Avete Rotto i Coglioni

Sono giorni che sono perseguitata da un senso di nausea. No, non sono incinta, state sereni. Non ho neppure mangiato in uno di quei deprecabili all-you-can-eat che uno se la meriterebbe pure, la nausea (o la diarrea) dopo. No, niente di tutto questo. La faccenda è ben più perniciosa e, purtroppo per me, non si risolve con una seduta plenaria sul cesso di casa.

In questi anni ho imparato — a livello personale — che tutto cambia, tutto è in continua evoluzione. Grazialcazzo, direte voi. Io, invece, per capirlo c’ho impiegato un decennio. Cambiano i rapporti, cambiano le amicizie, gli amori e persino le antipatie più radicali. Cambiano i corpi, le vite, le case. Cambia, ovviamente, la società.

Ecco, quando sette anni fa mi sono ritrovata single, in una serata in cui ero tragicamente depressa, ho aperto il blog “Memorie di Una Vagina”. Ebbi un’intuizione che allora non era così scontata: creare subito gli account social. Per il resto non si trattava di un progetto editorialimprenditoriale (non ero Freeda, per intenderci, che, a parte esser nato molto tempo dopo, c’aveva i soldi e un posizionamento chiaro da principio; e non vi segnalo a caso un esempio positivo: potrei citarne molti altri veramente tristi, ma voglio suggerirvi cose belle). Memorie di Una Vagina era un blog, punto e basta. Un blog che ha funzionato molto bene, per quello che era (il diario di una ragazza meridionale in sovrappeso, che viveva e lavorava a Milano e che, raccontando di sé, raccontava le donne della sua generazione, o almeno così m’è parso di capire dalla tonnellata di riscontri, lettere e messaggi che ho ricevuto in sette, SETTE, anni).

Insomma, la Vagina ha avuto successo e l’ha avuto spontaneamente, organicamente se preferite. Tecnicamente, io non mi sono mai intrufolata nei feed di notizie con la didascalia piccolina sotto “Sponsorizzata”. Qua ci siete venuti da soli. Io non vi ho raccattati con la rete, né selezionati col cecchino. Vi ho accolti con gioia e gratitudine, certo, ma non vi ho rincorsi né implorati. Non vi ho comprati. Non vi ho premiati con buoni sconto quotidiani, codici promozionali, offerte, viaggi. Non vi ho neppure scongiurati di comprare il mio cazzo di romanzo uscito a giugno (a differenza di quanto facciano molti altri scrittori-del-web). E non perché non fosse mio interesse, non perché delle classifiche non mi importasse, ma perché io non ho trattato mai questa community come un target commerciale. Certo, ogni tanto qualche marchetta l’avete vista, e la vedrete, ma francamente poche, e coerenti, e il punto non è comunque questo (d’altra parte, sveglia, vivete nel 2018, vivete dentro una marchetta, siete delle marchette, lo siamo tutti…mi inducete persino a fare una semi-citazione di Giuliano Ferrara e per questo non vi perdonerò MAI).

Fatto sta che qui ci siete venuti voi e io vi ringrazio, perché è stata un’esperienza che m’ha fatta crescere e mi ha dato la possibilità di interloquire con una community, questa, che per buona parte della sua vita è stata bellissima. Io me ne sono proprio vantata, della bontà della community che gestivo. Qui (e intendo sul blog e sulla pagina Facebook) si è parlato tanto, tantissimo, di qualunque cosa e quasi sempre con un ottimo livello di civiltà. Come mai? Non lo so, forse la Vagina era nata in un periodo in cui esistevano ancora peli di fica capaci di tirare più dei carri di buoi. Forse perché era, nel suo piccolo, un’avventura straordinaria. Gli altri blog languivano con 4 commenti e io ne riscuotevo almeno 100 a post. Per non parlare della pagina Facebook, che vantava un tasso di interazione da far impallidire pagine dieci volte più “grandi”. Ma, sia chiaro, non era solo un fatto quantitativo. Era soprattutto la qualità delle conversazioni che si animavano. Era il fatto che esistesse finalmente un angolo del web “italiano” (che non era un anonimo forum) nel quale le donne si sentivano libere di parlare, con leggerezza e ironia, ma pure con pathos e puerilità (erano libere,  per l’appunto, non giudicate), di amore, relazioni, sessualità, aspettative sociali, paure, consapevolezza di genere, premestruo e bodyshaming. Mica capitava ovunque. Noi, qui, abbiamo parlato di queste cose prima che queste cose avessero un nome anglofono, o un hashtag. E, in effetti, allora, mica tutti avevano opinioni. Eravamo ancora intorpiditi dagli strascichi della tv generalista, e Facebook ci sembrava ancora un mezzo per tenere i contatti con gli amici del liceo, più che una latrina dove vomitare quotidianamente livore, frustrazione e ignoranza, sotto qualsiasi stronzata. Credetemi: è durato anni e sono stati anni speciali, chi di voi s’è trovato sa di cosa parlo, sa di essere stato in qualche modo partecipe di una bella officina, di un gruppo che è stato utile e che ha fatto bene a molte donne, me compresa.

