PopSex – 1. La Riappropriazione della Patata

Era un po’ che da queste parti, complici le grandi rivoluzioni copernicane che hanno interessato la mia umile esistenza (tipo l’uscita del romanzo e l’inizio di una relazione), non si parlava di quei temi scottanti che mi sono valsi in più occasioni l’epiteto di “sex blogger” (che poi magari in certi periodi scopassi pochissimissimo, era un di cui). Dunque è bene recuperare il tempo perduto e ricominciare a discettare sui massimi sistemi genitali, sulla sessualità sana e su quella zoppicante, sui tabù e sui preconcetti che ancora costituiscono la nervatura di una sfera tanto fondamentale e tanto complessa quale l’accoppiamento biblico. Colgo l’occasione, dunque, per inaugurare una nuova rubrica di post osceni (la cui lettura è vivamente sconsigliata a ciellini, neocatecumenali e legionari di Cristo) e realizzata in collaborazione con Pleasure4You, un nuovo sexy shop online straordinariamente sguarnito di tette culi nel lay-out, ma ricco di idee per insaporire la sessualità (individuale, di coppia, di gruppo, trasversale, orizzontale, di capo sotto). Diamo dunque il via alla prima puntata di Pop-Sex in cui affronteremo un argomento alquanto intimo: la riappropriazione della patata. Ma andiamo con ordine.

La settimana scorsa chiacchieravo con un amico che mi raccontava i problemi sessuali con la sua fidanzata (non chiedetemi perché, nella mia vita è sempre stato così: sono sempre stata gratuitamente considerata una fonte attendibile di consigli, senza aver nessun titolo ufficiale per dispensarne). Mi ha raccontato che lei non si masturba e che non se la guarda neppure, la patata, il tubero, la cozza, la passera, la baggiana, insomma come preferite appellarla.  Cioè che non se l’è guardata MAI. “Impossibile”, ho risposto. Non perché io stia lì a contemplarmela manco fosse la extended edition director’s cut di Titanic, ma perché semplicemente nella vita mi è capitato di guardarmela, di esserne naturalmente curiosa.

La cosa, però, mi ha colpita, così mi sono documentata un po’ e ho scoperto che è estremamente comune che le donne non abbiano cognizione neppure dell’aspetto della propria vulva. Che spesso ne siano imbarazzate, se non disgustate. Che preferiscono non saperla, ignorarla, fare come se non fosse loro, dimenticarla persino. Si capisce pure che a quel punto, la nostra povera consorella, a sentirsi trattata in questo modo, è facile che NON si trasformi in quello straordinario e ingegnoso strumento di piacere che può essere; d’altra parte chi di noi, non sentendosi accettato, riuscirebbe a dare il meglio di sé? Partiamo dall’assunto che una donna che non ama la propria patata, una donna che – peggio ancora – si vergogna della propria patata (del suo aspetto, dei suoi odori, dei suoi umori), è raro che sia libera, capace di godere il sesso in modo pieno, sano, consapevole. Ciò, che ai maschietti piaccia oppure no, sconviene anche a loro. Perché una donna che si ama, è una donna che ama meglio. E l’amore per se stessa, per il proprio corpo, passa anche dall’accettazione del proprio aspetto…pure di quello vaginale.

Mi sono chiesta: perché per gli uomini il cazzo è un trofeo e per noi donne la vagina è ragione di imbarazzo? Possiamo provare a rispondere con l’anatomia. Da un lato bisogna ammettere che per i maschi, almeno questo, è più semplice. Hanno tutto lì, a portata di mano, evidente, esplicito, sotto i loro occhi ogni volta che fanno semplicemente pipì. Non devono mica andare in esplorazione, armarsi di specchietto, scostare, divaricare, scorgere, scappucciare cose piccolissime. Poi arriva l’età dell’eccitazione sessuale e, pure in quel caso, per i maschi è tutto alquanto evidente. Non oso immaginare cosa provino, la prima volta che il fringuellino gli si desta, che non risponde alla loro volontà, fa un gesto plateale e inaspettato. Però, voglio dire, una volta svelato l’arcano, per loro è molto chiaro cosa succede quando provano del desiderio (pure cosa fare per inseguirlo, a suon di rasponi segreti chiusi al cesso). Per noi donne, il primo atto inconsulto della nostra patata, sono le mestruazioni. Cioè la prima azione autonoma che la nostra inquilina del piano di sotto intraprende è SANGUINARE a nostra insaputa e insozzarci senza preavviso. Praticamente un tradimento. E di certo non ci è chiaro cosa succede, invece, quando quella s’infatua. La sentiamo un po’ agitata, lo intuiamo, ma boh, è tutto un mistero. Poi qualcuno inizia a spiegarci qualcosa, proviamo a documentarci ma ciò che apprendiamo teoricamente della nostra patata è davvero confuso, ne leggiamo e ci sembra di leggere il funzionamento di un reattore nucleare. Clitoride? Imene? Uretra? Vagina? Punto G? Orgasmo clitorideo? Orgasmo vaginale che però ce l’hanno solo alcune, non è di serie in tutte le donne. Gesù che difficoltà.

