Questione di Anti-Propositi

Lo so, lo so. Avete le palle sfasciate da tutti gli elenchi di buoni propositi che avete visto proliferare sulle vostre bacheche e timeline in questi giorni. Lo so, lo so, la vastità del cazzo che ve ne frega (che, sappiatelo, voi che usate questa gaudente espressione, quella sulla vastità del membro virile che ve ne importa, sì, insomma, che fa cacare, proprio come modo di dire, cioè che è tipo passato di moda 5 minuti dopo il suo conio; sarebbe anche ora di spendere una riflessione sul “ciaone” o sul “maiunagioia” ma non voglio essere troppo pretenziosa adesso).

Tornando a noi. Lo so. Non ve ne importa nulla. Diciamo sempre le stesse cose, anno dopo anno, dopo anno, dopo anno. Siamo sempre lì a mettere in fila, uno appresso all’altro, propositi che puntualmente disattendiamo, fino a rendere questa redazione di positivi intenti un atto convenzionale, caricaturale, privo di significato. Ecco, per tutte queste ragioni, io per il 2017 ho stilato un elenco di anti-propositi. Hai visto mai che, con la logica dell’incontrario, non si combini qualcosa di buono.

1. Voglio lavorare tantissimo e guadagnare pochissimo

2. Voglio ingrassare almeno di 10 kg
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3. Voglio rigorosamente rimanere single
4. Assolutamente non voglio fornicare neppure sportivamente. L’astinenza radicale, lo sciopero della fregna, il Silenzio Topa, la patata sotto embargo.
5. Al massimo, accetto di incontrare soltanto: casi umani, 40enni interrotti, 30enni egoriferiti, 20enni con complessi edipici, bugiardi, fedifraghi, narcisisti.
6. Voglio arrivare a fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno
7. Voglio svegliarmi tardissimo al mattino e andare a dormire tardissimo la notte e perpetrare il generale scombussolamento dei miei ritmi circadiani
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8. Non ho alcuna intenzione di farmi le analisi e i controlli e tutte quelle menate lì; le procrastino da anni e a procrastinarle continuerò
9. Non voglio minimamente viaggiare, vedere posti nuovi, vivere avventure esotiche, conoscere persone interessanti.
10. Voglio assolutamente continuare a pagare un abbonamento costosissimo in palestra per andarci 15 giorni in tutto l’anno.
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11. Non ho alcuna intenzione di fare corsi di scrittura, teatro, fotografia o qualunque cosa possa indurmi a incontrare persone con interessi affini ai miei
12. Non ci penso proprio a trovare il tempo per uscire dal mio individualismo e, chessò, fare del volontariato, rendermi utile per gli altri in questo sporco mondo.
13. Non chiamerò più spesso i miei parenti e i miei amici che vivono lontani e dei quali – se non fosse per i social – perderei probabilmente le tracce. Non sarò più presente con le persone a cui voglio bene.
14. Non leggerò di più. Scordatevelo. Continuerò a guardare soltanto serie tv, a non andare al cinema, a non andare a mostre, a non andare agli eventi a cui mi invitano, a perdere tempo a stalkerare la vita di persone di cui non mi importa nulla sui social network con la presunzione di condurre così indagini sociAlogiche.
15. Non inizierò assolutamente a cucinare e andrò avanti a surgelati e scatolame, foodora e deliveroo, UberEats e JustEat
16. Conto di dimenticarmi ogni settimana del lavaggio delle strade e di prendere tantissime multe, che pagherò in ritardo tanto per pagare anche le spese di notifica.
17. Non spenderò i miei soldi per altra ragione che i vostri matrimoni
18. Non mi metterò la crema in faccia tutti i giorni e assomiglierò sempre più a un mastino napoletano
19. Esaspererò tantissimo tutti i miei enormi problemi da femmina bianca occidentale del primo mondo e coltiverò con cura la mia anima da drama-queen.
20. Non fingerò di essere giovane facendo quelle cose che fate voialtri tipo andare ai concerti a stare in piedi 4 ore per ascoltare un gruppo che amavate tanto 10 anni fa.
Ecco. Ho finito!
Buon anno lastricato di ottime intenzioni anche a voi! ❤
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Quinquennio Vaginale

Avevo 26 anni. Una tuta di pile viola. 15 o 20 kg di più. Molti più capelli. Molte meno rughe. La pelle più tonica. I denti più dritti. Ero castana. Avevo un paio di scarpe della Guess. E un paio di borse di Carpisa (oh, yes).

Avevo 26 anni, il mio regime alimentare era fondato sul Contorno Mediterraneo di 4 Salti in Padella, sulle Patatine Più Gusto – Gusto Pomodoro e sulle Gocciole Pavesi. Ascoltavo un repertorio musicale di gusto dubbissimo e mi accingevo a raccogliere i pezzi dell’ennesima (ennesima, già ai tempi, ndr) relazione finita.

Nasceva così, questo blog.

Da allora, dal novembre 2011, sono trascorsi 5 anni. È cresciuto il blog e sono cresciuta io. E sotto i ponti sono passate parole, e righe, e commenti, e bit, e byte, ed esperienze, e vita.

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Come Eravamo

E ora son qui che m’accingo a buttare giù uno di quei post autoreferenziali che generalmente odio leggere, ma che in qualche misura mi sembra giusto scrivere. Da un lato perché gli unici anniversari che festeggio sono quelli con wordpress. Dall’altro, perché questo blog, con tutto ciò che ha portato nella mia vita, ha significato tanto. È diventato un pezzo importante del mio percorso, e allora lasciatemi fare questa cosa un po’ melensa, pura masturbazione vaginale, di ripercorrere i momenti più significativi, di ringraziare qualcuno, di fare un mini-bilancio, che del resto siamo quasi a fine anno.

Lasciatemi ringraziare la Vagina, per alcune cose:

  1. Per avermi aiutata, da pischella, a vivisezionare, comprendere ed esorcizzare i miei limiti, i miei difetti e le mie paure. Non che sia un lavoro terminato, l’introspezione è peggiore della Salerno-Reggio Calabria, però dei progressi sono stati fatti. Un metodo, per lo meno, è stato acquisito. E questo, nel generale analfabetismo emotivo in cui viviamo, male non fa.

2. Per avermi fatto incontrare tantissime persone in questi anni, la maggior parte delle quali interessanti, alcune diventate amicizie vere, di quelle che molesti a qualunque ora del giorno e della notte se non stai bene, e che ti molestano a loro volta se non stanno bene loro, senza chiedersi scusa, senza sentirsi in imbarazzo. Di quelle che puoi riderci, e puoi piangerci, e farci progetti, e scambiarci opinioni, e condividerci sbronze, e successi, e fallimenti. E tutto questo in una metropoli come Milano, francamente, poco non è.

3. Per la rubrica su Cosmopolitan che ho curato per quasi 2 anni, che a voi non sembrerà un granché, ma quando mi fu proposto, ne fui davvero felice. Felice un casino.

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La Rubrica su Cosmopolitan

4. Per la prima VagiNight, nel 2013, in collaborazione con la LILA, che fu una figata pazzesca, oltre a essere un evento benefico, di cui il mio karma deve aver beneficiato in qualche maniera (che non è stata “trovare il grande amore della vita”, però diamogli tempo, al karma).

5. Per avermi fatto ricevere tonnellate di email (molte delle quali giacciono senza risposta in una cartella, e di ciò mi scuso, ma non riesco a star dietro a tutto). Per gli attestati di stima, le storie, le testimonianze, l’affetto (non esagero) che chi mi legge ha dimostrato. E anche per le critiche, che accolgo con inaudita fatica, ma che a volte servono.

