Cazzotene di me?

Cazzotene di me?, mi ha chiesto.

Hai la tua vita, ha detto. Il tuo lavoro, i tuoi progetti, i tuoi impegni, i tuoi inviti. Ho anche i miei amici, la mia casa e la mia macchina qui, se è per questo. Ho anche l’abbonamento in palestra, il biglietto per il prossimo concerto a Teatro, l’agenda piena di incontri, le giornate di co-working in Paolo Sarpi, la mia famiglia a poche ore di treno. Se è per questo.

Cazzomene di te? Potrei fare un lungo elenco di dettagli che grazie al mio raffinatissimo spirito d’osservazione ho colto e potrei scrivere una di quelle robe stracciamutande che il tuo ego ne uscirebbe come manco Arnold Schwarzenegger negli anni ottanta. Potrei comporre un puzzle di parole, di quelle che vanno a fondo, perché so farlo, e potrei spiegarti perché mi piace ogni pezzo di quel puzzle, pure quelli che in effetti non sono oggettivamente un granché. Ma queste robe io le ho già fatte. È proprio un format capisci. Funziona eh. Ha funzionato sempre, si sentono speciali le persone se dimostri di ricordare i particolari della loro individualità. Insomma è un metodo di seduzione alquanto ovvio, che io ho applicato diverse volte nella vita e a volte l’ho applicato così sfacciatamente che certi ex me l’hanno pure ritorto contro. Hanno usato la mia arma contro di me. Me le hanno scritte loro, le lettere stracciamutande con tutto ciò che avrebbero per sempre ricordato di me. Ma ti rendi conto. Che razza di modi. Il fatto però, io allora non lo sapevo e l’ho capito dopo, è che non è questo il punto. È che non è questa roba, l’amore. Questa roba qui è ipermnesia, è retorica, è feticismo. E io di te non voglio un feticcio. Vorrei te, che è diverso.

Quindi lascia che risponda in maniera semplice al “cazzotene di me”.

Cazzomene di te? Che sei intelligente, innanzitutto. Che hai un certo senso dell’umorismo e che capisci il mio, di senso dell’umorismo, e quando faccio una battuta ridi, oppure fai una smorfia e mi rispondi a tono, e allora rido io, e avanti così di rimandi e citazioni, e modi di dire, e neologismi e un’assortita microlingua che abbiamo provveduto a creare e arricchire, lentamente ma costantemente. Che sei educato e che ti lavi tutti i giorni,  che ci trattiamo da pari e che non ci prevarichiamo, che quando parliamo lo facciamo per spiegarci e comprenderci, non per ferirci, non per offenderci. Che ci facciamo bene, letteralmente, perché bene ci vogliamo, sinceramente. Che abbiamo quel genere di diversità che ci permette di crescere, e quel genere di similitudine che ci permette di intuirci. Che non hai paura di migliorare e che mi induci a essere la versione migliore di me stessa. Che non ti senti minacciato da ciò che dico, da ciò che scrivo, da ciò che sono. Che sei speciale nel senso che sei normale. Che non avrei nessun dubbio, su di te. E io dubito sempre di qualsiasi cosa. Anche del gusto della pizza da ordinare a cena, come sai. Che non hai mai dovuto “tenermi testa”, perché questa storia che mi ci vuole uno che “mi tenga testa” non sai quanto m’abbia seccata, che è tutta la vita che me la sento ripetere, manco fossi il risultato di un incrocio genetico tra Vittorio Sgarbi e Condoleezza Rice. Che mi rispetti e, soprattutto, che ti rispetto. E che non abbiamo mica dovuto fare un summit delle più grandi potenze mondiali per decidere che rispettarsi – nei modi, nei toni, nei contenuti – fosse una cosa giusta. L’abbiamo fatto e basta. E non ti ho mai ringhiato contro. E non hai mai alzato la voce. E non ho mai dato libero sfogo al mio animo da drama queen, che a te sembrerà poca roba ma non sai che grande conquista sia, questa, per la Filumena Marturano che c’è dentro di me.

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Cazzomene di te? Che in mezzo a tutti i tuoi (comunque numerosi) difetti ci sono delle qualità e che quelle qualità per me sono importanti. Di più, sono sostanziali. E che di te mi fido, e non mi fido quasi di nessuno, io,  perché sono una terrona cicciona, arrogante e diffidente. E, bada, non è che mi fidi in quel senso che poi m’aspetto che tu sia Christian Bale in Batman, ma anche un po’ Kevin Costner in The Bodyguard, no davvero. Mi fido conoscendo i tuoi limiti. Mi fido come ci si fida delle persone reali: sapendo che possono deluderci, perché sono fallibili come tutti, ma pensando che finché non lo fanno quella fiducia la meritano.

E io non lo so cosa significhi tutto questo. E non posso dirti che ho ragione io, a cazzofregarmene così tanto di te. E non posso neppure dirti che sono una donna docile, che non manipolo, che non mi lamento, che non cambio le carte in tavola e l’umore nell’anima, che non giro le frittate, che non mi entusiasmo finché le cose non le ottengo e quando poi le ho ottenute ci perdo l’interesse, che non ho mai anteposto i miei obiettivi a quelli del partner, e che ad amare non faccio fatica, perché mentirei. Per me amare è difficilissimo, se pure inevitabile. E non posso dirti neanche che sono di sicuro quella migliore per te, che se mi perdi te ne pentirai, che mi rimpiangerai, che non mi dimenticherai mai. Perché sai io questa cosa l’ho sempre creduta, sempre, di tutti gli uomini con cui sono stata, che detta così sembra che io sia stata con tutta la popolazione del Benelux, ma no, sono numeri assai più piccoli. Fatto sta che ho sempre pensato d’essere LA MIGLIORE AL MONDO per loro. Inutile dirti che sono tutti coniugati con altre, e alcuni di essi — ne sono certa — sono molto (ma molto) più felici con loro di quanto lo siano mai stati con me, e mi pare pure giusto e sacrosanto così. Insomma, quello che voglio dirti, è che non ci credo più a questa cosa, sai, che esiste una persona nel mondo che è la migliore per noi. E se ci fosse, non sarei certa di essere io, quella per te. Perché ho i capelli ricci e corti, invece che lunghi e lisci. Perché ho i denti storti e gialli, che lo sai fumo troppo, invece che bianchi e dritti. Perché ho le rughe, troppi anni, pochi soldi e discutibili ambizioni. E a me piace come sono, sia chiaro, io mi amerei, se fossi in te, e ciecamente pure, e troverei rivoluzionaria e irresistibile la mia diversità rispetto alla pletora di fichette figlie di papà taglia 40 in cui mediamente ti imbatti, ma capisci che io sono di parte. E quindi, insomma, non faccio granché testo, nella fattispecie.

E forse neppure tu saresti il migliore al mondo per me. Perché ascoltiamo musica diversa e perché non guardiamo le stesse serie tv. Perché io sto sveglia la notte e tu stai sveglio di giorno. Perché tu sei un ipocondriaco e io invece dai medici non ci vado mai e penso sempre che morirò improvvisamente di un’unghia incarnita che – se solo l’avessi curata – mi sarei potuta salvare. Che peccato. Era così giovane. Perché io vivo di emozioni sfiancanti e tu di sfiancante razionalità, e forse è solo un miracolo che per un po’ siamo riusciti a parlare nella stessa lingua, ma nel tempo no, finiremmo per scannarci, forse sì. O, più probabile, moriremmo di noia.

