Niente, è quasi Natale

Niente, volevo dirti che è quasi Natale.
Volevo dirti che qui è freddissimo e che ancora non capisco come cazzo facciano i milanesi a sopravvivere all’inverno senza fare ricorso alla piuma d’oca. Sì, io i piumini ce li ho. Sì, sono una terrons, lo sai perfettamente. Però mi rifiuto di usarli, perché vivo a Milano da troppo tempo, lo capisci. Il problema, vedrai, è che a forza di fare la figa e uscire col cappottino quando qua ci son due gradi, m’ammalo. Un bel Natale con l’influenza.
Janis dice che i milanesi mettono i micropiumini sotto i cappotti. Così non muoiono di freddo. Dimenticavo che i milanesi sono magri. E comunque, volevo dirti, povere oche.
Niente, è quasi Natale. Milano è bellissima. Hai presente quando il freddo ti prende a schiaffi appena varchi la soglia di casa e l’aria è densa ma leggera insieme? E c’è quella specie di nebbia incerta, che sembra di muoversi nel latte totalmente scremato, e i respiri si condensano all’istante subito fuori dalle nostre bocche? Ecco. È così. Però con le luci di Natale appese da una sponda all’altra delle vie. Gli alberi. Le vetrine a festa. Le pasticcerie che scintillano. Le vecchie con le pellicce di visone. I vecchi coi cappelli. Le sciurette che spingono le carrozzine. Le auto che suonano i clacson. Le persone che ti invitano all’aperitivo pre-natalizio. Alla festa pre-natalizia. Alla cena pre-natalizia. Che insomma placatevi. Partiamo per una settimana di ferie, mica per il Vietnam.
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Niente, è quasi Natale e volevo dirti che non ho comprato nessun regalo. Non farò regali a nessuno quest’anno. Ho troppi pochi soldi e troppa poca voglia. Spero anche che nessuno me ne faccia. Se tu ci fossi, però, a te lo farei. Ne avrei già in mente due o tre, di cose, che mi piacerebbe regalarti.
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Niente, è quasi Natale e tornerò giù. Sì, farò le mie solite tappe. Prima l’Abruzzo, poi la Puglia. Ma non mi fermerò a lungo. Ho un sacco di lavoro arretrato da sbrigare. Succede così quando sei free-lance. Non hai un capo da cui andare e dire: “Senti hai rotto il cazzo, io questa roba non la faccio! Sono piena”. Il tuo capo sei tu. E, insomma, tutto ciò che arriva lo prendi. O quasi. Voglio dire, hai capito. Tipo come i ragazzini pre-adolescenti quando si infilerebbero anche in un buco nel mobile di legno della nonna, fatto dalle tarme.
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Niente, è quasi Natale e sono terrorizzata da quanto mi faranno mangiare i miei parenti. Ma sono tanto felice di rivederli. Anche perché ormai non li vedo quasi più. Succede così, quando si cresce. Però, quest’anno ho giocato d’anticipo e sono andata in palestra come una pazza furiosa per ben 6 giorni consecutivi, prima di partire. Tutti i giorni, per mettermi in forma prima del salasso alimentare. Comunque non ho perso un solo kg.
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Niente, è quasi Natale e a me non piace il torrone. Neppure il panettone. Neppure il pandoro. Mi piace la pasta al forno con le melanzane fritte che fa mia zia. Che mangi quella e muori. Mi piace il polpettone che fa mia madre. Mi piace quando dopo la siesta giochiamo a sette e mezzo. Mi piace quando diciamo che non ceneremo perché a pranzo abbiamo mangiato troppo e alle 19.40 apparecchiano di nuovo la tavola giusto con i taralli, le olive, i nodini di mozzarelle, il capocollo, e i miei mangiano di nuovo perché “devono prendere le medicine” e non possono farlo a stomaco vuoto. Certo.
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Niente, è quasi Natale e per il primo anno non si rispetterà la “tradizione del 27” con i miei amici. Che venivano a casa mia già mangiati e si giocava a zumpacavallo, prima, e a poker alla texana, poi.
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Niente, è quasi Natale e io ancora non so cosa farò a Capodanno. Penso niente. Penso che neppure mi importa, a dire la verità. Che un tempo organizzavo le super-feste, iniziavo a mobilitarmi da ottobre. E invece ora non lo so. Non so dove sarò e non so con chi. È solo una sera, come tutte le altre, no?
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Se tu ci fossi, però, con te saprei cosa fare. Inviteremmo a cena i nostri amici. Cucinerei io ma mi farei aiutare dalle altre. Tu ti occuperesti del vino e della musica. E li accoglieremmo tutti in sala, nella casa vera che avremmo, proprio una casa intendo: non un garage adibito a casa, non un sottotetto adibito a casa, una cosa vera, con il bagno con la finestra, per dirne una.
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Datemi le giacche, le appoggio in camera da letto.
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Useremmo il servizio buono di piatti, come i veri borghesi. E dopo cena mi aiuteresti a metterli in lavastoviglie. Si può lavare il servizio buono in lavastoviglie, no? E poi giocheremmo a carte, o parleremmo, e rideremmo, continuando a bere vino. E aspetteremmo la mezzanotte. E poi, intorno all’1 i nostri amici gay se ne andrebbero per andare a ballare da qualche parte. Gli altri resterebbero ancora un’oretta, a bere un amaro o una grappa. E poi resteremmo soli. Finalmente. E forse saremmo troppo stanchi e troppo ubriachi per scopare. Forse io mi struccherei in bagno mentre tu ti lavi i denti, mi aiuteresti a tirare giù la zip del vestito, mi daresti un bacio sulle spalle. Forse commenteremmo qualche aneddoto che i nostri amici ci hanno raccontato, spegnendo tutte le luci. Forse, infilandomi a letto ti direi che l’anno prossimo però, se tutto va bene, se ho più soldi, ce ne andiamo in vacanza al mare, in qualche posto esotico di quelli che su Instagram prendono un casino di like. Tu mi stringeresti, da dietro, acconsentendo. Forte, fortissimo. E ci addormenteremmo di sasso. Satolli. Un po’ sbronzi. Molto sereni.
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E l’amore lo faremmo la mattina dopo.
Appena svegli.
Per dare il buongiorno al nostro nuovo anno.
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Se tu ci fossi. Se tu esistessi.
Il fatto, invece, è che niente, è quasi Natale, e tu non ci sei.
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Natale è