6. Per chi mi segue da anni e da anni torna sotto ogni mio post a scambiare idee, opinioni, a rendere questo blog una community, che è molto più di un “diario segreto pubblico”. Per chi ha reso questo posto uno spazio di dialogo e confronto. Per i miei zii virtuali (Dovesei, il Luperrimo, il Fedi, il Pinza; per Mezzatazza che è qui da principio; per Alessandro che ogni volta mi regala spunti e arricchisce le mie riflessioni, o pugnette che dir si voglia; e naturalmente per tutti gli altri, che leggo, e conosco, e riconosco; e per tutte le matricole, ovviamente, che sono sempre le benvenute)

7. Per la redazione de Linkiesta che da anni mi concede di parlare anche di altro; per le collaborazioni con Corriere; per gli editori che mi hanno contattata, per i giornalisti che mi hanno intervistata, per i produttori televisivi, per gli eventi, per gli inviti, per le pr che mi scrivono e che mi chiedono di fare marchette che non faccio, ma le capisco, perché fanno il lavoro che ho fatto anche io per 7 anni. Per i brand che scelgono di collaborare con me anche se mi chiamo come l’organo genitale femminile. Per i gadget che comunque non dispiacciono mai.

8. Per il coraggio che, a un certo punto, è arrivato, di provare a sopravvivere di stenti&scrittura, in Italia, nel 2016 (e ancora non so dirvi se ce la faccio, ma sarete aggiornati, prima o poi vi chiederò il contributo, come wikipedia o il guardian – del resto siamo sullo stesso livello, no?)

9. Per le soddisfazioni (tante) e le porte in faccia (poche, ma me le sono legate al dito, tutte, che come sapete sono molto easy-going), che servono anche quelle. Per le idee che si concretizzano e per tutte le altre che restano nel caos primordiale del “prima o poi lo farò”. Per il blog di viaggi che ho aperto (questa è una auto-marchetta, comunque sì, cliccate e laikate, come dicono quelli che fanno questo sporco mestiere che dopo un po’ ti fa invidiare i “commercialisti”, gli “avvocati”, i “medici”, gente che insomma si capisce come cazzo campa).

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Una foto della VagiNight

10. Per tutte le volte che mi ringraziate di ciò che scrivo. Di farvi ridere fino alle lacrime, e sorridere, ed emozionarvi, e a volte piangere (il mio narcisistometro sta impazzendo, ma sono cose che mi dite voi e io vi ❤ anche per questo). Per tutte le volte che mi ringraziate di aiutarvi a superare un momento difficile, di farvi sentire meno sole, meno pazzeh, più comprese, più normali e mi fate pensare che ciò che faccio un senso ce l’abbia. Per tutte le volte che mi dite che leggendo un mio post, leggete meglio voi stesse, con una chiarezza che non avevate ancora trovato. Per tutte le volte che sentite che le ansie e le incertezze che viviamo sono comuni, e possiamo condividerle. Per tutte le volte che mi dite che vi tiro su il morale. E anche per gli uomini che vengono qui, a rovistare nelle nostre paturnie e nelle nostre complicazioni, e qualcosa imparano e qualcosa ci insegnano. E fanno sì che questo blog non diventi un covo di gattare (con tutto il rispetto, prima o poi me li prenderò anche io, i gatti; sto resistendo ma ci arriverò), né la roccaforte della guerra al cazzo (anche perché il membro ci piace e non vorremmo essergli nemiche).

11. Per tutti quelli che NON mi giudicano una troia solo perché scrivo di sesso. E pure per quelli che mi giudicano tale, dimostrando quanto lavoro ci sia ancora da fare, e quanto sia giusto continuare a parlarne.

12. Per gli uomini che sono usciti con me per quella che ero e non per ciò che scrivevo. Anzi, nonostante ciò che scrivevo. Per quelli che mi hanno fermata in questi anni dicendomi “Ma tu sei…?”, che anche se è una cosa che mi imbarazza A BOMBA, fa pure un po’ piacere (sì, mi imbarazza, perché nella realtà sono timida, odio stare al centro dell’attenzione e se devo parlare in pubblico ho il cuore che mi salta in petto che ogni volta rischio un attacco cardiaco).

13. Per mia madre che con certi miei post si commuove. Per mio padre che mi mette like su Facebook. Per Frecciagrossa che mi cita a menadito. Per i miei amici che il blog non lo leggono e così almeno ho delle cose da raccontare, quando ci vediamo. E per gli altri che invece lo seguono e così hanno la sensazione di sentirmi, anche se non ci sentiamo più. Per tutti quelli che sono stati abbastanza intelligenti da non sentirsi mai offesi da ciò che ho scritto.

14. Per la lezione che ho tenuto alla Scuola Holden. Cioè, io. Tenerla. Non seguirla. Nel tempio. Io, profana semi-analfabeta che nella vita ha letto 5 libri in tutto (no vabbè, esagero, facciamo 10).

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Finita la lezione alla Scuola Holden…

15. Per tutti quelli che “Allora, quando ce lo pubblichi un bel romanzo?”, che mi fanno venire l’ansia, ma mi fanno anche piacere, perché mi fanno pensare che, forse, se scrivere è l’unica cosa di cui io non mi sia mai annoiata nella vita, un motivo c’è. E, forse, è giusto continuare a farlo.

Insomma, 5 anni sono tanti e sono stati anche belli.

E se tornassi indietro, rifarei più o meno tutto (giusto qualche caso umano in meno, ecco).

15 Tipiche Frasi da Maschio

L’amore è un casino, le relazioni dovrebbero essere a pieno diritto inserite tra le discipline olimpioniche e quelli che riescono a farle funzionare davvero, in maniera più sana che malata, dovrebbero essere insigniti di una medaglia al valore. Perché il rapporto tra uomini e donne è complesso, lo è tra gli esseri umani in generale, figurarsi tra due entità formalmente ascritte allo stesso regno animale ma sostanzialmente diverse. E, sia chiaro, questo non vale solo all’inizio delle relazioni, quando è tutto da capire e da vivere, da scoprire e da definire. Dopo è anche più difficile perché, superata la luna di miele, il fomento e l’esaltazione amorosa, la vita va avanti. Gli eventi si compiono e spesso prescindono dal nostro volere. Si cambia, e la sfida diventa restare insieme, attraverso quei cambiamenti. Adattarsi e incastrarsi, sopravvivere, accettare il tedio, reinventarsi, essenzialmente trovare un equilibrio e riuscire a farlo in due.

In questo accidentato ma anche esaltante (…) percorso emotivo, spesso, diciamo e ci sentiamo dire frasi che sono quanto mai rivelatorie del fatto che ehi-forse-no-forse-stai-facendo-un-investimento-emotivo-del-cazzo. Però, insorditi dall’amore (che a quanto pare invalida molti sensi, a parte la vista, per cui ci persuadiamo per esempio del fatto che un primate sia bellissimo), non ce ne rendiamo conto e a fronte di questi sgradevoli input non generiamo il più saggio e auspicabile degli output (ossia “Vai a defecare”).

Facciamo alcuni esempi e mettiamo in chiaro che sì, ok, questo è un blog con una prospettiva femminile ma è assodato che fenomeni del genere si verifichino anche al contrario. Chi di noi non ha mai proferito le celebri formule “Non sei tu, sono io” oppure “Meriti di meglio, qualcuna che riesca a vivere una storia al 100% e io ora non riesco perché purtroppo sono ancora coinvolta dal mio ex tossicodipendente, ricercato, stupratore seriale di babbuini“? Tutte, quindi sì, non è che noi siamo sempre le sante e gli uomini sempre gli infami, sì, sì, lo sappiamo già, grazie, ora possiamo entrare nel dettaglio delle frasi che ci siamo sentite dire? Grazie assai.

