Management delle 30enni

Qualche tempo fa un mio amico millennial, sì, insomma, uno di quelli leggermente sotto i 30 anni, con i tratti tipici della virilità contemporanea, si lamentava delle ultime tizie con cui era uscito. Ragazzine, diceva. Troppo immature per lui. Troppo poco interessanti (adoro gli uomini, quando si sentono Jean-Jacques Rousseau e si lamentano della poca profondità delle donne che incontrano).

Così io, facendo sfacciatamente gli interessi della categoria, mi sono lanciata in un’appassionante televendita delle 30enni. Ne ho elencato pregi (essere indipendenti, con un discreto appetito – se capite cosa voglio dire – combinato con l’esperienza; più capaci di quanto fossimo 10 anni fa di gestire i nostri scompensi emotivi, più empatiche, più consapevoli e così via). D’altro canto, mi sono sentita in dovere di metterlo in guardia su una serie di errori o pericoli nei quali potrebbe incautamente incorrere. Poi ho pensato di rendere questo servizio alla popolazione mondiale, spiattellando i frutti di quelle chiacchiere qui sul web ed elencare DIECI comportamenti che sarebbe consigliabile NON attuare nel caso in cui non si abbiano intenzioni, come dire, vagamente, ipoteticamente, genericamente “””serie””” con una 30enne.

Partiamo col dire che, com’è noto,  le relazioni si fondano su uno scambio di segnali, di input, di output, di stimoli e reazioni, di sollecitazioni e risposte. Quindi, se volete, amici uomini, evitare che prima o poi la 30enne vi prenda e vi appenda al muro pretendendo di DEFINIRE che cazzo di rapporto avete, provate a seguire i seguenti accorgimenti. Ma prima, lasciatemi spezzare una lancia in favore delle mie esimie colleghe: sappiamo tutti benissimo che questo patema di taggare e meta-taggare le relazioni risulta decisamente poco cool; d’altra parte è pur vero che quando passano i mesi e ci si ritrova in una situazione sentimentale che non si capisce che cazzo sia, qualche domanda una se la fa; è vero pure che l’hic et nunc, il vivere alla giornata, lo step by step, col quale siamo cresciute da quando c’avevamo 17 anni ci ha letteralmente scatafasciato i coglioni, anzi, le ovaie, le tube e tutto l’armamentario completo; è vero pure che se avessimo voluto “navigare a vista” per il resto dei nostri giorni, avremmo fatto il concorso in Marina, e invece una pur minima direzione ci piacerebbe averla, perché l’amore sia una bussola in una vita già piuttosto complicata di per sé, invece che una misteriosa dimensione nella quale non esistono punti cardinali, né sopra, né sotto, né alto, né basso e neppure la destra e la sinistra che ormai, si sa, non esistono più in generale (soprattutto la sinistra, non esiste più); non ultimo c’è il tema dell’esclusiva, della monogamia che – siamo franchi – è una scelta che facciamo, non un istinto – se non per i primi 5 mesi, periodo di vita medio di qualunque innamoramento; vale a dire: faccio i cazzi miei oppure no? Te li fai oppure no? Stiamo costruendo qualcosa e quindi mi metto il tubero in salamoia, oppure stiamo solo ingannando l’attesa di qualcuno più speciale di me e più speciale di te?

Lo so, amici uomini, c’avete già il mal di testa. Per voi è tutto più semplice e noi per questo vi invidiamo, credeteci. Ma se non vogliamo che il genere umano si estingua, se non vogliamo alienarci nei nostri microcosmi di genere, dobbiamo provare a capirci. Se fate le seguenti cose, sappiate che la donna (qui parliamo delle 30enni ma secondo me la faccenda calza anche su altre fasce anagrafiche) interpreterà il vostro rapporto in chiave sentimentale e, anche se lo nasconderà, inizierà a chiedersi se piacerà a vostra madre. Se rito civile o religioso. Se un banale ristorante o villa con piscina, catering e dj set.

  1. Farsi sentire tutti i giorni.

2. Mandarle, tutti i giorni, il buongiorno e la buonanotte. –> questa cosa crea serialità, quindi dipendenza. E rievoca in noi reminiscenze adolescenziali di quando il fidanzatino ci chiamava tutti i giorni, alla stessa ora e chiacchieravamo fitto-fitto chiuse nella nostra cameretta prima di cena.

3. Abbracciarla per strada, in luogo pubblico. Si può ammettere l’abbraccio strumentale al limone, naturalmente. Ciò che davvero ci confonde, sono cose come CAMMINARE ABBRACCIATI. Esagero: CAMMINARE MANO NELLA MANO. Se fate questa cosa, noi iniziamo a guardare il nostro riflesso (nostro + vostro) nelle vetrine, nei portoni, in qualunque superficie riflettente –> ergo, ci visualizziamo – letteralmente – come COPPIA

4. La mazzata definitiva, quella che suggellerà per sempre la vostra immagine insieme, l’errore capitale (sempre ammesso che voi la vogliate come amica con benefici, e non come vostra morosa) è farvi i SELFIE INSIEME. Dovete capire che a quel punto lei penserà che forse davvero sta succedendo. Passerà lassi di tempo non calcolabili a scrutare il vostro ritratto congiunto su pixel, pensando che siete molto carini, diversi, fighi, teneri, simpatici. Spammerà tutte le sue amiche con i vostri selfie, raccogliendo emoticon assortite e cuori variopinti da tutti gli angoli del pianeta. State attenti: NON SI FA. Voi, nella vostra purezza, nella vostra semplicità, penserete che non significa nulla. Che pure tra amici ci si fanno i selfie insieme. Certamente, ma tra amici non si tromba e non si fanno tutti gli altri punti che ora elencheremo.

5. Il sesso. Ok. Si può fare sportivamente. Lo sappiamo benissimo. Solo che farlo sportivamente per 8 mesi di fila, per esempio, è diverso da farlo sportivamente per 3 volte nella vita. Se poi dopo, non so, si resta insieme, si chiacchiera, ci si abbraccia, si dorme insieme, e ci si sveglia insieme, e si fa colazione insieme, e si rifà all’amore, e se questa cosa inizia a succedere tutti i weekend, e poi anche qualche volta in settimana, insomma, lo capite anche voi che i sintomi assomigliano più a quelli di una relazione che di una one-shot, no?

6. Farvi un weekend fuori insieme. Allora, raga. La 30enne single che ha passato gli ultimi anni della sua vita ad andare in vacanza con le coppie di suoi amici, etero o gay; oppure con viaggi avventure nel mondo a scarpinare nella giungla e a dormire in 12 in una casa con un solo cesso e tanti mosquitos; oppure DA SOLA raccontando poi al ritorno di essersi sentita molto indipendente e molto onnipotente, CREDETEMI, darà un valore ENORME al vostro primo weekend fuori insieme. Ve lo dico solo perché lo sappiate, perché così è. Voi penserete che sì, tutto sommato meglio andare con lei che con il vostro amico che emette indesiderate flatulenze. Lei si chiederà se voi piacerete ai suoi genitori.

7. Conoscere i suoi amici, presentarle i vostri amici, ed essere affettuosi davanti a entrambi. Passerà giorni a raccogliere feedback dai suoi amici su di voi, e passerà giorni a bramare feedback dei vostri amici da parte vostra. Ci terrà un casino che voi piacciate ai suoi, e che lei piaccia ai vostri. E qualora così fosse, inizierà a pensare che siate perfetti e che dovete, proprio DOVETE, stare insieme, perché quando ricapiterà uno che vada bene ai suoi amici? Del resto, a voi quando ricapiterà una unica e irripetibile come lei? Non voglio spaventarvi, voglio che siate consci.

8. Se le mostrate le foto della vostra famiglia, avrà voglia di conoscerla. Se le mostrate le foto della casa che state scegliendo, avrà voglia di arredarla con voi. Immaginerà quando negli inverni freddi vi rintanerete lì insieme. E quando nelle calde estati inviterete i vostri amici a fare un aperitivo sul terrazzino. Nei casi più irrecuperabili penserà a quando inviterete sul terrazzino la sua famiglia, o la vostra famiglia, tecnicamente un incubo al quale andrebbe incontro senza esitazioni, nella leggerezza della fantasia vaginale.

