la puzza di vivere).

Ah, naturalmente c’è un premio in palio (il mongolino d’oro, fatemelo dire, che è tanto amarcord) per il primo che commenta, seriamente: “E tu chi sei per dire questo?” Chi sono? Nessuno, a parte la padrona di casa. Non sono un messia, non sono un oracolo, non sono una candidata politica, non sono neppure stipendiata da voi. Ciò che scrivo non è la Bibbia (come spesso mi hanno detto delle entusiaste lettrici). Ciò che scrivo è passibile di errore, di refuso, di critica e sono aperta al confronto, perché lo amo, quando è edificante ed educato. Poi c’è il mongolino d’argento per chi viene a dire “Sei tu che ti esponi, dunque devi accettare le critiche”, come se l’unico modo per evitare certe idiozie debba essere star zitta. Ecco, io qui mi sono esposta, mi sono confrontata e l’ho fatto per anni. Non smetterò di farlo per i commenti di quattro bacchettoni infeltriti, o di quattro subnormali incapaci di mettere in fila tre parole senza seminare sbroccoli e senza sfoggiare abomini grammaticali che avrebbero dovuto essere debellati non oltre la terza elementare.

Non smetterò di farlo perché, graziaddio, questo spazio è ancora pieno di persone brillanti, originali, pacate, educate e interessanti. Ed è per loro che continuo. Per loro e per me stessa. Di certo non per i troll, gli hater, i beceri, i maleducati, i leoni da tastiera (espressione che detesto) e i webeti (grazie Mentana, grazie per sempre di questo neologismo), in generale. I militanti della cloaca virtuale sono invitati a prendere le distanze. Vadano pure a condividere meme repellenti sulle tragedie di Macerata, a urlare di patria e di razza, a fare apologie indegne di un paese civile, a stuprare la sintassi italiana in litigi digitali che durano giornate intere, tanto che cazzo c’hanno da fare?

Con questo è tutto. Spero di esservi salita sui coglioni.

Così almeno siamo pari.

Fenomenologia dei Gruppi WhatsApp

Recentemente, a seguito di un feroce psicodramma consumatosi in uno dei miei storici Gruppi, ho avuto occasione di riflettere sulla fenomenologia delle relazioni via whatsapp. Pensare, infatti, che il pregevole strumento di messaggistica istantanea gratuita abbia modificato esclusivamente le relazioni tra uomo e donna o – più in generale – quelle di matrice sentimentale, è un errore. Anche i rapporti di amicizia, specialmente nel contesto dei “gruppi”, si sono trasformati. Distinguiamo, di seguito, tra le diverse Tipologie di Gruppi WhatsApp (GW, d’ora in avanti), poi tra le dinamiche di Inclusione ed Esclusione, infine tra i Profili Umani che popolano i gruppi suddetti.

TIPOLOGIE:

Gruppi Funzionali (GF, d’ora in avanti)–> Nascono per uno scopo ben preciso e hanno vita mediamente breve. Si tratta dei gruppi creati per organizzare serate/cene/weekend/viaggi/addii al nubilato/baby shower o per invitare a compleanni (il ché implica la proliferazione immediata di sotto-gruppi nei quali ci siano tutti, meno il festeggiato, per decidere cosa regalargli e decretare chi vincerà la sòla di andare a comprare il regalo).

Gruppi Strutturali (GS, d’ora in avanti) –> Sono, invece, i gruppi che sanciscono e rispettano la struttura sociale delle relazioni. Essi riproducono fedelmente nei server di Mark Zuckerberg le ramificazioni precise dei nostri network, un vero e proprio organigramma di affetti (famiglia, colleghi, ex colleghi, amici storici, amici contemporanei, amici espatriati, compagni di pallavolo/basket/calcetto/teatro/zumba e, nei casi più critici, gruppo con le mamme dell’asilo), scrupolosamente organizzati in un alveare illimitato di umanità. Sottoinsiemi di relazioni, ordinate su criteri quasi scientifici di natura geograficaanagrafica, culturale, professionale, sociale.

