Fenomenologia dei Gruppi WhatsApp

Recentemente, a seguito di un feroce psicodramma consumatosi in uno dei miei storici Gruppi, ho avuto occasione di riflettere sulla fenomenologia delle relazioni via whatsapp. Pensare, infatti, che il pregevole strumento di messaggistica istantanea gratuita abbia modificato esclusivamente le relazioni tra uomo e donna o – più in generale – quelle di matrice sentimentale, è un errore. Anche i rapporti di amicizia, specialmente nel contesto dei “gruppi”, si sono trasformati. Distinguiamo, di seguito, tra le diverse Tipologie di Gruppi WhatsApp (GW, d’ora in avanti), poi tra le dinamiche di Inclusione ed Esclusione, infine tra i Profili Umani che popolano i gruppi suddetti.

TIPOLOGIE:

Gruppi Funzionali (GF, d’ora in avanti)–> Nascono per uno scopo ben preciso e hanno vita mediamente breve. Si tratta dei gruppi creati per organizzare serate/cene/weekend/viaggi/addii al nubilato/baby shower o per invitare a compleanni (il ché implica la proliferazione immediata di sotto-gruppi nei quali ci siano tutti, meno il festeggiato, per decidere cosa regalargli e decretare chi vincerà la sòla di andare a comprare il regalo).

Gruppi Strutturali (GS, d’ora in avanti) –> Sono, invece, i gruppi che sanciscono e rispettano la struttura sociale delle relazioni. Essi riproducono fedelmente nei server di Mark Zuckerberg le ramificazioni precise dei nostri network, un vero e proprio organigramma di affetti (famiglia, colleghi, ex colleghi, amici storici, amici contemporanei, amici espatriati, compagni di pallavolo/basket/calcetto/teatro/zumba e, nei casi più critici, gruppo con le mamme dell’asilo), scrupolosamente organizzati in un alveare illimitato di umanità. Sottoinsiemi di relazioni, ordinate su criteri quasi scientifici di natura geograficaanagrafica, culturale, professionale, sociale.

Gruppi Copia (GC) –> Si tratta di gruppi tutti uguali che differiscono esclusivamente per la presenza o l’assenza di specifici individui. Ognuno di noi è, in altri termini, parte di un gruppo da cui qualcuno è escluso ed è, al tempo stesso, escluso da un gruppo nel quale altri sono inclusi. La creazione dei GC talvolta sancisce la fine dell’idillio amicale (quando improvvisamente il gruppo con le tue colleghe diventa silente, vuol dire che ne hanno creato un altro nel quale tu non ci sei e possono finalmente sparlare di te); altre volte, invece, è un’operazione includente nei confronti di soggetti ibridi come, non so, i nuovi fidanzati e le nuove fidanzate: dobbiamo integrarli, ma mica possiamo ammetterli nella cerchia dorata del GS storico. E passiamo così al punto seguente.

INCLUSIONE/ESCLUSIONE:

Accesso –> Nel caso si tratti di GF (Gruppo Funzionale), l’accesso dei partecipanti è appannaggio dell’admin, colui che ricorda (o dimentica) di coinvolgere il soggetto X nella pianificazione di precisa attività (stabilendo implicitamente chi è o non è invitato alla cena/festa/cinema/whatever). Nel caso dei GS (Gruppo Strutturale), invece,  l’inclusione o l’esclusione diventano un tema più politico e, in certi casi, addirittura oggetto di interpellanza parlamentare.  Bisogna capire, infatti, che i gruppi whatsapp sono più blindati dei gruppi reali di amici. Più facile essere invitati al compleanno di Beatrice Borromeo che accedere al GS degli ex compagni del liceo. Nei GS si crea, infatti, una vera e propria intimità familiare che sarebbe violata, un equilibrio sociale che sarebbe alterato dall’arrivo – per quanto virtuale – di altri partecipanti.

Abbandono –> L’atto di abbandonare un GW assume un significato diverso a seconda della natura dello stesso. L’Abbandono del GF è nell’ordine delle cose (passato il santo, passata la festa) e si manifesta in duplice forma: tempestivo (entro 1 ora dalla fine della festa/cena/viaggio e lo praticano soprattutto quelli che fanno il cambio di stagione il 2 febbraio perché è arrivata la primavera e che, se potessero, pagherebbero le bollette in anticipo), e a-babbo-morto, dopo anni, quando qualcuno nelle pulizie stagionali del telefono decide di abbandonare un gruppo del 2014. Nel caso dei GS, al contrario, l’Abbandono assume connotati del tutto differenti e, quasi sempre, rappresenta un atto di protesta, di indignazione e di contestazione a seguito di qualsivoglia polemica o sclero. Una plateale manifestazione di disappunto, il cui equivalente reale sarebbe abbandonare sdegnati la stanza, sbattendo la porta; oppure riagganciare la cornetta in faccia all’interlocutore (e siamo onesti, quanto era liberatorio il gesto fisico, lo sfogo meccanico sulla plastica del telefono?). Generalmente, nel caso dei GS, l’admin del gruppo – leader carismatico digitale – si prende la briga di ri-aggiungere al gruppo coloro che l’hanno abbandonato e finché questa dinamica si perpetra, finché qualcuno rincorre chi se ne va, il gruppo continua a sussistere.

PROFILI: 