9. Dirle che vi manca quando non c’è. Questa è pesante amici. Maneggiatele veramente con molta cura delle dichiarazioni così importanti. Poi quella si pensa che le volete bene, che siete innamorati, che avete finalmente capito che è speciale e che non volete perderla. Che siete diversi dagli altri. Io dico: perché dovete alimentare invano simili illusioni? Su. Siate bravi (sempre a meno che non pensiate – consapevolmente – di volerla come vostra partner; e sempre che ci teniate a evitare quel momento in cui – se non è abbastanza pudica – vi dirà cose come: “Mi avevi detto che ti mancavo!! Cos’è che ti mancava eh? Eh??”, immediatamente dopo il vostro puntuale “non sono pronto” – “non me la sento ancora” – “in questo periodo…” – “non sono abbastanza maturo”)

10. Farle un regalo. Non lo so. Molta attenzione su questo punto. Ci sono contesti in cui diventa imprescindibile, tipo che se vi frequentate da un semestre e la vedere IL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO, sarà sconsigliabile presentarsi a mani vuote, si capisce. Qua non entro nel merito perché dipende, siete precari o siete i nipoti di Moratti? Che tipa è lei? Quello che posso dirvi è che dovete valutare qualcosa che sia personale, ma non troppo. Se la relazione non è importante NON regalatele assolutamente nulla di jewelry. Intendo neppure il braccialetto di merda di cautchù. Sappiate che la gioielleria è il punto d’arrivo dei regali di qualunque donna. La gioielleria, di qualunque livello sia, dice una cosa sola e una soltanto: COMMITMENT. ATTACHMENT. IMPEGNO. Nei casi più irrecuperabili, persino Accessorize può dirlo, a una che abbia voglia di intendere ciò. Quindi voi andate sul sicuro: prima ci sono i libri, i massaggi, le borse, le sciarpe, i profumi, le creme, le maglie, le scarpe. Poi gli orecchini (la prendete alla lontana). Poi il braccialetto. Poi la collanina. Poi qualunque cosa che vada indossata su una delle 10 dita (non necessariamente l’anulare sinistro). Ok?

Io ho concluso e spero di aver chiarito alcuni elementi sui quali palesemente noi donne mettiamo tantiiiiiissimo significato (e spesso lo facciamo da sole). Voi fate la vostra parte, siate bravi, cooperate, siate un poco etici che ormai siete grandi. Avanti.

La Quarta Fase dell’Amante

Quando sei stata un’Amante Veterana, cioè sei passata per Le 2 Fasi dell’Amante, e poi per la Terza, e hai finalmente raggiunto la Quarta e ultima fase, che poi è un attestato che consegui a vita, una specie di laurea ad honorem in Merda Sentimentale, e ti trovi a parlare con le Matricole,  quelle cioè che per la prima volta nella loro vita si misurano con la discutibile posizione di essere “l’altra”, provi a dar loro tutti gli strumenti in tuo possesso, affinché si traggano in salvo prima che lo tsunami di fogna le travolga.

Tuttavia, poiché generalmente la cosa più utile che si fa con i consigli è ignorarli, si tratta spesso di un dispendio di energie fine a se stesso, un po’ come quando hai avvistato l’Iceberg e urli al Titanic di virare, “VIRA, TUTTO A BABORDOOOO”. Ma sappiamo benissimo qual è stato poi il destino dell’inaffondabile transatlantico. Resta il fatto che noi, che siamo qui di vedetta e guardiamo le nostre colleghe inciampare una dopo l’altra negli stessi errori che abbiamo commesso noi, per i quali adesso abbiamo un gigantesco MAI PIÙ tatuato nell’anima, noi che ormai decliniamo le avances degli uomini impegnati con la stessa scrupolosa cura con la quale eviteremmo di contrarre la lebbra, non possiamo fare altro che mettere il nostro know how a disposizione delle più inesperte reclute della battaglia amorosa.

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1. Il fatto che lui non ti abbia mai parlato di “avere una tipa” (dove tipa può significare qualunque figura femminile compresa tra un campionario di trombamiche e la moglie con la quale ha procreato una squadra di rugby) non significa che quella tipa non esista. Chiedere è lecito. Domanda esplicita, diretta, secca. La formula che io uso generalmente è “Sei sposato/fidanzato/convivente/padre/single-del-genere-non-mi-avrete-mai?”. Questo perché gli uomini appetibili, single e intenzionati ad avere una relazione, lo abbiamo detto diverse volte ormai, sono frequenti e facili da esperire quanto l’aurora boreale.

2. Ti dice che no. Non c’è nessuna. O meglio, niente di serio. Molta, molta attenzione a quel “niente di serio” perché la storia ci insegna che per ogni uomo che vive “niente di serio” con una donna, esiste una donna che fa progetti nuziali, immobiliari e genetici con lui. Oppure una ex con cui è in pausa di riflessione, che ci spera ancora un casino, che è la migliore amica di sua sorella, che sua madre la chiama per nome e con la quale lui – con buona approssimazione – si vede ancora. Non dico che dobbiate licenziarlo immediatamente, non siate la Gestapo dell’Amore, la vita di nessuno è realmente il deserto dei tartari, dai su, non pretendiamo l’assurdo, neppure la vostra lo è. Però ecco, non prendiamo per oro colato tutto. Una volta che abbiamo posto la domanda (punto 1), proviamo a capire se la risposta è sincera. Teniamo alta la guardia. Non viviamo nel mondo dei folletti e dei minipony. La gente mente. Lo fanno gli uomini e lo facciamo pure noi donne. Non dobbiamo approcciarci al mondo con radicale sfiducia, ma neppure credere al Mago Do Nascimento. Quindi, senza diventare inquisitorie, se sul sedile posteriore della sua macchina c’è un seggiolino per bambini (che magari è per suo nipote eh), almeno notiamolo. Se quando andiamo da lui, in bagno troviamo una maschera per capelli all’olio di Argan e lui è calvo, una domanda facciamocela. Se ci sono due spazzolini, due accappatoi, un pacco di assorbenti che fa bella mostra di sé (quindi ovviamente non aprite mobili, che sareste pazzeh, dico se è proprio lì), o qualunque genere di indizio che dimostri chiaramente che in quella casa c’è una donna bene insediata, sul serio, facciamo resuscitare dal coma la Angela Lansbury che è dentro di noi (specialmente se è tipo luglio e la compagna è stata provvidenzialmente spedita in Riviera a far fare un po’ di mare ai pargoli, che il mare fa bene ai bambini, si sa, e lui è rimasto nella calura metropolitana dove si consola con tutte le vaginesingle e non – in cui inciampa). Così come, se si fa sentire durante l’orario lavorativo e la sera sparisce, badiamoci. Idem se si smaterializza ogni cazzo di weekend. Per carità, può pure andarci benissimo un ménage del genere, ma almeno che siate consapevoli e non vi facciate prendere per il culo. Che poi quando siete coinvolte è un casino tirarsi fuori da queste situazioni, e levarsi di dosso il senso di stupidità per essersi fatte prendere in giro (era fidanzato/sposato e non me l’ha detto), è più difficile che buttare giù i kg di troppo dopo le festività.

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3 Altra ipotesi è che ti dica che in effetti sì, un rapporto ce l’ha, ma naturalmente in crisi. Una storia sulla via del tramonto. Una relazione senza futuro. Si stanno lasciando. È questione di tempo. Mesi. Giorni. Minuti. Guarda se non lo interrompevi lui proprio in quel momento stava andando a lasciare la moglie! Se voi non farete la cosa più intelligente da fare in quel momento (cioè girare i tacchi e andarvene liete per altri peni), probabilmente inizierà a raccontarvi cosa non va bene della compagna, che vogliono cose diverse, che si sono amati ma ormai le cose non funzionano più, che si sente incastrato in una vita che non è la sua e che vuole riprendere in mano il coraggio e tornare a VIVERE. Bla. Bla. Bla. Amiche, abbiate chiara a mente una cosa: quasi nessun uomo vi dirà mai “sì, in effetti con la mia partner va tutto bene, solo che sai, ogni tanto ho voglia di farmi una ciulata diversa, che la quiete è un poco noiosa, e quindi niente, chiaviamo?“. Loro sanno perfettamente che il deal che vi propongono non è vantaggioso (lo è solo all’inizio, un investimento che rende un casino nell’immediato e che vi manda in bancarotta emotiva sul lungo periodo), quindi devono tendenzialmente farcirlo bene. E spesso sono bravi. Spesso sono COSì BRAVI che si convincono anche loro. Finché la bolla non scoppia e non subentra la realtà.

