Inventario Generazionale Maschile

Quando hai una navigata gavetta sentimentale alle spalle, hai sforato i 30 e sei formalmente single, non puoi non constatare che trovare un partner diventa sempre più complesso. Proprio in termini di “parametri di ricerca” intendo, che naturalmente, sì certo, ovvio, lo sappiamo benissimo che l’amore non si cerca, che quello arriva all’improvviso mentre stai facendo la cacca, però insomma ci siamo capite.

Affrontiamo la questione scientificamente, procedendo per macro-gruppi generazionali.

  1. Millennials: gli under30 per intenderci (i millennial veri voglio dire, non quelli che hanno giocato con il Grillo Parlante da bambini e che hanno programmato in MS-DOS nel Piano Nazionale Informatica dei licei scientifici italiani); sono giovani, più giovani di te. Sono maschi di 26, 27, 28 anni. Per carità, va bene. È fico da raccontare al tuo migliore amico finocchio. C’hanno un sacco di voglia di vivere (e di ciulare), hanno dei bei corpi, delle pregevoli erezioni spontanee che li rendono sempre pronti; non hanno particolari defaillance, non devi fare una tarantella per risvegliare l’anaconda sopita, e manifestano una discreta capacità d’apprendimento (data dall’autorevolezza sessuale che evidentemente ti riconoscono per via del gap generazionale). Resta il fatto che sono pischelli. Certo, non tutti. Prendi il più maturo dei millennial, il più interessante, il più sensibile, il più evoluto che trovi e sappi che difficilmente starà pensando alle stesse cose che pensi tu. Sappi che, probabilmente, starà ancora definendosi come persona, nel bel mezzo di quel processo che conosci assai bene perché c’eri dentro fino a un pugno di anni orsono (non che ora tu abbia finito). Sappi che mentre tu senti l’urgenza di rispondere alle aspettative che la società ha su di te, quello si chiede cosa mangiare per cena o se andare o no a vedere la partita della sua squadra del cuore. Che non ci sta pensando, che sei la donna della vita. Che c’ha proprio altri cazzi per la testa. Che non ha fatto una lista di tutti i tuoi straordinari benefits, per i quali sicuramente non vorrà perderti. E mentre tu ti sperticherai con fare materno, dedicandogli attenzioni e cura, abbi a mente che tra un paio d’anni si metterà con una 7 anni più giovane di te. Non venitemi a dire che “però Selvaggia Lucarelli” perché non è che siamo tutte bone come Selvaggia Lucarelli, ok? Voglio dire, è successo a Demi con Ashton. Figurati se non succede a noi.

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2. I trentenni: ahisahduifinfnfdknfgjnfbds. Volevo digitare con i gomiti, mentre mi mettevo le mani nei capelli e ce le lasciavo. Che meraviglia, i nostri coetanei. Quelli che NON sono fidanzati o conviventi (se ne registrano circa 20 in tutto il paese, affrettatevi), sono tendenzialmente dei millennials noncresciuti che non hanno neppure fatto il passo di imbarcarsi in una relazione seria. Proliferano i Golden-Single, che sono proprio vergini, che hanno un’educazione sentimentale pari a quella di un cactus dell’Arizona, l’expertise di uno stagista dell’amore e rimorchiano ancora le 18enni su Wechat. E poi ci sono quelli che sono usciti da una storia di 12 anni con la fidanzatina del liceo e quindi adesso prima dei 40 non vogliono sentirne parlare. Tanto hanno un decennio di vantaggio biologico rispetto a noi donne. A 40 troveranno una nostra erede culturale, ugualmente in sbattimento, che se li accollerà. Quasi tutti, comunque, sono infognati in un interminabile processo di definizione di se stessi (fonte di ansia indomabile, implicito egocentrismo, variabile vanità e costante misurazione dell’indice di successo della loro vita – con conseguente margine di tolleranza del successo di una partner eventuale). Pluriaccessoriati di insicurezze, si trincerano in un cameratismo virile fatto di concerti, partite di calcetto (o di basket, o di tennis, o di golf), dating app, viaggi con la mega-cumpa di amici, playstation, serie-tv, libri e fumetti. Non mi sento neppure di dar loro torto, in effetti. Si appassionano platonicamente a donne inarrivabili, decisamente fuori dalla propria portata, e trattano con sufficienza quelle a cui – per brevi lassi di tempo – hanno accesso. La risposta, in questi casi, è che se hanno superato i 30 e sono single, evidentemente, è perché single vogliono essere. E chi siamo noi per indurli a fare una cosa che, intimamente, non vogliono fare, cioè farsi rompere i coglioni da una femmina che poi pretende pure, chessò, di parlare al telefono? O di uscire? O di fare delle cose insieme? O di avere un regalo a Natale? O che tipo poi le devo pure pagare la pizza quando quei soldi mi servirebbero per andare al concerto de I Cani? (questo a grandi linee è il livello di analisi della situazione)

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3. I Quarantenni: molto bene. Il 40enne single è come il 30enne ma con un bagaglio di 10 anni in più di autoreferenzialità pura. Voglio dire: non sei la prima. Sai quante commilitone ci sono già passate? Sai quante hanno già provato a redimerlo invano? Cosa ti fa pensare di essere migliore delle altre? Di poter riuscire dove altre hanno fallito? Una possibilità in effetti c’è, ed è il puro tempismo. Cioè che il 40enne, se e quando ha capito di averlo lungo abbastanza, può finalmente occuparsi di fare contenta la mammà e scegliere un’incubatrice. E se tu hai la fortuna di trovarti proprio lì, al momento giusto, con l’outfit giusto, se riesci a venderti abbastanza bene da sembrare abbastanza figa (o abbastanza accondiscendente e remissiva, dipende dal tipo di maschio) per lui, allora forse je la fai. Devi essere curata, esteticamente appetibile e ancora competitiva con quelle che c’hanno 24 anni, possibilmente benestante perché l’uomo contemporaneo non è che non ci faccia caso, e comunque in età fertile (“Dai 35 anni in su, non so, ma le escludo per una relazione seria” cito testualmente). Altra possibilità è che a 40 anni il maschio abbia magari superato la sbornia della sua precedente rottura, e dopo 7 anni di scopate occasionali (o di agghiacciante astinenza, dipende dal tipo di maschio), si senta pronto a imbarcarsi di nuovo in un presunto regime monogamo. Tuttavia, c’è un però. Però diventare così adulti da soli, vuol dire avere un’architettura di abitudini e nevrosi, con le quali dovrai essere capace e disposta a incastrarti. Certamente ce la farai, amica, se lo vorrai, io credo in te. Sappi però che non è così facile. Cioè dopo averlo trovato, tocca pure farlo funzionare. In tutti gli altri casi, il 40enne è sposato e abbiamo detto (no, non in questa sede ma in altre sì), che con gli uomini delle altre anche basta. Talvolta è padre. Talvolta è divorziato. Questa è una casistica che mi manca e in effetti potrei sperimentarla, prima di considerare conclusa la mia indagine etnometodologica dell’amore. Sai no, provare con il ruolo dell’ex moglie a cui passare gli alimenti. L’affidamento congiunto dei figli. Ne ho già fatti e non ne voglio altri. E altre robe di questo tipo.