Naturalmente, poi, ognuno di noi assume un ruolo diverso nei GW. C’è Il Silente, che non dice una parola da 18 mesi, non è dato sapere se sia ancora vivo o se abbia semplicemente silenziato il gruppo, ma ci piace pensare che legga di noi e sorrida bonariamente, ovunque sia. C’è L’Intermittente, che segue le conversazioni a tratti, si inserisce senza leggere i messaggi precedenti, ripete domande già fatte e considera le sue facoltà mentali troppo preziose per essere sprecate nella lettura della conversazione in corso (è preferibile, in questi casi, dichiarare che non si ha voglia di leggere le precedenti 243 notifiche e chiedere un riassunto della faccenda). Poi c’è L’Addetto ai Meme, che predilige i visual alla comunicazione verbale, ormai sorpassata; il suo eloquio è scandito da fotografie di Andrea Bocelli con il panettone a Pasqua o con il telefono Brondi al posto dell’iPhone; di tutti i membri è quello più simile a un millennial (e quando dico “millennial” intendo millennial vero, non uno che a scuola ha programmato in Turbo Pascal nel Piano Nazionale Informatica). È facile ma non è scontato che l’Addetto ai Meme manifesti anche una deriva da Emoticomane (colui, cioè, che si esprime all’85% sfruttando tutto l’inventario di simboli a disposizione, inclusi quelli più remoti, come il “lucchetto con sopra la penna stilografica”, e che risponde a encicliche di 15mila battute con un’emoji). Riconosciamo, poi, il Titolista che manifesta il proprio umorismo cambiando periodicamente il nome o la foto profilo del gruppo (generalmente, nella gerarchia dei membri, è uno il suo peso ce l’ha); il Vocalist che manda note audio (a questo proposito è bene menzionare che esiste un limite umano di sopportazione alla lunghezza delle note vocali e se me ne mandi una di QUATTRO MINUTI la mia voglia di ascoltarla è simile alla voglia di guardare Ben Hur il 15 agosto in una casa senza aria condizionata a Milano). Esistono poi Il Mitraglia e Il Farinetti. Il primo è l’Usain Bolt di WhatsApp: capace di mandare 5 messaggi al secondo, uno di seguito all’altro, spesso contenenti solo una sillaba o una virgola (questa è una deriva tipica di chi era solito frequentare le chat; al contrario, gli altri, scrivono messaggi di almeno 3-4 righe, usando whatsapp come fossero sms; esulano da questa analisi i messaggi diplomatici o le dichiarazioni politiche che, al contrario, vengono preparati nelle note, inviati a terzi per approvazione, e possono essere lunghi 40 righe  – un tempo, se erano troppo lunghi, venivano addirittura “divisi in più messaggi”); il secondo ha creato il presidio SlowChat, ci mette 10 minuti a scrivere un messaggio di 2 righe; risponde dopo 20 ore; per concludere un discorso può volerci una settimana. Chiudono la nostra etologia Il Mattiniero, che invia i link della rassegna stampa alle 06.13 mentre è seduto sulla tazza del cesso; Il Nottambulo, che scrive alle 03.15 e di solito sveglia quello che non ha ancora imparato a inserire la modalità notte (altamente sconsigliato inviare messaggi notturni a chiunque abbia superato i 50 anni, se non ha spento il telefono, lo sveglierete); Il Bullo, o come si dice nel gergo contemporaneo, il “troll“, che passa il tempo a ingaggiare polemiche ora con un membro, ora con un altro, dando vita ad avvincenti scambi dialettici che possono restare nei confini del sarcasmo o sfociare, nei casi più cruenti, in vere carneficine digitali, processi in pubblica WhatsPiazza, sanguinarie esposizioni di prove documentarie (screenshot) e giurie popolari presiedute da Giancarlo Magalli; e Lo Spammer, che dà il meglio di sé nei Gruppi Copia, poiché ogni volta che trova una fotografia/video/link davvero IMPERDIBILE, lo invia su TUTTI i gruppi in cui è presente (attua la medesima strategia con le foto delle sue vacanze, la condivisione della sua posizione quando è in vacanza e le fotografie dei nipoti).

Cosa cambia nell’amicizia, però?, vi chiederete, voi sparuti 3 lettori che avete resistito fino a questo punto del post.

Cambia che i Gruppi WhatsApp creano in noi l’illusione di essere un gruppo senza esserlo. Creano la sensazione di un contatto che in realtà non c’è, quasi mai, se non in maniera approssimativa, superficiale, a scopo ludico, di puro intrattenimento. Cambia che questi Gruppi costituiscono un simulacro nel quale non c’è spazio per l’approfondimento, per l’empatia, per la comprensione e pure per l’interpretazione (che nelle amicizie e in qualunque rapporto di lungo corso devono essere ingredienti essenziali e reciproci, poiché la vita non è un file da inoltrare). Questi gruppi ci offrono una visione sempre parziale, mai concreta, della vita e delle emozioni di quelle persone che consideriamo a vario titolo “amiche“. Sono una suggestione di contatto, che a volte rincuora ma comunque non basta, non basta per essere amici. Nella stessa identica misura in cui chattare con un tipo non è come uscirci, parlarci, condividerci esperienze. Quando si cresce, quando si vive lontani, quando si cambia, quando ognuno ha ambizioni e aspettative completamente diverse, quando i ricordi del passato non bastano più, allora forse bisogna vedere i gruppi whatsapp per quelli che sono: un insieme di numeri di telefono, non di persone. E per continuare a essere “persone”, bisogna viversi, creare occasioni, parlarsi, mandarsi anche a cacare se necessario. Sostanzialmente esistere, fuori da WhatsApp.

Io comunque, ho sempre preferito le chat in pvt.