Da un po’ di tempo, però, le cose sono cambiate. Ogni giorno, qualunque cosa io pubblichi, proprio qualunque, so che ci sarà un variabile numero di stronzi che romperà inutilmente il cazzo nei commenti. Credetemi. Qualunque cosa io pubblichi, mi tocca almeno un’ora di ansia a controllare quale manifestazione di socialdemenza leggerò in tempo record. Se sono politicamente scorretta, come ti permetti! Se sono moralista, eccheppalle sei moralista. Se sono femminista, merito di bruciare sul rogo. Se scrivo una battuta sugli uomini, sono sessista. Se sono antifascista, sono una radical chic che dev’essere stuprata da quei negri che difende. Se dico che Milano è bella c’è qualche coglione che scrive che rinnego le mie origini meridionali. Se scrivo che il Sud è bello c’è un altro coglione che mi suggerisce di tornare a mangiare le cozze col culo in mare. Se pubblico un’insalata di quinoa c’è qualcuno che mi insulta perché è non-cibo, se pubblico le bombette di Cisternino c’è qualcuno che mi caga il cazzo perché povere bestie, sei un’assassina. PERSINO PER I CROSTINI BUITONI MI AVETE CAGATO IL CAZZO. Per non parlare di quella che si è inalberata a seguito di una mia Instagram Story  PERCHÉ SECONDO LEI MI IMPEGNAVO A NASCONDERE IL MIO ACCENTO. Se sono single, sono una sobillatrice di vecchie zitelle inferocite e demonizzo gli uomini. Se sono innamorata, sono melensa, non va bene, guarda eri meglio prima, non sei più quella d’una volta, t’abbiamo persa (uhm, interessante eh, ma andate a cacare). Se pubblico una foto dove si vede un ventesimo del viso del mio compagno, e scrivo che sono felice, c’è qualcuna che viene a insegnare, A ME CHE HO SCRITTO UNA BIBLIOGRAFIA IN MERITO, liberamente consultabile online, che è un messaggio sbagliato associare la felicità a un uomo. Ma davvero?! Ma hai mai letto mezzo mio post? Ma cosa cazzo commenti? Ma hai capito su che pagina sei? Ma la prossima volta entra in chiesa e spara un bestemmione, che risulti più appropriata.

Così ho deciso di scrivere questo post, per dirvi quanto segue: tutto cambia, pure le blogger. Questo spazio è come il mio salotto, siete tutti benvenuti naturalmente, ma resta il mio blog e la mia pagina e se arrivate per pisciare sul tappeto o a scoreggiare in faccia agli altri ospiti, o tanto per il gusto di rovinare la festa e riempire le vostre miserrime vite con qualche discussione inutilmente aggressiva, sboccata, offensiva, o esageratamente stupida (a mio insindacabile giudizio, naturalmente), io vi metto cortesemente alla porta e non ho nessun interesse a rivedervi da queste parti. E, badate, non sono una che mette volentieri la gente alla porta. Per contro, sentitevi liberi di prenderla da soli, la porta, se non vi sentite rappresentati dalla linea editoriale vaginale, davvero. Ma provate a capire quanto siete STUPIDI a perdere ore di vita per insultare una pagina che non vi piace. E vale per tutto, perché ovviamente questo mica succede solo nel mio piccolo angolo di web, lo fate OVUNQUE: giornali, programmi televisivi, personalità pubbliche. Dico, capitelo per voi stessi, mica per me. Potete fare qualcosa di più edificante nella vita, sfogare diversamente la vostra collera, provare a essere persone migliori.

Per coadiuvare la vostra riflessione, lasciate che vi aggiorni: non ho più 26 anni ma 32, vivo sempre a Milano, continuo a raccontare le mie esperienze, a commentare l’attualità, a parlare di sessualità e relazioni. Ho perso 20 kg, ne ho ripresi 7, calzo la 46 ma c’è sempre qualcuno deluso perché non sono abbastanza “curvy” o perché “sei magra, che delusione“.  Voglio essere libera di continuare a parlare del cazzo che mi pare, nel modo in cui ho sempre fatto: secondo il mio buon senso. Se non incontro il favore di tutti me ne farò una ragione. Non pretendo di piacere all’unanimità e apprezzo i detrattori intelligenti ed educati che, purtroppo, sono una tragica minoranza.

E se questo discorso non vi piace, se vi sembra arrogante, proseguite la lettura, così sarà tutto più chiaro: oltre ad aver lavorato per 7 anni in un’agenzia di comunicazione su clienti internazionali, scrivo sul web da un decennio, ho curato per due anni una rubrica sull’edizione italiana di Cosmopolitan, dal 2013 collaboro con Linkiesta.it per cui ho scritto un sacco di pezzi fighi (e qualche pezzo di cui mi vergogno o che, col senno di poi, stempererei, ma questo è normale per chiunque scriva); da gennaio scrivo per RollingStone.it e ho pubblicato in questi anni su corriere.it, vanityfair.it, foxlife.it, Gioia e su Sette (quello nuovo, di Beppe Severgnini) dove non ho scritto di dating app ma di POLITICA (questo per rispondere a una che, sotto una citazione antifascista di Pasolini mi ha scritto “è meglio quando non fai politica”…signora, le suggerirei di seguire quelle pagine che vivono di screenshot fasulli che tanto vanno di moda, quelle sì che sono divertAnti).