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4. I Cinquantenni: essi presentano numerosi vantaggi. In primis, il ventennio che vi divide farà comunque di te una dea ai loro occhi. Lo sguardo del cinquantenne sul tuo corpo, sulle tue imperfezioni, sulla cellulite, il cuscinetto, la pelle che non tiene più come teneva 10 anni fa, sulle prime rughe, sarà sicuramente meno giudicante (o così lo percepirai tu), rispetto allo sguardo di un coetaneo. Quindi tu ti sentirai più libera, più sicura, più femmina. In secondo luogo, il cinquantenne è rassicurante, empatico, intuitivo. Chiacchierarci sarà un piacere e la posizione in cui lo farai, quel paternalismo non detto ma inevitabile che si instaura, quel dialogo di sicurezza e giovinezza, lo scambio vicendevole e benefico, l’afflato di due anime anagraficamente distanti ma eccezionalmente capaci di cogliersi, è una delle dinamiche più confortevoli che esistano. Sessualmente, poi, il cinquantenne ha esperienza. Non è uno di questi damerini di nuova generazione. Quello la fica la conosce, pure bene. E, tendenzialmente, la ama, in quanto tale. Col pelo, senza il pelo, di sopra, di sotto, di traverso. La riconosce ancora come l’oggetto del desiderio, il movente di una sessualità sincera, fisica, gioiosa e vitale. Si è formato quando il sexting non esisteva e non era neppure immaginabile. E il fatto che tu sia la sua ultima primavera sessuale, in verità, gli farà sparare le ultime scorte di cartucce con una passione che manco i 16enni. Inoltre, è raro che un 50enne ti chieda di fare a metà del conto al ristorante. Non che questo faccia di lui un eroe,  ma sappi che è così. L’aspetto negativo è che comunque l’età c’è ed è un fatto. Il corpo non è giovane, ed è un fatto. La sua vita, una lunga parte di essa, l’ha già vissuta e quegli anni che non avete condiviso, in cui tu eri ancora uno spermatozoo e lui andava a Londra per la prima volta senza le low cost; in cui tu guardavi Dawson’s Creek e lui cresceva dei figli che adesso hanno pochi anni meno di te, sono andati. Non li riavrai. E, qualora volessi riprodurti (perché come il nostro governo insegna, è una domanda che dobbiamo comunque porci), sarà abbastanza difficile che tu lo faccia con un uomo così maturo; e qualora lo facessi, i compagni di scuola di vostro figlio penseranno che lui sia il nonno che va a prenderlo all’uscita da scuola. A me verrebbe da dire anche sticazzi. Però ti segnalo questi punti, amica, perché è giusto tu sappia. Sappi, infine, che le sue chiappe potrebbero essere molli, i suoi capelli radi, le sue gonadi canute. Donna avvisata…

(tutti i vantaggi testé elencati, come dimostra l’immagine allegata, non valgono per qualunque 50enne)

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5. I 60enni e gli over60: vabbè…purtroppo di Sean Connery ce n’è uno solo nel mondo.

Ora, come sempre io parlo dal mio parziale e vaginale punto di vista, ma sono sicura che si possa stilare un elenco invertito sul genere femminile. Anzi, prima che qualche brillantissimo lo faccia, mi porto avanti e vi anticipo cosa dirà (così non me la menate col solito sessismo):

1. Le ventenni: fighe, toniche, leggere, bisognose di conferme, manipolabili, spregiudicate, vogliose. Al massimo un po’ superficialotte.

2. Le trentenni: che Dio ce ne liberi, in sbattimento totale, alla ricerca disperata di un seme che le fecondi. Schizzate, indecise, convinte di avercela solo loro ma pronte a lanciarla dietro al primo stronzo che passa, salvo poi chiedersi dove siano finiti i bravi ragazzi, che puntualmente snobbano. Pretese altissime. Fisicamente si stanno già sfasciando. Complessatissime per il fatto che tutte le loro amiche si sposano e loro sono ancora su Tinder.

3. Le quarantenni: se sei fortunato le trovi ancora ben conservate, hanno quasi tutte abbandonato l’idea di procreare o hanno già procreato con terzi. A volte, però sono ancora un po’ troppo incazzate e cazzofobiche. A letto, una bomba.

4. Le cinquantenni: sono il nuovo Eldorado, quelle tenute bene. Materne, rassicuranti e a bassissimo mantenimento; sono quelle tornate single, i figli già ce li hanno e non ne vorranno altri e pure se li volessero puoi stare sereno che la menopausa risolve i problemi! Non sono alla costante ricerca di conferme e rassicurazioni, sanno cucinare, sono indipendenti (anche economicamente), non hanno bisogno di essere né aiutate né salvate, e poi la femminilità non ha età. Sono grate della tua presenza nella loro vita perché le fai sentire ancora giovani, desiderabili e ogni volta è una sorpresa per loro essere ancora chiavate da uno che potrebbe, sulla carta, essere il fidanzato delle loro figlie. O quasi.

5. Le sessantenni: hanno comunque un loro pubblico…

Insomma, è un mondo difficile lì fuori.

Un gioco faticoso, l’amore.

Un terno al lotto.

Le possibilità di vincere sono poche.

Per averle tocca comunque partecipare.

E perdere.

E non smettere.

Quinquennio Vaginale

Avevo 26 anni. Una tuta di pile viola. 15 o 20 kg di più. Molti più capelli. Molte meno rughe. La pelle più tonica. I denti più dritti. Ero castana. Avevo un paio di scarpe della Guess. E un paio di borse di Carpisa (oh, yes).

Avevo 26 anni, il mio regime alimentare era fondato sul Contorno Mediterraneo di 4 Salti in Padella, sulle Patatine Più Gusto – Gusto Pomodoro e sulle Gocciole Pavesi. Ascoltavo un repertorio musicale di gusto dubbissimo e mi accingevo a raccogliere i pezzi dell’ennesima (ennesima, già ai tempi, ndr) relazione finita.

Nasceva così, questo blog.

Da allora, dal novembre 2011, sono trascorsi 5 anni. È cresciuto il blog e sono cresciuta io. E sotto i ponti sono passate parole, e righe, e commenti, e bit, e byte, ed esperienze, e vita.

