Le Donne Che Vorrei

Otto marzo. Festa della donna. Ce ne sarebbero di cose da dire in occasione di questa ricorrenza, che più nulla significa per alcuni e molto ancora rappresenta, invece, per altri. Ce ne sarebbero eccome, di temi, da trattare, di bandiere da sventolare, di cause più o meno nobili attorno alle quali far coagulare il nostro altalenante senso d’appartenenza al genere femminile.

Potremmo prenderci dieci minuti, adesso, io di qui a scrivere e voi di lì a leggere, nella pausa al lavoro, in metropolitana mentre andate in ufficio, sedute sul cesso alla sera. E potremmo ricordare, per esempio, la storia di questa festa, le lotte femministe, la conquista dei diritti, il lavoro, le opportunità, le parità e le disparità, la violenza, la forza di denunciare, le discriminazioni subite, le testimonianze coraggiose, le interviste a donne capaci di ispirarci tutte; potremmo parlare pure delle altre donne, quelle del resto del mondo, quelle che non sono bianche e neppure occidentali, quelle la cui vita è segnata da atrocità come le mutilazioni genitali, le lapidazioni, i matrimoni combinati, la prostituzione come alternativa unica di vita e le mille forme di schiavitù che le imprigionano, ovunque siano, a poche decine o a decine di migliaia di chilometri da noi. Potremmo parlare della polemica sull’aborto e sui medici obiettori e di quanto sia surreale che si debba ancora discutere di ciò nel 2017.  Un rapido cenno sui femminicidi, gli stupri, le reduci, le sopravvissute, le volontarie, i casi mediatici più popolari, il bisogno di educare, la prevenzione, la protezione, il cyber-bullismo, il rispetto della privacy, le mimose. Potremmo fare tutto questo, metterci dentro un po’ di quella rassicurante retorica che c’accarezza l’animo, e poi procedere nelle nostre attività quotidiane, un po’ rinvigorite, inorgoglite persino, di essere questi straordinari esseri: le donne. Eroine qualunque nella sfida quotidiana, interminabile e sublime, dell’esser femmine. E andrebbe bene. Voglio dire, non ci sarebbe nulla di male se ci concedessimo tutto questo. 
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Eppure c’è qualcosa che non basta, in questa sorellanza affettata che dura il tempo di pubblicare una quote su Facebook, o un hashtag su Twitter, o di firmare una petizione online, o di fare una donazione a una onlus, o – nei casi migliori – di partecipare a una manifestazione in piazza. Per carità, va tutto bene ed è tutto migliore di niente, però vorrei di più. E lo vorrei a nessun titolo particolare, se non quello di una qualsiasi donna che vorrebbe cambiasse qualcosa nei nostri costumi, nel nostro modo di pensare noi stesse, nel nostro piccolo femminismo d’ogni giorno, quello reale, che forse non potrà risolvere i grandi problemi di tutte le donne del mondo, ma potrà rendere migliori noi e, di riflesso, le donne con cui abbiamo quotidianamente a che fare.
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Per farvi qualche esempio: le donne che vorrei non si danno in scioltezza della “troia” per qualunque genere di ragione compresa tra “mi ha rubato il fidanzato” e “mi ha sorpassata in coda alla cassa dell’Esselunga”. Le donne che vorrei non insinuano, ogni volta che una donna ha successo, che quel successo sia merito di un uomo: il padre che l’ha campata, il marito che la mantiene, il capo a cui l’ha succhiato. Le donne che vorrei non dicono che quella là ha un culo che fa provincia, o un naso per il quale servirebbe il porto d’armi e, in effetti, non presuppongono che la bellezza e l’intelligenza non possano coesistere all’interno di una stessa donna, decidendo che se una è bella dev’essere per forza scema, e se una è intelligente merita d’essere sminuita perché non è abbastanza avvenente. Alle donne che vorrei, il sesso piace sinceramente e gioiosamente, e lo vivono in libertà e consapevolezza, godendo di tutto l’assortito repertorio d’emozioni e di sensi che in esso è coinvolto. E sanno bene, queste donne, cosa piace al proprio corpo, e lo