Come Gestire una Non-Relazione

Un paio di giorni fa sono inciampata in un articolo dell’Huffington Post sulle non-relazioni. Poche ore dopo mi ha chiamata una mia amica, per aggiornarmi sugli sviluppi della sua più recente non-relazione che dura ormai da un trimestre (il ché, per gli standard milanesi, ha quasi dell’eccezionale). Così ho pensato che fosse giunto il tempo di parlare di questo fenomeno relazionale: le non-relazioni [precisiamo subito che quando si parla di non-relazione non ci si riferisce alla cosiddetta “trombamicizia“, che rappresenta piuttosto uno status temporaneo, un momento di magico e transitorio equilibrio, in cui ambo gli astanti sono disposti a godersela senza particolari complicazioni di sorta. Il tutto prima che uno dei due perda la brocca per l’altro].
A voler essere pignoli, infatti, bisogna puntualizzare che il mondo non si divide soltanto in single e accoppiati. Esiste, a ben vedere, un folto sottobosco di non-single e non-accoppiati, nel quale si rifugiano non solo gli amanti di contrabbando che vivono relazioni clandestine, ma anche tutte quelle persone che sono all’inizio di una relazione potenziale o presunta, che però non viene definita ufficialmente tale.  Rapporti che non ricevono etichetta alcuna, perché noi siamo la generazione di “ehi le etichette si mettono ai barattoli, non alle persone (o ai sentimenti)“.
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Succede così che la questione della nomenclatura del rapporto, ridotta a poco più che una roba da burocrati del sentimento, non venga minimamente affrontata. Eppure, l’emotività spesso sfugge a queste posture squisitamente intellettuali e può crearci qualche difficoltà nella gestione della non-relazione che, teoricamente, ci aspettiamo di vivere con la più totale disinvoltura perché sai-noi-siamo-gente-di-mondo, ma talvolta ci causa qualche forma di disagio.
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Proviamo quindi a stilare alcuni consigli utili per gestire queste non-relazioni e per dar loro la chance di evolversi in qualcosa di più oppure di perire miserevolmente.
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1. Parola d’ordine: pazienza. Calma. Slow down. Lo so. C’abbiamo fretta. Tic tac, tic tac. Lo so, vorresti un casino andare a quel prossimo matrimonio e avere il tuo +1. Lo so, vorresti dire a tua madre che hai la ragazza, ok. Ma dovete avere pazienza. Siamo adulti e abbiamo i nostri complessi bagagli da portare al seguito. Dopo un paio di mesi non sai ancora cosa ci sia nel bagaglio del tuo non-partner. Puoi intuirlo o capirne un pezzo ma è un pezzo piccolo. Quindi al tuo non-partner devi darci tempo. Le cose buone ne richiedono. E la gatta frettolosa fa i figli ciechi (per il mio abuso di proverbi, fate le vostre rimostranze a mia madre)
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2. È vero, siamo adulti e non abbiamo più bisogno di millemila anni per capire se quella persona ci piace (ciò apparentemente giustificherebbe quei fenomeni paranormali di ultratrentenni che si incontrano, dopo 3 mesi convivono, dopo 10 mesi si sposano). Però, essendo adulti, sostanzialmente più completi rispetto a quanto lo fossimo 10 anni fa, prima di impegnarci consapevolmente in una relazione propriamente detta, ci pensiamo di più. Non vuol dire che quella persona non ci piaccia. Vuol dire che dobbiamo capire se siamo in grado di farle spazio nella nostra già edificata vita. Dobbiamo capire se essere due invece di uno è compatibile con noi stessi. Con il modo in cui siamo. Con tutte le sovrastrutture che abbiamo costruito per stare al mondo da soli. Con tutti gli impegni che abbiamo preso. Con quella vita che abbiamo impostato e vissuto per anni, single come eravamo, perché scusa-sai-ma-non-potevo-mettermi-in-stand-by-finché-non-arrivavi-tu.
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3. Se non facciamo spazio nella nostra vita, vuol dire che quella persona non ci piace abbastanza? Probabile. Ma non è detto. Prima di decretarlo, prendiamo e concediamo il tempo necessario, di cui al punto uno.
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4. Il tempo non lo decidiamo soltanto noi. Lo decide pure l’altro. E no, non deve essere un tempo indeterminato, naturalmente, perché sì, hai ragione, il tempo passa.  Ma deve essere un TEMPO, in un’epoca in cui siamo abituati al non-tempo. L’abbiamo parcellizzato, ottimizzato, atomizzato, creando micro-rapporti, contatti simultanei, costanti e superficiali. Se uno non ci scrive per 5 ore sbrocchiamo. Se non si fa sentire per 1 giorno è uno stronzo. Ma 5 ore e 1 giorno sono una nullità, in termini di tempo, e da questa nullità noi facciamo dipendere la vita e la morte di questi rapporti (del tipo “ha visualizzato 3 ore fa e non mi ha risposto: TAGLIATEGLI LA TESTAAAA). Questa è un’aberrazione di cui siamo vittime, il non-tempo non può che generare non-relazioni. Perché se il non-partner che ha osato non scriverci per un paio di giorni, fa una cosa amarcord come farci una telefonata dopo 3 giorni (che sarebbe una cosa di per sé carina, che sarebbe stata la normalità 10 anni fa) quello ci trova come minimo letalmente offese perché non ha passato le precedenti 48 ore a mandarci messaggini. Eddai. Essù. Di cosa stiamo parlando?
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5. Nel frattempo, mentre stiamo a vedere la vita come va, se questa non-relazione s’accede e c’incendia o se fa la fine di un cerino del campo santo, se proprio fate fatica ad avere pazienza: distraetevi. Non vi fissate. Non siate pesanti. Non chiedete risposte. Non pushate. Non pretendete conferme. Semplicemente vivete, cazzo. Conoscetevi. Conoscete tutto, anche le sue micro abitudini, i suoi toni, il suo modo di fare, i suoi ritmi. Scopritelo e comprendetelo, poi valutate se vi garba oppure no. Ma di base se non siete disposti a comprendere un altro essere umano all’infuori di voi stessi, è inutile anche che pensiate di avere una relazione.
