Donna Con le Palle

L’altro giorno un tipo mi ha definita una “donna con le palle“. Io, come sempre avviene in questi casi, ho sorriso e non ho risposto nulla, perché non so mai cosa rispondere quando la gente mi attribuisce gonadi che non mi appartengono. Provo anche una sensazione strana, a dire il vero, una specie di miscuglio tra la lusinga (perché, nelle sue intenzioni, mi sta facendo un complimento riconoscendo dei tratti androgini nella mia personalità, che mi elevano dal rango di massaia-ai-fornelli, promuovendomi al ruolo di essere umano quasi integro e capace di interagire pariteticamente con un interlocutore di sesso maschile o con il mondo esterno, in generale) e il fastidio.

Tornata a casa ho continuato a pensarci. Ci ho pensato per tutta la durata del viaggio in metropolitana, a dire il vero. “È cazzuta“. “È cazzutissima“. “C’ha le palle“. “C’ha le contro-palle“. C’ha i coglioni“. “C’ha due coglioni che la metà bastano”. E, mentre imbastivo una di quelle cene deprimenti e ipocaloriche, mi sono chiesta perché per descrivere una donna forte si debba sempre far ricorso ai genitali maschili. Perché, in altri termini, la vagina, le ovaie, l’utero, le tube e tutto l’armamentario che ci consente – biologicamente parlando – di fare la cosa più potente di tutte, cioè perpetrare il genere umano, ebbene perché tutto questo non sia sufficiente a renderci “forti“. Perché dobbiamo mutuare un riferimento anatomico all’universo virile. Perché il cazzo è uguale a forza e perché la figa è altro. Intrattenimento, complemento, fragilità, passività.

Un po’ è la natura, direbbero certi. Direbbero che il cazzo è di per sé prepotente, arrogante, scenografico, pirotecnico. Si vede, è esplicito nelle sue manifestazioni, sia quelle positive che quelle negative. È fisico, materiale, come un’arma che s’impugna, una clava per difendersi, una spada laser, una sciabola, un oggetto visibile e definito. Mentre l’altra, lì, la fica, è una fessura, una caverna, una grotta buia, un pertugio umido, affascinante ma misterioso. Può offrire molte cose: rifugio, conforto, divertimento, dolcezza, tepore, voracità persino. Ma non la forza. Per la forza, mi spiace, citofonare “cazzo“. Per la “potenza”, bisogna interpellare l’uccello, noi al massimo possiamo lubrificare, coadiuvare, offrirci, concederci, proporci, ma se si tratta di forza, sorry, la figa non è contemplata.

A riprova di ciò, una donna “figa” è una donna “bella, piacente, sessualmente appetibile”. Non una donna intelligente, volitiva, indipendente, forte. Cioè per me “figa” significa tutte queste cose qui, ma io faccio un uso non convenzionale di “figa“. Provate a definire “figa” una donna capace ma non bella, tutti vi risponderanno che non è “figa“. La figa dev’essere bella. Il cazzo dev’essere forte. Fine della storia.

Ora, senza tema di caduta nel girone delle “solite paturnie semantiche di impronta veterofemminista“, mi sentirei di dire che il linguaggio è espressione (ma anche ingrediente) importante della propria cultura. Dice ciò che dice, ma dice pure di più. E di conseguenza, forse, continuare ad associare indefessamente i genitali maschili all’idea di forza e quelli femminili a una generica idea di subalterna vulnerabilità, anche quando la società cambia, anche quando il contesto antropologico si capovolge, è un errore. E sia chiaro: non è un errore solo nei miei confronti perché invece di “Donna con le palle”, voglio essere definita “donna con le ovaie” – che, biologicamente parlando, sono equivalenti ai coglioni. È un errore anche, e forse soprattutto, nei confronti degli uomini.

Di chi le palle formalmente ce le ha. Di chi del cazzo è tecnicamente munito, e magari non è neppure “cazzuto“. Di chi deve affrontare la vita nel mito di una potenza virile che non ammette defezioni, né dentro, né fuori dal materasso. Di chi deve essere forte fisicamente (se qualche volta nella vita ha fatto a botte, tanto meglio), di chi deve proteggere, di chi non deve piangere e se possibile neppure chiedere; di chi deve guadagnare bene, saper guidare, saper decidere, saper migliorare, senza manifestare fragilità. Se le manifesta, è una “femminuccia“. Che parli di macchine, e di calcio, e poco importa se delle macchine e del calcio non gliene frega un cazzo, se preferisce cucinare le quiche a casa e fare il bucato alla sera. Che parli di macchine, di calcio e di fregna. Che sia, insomma, degno titolare delle palle che la natura gli ha concesso in dotazione.

E invece, ipotizzo, potrebbe essere interessante pensare che ciascuno di noi disponga di una propria forza e di una propria debolezza. Che questi elementi coesistano e si mischino, e si articolino attraverso le nostre esperienze, e sorreggano la nostra identità. Che i confini tra uomo e donna sono sempre più sfumati e che, in ragione di ciò, potremmo smetterla di ricalcare stereotipi di genere ogni volta che vogliamo esprimere approvazione o disappunto nei confronti di una persona.

Per questa ragione, non voglio essere una donna con le palle: perché non lo sono.

Sono donna e sono femmina.

Sono forte, sono vulnerabile, sono tostissima, sono inadeguata.

Sono divertente a volte e insopportabile altre.