4. La realtà generalmente è che NON la molla. E voi ci perdete X mesi se non anni, intere porzioni di vita, lustri in cui darete del lungo ad altri papabili candidati, perché sarete in stand by ad attendere il vostro grande amore che però, eh aspetta, oggi ha avuto una giornata difficile in ufficio, non posso parlarle; domani cade sua madre, neppure; dopodomani lei è in premestruo e rischia d’ammazzarlo, e tu vuoi metterti con un uomo morto? No certo che no, meglio aspettare. E poi il giorno dopo muore il suo gatto Ciccì, che aveva 45 anni, il momento è delicato. Fino al giorno in cui: eh niente, è incinta, avremo un bambino, ma no non ti ho mentito, non andavamo a letto insieme da secoli, è successo solo una volta, era il suo compleanno, e comunque zero attrazione, la libido è morta, lo sai che amo te. Certo. Morta come muore il vostro cuore che, per carità, resusciterà, ma dopo anni di psicanalisi e fisioterapia che per rimettervi in piedi l’anima e la fiducia nel genere maschile ci vorrà quasi la divinazione.

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5. PEGGIO MI SENTO: la molla davvero. Lì voi pensate, povere illuse, che arrivi il bello, che finalmente starete insieme. POVERE ILLUSE. Chiariamo una cosa: rompere una coppia NON è un fatto auspicabile, neppure se l’oggetto del vostro desiderio ci è incastrato dentro. Quando la rottura si compie (TRANNE RARISSIMI CASI, le eccezioni che confermano la regola) viene il peggio: il senso di colpa, la guerra dei roses, il fallimento, le famiglie, la casa co-intestata, gli amici in comune, un intero sistema sociale che se va a mignotte. Anzi a mignotta, cioè te, perché è questa la description che accompagnerà il tuo nome per lungo tempo. Lo ami così tanto che non ti interessa? Eccellente. Sappi però che un conto è essere amanti, un conto è vivere la vita vera. Un conto è crogiolarsi in un’alcova di desiderio e impossibilità, di struggimento e zero-responsabilità, BEN ALTRA è assumere un ruolo, scendere in campo e giocare una partita (per vincerla). Vale tanto per te quanto per lui. Può diventare tutto meraviglioso all’improvviso (seh vabbeh), puoi ritrovarti in un incubo e chiederti come cazzo ci sei finita (e, darling, risponderti che ci sei finita con le tue gambe, sarà il riscontro più duro da dare a te stessa). Ora, lo so che il mio ti sembra terrorismo emotivo, che in fondo stai solo andando a prendere un caffè, non c’è niente di male. Che in fondo vi scrivete e basta. Che in fondo tu gestisci tutto benissimo. Che tu non vuoi rompere la sua coppia. Che smetti quando vuoi. Blablabla. Per questo leggi qui.

6. Le persone non escono dalle rotture che sono proprio primule a primavera. Specie se di mezzo ci sono avvocati, cause, alimenti, danni morali. Specie se di mezzo ci sono figli. Pensaci, cazzo. Pensaci. Pensaci per lui (saprà reggere tutto questo? è davvero così forte e così convinto?), pensaci per te (vuoi davvero accollarti un accumulo di macerie? Lo ami abbastanza da ricostruire insieme quello che resta di lui? Se sì, procedi. Se no, o non ne sei proprio sicura, Ctrl + Alt + Canc, uscita forzata e via).

7. Se resti lì, sappi che ti toccherà spalare una quantità inaudita di merda. Sappi che lei ti odierà, e tu odierai lei, in una specie di allucinazione emotiva nella quale finirai persino col dimenticare che sei tu l’abusiva, non lei. Quando parlerai di lei con le tue amiche trapelerà il disprezzo dalle tue parole, per una donna che neppure conosci se non attraverso i racconti alterati del suo compagno fedifrago. E saranno racconti dei quali non dubiterai, perché sarai totalmente obnubilata. Ma ricorda che senti sempre solo una delle campane.

8. E l’unico fatto concreto, che hai sotto gli occhi e che potresti valutare, fingerai di non vederlo. Il fatto, incontestabile, che l’uomo che presumi di aver scelto tra tutti gli uomini che popolano il pianeta Terra, quello che presumi d’amare così tanto, che ti sembra il migliore per te, il più desiderabile tra i desiderabili, è un uomo che ha mentito e ha preso per il culo un’altra donna. Non una qualsiasi. Quella che teoricamente amava e rispettava di più. Quella con la quale spartiva il tetto e il talamo, con la quale magari ha messo al mondo dei figli, con la quale ha sottoscritto un contratto (perché il matrimonio è un contratto), firmando che si sarebbe preso cura di lei per sempre. Ora, per carità, le storie finiscono, gli amori pure e le convivenze anche. Le famiglie s’allargano. Viviamo tutti in questa continua dinamica fluida delle relazioni, nella quale non esistono più punti d’approdo definitivi, e questo non è necessariamente un male. Però, ricordalo, ci sono modi e modi, anche per chiudere una storia. E ai suoi modi, quelli che usa con la sua partner, ti prego di fare caso. Perché il modo in cui un uomo tratta le sue ex, è il biglietto da visita che ci fa capire come tratterà (o potrebbe trattare, un giorno) noi.

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9. L’aspetto generalmente più avvincente di queste situazioni, apparentemente trascurabile ma che nella sua sostanza rivela il paradosso di questi affair, è che tu nel giro di poco probabilmente ti troverai a essergli fedele. Cioè non andrai con altri. Non indirai una gara d’appalto per accaparrarsi la tua virtù. Al contrario, diventerai ligia e monogama, votata a questo amore in un regime non-detto (perché raramente il tema si affronta apertamente) di monogamia. L’apogeo di follia, molto comune tuttavia, si raggiunge quando lui inizia persino ad essere geloso di te. Una gelosia che ti lusingherà persino all’inizio, facendoti pensare che “ehi vedi che ci tiene“. Stronzate. È possesso, manipolazione, alterazione dei fatti: non devi alcuna esclusiva a uno che ogni notte dorme nel letto con un’altra persona. TATUATELO.

10. Tu mi dirai che in realtà tutti questi punti non corrispondono alla tua situazione. Perché tu non sei innamorata di lui, non sei mica stupida, non fai alcun progetto (e generalmente sappi che non se ne fanno mai, semplicemente a un certo punto le cose sfuggono al controllo). Tu mi dirai che lui però ti fa sentire speciale, per quegli scampoli di vita che condividete, perché è l’uomo più piacevole che tu abbia incontrato negli ultimi 5 anni e scusa se a un certo punto anche tu hai voglia di passare un po’ di quality time con un pene. Che non è mica colpa tua se sono già tutti presi. Che tu lo rendi un marito migliore, perché anzi lui con te sta bene quindi torna a casa e sopporta meglio l’oppressione della routine. Che siete solo due adulti consenzienti e che – tutto sommato – non fate del male a nessuno. E a questo ti rispondo che – a meno che non sia davvero solo e soltanto sesso animale (mah…) – va bene, hai ragione, continua pure, fino al giorno in cui sarà il tuo compleanno e lui non ci sarà; fino al giorno di Natale, che festeggerà a casa dei suoceri mandandoti gli auguri di nascosto; fino al Capodanno, quando partirà con lei e sparirà. Ma ehi, tu sei forte. E sarai forte sempre, finché un giorno non vedrai comparire sul suo smartphone la chiamata in arrivo di lei, che è salvata in rubrica “Amore“. Finché non ascolterai per caso una telefonata tra loro, nella quale lui sarà affettuoso e noncurante, tenero e falsissimo e non potrai in alcun modo fingere di non accorgertene. Non sentire un brivido d’orrore per la sua doppiezza. E in quel momento, anche se probabilmente non lo farai, vorrei tanto che dessi ascolto al tuo istinto di sopravvivenza e lo mandassi a cagare.