Insomma, non posso dire che ho certamente ragione io, al di là d’ogni dubbio, a cazzofregarmene così tanto di te. Però delle ragioni le ho. Tu dirai che non sono sufficienti. Io risponderò che sono necessarie. Poi ti dirò che resteremo  sempre buoni amici, come cantava il caro Gianluca Grignani ne “La Mia Storia tra le Dita” (perle, perle, lo so) ma tu sappi che potrei mentire, perché tra le cose che proprio non so fare, come i calcoli a mente e gli esercizi di yoga, c’è anche essere amica di persone di cui me ne sono cazzofregata troppo.

Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
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Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
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Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
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Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
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Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
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Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
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Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
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No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
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Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

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1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
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2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
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3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
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7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
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Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
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Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
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Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
v

Piuttosto Forte

Mi viene da piangere.

Mi viene da piangere forte. Come una bambina di 5 anni a cui hanno appena rapato a zero la collezione di Barbie.

Mi viene da piangere e da singhiozzare, senza vergognarmi.

Mi viene da piangere, e da frignare, e da piangere ancora più forte.

Se piango fortissimo forse non te ne vai, penso.

Se piango fortissimo, forse resti qui, per vedere come va. Per scoprire insieme l’effetto che fa.

Mi viene da piangere. Ma non piango.

Nessun uomo è mai rimasto accanto a me per le lacrime.

E quando ho pianto fortissimo li ho terrorizzati.

E io non voglio terrorizzarti. E non voglio nemmeno dirtelo, che vorrei tantissimo che non te ne andassi.

Wow, fighissimo, ma certo che devi andare! Sei giovane, non hai legami, sei libero di fare ciò che vuoi della tua vita, certo che devi andare!”, ti ho detto, quando mi hai parlato per la prima volta della possibilità di partire. Grande opportunità, ho detto. Che ogni volta che si parla di “grande opportunità” c’è sempre della vasellina da procurarsi, della margarina, del burro d’arachidi. C’è sempre da lubrificare. A volte il culo. A volte il cuore.

E lo pensavo, mentre te lo dicevo. Che era una figata. Che certamente dovevi andare.

Mi viene da sorridere adesso, se ci ripenso. Da sorridere, mentre piango fortissimo intendo.

Mi viene da sorridere adesso, che non vorrei per nulla al mondo che tu andassi. Non vorrei che scegliessi di restare, bada. Troppa responsabilità sarebbe, quella, per un’adulta come me. Vorrei proprio che non ci fosse in ballo questa possibilità. Vorrei che non ci fosse stata mai.

E sì, lo so, lo so che se non avessi saputo da principio che era una vacanza a tempo determinato, la nostra, non mi ci sarei nemmeno infilata. E sì, lo so, che è stato così bello perché abbiamo potuto viverla al riparo da quelle paturnie che ci sarebbero naturalmente venute: cosa siamo, cosa vogliamo, dove va a finire questa cosa, mi piace davvero questo pischello sbarbato, mi piace davvero questa 30enne che scrive un blog che i più pensano sia pornografico?

E sì, lo so, che la tua partenza fa parte di questo gioco e che senza di essa forse non ci saremmo stati neppure noi. Lo so che io ti avrei trovato duemila cose inchiavabili, e tu me ne avresti trovate duemila insopportabili. E sì, lo so, che saremmo finiti a fare le solite strategie, i soliti giochi di genere, i soliti pacchi tattici, le solite doppie spunte senza risposta. Che invece non abbiamo fatto, mai. E di questo, anche se te ne stai andando, ti ringrazio. Di questo ci ringrazio.

E ti ringrazio delle volte che mi hai fatta ridere.

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Ti ringrazio delle volte che ti sei lasciato prendere per il culo e delle volte che mi hai presa per il culo tu.

Ti ringrazio dei cocktail che abbiamo bevuto insieme in giro per questa città, quando pioveva ogni volta che uscivamo e quando faceva un caldo criminale, che si pezzava anche stando fermi. Ma al baretto finocchio ai giardini di Porta Venezia sembrava quasi di essere al mare. Con gli alberi, e le zanzare, e i mojito, e la musica sfranta. Se solo non ci fossero state le auto, se solo non ci fosse stato l’asfalto.

Ti ringrazio della tua eroica apertura verso la cucina fusion e verso il sushi che “è un’invenzione dei milanesi”. Ti ringrazio di quelle prime volte che siamo usciti insieme, in cui il tuo impaccio ha risvegliato in me una tenerezza che non ricordavo d’avere. Ti ringrazio per quando mi hai baciata in mezzo alla strada, e io non ero abituata, ed ero rigida, e non funziona mica così. Ti ringrazio perché dopo qualche tempo mi sono trovata a miagolarti addosso, disprezzandomi anche abbastanza per questo, ma era una vita che non facevo le fusa a nessuno. E fartele mi è piaciuto un casino.

Ti ringrazio per le chiacchiere e anche per i silenzi, ti ringrazio per non essere stato il solito egofrocio che parla sempre e solo di sé.

Ti ringrazio per avermi preso ogni volta la mano mentre sceglievi sul menù cosa ordinare, e per avermi aiutata a scegliere perché io ordino sempre di merda.

Ti ringrazio per tutte le t-shirt che mi hai prestato per dormire da te, e per gli asciugamani puliti e profumati che mi hai dato ogni volta, e per l’aria condizionata a palla durante la torridissima estate che abbiamo avuto. Ti ringrazio per tutte le mattine che mi hai svegliata con il durello e anche per quelle (poche) in cui mi hai lasciata dormire. Ti ringrazio di avermi comprato le gocciole per colazione e di avermi fatto scegliere il cuscino più comodo a letto ogni volta. Ti ringrazio per avermi mandato il buongiorno ogni mattina, e la buonanotte ogni sera. E per aver mangiato la mia cena e aver detto che era buona anche se forse faceva cacare.

Ti ringrazio per avermi cercata nel sonno, per esserti intrecciato a me ogni notte, per avermi stretta forte, per avermi ripetuto un casino di volte che ero bella, anche quando mi sentivo un cesso.

Ti ringrazio per esserti lasciato cercare, intrecciare, abbracciare e baciare. E guardare al mattino mentre, tutto profumato e pettinato dopo la doccia, ti abbottonavi la camicia prima di andare in ufficio.

Ti ringrazio per avermi raccontato il tuo passato e per non avermi fatto troppe domande sul mio. Ti ringrazio per esserti lasciato contagiare dal mio feticismo per gli occhiali, e per aver comprato i libri che ti ho consigliato e per aver visto le serie tv di cui ti ho parlato. E forse un giorno lo farò anche io, forse un giorno lo guarderò, quel Trono di Spade lì.