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1. Ti voglio bene –> questa va benissimo se avete 16 anni o se a pronunciarla NON è uno per cui state sotto come una miniera di zolfo da quando Natalia Estrada era ancora sposata con Giorgio Mastrota. Attenzione, esiste anche una pericolosa variante che è “Ti sono molto affezionato“, che è a sua volta perfetta se siete un bulldog francese, un canarino, un pesce rosso o un gatto persiano esotico (avete presente quelli buffissimi che pare abbiano sbattuto il muso contro una parete di cemento armato? ecco quelli). No santo cielo, non stiamo dicendo che vogliamo che gli uomini ci dichiarino amore eterno al primo bicchiere di vino. E sì, lo sappiamo, l’amore si dimostra, non si dice. Certo. Tuttavia se stiamo con qualcuno per anni e questo non riesce a dirci che ci ama, la cosa non è che ci faccia strippare di entusiasmo. Specialmente se noi lo guardiamo e ci immaginiamo che faccia avrà da vecchio, quando i nostri figli saranno all’università a studiare, chessò, medicina o ingegneria.

2. Forse mi stai dando troppa importanza –> hai ragione, scusami. Ci frequentiamo, scopiamo, usciamo, parliamo, ridiamo, andiamo al cinema, conosco i tuoi amici e tu conosci i miei, ma sì, hai ragione tu, non vorrei mai ti venisse l’ansia e pensassi che ti sto sopravvalutando, considerandoti un maschio bianco, in età adulta, in salute, capace di intendere e di volere. Perdonami, mi impegnerò a trattarti per quello che sei: un pene con attaccate due braccia e due gambe.

3. Sono fatto così –> questa è la Wish You Were Here delle frasi di merda, l’immancabile, intramontabile evergreen nel quale tutte, almeno una volta nella vita, ci siamo imbattute. Talvolta può essere seguita da “Sono fatto male, come sono fatto male”. Ricordate di trattenere qualsiasi impulso a esercitare su di lui i frutti del vostro corso di kick-boxing. Voi siete comunque contrarie alla violenza fisica.

4. Ci stiamo solo frequentando –> questa era molto à la page anni addietro. Oggigiorno non c’è nemmeno più bisogno di esplicitare simili concetti, la cui espressione può facilmente essere affidata a quel fertile terreno per le paranoie tra uomo e donna: whatsapp. Le doppie spunte blu senza risposta, in un senso o nell’altro, dicono più di mille parole. Ma anche le spunte grigie, con il tipo (o la tipa) online da ore, che tuttavia non si degna di visualizzare e rispondere. Gli orari di accesso e una serie di altri strategici indizi che ci consentono di dire, attraverso questa digitale forma di comunicazione non verbale: a me, di te, fotte sega.

5. Sto molto bene da solo –> quintessenza del paraculismo, questa frase viene proferita soprattutto all’inizio, sovente accompagnata da locuzioni accessorie, importanti per amplificare e sottolineare il messaggio subliminale (se vuoi si ciula, poi anche ciao) del tipo “È un periodo un po’ così” e “Ho bisogno dei miei spazi“, detta come se i suoi spazi fossero la Polonia e voi foste Hitler nel 1939. Anche nella variante “Ho bisogno dei miei tempi” che, per piacere, non mettetegli prescia al ragazzo, il cuore è come l’intestino: c’è chi ce l’ha pigro, chi ce l’ha lento, c’è chi ha bisogno del bifidus actiregularis e chi soffre di meteorismo sentimentale e ogni volta che apre bocca è come se facesse una scoreggia.

6. Si è scaricata la batteria —> anche questa è stata un must della nostra giovinezza, spesso alternata con “Non c’era campo” ed evolutasi poi in “Ho finito i giga”.  Per carità, non è detto che siano sempre affermazioni false. Ma noi sappiamo quanto vorticoso può diventare il moto centripeto delle nostre ovaie di fronte a simili esternazioni, specialmente se c’era in sospeso un “ci vediamo”, “ti faccio sapere”, “ci aggiorniamo dopo”.

7. È un cesso, non mi piace —> nei casi migliori viene detta su un esemplare random di vagina che piace notoriamente a tutti, ma proprio a tutti tipo la pizza, gnocca superior, di quelle che quando passano per strada trascinano con sé una scia di sguardi ammaliati di uomini che vorrebbero sdraiarle e di donne che vorrebbero rubare loro l’identità. Ma a lui no, a lui non piace. Di faccia è carina ma è cicciona o, nei casi più esilaranti, “è TROPPO MAGRA“. Si tratta dei momenti in cui il maschio crede così fortemente nelle proprie facoltà da decidere arbitrariamente di poterci prendere per il culo. Viceversa, nei casi più macabri, la suddetta frase viene proferita in merito a quella con cui lui si metterà dopo essere stato con voi. Tipo “Ti piace quella, lo so” – “No, non mi piace, è brutta di faccia”, questo finché non si misero insieme e vissero felici e contenti, prima che lui la tradisse, come ha tradito tutte le donne prima di lei e come tradirà tutte quelle che a lei seguiranno.

8. Ti stai facendo un film —> spesso completata dal “sei pazza”, che notoriamente è la prova incontrovertibile del fatto che no, non sei pazza, forse ci stai vedendo giusto.  Se, per caso, arriva a essere aggressivo con versi endecasillabi tipo “Hai rotto il cazzo”, arricchiti dal rinforzativo “è solo un’amica/collega” potete giocarvici le Louboutin. Avete ragione voi.

9. Non sono pronto per una relazione seria —> Povero cucciolo d’uomo. Hai solo 38 anni del resto. Sei piccolo. È giusto. Scusami, non volevo gravare sulla tua già complicatissima esistenza con la mia presenza. Guarda, chiamami quando hai l’esigenza di fare alle tue gonadi ciò che si fa a inizio inverno ai radiatori. Nessun problema. Let’s take it easy. Tranqui, non mi disturberà che domani incontrerai un’altra e ci andrai a convivere e la chiederai in moglie nel giro di 1 mese. Figurati. All the best a entrambi.

10. Non è scattata la scintilla —> e le farfalle nello stomaco le senti? E le campane in testa? E le mezze stagioni esistono ancora? Cosa mi dici, a questo punto, di Venezia? Secondo te, il troppo stroppia? Ma soprattutto: hai 15 anni? O forse non sono abbastanza bella? Mio dio, scusami se non sono Eva Riccobono.

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11. I patti erano chiari —> Certo, lo sapevi. “Io non ti ho mai promesso nulla” (ciò che diceva a letto non conta ovviamente, poiché coitus vincit omnia). Lo sapevi che aveva qualche tipo di handicap. Lo sapevi che non era monogamo, lo sapevi che aveva un’altra relazione, lo sapevi che era un bugiardo fedifrago seriale. Lo sapevi, te lo dice, lui è uno stronzo, non puoi aspettarti che uno stronzo si trasformi in un muffin al cioccolato.

12. La mia ex… —> Qualunque frase che includa “la mia ex”, specialmente se viene fuori al primo appuntamento, è come una sirena dei pompieri in mezzo al traffico: fate largo e lasciatelo andare via.

13. Calmati –> Ok, adesso puoi iniziare a innervosirti sul serio.

14. Stai facendo tutto da sola –> Che già è di per sé una frase di discutibilissimo gusto, nel senso che se stiamo discutendo no, non sto facendo tutto da sola, come minimo mi stai rispondendo e non lo stai facendo in modo appropriato. Tuttavia, non essendoci notoriamente limite al peggio, è facile che essa venga immediatamente integrata da: “Hai il ciclo?“, come se avere il ciclo ti rendesse necessariamente un cerbero a 3 teste con il quale è impossibile intrattenere alcuna forma di civile dialogo. Il ché è parzialmente vero, certo, ma anche quando abbiamo il ciclo viviamo nel mondo, usciamo, lavoriamo, interagiamo con esseri umani terzi. Quindi non è che siccome ho il ciclo, ho sicuramente torto. Esistono discussioni in cui io posso essere mestruata e tu puoi comunque essere un pirla. Questo sia chiaro.