E sì, certo, esistono ALCUNI casi in cui delle storie iniziano clandestine e poi si stabilizzano, durano, vivono liete e feconde. Ma sono eccezioni che confermano la regola. E la regola è quella testé illustrata. Potete avere la presunzione di essere eccezionali, purché siate pronte ad accettare poi la media e la mediocrità degli esiti.

Insomma, nella Quarta Fase dell’Amante assomigli un po’ agli ex eroinomani, o agli ex bulimici/anoressici, che adesso vanno in giro a fare campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma soprattutto per dire a chi sta vivendo la stessa difficoltà, che ce la si può fare, ma che per uscirne bisogna volerlo.

Insomma, sei una specie di testimone e testimonial dello sfacelo emotivo. Ma sei anche una reduce. Sei una sopravvissuta. Sei una che dopo essersi ferita in trincea, conosce il valore inestimabile della pace. Anche in amore.

ps: ovviamente, sia chiaro, non solo le donne sono amanti, non solo gli uomini tradiscono, la cosa può valere anche a ruoli invertiti, con i dovuti distinguo, e blablabla, state sereni, lo sappiamo.

Nessuno Si Impara Da Solo

Mi ha contattata qualche giorno fa una mia amica, in sbattimento fortissimo perché il tipo con il quale si sta frequentando ha cambiato repentinamente e visibilmente atteggiamento nei suoi confronti. Così lei, come da manuale, gli ha scritto una lettera, per chiedere ragioni, per spiegare ragioni, per rinnegare quel senso di fallimento sentimentale che ti assale ogni volta che una relazione (micro o macro che sia) va male e tu ti ritrovi a mettere in discussione il tuo essere intero. Insomma una di quelle epistole vaginali ad altissimo tasso di pathos, che tutte quante all’occorrenza componiamo e che saggiamente lasciamo lì a giacere nella cartella “bozze” del nostro account gmail.  Era indecisa se inviare oppure no. Io, previa lettura del testo, ho votato per il no. Non per il contenuto in sé, ma perché ci sono alcune cose che ho imparato e che mi hanno fatto capire che…meglio evitare.

Per argomentare meglio il mio NO (che mica solo per il referendum costituzionale bisogna averci delle argomentazioni), le ho spiegato che quando mi sento perdente, cosa che di tanto in tanto mi accade, specialmente quando si tratta di faccende para-sentimentali, mi ripeto una frase, una di quelle cagate motivazionali che normalmente schiferei ma che, le ho confessato, in quei casi mi è piuttosto d’aiuto. La trovo così illuminante che per un periodo l’ho avuta anche come status su whatsapp. Poi mi ero dimenticata d’averla (perché grazie al cielo non rientro in quella fetta di umanità che ogni due per tre aggiorna il suo status su whatsapp) e, quando l’ho rivista, l’ho cancellata, con un filo di imbarazzo, pensando “vabbè dai, anche meno”.

Ad ogni modo, la frase in questione è: “Non perdo mai. O vinco, o imparo.”

Imparo. Perché è vero che non si smette mai di imparare. Perché è vero che non si smette mai di fare stronzate.

Neppure quando pensi che ormai hai finito. Neppure quando pensi che più di quelle che hai fatto non puoi farne. Neppure quando provi strade diverse, percorsi alternativi, ti metti in discussione, rischi, intraprendi, percorri. Di sbagliare non si smette mai. E di imparare, nei casi migliori, neppure.

Quando ero giovane mi incazzavo. Mi incazzavo un casino. Facevo delle sceneggiate da far impallidire la migliore tradizione partenopea. Urlavo. Piangevo. Una volta ho anche picchiato un uomo, per dire. Quello parò il colpo, lo colpii sul gomito, mi venne un livido gigante nel palmo della mano. Me ne vergogno, ad oggi, ripensandoci.

Oppure scrivevo. Gesù, quanto scrivevo. Missive lunghe, lunghissime, interminabili. Con un tono insopportabile, gratuitamente accademico (della serie “Piccolo maschio incapace, ti spiego io come funzionano le donne”), oppure sarcastico e corrosivo, oppure profondamente patetico. Il mio capolavoro iniziava con “Ti parlerò in un linguaggio che ti sia lessicalmente accessibile”. Avevo 16 anni. Madonna che imbarazzo. Madonna, quanto ero agguerrita. E quanto ci credevo. E quanto me la credevo.

Oggi, però, ho imparato, le dico.

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Ho imparato che le parole non servono così tanto. Ho imparato che i fatti esprimono molto più che i comizi. Ho imparato che a volte bastano i sensi, e l’intuito, e l’istinto, a capire. Che siamo donne. Che non ci mettiamo più di una frazione di secondo a capire se un uomo ci vuole, oppure no. Se ci desidera, oppure no. Se ci ama, oppure no. Poi ci depistiamo, se il verdetto non ci garba. E sbagliamo, ancora. Anche se siamo adulte. Anche se siamo cresciute. La verità, però, la sappiamo e, almeno su questo, possiamo non prenderci in giro. Possiamo non fare domande e non aspettare risposte compiacenti che, puntualmente, non arriveranno.

Ho imparato che non c’è nulla di più mortificante che parlare a chi non ha voglia di ascoltare. Di spiegare a chi non è interessato a capire. Di scrivere, a chi skipperà paragrafi interi mentre è sul cesso a cagare.

Ho imparato che siamo noi che non dobbiamo essere interessate a interloquire con chi sbuffa, o fa smorfie, o alza gli occhi al cielo. Ho imparato che dare la luce ai ciechi non serve (cit. Janis) e che dobbiamo parlare con chi ci ascolta,con chi ci risponde con perizia, con chi ha voglia, curiosità, urgenza persino, ogni tanto, di noi.

Ho imparato che un uomo se la deve meritare la nostra vulnerabilità. Che non si piange davanti a chiunque. Che non si sclera con disinvoltura. Che perdere la brocca, dimenticare le buone maniere, abdicare alle basilari norme della civiltà, è una verità, una nudità, una forma estrema di sincerità umana di cui non tutti sono degni.

Ho imparato anche che gli uomini non sono stupidi, e neppure superficiali, non sono mica povere criature minorate che non c’arrivano. Semplicemente quando ci sembrano così, è perché la nostra presenza nella loro vita non rientra nella top ten delle loro priorità. Siamo donne, non un reattore termonucleare. Anche le più impossibili di noi, non ci vuole poi molto a capire come renderle felici, qualora renderle felici sia un argomento all’ordine del giorno. A volte lo fanno, o l’hanno fatto. Renderci felici, intendo. Se hanno smesso non è che abbiano subito una lobotomia. Banalmente, per qualche ragione – che non siamo obbligate a comprendere, quindi risparmiamoci le ere geologiche a chiederci “perchééééé?” e a vivisezione i “se” e i “però” – hanno smesso. Hanno perso interesse. Tanto ci può bastare.

Ho imparato che recriminare non serve. E neppure attribuire torti e ragioni. Perché ciascuno di noi, in tutti i rapporti (amichevoli, familiari, amorosi) ha i propri torti e le proprie ragioni. Non è che si vinca qualcosa. Né trofei. Né premi di consolazione. Che anche noi commettiamo errori. Che a volte partiamo per la tangente, che diamo importanza a dettagli sbagliati, che facciamo i conti senza l’oste e li sbagliamo pure. Che quando una cosa ci va di traverso, ci mette lustri a scenderci dall’esofago al culo, e lì comunque ci rimane piantata per un bel pezzo. E che non siamo sempre leggere, leggerissime, come Kaori di Philadelphia.

Ho imparato che a volte è meglio star zitta. Prendere atto. Regolarsi di conseguenza. Non incazzarsi anche perché la rabbia ci fa venire (cioè, aumentare) le rughe.