spiegano loro agli uomini, invece che lamentarsi dell’incapacità di quelli, che i poveretti poi ci credo che si rinchiudono a farsi le seghe guardando Il Trono di Spade. Le donne che vorrei credono molto di più in se stesse e nelle loro virtuose sinergie. Esse sanno ridere delle proprie paturnie e sdrammatizzare le proprie insicurezze, e patiscono molto meno la tipica sete di conferme che c’affligge. Le donne che vorrei sono incuriosite e non spaventate, da quelle diverse, creano scambio dove di solito c’è preconcetto. Le donne che vorrei capiscono che anche la più forte delle donne nutre le proprie fragilità, e che anche la più debole di tutte ha un titano nascosto da tirar fuori di sé. Le donne che vorrei non provano sollievo guardando la cellulite sulle gambe delle altre e neppure direbbero mai frasi come “chiudete le cosce”. Le donne che vorrei non insinuerebbero mai, non lo farebbero nella vita privata figurarsi su un social network, che il modo in cui un’altra è vestita renda più o meno credibili le sue parole.
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Le donne che vorrei hanno superato la limitante, parziale e obsoleta dicotomia tra sante e puttane. Le donne che vorrei sono libere di dire che un figlio non lo vogliono, senza sentirsi snaturate per questo. E sono libere altrettanto di dire che i figli vogliono averli, due, tre, quattro, una squadra di calcetto al completo, persino nel 2017, senza sentirsi trattate con sufficienza dalle colleghe cosiddette “emancipate”. Le donne che vorrei hanno delle opinioni e le esprimono, ma non le hanno sempre, per forza e su qualunque cosa. Le donne che vorrei sanno essere affascinanti nell’età che hanno, anche quando gli sguardi degli uomini si fanno più radi, poiché non è in essi che la bellezza risiede. Le donne che vorrei sono a volte mogli tradite ma mai “povere cornute“, e sono a volte amanti illuse ma non “luride zoccole“. Le donne che vorrei possono guadagnare più del proprio uomo, avere più esperienza alle spalle e più anni all’anagrafe, senza per questo sollevare perplessità e diffidenza. Per contro, possono amare un uomo maturo, senza subire allusioni alla sua certamente florida eredità. Le donne che vorrei non pensano che tutte quelle dell’est sono qui per rubarci i mariti, non sono infastidite dal velo in testa di una e neppure dal culo da fuori di un’altra. Le donne che vorrei sono libere di arrivare vergini al matrimonio, ma rispettano quelle che l’hanno data via a 15 anni. E quelle che l’hanno data via a 15 anni, rispettano quelle che vogliono arrivare vergini al matrimonio, anche se scherzano ipotizzando che esse siano in realtà dei cyborg progettati da Comunione e Liberazione. Le donne che vorrei, se sono infastidite da qualcosa, lo dicono in faccia, sempre. Esse hanno amiche, più giovani e più adulte, e non hanno paura di discuterci, se necessario. Le donne che vorrei si intuiscono e si capiscono e le prime con cui imparano ad andare d’accordo sono le madri, le sorelle, le figlie. Le donne che vorrei hanno capito che la complicità rende molto più della rivalità.
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Le donne che vorrei contestano con la loro indole e la loro condotta quelle frasi odiose, eppure a volte attendibili, su quanto noi donne siamo il peggiore nemico di noi stesse, su quanto l’amicizia tra noi sia impossibile, inesistente, mitologica.
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Io ne conosco alcune, di donne che vorrei e non sono mica delle wonder-woman, non sono mica perfette, non sono mica infallibili, però ci provano. Ci provo anche io, e non è sempre facile, tutt’altro che scontato. Ma l’augurio che ci faccio, oggi e domani, e pure domani l’altro, è di essere sempre più numerose, è di fare la nostra parte per renderci tutte migliori, le une con le altre, un poco più forti. È questo l’augurio che ci faccio, a noi donne qualsiasi, molto più fortunate di tante altre. 
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Buon 8 marzo.
A tutte.  