D’altro canto, al di là dell’anatomia, esistono pure diversi fattori culturali. In prima istanza, come sempre, il sesso è peccato e – per quanto appaia più sdoganato, mentre disquisiamo di vibratori di design come fossero borse di Chanel – la verità è che scarseggia ancora molto la consapevolezza del sesso, l’educazione al contatto e alle emozioni (che ne sono ingredienti fondamentali) e che esiste ancora – tangibilissimo – lo stigma della sessualità femminile libera (lasciatevelo dire da una che di sesso scrive da anni). In secondo luogo, noi donne siamo educate a non piacerci, fin dalla più tenera età, e se già siamo abituate a non farci piacere parti più esplicite del nostro corpo, figurarsi quella parte lì. Perché i genitali, si sa, a primo acchito non sono mica belli (pensate alla prima volta che avete visto o toccato un pisello e ditemi se non vi ha suscitato la stessa sensazione di avere a che fare con un’anguilla putrefatta), solo che poi nel tempo ci si abitua, come con il sushi, che la prima volta ti fa schifo e poi dopo diventi addicted. E poi, diciamolo, la verità non è come l’immaginazione. Magari la patata è tutta chiusa, magari è slabbrata, magari non è più quella di una 16enne, magari è tutta pelosa che manco ci vedi niente, magari è depilata e irritata, magari è violacea, magari è irregolare, magari è semplicemente una parte di te che non sei abituata a vedere. E devi prenderci confidenza.

Insomma, per una donna, prendere e guardarsi in faccia – in quella faccia! – è un atto quasi rivoluzionario e, come tutte le rivoluzioni, richiede coraggio. Ma va fatto, perché averci confidenza con la propria consorella è importante. Con il suo aspetto e con la sua interiorità. Con la sua forma e con la sua sostanza. Perché quella ha e deve avere un ruolo centrale nella nostra dimensione intima, non possiamo disconoscerla, se non a patto di abdicare a una fetta (grossa e succulenta) della nostra femminilità. E io questo, amiche care, come sapete, non ve lo consiglio affatto. Vi consiglio, al contrario, di guardare il video con cui vi lascio in chiusura – che fa riflettere – e pure di fare un giro da queste parti così iniziate a farvi solleticare perlomeno la fantasia (e poi, possibilmente, il resto).

Sempre vostra,

Vagi

Il peggior bar di Milano

Io non vivo in una bella zona di Milano.

Non vivo nemmeno nella zona peggiore. Vivo in una zona a metà, assai lontana dalla Milano bene, assai lontana dalla Milano d’epoca, dalla mitologica Milano da bere, dalla movida dei Navigli e pure dalla nuova rampante Milano dalle suggestioni internazionali di Porta Nuova.

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Io vivo in una Milano che sembra una specie di paese, ma non uno di quei paesi popolari che nella loro vocazione popolare conservano una bellezza autentica. No. Il mio quartiere è abitato da milanesi meticci di mezza età, individui loschi, puttane brutte, umanità di risulta, residui di una società escludente. E io sono lì, tra loro. Ci sono anche persone normali, c’è una parrocchia, un campetto da calcio e alcuni bei palazzi con sontuosi giardini. Milano è così. Un passo prima sei in una zona residenziale. Un passo dopo sei in Bangladesh.