15. Ti amo a modo mio —> Qualcuno ha avuto da ridire su questo punto, sostenendo che si ama per forza a modo proprio. No, babies. Si ama in un modo condiviso, l’amore presuppone un destinatario, una controparte, qualcuno a cui quell’amore deve essere trasmesso, secondo un codice e dei canali che gli siano comprensibili. Si ama nel modo nostro, e nel modo dell’altro. Perché l’amore è un incontro, perché se quell’amore non riusciamo a esprimerlo è un sentimento abortito e storpio,  un esercizio edonistico e narcisistico, è un vezzo stilistico, è retorica, suggestione, masturbazione, quello che ve pare, ma non è amore.

E poi, al netto di queste frasi universali, ognuna di noi ha una sua specifica casistica. Personalmente annovero nel mio album degli orrori sentimentali chicche come “Aspettami ma non aspettarmi” (?), “Devi accettare...” (devo?!) e, dulcis in fundo, “Ti ho messa in panchina”.

…che poi, se hai Maradona in squadra e lo metti in panchina, il problema è che sei proprio un allenatore di merda.

Tinder Chronicles 1 – Il tipo da Modelle

Quando sei single da un po’, amici e conoscenti iniziano a raccontarti leggende metropolitane di amiche di amiche che sul Tinder hanno addirittura trovato l’amore. E che quindi sì, insomma, dovresti usarlo anche tu. E non importa che tu dica “no ma figurati se uno si mette con uno di Tinder, no dai ti prego, non mi va, io ste cose le ho già fatte quando erano meno mainstream, io voglio conoscere qualcuno nella vita reale e blablabla“. Quelli ti dicono che no, che devi usarlo, perché male non fa, perché puoi sempre conoscere gente nuova. Tu ci pensi un po’, rifletti sullo scorso autunno di astinenza sessuale (che hai deciso di non replicare nel 2016) e ti dici: va bene, okay, proviamo.

Così mi sono rimessa sulla piazza delle dating app e ho constatato che esse richiedono un gran dispendio di tempo che potrebbe essere destinato a più edificanti attività sociali e personali, ma che in effetti c’è un sacco di materia prima e questo è un fatto.

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Ho conosciuto un tipo, che chiameremo Tinder 1. Tinder1 ha 27 anni. Oh yes, è un under30 e capite bene che anche solo questo non poteva che indurmi a uscirci per condurre un’accurata indagine etnometodologica sulle possibilità di interazione con i millennials (dicesi millennials quelli che erano ancora minorenni quando è nato youtube, per capirci). Inoltre abbiamo un amico in comune, una persona vera, per cui la cosa assume delle sembianze molto rassicuranti, quasi familiari, nel grande apeiron delle staffette sessuali digitali.

Il Tinder1 se la cava grandemente. Prima uscita pomeridiana, un paio d’ore piacevoli, normali, tranquille. Si fa sentire nei giorni a seguire e il weekend successivo ci vediamo per aperitivo che in realtà diventa una cena. Poi lui sarebbe andato a una festa giovanilistica e io avrei raggiunto i miei amici 30enni per bere un amaro del capo in qualche locale sovraffollato sui Navigli.

A metà della cena e al secondo bicchiere di bianco so già che gliela darei senza riserve, perché lui mi fa ridere, perché è insolente ma mi fa anche una specie di tenerezza, perché sto mangiando pesce, il locale è bello, lui è bello, cioè non è Michael Fassbender ma ha delle robe che a me soggettivamente piacciono molto, da sempre, tipo essere alto, altissimo, più alto di me coi tacchi, e moro, e barbuto, attento a darmi la precedenza quando c’è da varcare una soglia e molto attento a rabboccarmi il vino (ho fatto diverse cene con alcolizzati latenti che si scolavano la bottiglia da soli, tracannando a un ritmo assai più sostenuto del mio). Il cameriere gay è innamorato di lui, evidentemente, e al tavolo accanto c’è un crogiolo di commilitone over30 che parlano di maternità e gravidanze. E io sono felice di essere lì con un bel figliolo under30 che voi non potete capire quanto. Ho anche la piega fatta e un look total black (così, per essere originali) che mi fa sentire bene. Insomma mi sento una figa a cena con un figo (non sposato/fidanzato/convivente con altra ignara donna, primo vantaggio dell’under30: esiste la possibilità concreta che sia casualmente – e non cronicamente – single). E questa cosa non mi capitava da un pezzo e me la godo anche se lui poi andrà a quella festa e io penso che anzi meglio così, almeno non gliela do e non faccio la parte della vagina facile. Tutto molto bene.

Al terzo bicchiere mi dice che darà pacco alla festa (che apprendo essere una festa con modelle, di cui una già destinata a lui, nel senso che lo aspetta proprio, perché hanno già limonato in passato, ottimo).

“Perché pacchi?”, gli chiedo con fasullissima apprensione mentre in realtà i miei ormoni stanno facendo il trenino sulle note di Com’è bello far l’amore da Trieste in giù.

“Perché sto benissimo con te”.

Uau. Dammi il cinque.

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Nel frattempo gli arrivano whatsapp multipli da altri amici under30 che, a seguito del suo pacco alla festa con le ultrafighe, gli danno del frocio. Mi è utile notarlo per accertarmi che lui non sia un mitomane che ha inventato tutto.

Le cose procedono a quel punto in maniera eccellente e, dopo aver pasteggiato e bevuto a sufficienza, andiamo da me.

Il prosieguo è lasciato alla fantasia del lettore.

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Avremmo potuto non sentirci mai più, come di solito avviene con le one-shot. Invece mi ha riscritto (la sera stessa, ndr) e il giorno dopo, domenica, è tornato da me, per un appassionante e appagante secondo round. Tutto molto bene.

Avremmo potuto non sentirci mai più, come di solito avviene con le two-shots. Invece mi ha riscritto dopo poche ore che sarebbe tornato da me, di nuovo, e che insomma ne avevamo ancora voglia entrambi. Ed eravamo stati entrambi bene, senza disagi, senza sbattimenti. Tutto molto naturale, liscio, quasi normale.

Se non fosse che poi, raccontandocela su, torna sul tema modelle e mi manda il link alle foto della extreme-gnocca-deluxe che aveva mandato in bianco la sera prima. A seguire mi gira il link di un’altra gnocca, persino meglio della prima, che lui proprio vorrebbe farsi.

Io tentenno, titubo e mi chiedo: ma perché? A me cosa interessa del tuo campionario di modelline perfette con lunghi capelli setosi e sorrisi bianchissimi che manco una join venture tra Mentadent e Omino Bianco (sì, è l’invidia della fumatrice che mi fa parlare)? D’un tratto è stato come se la realtà fosse arrivata all’improvviso, tutta insieme, siamo a Milano baby, qua un milanese piacente esce con le modelle, quelle che di solito si vedono sulle riviste, sulle passerelle e affisse seminude sui palazzi. Pura pappa reale per l’ego delle donne normali, quelle che da tutta la vita s’impegnano a combattere o ad accettare i propri difetti e le proprie imperfezioni. Cose che ti mettono a tuo agio come un uomo sarebbe a suo agio a sentirsi dire “Il mio ex era il gemello genitale di Rocco Siffredi“.

In sintesi: dovrei sentirmi lusingata di aver vinto il trofeo virile per 1 notte, o forse 2, o forse 3? Le foto delle tope servono a mettere una distanza e a dirmi con una sofisticata forma di comunicazione non verbale “ei sappi che io mi trombo gnocche più gnocche di te, ma siccome sei intelligente mi sono fatto pure te“? Avrei forse dovuto dire: “Uau, facciamolo in tre!“?