Ho imparato che le relazioni hanno un costo e che quel costo si può pagare soltanto quando almeno due persone sono disposte e intenzionate a farlo. E che, in genere, non ci vuole poi molto a capire se stiamo giocando un solitario. O se siamo in campo in due.

Ho imparato anche che l’unica sufficienza che possiamo accettare nella vita, è quella che abbiamo preso in matematica.

Ho imparato anche che non si fa con i sentimenti ciò che San Francesco faceva coi vestiti: regalarli ai poveri. Le perle ai porci. Perché la nostra anima un valore ce l’ha e generalmente siamo noi a fissarlo.

Ho imparato anche che la donna (o, più in generale, l’essere umano) che investe tempo, risorse, energie, cure, attenzioni per un’altra persona senza aspettarsi nulla in cambio, esiste con la stessa certezza scientifica con la quale esiste lo Yeti.  E che, in fondo, non è una colpa avere delle aspettative, anche se le aspettative ci fottono sempre. E che il problema, se mai, è fare l’investimento corretto. Scegliere il destinatario giusto. Qualcuno che a sua volta abbia un piccolo capitale emotivo da mettere sul tavolo. Perché un rapporto è un po’ come una società, perché è un lavoro di gruppo, perché è un dialogo, non un monologo.

Ho imparato infine che spesso non è neppure colpa del destinatario, o dell’emittente. A volte, semplicemente, le vite prendono corsi diversi. Rispondono a priorità incompatibili. Assumono forme che non avevamo preventivato e non ci si può far nulla, se non ammettere l’errore. Provare a non odiarsi. Fare pace con la propria fallibilità. Assolvere la propria mediocrità. Capire che è così che va.

Incassare. Elaborare. Migliorare.

E, definitivamente, non inviare alcuna email.

[SessuOhhhlogismi 3] – La Sublime Arte dell’Irrumazione

[Prima di iniziare questo nuovo capitolo di SessuOhhhlogismi – la rubrica mensile nella quale parliamo di argomenti pruriginosi e scabrosi in compagnia di OHHH – devo fare un disclaimer per i miei parenti, per i miei ex professori del liceo, per il prete che mi ha battezzata e per tutti quelli che si chiedono, turbati, cosa mi sia successo, manco fossi diventata Sara Tommasi e facessi porno, o mi bucassi, o trafficassi in armi e organi umani (il tutto per il semplice fatto che – tra gli altri argomenti – scrivo di sesso). Insomma: non leggete questo post. Davvero, non fatelo. Ricordatemi come quella ragazzina bionda e paffuta, piena di sogni e ambizioni. Rivediamoci al prossimo post. O a quello dopo ancora. Oppure leggetelo solo se accompagnati. Sappiate in ogni caso che il contenuto potrebbe disturbare il vostro fragile catto-equilibrio intestinale]

Fare una fellatio sembra una cosa semplice. Ma non lo è.

Per carità, le donne d’oggi sono tutte illustrissime artiste del risucchio, e ciò è noto perché esse stesse se ne bullano pubblicamente con gran sicumera, mutuando un atteggiamento ultra-maschilista di cui talvolta nemmeno gli uomini della peggior borgata sono capaci. Ma che volete farci, siamo così, dolcemente complicate, sempre più sboccate, emancipate, ma potrai trovarci ancora qui. Non è questo il punto.

Il punto è che nessuna, nemmeno quelle che potrebbero competere nel campionato internazionale delle gole profondissime, nasce imparata a farli, sti benedetti pompini (ok, chiamiamole “fellatio” che se no mi sento una vecchia bagascia e penso che non troverò mai l’amore vero). Voglio dire: non è che si sappia per istinto cosa fare, come, quando e perché. Non è che si abbia un’idea naturale di quali e quante variabili possano definire la qualità di una fellatio. Per lo meno per la mia generazione (e per tutte quelle cresciute prima dell’avvento di youporn) è stato così. Non abbiamo mica avuto un’inesauribile quantità di video-tutorial da cui apprendere tutti i segreti del flauto traverso. Nossignori. Ai nostri tempi esisteva la posta di Cioè, l’atlante di medicina fatto coi punti della Esso e I Bellissimi di Rete 4 che, se ti diceva bene, erano soft-porn (e poi le donnine nude di notte sulle reti locali, ma non si può dire che ci fosse alcunché di istruttivo in loro, per noi). Fine. Per il resto, noi ci siamo formate attraverso una militanza attiva e partecipata alla causa. Un percorso accidentato di prove ed errori, di troppo timore e troppo entusiasmo, troppo zelo e troppa poca iniziativa, troppa foga e senti anche meno, più piano, più veloce, oh, come sei brava. Noi abbiamo acquisito e raffinato la nostra consapevolezza e la nostra competenza nel tempo, gradualmente, step by step e sì, per quello molte finiscono a farsene un vanto. Perché imparare a fare bene una fellatio è FATICOSO, un po’ come una laurea ingegneria (e infatti tutti gli ingegneri si vantano di essere tali).

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Perché è così difficile? Non solo per una banale questione di coordinamento moto-respiratorio, come si potrebbe supporre (o perché una discreta percentuale della popolazione femminile, in verità, continua a non gradire la pratica, cosa che peraltro potrebbe risolversi in parte con una più solerte cura dell’igiene intima maschile, del tipo che sì, se vi siete fatti l’ultima doccia 20 ore fa, sappiatelo, non profumate di glicine a primavera). E non è nemmeno perché mentre ci raccogliete i capelli, c’è puntualmente una ciocca che si impiglia nel vostro orologio e pensiamo che avete vanificato le ultime 10 pasticche di integratori per capelli che abbiamo assunto. E no, non è nemmeno perché il tempo nei pompini è come il tempo dei cani: quello che nel mondo reale appare come 1 minuto, per noi sono 7 minuti, in cui continuiamo a fare con il nostro collo ciò che i piccioni di solito fanno con il loro.

Al netto di tutto ciò, l’ulteriore livello di difficoltà consiste nel fatto che si fa in fretta a dire “fellatio”, come se di “fellatio” ne esistesse una soltanto, come se imparata quella stai a posto per tutte. E invece no! Gli uomini non sono tutti uguali e non lo sono nemmeno i loro gusti.

Certo, per carità, esistono dei magic trick che sono dei grandi classici contemporanei con i quali si va sul sicuro. Ed esistono degli how to altrettanto imprescindibili (del tipo “no i denti no, i denti mai, nemmeno quando pensi che sentire i tuoi incisivi sulla sua Cappella Sistina possa eccitarlo, NO”, ma anche “Questi ci perdono le diottrie a consumare tutti i filmati in POV di Pornhub quindi per piacere ogni tanto ricordatevi di guardarli negli occhi”), tuttavia c’è dell’altro. C’è che ci sono duecento optional e duecento tipologie di fellatio. Per esempio:

Fellatio Passiva: il maschio si mette lì in panciolle e si fa servire come se fosse in un resort pensione completa con formula all inclusive. Bibite escluse.

Fellatio Attiva: il maschio decide che tu stai ferma e lui fa gran parte del lavoro, facendo con la bocca ciò che andrebbe fatto col tuo fiore di loto. L’attività del maschio, in questo frangente, segna la nostra passività, la disponibilità a lasciar fruire il nostro corpo in maniera totale o quasi, a “sottometterci” in un ménage essenzialmente speculare alla Fellatio Passiva nella quale, invece, è l’uomo a subire, abbandonato a noi e alla nostra magistrale sapienza oratoria.

Fellatio Attiva Hard-Core: il volgarmente detto “soffocone”, per cui ti torna su la peperonata della settimana scorsa mischiata ai succhi gastrici che ti corrodono l’esofago. Penso sempre che questa pratica sia stata concepita come contrappasso per quelle che fanno le fellatio dando i bacetti al pene. Ora, per carità, nel sesso finché le cose piacciono a entrambi va tutto bene, e fare di tanto in tanto un saggio per dimostrare che in ognuna di noi c’è una piccola Cicciolina, ok. Resta il fatto che queste porno-tracheoscopie per cui finisci a lacrimare come se t’avessero bruciato la collezione di Barbie a 5 anni e per cui sbavi come fossi un cane di Pavlolv, io francamente le comprendo fino a un certo punto anche se, come sempre, de gustibus non est disputandum.