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Come Eravamo

E ora son qui che m’accingo a buttare giù uno di quei post autoreferenziali che generalmente odio leggere, ma che in qualche misura mi sembra giusto scrivere. Da un lato perché gli unici anniversari che festeggio sono quelli con wordpress. Dall’altro, perché questo blog, con tutto ciò che ha portato nella mia vita, ha significato tanto. È diventato un pezzo importante del mio percorso, e allora lasciatemi fare questa cosa un po’ melensa, pura masturbazione vaginale, di ripercorrere i momenti più significativi, di ringraziare qualcuno, di fare un mini-bilancio, che del resto siamo quasi a fine anno.

Lasciatemi ringraziare la Vagina, per alcune cose:

  1. Per avermi aiutata, da pischella, a vivisezionare, comprendere ed esorcizzare i miei limiti, i miei difetti e le mie paure. Non che sia un lavoro terminato, l’introspezione è peggiore della Salerno-Reggio Calabria, però dei progressi sono stati fatti. Un metodo, per lo meno, è stato acquisito. E questo, nel generale analfabetismo emotivo in cui viviamo, male non fa.

2. Per avermi fatto incontrare tantissime persone in questi anni, la maggior parte delle quali interessanti, alcune diventate amicizie vere, di quelle che molesti a qualunque ora del giorno e della notte se non stai bene, e che ti molestano a loro volta se non stanno bene loro, senza chiedersi scusa, senza sentirsi in imbarazzo. Di quelle che puoi riderci, e puoi piangerci, e farci progetti, e scambiarci opinioni, e condividerci sbronze, e successi, e fallimenti. E tutto questo in una metropoli come Milano, francamente, poco non è.

3. Per la rubrica su Cosmopolitan che ho curato per quasi 2 anni, che a voi non sembrerà un granché, ma quando mi fu proposto, ne fui davvero felice. Felice un casino.

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La Rubrica su Cosmopolitan

4. Per la prima VagiNight, nel 2013, in collaborazione con la LILA, che fu una figata pazzesca, oltre a essere un evento benefico, di cui il mio karma deve aver beneficiato in qualche maniera (che non è stata “trovare il grande amore della vita”, però diamogli tempo, al karma).

5. Per avermi fatto ricevere tonnellate di email (molte delle quali giacciono senza risposta in una cartella, e di ciò mi scuso, ma non riesco a star dietro a tutto). Per gli attestati di stima, le storie, le testimonianze, l’affetto (non esagero) che chi mi legge ha dimostrato. E anche per le critiche, che accolgo con inaudita fatica, ma che a volte servono.

6. Per chi mi segue da anni e da anni torna sotto ogni mio post a scambiare idee, opinioni, a rendere questo blog una community, che è molto più di un “diario segreto pubblico”. Per chi ha reso questo posto uno spazio di dialogo e confronto. Per i miei zii virtuali (Dovesei, il Luperrimo, il Fedi, il Pinza; per Mezzatazza che è qui da principio; per Alessandro che ogni volta mi regala spunti e arricchisce le mie riflessioni, o pugnette che dir si voglia; e naturalmente per tutti gli altri, che leggo, e conosco, e riconosco; e per tutte le matricole, ovviamente, che sono sempre le benvenute)

7. Per la redazione de Linkiesta che da anni mi concede di parlare anche di altro; per le collaborazioni con Corriere; per gli editori che mi hanno contattata, per i giornalisti che mi hanno intervistata, per i produttori televisivi, per gli eventi, per gli inviti, per le pr che mi scrivono e che mi chiedono di fare marchette che non faccio, ma le capisco, perché fanno il lavoro che ho fatto anche io per 7 anni. Per i brand che scelgono di collaborare con me anche se mi chiamo come l’organo genitale femminile. Per i gadget che comunque non dispiacciono mai.

8. Per il coraggio che, a un certo punto, è arrivato, di provare a sopravvivere di stenti&scrittura, in Italia, nel 2016 (e ancora non so dirvi se ce la faccio, ma sarete aggiornati, prima o poi vi chiederò il contributo, come wikipedia o il guardian – del resto siamo sullo stesso livello, no?)

9. Per le soddisfazioni (tante) e le porte in faccia (poche, ma me le sono legate al dito, tutte, che come sapete sono molto easy-going), che servono anche quelle. Per le idee che si concretizzano e per tutte le altre che restano nel caos primordiale del “prima o poi lo farò”. Per il blog di viaggi che ho aperto (questa è una auto-marchetta, comunque sì, cliccate e laikate, come dicono quelli che fanno questo sporco mestiere che dopo un po’ ti fa invidiare i “commercialisti”, gli “avvocati”, i “medici”, gente che insomma si capisce come cazzo campa).

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Una foto della VagiNight

10. Per tutte le volte che mi ringraziate di ciò che scrivo. Di farvi ridere fino alle lacrime, e sorridere, ed emozionarvi, e a volte piangere (il mio narcisistometro sta impazzendo, ma sono cose che mi dite voi e io vi❤ anche per questo). Per tutte le volte che mi ringraziate di aiutarvi a superare un momento difficile, di farvi sentire meno sole, meno pazzeh, più comprese, più normali e mi fate pensare che ciò che faccio un senso ce l’abbia. Per tutte le volte che mi dite che leggendo un mio post, leggete meglio voi stesse, con una chiarezza che non avevate ancora trovato. Per tutte le volte che sentite che le ansie e le incertezze che viviamo sono comuni, e possiamo condividerle. Per tutte le volte che mi dite che vi tiro su il morale. E anche per gli uomini che vengono qui, a rovistare nelle nostre paturnie e nelle nostre complicazioni, e qualcosa imparano e qualcosa ci insegnano. E fanno sì che questo blog non diventi un covo di gattare (con tutto il rispetto, prima o poi me li prenderò anche io, i gatti; sto resistendo ma ci arriverò), né la roccaforte della guerra al cazzo (anche perché il membro ci piace e non vorremmo essergli nemiche).

11. Per tutti quelli che NON mi giudicano una troia solo perché scrivo di sesso. E pure per quelli che mi giudicano tale, dimostrando quanto lavoro ci sia ancora da fare, e quanto sia giusto continuare a parlarne.

12. Per gli uomini che sono usciti con me per quella che ero e non per ciò che scrivevo. Anzi, nonostante ciò che scrivevo. Per quelli che mi hanno fermata in questi anni dicendomi “Ma tu sei…?”, che anche se è una cosa che mi imbarazza A BOMBA, fa pure un po’ piacere (sì, mi imbarazza, perché nella realtà sono timida, odio stare al centro dell’attenzione e se devo parlare in pubblico ho il cuore che mi salta in petto che ogni volta rischio un attacco cardiaco).

13. Per mia madre che con certi miei post si commuove. Per mio padre che mi mette like su Facebook. Per Frecciagrossa che mi cita a menadito. Per i miei amici che il blog non lo leggono e così almeno ho delle cose da raccontare, quando ci vediamo. E per gli altri che invece lo seguono e così hanno la sensazione di sentirmi, anche se non ci sentiamo più. Per tutti quelli che sono stati abbastanza intelligenti da non sentirsi mai offesi da ciò che ho scritto.