Perché a me va bene che sono adulta, indipendente, mentalmente aperta e sessualmente libera, ma sono pur sempre una vagina. Inoltre, in passato, sono stata tradita (da un eunuco che amavo) con una pseudo-modella, quindi ho proprio un’idiosincrasia scoperta sul tema. Aggiungici che sono, come tutte, culturalmente programmata fin dalla più tenera età a essere insicura. E quella menata della bellezza, ommioddio, quante inutili paturnie sulla bellezza, sulla sensazione di non esserlo mai abbastanza: che siamo grasse, che siamo basse, che non abbiamo le tette, che abbiamo la cellulite, la buccia d’arancia e le smagliature, che stiamo invecchiando e DIOPECCATOMORTALEINVECCHIARE. Ettucheffai? Mi mandi le modelle.

Ho concluso dicendogli che doveva uscire con la super-figa, invece che con me, che era più giusto e più coerente così. Credo anzi di aver proprio detto “Sei un tipo da modelle“, come se fosse una categoria antropologica con la quale io non posso naturalmente avere nulla a che spartire. Non saprei dire se lo pensassi davvero, ma mi era scattata l’artiglieria autodifensiva pesante e quando lui mi ha detto “Ma sto uscendo con te”, ho proprio insistito: esci con la prossima copertina di ELLE, dai.

Comunque sono state 36 ore molto belle. Questo è un fatto.

Come è un fatto che da tutta questa storia possiamo trarre una sola grande morale: puoi anche essere una strafiga di straordinaria bellezza e, ciononostante, essere paccata di sabato sera. Succede a tutte. Anche alle modelle.

Quindi noi stiamocene tutte molto tranqui.

 

Donne Che Verranno

Sono in tram. Una bambina inizia a fissarmi.

Succede spesso questo inspiegabile fenomeno, che i bambini iniziano a guardarmi ipnotizzati, e io non capisco perché, dal momento che non cerco mai di attirare la loro attenzione né di entrarci in sintonia.

Sono in tram. Una bambina inizia a fissarmi,  con il suo incarnato mediterraneo e i capelli scuri arruffati, e due occhi neri come la pece, come il cioccolato fondente 99%, come il mio guardaroba. Neri e immensi. Le faccio una linguaccia. E quella sorride stupita, sfoggiando una gran quantità di denti da latte incastonati un po’ a caso nelle gengive. E mi indica, puntando il suo minuscolo indice, che dev’essere lungo quanto il mio mignolo ma nemmeno, contro di me. Distolgo lo sguardo, guardo fuori dai vetri sporchi del tram, vedo un baracchino che vende ramoscelli di mimose. E ricordo che è la festa della donna. Giusto. Vero.

Riguardo la bambina, che ancora non sa cosa le è capitato, a nascere donna, e penso che – se potessi – le direi un sacco di cose su questa magica avventura che l’attende, ovvero vivere la vita da portatrice sana di vagina.

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Le direi che i suoi sogni deve sceglierseli lei, da sé e per sé. E che non deve temere che siano sogni sbagliati, perché i sogni sbagliati non esistono. E che l’unica cosa più sbagliata di sbagliare, è non provare.

Le direi che il primo amore non si scorda mai, e che quindi la prima di cui farebbe bene a innamorarsi è se stessa. Ma non di un innamoramento fatuo e frivolo, fatto di selfie e vanità; bensì di un amore profondo e consapevole, fatto di umanità e accettazione, di comprensione e cura, che dovrà costruire giorno per giorno, adempiendo al titanico compito di volersi bene per quella che è.

Le direi che ciò che lei vuole è più importante di ciò che vogliano gli altri da lei o per lei. E che le capiterà di cambiare idea,  che non è facile capire quello che si vuole, che una volta sarà convinta di volere una cosa, e poi s’accorgerà di volerne un’altra, e che per giungere a una conclusione dovrà vivere, sperimentare, scoprire. Con un po’ di incoscienza prima e con tanto coraggio poi.

Le direi di ascoltarsi, ma non troppo e non sempre, perché spesso noi donne ci diciamo un sacco di minchiate.

Le direi di criticarsi, perché la critica è un atto d’amore. Ma solo per migliorarsi, non per ferirsi, perché a ferirla – probabilmente – ci penserà il resto del mondo.

Le direi di assecondare la propria indole, quale che sia, e di accettarla. Di valorizzarla invece che negarla.

Le direi di coltivare le proprie passioni anche quando sarà l’unica a credere nella loro bontà. E di essere caparbia senza diventare ostinata.

Le direi di non esagerare con le merendine, e di fare sport fin da piccola, perché – deve fidarsi – fare sport da piccoli la differenza la fa e un giorno ricorderà le mie parole e me ne sarà grata.

Le direi di conservare sempre la bellezza che negli occhi ha, per continuare a vedere bellezza in ciò che domani guarderà.

Le direi di non perdere mai la capacità di ascoltare il prossimo e di vestire panni diversi dai suoi.

Le direi di imparare a conoscere il suo corpo, di non fingere l’orgasmo mai e di vivere il sesso con gioia e libertà, che non significa viverlo come puttanizio ma significa viverlo come un’espressione della propria femminilità. Che il sesso a volte si fa per amore e a volte si fa per diletto, e non è sbagliato mai se è fatto con coscienza e protezione.

Le direi di gestire quel tipico bisogno femminile di conferme da parte di terzi, specialmente degli uomini, e di procurarsi da sé le conferme di cui ha bisogno: lavorando, leggendo, conoscendo e sviluppando le sue abilità (che esse siano fare pasticcini, oppure trovare la cura a una malattia incurabile).

Le direi di non credere a quella bugia delle favole, che “vissero per sempre felici e contenti” è una cosa che non esiste, ma ne esistono altre, che a volte sono anche migliori perché sono vere. E che non esistono uomini che ti salvano, e che deve imparare a salvarsi da sola, distribuendo le forze e le energie su fronti diversi. Che a volte ci riuscirà e a volte farà più fatica.

Le direi di non scrivere mai per prima dopo un appuntamento e anche di lasciarsi corteggiare un po’, da questi uomini che non corteggiano più.

Le direi di non avere paura di ciò che la gente dice di lei, e di sbattersene quando le diranno che è troppo bassa, o troppo grassa, o troppo giovane, o troppo vecchia, o troppo diversa, o troppo disinibita, o troppo egoista, o troppo fessa, o troppo stronza. Di andare per la sua strada, senza perdere di vista i suoi obiettivi.

Le direi di non subordinare la sua felicità a quella di un uomo demmerda, mai. E di imparare in fretta a distinguere ciò che le fa bene, da ciò che le nuoce. E di credermi, come fosse un atto di fede, quando le dico che l’amore è quella cosa che ti fa stare bene, che ti rende migliore, non quella che ti peggiora, che ti svuota, che ti fa perdere l’equilibrio e cadere e fratturarti il femore dell’anima. Che poi ti serve una riabilitazione che non finisce più.

Le direi di non spaventarsi se una volta al mese piangerà senza ritegno e senza motivo apparente, o se urlerà contro il tizio che le ruberà il parcheggio, o se bestemmierà in turco per quel problema al lavoro, che in fondo non è di così vitale importanza. Che è tutto regolare. È solo il premestruo.

Le direi di fare shopping ogni tanto, che fa bene, ma di non spendere lì tutti i suoi soldi. Bensì di viaggiare, andare al cinema ma non per vedere i film in 3D, andare alle mostre, andare ai concerti. E per piacere, intorno ai 12 anni di iniziare ad ascoltare il grunge. E poi il rock. L’hard rock. Il post-rock. Il proto-rock. La new wave. I cantautori italiani. E il pop ok, ma selezionato. I Dear Jack per l’amordiddio no.

Le direi che il rapporto con le altre donne non sarà sempre semplice, ma che non è colpa sua e nemmeno loro. Che quanto prima imparerà a non vivere la relazione femminile come una competizione ma come un’opportunità, non come un paragone spietato e rivale, ma come una reciproca occasione di arricchimento; quanto prima capirà che ogni donna ha in sé qualcosa di positivo e che le fragilità che nutriamo sono comuni e simili, tanto prima scoprirà quanto empatica e profonda può essere la complicità tra donne.

