“Cara Cornuta” in arrivo

*Quello che segue è un sintetico estratto di alcune conversazioni che ho avuto negli ultimi mesi, a seguito di domande come: “Beh? Allora? Che ci racconti?”, poste da amici e parenti.

***

E niente, sto scrivendo un ebook.

Ma come un ebook??

Sì sì, ma per me stessa, cioè non per un editore…

Ah…

Sì, è una cosa indipendente, niente di importante…

E che genere è? Qual è il titolo?

Si chiama “Cara Cornuta – Manuale di Sopravvivenza al Tradimento

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] ma è tipo il blog?

Sì e no. E’ più tipo un’operetta di sociologia spiccia che, accanto alla parte manualistica sul management delle corna, si lancia in un’analisi (pure quella spiccia) sul tradimento, sulla fedeltà, sulla monogamia, sulla’amore, sulla sessualità, sull’onestà. Però insomma ho cercato di rendere il tutto leggibile, sai per non ammorbare il prossimo mio…

Ammazza, sembra interessante…di sicuro andrà bene!

Oddio, io mica tanto convinta. Però penso che potrebbe far discutere. Penso che potrebbe aprire un dialogo interessante, quello sì, al femminile e non solo per raccontarci le tecniche depilatorie, o le paturnie sentimentali, o le bizzarrie sessuali del nostro ultimo partner (tutti comunque rispettabilissimi argomenti).

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Penso che “Cara Cornuta” possa aprire un confronto più alto, più lucido e più critico sulla nostra emancipazione, sulla nostra femminilità, sulla consapevolezza che abbiamo di noi stesse, di ciò che siamo e di ciò che vogliamo davvero. Penso che il testo possa dar vita a uno scambio, a una riflessione propriocettiva ed esterocettiva sul nostro ruolo di donne, in senso collettivo, lato, di genere, in senso quasi politico, passami il termine…

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] e quando esce?

Appena riesco a finire tutto, direi entro metà luglio, al massimo…la cover ce l’ho già! Stiamo raffinando gli ultimi dettagli, ma è fichissima! L’ha disegnata una mia amica, che è un’artista, ma un’artista vera di quelle che un giorno puoi vantarti dicendo “io l’ho conosciuta” [che si chiama Elena Borghi, la quale oltre a essere una sopraffina paper designer è pure divertente, acuta, brillante e il bello è che non la sto sviolinando…nel caso vogliate constatare da voi, la trovate qui].

Bene, bene, avvisami quando esce eh…

Sì figurati, lo scriverò urbi et orbi quando sarà disponibile.

Ma dove lo troverò?

Su Amazon, essenzialmente. Volevo metterlo anche sugli altri store digitali, ma non c’ho il tempo, non ci riesco a fare tutto, non ci sto dietro, sto infognatissima, non vado in palestra da quando Fabrizio Frizzi e Rita dalla Chiesa stavano ancora insieme.

Ma comunque tu potresti trovarlo un editore…

Forse sì, ma per ora va bene così. Cioè io non ho bisogno di vedermi stampata in libreria, non che il mio ego non ne trarrebbe indiscusso giovamento, però la cosa che mi interessa di più è essere letta, non essere vista. Mi interessa arrivare alla gente e alla gente preferisco chiedere 3 euro invece di 13. E preferisco farlo da me, in self-publishing.

E’ una scelta giusta nel tuo caso, secondo me, il self-publishing. Ma senti come la metti con la pirateria? Cioè la gente scarica gli ebook, tipo i film, se li passano…

E vabbé, pace all’anima. Ognuno fa come crede. Se la gente lo compra e premia le nottate che ho passato a scriverlo, sono contenta. Se la gente lo scarica, ci inciampa, lo trova stampato in una fogna di Calcutta e se lo legge, e trova di pagina in pagina un motivo per arrivare alla fine, per me va comunque bene. Anche se naturalmente quelli che lo compreranno li apprezzerò molto di più.

E quanto è lungo?

Sono circa 60 pagine word…

Sarà una scrittura all’uso tuo…ci andrai giù pesante…

No, non ci vado giù particolarmente pesante. E’ un testo con delle finalità costruttive, di base.

E mercato ce n’è…

Diciamo che è un argomento controverso e spinoso, ma sensibile per molti.

Ma non hai paura dei giudizi?

Vengo giudicata costantemente per qualsiasi aspetto della mia personalità, del mio aspetto, della mia storia e della mia vita. Stronza, zoccola, cessa, pezzente, terrona, cinica, complicata, spigolosa. Che sarò giudicata, per questo ebook come per tutto il resto, lo metto in conto. Metto in conto che qualcuno mi insulterà. Metto in conto che qualcuno dirà che quelle pagine sono solo monnezza e che avrei potuto anche dormire la notte invece che scriverle. Metto in conto che il tema non susciterà simpatia e che se avessi parlato di cellulite invece che di corna avrei incontrato un plauso più trasversale. Ma penso che alle donne servano più queste riflessioni che quelle sui loro fastidiosi inestetismi cutanei. E io l’ho scritto così, Cara Cornuta, da donna a donna, come faccio sempre su questo blog, da anni. Questo sì, questo nell’ebook è proprio uguale al blog.

E in quanto tempo l’hai scritto?

Tre mesi, circa. Negli avanzi di tempo, di notte, alienandomi nei weekend.

Ma sei contenta?

Sono a pezzi, ma Sì, sono contenta.

Vagina versus Dukan

Esiste una sola invenzione più misogina dei tacchi alti senza plateau e della ceretta brasiliana: la prova costume. Ora, ne ho parlato diverse volte e la mia posizione è sempre stata: ok, non supererò la prova costume, pazienza, io di prove ne ho superate altre. E così è.