Se non vi fosse sufficiente: il mio primo concorso di scrittura l’ho vinto a 13 anni, tra i 19 e i 20 ne ho vinti altri sei con altrettante pubblicazioni, ma tra una fase e l’altra ho anche creato il giornale scolastico autogestito e autofinanziato, che al suo secondo numero era in attivo di 50 euro e a quell’età 50 euro erano soldi. Di me hanno parlato Vanity Fair, Il Fatto Quotidiano, Il Corriere della Sera, Radio Deejay, Radio m2o, Radio Popolare, Panorama, Libero e persino Rai1 e Rai4, le televisioni, cioè ho portato la parola “VAGINA” in sovrimpressione sulla rete ammiraglia del servizio pubblico alle 9.30 del mattino, e scusate ma questa sì che è una pietra miliare nella storia del femminismo italiano. Per non parlare di tutte le web-radio indipendenti e le testate locali. Sono stata invitata a parlare in eventi come Il Tempo delle Donne, il Milano Film Festival (anche se non ne conservo un buon ricordo), il Caffé della Versiliana, l’Internet Festival, il Cinema delle Terre e del Mare, il FashionCamp. Non ultimo, mi hanno proposto di tenere corsi per insegnare ad altri il mio lavoro, e non erano corsi tenuti nello scantinato di mio zio, bensì alla Scuola Holden di Torino, quella fondata da Alessandro Baricco, che forse avete persino sentito nominare.

Ora, io capisco che vada di moda derubricare le competenze a un feticcio del secolo scorso, siamo arrivati al punto di non fidarci neppure più della professione del medico, per dire, figurarsi di quella di “scrittore“, o “comunicatore” (e non mi definisco “giornalista” perché il tesserino non me lo sono preso, sebbene pubblichi regolarmente da anni, ed è come se lo avessi). Davvero, lo capisco, ma sorry, la competenza un valore ce l’ha, esiste, e io la mia ce l’ho. Inoltre, è assai probabile che nel tempo che passate a insultare chiunque online, io legga saggi di sociologia, italiani e stranieri, libri di attualità, che studi, sostanzialmente, per fare il mio lavoro. E voi, che lavoro fate, che vi lascia così tanto tempo libero per intasare il web con le vostre brutali opinioni prive di approfondimento? Fatemi capire: rientrate nel 40% di italiani che legge almeno un libro all’anno, magari di Fabio Volo o di Bruno Vespa, oppure proprio nel restante 60%?

Certo, certo, lo so, so che è sbagliato prenderla sul personale, so che è proprio laggggente che è cambiata, che sbiella perennemente online, che è convinta di avere opinioni interessantissime comprovate dai 5 like che acchiappa sulla propria bacheca, o dai consensi che riscuote nei gruppi whatsapp. Lo so, ma sono nauseata dalla cosiddetta libertà d’opinione, inclusa la mia. Pensateci, era meglio quando c’era la televisione a intorpidirci i pensieri, ad annientarci le menti, perché tanto le capacità di analisi, di critica, di comprensione della complessità della realtà sono imbarazzanti. Un popolo di analfabeti funzionali (il 70% degli italiani legge e non capisce un cazzo di ciò che legge, non lo dico io, lo dicono i dati), un gregge esagitato che non distingue una fake news da una notizia provata, ma che si considera intelligente abbastanza da sproloquiare e che ha troppo tempo libero per alimentare i suoi istinti più biechi, i suoi comportamenti più volgari (ho pubblicato un post sulle donne e la politica, in cui parlo dell’odio per Laura Boldrini – in maniera moderata, cioè non sono una con la foto di Laura Boldrini sul comodino – e i commenti erano così puerili, e collerici, e feroci, e superficiali, e miopi, che mi è venuta la puzza di vivere).

Ah, naturalmente c’è un premio in palio (il mongolino d’oro, fatemelo dire, che è tanto amarcord) per il primo che commenta, seriamente: “E tu chi sei per dire questo?” Chi sono? Nessuno, a parte la padrona di casa. Non sono un messia, non sono un oracolo, non sono una candidata politica, non sono neppure stipendiata da voi. Ciò che scrivo non è la Bibbia (come spesso mi hanno detto delle entusiaste lettrici). Ciò che scrivo è passibile di errore, di refuso, di critica e sono aperta al confronto, perché lo amo, quando è edificante ed educato. Poi c’è il mongolino d’argento per chi viene a dire “Sei tu che ti esponi, dunque devi accettare le critiche”, come se l’unico modo per evitare certe idiozie debba essere star zitta. Ecco, io qui mi sono esposta, mi sono confrontata e l’ho fatto per anni. Non smetterò di farlo per i commenti di quattro bacchettoni infeltriti, o di quattro subnormali incapaci di mettere in fila tre parole senza seminare sbroccoli e senza sfoggiare abomini grammaticali che avrebbero dovuto essere debellati non oltre la terza elementare.

Non smetterò di farlo perché, graziaddio, questo spazio è ancora pieno di persone brillanti, originali, pacate, educate e interessanti. Ed è per loro che continuo. Per loro e per me stessa. Di certo non per i troll, gli hater, i beceri, i maleducati, i leoni da tastiera (espressione che detesto) e i webeti (grazie Mentana, grazie per sempre di questo neologismo), in generale. I militanti della cloaca virtuale sono invitati a prendere le distanze. Vadano pure a condividere meme repellenti sulle tragedie di Macerata, a urlare di patria e di razza, a fare apologie indegne di un paese civile, a stuprare la sintassi italiana in litigi digitali che durano giornate intere, tanto che cazzo c’hanno da fare?

Con questo è tutto. Spero di esservi salita sui coglioni.

Così almeno siamo pari.

Pheeghe Vere

A Milano sta per partire Expo 2015. Ebbene sì, ci siamo.

Tutte quelle di voi che capiteranno da queste parti (per lavoro o per piacere, perché sì, pare che moltissima gente vorrà andare a Expo per piacere, sono io che sono grettamente immune al fascino esercitato da questa enorme fiera commerciale, ma no, sicuramente sarò smentita, è l’incontro tra le culture, un’occasione di crescita e confronto, di riflessione sull’alimentazione sana, infatti tra i main sponsor c’è Coca Cola), dicevo tutte quelle di voi che capiteranno a Milano in questi mesi, o che ci verranno in futuro, o che ci si trasferiranno, avranno modo di inciampare in alcuni autentici esemplari di Pheeghe Vere D.O.P.