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6. Dedicatevi a voi. Proseguite con la vostra vita. Con i vostri progetti, i vostri sport, i vostri impegni, i vostri viaggi, i vostri rapporti. Uscite con gli amici, siate attivi e positivi e non appendete il vostro umore all’atteggiamento di una persona che solo lo scorso inverno non sapevate nemmeno esistesse sul globo terraqueo.
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7. Proseguite anche con i vostri flirt, che non vuol dire datela via come se faceste volantinaggio, o diffondete il vostro seme nell’ambiente come fosse uno spray. Più semplicemente, vuol dire: non dimenticate che nel mondo esistono altri esseri umani, che il non-partner non è il solo e neppure l’ultimo. Di fatto, finché non decidete insieme di investire coscientemente il vostro capitale emotivo reale in questo rapporto, finché non siete concordi sul fatto che sia un investimento sensato, allora è corretto distribuirete i rischi (lo so, sembra cinico, ma sì, in effetti lo è)
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8. Naturalmente però, anche se differenziate, se il non-partner vi piace, spererete comunque che la cosa vada in porto. Affinché al porto abbia la possibilità anche solo di attraccare, e non naufraghi al largo, dovete sapercela condurre, la nave. In altri termini, dovete essere piacevoli. Dovete essere appetibili. Dovete essere desiderabili. Il ché ci conduce al nono punto, che è il più critico.
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9. Per essere desiderabili, dovete trovarvi desiderabili. Dovete crederci, che lo siete. Dovete fare pace con la merda che avete, perché di sicuro ne avete e ne avete più di quanta ne aveste a 22 anni, per il banale fatto che siete più vecchi. E spesso la merda ce la portiamo dai 5 anni di età, e poi se ne aggiunge altra e altra ancora, ed è inevitabile che sia così. È la monnezza della nostra vita, alcuni la gestiscono meglio e altri peggio, certi la riciclano per bene e certi altri sono Napoli (state calmi, amici napoletani, non è razzismo, è solo che vi ricordate quando non si parlava d’altro che della monnezza a Napoli? Ecco. Prendetevela con i media. Certo, Napoli non è solo quella e neppure quella di Gomorra, del resto io vengo da Taranto dove c’è la diossina, vivvubbbì). Dicevo, tutti abbiamo la nostra monnezza e dobbiamo gestirla e smaltirla e non possiamo pensare che un partner, chiunque esso sia, venga a fare il Bertolaso nell’anima nostra. Quindi no. Che tu sei dolcemente complicata a quello non interessa. Che tu hai paura dell’abbandono a quello non gliene frega. Se sei insicura del tuo corpo, se sei frustrata dal lavoro, se sei arrabbiata come una faina, quello non ti prende. Ma giustamente, perché dovrebbe prendersi un pacco? Tu sei un pacco? No che non lo sei. E allora non venderti come se lo fossi. Non fargli vedere in primis la tua monnezza. Che non vuol dire truffarlo, ma vuol dire NON far sì che lui ti veda attraverso la lente che usi tu. Lascia che scelga lui la lente attraverso la quale guardarti. E prova a mostrare le cose migliori di te. Non dico ostentarle, ma dagli la possibilità di vederle. È come quando fai una foto e ti metti dal profilo migliore. Non è che ti fai la foto per venire intenzionalmente un cesso, né diventerai Sharon Stone (quella di Basic Instinct). Però provi a farti carina. Provate a farvi carini per l’altro. A esserlo. A dare, oltre che a pesare quanto ricevete. Vigili sul fatto che sia vicendevole, certo, ma senza sfociare nella patologia.
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10. Scegliete i vostri confidenti e non seguite consigli a caso. Per carità, sfogatevi pure, ma fate ciò che il vostro buonsenso vi suggerisce. Il buonsenso ce l’avete eh. Guidate, lavorate, votate, ogni giorno prendete delle decisioni. Quindi ne siete equipaggiati. Semplicemente: usatelo. E non fatevi condizionare da ciò che dicono terzi. Né quando eccedono in entusiasmo, che già vi vedono con il brillocco al dito, né quando (spesso per protezione nei vostri confronti) vi scoraggiano. Perché la verità brutale è che state parlando con chi? Con un’amica che nella sua vita è stata single 1 ora in tutto? Una che gli uomini li gestisce da dio, per carità, ma nel suo modo, col suo aspetto, con il suo carattere, non col vostro. E voi siete persone diverse. Con chi ne parlate, con la vostra amica sposata che non sa nemmeno quale sia l’icona di Tinder? Con il vostro amico gay che ha una vita sessuale che è un mattatoio? Con quell’altro che non ha mai avuto una relazione che sia durata più di 2 mesi? O con quella che vi impartisce lezioni di vita mentre è la fidanzata cornuta o l’amante di qualche altro? Per carità, sono tutte persone che possono dirvi cose intelligenti, illuminanti, profonde o utili. Ma un conto è ascoltare, un conto è seguire. Io, per esempio, parlo sempre con mia madre, non seguo mai i suoi consigli (purtroppo), ma ascolto sempre le sue intuizioni (e poi penso che aveva ragione lei e, ogni volta, glielo dico; o me lo dice lei, che me l’aveva detto dal primo momento).
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Concludo con un rimedio della nonna, per i momenti di crisi:
Quando io mi trovo in queste situazioni, sul terreno di una non-relazione, quando ho voglia di dire e spiegare, quando ho voglia di fare a un uomo uno di quei discorsi pesantissimi vaginali che nessun pene sopporterà mai, scrivo. Scrivo lunghe missive, convinta che le spedirò l’indomani. Il giorno dopo le rileggo e mi accorgo che NO WAY, che sono over-emotiva  e che ovviamente non le spedirò. Ma scriverle mi è servito, non solo come sfogo, ma come misura, chiara e inequivocabile,  della mia assurda pesantezza.
Alla fine salvo un 20% di quello che ho scritto (il nucleo valido, l’istanza vera, ripulita dalle assurdità vaginali) e ne parlo – se mai – a voce con l’interlocutore (oppure produco una versione editata della prima stesura, molto più sintetica ed efficace).
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Lo so, lo so, è proprio un rimedio della nonna.