Ti ringrazio per tutte le volte che mi hai fatto da co-pilota mentre, in maniera assai demascolinizzante, io guidavo e tu eri al sedile del passeggero. Ti ringrazio per quando hai ritrovato l’anello di mia madre, che avevo perso in aeroporto, e sei diventato ai miei occhi un eroe epico che scusa, Ulisse, scansati. Ti ringrazio per le passeggiate, per le fotografie, per i tuffi, per il pranzo a Taranto a casa dei miei amici, per le salite e le discese di Ostuni, per tutto l’azzurro di Polignano a Mare, per il rooftop di Amsterdam e pure per quello di Milano.

Ti ringrazio per non aver avuto paura delle cose che scrivo e per avermi fatto capire che il passato passa.

E che il futuro può avere in sé sorprese dolcissime. Anche se tu no, certamente non sei dolce. Sei un duro. Un bruto. Praticamente Bruce Willis degli anni novanta.

Ti ringrazio, anche se stai andando via.

Ti ringrazio, anche se non mi sono infilata di nascosto in uno di quegli scatoloni, insieme ai vestiti e alle scarpe, per venire con te in quel posto a duemila ore di fuso orario da qui, con un tasso di umidità standard del 90%.

Ti ringrazio, perché è stato bello incontrarti. Per caso. Nell’avanzo di esistenza che c’è, mentre costantemente diventiamo altro.

Ti ringrazio, perché è stato bello che tu ci sia stato. O che tu ci sia. O quelchelè.

 

20 Segnali Allarmanti di una Frequentazione

Sono un po’ di giorni che medito su una lista di segnali allarmanti che bisogna rilevare all’inizio di una frequentazione con un tipo. Segnali che indicano il fatto che questo individuo potrebbe piacerti e potrebbe finire con l’interferire con la tua vita da single (perfettamente architettata e strutturata in anni di introspezione, masturbazione mentale e libera pugnetta in libero status).

Ora, prima che vi allarmiate: no, non mi sono fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Semplicemente, di recente, ho avuto modo di riflettere su questo tema e di tirare giù questo elenco di preoccupanti sintomi.

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  1. Hai perso il conto delle volte che l’hai visto. Ma dopo ogni appuntamento continui a fare un reportage a una ristrettissima selezione di amiche, spiegando loro quanto sia surreale frequentare una persona normale in un modo normale, con normalità, nel senso normale della parola normale. Sentirti a tuo agio. Parlarci. Riderci. Oziarci. A volte stare zitti. Il tutto puntualmente corredato da un appendice con tutte le cose carine che ha detto o fatto per te, e quelle che tu hai detto o fatto per lui.

2. Quando ci passi il tempo insieme abbandoni il tuo smartphone, ormai naturalizzata propaggine dei tuoi arti superiori e all’occorrenza inferiori. Inspiegabilmente. Per ore. Ore. Ore. Al punto che i tuoi amici iniziano a pensare di dover contattare la Polizia o la Sciarelli per appurare che fine tu abbia fatto. Quando riprendi il telefono in mano, trovi decine di notifiche tutte relative a messaggi il cui tenore è “Tesoro? Dove sei?” – “Che fine hai fatto?” – “Oh, tutto ok?” – “Non accedi da 6 ore, sono preoccupatissimo” – “Dammi notizie” e via discorrendo.

3. Dormi a casa sua. E lo fai dormire a casa tua.

4. Compri casualmente uno spazzolino nuovo che non ti serve, ma può sempre servire. Lo dai a lui. Lo lascia da te.

5. Per strada ti abbraccia e glielo lasci fare.

6. Ci limoni in pubblico anche se nutri una profonda idiosincrasia per quelli che limonano in pubblico.

7. Lo ascolti con interesse quando ti parla della sua famiglia.

8. Gli fai domande sul suo lavoro e (ciò è incredibile) presti attenzione alle risposte.

9. Ti viene voglia di cucinare per lui. A te. Che hai brevettato un metodo infallibile, economicamente disastroso e nutrizionalmente disturbato per non accendere MAI i fornelli.

10. Lo porti a un evento dove ci sono anche dei tuoi amici, di quelli che non ti vedono arrivare accompagnata a un evento da quando su Facebook si parlava ancora in terza persona.

11. Acconsenti ad andare a cena con i suoi amici, invece che con i tuoi. Ciò comporta che inizierai a fare tripli salti mortali con la tua agenda, a uscire in continuazione perché se c’è una cosa che il fondamentalismo single ti ha insegnato è che non esiste pene al mondo per il quale tu debba trascurare i tuoi amici. Il risultato sarà che diventerai un animale sociale, dissesterai le tue finanze essendo sempre in giro e sarai perennemente stanca. Ma quasi felice.

12. A letto vi abbracciate anche se ci sono quattromila gradi centigradi, e poi vi separate (perché ti prego, ci sono altri 30 centimetri dal tuo lato, per piacere vai). Ma nel corso della notte vi cercate altre dieci volte. Il ché significa che dormi di merda, ma è secondario.

13. Perdi il tuo (già precario) equilibrio intestinale perché non potresti mai fare la cacca a casa sua. Vorresti, sia chiaro. Ma non puoi. Il tuo intestino ha deciso che non s’ha da fare.

14. Addio all’uso delle pochette. Devi sempre portare in borsa un mini-beauty con le salviette struccanti, lo spazzolino da denti e una bustina con l’intimo di ricambio. Non lascerai volutamente nulla a casa sua perché purtroppo conosci a memoria Sex and the city e pensi che in ogni uomo esista un piccolo Mr. Big.

15. Uscite insieme anche se sei al primo giorno di ciclo. Lui lo sa e vuole vederti lo stesso.

16. Sbirci il vostro riflesso in tutte le vetrine/specchi/pozzanghere possibili. Pensi che sia strano. Pensi che sia bello. Vorresti avere una foto di voi insieme, ma è una roba da bimbiminchia quindi respingi il pensiero e, ti prego, siamo seri.

17. Non gli hai mai dato un pacco strategico, per tirartela. Non adotti particolari strategie. Non lasci strategicamente i messaggi con le doppie spunte blu senza risposta. Non scrivi troppo. Non ti agiti se non risponde lui.

18. Se qualcosa ti da fastidio, provi a spiegarlo con calma zen, senza essere precipitosa, o feroce, o contundente, o provocatoria, o inutilmente sarcastica. Non è detto che tu ci riesca, perché sei troppo abituata a essere tutte quelle cose lì. Ma ci provi e l’impegno qualcosa significa pure.

19. Inizi a usare delle voci imbarazzanti quando ci parli. Succede di rado, ma succede. E non succedeva da secoli. E tu cerchi tra i tuoi contatti il numero di Padre Karras affinché accorra prontamente a praticarti un esorcismo d’emergenza, così che tu possa tornare in te e smetterla di comportarti come una persona mentalmente danneggiata.

20. Last but not least: NON scrivi un post su di lui, spiegando chi è, com’è, quanti anni ha, cosa fa, di dov’è, dove l’hai conosciuto, quando, cosa e perché no, NON ti sei fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Forse ne scriverai, più avanti. Ma lo farai come quando si stampavano le fotografie dopo le vacanze.