Gruppi Copia (GC) –> Si tratta di gruppi tutti uguali che differiscono esclusivamente per la presenza o l’assenza di specifici individui. Ognuno di noi è, in altri termini, parte di un gruppo da cui qualcuno è escluso ed è, al tempo stesso, escluso da un gruppo nel quale altri sono inclusi. La creazione dei GC talvolta sancisce la fine dell’idillio amicale (quando improvvisamente il gruppo con le tue colleghe diventa silente, vuol dire che ne hanno creato un altro nel quale tu non ci sei e possono finalmente sparlare di te); altre volte, invece, è un’operazione includente nei confronti di soggetti ibridi come, non so, i nuovi fidanzati e le nuove fidanzate: dobbiamo integrarli, ma mica possiamo ammetterli nella cerchia dorata del GS storico. E passiamo così al punto seguente.

INCLUSIONE/ESCLUSIONE:

Accesso –> Nel caso si tratti di GF (Gruppo Funzionale), l’accesso dei partecipanti è appannaggio dell’admin, colui che ricorda (o dimentica) di coinvolgere il soggetto X nella pianificazione di precisa attività (stabilendo implicitamente chi è o non è invitato alla cena/festa/cinema/whatever). Nel caso dei GS (Gruppo Strutturale), invece,  l’inclusione o l’esclusione diventano un tema più politico e, in certi casi, addirittura oggetto di interpellanza parlamentare.  Bisogna capire, infatti, che i gruppi whatsapp sono più blindati dei gruppi reali di amici. Più facile essere invitati al compleanno di Beatrice Borromeo che accedere al GS degli ex compagni del liceo. Nei GS si crea, infatti, una vera e propria intimità familiare che sarebbe violata, un equilibrio sociale che sarebbe alterato dall’arrivo – per quanto virtuale – di altri partecipanti.

Abbandono –> L’atto di abbandonare un GW assume un significato diverso a seconda della natura dello stesso. L’Abbandono del GF è nell’ordine delle cose (passato il santo, passata la festa) e si manifesta in duplice forma: tempestivo (entro 1 ora dalla fine della festa/cena/viaggio e lo praticano soprattutto quelli che fanno il cambio di stagione il 2 febbraio perché è arrivata la primavera e che, se potessero, pagherebbero le bollette in anticipo), e a-babbo-morto, dopo anni, quando qualcuno nelle pulizie stagionali del telefono decide di abbandonare un gruppo del 2014. Nel caso dei GS, al contrario, l’Abbandono assume connotati del tutto differenti e, quasi sempre, rappresenta un atto di protesta, di indignazione e di contestazione a seguito di qualsivoglia polemica o sclero. Una plateale manifestazione di disappunto, il cui equivalente reale sarebbe abbandonare sdegnati la stanza, sbattendo la porta; oppure riagganciare la cornetta in faccia all’interlocutore (e siamo onesti, quanto era liberatorio il gesto fisico, lo sfogo meccanico sulla plastica del telefono?). Generalmente, nel caso dei GS, l’admin del gruppo – leader carismatico digitale – si prende la briga di ri-aggiungere al gruppo coloro che l’hanno abbandonato e finché questa dinamica si perpetra, finché qualcuno rincorre chi se ne va, il gruppo continua a sussistere.

PROFILI: 