Ma, a volte, i rimedi della nonna funzionano ancora.

Se è figo, se non è figo

Ho deciso di fare coming out. Ho deciso di dire la verità su come noi donne reagiamo ai flirt.

Perché, dopotutto, siamo convinte di essere molto più sofisticate e complesse degli uomini (e per certi aspetti senz’altro lo siamo), ma inciampiamo anche noi in una riduzione fastidiosa seppur verosimile, subendola ma anche applicandola, e cioè: non gli piaci abbastanza/non ti piace abbastanza.

Per capire meglio a cosa facciamo riferimento, entriamo nel dettaglio di alcune situazioni che tipicamente si verificano nei primi approcci con l’altro sesso e scopriamo quanto, sottoposte alle stesse sollecitazioni, reagiamo in maniera diversa a seconda di quanto sia figo l’uomo in questione. I due scenari che prospettiamo, cum figus e sine figus, non si riferiscono al mero aspetto estetico, ovviamente, ma a quell’insieme di elementi – alcuni evidenti, altri imperscrutabili e nascosti nelle profondità del nostro inconscio – che rendono un soggetto particolarmente appetibile per noi.

Se è figo

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  • Controlliamo il telefono ogni 3 minuti
  • Se vediamo una sua notifica, sorridiamo compiaciute e ci fiondiamo a leggerla
  • Per rispondere aspettiamo circa 10 secondi, il tempo di pensare alla cosa più sagace da dire (che spesso non è poi così sagace, a esser franche)
  • Riponiamo il telefono e lo controlliamo ogni 30 secondi per vedere se ri-risponde
  • A un certo punto, per non fare le groupie, ci imponiamo di non visualizzare e di non accedere a whatsapp per almeno 15 minuti. Generalmente al settimo minuto non resistiamo più e leggiamo.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il nostro, ed è un messaggio inutile tipo un’emoticon
  • Se invece ha troncato lui la conversazione, ci offendiamo un po’, in segreto, e giuriamo a noi stesse che non ci faremo sentire più finché non si farà vivo lui (lasso di tempo accuratamente monitorato e misurato in minuti, poi in ore, poi in giorni)
  • Lui non si fa vivo, quindi pensiamo che in effetti è così figo che possiamo fare un’eccezione, che vale lo sforzo e che possiamo scrivergli noi. Per riuscirci consumiamo circa 350 kcal e mandiamo al macero tutta la nostra educazione sentimentale borbonica che vuole che l’iniziativa sia maschia (ma, del resto, viviamo nel 2016 e, tra criptochecche e amazzoni metropolitane, è difficile discernere il giusto dallo sbagliato, senza contare che “non esistono leggi in amore“)
  • Visualizza, non risponde. Noi controlliamo le spunte. Controlliamo che sia online. Andiamo a controllare se per caso è attivo su Facebook. Se per caso ha pubblicato qualcosa sulla bacheca. Se per caso non è rimasto vittima di un attentato terroristico e per questo non ci degna dell’attenzione che altresì meriteremmo. Niente.
  • Riappare dopo 15 ore. Noi c’abbiamo i coglioni di traverso, ma non diciamo nulla perché siamo donne emancipate e poi sei mica pazzah, che cosa vuoi, ha una vita. Ci vendichiamo al massimo facendolo attendere 30 minuti.
  • I nostri messaggi sono prolissi, viaggiano a gruppi di almeno 3-4 paragrafi per volta. Lui risponde a monosillabi. Comunque non più di cinque parole. Figurati una subordinata.
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno pensiamo che non vediamo l’ora di vederlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo che ha una voce adorabile, la ascoltiamo 8 volte, la forwardiamo all’amica più intima, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale
  • Se ci manda delle sue fotografie pensiamo che avremo dei figli bellissimi, le salviamo e ci intasiamo la gallery di sue effigi nelle quali inciamperemo quando la cosa sarà inevitabilmente andata a mignotte
  • Se ci parla di sua madre, ci chiediamo se piaceremo a nostra suocera
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che è stupendo, ha anche l’istinto di paternità
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia divertente e se ci manda dei link li guardiamo tutti fino all’ultimo secondo anche se non ce ne frega una minchia
  • Se ci fa una telefonata, sta diventando una cosa importante, quasi amore
  • Se ci invita a uscire, accettiamo. Se abbiamo impegni li spostiamo con tripli salti mortali. Pacchiamo le amiche senza rimorso e senza ritegno, e non mentiamo nemmeno, fiduciose del fatto che le amiche vere capiscono. Le vere amiche sanno.
  • Se ci passa a prendere ci sembra rassicurante e premuroso, e apprezziamo un casino questo fatto che non ci fa sciupare a guidare e cercare parcheggio, o a prendere i mezzi, o a spendere soldi per il taxi.
  • Se durante la cena è loquace, che bello, si sta aprendo, stiamo comunicando! Se invece tace, è tenebroso e affascinante.
  • Se non ci invita a uscire, convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali, incluse le quote finocchie, per analizzare il caso, decifrare i suoi contrastanti segnali e diagnosticare quale forma di disadattamento abbia, perché è evidentemente che è un disadattato
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita, va bene. Anzi, forse siamo noi che ci proviamo.
  • Se a letto non è il top, non importa, sono stata molto bene lo stesso. Se a letto è il top, iniziamo a chiederci se cerimonia civile o religiosa.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, iniziamo a patire e a lamentarci della totale assenza di uomini single eterosessuali, non egofroci, equilibrati.
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, affrontiamo la giornata con un sorprendente buon umore, il ché è la scientifica dimostrazione del fatto che sì, è vero: quando siamo acide è perché non scopiamo abbastanza (o abbastanza bene)
  • Se fa qualche progetto al futuro il cuore ci salta via dallo sterno, perché ei forse allora al matrimonio della mia amica avrò il mio +1. Te pensa.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, non avremo mai più una storia,  ormai è impossibile, piangiamo e scriviamo alle nostre amiche intime, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale; quelle ci dicono le cose che si dicono in questi casi e noi le ascoltiamo ma in fondo non riusciamo a liberarci della modalità “futura gattara inesorabilmente disgraziata” per almeno una settimana.

 

Se NON è figo

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  • Controlliamo il telefono e proviamo delusione mista a fastidio quando rileviamo 5 notifiche di quello che non ci piace. Invece che del figo.
  • Non c’è nessuna fretta di accedere a whatsapp e visualizzare i messaggi, del resto sto stalkerando su Facebook la nuova tipa del mio ex. Leggerò quando arriveranno notifiche rilevanti, tipo quelle del gruppo “Assorbenti con le ali per lanciarsi col paracadute” con le amiche della scuola materna.
  • Tra una risposta e l’altra lasciamo passare circa 15 minuti, di modo che anche il più solerte interlocutore sarebbe degnamente scoraggiato.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il suo. Non è colpa mia se mi sono addormentata all’improvviso. È stata una giornata pesante.
  • Non ci facciamo sentire. Se non si fa sentire lui ce ne accorgiamo dopo 1 mese.
  • Magari gli scriviamo un “come va?”, perché in fondo siamo educate e non ha fatto nulla di male
  • Visualizziamo, non rispondiamo. Ricompariamo dopo 15 ore e non osare dirmi nulla, cazzo vuoi, ho una vita
  • Rispondiamo a monosillabi o quasi. Usiamo l’emoticon del pollice per dire “ok” e chiudere la conversazione
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno, pensiamo di bloccarlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo ma che sbatti, sono in pubblico,  ma che vuoi, ma non puoi scrivere?
  • Se ci manda delle fotografie sue, notiamo tutti i terribili errori di stile che commette
  • Se ci parla di sua madre pensiamo che vabbé, dai, cresci un po’
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che voglia usarci come incubatrici e no, scusa, ma io non sono pronta
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia adolescenziale e se ci manda dei link non ci clicchiamo nemmeno sopra dicendo “lo guardo appena riesco” e non riusciremo mai più.
  • Se ci fa una telefonata, è invadente.
  • Se ci invita a uscire, abbiamo impegni. Siamo piene per le prossime 3 settimane. Guarda sono infognata. Periodo pazzesco. Gli diamo pacco numerose volte consecutive. Alla fine cediamo perché, in fondo, non si può mai sapere.
  • Se vuole passarci a prendere, è uno stalker che vuole sapere dove abitiamo esattamente. No tranqui, prendo un’enjoy.
  • Se durante la cena è loquace, per noi è logorroico; se tace è un disagiato
  • Se ci invita a uscire convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali per valutare come gestire la possibilità che ne voglia, mentre noi non ne vogliamo
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita è un inetto, ma non lo capisce, ma per chi ti ha presa, ma perché gli uomini devono sempre sessualizzare tutto così in fretta? Che stress.
  • Se a letto non è il top, addio. Se a letto è bravo e zelante, sì, magari lo rivedo, però insomma non so. Al limite come trombamico nei periodi di arsura.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, tiriamo un sospiro di sollievo
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, iniziamo a pensare cosa fare per scollarcelo di dosso
  • Se fa qualche progetto al futuro: SENTI STAI CALMO, IO SONO UNA DONNA SINGLE, NON RINUNCIO ALLA MIA LIBERTÀ SIA CHIARO, NON POTRAI INGABBIARMI MAI, NON POTRAI LIMITARE I MIEI SPAZI Né LA MIA INDIPENDENZA E POI GUARDA CHE IO SONO UN CASINO LASCIAMI PERDERE.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, è andata così, sono una donna contemporanea e contundente, mi amo & mi odio, forse la mia dimensione è questa perché sì, sai, io non mi accontento, perché io valgoh.