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Era diverso, allora. Allora ci si godeva la vacanza e al massimo si scattava. Il resto veniva dopo. Non si perdeva tempo a selezionare, ritagliare, ritoccare, editare, pensare alla frase, scegliere gli hashtag, pubblicare, contare i like e rispondere ai commenti in tempo reale.

Prima si viveva e le fotografie si guardavano al rientro alla normalità.

Ecco, se ne scriverò, lo farò così. Al rientro alla normalità.

Per ora mi godo il viaggio. Il panorama. Il vento caldo. L’inaspettata serenità. Questa passeggera, e deliziosa, micro-felicità.

Come Gestire una Non-Relazione

Un paio di giorni fa sono inciampata in un articolo dell’Huffington Post sulle non-relazioni. Poche ore dopo mi ha chiamata una mia amica, per aggiornarmi sugli sviluppi della sua più recente non-relazione che dura ormai da un trimestre (il ché, per gli standard milanesi, ha quasi dell’eccezionale). Così ho pensato che fosse giunto il tempo di parlare di questo fenomeno relazionale: le non-relazioni [precisiamo subito che quando si parla di non-relazione non ci si riferisce alla cosiddetta “trombamicizia“, che rappresenta piuttosto uno status temporaneo, un momento di magico e transitorio equilibrio, in cui ambo gli astanti sono disposti a godersela senza particolari complicazioni di sorta. Il tutto prima che uno dei due perda la brocca per l’altro].
A voler essere pignoli, infatti, bisogna puntualizzare che il mondo non si divide soltanto in single e accoppiati. Esiste, a ben vedere, un folto sottobosco di non-single e non-accoppiati, nel quale si rifugiano non solo gli amanti di contrabbando che vivono relazioni clandestine, ma anche tutte quelle persone che sono all’inizio di una relazione potenziale o presunta, che però non viene definita ufficialmente tale.  Rapporti che non ricevono etichetta alcuna, perché noi siamo la generazione di “ehi le etichette si mettono ai barattoli, non alle persone (o ai sentimenti)“.
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Succede così che la questione della nomenclatura del rapporto, ridotta a poco più che una roba da burocrati del sentimento, non venga minimamente affrontata. Eppure, l’emotività spesso sfugge a queste posture squisitamente intellettuali e può crearci qualche difficoltà nella gestione della non-relazione che, teoricamente, ci aspettiamo di vivere con la più totale disinvoltura perché sai-noi-siamo-gente-di-mondo, ma talvolta ci causa qualche forma di disagio.
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Proviamo quindi a stilare alcuni consigli utili per gestire queste non-relazioni e per dar loro la chance di evolversi in qualcosa di più oppure di perire miserevolmente.
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1. Parola d’ordine: pazienza. Calma. Slow down. Lo so. C’abbiamo fretta. Tic tac, tic tac. Lo so, vorresti un casino andare a quel prossimo matrimonio e avere il tuo +1. Lo so, vorresti dire a tua madre che hai la ragazza, ok. Ma dovete avere pazienza. Siamo adulti e abbiamo i nostri complessi bagagli da portare al seguito. Dopo un paio di mesi non sai ancora cosa ci sia nel bagaglio del tuo non-partner. Puoi intuirlo o capirne un pezzo ma è un pezzo piccolo. Quindi al tuo non-partner devi darci tempo. Le cose buone ne richiedono. E la gatta frettolosa fa i figli ciechi (per il mio abuso di proverbi, fate le vostre rimostranze a mia madre)
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2. È vero, siamo adulti e non abbiamo più bisogno di millemila anni per capire se quella persona ci piace (ciò apparentemente giustificherebbe quei fenomeni paranormali di ultratrentenni che si incontrano, dopo 3 mesi convivono, dopo 10 mesi si sposano). Però, essendo adulti, sostanzialmente più completi rispetto a quanto lo fossimo 10 anni fa, prima di impegnarci consapevolmente in una relazione propriamente detta, ci pensiamo di più. Non vuol dire che quella persona non ci piaccia. Vuol dire che dobbiamo capire se siamo in grado di farle spazio nella nostra già edificata vita. Dobbiamo capire se essere due invece di uno è compatibile con noi stessi. Con il modo in cui siamo. Con tutte le sovrastrutture che abbiamo costruito per stare al mondo da soli. Con tutti gli impegni che abbiamo preso. Con quella vita che abbiamo impostato e vissuto per anni, single come eravamo, perché scusa-sai-ma-non-potevo-mettermi-in-stand-by-finché-non-arrivavi-tu.
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3. Se non facciamo spazio nella nostra vita, vuol dire che quella persona non ci piace abbastanza? Probabile. Ma non è detto. Prima di decretarlo, prendiamo e concediamo il tempo necessario, di cui al punto uno.
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4. Il tempo non lo decidiamo soltanto noi. Lo decide pure l’altro. E no, non deve essere un tempo indeterminato, naturalmente, perché sì, hai ragione, il tempo passa.  Ma deve essere un TEMPO, in un’epoca in cui siamo abituati al non-tempo. L’abbiamo parcellizzato, ottimizzato, atomizzato, creando micro-rapporti, contatti simultanei, costanti e superficiali. Se uno non ci scrive per 5 ore sbrocchiamo. Se non si fa sentire per 1 giorno è uno stronzo. Ma 5 ore e 1 giorno sono una nullità, in termini di tempo, e da questa nullità noi facciamo dipendere la vita e la morte di questi rapporti (del tipo “ha visualizzato 3 ore fa e non mi ha risposto: TAGLIATEGLI LA TESTAAAA). Questa è un’aberrazione di cui siamo vittime, il non-tempo non può che generare non-relazioni. Perché se il non-partner che ha osato non scriverci per un paio di giorni, fa una cosa amarcord come farci una telefonata dopo 3 giorni (che sarebbe una cosa di per sé carina, che sarebbe stata la normalità 10 anni fa) quello ci trova come minimo letalmente offese perché non ha passato le precedenti 48 ore a mandarci messaggini. Eddai. Essù. Di cosa stiamo parlando?
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5. Nel frattempo, mentre stiamo a vedere la vita come va, se questa non-relazione s’accede e c’incendia o se fa la fine di un cerino del campo santo, se proprio fate fatica ad avere pazienza: distraetevi. Non vi fissate. Non siate pesanti. Non chiedete risposte. Non pushate. Non pretendete conferme. Semplicemente vivete, cazzo. Conoscetevi. Conoscete tutto, anche le sue micro abitudini, i suoi toni, il suo modo di fare, i suoi ritmi. Scopritelo e comprendetelo, poi valutate se vi garba oppure no. Ma di base se non siete disposti a comprendere un altro essere umano all’infuori di voi stessi, è inutile anche che pensiate di avere una relazione.
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6. Dedicatevi a voi. Proseguite con la vostra vita. Con i vostri progetti, i vostri sport, i vostri impegni, i vostri viaggi, i vostri rapporti. Uscite con gli amici, siate attivi e positivi e non appendete il vostro umore all’atteggiamento di una persona che solo lo scorso inverno non sapevate nemmeno esistesse sul globo terraqueo.
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7. Proseguite anche con i vostri flirt, che non vuol dire datela via come se faceste volantinaggio, o diffondete il vostro seme nell’ambiente come fosse uno spray. Più semplicemente, vuol dire: non dimenticate che nel mondo esistono altri esseri umani, che il non-partner non è il solo e neppure l’ultimo. Di fatto, finché non decidete insieme di investire coscientemente il vostro capitale emotivo reale in questo rapporto, finché non siete concordi sul fatto che sia un investimento sensato, allora è corretto distribuirete i rischi (lo so, sembra cinico, ma sì, in effetti lo è)
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8. Naturalmente però, anche se differenziate, se il non-partner vi piace, spererete comunque che la cosa vada in porto. Affinché al porto abbia la possibilità anche solo di attraccare, e non naufraghi al largo, dovete sapercela condurre, la nave. In altri termini, dovete essere piacevoli. Dovete essere appetibili. Dovete essere desiderabili. Il ché ci conduce al nono punto, che è il più critico.
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9. Per essere desiderabili, dovete trovarvi desiderabili. Dovete crederci, che lo siete. Dovete fare pace con la merda che avete, perché di sicuro ne avete e ne avete più di quanta ne aveste a 22 anni, per il banale fatto che siete più vecchi. E spesso la merda ce la portiamo dai 5 anni di età, e poi se ne aggiunge altra e altra ancora, ed è inevitabile che sia così. È la monnezza della nostra vita, alcuni la gestiscono meglio e altri peggio, certi la riciclano per bene e certi altri sono Napoli (state calmi, amici napoletani, non è razzismo, è solo che vi ricordate quando non si parlava d’altro che della monnezza a Napoli? Ecco. Prendetevela con i media. Certo, Napoli non è solo quella e neppure quella di Gomorra, del resto io vengo da Taranto dove c’è la diossina, vivvubbbì). Dicevo, tutti abbiamo la nostra monnezza e dobbiamo gestirla e smaltirla e non possiamo pensare che un partner, chiunque esso sia, venga a fare il Bertolaso nell’anima nostra. Quindi no. Che tu sei dolcemente complicata a quello non interessa. Che tu hai paura dell’abbandono a quello non gliene frega. Se sei insicura del tuo corpo, se sei frustrata dal lavoro, se sei arrabbiata come una faina, quello non ti prende. Ma giustamente, perché dovrebbe prendersi un pacco? Tu sei un pacco? No che non lo sei. E allora non venderti come se lo fossi. Non fargli vedere in primis la tua monnezza. Che non vuol dire truffarlo, ma vuol dire NON far sì che lui ti veda attraverso la lente che usi tu. Lascia che scelga lui la lente attraverso la quale guardarti. E prova a mostrare le cose migliori di te. Non dico ostentarle, ma dagli la possibilità di vederle. È come quando fai una foto e ti metti dal profilo migliore. Non è che ti fai la foto per venire intenzionalmente un cesso, né diventerai Sharon Stone (quella di Basic Instinct). Però provi a farti carina. Provate a farvi carini per l’altro. A esserlo. A dare, oltre che a pesare quanto ricevete. Vigili sul fatto che sia vicendevole, certo, ma senza sfociare nella patologia.
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10. Scegliete i vostri confidenti e non seguite consigli a caso. Per carità, sfogatevi pure, ma fate ciò che il vostro buonsenso vi suggerisce. Il buonsenso ce l’avete eh. Guidate, lavorate, votate, ogni giorno prendete delle decisioni. Quindi ne siete equipaggiati. Semplicemente: usatelo. E non fatevi condizionare da ciò che dicono terzi. Né quando eccedono in entusiasmo, che già vi vedono con il brillocco al dito, né quando (spesso per protezione nei vostri confronti) vi scoraggiano. Perché la verità brutale è che state parlando con chi? Con un’amica che nella sua vita è stata single 1 ora in tutto? Una che gli uomini li gestisce da dio, per carità, ma nel suo modo, col suo aspetto, con il suo carattere, non col vostro. E voi siete persone diverse. Con chi ne parlate, con la vostra amica sposata che non sa nemmeno quale sia l’icona di Tinder? Con il vostro amico gay che ha una vita sessuale che è un mattatoio? Con quell’altro che non ha mai avuto una relazione che sia durata più di 2 mesi? O con quella che vi impartisce lezioni di vita mentre è la fidanzata cornuta o l’amante di qualche altro? Per carità, sono tutte persone che possono dirvi cose intelligenti, illuminanti, profonde o utili. Ma un conto è ascoltare, un conto è seguire. Io, per esempio, parlo sempre con mia madre, non seguo mai i suoi consigli (purtroppo), ma ascolto sempre le sue intuizioni (e poi penso che aveva ragione lei e, ogni volta, glielo dico; o me lo dice lei, che me l’aveva detto dal primo momento).
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Concludo con un rimedio della nonna, per i momenti di crisi:
Quando io mi trovo in queste situazioni, sul terreno di una non-relazione, quando ho voglia di dire e spiegare, quando ho voglia di fare a un uomo uno di quei discorsi pesantissimi vaginali che nessun pene sopporterà mai, scrivo. Scrivo lunghe missive, convinta che le spedirò l’indomani. Il giorno dopo le rileggo e mi accorgo che NO WAY, che sono over-emotiva  e che ovviamente non le spedirò. Ma scriverle mi è servito, non solo come sfogo, ma come misura, chiara e inequivocabile,  della mia assurda pesantezza.
Alla fine salvo un 20% di quello che ho scritto (il nucleo valido, l’istanza vera, ripulita dalle assurdità vaginali) e ne parlo – se mai – a voce con l’interlocutore (oppure produco una versione editata della prima stesura, molto più sintetica ed efficace).
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Lo so, lo so, è proprio un rimedio della nonna.