A Scuola di Consenso

Angela. Rosanna. Natalina. Stefania. Patrizia. Olga. Giulia. Elisa. Carmela. Maddalena. Sara. Tiziana. Carlotta. Gloria. Valentina. Loredana. Federica. Michela. Anna.

E tutte le altre.

Chissà dove siete. Chissà cosa fate. Chissà se v’incontrate.

Se vi raccontate cos’avete provato. Se lo sapevate, che prima o poi sarebbe successo. Se avevate paura. Se avete provato a chiedere aiuto. Se quell’aiuto l’avete trovato. Se avete denunciato.

Cos’avete pensato, in quel momento, quello esatto in cui capisci che la resa è arrivata. Che stai morendo e che ad ammazzarti è un uomo che hai amato, dal quale non hai saputo difenderti.

Ironico, forse, lo troverete, che pensiamo sempre che gli uomini debbano salvarci e che invece, a volte, è da loro che bisogna salvarsi.

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Chissà se li avete odiati, quando avete capito che non sarebbero cambiati mai.

Che sareste morte.

Che ciò che di voi sarebbe rimasto, sarebbe stato un nome, un numero nella statistica delle donne uccise per mano del proprio compagno (o ex) in Italia.

Che ciò che di voi sarebbe rimasto, sarebbe stato un ricordo nel cuore di chi ha saputo amarvi davvero, ma non è riuscito a proteggervi. Una puntata di Amore Criminale, bene che vada. Una vostra fotografia sul giornale. Un articolo in cui si parla di voi. Un cartello con sopra il vostro nome a una manifestazione. Una veglia al paesello. Una photo-gallery.

Chissà se vi siete sentite stupide, come ci sentiamo sempre quando ci accorgiamo di dare troppo a chi poco merita. A chi niente merita.

Chissà quanto piccola dev’esservi sembrata la vita, quanto fragile, quanto incerta, mentre le mani vi stringevano il collo, e i pugni vi sfondavano il torace, e i calci vi massacravano il ventre.

Chissà quale terrore e insieme quale sollievo, al pensiero che almeno quell’inferno, quello terreno, fatto di silenzi, di grida, di sgarbi, di menzogne, di violenze, di minacce, finalmente giungesse al termine.

Chissà quale amarezza per chi lasciavate qui, dietro di voi. Per i vostri bambini che vi hanno sentite piangere di nascosto milioni di volte. Per i vostri genitori straziati per sempre, da un male che non può trovare spiegazione. Per i vostri fratelli che non vi hanno prese e non vi hanno portate via, e non ci dormiranno più la notte, a ripensarci. Per le vostre sorelle e per le vostre amiche che vi hanno detto milioni di volte di lasciarlo e voi non l’avete fatto. Oppure l’avete fatto e per questo siete state punite.

Chissà che male, il martello.

Chissà che fredda, la lama.

Chissà il sangue, in gola, denso e metallico.

Chissà quante volte ci avete pensato, ad andarvene. Ma come si faceva. I soldi. Il lavoro. I figli. Tanto lui non vi avrebbe dato tregua mai.

Chissà quante volte avete pensato che fosse solo geloso, perché vi amava. Perché aveva paura di perdervi. Perché voi eravate tutto per lui.

Chissà quante volte avete ripercorso il passato, indugiando con la memoria sui primi tempi, in cui eravate stati felici insieme. Chissà quante volte l’avete fatto, per sopportare l’orrore quotidiano.

Chissà quante volte avete nascosto i lividi. E avete smesso di uscire, per non rispondere più alle domande, per non leggere più la preoccupazione negli occhi degli altri.