E allora vi accorgerete dell’indiscutibile e indiscussa differenza che c’è tra loro e noialtre, vagine normali. Non vorrei fare una discriminazione su base territoriale, sia chiaro, l’Italia è piena di donne bellissime, ma l’essere Pheega Vera non c’entra in senso stretto con la bellezza. O meglio, la bellezza è condizione necessaria ma non sufficiente per l’autentica Pheegaggine.

Scopriamo insieme quali sono i tratti salienti della Pheega Vera milanese, così che possiate gestirne meglio il confronto quando la troverete davanti. Perché le Pheeghe Vere sono ovunque intorno a noi e se vogliamo comunicarci dobbiamo imparare a decodificarle, a comprenderle e a entrare nel loro cuore.

Parte la sigla di Super Quark.

Conduce Vagina Angela, che è la sorella segreta di Alberto, che è il figlio di Piero.

1. La Pheega Vera è magra. Su questo non ci sono cristi né madonne che tengano. Non esiste Pheega Vera che sia “cicciottella”. Il grasso tecnicamente è peccato, è volgare, è e resta sempre “povera terroncella paffuta” e se non sei terroncella, hai sicuramente antenati terrons. O comunque sei della provincia. O della periferia estrema. La Pheega Vera ha la 40. Se sfora nella 42 va di dieta detox. Se è una 44, è solo una wannabe. Essa è, inoltre, alta, longilinea, con gambe di 1 metro, il collo lungo, le mani ossute e due tettine eleganti.

2. La Pheega Vera ha di conseguenza un rapporto assai particolare con il cibo. Essa mangia poco. Mangiar poco è di classe. Nel piatto lascia sempre un avanzo. Voglio dire, ve la immaginate Carolina di Monaco che fa la scarpetta nel sugo di polpette? Onestamente? NO. Capisci che per quelle come noi cresciute a forza di “ci sono bambini che muoiono di fame in Africa”, ecco per noi è pressoché impossibile raggiungere il PheegaNirvana a tavola e mangiare la metà di quello che abbiamo davanti. Quando la Pheega Vera ha un buco nello stomaco mangia bacche, o frutta essiccata, o biscotti senza lievito, senza frumento, senza lattosio, senza grassi aggiunti, senza zucchero (tutti elementi a cui è intollerante). Snack privi di materia ma croccanti, perfetti per illudersi di mangiare praticamente senza mangiare.

3. La Pheega Vera conduce una lotta costante contro la propria ritenzione idrica, reale o immaginaria che sia, armandosi di tisane e massaggi drenanti. Raccontatele un nuovo trattamento infallibile studiato nei laboratori Guam e sarà vostra almeno per 10 minuti.

4. La Pheega Vera ha i capelli lisci e setosi. Non esiste Pheega Vera con i capelli crespi, per esempio.

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5. La Pheega Vera è attenta al look, sempre. Sceglie cosa indossare la sera prima e, soprattutto, non commette i clamorosi errori di stile che alcune altre, povere stolte, commettono. Cose tremende come indossare calze color carne (una Pheega Vera si darebbe fuoco, piuttosto che andare in giro con delle calze color carne) oppure usare lo smalto perlage (solo colori matt, per cortesia, possibilmente Chanel, per instagrammare poi la foto).

6. La Pheega Vera ha sempre l’outfit perfetto per ogni occasione e, se non lo ha, lo compra. Bisogna sempre essere appropriati, in qualunque contesto. Attenzione, però: essere appropriati non significa essere eleganti. Ci sono poche cose inappropriate come essere over-dressed, quindi lasciate pure a casa i vostri vestiti buoni della domenica, conservati dall’ultima festa del Santo Patrono. Sappiate che la Pheega Vera sceglie sempre un outfit che manifesti un certo distacco,  zero soggezione nei confronti della situazione, secondo una logica che a noialtre rimane comunque parzialmente incomprensibile, ma che alla fine sembra sempre dire: “Sono favolosa, sono all’altezza della situazione, vengo con le mie sneakers da 500 euro”.

7. Ma soprattutto la Pheega Vera ha una varietà inesauribile di indumenti e accessori, e scarpe, al punto che vi verrà il sospetto che siano usa e getta e che non possa conservarli tutti in una sola casa (questo finché non scoprirete che ha una scarpiera con le luci a led che s’accendono all’apertura delle ante,  con dentro ripiani di Jimmy Choo e Louboutin), tipo quella di Carrie Bradshaw – giuro, una mia amica ce l’ha così – e tutto sembrerà surreale, a voi, che ogni anno per fare spazio alle scarpe estive dovete conservare nel tramezzo quelle invernali).

8. La Pheega Vera ha visto tutte le puntate di Gossip Girl e vive nel segno di Blake Lively, che è indubbiamente la donna più bella, più elegante, più assurdamente meravigliosa del globo terracqueo.

"Mr.Turner" Premiere - The 67th Annual Cannes Film Festival

9. La Pheega Vera non parla quasi mai di politica, né di attualità. Salvo che per attualità non s’intenda lo speciale su X-Factor di Vanity Fair.

10. La Pheega Vera fa almeno un viaggio intercontinentale all’anno. Conosce gli States alla perfezione, possibilmente ci ha studiato e se ha un weekend lungo va a Nuova York a fare shopping.