Ma, a volte, i rimedi della nonna funzionano ancora.

15 Tipiche Frasi da Maschio

L’amore è un casino, le relazioni dovrebbero essere a pieno diritto inserite tra le discipline olimpioniche e quelli che riescono a farle funzionare davvero, in maniera più sana che malata, dovrebbero essere insigniti di una medaglia al valore. Perché il rapporto tra uomini e donne è complesso, lo è tra gli esseri umani in generale, figurarsi tra due entità formalmente ascritte allo stesso regno animale ma sostanzialmente diverse. E, sia chiaro, questo non vale solo all’inizio delle relazioni, quando è tutto da capire e da vivere, da scoprire e da definire. Dopo è anche più difficile perché, superata la luna di miele, il fomento e l’esaltazione amorosa, la vita va avanti. Gli eventi si compiono e spesso prescindono dal nostro volere. Si cambia, e la sfida diventa restare insieme, attraverso quei cambiamenti. Adattarsi e incastrarsi, sopravvivere, accettare il tedio, reinventarsi, essenzialmente trovare un equilibrio e riuscire a farlo in due.

In questo accidentato ma anche esaltante (…) percorso emotivo, spesso, diciamo e ci sentiamo dire frasi che sono quanto mai rivelatorie del fatto che ehi-forse-no-forse-stai-facendo-un-investimento-emotivo-del-cazzo. Però, insorditi dall’amore (che a quanto pare invalida molti sensi, a parte la vista, per cui ci persuadiamo per esempio del fatto che un primate sia bellissimo), non ce ne rendiamo conto e a fronte di questi sgradevoli input non generiamo il più saggio e auspicabile degli output (ossia “Vai a defecare”).