Le direi che a volte sentirà un’ansia forte, che dipenderà delle aspettative che ha per se stessa. O che la società ha per lei. E che deve imparare a ridurre e a semplificare. A spogliarsi delle pressioni e a respirare profondamente.

Le direi di credere fermamente in se stessa, di avere fiducia nelle proprie capacità affinché quella stessa fiducia ce l’abbiano gli altri. Perché è una donna, e quando le donne vogliono davvero qualcosa, la ottengono. Perché le donne sono forti, anche quando sono deboli; perché sono combattenti anche quando sono stanche; perché essere donna è un casino ed è una sfida quotidiana a trovare l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto. Una sfida a essere sicura, a essere decisa, a essere tenace, a essere dolce, a fare tre miliardi di cose insieme, a lavorare, a costruire una vita privata, a combattere forze invincibili, come il tempo o la gravità. A emanciparsi, senza snaturarsi. Ad avere i coglioni, ma anche le ovaie.

Le direi, comunque, che la cosa più importante è essere sempre capace di amore. Cioè avere proprio dentro di sé la capacità, intesa come spazio, per contenere questo sentimento ingombrante e complesso, fatto di mille declinazioni ed espressioni.

Le direi che l’amore è una roba che si dimostra, verso un compagno, ma anche verso la famiglia, gli amici, i figli, i figli degli amici, i disgraziati e i diversi.

Le direi di continuare a sorridere il più possibile, anche quando non avrà più i denti da latte, anche quando gli eventi proveranno a indurla a smettere.

Anche se piove.

Anche se c’è il sole.

Anche se la vita andrà come deve andare.

Lo dicevano anche gli 883.

Citazione di altissimo livello.

Cazzo.

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Pussy Moment a Londra

Sono stata a Londra lo scorso weekend. Ci sono stata a trovare la coppia di miei amici che vive lì, che sono una bella coppia, di quelle che ti fanno venire voglia di essere coppia e che ti fanno pensare che sia possibile, essere coppia. Di tanto in tanto mi adottano, o vengono a trovarmi, e ci facciamo delle grandi chiacchiere, magnamo, usciamo e andiamo in giro per negozi (tipo che io ogni volta pretendo di fare un rendez vois da Primark perché non posso mica ripartire senza comprare imprendibili t-shirt usa-e-getta – a questo giro una dei Joy Division e una dei Nirvana che sono convinta mi renderanno un soggetto molto interessante, quando in palestra squamerò come una carogna al sole mentre mi alleno sul cross trainer).

Sono stata a Londra e ho fatto un sacco di cose: mangiato troppo, cagato poco, dormito il giusto, camminato furiosamente da Covent Garden a Westminster smarrendomi tra stradine colorate e grandi arterie del traffico metropolitano; fotografato la stessa Londra di sempre che è sempre una Londra nuova; urtato contro i passanti; sbagliato treno in metropolitana; bevuto vino e bevuto birra; ballato al Ministry of Sound che pare sia una delle discoteche più fighe di Londra ma-proprio-l’acustica-è-super; ripetuto più volte “Sorri, chen iu ripit slouli plis?“; passeggiato per le vie di Angel tra l’hipsteria e la decadenza, e le boutique vintage, e le caffetterie, e i ristoranti giapponesi; incontrato amici, amici di amici e conosciuto persone nuove.

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E ho riflettuto. Ho riflettuto su quanto tempo passo a patire la vita invece che godermela; su quanto tempo spreco a pensare a ciò che mi manca piuttosto che a ciò che ho; su quanti treni sono passati, e su quanti altri ne arriveranno; e su quanto forse sia solo un gioco, una grande giostra su cui si sale e da cui si scende, la vita; e su quanto poco senso abbia sprecarla ad avere ansia. Su quanto sia fondamentale divertirsi nel mentre, capire cosa ci fa stare bene e farlo, senza pensarci troppo, senza rimuginare, senza essere prudenti al limite della viltà. Costruirla ma non subirla. Accettarla ma non rinunciare a renderla migliore, mai.

E ho riflettuto anche su quanto sia importante avere vicino persone con cui si possa non fingere, con le quali non ci sia vergogna a dire che è un periodo di merda, perché? Non lo so perché. Sono fatti miei, diceva Raz Degan. Non c’è un motivo vero, in realtà, una causa scatenante circoscritta e precisa. È un malessere diffuso e generalizzato, da primo mondo, che penso sempre che un giorno me la prenderò al culo e quando il male vero arriverà io penserò “ma di cosa cazzo ti lamentavi prima?”

“Cosa c’è che ti turba?”, mi ha chiesto un mio amico.

“Niente”, gli ho risposto. “Cioè, tutto”, mi sono corretta.

Il lavoro, il futuro, il passato, il rapporto con i genitori che cambia, i primi veri nodi dell’anima che raggiungono il pettine della coscienza di sé, l’idea che forse ho sopravvalutato la mia capacità di essere sola e di farcela da sola sempre, che sono anni, che sono stanca, che un poco di comfort, eccheccazzo, un po’ di fottuta normalità, la banalità persino, hai presente? Che ho duecento matrimoni, che continuerò a essere l’accompagnatrice dei miei accompagnatori gay (che dio li abbia in gloria), finché anch’essi non saranno accoppiati, e il tempo passa, e io osservo gli altri crescere, vivere cose che io probabilmente non vivrò e nei prossimi anni ne diventerò man mano più cosciente, e sì, sì, lo so già, ho trent’anni, mica 50, ma quand’è che l’ho detto che i 30 anni sono un’età bella? No, i 30 anni fanno cagare. Sei un minotauro, sospeso tra l’illusione e la rassegnazione. Non puoi essere davvero un illuso che pensa che sia plausibile incontrare nel mondo qualcuno che ti piaccia e a cui tu piaccia, che siate entrambi single, che entrambi vogliate la stessa cosa e che riusciate a incastrarvi in maniera ragionevole e appassionata; ma non puoi neppure essere un rassegnato che appende l’apparato genitale al chiodo e si lascia finalmente ingrassare sul divano in tuta di pile ingozzandosi di Hagen Dazs gusto Cookie.

Ecco, cosa mi turba. Il pensiero che vorrei essere diversa e non lo sono. O che dovrei essere diversa, e non lo sono. O che mi sento in colpa a guardare le mie amiche diventare compagne, mogli, madri, mentre io continuo a parlare loro del tipo che ho matchato su Tinder, o di quello che è il maschio di un’altra e io non ho più voglia nemmeno di quello, nemmeno di accettare il Pene2Go, il gettonassimo cazzo-sharing. Oppure dell’ennesimo rigurgito adolescenziale per tale maschio italico, palesemente sbagliato da molteplici punti di vista.

Christina-Paez

È che mi manca, ho detto al mio amico. Mi manca una cosa normale. Non posso farci niente, in questa fase va così. Sono in un pussy-moment, vaginismo estremo, so che è poco appealing, poco figo, incoerente forse, gli ho detto. Ma è così. Mi passerà. Sarà la suggestione del periodo, sarà una fase, tornerò in me, tornerò a professare l’indipendenza, l’auto-consapevolezza, l’auto-determinazione, l’auto-erotismo, la libertà, l’uguaglianza, e la fraternità. Ma ora è così, mi manca qualcosa e non so cosa sia. Perché non è un pezzo che mi manca, e non è una stampella emotiva, e non è nemmeno un maggiordomo/assistente/autista (per quanto gradirei molto avere tutte queste figure professionali al mio cospetto). Però qualcosa mi manca.