11. La Pheega Vera ha senza ombra di dubbio l’iPhone e il Mac e, se iddio vuole, ha in casa almeno una sedia/lampada Kartell e uno Smeg.

12. La Pheega Vera non si spazientisce mai, non alza la voce, non dice parolacce, non è inopportuna, mai.

13. La Pheega Vera non esce mai struccata ma opta sempre per un trucco nude look.

14.  La Pheega Vera non ha mai avuto una Tessera Arci nella sua vita.

15. La Pheega Vera ha di sicuro fatto almeno una vacanza in barca e ha la casa di villeggiatura al mare. In Sardegna o in Costa Azzurra o a Miami. Chi ce l’ha in Liguria è Pheega ma non è Vera.

16. La Pheega Vera ha almeno un completino di Victoria’s Secrets nel cassetto.

17. La Pheega Vera  fa sport non perché ne abbia bisogno, ma perché le piace.

18. La Pheega Vera ha solo borse splendide. Niente sbavature, niente cadute di stile. La Pheega Vera regnerà sovrana nell’alto dei cieli, seduta alla destra del Padre, con il merito straordinario di non aver mai comprato una borsa Carpisa nella sua intera vita. Quando parlate con una Pheega Vera, eliminate dalla vostra mente tutte quelle ridicole marche che avete coniderato fino ad oggi, tipo Prima Classe, Borbonese, Etro, Byblos, Guess e fate largo a Prada, Balenciaga, Hermés, Céline, Chloé, Valentino, Miu Miu. E lei, l’intramontabile Chanel, che pure usata costa 1.600 euro. E se non ve le potete permettere (come me), ripiegate su borse unbranded, anonime, senza loghi, borse bastarde figlie di nessuno. Non fate, per piacere, quella cosa assurda di comprarvi la Coccinelle (che io ho avuto e mi è anche molto piaciuta) o la Furla, che sono il purgatorio delle borse, una vita di mezzo che vi costerà 300/400 euro, e comunque non vi renderà né pheega, né vera.

19.La Pheega Vera ha i denti perfetti, le sopracciglia perfette e il ritocchino che non t’aspetti.

20. La Pheega Vera non ha peli perché Madre Natura ha scelto di dargliene pochi e perché quelli che aveva li ha eliminati con la depilazione permanente, che ha fatto quando tu ancora non ti facevi i baffi, per intenderci.

A questo punto saprete come destreggiarvi quando avrete a che fare con una Pheega Vera. Che per quasi tutto sarà estremamente diversa da voi, ma se la diversità non vi spaventa, scoprirete che ci sono un sacco di cose nuove che potete imparare (come che le scarpe con il buco sull’alluce si chiamano “open toe”).

Terroni a Milano

Il mio amico Tarallino, quello di bassa statura fisica e grande caratura sarcastica, si è appena trasferito a Milano, la grande città, per fare uno stage.

Sicché, timidamente, ingenuamente, romanticamente, mi ha chiesto: “Cosa devo sapere di Milano?”

A quel punto ho pensato di stilargli un piccolo vademecum del terrone emigrante, aspirante cittadino milanese, dicendogli quelle chicche che a me non ha mai detto nessuno e che ho dovuto imparare in 4 lunghi anni di etnometodologia applicata alla società milanese, perché le vere cose da sapere di Milano e della sua folkloristica fauna non sono il costo dell’abbonamento dell’atc, bensì:

1. Usare il taxi non è peccato mortaleil terrone fa una fatica atroce a eliminare il senso di colpa derivato dall’idea di tornare a casa in taxi. La ricca tradizione mitologica terrona, tramandata per lo più in forma orale dai tempi di Omero in poi, narra le epiche vicende di uomini straordinari che hanno percorso l’intera circonvallazione esterna in 91 alle 3 di notte pur di non fruire del comodissimo radio taxi 024040, che sarebbe costato loro l’intero regno.  Ma ciò è una falsità. A Milano ci sono situazioni in cui è più sensato rinunciare a una pizza che a un taxi e questa è una dura verità con la quale il terrone trapiantato prima o poi dovrà fare i conti.

2. Il sushigiovane terrone che arrivi a Milano, ti hanno raccontato che il tuo più grande incubo in questa città sarebbe stato la nebbia. Sbagliato. Scoprirai, piuttosto, che la tua più profonda angoscia diventerà il sushi. Sarai obbligato a sperimentarlo entro i primi 10 giorni dal tuo trasferimento, perché di fatto a Milano andare a cena fuori vuol dire 8 volte su 10 andare a mangiare sushi. Quando lo avrai assaggiato dovrai scegliere se fingere che ti piaccia, abdicando a tutta la tradizione gastronomica che ha formato il tuo gusto e ti ha cresciuto a forza di cozze arracanate, con il nobile intento di integrarti nella società milanese; oppure potrai essere sincero e dire che il sushi ti fa cagare. Sappi, però, che nel secondo caso, sarai condannato all’emarginazione sociale. Il gruppo ti vivrà come un disadattato o, comunque, come un sempliciotto retrogrado incapace di godere della squisitezza di un sofisticatissimo pesce crudo di dubbia provenienza, magnato con riso allesso.  La vicenda del sushi, mio caro terrone, è paradigmatica di tutto il processo di integrazione nel cosmopolitismo milanese: talvolta sarai obbligato a fingere, talvolta sarai obbligato ad adattarti, talvolta sarai obbligato a emerginarti per autoconservarti.