Tuttavia, però, in questo periodo è pressoché impossibile essere incolumi alle innumerevoli proposte di trattamenti paraestetici che voi umani non ne avete l’idea; tonicissimi consigli di fitness per avere un corpo da urlo in soli 40 giorni, robe che manco i marines in Full Metal Jacket, che io vorrei dire ok, senza dubbio, non discuto che avrei un corpo da urlo ma schiopperei a terra al secondo giorno di training e giacerei, abbandonata da tutti, a putrefarmi sul finto parquet di casa mia. Questo per non parlare delle variopintissime proposte di diete, che tra maggio e giugno fiorisce la creatività: regimi alimentari deliberati, suggeriti come fossero la combinazione di 6 numeri per vincere al superenalotto, tutti a base di gelato, limone, melone, mango, tisane, bacche, pappette liofilizzate e bresaola a colazione.

Così, siccome sono reduce da una dieta iniziata 1 anno e mezzo fa, ho deciso di condividere gli espedienti  che mi hanno reso possibile intraprendere e percorrere questo processo di smaltimento dell’adipe (iniziato per ragioni di salute, non per questioni estetiche, n.d.r., anche se rientrare nei jeans è stato molto bello, ora li uso sempre, praticamente quasi ci dormo, e credo che li userò fino alla nausea almeno per i prossimi 10 mesi).

Partiamo dal presupposto che ho perso circa 15 kg e tutto sommato non sono diventata un’alienata civile. No, non sono nemmeno diventata Gisele, stiamo sereni. Ho la mia panza, i miei cosiddetti “taralli” e le mia irrinunciabili maniglie dell’amore (che semplicemente non sono più, come disse mio cugino ai tempi, “maniglioni antipatico”).  Al momento mi considero “in fase di mantenimento” che è la fase emotivamente peggiore. In teoria puoi essere meno talebana, ma il timore recondito di svegliarti un mese dopo e trovarti di nuovo, come per incanto, con 2 taglie in più, t’accompagna sempre. Perché la certezza assoluta che non ricadrai mai più – nemmeno nei momenti di sconforto – nel tunnel dei Crispy McBacon, dei 250 grammi di pasta con la panna, dei sofficini,  delle crocchette, delle pizze, pizzette, focacce, focaccette (cosa avrei dato per mangiare quelle maledette FOCACCEEELLE), insomma questa certezza non puoi averla mai davvero, del tutto, fino in fondo.

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Al di là di questo, venendo al dunque: il principio base della dieta che ho fatto era mangiare il primo a pranzo e il secondo a cena. Ma anche il contrario. Basta non mangiare due primi al giorno, per capirci. 80  grammi di pasta condita leggera a pranzo. Meglio la pasta del riso ma io comunque magnavo anche il riso. E a cena carne, pesce, uova, prosciutto. Verdura in quantità. 1 cucchiaio di olio per pasto.

E siccome come dice GuruVagina: “Non importa che dieta tu faccia, l’importante è farne una”, ho deciso di non pubblicare l’elenco dei miei pasti quanto piuttosto gli stratagemmi psico-pragmatici che permettono di sopravvivere a un regime alimentare controllato. Di seguito i 15 punti cardine.

1. Non pensare al cibo come gratificazione. In questo modo non vivrai gli spinaci lessi come una mortificazione. Pensa che è ciò che ti serve per alimentarti, il carburante che ti permette di stare in piedi e condurre la tua vita. Se necessario, gratificati diversamente: fai shopping e tromba di più.

2. Quando fai uno sgarro, perché farli è normale, chiediti se ne valga davvero la pena. Rifletti sul livello di piacere che ciò che stai per mangiare ti da. Se il livello è oggettivamente alto, se ne hai voglia per effettivo godimento, fallo. Se lo fai per noia, nervosismo, debolezza, no. Per esempio: io non mangio più formaggi ma rinunciare a una mozzarella in busta Santa Lucia è davvero così grave? E’ forse mozzarella, quella? No. Quindi rinunciamoci. Quando torno in Puglia, piuttosto, mi mangio una burrata fresca intera. E’ un peccato, sì. Ma ne vale la pena. E’ come tradire il proprio compagno. Puoi tradirlo con Massimo Giletti o con Ryan Gosling. Fai te.

3. Quando fai la spesa compra qualcosa che ti permetta di peccare ma che sia comunque più sano del junk food che assumevi prima. Per esempio, al posto dei Fonzies, comprati le mandorle, che sono caloriche ok, ma almeno fanno bene ai capelli. Oppure le noci, che sono grasse, quindi non puoi mangiarne 1 kg, ma fanno bene al cervello. Quando rientri a casa alle 19.30 e praticheresti anche un atto di cannibalismo per quanta fame hai, butta giù 5 mandorle (massimo 10, vabbé l’importante è che a 15 ti fermi) e 2 noci, e vai liscia fino a ora di cena.

4. Creati i finti dolci. Cose che puoi tracannare quando ti assale il bisogno di zuccheri ma che tutto sommato non siano troppo nocive: barrette Special K, magretti, cereali, yogurt. E soprattutto impara a vivere la frutta come un dessert, un dolce naturale ed ecosostenibile (io per esempio ho molto amato in alcuni periodi il cacomela e sono diventata una fan degli OGM).

5. Bevi il succo di mirtillo quando hai voglia di qualcosa di buono e non c’è Ambrogio nei paraggi che ti offra una piramide di Ferrero Rocher. Che poi il mirtillo è antiossidante. Per carità, costa un fuoco, ma sticazzi. Oppure le sane vecchie spremute d’arancia. Bandisci completamente le bibite gassate e se vai avanti di tisane, che siano senza zucchero.

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6. Quando esci cerca di non bere alcol, ma siccome una vita astemia è una vita demmerda e ti fa sentire una Amish alimentare, bevi del vino. No ai superalcolici, perché sono ipercalorici (pare) e perché non hai più 18 anni. No alla birra, perché non ti fai mica il culo a far gli addominali per poi ridurti ad essere Homer Simpson, santalamadonna. Anche se, come dice la mia amica Pea: nessuno parla delle straordinarie proprietà diuretiche della birra.

7. Quando vai a cena fuori cerca di optare per un secondo e contorno. Se poi hai un desiderio irrefrenabile di mangiare anche delle patatine fritte (o invece un primo), fallo e fallo con felicità e senza sensi di colpa. Goditele e il giorno dopo usa un piano detox (che è la versione alimentare del Purgatorio dantesco): verdura, frutta e proteine (tipo involtini di tacchino con rucola e qualche goccia di aceto balsamico, una tristezza unica che però ha un suo nonsocché).