14. Per la lezione che ho tenuto alla Scuola Holden. Cioè, io. Tenerla. Non seguirla. Nel tempio. Io, profana semi-analfabeta che nella vita ha letto 5 libri in tutto (no vabbè, esagero, facciamo 10).

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Finita la lezione alla Scuola Holden…

15. Per tutti quelli che “Allora, quando ce lo pubblichi un bel romanzo?”, che mi fanno venire l’ansia, ma mi fanno anche piacere, perché mi fanno pensare che, forse, se scrivere è l’unica cosa di cui io non mi sia mai annoiata nella vita, un motivo c’è. E, forse, è giusto continuare a farlo.

Insomma, 5 anni sono tanti e sono stati anche belli.

E se tornassi indietro, rifarei più o meno tutto (giusto qualche caso umano in meno, ecco).

A Scuola di Consenso

Angela. Rosanna. Natalina. Stefania. Patrizia. Olga. Giulia. Elisa. Carmela. Maddalena. Sara. Tiziana. Carlotta. Gloria. Valentina. Loredana. Federica. Michela. Anna.

E tutte le altre.

Chissà dove siete. Chissà cosa fate. Chissà se v’incontrate.

Se vi raccontate cos’avete provato. Se lo sapevate, che prima o poi sarebbe successo. Se avevate paura. Se avete provato a chiedere aiuto. Se quell’aiuto l’avete trovato. Se avete denunciato.

Cos’avete pensato, in quel momento, quello esatto in cui capisci che la resa è arrivata. Che stai morendo e che ad ammazzarti è un uomo che hai amato, dal quale non hai saputo difenderti.

Ironico, forse, lo troverete, che pensiamo sempre che gli uomini debbano salvarci e che invece, a volte, è da loro che bisogna salvarsi.

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Chissà se li avete odiati, quando avete capito che non sarebbero cambiati mai.

Che sareste morte.

Che ciò che di voi sarebbe rimasto, sarebbe stato un nome, un numero nella statistica delle donne uccise per mano del proprio compagno (o ex) in Italia.

Che ciò che di voi sarebbe rimasto, sarebbe stato un ricordo nel cuore di chi ha saputo amarvi davvero, ma non è riuscito a proteggervi. Una puntata di Amore Criminale, bene che vada. Una vostra fotografia sul giornale. Un articolo in cui si parla di voi. Un cartello con sopra il vostro nome a una manifestazione. Una veglia al paesello. Una photo-gallery.

Chissà se vi siete sentite stupide, come ci sentiamo sempre quando ci accorgiamo di dare troppo a chi poco merita. A chi niente merita.

Chissà quanto piccola dev’esservi sembrata la vita, quanto fragile, quanto incerta, mentre le mani vi stringevano il collo, e i pugni vi sfondavano il torace, e i calci vi massacravano il ventre.

Chissà quale terrore e insieme quale sollievo, al pensiero che almeno quell’inferno, quello terreno, fatto di silenzi, di grida, di sgarbi, di menzogne, di violenze, di minacce, finalmente giungesse al termine.

Chissà quale amarezza per chi lasciavate qui, dietro di voi. Per i vostri bambini che vi hanno sentite piangere di nascosto milioni di volte. Per i vostri genitori straziati per sempre, da un male che non può trovare spiegazione. Per i vostri fratelli che non vi hanno prese e non vi hanno portate via, e non ci dormiranno più la notte, a ripensarci. Per le vostre sorelle e per le vostre amiche che vi hanno detto milioni di volte di lasciarlo e voi non l’avete fatto. Oppure l’avete fatto e per questo siete state punite.

Chissà che male, il martello.

Chissà che fredda, la lama.

Chissà il sangue, in gola, denso e metallico.

Chissà quante volte ci avete pensato, ad andarvene. Ma come si faceva. I soldi. Il lavoro. I figli. Tanto lui non vi avrebbe dato tregua mai.

Chissà quante volte avete pensato che fosse solo geloso, perché vi amava. Perché aveva paura di perdervi. Perché voi eravate tutto per lui.

Chissà quante volte avete ripercorso il passato, indugiando con la memoria sui primi tempi, in cui eravate stati felici insieme. Chissà quante volte l’avete fatto, per sopportare l’orrore quotidiano.

Chissà quante volte avete nascosto i lividi. E avete smesso di uscire, per non rispondere più alle domande, per non leggere più la preoccupazione negli occhi degli altri.

Chissà quanto brucia, quando ti lanciano l’acido addosso. Quando ti danno fuoco con un fiammifero. Cosa pensi? Che stai morendo o che sopravvivrai e non avrai neppure più la tua faccia? Perché non sei degna di vivere, o di avere la tua identità, la tua bellezza, la tua normalità. Cosa pensi mentre l’odore del carbonio ti stordisce e ti entra nelle narici, fino al cervello, prima che esse stesse si squaglino nelle fiamme. Cosa pensi? Che non resteranno che resti abbrustoliti, del tuo corpo? Che non ti piaceva neppure così tanto, quel corpo lì. Che ti vergognavi della sua cellulite, delle sue tette appese, delle sue rughe, ma che era il tuo, il tuo bellissimo e unico corpo. Eri tu, quell’ammasso di carne nuda e pelle bruciacchiata. Era la tua faccia. Erano i tuoi capelli, che erano bellissimi anche se erano lisci invece che ricci, o ricci invece che lisci, o crespi, o radi, o bianchi.

Chissà quanto sono lunghe, quelle frazioni di secondo che dividono il rumore sordo del grilletto dal dolore profondo del proiettile che ti affonda nelle viscere.

Chissà se pensi a tutto ciò che avresti potuto fare di diverso.

Chissà se ti chiedi da quanto ci stesse pensando, a farti fuori.

Chissà se provi a giustificarlo, anche in quel momento. A pensare che è infelice, depresso, collerico, frustrato.

Chissà se ti incolpi ancora, di averlo provocato, di essertela cercata, di meritartela quella fine, di crepare nel posto che doveva essere il più sicuro al mondo: la tua casa.

Chissà se lo perdoni, se assolvi una volta ancora il suo abisso emotivo, la sua nullità, la sua malattia.

Chissà se ti arrendi all’evidenza che non ti ha amata, che non ama, che non sa farlo. Che l’amore è un’altra roba, una disciplina diversa, che lui non conosce e che ha fatto dimenticare anche a te.

Chissà se mentre esali gli ultimi respiri ci pensi, ti chiedi cosa ne sarà del tuo corpo. Se farà una messinscena. Se ti butterà nel fiume, o nel bosco, se si costituirà o se andrà a Chi l’ha Visto a dire in favore di telecamera che gli manchi, che devi tornare, che lui e i bambini ti aspettano, a casa, che è disperato, tra i singhiozzi. Prima che gli inquirenti scoprano che aveva un amante e che aveva pensato fosse legalmente più semplice ammazzarti che divorziare.