E lo scriviamo alle altre amiche single che, anche lì, comprendono il nostro stato e ci dicono “si, si, certo”. Perché è tutto vero e tutto sarà così, finché non troveremo un altro figo a cui non piacciamo abbastanza. E il ciclo ricomincerà da capo.

E allora, forse, se un modo esiste per venirne fuori, per non dividere il mondo in categorie stagne, in fretta, con questi ritmi serrati dettati dall’iperconnessione in cui viviamo, dall’infinita pluralità di offerta, dall’inafferrabile liquidità dell’instant-relationship, ecco se un modo esiste forse è prendere e pretendere tempo. Da noi stessi e dagli altri. Tempo per conoscersi. Per capire se ci si piace oppure no. Perché non siamo i messaggi che scriviamo, né i meme che inviamo, né i link che condividiamo, né le stronzate che pubblichiamo. Perché siamo anche cose altre, e molte, e per scoprirle ci vuole il fottuto tempo. Altrimenti, in fretta, facciamo presto a decretare che uno è in o out, sulla base di micro-impressioni, di atteggiamenti digitali, di tempi di reazione messaggistica. O di quanto è biondo. O di com’è vestito.

Piacersi dev’essere un’altra cosa. E finché non ci riappropriamo del significato stesso di piacere e piacersi, che è una cosa che presuppone la scoperta, lo svelamento, la condivisione, la comprensione, la partita che si gioca ad armi pari e parità d’intenti, penso che continueremo ad accenderci di facili entusiasmi e a spegnerci di superficiali delusioni.

Indipendentemente dal fatto che siamo portatori di pene o di vagina.

Con questa estrema saggezza concludo.

Andate in pace.

Friendzone Preventiva

Pare che nella vita non si debba mai dire mai.

E, in effetti, se un giorno mi avessero detto che sarei diventata una friendzonatrice preventiva, non ci avrei creduto.

Semplicemente avrei banalizzato l’argomento “friendzone” in quanto tale dicendo che se una tipa friendzona uno è perché non le piace. Ne ero convinta, così come ero convinta che la friendzone fosse univoca, e cioè che solo noi donne potessimo infliggerla agli uomini perché, secondo il mio ancestrale retaggio culturale, gli uomini dovrebbero rifarsi a un’etica ormai estinta per la quale ogni lasciata è persa, ma anche “ogni buco è pertuso”.

Invece mi sono accorta che anche le donne possono essere friendzonate e che si può friendzonare preventivamente qualcuno che ci piace. E questo apparente ossimoro, questa specie di lucida follia da Condoleezza Rice del sentimento, offre in verità molti benefit. Vediamo quali:

friendzone

  1. Spesso gli uomini sono più interessANTI da amici che da amanti (e forse noi pure), senza contare il fatto che per noi è importante/utile avere degli amici maschi, single ed etero, qualcuno a cui mandare gli screenshot della conversazione con l’homo erectus di turno per farci fare una grossolana (ma verace) analisi semiologica di testo ed emoticon. Insomma, rifletteteci. Non l’amica single, non l’amica d’infanzia che ora è madre e mentre voi le parlate di one night stand prepara bio-omogeneizzati e lotta contro i germi. E nemmeno l’amico gay che vive a Grindrlandia. Io dico proprio un amico etero, mosso dalle stesse pulsioni, biologicamente affine all’autore del whatsapp oggetto di analisi, che sia single e conosca il mondo delle relazioni contemporanee uomo-donna davvero (non come i vostri amici fidanzati/sposati che sono fuori dai giochi e dalle discussioni da 10 anni).

2. Spesso gli uomini sono più interessATI a noi, da amici. Tendenzialmente un uomo single ed etero a cui non la dai ti offre più attenzioni di un uomo single ed etero a cui la dai. Questo in media, ovviamente. Non vale per quando l’avete data a vostro marito, graziarcazzo che è andata bene, è diventato vostro marito.

3. Io stessa, come persona, mi sento più piacevole se mi penso come amica. Perché amica so esserlo, lo sono da tutta la vita, e pure gagliarda, perché con gli amici maschi ci sono cresciuta. Come compagna no, cazzo ne so, che sbattimento, non ho nessuna case history di successo. E se dobbiamo solo scopare, uso Tinder scusa (oppure mi astengo), perché dovrei rinunciare a queste belle chiacchierate che ci facciamo noi, che almeno ci vogliamo bene, che se ti scrivo so per certo che mi rispondi, per cosa poi? Tanto per farci un giro di giostra io e te? Non ha senso (è ovvio che se il vostro amico è Michael Fassbender questo ragionamento NON dovete farlo)

4. In sostanza, se lo friendzono, mi stresso di meno. Se ho voglia di scrivergli, lo faccio. Se ho voglia di vederlo, glielo dico. E mi affranco da una quantità insostenibile di paturnie mentali sul fatto che devo piacergli, che NON devo sembrare troppo categorica, che NON devo essere troppo disinibita, che NON devo schiacciarlo, che NON devo essere troppo diretta, che NON devo essere troppo esplicita, che NON devo essere troppo cerebrale e over-analizzare, che NON devo spaventarlo, che NON devo sembrare una mantide religiosa e neppure una 30enne sentimentalmente in calore. Alla fine divento una cosa strana, peggiore di tutte le altre, ibrida, indecisa, impacciata. Se lo friendzono, invece, posso conoscerlo e farmi conoscere. Normalmente.