Chissà quanto brucia, quando ti lanciano l’acido addosso. Quando ti danno fuoco con un fiammifero. Cosa pensi? Che stai morendo o che sopravvivrai e non avrai neppure più la tua faccia? Perché non sei degna di vivere, o di avere la tua identità, la tua bellezza, la tua normalità. Cosa pensi mentre l’odore del carbonio ti stordisce e ti entra nelle narici, fino al cervello, prima che esse stesse si squaglino nelle fiamme. Cosa pensi? Che non resteranno che resti abbrustoliti, del tuo corpo? Che non ti piaceva neppure così tanto, quel corpo lì. Che ti vergognavi della sua cellulite, delle sue tette appese, delle sue rughe, ma che era il tuo, il tuo bellissimo e unico corpo. Eri tu, quell’ammasso di carne nuda e pelle bruciacchiata. Era la tua faccia. Erano i tuoi capelli, che erano bellissimi anche se erano lisci invece che ricci, o ricci invece che lisci, o crespi, o radi, o bianchi.

Chissà quanto sono lunghe, quelle frazioni di secondo che dividono il rumore sordo del grilletto dal dolore profondo del proiettile che ti affonda nelle viscere.

Chissà se pensi a tutto ciò che avresti potuto fare di diverso.

Chissà se ti chiedi da quanto ci stesse pensando, a farti fuori.

Chissà se provi a giustificarlo, anche in quel momento. A pensare che è infelice, depresso, collerico, frustrato.

Chissà se ti incolpi ancora, di averlo provocato, di essertela cercata, di meritartela quella fine, di crepare nel posto che doveva essere il più sicuro al mondo: la tua casa.

Chissà se lo perdoni, se assolvi una volta ancora il suo abisso emotivo, la sua nullità, la sua malattia.

Chissà se ti arrendi all’evidenza che non ti ha amata, che non ama, che non sa farlo. Che l’amore è un’altra roba, una disciplina diversa, che lui non conosce e che ha fatto dimenticare anche a te.

Chissà se mentre esali gli ultimi respiri ci pensi, ti chiedi cosa ne sarà del tuo corpo. Se farà una messinscena. Se ti butterà nel fiume, o nel bosco, se si costituirà o se andrà a Chi l’ha Visto a dire in favore di telecamera che gli manchi, che devi tornare, che lui e i bambini ti aspettano, a casa, che è disperato, tra i singhiozzi. Prima che gli inquirenti scoprano che aveva un amante e che aveva pensato fosse legalmente più semplice ammazzarti che divorziare.

Chissà quanto ti senti impotente, vulnerabile, sola, quando urli e nessuno ti sente. Quando il fiato smette persino di arrivarti in gola. Quando lo guardi per l’ultima volta e lo vedi, finalmente, per quello che è. Un uomo mediocre. Una bestia. Un fallito. Un assassino. Il tuo assassino. Che un tempo hai amato. Che hai pensato fosse l’uomo della tua vita. Che hai pensato potesse renderti felice.

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Chissà cosa pensate, quando da lontano ci sentite dibattere sul “femminicidio“. Chissà cosa provate quando ascoltate quelli che dicono che non esiste, che è un’invenzione mediatica al pari della mucca pazza, che i numeri sono ridicoli, che se è per questo ci sono anche le donne che ammazzano gli uomini.

Chissà cosa pensate quando ci sentite dibattere delle questioni di genere, accusarci di sessismo gli uni con gli altri, appellarci a statistiche e numeri per spiegare che questo problema, quello della violenza sulle donne, esiste. Che è reale. Che è culturale. Che c’è tanto lavoro da fare, sui giovani e sui meno giovani, sugli uomini come sulle donne. Che voi, con la vostra vita e la vostra morte, ne siete state la più tragica espressione. Ma che ce ne sono molte altre, che vengono prima. Che ci sono le molestie, gli stupri, le intimidazioni, le discriminazioni, le prevaricazioni, i pregiudizi, lo stalking, gli abusi, le aggressioni, le violenze domestiche, lo slut-shaming, il cyber-bullismo.