Chissà quanto ti senti impotente, vulnerabile, sola, quando urli e nessuno ti sente. Quando il fiato smette persino di arrivarti in gola. Quando lo guardi per l’ultima volta e lo vedi, finalmente, per quello che è. Un uomo mediocre. Una bestia. Un fallito. Un assassino. Il tuo assassino. Che un tempo hai amato. Che hai pensato fosse l’uomo della tua vita. Che hai pensato potesse renderti felice.

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Chissà cosa pensate, quando da lontano ci sentite dibattere sul “femminicidio“. Chissà cosa provate quando ascoltate quelli che dicono che non esiste, che è un’invenzione mediatica al pari della mucca pazza, che i numeri sono ridicoli, che se è per questo ci sono anche le donne che ammazzano gli uomini.

Chissà cosa pensate quando ci sentite dibattere delle questioni di genere, accusarci di sessismo gli uni con gli altri, appellarci a statistiche e numeri per spiegare che questo problema, quello della violenza sulle donne, esiste. Che è reale. Che è culturale. Che c’è tanto lavoro da fare, sui giovani e sui meno giovani, sugli uomini come sulle donne. Che voi, con la vostra vita e la vostra morte, ne siete state la più tragica espressione. Ma che ce ne sono molte altre, che vengono prima. Che ci sono le molestie, gli stupri, le intimidazioni, le discriminazioni, le prevaricazioni, i pregiudizi, lo stalking, gli abusi, le aggressioni, le violenze domestiche, lo slut-shaming, il cyber-bullismo.

Chissà cosa ne pensate, della campagna “A Scuola di Consenso“, promossa dall’associazione F Come, che punta a fare pressione sulle istituzioni politiche affinché almeno una delle varie proposte di legge già depositate sia discussa in tempi brevi, per introdurre l’educazione sentimentale nelle scuole. E negli atenei. E che a essere formati siano anche i trainers, cioè chi educa. Collaborando, tutti, insegnanti, educatori, terapeuti, attivisti anti-violenza, per provare a lavorare sull’unico terreno sul quale si può davvero agire: la cultura. Per provare a interpretare insieme il cambiamento sociale – e antropologico – di cui i generi sono protagonisti, più o meno consapevolmente; per offrire strumenti interpretativi delle relazioni sentimentali e sessuali agli adulti di oggi e di domani.

Che, se ci pensate, passiamo anni della nostra vita sui banchi di scuola, fingiamo di imparare tantissimo di grammatica, matematica e storia (salvo poi essere un popolo di capre che non sanno coniugare il congiuntivo, o distinguere “li” da “gli”), e arriviamo nella vita senza che nessuno ci abbia spiegato abbastanza chiaramente cosa sia il CONSENSO, che l’amore dice “Sì” (sì, sì, così). Cosa sia la parità. Cosa sia il rispetto. Se siamo fortunati e abbiamo genitori in gamba, ce lo insegnano loro. Se siamo fortunati e troviamo un buon network di amici, lo capiamo lo stesso. Ma forse, la civiltà e l’umanità, non possono essere lasciate al caso.

Chissà se anche voi pensate che sarebbe giusto. Che sarebbe urgente. Farlo, iniziare, in Italia come nei paesi anglosassoni.

Che andrebbe fatto per chi c’è e per chi ci sarà. E anche per voi, che non ci siete più.

 

Nessuno Si Impara Da Solo

Mi ha contattata qualche giorno fa una mia amica, in sbattimento fortissimo perché il tipo con il quale si sta frequentando ha cambiato repentinamente e visibilmente atteggiamento nei suoi confronti. Così lei, come da manuale, gli ha scritto una lettera, per chiedere ragioni, per spiegare ragioni, per rinnegare quel senso di fallimento sentimentale che ti assale ogni volta che una relazione (micro o macro che sia) va male e tu ti ritrovi a mettere in discussione il tuo essere intero. Insomma una di quelle epistole vaginali ad altissimo tasso di pathos, che tutte quante all’occorrenza componiamo e che saggiamente lasciamo lì a giacere nella cartella “bozze” del nostro account gmail.  Era indecisa se inviare oppure no. Io, previa lettura del testo, ho votato per il no. Non per il contenuto in sé, ma perché ci sono alcune cose che ho imparato e che mi hanno fatto capire che…meglio evitare.

Per argomentare meglio il mio NO (che mica solo per il referendum costituzionale bisogna averci delle argomentazioni), le ho spiegato che quando mi sento perdente, cosa che di tanto in tanto mi accade, specialmente quando si tratta di faccende para-sentimentali, mi ripeto una frase, una di quelle cagate motivazionali che normalmente schiferei ma che, le ho confessato, in quei casi mi è piuttosto d’aiuto. La trovo così illuminante che per un periodo l’ho avuta anche come status su whatsapp. Poi mi ero dimenticata d’averla (perché grazie al cielo non rientro in quella fetta di umanità che ogni due per tre aggiorna il suo status su whatsapp) e, quando l’ho rivista, l’ho cancellata, con un filo di imbarazzo, pensando “vabbè dai, anche meno”.

Ad ogni modo, la frase in questione è: “Non perdo mai. O vinco, o imparo.”

Imparo. Perché è vero che non si smette mai di imparare. Perché è vero che non si smette mai di fare stronzate.

Neppure quando pensi che ormai hai finito. Neppure quando pensi che più di quelle che hai fatto non puoi farne. Neppure quando provi strade diverse, percorsi alternativi, ti metti in discussione, rischi, intraprendi, percorri. Di sbagliare non si smette mai. E di imparare, nei casi migliori, neppure.

Quando ero giovane mi incazzavo. Mi incazzavo un casino. Facevo delle sceneggiate da far impallidire la migliore tradizione partenopea. Urlavo. Piangevo. Una volta ho anche picchiato un uomo, per dire. Quello parò il colpo, lo colpii sul gomito, mi venne un livido gigante nel palmo della mano. Me ne vergogno, ad oggi, ripensandoci.

Oppure scrivevo. Gesù, quanto scrivevo. Missive lunghe, lunghissime, interminabili. Con un tono insopportabile, gratuitamente accademico (della serie “Piccolo maschio incapace, ti spiego io come funzionano le donne”), oppure sarcastico e corrosivo, oppure profondamente patetico. Il mio capolavoro iniziava con “Ti parlerò in un linguaggio che ti sia lessicalmente accessibile”. Avevo 16 anni. Madonna che imbarazzo. Madonna, quanto ero agguerrita. E quanto ci credevo. E quanto me la credevo.

Oggi, però, ho imparato, le dico.