5. Se lo friendzono non penserò mai “se gli piacessi davvero, lo farebbe lui” (scrivermi, chiamarmi, chiedermi di uscire, uscire, baciarmi, and so on). Questo è un retropensiero latente del fronte reazionario sentimentale, al quale risponde il fronte progressista che dice che no però, dai, i tempi sono cambiati, adesso le donne devono essere intraprendenti. Insomma, un casino. Se semplicemente lo friendzono, non dovrò mai preoccuparmi di essere troppo attiva o troppo passiva. Non mi chiederò mai com’è che funziona adesso? Ci devo provare io perché abbiamo voluto la parità? Oppure no, la donna è sempre donna. Bisogna tirarsela, lasciare che sia lui a fare, perché se gli piaci veramente qualcosa farà (campa cavallo che l’erba cresce, dice sempre mia madre). 

6. Se lo friendzono posso anzi parlare di tutto questo con lui, scambiare opinioni sincere e disinteressate, ridere, fare sociologia da salotto fumando e bevendo con la musica che va, ascoltarlo mentre si racconta, leggere tra ciò che dice e ciò che tace, che persona è, magari scoprire che mi piace davvero, oppure no. Posso arricchirmi e arricchirlo, è una situazione umana win-win.

7. Se lo friendzono non cercherò mai conferme alla mia insicurezza in ogni notifica whatsapp. Condivideremo momenti, esperienze, pensieri, con continuità, per mesi. Faremo progetti, come andare a cena qui. Oppure una volta dobbiamo andare lì. Ti devo far provare questo. Te lo faccio assaggiare. E ci si può dire queste cose serenamente, senza l’ansia di generare ansia nell’altro.

8. Se lo friendzono sono più a mio agio. Posso invitarlo a cena anche senza essermi depilata, se cucino di merda non ha importanza perché non devo mica sedurlo come Wilma De Angelis. Se viene fuori, parlando, che ho l’anima rotta, e un sacco di pezzi in disordine, e crateri sparsi tra i rimpianti e le speranze, ecco posso sperare che non mi interni in un centro per donne sentimentalmente pericolose. Sono come mamma m’ha fatta, per intenderci, mi astengo da quei kolossal campioni di incassi che puntualmente ci facciamo in queste situazioni, per cui pensiamo a come saremo da vecchi, alla faccia che avranno i nostri figli, a quanti libri ci saranno nella nostra casa, se piacerà ai nostri amici, se piacerà alla nostra famiglia, quali e quante esperienze nuove faremo insieme a lui, camminando sulle coste della Sardegna Occidentale o per qualche cazzo di paese che non abbiamo nemmeno idea di dove si trovi collocato sul globo terraqueo. Che di solito, questi kolossal, per gli uomini etero e single sono tipo il DDT per le formiche.

9. Se lo friendzono prima o poi arriverà una più sveglia, più smart, più pronta, più tonica, più figa, più decisa, che se lo piglierà, questo raro esemplare di single etero, che mi piace e che ho friendzonato. Tipo che al mondo ci sono più panda che uomini così. E io penserò che vabbè, non era destino, se gli fossi piaciuta veramente, blablabla. Ed è un rischio, lo so.

10. Se lo friendzono posso porre una barriera, posso richiedere il tempo che mi serve per conoscerla una persona, in questo frullatore di opportunità sessuali ed esistenziali in cui, alla fine, alla domenica pranziamo da soli (io in verità vado in palestra a ora di pranzo la domenica). Se lo friendzono posso scoprirlo, conoscerlo, ascoltarlo senza pesare le sue parole come se stessi esaminando un vitello in questa macelleria umana che è l’accoppiamento. E posso lasciarmi conoscere, senza boicottare tutto da principio con assurdità comportamentali vaginali che generalmente non mi appartengono e che meriterebbero esse stesse uno studio dedicato.

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Certo, la Friendzone Preventiva ha l’effetto collaterale che non si tromba.

Ed è un brutto effetto collaterale. Lo so.

Ma in fondo chi l’ha detto che bisogna andarci a letto dopo 1 ora, dopo 1 mese, dopo 1 anno o dopo 3? E allora Harry ti presento Sally?! (io, per esempio, ho sempre detto che bisogna andarci a letto subito, così si capisce in fretta se c’è alchimia oppure no…ma voglio dire non è che sono l’Oracolo di Delfi).

In fondo, la friendzone, se spogliata di quel significato negativo generalmente attribuitogli, non può anche essere il nuovo modo di dire “conoscenza“, oppure incontro, approfondimento, scoperta, corteggiamento, tra due esseri umani, abbastanza adulti e sufficientemente complessi, da necessitare di tempo e pazienza per scoprirsi, comprendersi, sorprendersi, scivolarsi dentro?

Non è una gara di velocità, mi ha detto qualcuno, una volta.

“È una maratona, è sulla lunga distanza che si fa la differenza”

Giusto. Giustissimo.

Sarà che devo iniziare a fare tapis roulant in palestra.

ps: se non ci sentiamo prima, naturalmente, buon Natale a tutti! 🙂

Instant (messaging) Sex

Siccome che ho passato tutta la giornata a scrivermi sconcezze con un tipo di importante manzitudine,  dopo aver trascorso la precedente nottata a scrivermi altrettante sconcezze con lo stesso tipo di ugualmente importante manzitudine, ho sentito il bisogno impellente di stendere la seguente (inoppugnabile) analisi  che approda alla tesi sociologica per cui l’Instant (messaging) Sex è una cosa buona e giusta, non causa la ritenzione idrica, non danneggia l’ambiente e ci regala scampoli di primavera in queste giornate ancora mortalmente grigie. 

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Riflettevo sul fatto che i mezzi di comunicazione modificano i termini di relazione tra i sessi.