Chissà cosa ne pensate, della campagna “A Scuola di Consenso“, promossa dall’associazione F Come, che punta a fare pressione sulle istituzioni politiche affinché almeno una delle varie proposte di legge già depositate sia discussa in tempi brevi, per introdurre l’educazione sentimentale nelle scuole. E negli atenei. E che a essere formati siano anche i trainers, cioè chi educa. Collaborando, tutti, insegnanti, educatori, terapeuti, attivisti anti-violenza, per provare a lavorare sull’unico terreno sul quale si può davvero agire: la cultura. Per provare a interpretare insieme il cambiamento sociale – e antropologico – di cui i generi sono protagonisti, più o meno consapevolmente; per offrire strumenti interpretativi delle relazioni sentimentali e sessuali agli adulti di oggi e di domani.

Che, se ci pensate, passiamo anni della nostra vita sui banchi di scuola, fingiamo di imparare tantissimo di grammatica, matematica e storia (salvo poi essere un popolo di capre che non sanno coniugare il congiuntivo, o distinguere “li” da “gli”), e arriviamo nella vita senza che nessuno ci abbia spiegato abbastanza chiaramente cosa sia il CONSENSO, che l’amore dice “Sì” (sì, sì, così). Cosa sia la parità. Cosa sia il rispetto. Se siamo fortunati e abbiamo genitori in gamba, ce lo insegnano loro. Se siamo fortunati e troviamo un buon network di amici, lo capiamo lo stesso. Ma forse, la civiltà e l’umanità, non possono essere lasciate al caso.

Chissà se anche voi pensate che sarebbe giusto. Che sarebbe urgente. Farlo, iniziare, in Italia come nei paesi anglosassoni.

Che andrebbe fatto per chi c’è e per chi ci sarà. E anche per voi, che non ci siete più.

 

Amare uno Stronzo

Siamo ostinate, noi donne.

Siamo caparbie, volitive, motivate. Quando ci poniamo un obiettivo facciamo di tutto per raggiungerlo e ci mettiamo dentro tutte le nostre capacità, senza risparmiarci, senza arrenderci nemmeno quando siamo stanche, nemmeno quando la testa sanguina e il cuore trema. Non ci arrendiamo nemmeno quando crediamo di non farcela più. Proprio più. E in qualche modo, ce la facciamo ancora.

Per questo siamo lavoratrici, madri, figlie, compagne, amiche, amanti, cuoche, globe-trotter e allieve di un corso di zumba.

Per questo a volte accettiamo cose che una donna non può e non deve accettare. Per esempio: una donna non può e non deve far sì che la sua forza diventi ottusità; non può far sì che la sua volontà la renda cieca, e che la sua abnegazione la renda sorda, e che la fantasia copra i lividi sulla pelle o nell’anima. Una donna non può consentire alla propria insicurezza di governare le proprie scelte. E alla paura di paralizzarla. Una donna non può permettersi di diventare stupida, per amore.

E a volte succede, lo sapete, lo sappiamo, l’istupidimento amoroso è un virus che colpisce le donne indiscriminatamente, non tutte ma molte, a prescindere dalla loro posizione sociale, orientamento politico, età o livello culturale. E alla base, apparentemente, il problema è sempre della stessa matrice: amare uno stronzo.

Per carità, si fa presto a dire “stronzo” e gli stronzi non sono mica stronzi tutti alla stessa maniera.

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C’è lo stronzo verbale, lo stronzo psicologico, lo stronzo violento, lo stronzo inetto, lo stronzo bugiardo, lo stronzo truffatore, lo stronzo infedele, lo stronzo all-inclusive (che queste ce le ha tutte da subito), lo stronzo a tasso variabile (cioè quello la cui stronzaggine evolve nel tempo), lo stronzo verticale (cioè quello che ha tutte le carte in regola su tutto, tranne che su un ambito dove è veramente inquietante). C’è lo stronzo-symbol (che della sua stronzaggine ne fa una bandiera), c’è il cripto-stronzo (che è quello stronzo in maniera subdola, sottile, inizialmente non evidente, tipo i manipolatori) e c’è il psycho-stronzo (che è quello che dovreste mandare semplicemente in un centro di igiene mentale, o denunciare ai Carabinieri). Esistono anche degli esemplari di eco-stronzo, quello a impatto zero, sostenibile, ma sono ancora pochi, praticamente una nicchia del mercato.