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Ho imparato che le parole non servono così tanto. Ho imparato che i fatti esprimono molto più che i comizi. Ho imparato che a volte bastano i sensi, e l’intuito, e l’istinto, a capire. Che siamo donne. Che non ci mettiamo più di una frazione di secondo a capire se un uomo ci vuole, oppure no. Se ci desidera, oppure no. Se ci ama, oppure no. Poi ci depistiamo, se il verdetto non ci garba. E sbagliamo, ancora. Anche se siamo adulte. Anche se siamo cresciute. La verità, però, la sappiamo e, almeno su questo, possiamo non prenderci in giro. Possiamo non fare domande e non aspettare risposte compiacenti che, puntualmente, non arriveranno.

Ho imparato che non c’è nulla di più mortificante che parlare a chi non ha voglia di ascoltare. Di spiegare a chi non è interessato a capire. Di scrivere, a chi skipperà paragrafi interi mentre è sul cesso a cagare.

Ho imparato che siamo noi che non dobbiamo essere interessate a interloquire con chi sbuffa, o fa smorfie, o alza gli occhi al cielo. Ho imparato che dare la luce ai ciechi non serve (cit. Janis) e che dobbiamo parlare con chi ci ascolta,con chi ci risponde con perizia, con chi ha voglia, curiosità, urgenza persino, ogni tanto, di noi.

Ho imparato che un uomo se la deve meritare la nostra vulnerabilità. Che non si piange davanti a chiunque. Che non si sclera con disinvoltura. Che perdere la brocca, dimenticare le buone maniere, abdicare alle basilari norme della civiltà, è una verità, una nudità, una forma estrema di sincerità umana di cui non tutti sono degni.

Ho imparato anche che gli uomini non sono stupidi, e neppure superficiali, non sono mica povere criature minorate che non c’arrivano. Semplicemente quando ci sembrano così, è perché la nostra presenza nella loro vita non rientra nella top ten delle loro priorità. Siamo donne, non un reattore termonucleare. Anche le più impossibili di noi, non ci vuole poi molto a capire come renderle felici, qualora renderle felici sia un argomento all’ordine del giorno. A volte lo fanno, o l’hanno fatto. Renderci felici, intendo. Se hanno smesso non è che abbiano subito una lobotomia. Banalmente, per qualche ragione – che non siamo obbligate a comprendere, quindi risparmiamoci le ere geologiche a chiederci “perchééééé?” e a vivisezione i “se” e i “però” – hanno smesso. Hanno perso interesse. Tanto ci può bastare.

Ho imparato che recriminare non serve. E neppure attribuire torti e ragioni. Perché ciascuno di noi, in tutti i rapporti (amichevoli, familiari, amorosi) ha i propri torti e le proprie ragioni. Non è che si vinca qualcosa. Né trofei. Né premi di consolazione. Che anche noi commettiamo errori. Che a volte partiamo per la tangente, che diamo importanza a dettagli sbagliati, che facciamo i conti senza l’oste e li sbagliamo pure. Che quando una cosa ci va di traverso, ci mette lustri a scenderci dall’esofago al culo, e lì comunque ci rimane piantata per un bel pezzo. E che non siamo sempre leggere, leggerissime, come Kaori di Philadelphia.

Ho imparato che a volte è meglio star zitta. Prendere atto. Regolarsi di conseguenza. Non incazzarsi anche perché la rabbia ci fa venire (cioè, aumentare) le rughe.

Ho imparato che le relazioni hanno un costo e che quel costo si può pagare soltanto quando almeno due persone sono disposte e intenzionate a farlo. E che, in genere, non ci vuole poi molto a capire se stiamo giocando un solitario. O se siamo in campo in due.

Ho imparato anche che l’unica sufficienza che possiamo accettare nella vita, è quella che abbiamo preso in matematica.

Ho imparato anche che non si fa con i sentimenti ciò che San Francesco faceva coi vestiti: regalarli ai poveri. Le perle ai porci. Perché la nostra anima un valore ce l’ha e generalmente siamo noi a fissarlo.

Ho imparato anche che la donna (o, più in generale, l’essere umano) che investe tempo, risorse, energie, cure, attenzioni per un’altra persona senza aspettarsi nulla in cambio, esiste con la stessa certezza scientifica con la quale esiste lo Yeti.  E che, in fondo, non è una colpa avere delle aspettative, anche se le aspettative ci fottono sempre. E che il problema, se mai, è fare l’investimento corretto. Scegliere il destinatario giusto. Qualcuno che a sua volta abbia un piccolo capitale emotivo da mettere sul tavolo. Perché un rapporto è un po’ come una società, perché è un lavoro di gruppo, perché è un dialogo, non un monologo.

Ho imparato infine che spesso non è neppure colpa del destinatario, o dell’emittente. A volte, semplicemente, le vite prendono corsi diversi. Rispondono a priorità incompatibili. Assumono forme che non avevamo preventivato e non ci si può far nulla, se non ammettere l’errore. Provare a non odiarsi. Fare pace con la propria fallibilità. Assolvere la propria mediocrità. Capire che è così che va.

Incassare. Elaborare. Migliorare.

E, definitivamente, non inviare alcuna email.