Facciamo alcuni esempi e mettiamo in chiaro che sì, ok, questo è un blog con una prospettiva femminile ma è assodato che fenomeni del genere si verifichino anche al contrario. Chi di noi non ha mai proferito le celebri formule “Non sei tu, sono io” oppure “Meriti di meglio, qualcuna che riesca a vivere una storia al 100% e io ora non riesco perché purtroppo sono ancora coinvolta dal mio ex tossicodipendente, ricercato, stupratore seriale di babbuini“? Tutte, quindi sì, non è che noi siamo sempre le sante e gli uomini sempre gli infami, sì, sì, lo sappiamo già, grazie, ora possiamo entrare nel dettaglio delle frasi che ci siamo sentite dire? Grazie assai.

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1. Ti voglio bene –> questa va benissimo se avete 16 anni o se a pronunciarla NON è uno per cui state sotto come una miniera di zolfo da quando Natalia Estrada era ancora sposata con Giorgio Mastrota. Attenzione, esiste anche una pericolosa variante che è “Ti sono molto affezionato“, che è a sua volta perfetta se siete un bulldog francese, un canarino, un pesce rosso o un gatto persiano esotico (avete presente quelli buffissimi che pare abbiano sbattuto il muso contro una parete di cemento armato? ecco quelli). No santo cielo, non stiamo dicendo che vogliamo che gli uomini ci dichiarino amore eterno al primo bicchiere di vino. E sì, lo sappiamo, l’amore si dimostra, non si dice. Certo. Tuttavia se stiamo con qualcuno per anni e questo non riesce a dirci che ci ama, la cosa non è che ci faccia strippare di entusiasmo. Specialmente se noi lo guardiamo e ci immaginiamo che faccia avrà da vecchio, quando i nostri figli saranno all’università a studiare, chessò, medicina o ingegneria.

2. Forse mi stai dando troppa importanza –> hai ragione, scusami. Ci frequentiamo, scopiamo, usciamo, parliamo, ridiamo, andiamo al cinema, conosco i tuoi amici e tu conosci i miei, ma sì, hai ragione tu, non vorrei mai ti venisse l’ansia e pensassi che ti sto sopravvalutando, considerandoti un maschio bianco, in età adulta, in salute, capace di intendere e di volere. Perdonami, mi impegnerò a trattarti per quello che sei: un pene con attaccate due braccia e due gambe.

3. Sono fatto così –> questa è la Wish You Were Here delle frasi di merda, l’immancabile, intramontabile evergreen nel quale tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattute. Talvolta può essere seguita da “Sono fatto male, come sono fatto male”. Ricordate di trattenere qualsiasi impulso a esercitare su di lui i frutti del vostro corso di kick-boxing. Voi siete comunque contrarie alla violenza fisica.

4. Ci stiamo solo frequentando –> questa era molto à la page anni addietro. Oggigiorno non c’è nemmeno più bisogno di esplicitare simili concetti, la cui espressione può facilmente essere affidata a quel fertile terreno per le paranoie tra uomo e donna: whatsapp. Le doppie spunte blu senza risposta, in un senso o nell’altro, dicono più di mille parole. Ma anche le spunte grigie, con il tipo (o la tipa) online da ore, che tuttavia non si degna di visualizzare e rispondere. Gli orari di accesso e una serie di altri strategici indizi che ci consentono di dire, attraverso questa digitale forma di comunicazione non verbale: a me, di te, fotte sega.

5. Sto molto bene da solo –> quintessenza del paraculismo, questa frase viene proferita soprattutto all’inizio, sovente accompagnata da locuzioni accessorie, importanti per amplificare e sottolineare il messaggio subliminale (se vuoi si ciula, poi anche ciao) del tipo “È un periodo un po’ così” e “Ho bisogno dei miei spazi“, detta come se i suoi spazi fossero la Polonia e voi foste Hitler nel 1939. Anche nella variante “Ho bisogno dei miei tempi” che, per piacere, non mettetegli prescia al ragazzo, il cuore è come l’intestino: c’è chi ce l’ha pigro, chi ce l’ha lento, c’è chi ha bisogno del bifidus actiregularis e chi soffre di meteorismo sentimentale e ogni volta che apre bocca è come se facesse una scoreggia.

6. Si è scaricata la batteria —> anche questa è stata un must della nostra giovinezza, spesso alternata con “Non c’era campo” ed evolutasi poi in “Ho finito i giga”.  Per carità, non è detto che siano sempre affermazioni false. Ma noi sappiamo quanto vorticoso può diventare il moto centripeto delle nostre ovaie di fronte a simili esternazioni, specialmente se c’era in sospeso un “ci vediamo”, “ti faccio sapere”, “ci aggiorniamo dopo”.

7. È un cesso, non mi piace —> nei casi migliori viene detta su un esemplare random di vagina che piace notoriamente a tutti, ma proprio a tutti tipo la pizza, gnocca superior, di quelle che quando passano per strada trascinano con sé una scia di sguardi ammaliati di uomini che vorrebbero sdraiarle e di donne che vorrebbero rubare loro l’identità. Ma a lui no, a lui non piace. Di faccia è carina ma è cicciona o, nei casi più esilaranti, “è TROPPO MAGRA“. Si tratta dei momenti in cui il maschio crede così fortemente nelle proprie facoltà da decidere arbitrariamente di poterci prendere per il culo. Viceversa, nei casi più macabri, la suddetta frase viene proferita in merito a quella con cui lui si metterà dopo essere stato con voi. Tipo “Ti piace quella, lo so” – “No, non mi piace, è brutta di faccia”, questo finché non si misero insieme e vissero felici e contenti, prima che lui la tradisse, come ha tradito tutte le donne prima di lei e come tradirà tutte quelle che a lei seguiranno.

8. Ti stai facendo un film —> spesso completata dal “sei pazza”, che notoriamente è la prova incontrovertibile del fatto che no, non sei pazza, forse ci stai vedendo giusto.  Se, per caso, arriva a essere aggressivo con versi endecasillabi tipo “Hai rotto il cazzo”, arricchiti dal rinforzativo “è solo un’amica/collega” potete giocarvici le Louboutin. Avete ragione voi.

9. Non sono pronto per una relazione seria —> Povero cucciolo d’uomo. Hai solo 38 anni del resto. Sei piccolo. È giusto. Scusami, non volevo gravare sulla tua già complicatissima esistenza con la mia presenza. Guarda, chiamami quando hai l’esigenza di fare alle tue gonadi ciò che si fa a inizio inverno ai radiatori. Nessun problema. Let’s take it easy. Tranqui, non mi disturberà che domani incontrerai un’altra e ci andrai a convivere e la chiederai in moglie nel giro di 1 mese. Figurati. All the best a entrambi.