Fellatio Partecipata: il maschio decide che comunque, nel mentre, farà qualcosa su di voi, dedicherà attenzione a qualche vostra parte anatomica, dalla palpata di tette (non dubitate mai delle abilità contorsioniste di un uomo intenzionato a raggiungere le vostre zinne), all’andare alla ricerca del clitoride perduto, al ricambiare la generosa passionalità in ugual misura, coinvolgendovi nella proverbialmente detta “69” che se ha degli indubbi aspetti positivi (per esempio essere uno dei momenti di più intimo scambio e accettazione che una coppia possa vivere) è pur vero che vi distoglierà e vi ritroverete ad alternare momenti di massima concentrazione a momenti di delizioso abbandono. E, in tutto ciò, lui sarà estremamente entusiasta, sentendovi mugugnare di piacere così a ridosso del suo gioiello di famiglia. Ed è per questo motivo che la pratica della 69 rientra a pieno diritto tra le varie possibilità di Fellatio Indurente.

Fellatio Indurente: trattasi di quella performance che viene eseguita allo scopo principale di portare il masculo al suo punto massimo, l’apogeo di eccitazione che la sua virilità possa raggiungere, l’azimut della sua aquila reale. Questa è una fellatio intelligente e strumentale, messa in atto per il bene comune, dei cui benefici gioveranno ambo i partner. Tristemente, ciò va detto, ci sono casi in cui essa diventa una conditio sine qua non.

Fellatio Gratificante: è la fellatio di non ritorno, quella che ha lo scopo unico di gratificare il vostro partner maschile e rendergli grazie a seguito di qualche evento o di qualche prestazione per cui sentite che se la merita proprio un sacco. Questa è la fellatio per eccellenza, quella priva di interruzioni, ricca, diretta al punto, appassionata, il cui epilogo è strettamente legato al gusto soggettivo della donna, ma in ogni caso ai titoli di coda bisogna arrivare. Poi scegliete voi se restare lì finché non finiscono, o alzarvi appena parte la musica e si riaccendono le luci la sala. Decidete se con un poco di zucchero la pillola va giù, oppure se è il momento giusto per cambiare le lenzuola dopo che avrà fatto i fuochi d’artificio con il suo prezioso fluido organico, o se semplicemente volete fare come Kate Winslet e Leonardo Di Caprio sul Titanic (allego foto esplicativa). Fate vobis. Ma il concetto è chiaro.

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E poi ci sono, naturalmente, altre innumerevoli varianti: la Fellatio Liscia, essenziale e minimalista; la Fellatio Condita, che s’avvale del pregevole supporto manuale (il ché a volte è cruciale per offrire qualche secondo di recupero alla mandibola, altrimenti esposta al rischio slogamento); la Fellatio Safari, che è quella audace che non ha paura di avventurarsi nella savana delle sue gonadi; la Spicy Fellatio, che divide molto e non piace a tutti ed è, proprio come con il piccante, strettamente legata al gusto personale (oltre ad avere alcuni effetti collaterali assimilabili al piccante, ma ne parleremo in altra sede).

Insomma, le possibilità di scelta sono numerose e gli errori in cui potenzialmente incorrere altrettanti. Ne ho parlato con alcuni amici uomini (che, del resto, hanno uno strumento di cui io sono sprovvista e mi pareva pur giusto interpellarli). Mi hanno raccontato delle Fellatio Svogliate, in cui si vede che la partner è schifata e che lo fa sforzandosi (suggerendo che in quel caso è meglio non farla affatto, per il rispetto di entrambi); delle Speedy Fellatio, troppo veloci e troppo accanite, contro le quali bisogna ricordare che il pene è un genitale, non il cambio di una macchina sportiva, che va “coccolato” (cito testualmente), con ritmo e passione; delle Fellatio Executive, con così tanto professionismo che la magia quasi si perde (perché ricordate che va bene essere preparate ma che ostentare la propria esperienza non sempre paga); delle Fellatio Loquaci, durante le quali le donne interloquiscono con il membro o con il suo portatore, elargendo complimenti all’uno o all’altro, oppure auto-insultandosi, prendendosi a male parole da sole.  E via discorrendo così.

Risulta in conclusione evidente che lo scenario è ampio e, come sempre, non ci sono diktatricette segrete. L’unica cosa fondamentale è ascoltare e capire i propri desideri, assecondarli e intercettare quelli del partner. Ricordare che a letto è bello sperimentare, giocare, incontrarsi. Stare bene e far stare bene l’altro, nel rispetto reciproco. Chiarito ciò, potete anche farvi schiaffeggiare con il suo augello, se ciò v’aggrada, o fargli esprimere il suo piacere sulla messa in piega che vi ha fatto Coppola.

Tutto è lecito, se ci sono consapevolezza e consenso.

Vi lascio con due perle di due miei amici.

Il primo dice: “Non bisogna mai perdere l’umiltà, perché anche quelle brave possono sempre migliorare.

Il secondo dice: I pompini sono come la pizza, anche quando non è buonissima, la gusti lo stesso.

Noi ci aggiorniamo a luglio con la prossima puntata di SessuOhhhlogismi!

(qui trovate la prima, su “Le Dieci Tipologie di Limone” e la seconda “Guida Base ai Preliminari“)

Uomini & Dating App

Il mese scorso sono andata a una festa di compleanno, alla quale ho conosciuto un tipo, che era con una tipa ma che però era single e che ha iniziato a parlarmi di quanto sia complessa la vita per gli uomini single a Milano. Ma-cosa-dove-come-quando-minchia-dici? mi son detta, tra me e me, figacentrica come sono, pensando come sempre che sia complesso solo per noi vagine, sopravvivere alla carneficina sentimentale e alla macelleria sessuale del mondo d’oggi. Invece no. Pare che anche per loro, per i portatori di pene, non sia poi così semplice.

“È una guerra, lì fuori è una guerra!”, mi ha detto il tipo. E la cosa mi ha incuriosita a sufficienza da dirgli: “Ok, ti intervisto per il blog”, lasciandogli i miei contatti (e no, non avevo alcun fine di broccolo, lo giuro).

Così dopo una decina di giorni ci siamo visti per un aperitivo al Deus, un posto in zona Isola dove sedersi è quasi impossibile e dove ti servono i cocktail nei barattoli invece che nei bicchieri e, sorseggiando il mio Moscow Mule, mi sono fatta raccontare un po’ dei suoi ultimi date. Così mi ha parlato di quella che si vantava di non pagare mai quando esce, perché lei è una pheega vera; e di quell’altra che nei primi 10 minuti gli ha raccontato i più macabri dettagli della sua promiscua vita sessuale; e di quella che dopo averlo limonato gli ha detto “Sì però scusa, amo un cinquantenne sposato”; e di quella che ha detto che non vuole necessariamente un compagno ma vuole un figlio, un figlio e basta, perché ha l’età per avere un figlio. Ma anche di un’altra che a letto gli ha sbuffato in faccia, e di quella che non voleva che se ne andasse e mentre cercava di persuaderlo armeggiava pericolosamente con un coltello da cucina.

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Urca, ho pensato.

“Ma dove le hai trovate?”, ho chiesto.

“Amici in comune, colleghi, palestra”, mi ha risposto.

“Ah, mi aspettavo mi rispondessi: Tinder, avrebbe avuto più senso”

Tinder con me non funziona. Non matcho

“Com’è possibile?”

“Non lo so, eppure sono bellissimo”

“Certo, infatti…per me fare match è la cosa più divertente, regala facili e superficiali conferme al mio claudicante ego”

“Sei donna”

“Hai ragione, voi uomini mettete like alla qualunque, noi no. Ora che ci penso, un altro mio amico lamenta difficoltà a fare match e quando ho provato a giocare col suo account, una sera che eravamo insieme, è stato leggermente frustrante”

“Sì, non solo, anche se fai match non si parla. Dobbiamo contattarvi sempre noi, sempre, non esiste una donna che ci contatti. E poi cosa vi diciamo?”