Sui marciapiedi si trovano spesso merde di cane, schiacciate o essiccate, e due vie più in là fanno il mercato, due volte la settimana, che è più che altro un suq, nel quale compri ortaggi da magrebini che proprio faticano a comprendere che tu di kiwi nei vuoi 3, 3 di numero intendo, non 5, non 6. Perché vivi sola e chi cazzo se li magna tutti quei kiwi poi. Però ti dicono che sei bellissima. E che sei bionda. E solo a casa ti accorgerai che di kiwi te ne hanno comunque dati 4.

Il bar dietro casa, quello dove vado a fare colazione al weekend, è un posto favoloso, frequentato da soggetti ambigui, multietnici, pazzi, soli, dimenticati, ai margini del mondo.

Ieri, domenica, c’era una vecchia, proprio vecchia, sola, con le pantofole, i calzettoni, le gambe nude (e siamo a febbraio), la gonna, i capelli radi e bianchi raccolti in una coda bassa. Parlava da sola, seduta fuori, al sole. Ignorava gli altri e gli altri ignoravano lei. Quando l’ho vista ho pensato “Ecco come sarò, a 70 anni, se resto qui”. Due settimane fa, invece, c’era una cicciona impellicciata, all’apparenza abbastanza lercia, sciatta, trasandata, che tossiva come una vecchia bagascia portuale, e continuava a fumare delle sigarette molto sottili, da bagascia per l’appunto. Quando l’ho vista ho pensato “Ecco come sarò, a 60 anni, se resto qui”. Settimana scorsa, invece, al tavolo accanto al mio, un clochard. E poi c’è quel vecchio solo che mi fissa sempre, ininterrottamente, mentre mangio la mia brioche alla crema, bevo il mio cappuccino e fumo la mia Camel Light anche se sto per smettere di fumare. Oppure delle giovani slave. Oppure degli uomini arabi, a volte con dei bambini maschi al seguito. E poi ci sono altri, che si appalesano di rado ma quando lo fanno è impossibile non notarli, perché sono una specie di incrocio antropologico tra zingari e napoletani, urlano come indemoniati in un idioma di difficile comprensione, mi fanno quasi paura, quando li vedo. E la più giovane della gang ha anche un passeggino, e io compatisco sempre quel bambino, che crescerà così, in questo mondo, in questa società di cui non farà mai parte, se non come malavitoso o parassita, e la colpa non è certo sua, perché nessuno di noi sceglie in che famiglia venire al mondo, no?

Uno dei baristi di quel bar mi corteggia. Mi disegna sempre cuori dentro il cappuccino. A volte gli riesce meglio, a volte peggio. A volte sembrano vulve. Il messaggio comunque è chiaro. Io non lo degno di attenzione, naturalmente, perché anche se sono single da 5 anni, anche se finirò come quella vecchia pazza che parla da sola, o come quella cicciona impellicciata che tossisce, non mi sembra comunque il caso di dar corda al barista del peggior bar di Milano.

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Il mio amico imprenditore che ama definirsi tale, continua a dirmi che devo andare via di qui. Che devo spostarmi, frequentare ambienti migliori, trovare un marito col Mercedes e farmi mantenere mentre mi diletto nelle mie attività da scribacchina. Sicuramente ha ragione, se non fosse che ho questo retropensiero degenerato che posso farcela da me, anche così, anche da sola.

Inoltre c’è qualcosa, a parte la pigrizia o la precarietà economica, che mi induce a restare. C’è una specie di bisogno pasoliniano di ricordare quanto è varia l’umanità. Quanti umili, quanti miserabili, quanti poveri, quanti dimenticati, invisibili, abbandonati, derelitti esseri umani ci sono a questo sporco mondo. C’è l’intenzione di non rinchiudersi nella cortina dorata di un quartiere per bene, e lasciar fuori tutto il resto, tutto il mondo che non ci piace, che puzza, che urla, che galleggia tra gli stenti, che paga il caffè con le monetine di rame perché non ce la fa. C’è il fatto che per ora sono qui, un giorno me ne andrò, ma per ora resto. Saluto la signora della lavanderia, il tabaccaio che mi chiama per nome, il cassiere del supermarket che mi chiede da anni se ho la tessera e da anni gli dico che no, che la tessera non ce l’ho, che i bollini non mi interessano, che non cucino e non mi serve una nuova batteria di pentole. Resto e imparo a stare dove sono. Resto e continuo a parlare con tutti, se ne ho voglia. A tollerare. A osservare.