Per esempio i nostri nonni, come sovente si dice, prima dell’avvento della televisione, probabilmente ciulavano come ricci sotto cialis. Poi è arrivato Mike Bongiorno con i suoi impareggiabili quiz show e – si narra – finalmente le nostre nonne abbiano tirato un sospiro di sollievo dopo aver già sfornato, chessò, quei 3-4 pargoli che, bene che andasse, non guastavano mai.

Noi, invece, abbiamo vissuto la rivoluzione digitale delle relazioni. I ragazzi ci scrivevano gli sms invece dei pizzini e lo facevano ricorrendo a una specie di neolingua che infrangeva tutte le basilari norme ortografiche e grammaticali, un vero scempio ai danni di intere generazioni di docenti di italiano, i cui principali colpevoli erano le major del telefonino: Tim, Wind e quella che ai tempi si chiamava Omnitel e aveva come testimonial una bisunta Megan Gale. Gli sms costavano, al massimo potevamo ambire alle Summer e Christmas card, e lì avanti tutta, avevi un fantatrilione di sms al giorno per 1 mese: inviarne il maggior numero possibile diventava una questione di principio, si usavano per dire qualunque cosa, anche non necessaria o non richiesta (tipo Frecciagrossa li usava per scrivermi “sto facendo la cacca”). Era proprio una sfida all’ultimo messaggio di testo. E poi c’erano quelli come Tarallino che addirittura avvisavano gli amici “Fatti la summer card, hai tempo fino a domani, poi scade”. Ma tolti questi rari momenti di giubilo, per la restante parte dell’anno solare, era una vita durissima. Pagavamo ogni singolo sms inviato e vivevamo sotto embargo, la scheda la ricarivano i genitori, non c’erano via di scampo. E’ stato per questo che, d’un tratto, tutti iniziammo a esprimerci abdicando deliberatamente alle vocali: “dv 6? cm stai? qnd c ved? xké nn m kiam”. A ben pensarci, il mio primo Ti Amo me l’hanno scritto in un sms (dev’essere per questo che son venuta su così romantica), solo che persino sul Ti Amo si lesinava e con buona probabilità è stato “T Amo”, che capite è una cosa monca, incompleta, è come perdere la verginità con un ditalino, voglio dire, son brutte storie.

Inoltre, come se non bastasse, noi abbiamo vissuto pure l’avvento dell’internet, dal tempo in cui esso veniva genericamente percepito come un non-luogo insidioso, pieno di sconosciuti celati dietro false identità, di cui il massimo che trapelava era un nickname (con annesso anno di nascita/età/centimetri del pacco), fino ad oggi, che gnente gnente ti ritrovi tuo suocero tra gli amici di Facebook.

E allora, in quel tempo lontano in cui nell’internet il confine tra il bene e il male era confuso, in quella socialità inesplorata e cibernetica, si iniziò a manifestare il cosiddetto cyber-sex. Nessuno sapeva bene cosa fosse, ma era una di quelle robe il cui confuso pensiero era sufficiente disturbare la morale dominante. L’intuizione che due sconosciuti potessero eccitarsi reciprocamente scrivendosi sconcezze, l’idea che potessero masturbarsi insieme e desiderarsi senza essersi mai visti, senza conoscersi, aveva in sé qualcosa di morboso e accattivante, con l’aggiunta di un ingrediente rivoluzionario: poteva farlo chiunque, senza destare sospetti, dalla propria casa e/o ufficio.

cyber

Superata la fase iniziale di demonizzazione, per un certo numero di anni nessuno se l’è più cagato il cyber-sex, probabilmente perché tutti hanno accettato che nell’internet il sesso ci fosse, molto più di Dio. I primi a capirlo sono stati certi genitori disperati che, per via di figli margiali, si son visti arrivare ai tempi bollette telefoniche di 500.000 lire: ore e ore a uccidersi di pistolotti davanti ai video porno. Che poi, va detto, quei ragazzetti toccava capirli, che il massimo che avevano potuto fare fino a quel momento era stato spippolarsi con un giornaletto, oppure guardare le donnine ignude su Retecapri di notte.

Parallelamente, questo va detto, si è superata l’idea che il sesso virtuale fosse una roba alla Blade Runner, in cui residuati umani si vestivano di tutine attillate dotate di elettrodi capaci di dar vita a replicanti digitali di se stessi, atti a copulare a scatti, a seconda della velocità della connessione, che se era 56k ti voglio.  Nel mentre, la Webcam Girl diventava una professione assai più redditizia di quelle che quasi tutte noi oggi svolgiamo.

E adesso, adesso siamo nel mezzo di un nuovo cambiamento. Abbiamo gli smartphone, abbiamo i social network, abbiamo i sistemi di messaggistica istantanea. E siccome mezzo che prendi, sesso che trovi, siamo ufficialmente nell’era dell’Instant (messaging) Sex: l’erotismo ai tempi di whatsapp.

Uomini smaniosi di inviare nell’etere immagini del proprio membro ritratto da variegate prospettive, richieste costanti di lembi di carne, voglie dette e dichiarate, nero su verdino, dentro un fumetto. Parole che si insinuano nel bel mezzo di riunioni di lavoro. Scompensi e desideri sfacciati che si rincorrono nel corso delle giornate, in un susseguirsi di parole e immagini, che si accavallano une sulle altre, in un unicum sempre a portata di mano, sempre connessi, pronti a ricevere e a ricambiare uno stimolo epidermico e cerebrale, una fitta di desiderio nel ventre, un prurito che renda le nostre giornate più divertenti. Si può fantasticare con qualcuno che non si conosce, si può ripercorrere senza pudore un vissuto condiviso la notte prima, si può giocare a tutti i livelli, con tutte le sfumature della pelle che scegliamo di scoprire. Che poi, messa giù così sembra una cosa da erotomani, ma secondo me non lo è.

Secondo me il desiderio è una cosa bella, di per sé.

Secondo me esistono uomini capaci di eccitare da morire  con le sole parole.

Secondo me esistono uomini capaci di eccitare con uno sguardo o con un gesto.

Ce ne sono certi che c’hanno la luccicanza e mettono tutto insieme. E poi altri che carburano lentamente, come certi m0tori diesel.

E infine altri ancora che, invece, non ce la ponno fa pe gnente.

Ma il desiderio, quello, è scintilla vitale.

E il mezzo che sceglie per esprimersi, solo un dettaglio.