8. Al weekend svegliati tardi, fai colazione alle 13 e fai un unico pasto intorno alle 19-20. Due giorni di alimentazione light ammortizzeranno eventuali sgarri pregressi o futuri.

9. Se ogni tanto, tipo una volta ogni 10-15 giorni salti la cena (non intenzionalmente ma perché succede) e mangi al massimo un pacchetto di crackers riso su riso, non è un dramma. Non morirai per denutrizione.

10. Una volta alla settimana fai colazione con una brioche presa al bar. Una volta alla settimana mangia anche la pizza perché il tuo corpo deve comunque gestire la pizza, non deve dimenticare cosa sia, altrimenti quando ricomincerai a mangiarla prenderai 1 kg a trancio.

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11. Controlla le dosi. Non esagerare con nulla, neanche con la verdura, perché poi ti gonfi come il dirigibile dei Led Zeppelin e lo stomaco ti si dilata. Mangia il giusto e ascolta il tuo corpo. All’inizio avrai paura di avere fame e porterai sempre con te in borsa mezzo kg di finocchi da ingurgitare in qualunque momento della giornata. Poi capirai che non è così terribile e che non è necessario sentirsi sempre in procinto di esplodere di sazietà.

12. Scopri i sapori vegetali: la zuppa di legumi al posto della piadina, i pomodori datterini come snack al posto dei Crostini Dorati San Carlo, le more al posto dei gianduiotti…

13. Insaporisci la cucina senza condire il tutto con ettolitri di olio. Usa le spezie, per esempio, e altri ingredienti come scalogno e porro che danno un senso a ciò che un senso non ha, a patto che tu non preveda di limonare nelle successive 10 ore.

14. Quando sei circondata da persone magre che si abbuffano, pensa che loro non hanno un obiettivo superiore, come invece ce l’hai tu. Non invidiarle, perché il bene che tu stai facendo al tuo corpo e alla tua salute è molto più gratificante di qualsiasi porcata loro stiano mangiando.

15. Fotografa il tuo corpo nel corso dei mesi e osservane la progressiva e lenta metamorfosi. Lenta perché ci vuole pazienza. Il tuo è un processo educativo, devi darti del tempo e non avere fretta. Devi imparare a trovare l’equilibrio tra il tuo culo e i carboidrati perché non devi poi riprendere i kg che hai perso. Ci vogliono mesi per dimagrire in maniera sana, con dolcezza. Anche perché non vorrai sfigurarti di smagliature.

Infine, ma anche questo è importante: fai sport. Non è necessario pretendere di diventare Jill Cooper, naturalmente. Io a volte non riesco ad andare in palestra più di 1 volta alla settimana (che è decisamente insufficiente), ma comunque lo sport è importante. Serve a dimagrire, ma anche solo ad agevolare il mantenimento del peso. Serve a sentirsi bene e a sentire il proprio corpo vivo. E se non ti piace la palestra, mettiti un paio di scarpe da corsa e vai al parco. Se non riesci a correre, cammina come se Gigi D’Alessio ti rincorresse cantando tutta la sua discografia, procedi a passo svelto per 1 ora e ti accorgerai di avere nelle chiappe dei muscoli che non avevi nemmeno mai pensato di avere. Tornerai acasa e sarai stanca ma felice.anigif_enhanced-buzz-7664-1371499284-0

Questa è la mia ricetta. Non so se possa funzionare per tutti. Ma per me un po’ ha funzionato e, soprattutto, si può fare. E si può fare non tanto per omologarsi ai canoni estetici dominanti, che figurati, noi li aborriamo, quanto per amarci di più. Per amare il nostro corpo. Che se proviamo a volergli bene, forse poi ce ne vorrà di più anche lui.

E ora ditemi, non sono forse migliore di Pierre Dukan?

 

ps: certo, io nel frattempo ho ricominciato a fumare, ma rismetterò, prima o poi, anche con quello.

Bisogno di Shopping?

Qualche tempo fa ho ricevuto una mail da una ragazza, che mi parlava di un’app, che mi parlava di shopping, che mi diceva “lo so che non sei la solita fèscion blogger neh, però secondo me questa cosa ti può interessare”. Così ho dato un occhio, io che sono una che fa fatica anche a scaricare gli aggiornamenti di iOS per intenderci: CheckBonus, l’app che premia il tuo amore per lo shopping.

Madre, ho pensato, mentre downloadavo e mi loggavo tramite Facebook: sarà una roba tipo Groupon che d’altra parte come puoi vivere senza acquistare un fondamentale screening del livello di calcificazione delle tue unghie dopo un semestre di gel permanente? Oppure, ho pensato, sarà una di quelle robe tipo Tutti Pazzi per la Spesa, che vi voglio bene ma io vivo da sola, secondo voi cosa me ne devo fare di 18 fustini di detersivo, 24 dentifrici sbiancanti e 50 scatole di legumi? Ma soprattutto, vivo in 40 metri quadri, secondo voi dove me li metto tutti questi prodotti (e no, lasciate in pace il deretano)? Poi ancora ho pensato che magari no, è tipo quella roba dei bollini al supermercato per vincere un set di pentole in ceramica antiaderente. Che anche lì, se avessi lo spazio e se cucinassi potrebbe interessarmi, ma per le verdure surgelate me la posso cavare con la casseruola Ikea. E poi dai, ma che davvero secondo te mi posso mettere a incollare bollini? Tra un po’ non ho il tempo per espletare i miei bisogni fisiologici primari e secondo te mi passo 30 minuti a incollare 140 bollini della spesa? Era un’attività che apprezzavo molto, quando avevo 7 anni.