Filtro Serenità

Il fatto è che a me la felicità fa venire l’ansia.
Mi viene l’ansia che finisca all’improvviso. Che qualcosa di tragico incomba. Che sia un errore. Che qualcuno da qualche parte mi guardi e mi condanni per questo mio screanzato essere serena. Che di sicuro entro una settimana mi viene una crisi depressiva feroce. Che mi gratto i coglioni anche solo a pensarlo, che sto bene. Che è quasi una colpa, se sto bene, perché c’è di sicuro qualcuno che sta male. Qualcuno che è da 20 ore sotto le macerie di un terremoto. Qualcuno che ha perso un caro in un attentato. Qualche amico che sta vivendo un momento tragico. Qualche guerra. Qualche scandalo per cui indignarsi. Qualche analisi da fare perché nel mondo esistono le malattie e sono una merda. Le spese. Le tasse. I pagamenti a 60 giorni che diventano a 180.  Qualcuno che muore. Qualcuno che è morto già.
Insomma ci vuole coraggio a sentirsi serena. A sentirsi in diritto di stare in pace. Senza un lavoro fisso, senza un compagno, senza un figlio, col mondo in malora e l’incertezza di tutto…che cazzo c’avrò da essere così serena?
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Eppure, per quanto fatichi a spiegarmelo, in questo momento mi sento così.
Serena, nonostante tutto. Felice, nonostante l’ansia che la felicità mi fa causa. Nonostante la consapevolezza che questo fragilissimo equilibrio, questo stato di grazia, potrebbe interrompersi all’improvviso, da un momento all’altro. Puff. Svanire. Perché la felicità è così che fa.
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Per ora, va bene. Per ora me lo godo questo privilegio di non stare male. Di non sentirmi straziata e lacerata. Di non dipendere più dal dolore. Di non cercarlo. Di non crearlo. Di non usarlo più come filtro alla vita. Di essere meno incazzata, più comprensiva, più accogliente, più morbida, che non significa essermi rammollita, ma essere cresciuta. Che sapete cos’è? Se uno ha la tendenza a dipendere dal dolore, non fa fatica. Spunti e occasioni per stare male ce ne sono a gettare. Sempre. C’è sempre un valido motivo per stare di merda, a tutte le età, in qualunque situazione, per non godersi ciò che si ha, per ammorbarsi per ciò che manca.
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Quindi, dall’alto dei miei 30 anni (quasi 31), giungo alla conclusione che la serenità NON sia il benefit di una vita perfetta, perché per quanto provi a perfezionarla, Sua Altezza La Vita non sarà perfetta mai. E allora perché alcuni di noi stanno meglio e altri peggio? Perché sono più fortunati? Perché a loro va tutto liscio? Perché per loro è sempre tutto facile? Quest non cret, come direbbe Razzi.
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È che, forse, la serenità è frutto di un’educazione emotiva, di un processo di maturazione personale, individuale, intimo persino. Di un’attenzione nuova e costante a non maltrattarsi l’anima. A sciogliere i nodi. A parare i colpi che la vita ci assesta. Superficiali, a volte. Piccoli ematomi interni che passano in fretta. Dolori immensi, altre volte,  dritti e secchi nel culo, contro i quali nulla si può. E tutti gli altri malesseri, quelli ancora più naif, quelli che ci avvelenano i giorni, le settimane, gli anni; quelli che ci siamo scelti e procurati da soli, in autonomia, e che prima o poi troveremo il coraggio di scaricare, perché a un certo punto diventa una questione di intelligenza, scegliere, distinguere tra cosa merita il nostro dolore e cosa no.
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È che, forse, la serenità richiede volontà e impegno. Risolutezza, allenamento, predisposizione. Come la dieta. Come la palestra. Come l’eutanasia per gli amori sbagliati.
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E, per carità, io per la serenità sono sempre stata portata come per la matematica (sia sufficiente sapere che una volta, a seguito di un’interrogazione, sono stata autenticamente felice di prendere 3, poiché di fatto meritavo 2). Non eccello in serenità, che è una delle tante materie dell’esistenza. Però, a un certo punto, guardi il dolore come le sigarette: un vizio inutile, dannoso, che fa male a te e a chi ti sta intorno, che ammala, che rovina ciò che è sano, e puzza, e fa puzzare tutto, la casa, i vestiti, i capelli. Provi a smettere, un po’ per volta, e t’accorgi che stai meglio. Che sei libero da una schiavitù. Che la vita ha sapori e odori che avevi dimenticato. Così com’erano. Puliti. E belli. Che puoi sentirli. Che ne hai diritto. Che non hai più motivo di boicottarti. Che puoi guardare gli eventi così come si presentano, con una lente diversa, un filtro più chiaro che ti permetta di coglierne il bello.
Al di là dei limiti, delle ombre appuntite, degli spigoli ripidi. E delle piccole miserie che tutti abbiamo.
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Ecco, forse è ora di smettere anche con le sigarette.

[SessuOhhhlogismi 7] – La Politica del Punto G

Una delle battaglie culturali più rilevanti nella mia vita è quella che rivendica l’esistenza del Punto G.

Come ormai anche gli alberi sanno, il Punto G è il centro nevralgico del piacere femminile e intorno a esso è sempre stata fatta moltissima disinformazione e diseducazione. Mi spiego: non si capisce se questo nucleo della libido esista, non si capisce dove si collochi, non si capisce se tutte le donne ce l’abbiano o meno, non si capisce se la scienza lo riconosca oppure no. Praticamente il Punto G è considerato alla stregua degli extraterrestri, o delle scie chimiche, o dello Yeti. Lì, a cavallo tra il mito e la leggenda. La fantasiosa teoria. Il gomblotto. Se lo trovi è bene, se non lo trovi pazienza, del resto non è neppure detto che esista!

Le prime vittime di questo depistaggio sono le donne che, spesso, non hanno idea di essere equipaggiate di quest’area anatomica per un duplice ordine di ragioni.

In primis, molte di esse non si masturbano (sissignori, levatevi quell’espressione di sbigottimento dal volto e fidatevi, lì fuori è pieno di gentili donzelle che non si sono mai dilettate nella scoperta del proprio corpo) e molte di esse, qualora lo facciano, preferiscono concentrarsi sul piacere clitorideo, che per l’amor del cielo, ha senza dubbio i suoi benefit, non ultimo il fatto che il clitoride siamo per lo meno sicure d’avercelo, cioè è scritto e rappresentato sui libri (anche se, per certi uomini, pure trovare quello pare che sia un’impresa del National Geographic). E quindi, invece che sorbire la frustrazione di andare a casaccio lì dentro, dov’è tutto buio e umido e non v’è certezza, preferiscono la solida (per quanto delicata) ufficialità del clitoride.

In secondo luogo, esse non hanno mai avuto il raro privilegio di incontrare un uomo capace di far scoprir loro nuovi orizzonti di benessere, di condurle attraverso le gioie del piacere vaginale in quanto tale, cosa che richiede un certo grado di fiducia (perché comunque ti sto facendo giocare con la mia virtù e gradirei non passare la prossima settimana ad avere problemi a sedermi su qualunque superficie), spregiudicatezza e libertà (perché finché inconsciamente tendiamo a vergognarci del nostro piacere, non riusciremo a viverlo appieno).

Ora, partiamo dalle basi.

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  1. Il Punto G esiste. Fatevene tutti una ragione. Non potete trovarlo su Google Maps, non c’è una segnaletica orizzontale che vi ci conduca, nessun gps, spesso purtroppo anche se chiedete indicazioni ai passanti non sanno aiutarvi (laddove i passanti sono le donne che non ne hanno consapevolezza). Tuttavia, esso c’è.

2. Nel punto G dovete anche crederci. Uomini e donne. Crederci, cercarlo e trovarlo. Non è un fatto di fede, né una caccia al tesoro. È molto di più. Del resto, il fatto stesso che si parta dall’assunto che “forse non c’è” è fuorviante e sbagliato. Come può essere così importante e così incerto? Tutta questa propaganda per cui noi donne siamo “diverse”, noi donne siamo “complesse”, noi donne non possiamo provare piacere attraverso una pura stimolazione “meccanica” dei nostri organi, che se non siamo coinvolte emotivamente, niente, nada, nisba, non è del tutto vera e forse dovremmo iniziare ad affrancarci da questa lettura della sessualità secondo la quale l’orgasmo maschile è (quasi) garantito dalla natura, mentre quello femminile è un’epifania, un dono, un happening. Anche il nostro si può raggiungere, con (quasi) garanzia totale di successo. Il sentimento è un ingrediente preziosissimo, a volte sufficiente persino. Ma un po’ di preparazione tecnica non ha mai fatto male a nessuno. Del resto l’arte è sì estro, ispirazione, talento innato, ma è pure disciplina ed esercizio.