E non riesco nemmeno a prendermi per il culo. Non è vero che arriverà, chi cazzo l’ha detto che arriverà? Sai quante ne conosco di donne fighe, gagliarde, più grandi di me, che la vita la vivono da sole e così è, punto e basta, niente principe, niente carrozza, niente matrimonio con vestito da principessa, casa con giardino, prato all’inglese, auto familiare, cose che forse nemmeno voglio (a me i matrimoni non piacciono), ma nemmeno uno con cui ciulare con regolarità, con cui andare a cena fuori e flirtare, o con cui fare le vacanze. Niente. Il mondo lo girano da sole, a cena ci vanno con le amiche, le borse griffate se le comprano coi soldi loro, se ce la fanno, perché farcela da sole non è così scontato, e se s’ammalano s’attaccano al cazzo, si curano da sole, perché così è la vita da single, al netto dei film ammerigani e del tantissimo tempo da dedicare ai propri hobby&work. Sai cosa è successo a una mia amica qualche tempo fa? È rimasta bloccata con la schiena, non riusciva neppure ad alzarsi dal letto, il marito l’ha aiutata. E quando succede a me che faccio? Muoio in casa, paralizzata, nel mio stesso piscio, perché nessuno ha le chiavi di casa mia. E il prossimo passo quale sarà? Prendere un gatto? Partire con un tour operator per cuori solitari? Iscrivermi a un corso per imparare a fare i macarons che, peraltro, mi fanno cacare? Diventare penefobica e repellere gli uomini?

Ecco.

Gli ho detto tutte queste cose, al mio amico, che è single anche lui.

Mi ha detto una serie di cose sagge, lui, a quel punto. Cose che si dicono in questi casi qui, che io ho detto a lui in altri frangenti a ruoli invertiti.  E mi ha detto che nell’attesa che lui sposi Genoveffa Salcazzo e io Ciccio Banana possiamo concentrarci su altre cose della nostra vita, viaggiare, assecondare stimoli e passioni.

Tutto vero. Tutto sacrosanto.

E così mi è tornata la lucidità.

Ho pensato che magari tra qualche anno forse saremo ancora lì a menarcela sull’aridità emotiva delle nostre vite, passeggiando per le vie di qualche città. E magari lui non vivrà più a Londra, ma a New York. E io andrò a trovarlo per portargli una copia del mio libro. E andremo a cena fuori, berremo vino, parleremo, rideremo, penseremo che siamo ancora chiavabili e condivideremo una sessione di nobile fornicazione nel suo appartamento da American Psycho nell’Upper East Side, pagato dall’azienda.

E che tutto sommato andrà molto bene anche così.

Prima di salutarlo l’ho abbracciato. A lungo.

E sono andata via, promettendogli che tornerò.

TSOV – Trattamento Sentimentale Obbligatorio Vaginale

Cara amica,

tra pochi giorni cadrà la terribile ricorrenza di San Valentino. Se anche tu sei single da così tanto tempo (secondo gli esperti dal 500 avanti Cristo) da non ricordare nemmeno più quanti anni sono che affronti la festa degli innamorati senza avere un compagno, un boy-friend, in generale un’entità virile a cui frullare quotidianamente i coglioni accanto, ho la soluzione per te (mi sento proprio Wagina Marchi).

Vorresti trovare un uomo, perché sì, insomma, ormai sei una donna, mica più una pischella?

Ecco per te il Trattamento Sentimentale Obbligatorio Vaginale, con formula soddisfatti o cazzitua.

Sottoponendoti a questo trattamento, avrai anche tu la possibilità di accasarti e trovare la pace dei sensi (per qualche anno), oppure accetterai il fatto che FORSE non è scritto con gocce d’oro nel libro della storia che TUTTI, ma proprio TUTTI devono essere parte di una coppia. Che, magari, vivere la vita da soli è semplicemente un modo diverso di viverla, a volte più difficile, a volte più semplice. Ma prima di rassegnare le dimissioni dalle relazioni sentimentali, devi provare il tutto per tutto, incluso appunto il TSOV.

I precetti del TSOV sono (ripetiamo tutte insieme):

  1. La serenità è una cosa sana e giusta e tu la vuoi

2. Annoiarsi è possibile. Non è un peccato. Smettila di volerlo sexy, intelligente, divertente, benestante, dialetticamente brillante, single, comprensivo, protettivo ma liberale, ironico, incline all’ascolto, compatibile per origini/passioni/interessi, sessualmente capace, fedele e leale, e – ca va sans dire – pazzo di te. Accettalo: non esiste. Questa cosa qua che vai cercando non è proprio disponibile a magazzino, non è presente sul mercato. Devi rinunciare a qualcosa, rivedere un poco le priorità, iniziare a pensarci seriamente. Del resto è quello che fanno gli uomini quando sposano donne cosiddette “cesse” (che poi cosa renda “cessa” una donna e di cosa sia garanzia la “cessaggine” sarebbe tutto un altro capitolo da affrontare).

3. L’uomo dannato e interrotto non ci piace più. Noi vogliamo un equilibrato, razionale, solido BRAVO RAGAZZO, automunito e se è un’Audi è meglio. Ingegnere is the new Mick Jagger. Basta John Frusciante. Basta tossici. Basta disoccupati che campano a sgrocco dai genitori o trentenni fuoricorso all’università del kebab. Basta alcolizzati. Basta uomini da salvare. Sei una donna, cazzo! Mica un medico senza frontiere!

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4. No agli uomini delle altre, perché gli uomini delle altre sono sbagliati. Sì, anche se però a volte può succedere che l’amore. NO. Sì, anche se non hai mai provato ciò che provi con lui. NO. Sì, anche se però loro sono in crisi e lei è una stronza tiranna. In tutti i casi NO. Gli uomini delle altre portano, nove volte su dieci, per definizione, guai. NO, agli uomini delle altre, nemmeno se lui è tremendamente sexy, se tra di voi c’è una palpabilissima tensione erotica, nemmeno se lui ti piace perché è affascinante e se tu gli piaci perché sei più giovane, nemmeno se prima ancora che succeda qualcosa sai già per certo che, se succedesse, sarebbe un successo di pubblico e di critica. In ogni caso NO. Essi portano guai. E se non li portano, vuol dire che non porteranno mai a una relazione. Manterranno una dimensione ludica, il ché va benissimo, ma sappi che non diventeranno mai la storia sana, adulta e blablabla che sostieni di volere. Non è possibile arrivare a una relazione con l’uomo di un’altra senza creare un’onda anomala di merda, che come minimo ti seppellirà. Questo per sorvolare su altre argomentazioni tipo “se lo fa a lei, lo farà anche a te” e altri grandi classici della letteratura vaginale.

5. No agli uomini il cui unico sport è il sesso, quando capita. Si sfasceranno. Devono fare attività, tenersi in forma, dimostrare di essere abbastanza evoluti da capire che il loro corpo ha bisogno di manutenzione, cure, allenamento (oltre che di mangiare in maniera equilibrata, non ammazzarsi di sigarette e non scolarsi una bottiglia di whisky e sfasciare sedie nei locali). L’ideale sarebbe che giocasse a calcetto, perché sarebbe indice di evidente eterosessualità (e al campo non ci sono le modelle illegali che si allenano in attillatissimi outfit da palestra o in micro-shorts da Polly Pocket). Ma va bene anche la corsa, gli sport bizzarri da nerd tipo il freesbee, oppure le arti marziali, oppure il ciclismo, oppure la piscina, oppure gli sport da ricchi tipo l’equitazione, il golf, la vela, oppure gli sport da torello tipo il rugby, o quelli da wannabe Keanu Reeves tipo il surf, oppure ancora quelli da maschio con disturbi della personalità tipo l’arrampicata, il paracadutismo, eccetera.