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Che poi, questo va detto, io sono in generale un poco insensibile a queste operazioni di marketing e fidelizzazione del cliente. Da un lato perché sono commercialmente infedele, per alcuni periodi ho frequentato promiscuamente 4 supermercati, 3 parrucchieri e persino 2 palestre in contemporanea (poi dici com’è che non ti basta 1 uomo solo). Perché mi piace la varietà e mi piace poter scegliere in base alle mie esigenze contingenti. Secondariamente, esiste un problema ostativo con questo genere di fidelizzazione: la tessera. Di grazia, non è vero che la tessera non ce l’ho,  cara cassiera, è che chissà dove minchia è finita. Perché sì, signora, io la tessera l’ho fatta qui, l’ho fatta all’Esselunga, l’ho fatta anche all’Iper e l’ho fatta pure al Carrefour. Non si contano le tessere che ho fatto in 6 anni a Milano. Almeno 15 negozi di abbigliamento, 5 profumerie, 3 negozi di elettronica, 2 catene di librerie, più tutti i vari: parrucchiere, estetista, baretti della pausa pranzo, lavanderia e, se non ti spiace, devo comunque sempre portare con me il BancoPosta, la PostePay, la patente, il codice fiscale, la carta d’identità, una tessera Arci scaduta dell’unica volta in cui l’anno scorso ho deciso di fare la giovane indie-rock, quindi ti pare normale che posso andare girando con un raccoglitore per tessere fedeltà?

E infatti smanettando con CheckBonus realizzo il primo enorme plus di questa app: essere quel raccoglitore di tessere fedeltà, però sullo smartphone. Funziona che la scarichi, ci accedi quando vai in giro per negozi attivando il Bluetooth e ogni volta che passi negli store convenzionati (Coin, Stroili Oro, Adidas, Feltrinelli, Chicco – perché anche se voi siete giovani, single e libere non è detto che le vostre amiche non inizino a figliare a stretto giro) e accumuli dei punti che ti danno accesso a sconti sugli acquisti. E fin qui.

La cosa gagliarda è che l’accumulo dei punti avviene anche senza l’acquisto (penso a tutte le volte in cui entro in un negozio e ne esco frustrata perché non ho trovato ciò che cercavo o ciò che cercavo costava troppo). Anche in quei casi, la nostra semplice presenza nel negozio, viene premiata con un bonus che possiamo scegliere se usare al momento o conservare per il futuro.

In più, cosa non trascurabile, c’è il fattore risparmio, che schifo non fa. Tanto più per noi donne che abbiamo una quantità inesauribile di costi fissi per la quale non capisco com’è possibile che per legge non riceviamo degli incentivi in busta paga, tipo 200 euro in più rispetto agli uomini, sempre. Ebbene sì, perché non stiamo parlando del bisogno irrefrenabile di possedere tutte le nuances degli smalti Chanel, no. Stiamo parlando del fatto che non posso andare a fare un colloquio di lavoro con le sopracciglia e i baffi di Frida Kahlo, non vivo mica in Messico negli anni quaranta cazzo.

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Non posso andare in piscina con le liane sull’inguine e magari non sono Soldato Jane e non riesco a depilarmele da sola le grandi labbra. Certo potremmo fare la depilazione permanente, v’immaginate quanto costa? Non posso non curare la mia immagine in una società in cui l’invecchiamento è l’ottavo peccato capitale e avete idea di quanto costi una crema viso decente? Peggio ancora: avete idea di quanto costi un contorno occhi? Avete idea di quanto costino le fiale per arginare la perdita di capelli (che io continuo a perdere manco avessi una malattia terminale)? Oppure un ciclo di massaggi drenanti per illuderci di eliminare quelle fastidiose imperfezioni che, ogni volta, allo specchio ci ricordano, impietose, la distanza che c’è tra noi e Belen Rodriguez?

Gli uomini allibiscono se per caso t’accompagnano da Calzedonia e ci lasci 30 euro di calze. Ma secondo loro ce le vendono a 50 centesimi? Un po’ come la vicenda delle scarpe e delle borse. Ma cosa ne sai te, se io ho bisogno di due milioni di paia di scarpe perché mi servono di tutte le altezze, perché mi servono per slanciarmi, perché mi servono per stare comoda, perché nella vita devo essere un milione di cose insieme e per ciascuna di esse mi serve una scarpa appropriata. Insomma non è che noi donne lo shopping lo amiamo, è che ne abbiamo proprio bisogno. E nel frattempo che io scendo in politica per portare avanti questa battaglia di classe e di genere, voi scaricate CheckBonus qui e iniziate a beneficiarne!

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ps: per chi se lo stesse chiedendo, sì, questo è un post sponsorizzato, che ho scelto di fare perché ritengo sia su un’idea gagliarda, da cui è nata un’app utile e intelligente che mi auguro si diffonda in maniera capillare. Ma soprattutto, perdonatemi, ho scelto di fare questo post sponsorizzato perché vengo invitata a troppi matrimoni e dovrò pur dare il mio contributo alla lista viaggio degli sposi, no?

Single per Scelta?

Una delle domande che, in qualità di single, mi mette più in difficoltà ricevere è: “Sei single per scelta?“. All’apparenza non potrebbe che trattarsi di domanda retorica che a volte allude al fatto che tu sia single per volere di terzi in quanto affetta da qualche particolare forma di repellenza antropologica o biologica (tipo che soffri di reflusso e c’hai il fiato che manco lo zolfo sulfureo, oppure che sei una centrifuga-palle cronica, oppure che sei un cesso). Altre volte, invece, l’interlocutore s’aspetta che tu debba vomitare con disinvoltura, insieme alle tue interiora emotive, iddio sa quale illuminante verità sociale.

Ogni volta che la suddetta questione mi si pone, io vado in screen saver per qualche secondo, sulla mia faccia compaiono i pesciolini di Windows 98 e provo a pensare una risposta intelligente a una domanda demenziale.

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Perché, in verità, cosa significa essere single per scelta? Significa che ho gruppi organizzati di spasimanti respinti che ciclicamente avanzano proposte nei riguardi della mia persona? Significa che, al contrario, vorrei tantissimo un cavaliere templare al mio fianco ma purtroppo il mio Sacro Graal non è abbastanza sacro? Significa che ho condotto un’accurata swot analysis della condizione di single, preferendola alla condizione di accoppiata? Che sono troppo cazzuta? Che sono sfigata? E poi perché me lo chiedi in quel modo, come se fossi una dissidente, la no global del sentimento, la no tav del materasso?