“Vabbè un’idea ve la potete far venire, non state a lamentarvi per mandarci un messaggino su”

“Ma sì, però non funziona lo stesso. E poi è pieno di casi umani

“Ahem…”

“Presenti esclusi”

“Ma io sono sulle dating app perché le studio sociologicamente, sia chiaro…”

“Naturalmente”

“Però ci sono anche alcune tra le mie amiche più gagliarde…forse dovrei presentartele”

Ed è stato allora che mi è venuto in mente di suggerirgli questa nuova dating app con la quale sto smanettando di recente, sempre a scopo di ricerca etnometodologica.

“Si chiama Once

“Sì, l’ho sentita…me ne aveva parlato un mio amico a Londra”

“Ecco, io la sto usando in questi giorni”

“E com’è? Cosa cambia rispetto a Tinder? Intanto scarico…”

Ciò che cambia, rispetto a Tinder, è che Once ti mostra un partner al giorno, ogni mattina alle ore 12. Di lì, scattano 24 ore di tempo per matchare e contattarsi. La proposta non si basa solo su un algoritmo e sulla prossimità geografica ma è super-visionata da degli esseri umani, persone in carne ed ossa intendo, i cosiddetti “match-makers” (praticamente versioni digitali di Marta Flavi, per chi se la ricorda).

“A differenza di Tinder, poi, non sei obbligato a fare log-in con Facebook. Puoi, certo, ma hai anche la possibilità di farti un account specifico. E se ti loggi con Facebook, comunque non ti matcha con i tuoi contatti, il ché non è male per la privacy

“Così la collega evita di vedere che sei un disperato su un’app”

“Ma smettetela con questa menata che le app sono da disperati. La gente ha sempre usato la tecnologia per flirtare e rimorchiare. Sempre. Dalla “chat piccante” di Arianna, a mIRC (che era un arcipelago di community, le “room”, create sulla base di argomenti specifici; ma anche un posto dove ci si appartava “in pvt”, in privato); passando per c6, che ti dava direttamente la possibilità di cercare gli utenti con cui parlare sulla base di filtri geografici e anagrafici, oltre che vedendo in anteprima interessi e descrizione. Fino ad arrivare ai vari social network da rimorchio, di cui Badoo e Meetic sono solo 2 dei numerosissimi esempi. E oggi, che viviamo nell’era delle dating app, siamo alla definitiva sublimazione di questa istanza: usare i nostri device allo scopo di inzuppare il biscotto.”

“Tu dici”

“Ma certo. Le dating app fanno ormai parte a tutti gli effetti delle nostre relazioni, può piacere o meno, ma è così, basta usarle con criterio…e anzi il fatto che hai la possibilità di fare un match al giorno ha degli aspetti positivi”

“Tipo?”

“Tipo che evita quell’effetto da ‘polli in batteria’, hai un partner al giorno da vagliare, non 20, puoi non guardare solo le foto ma addirittura spulciare gli interessi in comune, così magari ti viene in mente qualcosa per attaccare bottone!”

“Ma tu che ci hai raccattato li?”

“Esco settimana prossima con un copywriter, ma sempre per fini di indagine antropologica”

“Sì, beh, ovvio…quindi tu dici che la devo provare”

“Sì, dico che devi provarla. Tra l’altro questa offre anche un sacco di info, tipo l’altezza, che è utilissima perché se sei una vichinga puoi valutare se uscire con uno gnomo oppure no, e viceversa. Oppure l’etnia, o la religione”

“E se sono ateo?”

“È una delle opzioni naturalmente…”

“Va bene…ma non sarà pieno anche qui di casi umani?”

“Ma caro, i casi umani sono ovunque: sono in mezzo alla strada, al supermercato, in ufficio, in metropolitana, sui giornali, in televisione, su facebook e pure sulle dating app, basta avere un po’ di pazienza e scegliere”, gli rispondo, mentre nella mia mente passo in rassegna un’etologia completa dei casi umani maschili da dating app:

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– Quello che ti chiede alle 2 di notte se vuoi uscire, e tu gli rispondi che no, grazie, ma te pare. E allora tronca perché “scusa, ma mi rompo a parlare”. Hai ragione, infatti non sei mica su una chat.

– Quello che ha tutte le foto con gli occhiali da sole che o sei Jim Morrison, o sei guercio, non c’è altra spiegazione

– Quello che ha la sindrome del bimbominchia anche se ha 40 anni e si fa i selfie con la bocca a culo di gallina che DIOMADRE

– Quello che ha tutte le foto in cui è con altri amici, che devi concentrarti tantissimo sulla sua fisionomia per riconoscerlo e – salvo che non siano gruppi di rugbisti – ti passa rapidamente il sentimento

– Quello che ha la foto della sua motocicletta, o del suo cane, o della montagna con la neve che, ti voglio bene, ma non uscirò col tuo bolide, né con la tua bestia, né con le Dolomiti intere. Posso vedere la tua faccia?

– Quello palesemente fidanzato o sposato che mette solo foto di schiena, così che tu possa scegliere oculatamente con quale schiena uscire, e andare chessò al cinema, e sederti nella fila dietro di lui per continuare a interagire con la sua schiena

– Quello con le stock photos “sexy” in bianco e nero prese da google, con tacchi a spillo e cravatte, che pensa di sedurci con papiri che manco 50 sfumature di minchia

– Quello che scrive tutto in CAPS LOCK contravvenendo alle basilari norme della netiquette, ed elenca tutto ciò che odia, tutti i tipi di donne che non sopporta, che ti verrebbe voglia di dirgli: “Perché non provi a cambiare gusto del gelato e non solo?”

e via discorrendo. Però non condivido con il mio compagno d’aperitivo questo freak show da dating app. Perché non voglio scoraggiarlo. Perché si può trovare anche qualcuno di simpatico, interessate o piacevole. Perché si può persino fare networking con le dating app (io ho un’amica che in questo è bravissima).

…ma anche perché, nel frattempo, scegliamo il posto dove trasformare l’aperitivo in una cena e l’intervista in una chiacchiera. Tra due single, adulti, metropolitani, che si scambiano suggerimenti per sopravvivere emotivamente nella selva delle relazioni post-moderne.

[Per chi se lo stesse chiedendo: sì, sono stata contattata da Once per testare l’app e parlarne, e qui c’è il link per scaricarla. Scaricatela, curiosateci su per qualche tempo – non un giorno o due – e fatemi sapere la vostra, se v’aggrada :)]

Manuale di Gestione dei Belli

La mia amica Janis l’altro giorno mi ha detto: “Tu non hai paura dei belli“.

Dopo un accurato studio dei soggetti che le ho proposto in questi anni, infatti, è giunta alla conclusione che io non sia intimidita dagli uomini di bell’aspetto.

Così ci ho riflettuto, perché ha ragione, in parte, sebbene io abbia avuto nella vita anche degli uomini relativamente brutti, in quanto da giovane se un uomo mi affascinava dialetticamente, con l’ironia, con l’intelligenza, con la cultura, avrei potuto dargliela anche se fosse stato il sosia di Marzullo.

È pur vero, d’altra parte, che quasi tutti quelli che ho propinato a Janis negli ultimi tempi erano discretamente manzi nel senso volgarmente canonico del termine e quindi mi sono chiesta se io sia diventata una persona superficiale, se Milano mi abbia imbruttita fino a questo punto o, più in generale, cosa mi sia successo. Magari la mia percezione di me stessa s’è fatta gli steroidi, o magari sono diventata “virile” nel pesare l’estetica.

Ovvio è che “dove c’è gusto non c’è perdenza“, come dice sempre mia madre. Ma è vero pure che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è bello“, come dice il mio amico Frecciagrossa (cioè la bellezza è oggettiva – per quanto suscettibile di influenze e contaminazioni culturali – mentre il gusto, quello sì, è soggettivo).