3. Il francesismo: non è fondamentale conoscere la lingua nel dettaglio. Ciò che costituirà una marcia in più, sarà la conoscenza di un medio repertorio di parole ed espressioni idiomatiche francesi. Il francesismo, assolutamente gratuito, è un indiscusso discrimine tra fighi e loser. Il terrone che arriva a Milano magari si sente anche piuttosto evoluto perché conosce vocaboli come “pedissequamente” e ha una discreta dimestichezza con l’inglese, ma ciò non lo aiuterà nel momento di massima difficoltà, quando il  milanese (vero o fasullo che sia) si definirà tranchant in merito al battage che si è creato sull’allure della serata Veuve Cliquot , che risultava un po’ troppo agèe, organizzata nello spazio en plein air alla maison di sticazzì. Il terrone, a quel punto, dovrà soltanto annuire e condividere, senza mostrare di non aver capito checcazzo abbia detto l’interlocutore.

4. L’inglesismo: parimenti importante, anche se di estrazione diversa, è l’inglesismo. Professionalmente non hai possibilità di sopravvivenza e non sono ammesse forme di dissidenza linguistica. Se vuoi essere figo devi imparare tutti i fondamentali dell’aziendalese e aggiornarti costantemente, perché ogni giorno emergono nuovi neologismi. Quando sarai a uno stadio avanzato, poi, ti scoprirai persino a inventarli tu stesso, i neologismi. E li inserirai nelle presentazioni powerpoint, serenamente, tanto nessuno lo saprà che è semplicemente una tua invenzione. Per iniziare, tuttavia, ripeti a casa davanti allo specchio, senza sentirti ridicolo: briefing, meeting, feedback, redemption, report, engagement, benchmarking, highlight, slide, brain storming, naming, management, leader, project, awareness, positioning, eccetera.

5. Piumino vs cappottoil clima milanese fa schifo: caldo boia d’estate e freddo porco d’inverno. Te ne accorgerai, caro amico terrone. Ciò che ti colpirà, tuttavia, sarà notare come i milanesi per via di una straordinaria mutazione genetica siano capaci di sopravvivere ai mesi più rigidi della stagione fredda in cappotto. Per cui tu, terrone, figlio di mamma terrona, che al liceo ti mandava a scuola con addosso un piumone caleffi dotato di maniche, perché c’era un atroce inverno di 14°, capisci che non sei competitivo. Tu, terrone, non puoi farcela proprio fisicamente a sopravvivere all’inverno indossando il cappotto, proprio non puoi, tu devi indossare la fottutissima piuma d’oca e raccontartela che però, sai, ci sono dei piumini che sono anche molto belli, se ci pensi.

6. Il semaforo gialloil semaforo milanese è diverso dal semaforo terrone. Ci tengo a dirtelo perché non voglio che tu ti imbottisca di multe alla prima volta che guiderai qui. Al sud, notoriamente, quando noi vediamo il semaforo giallo, acceleriamo. Trattasi di un riflesso assolutamente incondizionato, il cui messaggio sotteso non è “attenzione, rallenta, sta per scattare il rosso” quanto piuttosto “mena, muoviti, che mò scatta il rosso”. Ecco, no. A Milano quando il semaforo è giallo, si rallenta. Perché qui il giallo dura poco e sopra il semaforo c’è una telecamerina funzionante pronta a coglierti in flagrante. E tutto sommato se pensi che poi i soldi delle tue multe diventano vacanze per Formigoni, anche no.

7. I loghi: caro amico terrone, ti saranno sufficienti pochi giorni a Milano per capire che quelli che hai sempre considerato dei fighetti e delle fighette nella tua città, quelli che andavano in giro ricoperti di loghi D&G, Blauer, Refrigiwear, Fendi, Prada, Richmond, Burberry, Dior, Armani, Armani Jeans, non sono fighetti. Sono tamarri o provinciali. A Milano i fighi indossano la griffe, senza ostentarla e sono intercettati da persone parimenti fighe, che riconoscono la griffe, senza leggerla. E’ una specie di scrematura naturale o di selezione sociale silenziosa, per cui simile va con simile. Noi comuni mortali possiamo limitarci a comprendere queste dinamiche e a schifare i coatti che indossano loghi giganteschi, credendosi molto gagliardi.

8. Essere Bionoterai che qui, nella città più artificiale d’Italia, c’è una grande attenzione alla naturalezza. Qui, più che mai, bio è bello, bio è buono, bio è fico. Non stupirti, dunque, caro amico terrone, quando qualcuno ti proporrà l’acquisto di un cavolfiore a chilometro zero, che ti costerà 40 euro.

9. No politica: Milano è una città in cui, amico terrone, non devi mai cercare il confronto politico con le persone che conosci. Nel caso tu lo facessi, sappi che ti esporrai al grandissimo rischio di scoprire che tutti hanno, come minimo, dei discutibili trascorsi di destra più o meno estrema, se non direttamente la foto di Maroni in costume adamitico sul comodino. Per contro, non è necessario che ti dichiari di sinistra. Potranno presumere il tuo orientamento dal fatto che sei più povero di loro

10. Informazioneè fondamentale, a Milano, essere informati e ricorda sempre, mio caro, che il primo organo di divulgazione scientifica è Vanity Fair, mentre l’agenda mediatica degli argomenti più discussi della società italiana è dettata da Real Time.