No. Non mi sono mai svegliata una mattina dicendo:”Bene, io da oggi voglio essere single forevvah”.

No. Non sono circondata da scapoli favolosi che pendono dalle mie piccole labbra e che io respingo in qualità di amazzone metropolitana.

Sì. Ho naturalmente fatto un’accurata swot analysis della condizione di single, perlustrandone i pro e i contro.

No. Non sono single per scelta di qualcun altro. Non sono stata mollata di recente, non esiste uomo con cui io brami costruire due-cuori-e-una-capanna che insensibilmente mi rifiuti in favore di una cubista slava.

No. Non sono sfortunata. Penso che le nostre vite sentimentali siano frutto delle scelte che facciamo o che non abbiamo il coraggio di fare, più che della fortuna. Penso che siamo noi che decidiamo cosa procurarci, anche senza accorgercene. Penso che in amore esistano sia i rimorsi che i rimpianti e, più si cresce, più quelli si mischiano, e dipanare le matasse diventa un casino.

Tuttavia, no, non ho scelto di essere single.

Non ho scelto di NON avere mai un accompagnatore in qualsiasi situazione pubblica, dal matrimonio dell’ennesima amica alla serata di capodanno.

Non ho scelto di NON avere una famiglia e dei figli.

Non ho scelto di NON amare nessuno e di non essere amata in quel modo così socialmente auspicabile e rassicurante, come in una monogama coppia eterosessuale, anagraficamente allineata.

Non ho scelto di NON dare ai miei genitori la tranquillità di sapere che ho un gesuccristo accanto con cui spartire problemi e gioie.

Non ho scelto nulla di tutto questo.

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Ho scelto altro.

Ho scelto di non avere accanto un uomo che non mi rispetti.

Ho scelto di non avere accanto un uomo che io non rispetto.

Ho scelto di scoprire il valore della mia libertà.

Ho scelto di non essere sessualmente insoddisfatta.

Ho scelto di non dire bugie. E di non ascoltarle.

Ho scelto di sporcarmi i piedi con la polvere, invece che nasconderla sotto al tappeto.

Ho scelto di guardare in faccia la solitudine per capire che è senz’altro migliore di un uomo sbagliato.

Ho scelto di non essere verbalmente violenta.

Ho scelto di non annoiarmi.

Ho scelto di non simulare. Né l’amore, né l’orgasmo.

Ho scelto di non essere parte di una coppia infelice.

Ho scelto di non essere vittima.

Ho scelto di non essere carnefice.

Ho scelto di affrontare i miei demoni e di scoprire i miei limiti.

Ho scelto di essere quella che sono.

E, nel più profondo della mia vagina, resta il fatto che un giorno mi piacerebbe essere co-autrice di una storia. Sana. Adulta. Consapevole. Normale.

A tratti felice.

Approcci Analogici

Esiste un luogo comune piuttosto diffuso (assai disdicevole per le single) secondo il quale bisogna “viaggiare comodi”. Non avrei nulla in contrario se per viaggiare comode non finissimo ad andare in stazione con i leggins contenitivi e le ballerine, completamente struccate, con i capelli sozzi e legati, le unghie mangiucchiate e sfaldate, senza smalto, ma con un monociglio da far spavento all’unica pelliccia che Marina Ripa di Meana non si vergogna di indossare.

E’ esistito un periodo della mia vita in cui sono stata anche io di questo avviso, e in cui andavo in aeroporto quasi in vestaglia di flanella e pantofole di spugna. Fino al giorno in cui su un volo MilanoTaranto (o meglio, Bari, perché noi l’aeroporto a Taranto ce l’abbiamo ma le nostre autorità preferiscono non farcelo usare) incontrai uno dei miei ex, compagno di classe per giunta, di Taranto, che tornava a casa pure lui, rampantissimo marketing manager sarcazzo, prodigiosamente soddisfatto per la sua giovane età, sempre stato un inguaribile ottimista-liberista, pure a 15 anni del resto, che, guarda il caso, aveva il posto proprio accanto al mio. Che, guarda il caso, ero un cesso con la catena, quel giorno. E ci sono poche cose che mi disturbano come incontrare un ex ed essere un cesso con la catena. Forse è un po’ la sindrome da splendida-splendente combinata con il tipico coefficiente “renditi-conto-di-cosa-hai-perso-stronzo“, che è un coefficiente di serie, agisce sempre, anche quando in realtà la stronza sono stata io.

Comunque sia, quella carrambata mi ha insegnato una preziosa lezione da single: quando si viaggia bisogna essere guardabili, perché non sai mai chi puoi incontrare. Che non significa partire con il tacco 12 e due colli da 20 kg da trascinare. No, non rischiate la vita per nessuno, nemmeno per Brad Pitt in Vento di Passioni. Però raggiungete la soglia minima di gradevolezza, questo sì amiche, il giusto equilibrio, niente tacco ma un filo di trucco per intenderci, è fondamentale, fidatevi.

E questo per me è stato un mantra. Perché ti acchitti per andare in aeroporto? Perché non sai mai chi ci incontri. Poi mettici che da pischella ho visto Prima dell’alba e quindi è una vita che mi aspetto di trovare Ethan Hawke su un Frecciabianca, e il gioco è fatto.

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Ho creduto in questa idea, instancabilmente, anche quando i vicini di viaggio sono stati ingombranti, maleodoranti, logorroici. Ci ho creduto quando russavano. Ci ho creduto quando i loro figli tiravano calci contro lo schienale del mio sedile. Ci ho creduto quando squillavano le suonerie inaudite dei loro inauditi cellulari nokia del 2001, svegliavandomi dopo appena 10 minuti di agognato abbiocco. Ci ho creduto quando hanno trangugiato 15 panini incartati con la carta stagnola, mentre io avevo fame e nulla da mangiare. Ed era troppo tardi o io ero troppo stanca per accettare un tramezzino di cartone della carrozza ristorante di Trenitalia. Ci ho creduto persino quando hanno applaudito dopo l’atterraggio. Insomma, anche quando avrei potuto perdere la fede, ho continuato a credere nella validità del mio principio. E i fatti mi hanno, infine, dato ragione.