10. Non è scattata la scintilla —> e le farfalle nello stomaco le senti? E le campane in testa? E le mezze stagioni esistono ancora? Cosa mi dici, a questo punto, di Venezia? Secondo te, il troppo stroppia? Ma soprattutto: hai 15 anni? O forse non sono abbastanza bella? Mio dio, scusami se non sono Eva Riccobono.

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11. I patti erano chiari —> Certo, lo sapevi. “Io non ti ho mai promesso nulla” (ciò che diceva a letto non conta ovviamente, poiché coitus vincit omnia). Lo sapevi che aveva qualche tipo di handicap. Lo sapevi che non era monogamo, lo sapevi che aveva un’altra relazione, lo sapevi che era un bugiardo fedifrago seriale. Lo sapevi, te lo dice, lui è uno stronzo, non puoi aspettarti che uno stronzo si trasformi in un muffin al cioccolato.

12. La mia ex… —> Qualunque frase che includa “la mia ex”, specialmente se viene fuori al primo appuntamento, è come una sirena dei pompieri in mezzo al traffico: fate largo e lasciatelo andare via.

13. Calmati –> Ok, adesso puoi iniziare a innervosirti sul serio.

14. Stai facendo tutto da sola –> Che già è di per sé una frase di discutibilissimo gusto, nel senso che se stiamo discutendo no, non sto facendo tutto da sola, come minimo mi stai rispondendo e non lo stai facendo in modo appropriato. Tuttavia, non essendoci notoriamente limite al peggio, è facile che essa venga immediatamente integrata da: “Hai il ciclo?“, come se avere il ciclo ti rendesse necessariamente un cerbero a 3 teste con il quale è impossibile intrattenere alcuna forma di civile dialogo. Il ché è parzialmente vero, certo, ma anche quando abbiamo il ciclo viviamo nel mondo, usciamo, lavoriamo, interagiamo con esseri umani terzi. Quindi non è che siccome ho il ciclo, ho sicuramente torto. Esistono discussioni in cui io posso essere mestruata e tu puoi comunque essere un pirla. Questo sia chiaro.

15. Ti amo a modo mio —> Qualcuno ha avuto da ridire su questo punto, sostenendo che si ama per forza a modo proprio. No, babies. Si ama in un modo condiviso, l’amore presuppone un destinatario, una controparte, qualcuno a cui quell’amore deve essere trasmesso, secondo un codice e dei canali che gli siano comprensibili. Si ama nel modo nostro, e nel modo dell’altro. Perché l’amore è un incontro, perché se quell’amore non riusciamo a esprimerlo è un sentimento abortito e storpio,  un esercizio edonistico e narcisistico, è un vezzo stilistico, è retorica, suggestione, masturbazione, quello che ve pare, ma non è amore.

E poi, al netto di queste frasi universali, ognuna di noi ha una sua specifica casistica. Personalmente annovero nel mio album degli orrori sentimentali chicche come “Aspettami ma non aspettarmi” (?), “Devi accettare...” (devo?!) e, dulcis in fundo, “Ti ho messa in panchina”.

…che poi, se hai Maradona in squadra e lo metti in panchina, il problema è che sei proprio un allenatore di merda.

Se è figo, se non è figo

Ho deciso di fare coming out. Ho deciso di dire la verità su come noi donne reagiamo ai flirt.

Perché, dopotutto, siamo convinte di essere molto più sofisticate e complesse degli uomini (e per certi aspetti senz’altro lo siamo), ma inciampiamo anche noi in una riduzione fastidiosa seppur verosimile, subendola ma anche applicandola, e cioè: non gli piaci abbastanza/non ti piace abbastanza.

Per capire meglio a cosa facciamo riferimento, entriamo nel dettaglio di alcune situazioni che tipicamente si verificano nei primi approcci con l’altro sesso e scopriamo quanto, sottoposte alle stesse sollecitazioni, reagiamo in maniera diversa a seconda di quanto sia figo l’uomo in questione. I due scenari che prospettiamo, cum figus e sine figus, non si riferiscono al mero aspetto estetico, ovviamente, ma a quell’insieme di elementi – alcuni evidenti, altri imperscrutabili e nascosti nelle profondità del nostro inconscio – che rendono un soggetto particolarmente appetibile per noi.

Se è figo

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  • Controlliamo il telefono ogni 3 minuti
  • Se vediamo una sua notifica, sorridiamo compiaciute e ci fiondiamo a leggerla
  • Per rispondere aspettiamo circa 10 secondi, il tempo di pensare alla cosa più sagace da dire (che spesso non è poi così sagace, a esser franche)
  • Riponiamo il telefono e lo controlliamo ogni 30 secondi per vedere se ri-risponde
  • A un certo punto, per non fare le groupie, ci imponiamo di non visualizzare e di non accedere a whatsapp per almeno 15 minuti. Generalmente al settimo minuto non resistiamo più e leggiamo.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il nostro, ed è un messaggio inutile tipo un’emoticon
  • Se invece ha troncato lui la conversazione, ci offendiamo un po’, in segreto, e giuriamo a noi stesse che non ci faremo sentire più finché non si farà vivo lui (lasso di tempo accuratamente monitorato e misurato in minuti, poi in ore, poi in giorni)
  • Lui non si fa vivo, quindi pensiamo che in effetti è così figo che possiamo fare un’eccezione, che vale lo sforzo e che possiamo scrivergli noi. Per riuscirci consumiamo circa 350 kcal e mandiamo al macero tutta la nostra educazione sentimentale borbonica che vuole che l’iniziativa sia maschia (ma, del resto, viviamo nel 2016 e, tra criptochecche e amazzoni metropolitane, è difficile discernere il giusto dallo sbagliato, senza contare che “non esistono leggi in amore“)
  • Visualizza, non risponde. Noi controlliamo le spunte. Controlliamo che sia online. Andiamo a controllare se per caso è attivo su Facebook. Se per caso ha pubblicato qualcosa sulla bacheca. Se per caso non è rimasto vittima di un attentato terroristico e per questo non ci degna dell’attenzione che altresì meriteremmo. Niente.
  • Riappare dopo 15 ore. Noi c’abbiamo i coglioni di traverso, ma non diciamo nulla perché siamo donne emancipate e poi sei mica pazzah, che cosa vuoi, ha una vita. Ci vendichiamo al massimo facendolo attendere 30 minuti.
  • I nostri messaggi sono prolissi, viaggiano a gruppi di almeno 3-4 paragrafi per volta. Lui risponde a monosillabi. Comunque non più di cinque parole. Figurati una subordinata.
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno pensiamo che non vediamo l’ora di vederlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo che ha una voce adorabile, la ascoltiamo 8 volte, la forwardiamo all’amica più intima, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale
  • Se ci manda delle sue fotografie pensiamo che avremo dei figli bellissimi, le salviamo e ci intasiamo la gallery di sue effigi nelle quali inciamperemo quando la cosa sarà inevitabilmente andata a mignotte
  • Se ci parla di sua madre, ci chiediamo se piaceremo a nostra suocera
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che è stupendo, ha anche l’istinto di paternità
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia divertente e se ci manda dei link li guardiamo tutti fino all’ultimo secondo anche se non ce ne frega una minchia
  • Se ci fa una telefonata, sta diventando una cosa importante, quasi amore
  • Se ci invita a uscire, accettiamo. Se abbiamo impegni li spostiamo con tripli salti mortali. Pacchiamo le amiche senza rimorso e senza ritegno, e non mentiamo nemmeno, fiduciose del fatto che le amiche vere capiscono. Le vere amiche sanno.
  • Se ci passa a prendere ci sembra rassicurante e premuroso, e apprezziamo un casino questo fatto che non ci fa sciupare a guidare e cercare parcheggio, o a prendere i mezzi, o a spendere soldi per il taxi.
  • Se durante la cena è loquace, che bello, si sta aprendo, stiamo comunicando! Se invece tace, è tenebroso e affascinante.
  • Se non ci invita a uscire, convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali, incluse le quote finocchie, per analizzare il caso, decifrare i suoi contrastanti segnali e diagnosticare quale forma di disadattamento abbia, perché è evidentemente che è un disadattato
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita, va bene. Anzi, forse siamo noi che ci proviamo.
  • Se a letto non è il top, non importa, sono stata molto bene lo stesso. Se a letto è il top, iniziamo a chiederci se cerimonia civile o religiosa.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, iniziamo a patire e a lamentarci della totale assenza di uomini single eterosessuali, non egofroci, equilibrati.
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, affrontiamo la giornata con un sorprendente buon umore, il ché è la scientifica dimostrazione del fatto che sì, è vero: quando siamo acide è perché non scopiamo abbastanza (o abbastanza bene)
  • Se fa qualche progetto al futuro il cuore ci salta via dallo sterno, perché ei forse allora al matrimonio della mia amica avrò il mio +1. Te pensa.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, non avremo mai più una storia,  ormai è impossibile, piangiamo e scriviamo alle nostre amiche intime, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale; quelle ci dicono le cose che si dicono in questi casi e noi le ascoltiamo ma in fondo non riusciamo a liberarci della modalità “futura gattara inesorabilmente disgraziata” per almeno una settimana.