6. Stai focalizzata sull’obiettivo: tu adesso vuoi qualcuno con cui passare i weekend e il capodanno, qualcuno da trascinarti appresso ai matrimoni delle tue amiche, qualcuno di cui prenderti cura e che si prenda cura di te. Qualcuno con cui parlare anche di fondi di investimento, o di quale mare fare la prossima estate, qualcuno con cui avere un’interazione che non sia all’80% scandita da una sequela di doppie spunta blu. Ricordatelo e tienilo a mente quando è la quinta volta che lo vedi (che di per sé è statisticamente già un successo), ed è ancora un mercoledì sera, ancora a bere un bicchiere di vino post-lavoro. Rifletti: quanto dovrai aspettare per fare un cazzo di weekend fuori insieme? 2 anni? Non state viaggiando alla stessa velocità. Non volete la stessa cosa. Ora non perdere un altro semestre nella speranza di convertirlo. Via. Caput. Next, come in una perfetta catena di montaggio esistenziale.

7. Per piacere, non essere choosy. Sì, dai, sai benissimo cosa intendo. Cosa importa, in fondo, se ha i sandali? Ok, a te non piacciono, hai ragione, fanno cacare. Però avrà anche diritto di non farsi squamare i piedi ad agosto nelle sneakers? O no? No perché tu usi i tacchi? Vabbé dai, dobbiamo davvero parlare di com’è cambiato il concetto stesso di tacco nella tua vita negli ultimi 10 anni? Aggiornati: non sei più la rampante 18enne che usava sempre decolté tacco a spillo dieci. Oppure sandali estivi, in ogni caso tacco a spillo 10. Sì, è vero, c’è stato un tempo in cui l’hai fatto, ma ricorda che nell’ultimo anno, quel genere di tacchi sensuali del cui uso ti vanti, li avrai indossati sì e no 5 volte. Voglio dire, tacchi a parte, che non fa niente se ha qualcosa di sbagliato nell’outfit o nel look, su quello puoi lavorarci dopo, senza eccedere naturalmente, cioè se è Massimo Boldi non diventerà mai Matthew McConaughey. E non fa niente se intravedi la canottiera sotto la camicia, o se ha i boxer larghi a quadretti (mioddio), lo so, è terribile, ma magari anche a lui non piacciono le tue cazzo di ballerine, o le tue church’s, o le tue slipon in finta pelle di coccodrillo. E va bene, va bene. Ti ha detto che gli piacciono i Goo Goo Dolls. Lo so, è difficile, ma forse se ha altre doti puoi passarci sopra.

8. So benissimo che hai un lungo elenco di casi di amiche di amiche che NON l’hanno data per mesi, a volte anni, e poi dopo che l’hanno data, hanno ottenuto lo stesso identico risultato che ottieni tu, dandola via dopo 1 sera. E so anche che ci sono le altre amiche che l’hanno data al marito alla prima uscita, e ciononostante sono state sposate. PUR TUTTAVIA, pare che – luoghi comuni – sia consigliabile non darla via subito. Sì, anche secondo me è una minchiata, ma così, giusto per non lasciare nulla di intentato, prova. Non mi interessa se non batti chiodo da 5 mesi. Tu prova. E provaci senza sentirti Giovanna D’Arco perché sei addirittura arrivata alla terza uscita senza lanciar via le mutande per aria.

9. Le dimensioni contano ma non sono così imprescindibili, dai. Cioè se un uomo ti piace e ha le cose più o meno al posto giusto, anche se non è esattamente la taglia che più ti aggrada, pace. Verifica, tuttalpiù, che sia un uomo sinceramente appassionato alla vulva (e a tutte le pertinenze relative), in generale, e che sia disposto ad appassionarsi alla tua in particolare (ok stiamo trascendendo nel fantasy). Ascoltati. E apriti alle sensazioni che provi, perché se ti piace, quando sei a letto con qualcuno che ti piace, provi robe pazzesche, diverse da quelle che proveresti con Rocco, ma non per questo meno belle, fresche, vitali.

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10. Naturalmente non deve essere troppo giovane, quindi smettila di accettare da bere dai 22enni a Ibiza. E sistema il filtro dell’età su Tinder, per cortesia, che ho capito che lo studente di architettura, molto maturo per carità, non deve essere discriminato per la sua giovinezza, e che per essa non bisogna negargli il privilegio raro di accedere alle tue grazie, però dai, su, siamo serie. Per contro, non deve nemmeno essere troppo vecchio. Eggià, cara mia, i fifties possono regalare dei bei momenti, possono farti sentire splendidamente donna, desiderarti oltre ogni tuo difetto o imperfezione, però, ciò va detto, sono vecchi, senza offesa. Se hai circa 30 anni va bene tutto, ma un over50 è troppo in là, tendenzialmente, per essere il tuo compagno di viaggio. Certo, l’amore non ha età. Però 50 sono tanti, dai. Quindi, se vuoi fare le cose per benino e accasarti, e come le tue amiche prenderti il tuo compagno coetaneo, devi smetterla con i rendez vois di sesso disinibito e sfacciato in Junior Suite o in meravigliosi loft. Ora devi concentrarti sui tuoi coetanei.

Concentrandoti sui tuoi coetanei finalmente capirai che essi sono già impegnati, oppure che sono single perché non hanno ancora deciso di essere in coppia o non ne sono capaci. Se hanno 40 anni e sono single è anche peggio, perché di mezzo c’è stato un altro decennio di povere vagine che ci hanno provato, a convertirli, e non ci sono riuscite. E quando il 30enne sarà pronto, si metterà con una di almeno 5 anni più giovane. Oppure di 15 più vecchia. E comunque non con te, 30enne, per il semplice fatto che tu ti stai facendo un TSOV, e ciò lo atterrisce, hai aspettative e pretese, lui le fiuta, anche se tu dissimuli e fingi di essere easy, o non così impegnativa, lui se ne accorgerà, per istinto, tipo i cani. E tu devi capire che non stai passando un esame. Che non stai partecipando al gioco delle sedie, che quello c’è già stato, la musica da mò che è finita, e tu sei già in piedi e se non ti sono bastati gli ultimi 5 matrimoni da single a cui hai partecipato, sorella mia, di cos’è che hai bisogno? Per carità, ci saranno altre manches, vivadio. È un tram che passa abbastanza spesso.  Ma tu negli ultimi 10 anni non hai costruito un rapporto e non puoi pretendere che oggi piova dal cielo. Quella cosa che vuoi, non arriva così, facilmente. Per certi sì. E vabbé, certi nascono a Kensinghton e certi nascono ad Avetrana. Pace.

Quindi rilassati, che ci vorrà tempo.

Apriti al mondo. Accoglilo con la bellezza che hai costruito in questi anni, come donna, perché sono sicura tu l’abbia costruita.

E accettati. Anche se le tue azioni ti hanno portata ad andare alla ricerca del futuro marito in vacanza con Viaggi e Avventure Nel Mondo, insieme ad altre vagine in TSOV.

Accetta di essere diversa dalle tue amiche incinta, ma ricorda che siete espressioni della stessa femminilità: siete donne e donne resterete e per questo continuerete ad essere amiche.

Ed è allora che capirai il senso del TSOV.

Quando capirai che l’impazienza non premia. Perché al mondo siamo tantissimi, di sicuro esiste qualcuno con cui incastrarsi. Al tempo stesso, però, essendo così tanti, a trovarsi può volerci tempo. Come in un puzzle. Alcuni pezzi hanno un bordo dritto,  un bordo in meno da incastrare, uno su quattro è tanto. Per loro è più semplice. Sono fondamentali quei pezzi, creano la struttura, completano il puzzle e lo contengono. Però poi ci sono tutti i pezzi al centro. E alcuni sono più difficili degli altri, perché è meno chiara l’immagine che c’è sopra, o perché hanno una sagoma strana, diversa. Ci vuole pazienza.

Devi avere pazienza.

Anche se non ne hai.

Anche se tu i puzzle non li hai finiti mai.