Succede che torno da un weekend fuori, di sera. Atterro, prendo la navetta e mi siedo sul posto esterno, quello che da sul corridoio. Un tipo arriva e mi chiede se è occupato quello accanto, il posto vicino al finestrino, sul quale io avevo naturalmente scaraventato la giacca e la mia borsa-container da 118 kg. Sì, gli dico, e raccolgo i miei pezzi. Quello fa, scambiando la mia borsa per un borsone (giustamente): “Vuoi che te lo metta su?” indicando i portabagagli in alto. Rifiuto. Ringrazio. E il mio cervello elabora l’evento straordinario che si è appena verificato: un uomo attraente e gentile, con barba e camicia, mi si è seduto accanto.

Di lì a poco l’uomo attraente e gentile, con barba e camicia, attacca bottone, chiedendomi qualcosa di insulso sull’itinerario della navetta, a cui non so naturalmente rispondere. E io assisto a quello che sembra essere un vero e proprio, ormai mitologico, approccio analogico.

Dopo un po’  viene fuori che lavoriamo in campi affini, lui a un livello estremamente più fico del mio come quasi tutti gli uomini del settore con cui mi capita di interloquire. Parliamo di lavoro. Parliamo di opportunità. Parliamo di scelte generazionali. Parliamo di Dubai. E tutto in modo gradevole, tra il serio e il faceto, come si conviene a una conversazione sull’Orio Shuttle a mezzanotte. Parliamo di ricerche di mercato, e app, e stratup. E io sono stanca ma lui mi sta parlando di una nuova ricerca che hanno fatto, non so chi,  una cosa tipo Google, che in Italia non è ancora arrivata ma che lui ha già visto i risultati, perché sai, lavora a Londra.  Finché non viene fuori che era di ritorno da un weekend giù, che quando sei terrone e qualcuno ti dice che sta tornando da giù, ti si accende proprio una nuova luce dentro, è come se finalmente ti rilassassi e il tuo corpo iniziasse a pensare: tu-terrone-io-terrona-noi-amici. Infatti gli chiedo prontamente: “Giù dove?”. “Puglia”. Uau. Evviva. Epifania.

Morale della favola: pugliese di Ostuni,  di ritorno da una visita alla sua famiglia, di passaggio a Milano, attraente e gentile, con la barba e la camicia, età indefinita tra i 30 e i 40 ma più verso i 40, non tanto alto, moro al limite col Maghreb, mi imbrocca (o si lascia imbroccare). Per un momento vedo tutto il nostro felice e ruggente futuro passarci davanti: io che mi trasferisco a Londra e inizio a scrivere Memories of a Pussy, lui che lavora, io che esploro la città e fiuto le tendenze, e poi le feste un po’ dai suoi, un po’ dai miei, un po’ in vacanza, sì insomma, tutto fila, io ho anche già gli amici a Londra, ottimo.

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La navetta arriva in Stazione Centrale, è tardi e lui mi dice che avremmo potuto continuare a parlare per altre 3 ore, mi chiede se l’indomani sarò a un evento importante del nostro settore di lavoro e gli dico di no (ovviamente). Cerca frettolosamente il bigliettino da visita, non lo trova e decide di lasciami il suo numero,  così, a voce, ex abrupto, alla vecchia maniera, stile primi anni duemila. E io, dopo secoli di militanza tra egofroci milanesi e milanesizzati, che già whatsapp è una comunicazione troppo intima, ecco io resto piacevolmente sbigottita. Gli chiedo quale sia il suo nome, per memorizzarlo, perché ancora non lo so (mentre lui, il mio, almeno me l’ha chiesto).

E ci salutiamo così, poi, senza conoscere i rispettivi cognomi, senza scambiarci il contatto su Facebook, senza frugare online per scoprire chi è quell’uomo attraente e gentile, o quella vagina simpatica coi capelli da pazzah, che ha viaggiato accanto a noi per un’ora.  Alla fine lo memorizzo in rubrica con il suo nome e al posto del cognome scrivo “Ostuni“. Lui mi salva con il mio nome e al posto del cognome scrive “Taranto“. E tutto questo mi fa quasi sentire come Kelly Taylor e Dylan McKay.

Torno a casa pensando che sicuramente è sposato con una che vive a Londra e fidanzato con 2 che vivono a Milano, e che molto probabilmente non ci sentiremo e non ci vedremo mai più. Ma che comunque, di sicuro, ho fatto bene a darmi quella passata di trucco prima di partire.

E anche che, a volte, addirittura, gli approcci analogici possono capitare ancora.

Sono in via d’estinzione, tipo il Toporagno d’acqua di Sumatra, ma esistono.

Pheeghe Vere

A Milano sta per partire Expo 2015. Ebbene sì, ci siamo.

Tutte quelle di voi che capiteranno da queste parti (per lavoro o per piacere, perché sì, pare che moltissima gente vorrà andare a Expo per piacere, sono io che sono grettamente immune al fascino esercitato da questa enorme fiera commerciale, ma no, sicuramente sarò smentita, è l’incontro tra le culture, un’occasione di crescita e confronto, di riflessione sull’alimentazione sana, infatti tra i main sponsor c’è Coca Cola), dicevo tutte quelle di voi che capiteranno a Milano in questi mesi, o che ci verranno in futuro, o che ci si trasferiranno, avranno modo di inciampare in alcuni autentici esemplari di Pheeghe Vere D.O.P.

E allora vi accorgerete dell’indiscutibile e indiscussa differenza che c’è tra loro e noialtre, vagine normali. Non vorrei fare una discriminazione su base territoriale, sia chiaro, l’Italia è piena di donne bellissime, ma l’essere Pheega Vera non c’entra in senso stretto con la bellezza. O meglio, la bellezza è condizione necessaria ma non sufficiente per l’autentica Pheegaggine.