11. Il milanese e Milanodi tanto in tanto ti capiterà di incontrare dei milanesi che parleranno in termini entusiastici di Milano. Il ché non farebbe una piega, se si limitassero a dire cose sull’efficienza della città, sugli eventi, sulle mostre. Il problema è che poi, a un certo punto, iniziano a dire che è bella. Questo per i primi 2 anni ti apparirà del tutto incomprensibile. Successivamente inizierai anche tu a cogliere una specie di bellezza burbera in questa città, che certi palazzi hanno dei bei cortili, per esempio, e che certi scorci, all’equinozio di primavera, sono suggestivi, e poi c’hanno delle vetrine paura, qui, in effetti. Ma quando inizierai a vederla così, sarà perché Milano t’avrà contagiato. Fino ad allora, comunque, sii accondiscendente con il milanese che ti parla dell’inconfutabile bellezza di Milano. Sii umano. Non nominargli altre 50 città italiane estremamente più belle e vivibilie non ricordargli quanto a Milano faccia cagare il clima, il cibo, l’aria che si respira, la società, il costo della vita, che qua ci veniamo tutti solo per lavorare e che la bellezza è una cosa altra di cui probabilmente ignora l’esistenza. Non farlo. Tu sii comprensivo.

12. Le multinazionalinel primo periodo in cui sarai a Milano, individui di varia estrazione umana e sociale ti parleranno di Unilever e Procter & Gamble. Tu non avrai idea di che minchia siano. Tranquillo. Significa che sei una persona normale. Poi vai a casa e cercalo online.

13. California Bakeryl’apice del tuo sforzo di integrazione sarà una domenica mattina, quando ti sveglierai per andare a fare un brunch al California Bakery. No, non pensare al ragù della mamma. Concentrati su quel sapore di internazionalità che vivi mentre ti abbotti di pancakes. Per la cronaca, amico, sappi che io a fare il brunch al California Bakery non ci sono andata mai.

14. Radio Deejaymettiamo le cose in chiaro da principio, sai cosa ci fai con tutta la filmografia di Lars Von Trier? Ti ci strichi. A Milano è molto più importante sapere chi sono La Pina e Diego, se non vuoi essere un parìa.

15. Ipocondria: noterai subito che ogni milanese soffre di qualcosa. Tutti hanno almeno una patologia, un’intolleranza, un’allergia. In realtà, però, non sono una razza diversa, rispetto a noi terroni. La differenza è che noi andiamo dal medico quando stiamo oggettivamente male, cioè, ma male. Loro no. Loro si fanno tipo i controlli e poi grazie ar cazzo che scoprono di avere delle cose che non vanno bene. Tu, anche in questo caso, assecondali e mostrati straordinariamente partecipe della drammaticità del loro reflusso gastrico.

16. La depressione culinaria: ti renderai conto del fatto che a Milano impera la magrezza. Ciò non dipende dal fatto che sono migliori di noi. Semplicemente, non conoscono il gusto per il cibo. Per loro il soffritto è la reincarnazione gastronomica dell’anticristo. Il piatto tipico è il risotto allo zafferano che capisci che noi non possiamo che trovare sconfortante una prospettiva del genere. Se sei fortunato la depressione culinaria ti indurrà a perdere peso. Se sei sfortunato, ti indurrà a ripiegare su cibo di fortuna e lieviterai.

16. Vacanze il mio topic preferito: le vacanze dei milanesi. Su questo argomento conviene sempre giocare d’anticipo. Ovvero, amico terrone, chiedilo tu, per primo, a loro, in quale angolo di mondo voleranno al primo ponte di 3 giorni. Così scoprirai, per esempio, che esistono persone che vanno in vacanza in Mongolia, nel Laos, in Vietnam e in tanti altri posti il cui nome non saprei riproporre e che comunque tu, come me, non saresti in grado di localizzare sul globo terracqueo. A quel punto, tu, userai molto meno entusiasmo nel dire che vai a trovare la tua amica a Londra. Come dire: sticazzi. Ciò che, però, ti consiglio di fare come contromossa è stressare (devi imparare anche “stressare” in effetti), all’occorrenza, la scelta del turismo nazionalista. Tu non vai in Malesia. Tu vai in Sicilia, che non puoi capire quanto è bella la Sicilia. E, di solito, questa cosa qui, come se tu il sud lo capissi davvero e riuscissi ad amarlo in un modo in cui loro non potranno mai, li induce a rispettare di più la tua posizione di povero pezzente del sud con la valigia di cartone.

Per ora mi sembra un buon inizio, amico terrone.

Inizia a lavorare su questi punti. Più avanti, magari, integreremo.

Cordialmente,

Vagina

Dimmi di che colore è la tua Vagina. E ti dirò chi sei.

Una volta ho visto una trasmissione in cui, una tipa molto naturale, si faceva sbiancare l’ano. Ricordo distintamente di aver pensato che la misoginia porno-estetica non avrebbe potuto fare di più. Naturalmente, come sempre avviene quando si pensa di non poter trovare di peggio, sono stata smentita. 

E’ qualche giorno che impazza sul web una polemica legata a un nuovo detergente intimo indiano che non si limiterebbe, come tutti i detergenti intimi, a donarci un gratificante e frizzante refrigerio genitale, ma punterebbe addirittura allo sbiancamento vaginale, rifacendoci la facciata con ottimo capitolato.

La polemica, in particolare, è legata allo spot del suddetto prodotto

Posto che noi guardiamo questa reclàme con occhi occidentali e nel farsi un’idea – quale che sia – è giusto contemplare le differenze culturali che ci sono a monte (ok, bonus buonismo terminato), l’argomento mi induce comunque a fare una cosa disdicevole, a cui certe volte non resisto: invidiare mia nonna, buon’anima.