Naturalmente, poi, ognuno di noi assume un ruolo diverso nei GW. C’è Il Silente, che non dice una parola da 18 mesi, non è dato sapere se sia ancora vivo o se abbia semplicemente silenziato il gruppo, ma ci piace pensare che legga di noi e sorrida bonariamente, ovunque sia. C’è L’Intermittente, che segue le conversazioni a tratti, si inserisce senza leggere i messaggi precedenti, ripete domande già fatte e considera le sue facoltà mentali troppo preziose per essere sprecate nella lettura della conversazione in corso (è preferibile, in questi casi, dichiarare che non si ha voglia di leggere le precedenti 243 notifiche e chiedere un riassunto della faccenda). Poi c’è L’Addetto ai Meme, che predilige i visual alla comunicazione verbale, ormai sorpassata; il suo eloquio è scandito da fotografie di Andrea Bocelli con il panettone a Pasqua o con il telefono Brondi al posto dell’iPhone; di tutti i membri è quello più simile a un millennial (e quando dico “millennial” intendo millennial vero, non uno che a scuola ha programmato in Turbo Pascal nel Piano Nazionale Informatica). È facile ma non è scontato che l’Addetto ai Meme manifesti anche una deriva da Emoticomane (colui, cioè, che si esprime all’85% sfruttando tutto l’inventario di simboli a disposizione, inclusi quelli più remoti, come il “lucchetto con sopra la penna stilografica”, e che risponde a encicliche di 15mila battute con un’emoji). Riconosciamo, poi, il Titolista che manifesta il proprio umorismo cambiando periodicamente il nome o la foto profilo del gruppo (generalmente, nella gerarchia dei membri, è uno il suo peso ce l’ha); il Vocalist che manda note audio (a questo proposito è bene menzionare che esiste un limite umano di sopportazione alla lunghezza delle note vocali e se me ne mandi una di QUATTRO MINUTI la mia voglia di ascoltarla è simile alla voglia di guardare Ben Hur il 15 agosto in una casa senza aria condizionata a Milano). Esistono poi Il Mitraglia e Il Farinetti. Il primo è l’Usain Bolt di WhatsApp: capace di mandare 5 messaggi al secondo, uno di seguito all’altro, spesso contenenti solo una sillaba o una virgola (questa è una deriva tipica di chi era solito frequentare le chat; al contrario, gli altri, scrivono messaggi di almeno 3-4 righe, usando whatsapp come fossero sms; esulano da questa analisi i messaggi diplomatici o le dichiarazioni politiche che, al contrario, vengono preparati nelle note, inviati a terzi per approvazione, e possono essere lunghi 40 righe  – un tempo, se erano troppo lunghi, venivano addirittura “divisi in più messaggi”); il secondo ha creato il presidio SlowChat, ci mette 10 minuti a scrivere un messaggio di 2 righe; risponde dopo 20 ore; per concludere un discorso può volerci una settimana. Chiudono la nostra etologia Il Mattiniero, che invia i link della rassegna stampa alle 06.13 mentre è seduto sulla tazza del cesso; Il Nottambulo, che scrive alle 03.15 e di solito sveglia quello che non ha ancora imparato a inserire la modalità notte (altamente sconsigliato inviare messaggi notturni a chiunque abbia superato i 50 anni, se non ha spento il telefono, lo sveglierete); Il Bullo, o come si dice nel gergo contemporaneo, il “troll“, che passa il tempo a ingaggiare polemiche ora con un membro, ora con un altro, dando vita ad avvincenti scambi dialettici che possono restare nei confini del sarcasmo o sfociare, nei casi più cruenti, in vere carneficine digitali, processi in pubblica WhatsPiazza, sanguinarie esposizioni di prove documentarie (screenshot) e giurie popolari presiedute da Giancarlo Magalli; e Lo Spammer, che dà il meglio di sé nei Gruppi Copia, poiché ogni volta che trova una fotografia/video/link davvero IMPERDIBILE, lo invia su TUTTI i gruppi in cui è presente (attua la medesima strategia con le foto delle sue vacanze, la condivisione della sua posizione quando è in vacanza e le fotografie dei nipoti).

Cosa cambia nell’amicizia, però?, vi chiederete, voi sparuti 3 lettori che avete resistito fino a questo punto del post.

Cambia che i Gruppi WhatsApp creano in noi l’illusione di essere un gruppo senza esserlo. Creano la sensazione di un contatto che in realtà non c’è, quasi mai, se non in maniera approssimativa, superficiale, a scopo ludico, di puro intrattenimento. Cambia che questi Gruppi costituiscono un simulacro nel quale non c’è spazio per l’approfondimento, per l’empatia, per la comprensione e pure per l’interpretazione (che nelle amicizie e in qualunque rapporto di lungo corso devono essere ingredienti essenziali e reciproci, poiché la vita non è un file da inoltrare). Questi gruppi ci offrono una visione sempre parziale, mai concreta, della vita e delle emozioni di quelle persone che consideriamo a vario titolo “amiche“. Sono una suggestione di contatto, che a volte rincuora ma comunque non basta, non basta per essere amici. Nella stessa identica misura in cui chattare con un tipo non è come uscirci, parlarci, condividerci esperienze. Quando si cresce, quando si vive lontani, quando si cambia, quando ognuno ha ambizioni e aspettative completamente diverse, quando i ricordi del passato non bastano più, allora forse bisogna vedere i gruppi whatsapp per quelli che sono: un insieme di numeri di telefono, non di persone. E per continuare a essere “persone”, bisogna viversi, creare occasioni, parlarsi, mandarsi anche a cacare se necessario. Sostanzialmente esistere, fuori da WhatsApp.

Io comunque, ho sempre preferito le chat in pvt.