Scopriamo insieme quali sono i tratti salienti della Pheega Vera milanese, così che possiate gestirne meglio il confronto quando la troverete davanti. Perché le Pheeghe Vere sono ovunque intorno a noi e se vogliamo comunicarci dobbiamo imparare a decodificarle, a comprenderle e a entrare nel loro cuore.

Parte la sigla di Super Quark.

Conduce Vagina Angela, che è la sorella segreta di Alberto, che è il figlio di Piero.

1. La Pheega Vera è magra. Su questo non ci sono cristi né madonne che tengano. Non esiste Pheega Vera che sia “cicciottella”. Il grasso tecnicamente è peccato, è volgare, è e resta sempre “povera terroncella paffuta” e se non sei terroncella, hai sicuramente antenati terrons. O comunque sei della provincia. O della periferia estrema. La Pheega Vera ha la 40. Se sfora nella 42 va di dieta detox. Se è una 44, è solo una wannabe. Essa è, inoltre, alta, longilinea, con gambe di 1 metro, il collo lungo, le mani ossute e due tettine eleganti.

2. La Pheega Vera ha di conseguenza un rapporto assai particolare con il cibo. Essa mangia poco. Mangiar poco è di classe. Nel piatto lascia sempre un avanzo. Voglio dire, ve la immaginate Carolina di Monaco che fa la scarpetta nel sugo di polpette? Onestamente? NO. Capisci che per quelle come noi cresciute a forza di “ci sono bambini che muoiono di fame in Africa”, ecco per noi è pressoché impossibile raggiungere il PheegaNirvana a tavola e mangiare la metà di quello che abbiamo davanti. Quando la Pheega Vera ha un buco nello stomaco mangia bacche, o frutta essiccata, o biscotti senza lievito, senza frumento, senza lattosio, senza grassi aggiunti, senza zucchero (tutti elementi a cui è intollerante). Snack privi di materia ma croccanti, perfetti per illudersi di mangiare praticamente senza mangiare.

3. La Pheega Vera conduce una lotta costante contro la propria ritenzione idrica, reale o immaginaria che sia, armandosi di tisane e massaggi drenanti. Raccontatele un nuovo trattamento infallibile studiato nei laboratori Guam e sarà vostra almeno per 10 minuti.

4. La Pheega Vera ha i capelli lisci e setosi. Non esiste Pheega Vera con i capelli crespi, per esempio.

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5. La Pheega Vera è attenta al look, sempre. Sceglie cosa indossare la sera prima e, soprattutto, non commette i clamorosi errori di stile che alcune altre, povere stolte, commettono. Cose tremende come indossare calze color carne (una Pheega Vera si darebbe fuoco, piuttosto che andare in giro con delle calze color carne) oppure usare lo smalto perlage (solo colori matt, per cortesia, possibilmente Chanel, per instagrammare poi la foto).

6. La Pheega Vera ha sempre l’outfit perfetto per ogni occasione e, se non lo ha, lo compra. Bisogna sempre essere appropriati, in qualunque contesto. Attenzione, però: essere appropriati non significa essere eleganti. Ci sono poche cose inappropriate come essere over-dressed, quindi lasciate pure a casa i vostri vestiti buoni della domenica, conservati dall’ultima festa del Santo Patrono. Sappiate che la Pheega Vera sceglie sempre un outfit che manifesti un certo distacco,  zero soggezione nei confronti della situazione, secondo una logica che a noialtre rimane comunque parzialmente incomprensibile, ma che alla fine sembra sempre dire: “Sono favolosa, sono all’altezza della situazione, vengo con le mie sneakers da 500 euro”.

7. Ma soprattutto la Pheega Vera ha una varietà inesauribile di indumenti e accessori, e scarpe, al punto che vi verrà il sospetto che siano usa e getta e che non possa conservarli tutti in una sola casa (questo finché non scoprirete che ha una scarpiera con le luci a led che s’accendono all’apertura delle ante,  con dentro ripiani di Jimmy Choo e Louboutin), tipo quella di Carrie Bradshaw – giuro, una mia amica ce l’ha così – e tutto sembrerà surreale, a voi, che ogni anno per fare spazio alle scarpe estive dovete conservare nel tramezzo quelle invernali).

8. La Pheega Vera ha visto tutte le puntate di Gossip Girl e vive nel segno di Blake Lively, che è indubbiamente la donna più bella, più elegante, più assurdamente meravigliosa del globo terracqueo.

"Mr.Turner" Premiere - The 67th Annual Cannes Film Festival

9. La Pheega Vera non parla quasi mai di politica, né di attualità. Salvo che per attualità non s’intenda lo speciale su X-Factor di Vanity Fair.

10. La Pheega Vera fa almeno un viaggio intercontinentale all’anno. Conosce gli States alla perfezione, possibilmente ci ha studiato e se ha un weekend lungo va a Nuova York a fare shopping.

11. La Pheega Vera ha senza ombra di dubbio l’iPhone e il Mac e, se iddio vuole, ha in casa almeno una sedia/lampada Kartell e uno Smeg.

12. La Pheega Vera non si spazientisce mai, non alza la voce, non dice parolacce, non è inopportuna, mai.

13. La Pheega Vera non esce mai struccata ma opta sempre per un trucco nude look.

14.  La Pheega Vera non ha mai avuto una Tessera Arci nella sua vita.

15. La Pheega Vera ha di sicuro fatto almeno una vacanza in barca e ha la casa di villeggiatura al mare. In Sardegna o in Costa Azzurra o a Miami. Chi ce l’ha in Liguria è Pheega ma non è Vera.