Natale, per me, è la stella cometa rossa, luminosa, appesa al balcone della camera da letto dei miei. Che il mio babbo la mette lì ogni anno e, ogni anno, quando arriviamo a casa direttamente dall’aeroporto di Bari, mi fa: “Nota la stella”. Io la guardo, ringraziando il cielo che almeno abbiamo abdicato all’intermittenza psichedelica, e gli dico che è bella. Che so che ci tiene.

Natale, per me, sono le lenzuola del mio letto singolo, che profumano di pulito così pulito che le mie lenzuola di Milano non profumano uguale mai.

Natale, per me, sono la Vagina Maestra e mia zia che confabulano per eliminare tutti i benefici di 3 mesi di palestra. Esse pianificano con militare precisione il menù della 10 giorni gastronomicamente più intensa dell’anno e noialtri nulla possiamo, fuorché mangiare e prendere un digestivo, dopo.

Natale, per me, sono le partite a settemmezzo con i miei parenti e quelle a zumpacavallo con i miei amici. Che poi c’è sempre chi muore, e con i morti non si parla, e poi ci si incazza e, voglio dire, tante amicizie sono entrare in crisi, con zumpacavallo.

Natale, per me, è fumare con Frecciagrossa nel mio giardino alle 3 di notte e ridere da avere le lacrime agli occhi.

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Natale, per me, sono i maglioni scuri sporchi di zucchero a velo.

Natale, per me, è rivedere le amiche che non vedo mai. Vestite di nero. Che nero fa fico. Sempre.

Natale, per me, è prendere tutte le buche del manto stradale tarantino. E bestemmiare in dialetto, ogni volta.

Natale, per me, è mangiare di notte le cartellate a casa di Frecciagrossa insieme a Braciola e Tarallino.

Natale, per me, è parcheggiare in centro e camminare sui tacchi verso il solito pub che solito non è più.

Natale, per me, è il vento freddo del mare che soffia sul Ponte Girevole.

Natale, per me, è portare la Vagina Maestra per negozi e regalarle una maglia o una borsa che non si comprerebbe da sola.

Natale, per me, è la frittura di calamari il primo dell’anno.

Natale, per me, è il profumo della pasta al forno di mia zia.

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Natale, per me, è passare il 31 dicembre alla villa al mare del mio amico imprenditore che ama definirsi tale, con i miei amici di sempre. Non mangiare un cazzo e bere da fare schifo. Ballare finché si può. Preferibilmente Renato Zero. Darmi il rossetto rosso sulle labbra a mezzanotte e baciare tutti, lasciando i segni sulle guance e in fronte. Accendere le stelle filanti che porta Vaginaffa, ogni anno. Che è una roba da bambini loffi, ma lo sapete come sono le tradizioni.

Natale, per me, è il sorriso della Vagina Maestra quando mi sveglio, che è in cucina, a preparare dolci. Che nonostante tutti i cazzi che ha, lei fa. Fa un sacco di cose. Tutte quelle che può. Sempre. E quando fa i dolci è felice. Si vede.

Natale, per me, è: “Oddio quanto abbiamo mangiato…stasera stecchetto, non si cena…al massimo 3-4 nodini e 2 fettine di capocollo

Natale, per me, è quella cosa che torno a casa e penso che non me ne andrei più. Che non c’è Milano, né indipendenza, né carriera che tenga. Io qui ci resterei.

E non lo so se a Natale si sia tutti più buoni. Io non credo. Io credo di essere sempre la solita stronza, ma di dissimularlo meglio. Perché il Natale posso passarlo con coloro che, in effetti, amo da sempre.

Per voi, non so cosa sia, il Natale.

Ma quelchelè, vi auguro d’avercelo. E d’avercelo al meglio.

Statemi bene.

Tanti baci

Vagina