 

Se NON è figo

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  • Controlliamo il telefono e proviamo delusione mista a fastidio quando rileviamo 5 notifiche di quello che non ci piace. Invece che del figo.
  • Non c’è nessuna fretta di accedere a whatsapp e visualizzare i messaggi, del resto sto stalkerando su Facebook la nuova tipa del mio ex. Leggerò quando arriveranno notifiche rilevanti, tipo quelle del gruppo “Assorbenti con le ali per lanciarsi col paracadute” con le amiche della scuola materna.
  • Tra una risposta e l’altra lasciamo passare circa 15 minuti, di modo che anche il più solerte interlocutore sarebbe degnamente scoraggiato.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il suo. Non è colpa mia se mi sono addormentata all’improvviso. È stata una giornata pesante.
  • Non ci facciamo sentire. Se non si fa sentire lui ce ne accorgiamo dopo 1 mese.
  • Magari gli scriviamo un “come va?”, perché in fondo siamo educate e non ha fatto nulla di male
  • Visualizziamo, non rispondiamo. Ricompariamo dopo 15 ore e non osare dirmi nulla, cazzo vuoi, ho una vita
  • Rispondiamo a monosillabi o quasi. Usiamo l’emoticon del pollice per dire “ok” e chiudere la conversazione
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno, pensiamo di bloccarlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo ma che sbatti, sono in pubblico,  ma che vuoi, ma non puoi scrivere?
  • Se ci manda delle fotografie sue, notiamo tutti i terribili errori di stile che commette
  • Se ci parla di sua madre pensiamo che vabbé, dai, cresci un po’
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che voglia usarci come incubatrici e no, scusa, ma io non sono pronta
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia adolescenziale e se ci manda dei link non ci clicchiamo nemmeno sopra dicendo “lo guardo appena riesco” e non riusciremo mai più.
  • Se ci fa una telefonata, è invadente.
  • Se ci invita a uscire, abbiamo impegni. Siamo piene per le prossime 3 settimane. Guarda sono infognata. Periodo pazzesco. Gli diamo pacco numerose volte consecutive. Alla fine cediamo perché, in fondo, non si può mai sapere.
  • Se vuole passarci a prendere, è uno stalker che vuole sapere dove abitiamo esattamente. No tranqui, prendo un’enjoy.
  • Se durante la cena è loquace, per noi è logorroico; se tace è un disagiato
  • Se ci invita a uscire convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali per valutare come gestire la possibilità che ne voglia, mentre noi non ne vogliamo
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita è un inetto, ma non lo capisce, ma per chi ti ha presa, ma perché gli uomini devono sempre sessualizzare tutto così in fretta? Che stress.
  • Se a letto non è il top, addio. Se a letto è bravo e zelante, sì, magari lo rivedo, però insomma non so. Al limite come trombamico nei periodi di arsura.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, tiriamo un sospiro di sollievo
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, iniziamo a pensare cosa fare per scollarcelo di dosso
  • Se fa qualche progetto al futuro: SENTI STAI CALMO, IO SONO UNA DONNA SINGLE, NON RINUNCIO ALLA MIA LIBERTÀ SIA CHIARO, NON POTRAI INGABBIARMI MAI, NON POTRAI LIMITARE I MIEI SPAZI Né LA MIA INDIPENDENZA E POI GUARDA CHE IO SONO UN CASINO LASCIAMI PERDERE.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, è andata così, sono una donna contemporanea e contundente, mi amo & mi odio, forse la mia dimensione è questa perché sì, sai, io non mi accontento, perché io valgoh.

E lo scriviamo alle altre amiche single che, anche lì, comprendono il nostro stato e ci dicono “si, si, certo”. Perché è tutto vero e tutto sarà così, finché non troveremo un altro figo a cui non piacciamo abbastanza. E il ciclo ricomincerà da capo.

E allora, forse, se un modo esiste per venirne fuori, per non dividere il mondo in categorie stagne, in fretta, con questi ritmi serrati dettati dall’iperconnessione in cui viviamo, dall’infinita pluralità di offerta, dall’inafferrabile liquidità dell’instant-relationship, ecco se un modo esiste forse è prendere e pretendere tempo. Da noi stessi e dagli altri. Tempo per conoscersi. Per capire se ci si piace oppure no. Perché non siamo i messaggi che scriviamo, né i meme che inviamo, né i link che condividiamo, né le stronzate che pubblichiamo. Perché siamo anche cose altre, e molte, e per scoprirle ci vuole il fottuto tempo. Altrimenti, in fretta, facciamo presto a decretare che uno è in o out, sulla base di micro-impressioni, di atteggiamenti digitali, di tempi di reazione messaggistica. O di quanto è biondo. O di com’è vestito.

Piacersi dev’essere un’altra cosa. E finché non ci riappropriamo del significato stesso di piacere e piacersi, che è una cosa che presuppone la scoperta, lo svelamento, la condivisione, la comprensione, la partita che si gioca ad armi pari e parità d’intenti, penso che continueremo ad accenderci di facili entusiasmi e a spegnerci di superficiali delusioni.

Indipendentemente dal fatto che siamo portatori di pene o di vagina.

Con questa estrema saggezza concludo.

Andate in pace.