Perché, alle volte, io ci penso. Penso al fatto che mia nonna sapeva cucinare, cucire, disegnare, avere un marito e due figli, fare sacrifici, mettere soldi da parte, uscire a fare la spesa e tornare a casa con il pane fresco e un nuovo appezzamento di terra da coltivare (non che io abbia una storia di latifondismo alle spalle, ahimé). Insomma, mia nonna aveva una tempra che io non ho, aveva un futuro che io non ho e delle capacità che io non ho. Naturalmente ai suoi tempi non esistevano molte cose. Non esistavano né Shazam, né Angry Birds. E nemmeno Instagram, in effetti, il ché sicuramente rendeva assai più dura una vita già molto grama.

Ma va anche detto che, ai suoi tempi, non bisognava nemmeno pensare di farsi la vagina bianca che più bianca non si può, e nemmeno bisognava ritoccarla chirurgicamente perché con gli anni – a forza di lavorare – perde in tonicità, e nemmeno bisognava stingersi l’ano, e nemmeno bisognava ogni mese mostrarsi ignude a un’estetista polacca per farsi estirpare ogni traccia di quel pelo con cui madre natura ha deciso di ammantare la nostra femminilità.

E, a dirla tutta, non lo so se in questo baratto che abbiamo fatto, tra il ferro da stiro (che peraltro continuiamo a usare) e lo sbiancamento vaginale, c’abbiamo poi guadagnato così tanto. Non lo so. Me lo chiedo spesso. Forse un giorno saprò darmi una risposta definitiva. Per il momento, intanto, penso che mia nonna fosse più felice di me, ma questo è un argomento tangenziale.

Il punto, tornando all’ossigenazione della vulva, è che il mondo cambia – vivadio – e con esso cambiano la cultura e il gusto del bello. Comprendere questi cambiamenti è essenziale e interpretare lo spirito del proprio tempo è pura intelligenza, d’accordo. Ma, se vero è che quella che abbiamo vissuto è un’evoluzione, forse noi vagine dovremmo sviluppare anche gli strumenti cognitivi per distinguere tra ciò che davvero ci piace e ciò che è marketing spregiudicato su una dimensione così intima. Forse noi vagine dovremmo imparare meglio a rimbalzare le costanti sollecitazioni mediatiche a odiare il nostro corpo, a patire la sua variabile difformità rispetto a uno stereotipo tecnicamente risibile: dalla cellulite, alle rughe, all’assenza di seno, al grasso, alle smagliature, ai capelli sfibrati, arrivando a questi nuovi spunti creativi, come la candeggina vaginale.

Anche perché, in fin dei conti, dove minchia arriveremo così, al colorante vaginale? Che metti che poi Calderoli decide di farla verde a su moglie, faccio per dire, e noi dovemo tingerci la pelle come vogliono loro? O magari un giorno decidono che dovemo rifarci tutte l’intimo e la lobby della mutanda di pizzo decide che la vagina dev’essere spostata, messa in orizzontale, oppure di traverso, a seconda di dove punta il cazzetto di turno, ecco, comunque non in verticale, così com’è, che rimane scomoda. 

Eddaje.

Se, come in fondo credo, ci siamo evolute, promuoviamo l’idea che sì, curarsi è giustissimo, perché vedersi più belle ci permette di affrontare meglio la vita. Ma che, in quella vita, abbiamo tanto di meglio da fare, che impiegarla tutta nel vano tentativo di cambiarci, di essere altre, di ripudiare la maturità, di non amarci abbastanza.

Detto ciò, mi taccio. Perché la linea che mi divide da Barbara Palombelli si sta assottigliando pericolosamente.

E ciò mi perturba.

**Il pezzo completo, lo trovate su Vanity Fair scritto in collaborazione con Elisabetta Ambrosi che ha affrontato (con piglio esilarante) la questione olfattiva. Buona lettura!

Vagina Profumata

Certe volte è lecito profumarsela un po’.

E io oggi me la profumo.

Me la sono profumata  ieri e me la profumerò anche domani.

Poi la smetto, lo prometto.

Me la profumo perché Vanity Fair ha intervistato la Vagina in “Conversazioni con la Vagina sul sesso alla milanese“. E io sono piuttosto orgogliosa della patonza, delle  ovaie, delle tube, dell’utero e in generale di tutto l’armamentario che ha condotto a ciò.

E poi, l’importante è continuare a fare delle scelte che testimonino la propria demenza, così, tanto per restare con i piedi per terra, che è importante. Per terra e sanguinanti. Perché ad ogni primavera, qualunque vagina decide deliberatamente e contro ogni logica fisica, di indossare le scarpe chiuse col tacco  senza calze. Ogni anno, puntuale, a fine marzo, la vagina decide di farlo, motivata dall’illogica illusione che no, che a questo giro sarà diverso. Un po’ come succede con le relazioni sentimentali, per capirsi.

E così, vittime di questa specie di lobotomia praticata dall’estabilishment della calzatura, con la connivenza della passata fascinazione per Carrie Bradshaw, ci ritroviamo a zoppicare sanguinanti tornando a casa. Ascoltando il vociare che proviene dai ristoranti. Pensando che sa di  convivialità. Che un po’ ci manca.

In sostanza, ho i piedi scorticati, penso di essere tendenzialmente una deficiente, penso che dai miei errori non imparo proprio un cazzo e che questa storia delle scarpe potrebbe benissimo essere una parabola di vita.

Ma penso anche che domani me la profumerò ancora un po’ e poi la smetterò.

Perché l’ho promesso.

*Photo by Piolzam