Colleziono figurine, guardo questo acquario umano nel quale nuotano pesci d’ogni specie e d’ogni forma, chiedendomi se sono diventata anche io una razza esotica, che qualcuno guarda e pensa “Ecco come finirò (o come ero) a 30 anni”.

Riempio un bagaglio che non dimenticherò, che mi servirà a ricordare da dove vengo e dove ho vissuto, quando prima o poi abiterò in un superattico con terrazzo.

Quando non noterò più le persone che per strada chiedono l’elemosina.

Quando sarò diventata una cosa altra. Non migliore. Non peggiore. Semplicemente altra.

I Non-Leccatori

Da tempo volevo dedicarmi a questo argomento di capitale importanza che interessa molte di noi e sul quale c’è uno sconcertante silenzio mediatico: i Non-Leccatori.

Tutto è iniziato a un aperitivo con una mia amica che mi ha raccontato del suo recente affair con un performante financial consultant sarcazzo, con cui era già stata a letto 2 volte e che non gliel’aveva ancora leccata. Che, di solito, è un preoccupante campanello d’allarme che ci segnala che potremmo essere in presenza di un Non-Leccatore. Alché le ho detto di dargli una terza chance, perché se non lo fa la prima volta ok, vabò, ci può stare; se non lo fa la seconda volta è un indizio, se non lo fa la terza volta è una prova. E il passo dalla prova alla condanna, in genere, è breve.

Partiamo da principio: dicesi Non-Leccatore un esemplare di maschio eterosessuale in attività che non ama dilettarsi nell’ars amatoria orale, che preferisce mangiare la catalogna lessa piuttosto che praticare un cunnilingus degno di tal nome e che, in fondo, pensa che la beneamata virtù femminile altro non sia che un enorme mitile appena pescato dai pali delle cozze del Mar Piccolo di Taranto.

Naturalmente esistono diverse categorie di Non-Leccatori.
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L’Intollerante –> Praticamente il celiaco del sesso orale, quello che non la lecca perché se ci prova gli vengono i conati di vomito, le coliche gastriche, il cagotto, la dissenteria e va bene lo splatter, ma a tutto c’è un limite. Che poi una non può nemmeno dire niente, in quei casi, che mica è colpa sua se non gli piace, perché allora scusa il sesso è fatto anche di odori, sapori, chimica, pensa se tu dovessi fare a un uomo una fellatio e non ti piacesse il suo odore. Bene, gli direi “fatti un bidet che ti faccio un pompino”. Fine. Non è che deciderei che io non faccio mai più sesso orale al genere maschile (è anche vero che se qualcuno dicesse a una donna “fatti un bidet che te la lecco” quella potrebbe facilmente avere reazioni inconsulte, dal pianto isterico al due di picche). Magari non gli piace il tuo odore, ok, possibile, legittimo, ma allora cercherò qualcuno a cui il mio odore piaccia, perché graziaddio nel mondo ce ne sono.

Il Pelofobico –> Sarebbe quello che non la lecca perché maisia la sensazione del pelo in gola, è una tortura che nemmeno i cartelli messicani della droga sono così feroci coi loro nemici. Al pelofobico la patata va presentata pelata, liscia-liscia come il culo del bambino della pubblicità della Pampers. Viceversa lasciate perdere. Prestate attenzione anche alla ricrescita, cioè avvisatelo che i peli devono ricrescere un po’ per essere strappati di nuovo, prima che si prenda male e vi dica che il vostro pube sembra la faccia di Raz Degan.

Il Sentimentale –> Sarebbe quello che la lecca solo quando pensa che tu sia la donna della sua vita, che potresti cucinargli la cena e sfornargli un paio di figli, possibilmente maschi. Insomma, quello il cunnilingus non lo pratica le prime volte, deve diventare una cosa più importante, deve esserci un po’ di sentimento, che a me sembra come quando noi diamo il culo, ma solo per amore. Altrimenti gnente, nisba, sciopero della lingua. Quindi state tranquille, non è che a lui non piaccia leccare la sacra vulva, è proprio che di voi non gliene frega ‘ncazzo.

Il Sindacalista –> Sarebbe quello che lo fa il minimo sindacale, random, una volta ogni tanto.  Lo fa per un po’, quasi sempre non lo fa bene e spesso s’aspetta che tu gli renda onore e gloria per il prode gesto e l’eroico coraggio che ha dimostrato avventurandosi negli anfratti della tua femminilità. Cioè devi farlo venire in stile Brazzers.