Sono sofisticata e sono potente (anche se la mia potenza non si misura fenomenicamente come quella virile).

Sono una persona, a volte in gamba, a volte sono mediocre.

Sono stata bambina, ragazzina, ragazza e oggi sono finalmente donna, punto e basta.

Se volete farmi un complimento, limitatevi a questo.

E le palle non datemele, che non ne ho bisogno, per sapermi forte.

 

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Dunque, no, non è vero che mi manca.

No, non mi è mancato a San Valentino quando sono stata adottata da 2 coppie di amici prossime alla convivenza.

No, non mi è mancato quando ho ritrovato i suoi biglietti nel quadernetto dove io e ColfVagina ci scriviamo messaggi come “Ciao bela, io cuesto mese è fatto 10 ore”.

No, non mi è mancato da quando mi hanno chiamata per il primo colloquio. Da quando mi hanno fissato il secondo. Da quando, carica di adrenalina e ansia e punti interrogativi, sono andata via dal terzo.

No, non è vero che mi è mancato guardare con lui il sito dell’azienda, valutare tutti i pro, valutare tutti i contro, sentirmi dire e ripetere fino alla nausea che ero gagliarda, che dovevo annà e spaccare, però che dovevo stà tranquilla, fino all’ultimo istante prima di varcare la soglia e fa il colloquio (perché, si sa, io non ho bisogno di un uomo ma di un assistente sociale).

No, non mi è mancato per un cazzo chiamarlo dopo e raccontargli tutto d’un fiato, spiegandogli con quale applombe avevo risposto alle domande stronze di quel ciccione impotente. Non mi è mancato.

Non mi è mancato. Non mi manca mai. Non mi manca mentre cambio e mentre sono perfettamente a mio agio nella mia sincera solitudine. Non mi manca. Non mi manca avere un motivo per preparare il pranzo alle 18.00 di sabato pomeriggio.

Anzi, me manca così poco che, per compensare la sua assenza, ho ammorbato tutte le persone dotate di pene con cui io fossi in qualche misura in contatto e che ritenessi all’altezza del mio “vagina’s improvement plan“. E ho capito che non serve avere un fidanzato, se ti puoi preparare a una trattativa ingaggiando i fidanzati di tutte l’amiche tue. Uomini, insomma, che te dicano parole che a te in mente non verrebbero mai, perché nun te verrebbe mai in mente de pensà a un aumento di retribuzione in termini PERCENTUALI. La vagina fa già una fatica sconsiderata a rapportarsi con la RAL, perché fosse pe lei parlerebbe direttamente di netto in busta paga, se non di paghetta mensile. Perché l’omo apporta una luce razionalizzante, una serenità pacifica e binaria, fatta di sì e di no, di 0 a di 1, in un diagramma di flusso coerente, di cui la vagina prima di un terzo colloquio ha necessariamente bisogno, per contrastare l’insensato andirivieni dei suoi umori e delle sue opinioni. Ecco.

Ho capito che non serve un fidanzato se puoi whatsappare Zia Vagina al limite dello stalking mentre attendi che il colloquio inizi. Ho capito che non serve un fidanzato se hai due genitori con cui parlare per 1 ora appena uscita, mentre ti incammini verso casa, senza riflettere sulla distanza, fumando una sigaretta nel freddo e camminando con uno stivale a cui è saltato il soprattacco (porcoddio).

Ho anche pensato che però sarebbe più semplice se ci fosse una specie di rent-a-man-service, cui rivolgersi per risolvere inutili problemi vaginali. Sarebbe sufficiente compilare un form e dare qualche info di base sulla nostra personalità e sul problema che ci attanaglia. Di lì a 3 giorni ci si reca nel centro e ce se pijia st’omo che s’è studiato in 4 minuti e mezzo il nostro grande dilemma e che per un’oretta ci ascolterà e ci darà consigli, intelligenti però, facendoci sorridere e mettendo tra le righe qualche complimento, elegante ma assai intrigante.

L’aspetto più interessante è che l’uomo sarà drammaticamente affascinante, piacente, self confident, ironico, brillante, rassicurante, con un sorriso strappa-mutande, la camicia tinta unita coi primi 2 bottoni aperti e un collo all’apparenza liscissimo alla base e più ruvido verso le guance, dove s’è rasato al mattino, nel suo grande bagno minimal con doccia con cromoterapia, in boxer neri, impavido contro il freddo, turgido e fiero. Avrà na voce calda, due mani forti e grosse che ce starebbero troppo precise sulle nostre zinne e un orologio col cinturino in pelle che gli calzerà il polso perfettamente, poco prima di quell’osso lì, quello che sporge su certi polsi. E te, vagina, sarai lì, che mentre questo te rassicurerà e te fornirà quel minimo di virilità di cui hai bisogno per riequilibrare il vaginismo del tuo spirito, continuerai a pensà a quanto sono belle quelle spalle e quanto te ce aggrapperesti forte nel bel mezzo di un amplesso, straordinariamente appassionato, straordinariamente materiale, straordinariamente profondo.

E mentre te parlerà di come affrontà la trattativa, te sarai già completamente succube dell’ IF (Innamoramento Futile), ma proprio persa, e alla fine andrai via non solo rasserenata sulla trattativa al colloquio ma pure bella ringalluzzita nell’illusione che il mondo sia pieno di uomini che te potrebbero piacere, alle cui spalle potresti aggrapparti nel bel mezzo d’un amplesso. E perderti.