D’altro canto, noi dovremmo essere più attente, badare alla classe energetica dello stronzo e imparare a distinguere i campanelli di allarme.

Tipo: dovremmo farci caso se lui è pieno di rabbia, se lui è molto geloso, se lui è troppo indifferente. Dovremmo dar credito a quella costante e mirata erosione del nostro benessere individuale, che sentiamo, perché la sentiamo. Ce ne accorgiamo, mentre succede. Ma la ignoriamo. Pensando di dover avere pazienza. Pensando che è solo un periodo difficile. Pensando che amore voglia dire anche accettare l’altro con i suoi limiti e le sue miserie, i suoi rimpianti e le sue paure. Pensando che prima o poi saremo di nuovo felici insieme. E nel frattempo ci martirizziamo, come se alla fine di questo complicatissimo gioco di equilibri, qualcuno dovesse ringraziarci o darci una medaglia al valore.

Il fatto è che gli stronzi, per varie motivazioni, non sono per definizione interessati al nostro benessere. Spesso non lo sono al benessere di nessuna delle persone che hanno intorno. Spesso si preoccupano solo del proprio culo, che diventa un buco nero, un gigantesco orifizio anale che li inghiotte e li fa implodere. E noi continuiamo ad amarli. Imperterrite. Raccogliendo il biasimo negli occhi di chi ci conosce, di chi il nostro bene lo vuole e da quell’uomo cerca di allontanarci. Finché glielo consentiamo. Finché il suo gigantesco buco nero non inghiotte anche noi. La nostra emotività e, nei casi peggiori, la nostra vita.

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E’ una lezione basilare, ma a volte abbiamo bisogno di ripassarla: se un uomo mina il rispetto per noi stesse, la fiducia in noi stesse e, peggio mi sento, l’amore per noi stesse, quell’uomo non va bene. E se è già qualche mese – o qualche anno – che va abbastanza di merda, continuare a subordinare la nostra felicità, o la nostra sopravvivenza, ai suoi umori non è una roba da donne intelligenti.

E se amassimo di più noi stesse, banalmente, non riusciremmo ad amarlo uno stronzo.

Nemmeno volendo.

Stante che gli uomini non sono tutti stronzi, percaritàdiddio.

E sì, certo, pure noi sappiamo essere stronze, senzadubbioalcuno.

 

*sì, prima o poi torneremo a fare un po’ di cabaret.

Come Fossero Falene

25 novembre:

Giornata Internazionale Contro la Violenza Sulle Donne.

E’ un mondo strano un mondo in cui esistono delle giornate per ricordare quei 3 concetti in croce che dovrebbero regolare l’umana civiltà. Cose come che non è giusto sterminare popoli in nome di un’ideologia razziale/religiosa/politica; oppure che l’amore è amore indipendentemente dall’orientamento sessuale; oppure che le donne non si ammazzano come fossero falene.

Io del femminicidio e della violenza ho già parlato, più volte, quindi non starò qui a raccontare della bestialità dei carnefici, dei numeri, dei trend positivi e negativi della serie: “Piazza Affari si sveglia con segno + stamattina, grazie alle azioni del femminicidio”. Non starò qui a parlare delle storie reali, dei nomi, dei volti, dei sogni spezzati, delle milze staccate, delle ossa rotte, della carenza di centri antiviolenza, dei buchi legislativi. Non voglio parlare del morso che prende lo stomaco ogni volta che si legge che ne hanno ammazzata un’altra, perché aveva l’ascendente sbagliato o perché su Facebook aveva messo like alla pagina di Gabriel Garko. E non voglio nemmeno parlare di quanto spesso, queste, non siano altro che tragedie preannunciate, che si compiono come manco le profezie di Nostradamus, in un tessuto sociale di fattura sempre più misera, sempre più sfibrato nella sua trama.