16. La Pheega Vera ha almeno un completino di Victoria’s Secrets nel cassetto.

17. La Pheega Vera  fa sport non perché ne abbia bisogno, ma perché le piace.

18. La Pheega Vera ha solo borse splendide. Niente sbavature, niente cadute di stile. La Pheega Vera regnerà sovrana nell’alto dei cieli, seduta alla destra del Padre, con il merito straordinario di non aver mai comprato una borsa Carpisa nella sua intera vita. Quando parlate con una Pheega Vera, eliminate dalla vostra mente tutte quelle ridicole marche che avete coniderato fino ad oggi, tipo Prima Classe, Borbonese, Etro, Byblos, Guess e fate largo a Prada, Balenciaga, Hermés, Céline, Chloé, Valentino, Miu Miu. E lei, l’intramontabile Chanel, che pure usata costa 1.600 euro. E se non ve le potete permettere (come me), ripiegate su borse unbranded, anonime, senza loghi, borse bastarde figlie di nessuno. Non fate, per piacere, quella cosa assurda di comprarvi la Coccinelle (che io ho avuto e mi è anche molto piaciuta) o la Furla, che sono il purgatorio delle borse, una vita di mezzo che vi costerà 300/400 euro, e comunque non vi renderà né pheega, né vera.

19.La Pheega Vera ha i denti perfetti, le sopracciglia perfette e il ritocchino che non t’aspetti.

20. La Pheega Vera non ha peli perché Madre Natura ha scelto di dargliene pochi e perché quelli che aveva li ha eliminati con la depilazione permanente, che ha fatto quando tu ancora non ti facevi i baffi, per intenderci.

A questo punto saprete come destreggiarvi quando avrete a che fare con una Pheega Vera. Che per quasi tutto sarà estremamente diversa da voi, ma se la diversità non vi spaventa, scoprirete che ci sono un sacco di cose nuove che potete imparare (come che le scarpe con il buco sull’alluce si chiamano “open toe”).

Spiriti Affini

Ascolto You know I’m no good di Amy Winehouse, buon’anima.

La ascolto e penso che il segreto è tutto nelle dosi. Come con la pasta. Che io non solo la scuocio, ma non sono neanche capace di salarla per bene. Perché, vedi, il punto è nella giusta misura. Solo che io non so quale sia la giusta misura tra noi, non l’ho mai saputo. Certo, ora, per lo meno, conosco tutte le misure sbagliate. Tutte quelle che alla fine ci fanno male.

Dici che siamo spiriti affini. Ti dico che crescere significa accettare che gli spiriti affini non sono quelli con cui si costruisce la vita. Perché gli spiriti affini, sai, son troppa roba. Sono totalizzanti, viscerali, divoratori. Non lasciano spazio ad altro e noi, di grazia, abbiamo bisogno di altro. Per crescere, per fare la nostra strada, per lavorare, per illuderci di vivere. Forse anche per vivere davvero.

Chi può dirlo, poi, cosa sia la vita vera. Chi può dirlo se sia trovare un bravo ragazzo, tenerselo stretto e metterci su casa insieme. E vedere un percorso. E costruire un progetto. Oppure sposare una brava donna, una che ti dia la serenità, una che piaccia a tuo padre, che sappia fare le torte, una che feconderai per avere una discendenza al trono. Chi può dirlo se sia nelle mie braccia che ti stringono, e nelle mie cosce che tremano, e nei miei denti che mordono, e nei tuoi respiri che s’inseguono. E in quel piacere che cresce, che tende tutto il nostro essere partendo da un punto profondissimo, perso tra la testa e i lombi, che strappa ogni certezza, che cancella l’aria. Chi può dirlo se la vita vera sia perdersi negli occhi e nel sudore di un uomo sbagliato, smarrendo il confine, negando la ragione, scivolandosi dentro, una volta ancora. Ancora mille volte.

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Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Che tu ci sia, in un angolo, senza prepotenza. E io ci sarò, per te. Lì. In quello stesso angolo. Ma niente di più. Perché, vedi, io questa recita la conosco già, e già so che non potrò essere protagonista della tua messinscena sul palco della normalità. Ma tu mi conosci, prima donna sono, figurati se me ne sto in disparte a fare la controfigura. Forse potrei, ma non voglio. Non sarebbe giusto.

Io ci sarò, per te. Lì. In quell’angolo. Che diventerà il nostro spazio. Di cui nessuno saprà. Nemmeno noi, a tratti. Ci limiteremo a trovarci lì. Di tanto in tanto. Mentre vivremo le nostre vite altrove. Mentre tenteremo di sentirci compiuti, noi che compiuti non saremo mai. Ci limiteremo a trovarci lì, di tanto in tanto. Per vomitare i rimpianti che coltiviamo. Per morsicarci le inquietudini. Per ridere. Per piangere. Per incrociare una bambina in metropolitana, che mi sorriderà, e io le farò la linguaccia, e lei mi farà un occhiolino, e tu ci guarderai, ed entrambi fingeremo di non pensare ciò che penseremo. Come sarebbe stato se. Fingeremo di non chiedercelo, perché entrambi sappiamo che non è stato. Che non è. Che non sarà mai.

Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Non è forse questo che fanno gli spiriti affini? Non si amano nel silenzio, per il fatto stesso di esserci, di saperlo, di sfiorarsi? Forse la soluzione è fare di nuovo l’amore. Non distinguere più il mio corpo dal tuo, e il tuo dal mio. Prima di lavarci via il sapore e l’odore e l’illusione di quella felicità, solo ipotizzata, passata, foldata. Prima di tornare alle nostre vite. Senza sbavature. Senza effetti collaterali apparenti.

Il fatto è che devi esserci, senza esserci. Sono dello scorpione, cerca di capirmi. Non puoi farmi male, perché poi te ne faccio il triplo. Non puoi farmi male. Non devi. E io non voglio farne a te. Non posso permettertelo e non posso permettermelo. Non a 29 anni. Non dopo averlo fatto già troppe volte, spogliarmi nuda e offrirmi alla carneficina sentimentale di turno. Procedendo spedita verso il dolore più sordo, in punta di piedi sulla vita, divorata dall’incoscienza e affamata di emozioni. Con un paio di tacchi alti addosso. E niente più.

Dici che siamo spiriti affini.

Dici che essere adulti significa ammettere la straordinarietà che ci lega.

Forse hai ragione. Ma essere adulta, per me, significa anche proteggermi un po’. Riuscire ad amarmi, sempre. Più di quanto possa fare qualunque uomo. Incluso te. Che, dici, sei il mio spirito affine.

Che, dici, non ne troverò mai un altro come te nella vita.

Che, dici, non ne troverai mai un’altra come me nella vita.