In linea di principio la differenza la fa il piacere che ci da essere in compagnia di quella persona, bella o meno bella che sia (com’è ovvio), e quali corde essa riesce a toccare nella nostra emotività. In altre parole: non vedo perché dovrei escludere a priori uno tipo Luca Argentero solo perché è un figo della misericordia e solo perché io non sono altrettanto bella. Ma allora la moglie di Hugh Jackman non ci ha insegnato proprio niente? Non è, del resto, del tutto normale vedere donne molto belle accanto a uomini che se una dote ce l’hanno è evidentemente occultata nella zona pelvica, o nelle mutande, o nella tasca che contiene il portafogli? Perché l’incontrario non può valere?

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Proviamo a fare un discorso odioso, asettico, politicamente scorretto, essenzialmente maschile (è solo un esercizio di stile, noi abbiamo la vagina, le ovaie, le tube di falloppio, lo sappiamo bene): i belli, esattamente come i non-belli, hanno dei pro e dei contro. Avete presente quando gli amici maschi vi dicono che le strafighe poi non danno più di tanta soddisfazione, mentre le bruttarelle fanno performance da mille e una notte? Ecco, diciamo che vale pure per loro. Non è una legge, naturalmente, ed è una brutale semplificazione, ma assumiamola come valida. Alla luce di ciò, tuttavia, non è che gli uomini rifiutino una gnocca atomica perché è bella ma non balla, perché secondo loro non è particolarmente brillante, perché è troppo bella e ne sarebbero gelosi. No. Loro comunque, se possono (e se riescono, cioè se non ci viene l’ansia da prestazione),  se la fanno. Perché? Perché è bella. Punto. Tanto basta. E quel tanto, circoscritto e circostanziato, può bastare anche a noi, quanto meno per bullarcene con i nostri amici omosessuali che ci intasano il whatsapp di peni ingiustamente strappati alla passericoltura.

Basta diversificare (come negli investimenti e nell’alimentazione, mangiare un po’ di questo e un po’ di quello, seguire una dieta equilibrata per non sviluppare carenze di autostima insomma), ed essere consapevoli di alcuni accorgimenti da usare, come:

  1. Il bello può essere più bello di voi. È una possibilità concreta. Invece che farvi le paranoie per quell’accumulo di grasso sulla pancia, o per quella cazzo di cellulite sulle chiappe, godetevelo. Vi ha invitate a uscire, non gli fate schifo, forse non vi chiederà la mano, ma santo cielo, chi se lo sposerebbe uno così? Solo per collezionare tradimenti e impazzire di gelosia? No. Col bello ci si può fare un giro (o più giri) e non esiste ragione valida per non farlo. Non ricollegabile a una nostra presunta inadeguatezza, per lo meno.

2. Il bello è abituato alle belle. Cioè le sue ex, quelle che verranno dopo di voi, e quelle che a voi si alternano, sono facilmente più fighe di voi. Non è che voi non siate fighe, è che quelle sono pertiche di 1.80, toniche al limite dell’immoralità, con la pelle perfetta, il sorriso abbagliante e gli occhi-fanale naturalmente chiari. Oppure sono replicanti di Giorgia Palmas. Voi ve ne dovete sbattere.

3. Il bello è tendenzialmente vanitoso. Non vi riempirà di complimenti, non vi farà sentire donne speciali (a meno che non siate Mila Kunis), non vi dirà che state benissimo con il nuovo taglio di capelli. Non sarà particolarmente gentile (se è troppo bello e troppo gentile, ocio, potrebbe essere una criptochecca, come le definisce la mia amica Sbarbi), e avrà sempre un’aria da uomo che non deve chiedere mai. Voi assecondatelo, non vi interessa redimerlo. Compiacetelo, se v’aggrada, e non assumete una inutile aria da femmina alpha, che tanto per farsi un giro di giostra non è necessaria.

4. Il bello non vi darà l’esclusiva. Siamo serie: non la danno i non-belli, figurarsi uno che potrebbe scoparsi (e probabilmente si scopa) mezza fashion week milanese.

5. Il bello è da NON seguire sui social. Se siete amici su Facebook, ignoratene gli aggiornamenti. Quando cambia la foto profilo ed è bono come il pane di Altamura, voi fate finta di nulla. Assolutamente NON mettetegli il like (il fatto che occasionalmente gliela diate mi sembra già un endorsement sufficientemente esplicito, seppur privato) e NON guardate chi l’ha commentato e gli ha messo il like. Perché, scremati gli amici (tendenzialmente ugualmente belli, perché per una legge di natura i belli vanno con i belli), vi imbatterete in un ginepraio di figa (anche di importazione) davvero pericoloso. Sì, sono tutte più tope di voi. Pazienza. È a casa vostra, però, che viene, a fare fit-sex, una nuova forma di attività aerobica che va per la maggiore nel 2016.

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6. Il bello è bello perché s’impegna per essere bello. Ha uno stile di vita che lo rende bello. Quindi è difficile che ci fumiate una canna insieme, restando a parlare e a ridere fino all’alba, con le guance che vi fanno male per l’accumulo di acido lattico e divertimento. Segue un’alimentazione corretta, quindi lo vedrete mangiare tartarre, di sicuro non il cuoppo napoletano. Voi berrete più di lui, senza dubbio, quindi quel bel sesso alcolico ve lo potete pure scordare. Non meno importante, per vederlo dovrete incastrarvi tra gli allenamenti di tennis, di squash, di golf, di basket, la corsa al Parco Sempione e i weekend in montagna a sciare (oltre che tra tutte le altre fighe di cui sopra).

7. Il bello è egocentrico, il ché significa che quando siete a letto è fallocentrico. Cioè tutto ruota attorno al suo uccello. Quanto è bravo. Quanto vi fa godere. Quanto gli piace farsi usare e fornirvi una prestazione all’altezza. Avete ragione. Non c’è amore, né sentimento, né tenerezza. Dopo non vi coccolate e non vi addormentate, insieme, attorcigliati nel letto, per svegliarvi l’indomani coi bacetti sulle spalle e ricopulare sull’entusiasmo dell’erezione mattutina. Tutto vero. Però non è che se non la date ai belli, trovate il cesso dei vostri sogni. E piuttosto che l’astinenza, santo cielo, meglio questo.

8. Il bello è schizzinoso. Peli ne ha meno di voi e la sua pelle è più idratata della vostra. Quindi prima di una sessione con il bello, voi dovete essere perfette. Ok, non perfette, ma se siete state dall’estetista e dal parrucchiere nelle precedenti 24 ore, è meglio. Escludete l’imprevisto imprevedibile della ricrescita da letargo invernale sulle gambe e siate pronte – in caso d’emergenza – a recidere il vostro eccesso pilifero mediante lametta o crema depilatoria (con buona pace della vostra estetista, che vi farà una paternale infinita lamentandosi del fatto che i peli sono duri, alla prossima ceretta, che vi sgama subito, ogni volta, e voi del resto non potrete spiegarle che un bello-bello-in-modo-assurdo veniva da voi e dovevate essere glabre). Possibilmente, dopo la doccia spalmatevi di olio di argan, ma non troppo. Tanto per essere ancora più lisce.

9. Il bello è passeggero. Con il bello non bisogna soffermarsi e non bisogna mai pensare cose come: “Quanto mi piacerebbe portarlo davanti al mio ex, tanto per fargli fare una sfilata e far sì che a quello gli detoni il fegato“, perché questo non succederà. Mai. Mettetevi l’anima in pace.

10. Il bello potrebbe non avere argomenti interessanti. Potrebbe non essere nemmeno particolarmente seduttivo poiché, in quanto manzo, presume che gli sia sufficiente esistere per far calare le mutande al genere femminile. E a volte ha ragione.

Detto tutto ciò, personalmente i migliori match della mia vita li ho fatti con dei non-belli, che non erano brutti ma manco belli impossibili.

Le più appassionate, viscerali, sfacciate, indimenticabili avventure, quelle in cui il sesso si fa primitivo, reale, totalmente umano, non ginnico, pornografico in senso sublime, sono state con uomini che al centro mettevano la coppia (perché almeno per qualche ora – bene che vada – si è una coppia) non l’individuo.

Uomini che con ogni centimetro del proprio corpo, attraverso ogni centimetro del mio, mi hanno fatta sentire desiderata, e voluta, e bella, e donna, e femmina.

Così. Tanto per ricordarlo.