L’unica cosa che riesco a ripetermi, oggi, una volta ancora, anno dopo anno, è che bisognerebbe agire sulle cause, oltre che sugli effetti. Che bisognerebbe operare a monte, non a valle. Che bisognerebbe insegnare prima, non solo sensibilizzare poi. Che bisognerebbe educare alla bellezza, alla gentilezza, alla misura, all’autocritica, alla consapevolezza di sé, all’analisi.

L’unica cosa che riesco a ripetermi è che gli uomini che compiono queste azioni (che pure considero uomini di merda e mi spiace per il paragone tutto sommato offensivo per la merda, che in fin dei conti è una sostanza organica molto più dignitosa di questi soggetti), ecco l’unica cosa che riesco a ripetermi è che questi uomini sono figli di qualcuno. E che la cosa più importante che possiamo fare come donne è educare i nostri figli, con l’aiuto e la co-responsabilità dei nostri compagni, certo, ma con una sensibilità in più. Nostra. Di genere. Che, forse, nell’anno del signore duemilaquattordici, siamo tenute ad avere.

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Educarli emotivamente con estrema priorità al rispetto per tutti, incluse le donne (anche se alcune sono deboli, anche se alcune non reagiscono, anche se alcune si vendono, anche se alcune concedono, anche se alcune perdonano, anche se alcune si spogliano, anche se alcune giustificano, anche se alcune nascondono, anche se alcune accettano). Instillare e alimentare in loro una cultura sana: della non-violenza, del dialogo, della tolleranza, della dignità umana. Insomma, pilastri imprescindibili, l’entry level della civiltà, l’abc che forse abbiamo perso di vista.

Tipo che le donne non si guidano come fossero automobili.

Che le donne non si buttano come fossero vecchi jeans.

Che le donne non si usano come fossero un utensile.

Che le donne non si pesano come fossero vacche.

Che le donne non si scambiano come fossero scarpe.

Che le donne non si giocano come fossero una mano a Poker.

Che le donne non si nascondono come fossero debiti.

Che le donne non si addestrano come fossero cani.

Che le donne non si reprimono come fossero flatulenze.

Che le donne non si sostituiscono come fossero batterie scariche.

Che le donne non si ostentano come fossero un Rolex.

Che le donne non si comprano come fossero un decoder mediaset premium.

Che le donne non si giudicano come fossero tetteculoebasta.

Che le donne non si spengono come fossero una radio.

Che le donne non si smontano come fossero Lego.

Che le donne non si rinchiudono come fossero ostaggi.

Che le donne non si manipolano come fossero marionette.

Che le donne non si insultano. Che le donne non si mortificano. Che le donne non si ignorano. Che le donne non si assillano. Che le donne non si spaventano. Che le donne non si minacciano. Che le donne non si discriminano. Che le donne non si perseguitano. Non si maltrattano. Non si offendono. Non si picchiano. Non si emarginano.

Che le donne non si massacrano.

Che le donne non si stuprano.

Che le donne non si calciano. Non si spingono. Non si accoltellano. Non si strangolano.

Che le donne non si incendiano.

Che le donne non si sciolgono nell’acido.

Che le donne non si lanciano giù dal decimo piano.

Che le donne non si mutilano.

Che le donne non si fanno a pezzi.

Che le donne non si abbandonano nei fiumi.

Che le donne non si seppelliscono nei campi.

Che le donne non s’ammazzano come fossero falene.

 

*messaggio per la Lega Italiana Protezione Falene:

non ho nulla contro il succitato insetto e non ne ammazzo mai perché a casa ho le zanzariere e non entrano.