Il Formichiere –> Colui il quale non ama particolarmente praticare il cunnilingus ma sente che ormai è culturalmente richiesto perché nei porno succede così e le donne se l’aspettano, quindi, per almeno 3 minuti se ne sta appollaiato a fendere la tua area clitoridea (sì, insomma, grossomodo lì), con la piccola punta, ritta-ritta, della sua linguetta.

L’Insospettabile –> Il peggiore della specie. Quello che non te l’aspetti, che limona da dio, che ti bacia le orecchie e il collo e le spalle e tu dici veeergine-santa-ti-prego-fa-che-continui-così. E poi, invece, l’arbitro fischia e quello si va a sedere in panchina. Entra in campo solo per tirare in porta e tu senti che ci sono gli estremi per una denuncia per truffa aggravata.

I Non-Leccatori, una non ci pensa mai, ma esistono. Sono intorno a noi, sono in incognito, non hanno una linea viola che ne contraddistingue la sagoma come nella pubblicità sull’aids degli anni ottanta. Loro si mischiano, si confondono e tirano la fregatura a posteriori. E tutti loro hanno un comune denominatore: il cunnilingus non lo praticano, ma danno per scontato che la fellatio sarà di serie. E nessuno si preoccupa di essersi lavato magari 12 ore prima, di essere stato in giro tutto il giorno, di aver pisciato 8 volte, di avere un nido di quaglia ramificato tra pube e gonadi, e che potrebbe non essere esattamente un viaggio olfattivo a base di Chanel n°5, il nostro. Perché? Perché son maschi.

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Ma qual è il punto di tutto questo? Il punto è che per via dei non-Leccatori ci sono donne che non riescono a cogliere il piacere del sesso orale, la sua gioia rivoluzionaria, la sua liberatoria gratificazione. Abbiamo paura di non essere abbastanza in ordine. Abbiamo paura di non profumare di eucalipto tra le cosce. Abbiamo paura del nostro sapore. Abbiamo paura di perdere il controllo del nostro corpo. E sintetizziamo tutto questo in: no, ma a me non piace tanto. E di questo ho testimonianze dirette e indirette (tipo il mio amico Drugo mi ha scritto di notte e mi ha chiesto: “Cosa può indurre una donna nel 2015 a non farsela leccare?”, dopo che una si era sottratta al cunnilingus). Dici che non ti piace tanto. Ma sei sicura? Non è che i partner che hai avuto non hanno mai saputo fartelo per bene, un cunnilingus? Farti capire che erano persi di te, mentre lo facevano? Farti sentire la più femmina tra le femmine, almeno per 10 minuti? Pensaci, perché esistono anche questi uomini qui e non sono nemmeno così rari, e la sensazione è bella vera, e sarebbe un peccato non togliersi il dubbio fino in fondo.

Personalmente diffido un po’ dei Non-Leccatori e non perché il cunnilingus sia una conditio sine qua non di ogni rapporto sessuale, semplicemente perché penso che viviamo il sesso in due modi incompatibili, che magari potremo anche divertirci un po’ insieme, ma presto mi stancherò e quel pezzo a cui ho rinunciato mi mancherà.

E non mi mancherà l’atto in sé, perché sono un’amazzone femminista e l’orgasmo lo pretendo, che mentre lo scrivo mi viene in mente Irene Grandi e mi disturbo dentro, no, perché nell’eros non può esserci pretesa e se c’è la pretesa automaticamente non c’è l’eros, non è questo. Non è perché l’orgasmo sia un conio che devi pagarmi quando giacciamo accanto (anche perché non è per nulla detto che verrò mentre me la lecchi).

Ciò che penso che mi mancherà è quella forma massima di accettazione completa del mio corpo, che voglio trovare, per lasciarmi andare, per spogliarmi ed essere finalmente nuda, per abbandonare i codici. Per perderlo, il controllo. Perché il sesso serve anche a quello.

Ecco, è questo che mi mancherà. La sensazione di intrecciarsi nel più intimo dei modi, e di piacersi completamente, come si è: con gli odori, con gli umori, con la ricrescita dei peli, con le imperfezioni cutanee. Con tutta la verità che c’è.