3. Il Punto G non è un pulsante, non è un grilletto, non è una manopola, una carrucola, una maniglia. È un’area interna alla vagina, ricca di terminazioni nervose, assai sensibile, nella sua parte alta, come spiegarvelo, insomma, la parete verso la pancia, non quella verso il culo (per quanto giocare con tutta la zona non guasti mai, ma qui adesso stiamo cercando di fare chiarezza su un’area specifica)

4. Può essere stimolato durante la penetrazione classica, certamente, ma se volete agire in maniera chirurgica e puntuale, scoprendo davvero le potenzialità di questo magico e misterioso Punto, dovete usare le mani, cioè le dita, al plurale, DUE, non una (che non abbiamo mica 16 anni) e neppure tre (che non ne abbiamo neppure 60 con 3 gravidanze alle spalle…per quanto poi, vabbé, regolatevi sempre in base alle circostanze, ci sono situazioni in cui pure il fisting è un’opzione contemplata).

5. Se ve la state sbrigando da sole, gherls, le dita non sono il modo più comodo di sperimentare le sublimi risorse del vostro corpo, non quando si parla di Punto G. Voglio dire, è più comodo usare un apposito strumento, curvato ad hoc per stimolare ciò che ha da essere stimolato (tipo questi, per capirci)

6. L’intensità, il ritmo, la frequenza, sono ingredienti che vanno sempre modulati sulla base dei responsi che il corpo ci da, ovviamente. Spesso però succede che il piacere sia così intenso – e le prime volte così sconosciuto – che tendiamo a sottrarci (come quando chiudiamo le gambette perché qualcuno sta facendo bene ciò che c’è da fare, ma in realtà è la nostra comunicazione non verbale che dice “Basta!” e intende “Continua così, così, esattamente così”).

7. Certo è che non si deve essere pigri. Quindi, cari uomini, mettetevi con la giusta dose di solerzia e fate gli Indiana G-iones: esplorate, tastate, giocate, nella consapevolezza che se trovate il Tempio Benedetto del piacere femminile, quella donna lì, vi ricorderà, vi apprezzerà, forse vi amerà persino, o comunque parlerà bene di voi alle sue amiche (e come sapete nulla è efficace come il Word of Mouth, cioè er passaparola). Se vi fa male il braccio, pazienza. Continuate. Continuate finché lei continua a emettere messaggi subliminali tipo “Sì. Sì. Oddio. Madonna. Oh mamma. Sì. Così. Oh, Padre Pio. Oh, Santa Madre Teresa di Calcutta. Ohhhhddddio. Oddio. Oddio. O-DD-DIO”. Ok? Vi fermate quando lei vi supplica tipo con “basta, ti prego”.

8. Abbandono. Ecco, il piacere vaginale, richiede e implica un abbandono radicale. Senza nulla togliere a quello clitorideo, è proprio un altro campo da gioco. Voglio dire, non è che ci contorciamo semplicemente come dei vermicelli, percorse da spasmetti femminili e accettabili, tremori di cosce, gridolini sommessi e sospiri affannatini; il piacere vaginale è profondo, totale, parte dal ventre e si tira appresso tutto il corpo, ci rivolta come calzini sudati e ci fa vedere l’Iddio onnipotente.

9. E noi donne, di questa forma di piacere e dei suoi effetti collaterali, non dobbiamo avere vergogna. Non dobbiamo averne dei nostri umori, dei nostri odori, delle reazioni del nostro corpo, delle facce che facciamo, di quanto paonazze possiamo diventare, dei versi che emettiamo (al limite ricordate, se riuscite, che esiste un vicinato, o dei coinquilini, insomma avete capito). Della vergogna proprio dobbiamo spogliarci, come ne sono spogli gli uomini quando espletano il proprio piacere e non è che si trattengano perché magari a noi quella loro mucillagine appiccicosa ci fa schifo. Ecco. Siate shameless. Siate femmine. Siate naturali. E, se un uomo rimane palesemente disturbato, o non vi fa sentire a vostro agio, forse non vale la pena di andarci ancora a letto, con quell’uomo lì. Forse è lui che non è all’altezza della vostra sessualità.

10. E qui veniamo all’ultimo punto. Il piacere vaginale, strettamente legato al Punto G, è potente. Proprio così: POTENTE. E non può essere ignorato per una vita, rimpiazzato da quello clitorideo (che è un eccellente antipasto, ma il piatto principale, quello che ti sazia davvero, è un’altra roba). Potente come sono potenti gli uomini quando esercitano a pieno regime la propria virilità. Potente e liberatorio.

È per questo che io insisto, su questa storia del Punto G.

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Perché quando il tuo corpo riesce a darti così tanto piacere, non puoi che volergli più bene. Non puoi che odiarlo di meno. Non puoi che imparare ad avere un rapporto più sano e maturo con la tua carne, con le tue imperfezioni ma anche con la tua profonda femminilità.

In secondo luogo, perché agli uomini piacciono le tette grosse, la vita sottile, il culo di marmo, le cosce toniche, i capelli folti e tutto quello che ve pare. Ma, agli uomini veri, nulla piace quanto una donna che conosca il proprio corpo e che sappia vivere in serenità e libertà il piacere. Prenderlo. Darlo. E condividerlo.

Io vi saluto e vi rimando alla prossima puntata di SessuOhhhlogismi (qui trovate le precedenti: la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la sesta)!

Vi segnalo, infine, che qualora voleste accattarvi un giocattolo che vi aiuti a sperimentare la magia del Punto G, potete usufruire del codice GcomeVagina e avere diritto al 15% di sconto fino al 31 ottobre!

BaGi e abbraGGi

Facciamo Tutti Finta di Niente

Alla fine andiamo al Gandalf.

Finisce sempre così, quando non sappiamo dove andare. Quando è impossibile mettere d’accordo le esigenze di tutti. E i gusti di tutti. Quelli che vengono dal centro. Quelli dalla periferia. Quelli che cenano a casa coi genitori e arrivano già mangiati. Quelli che vogliono cenare fuori con gli altri, ma senza spendere troppo, che stanno mangiando come vitelli bulimici dal momento in cui sono arrivati. Quelli che vogliono uscire alle 21. Quelli che vogliono raggiungere gli altri alle 23.

Alla fine andiamo al Gandalf. Siamo cresciuti, o invecchiati, in questo posto, che non è mai stato il posto preferito di nessuno, ma ha sempre messo d’accordo tutti. Che non è mai cambiato, destabilizzandoci, negli anni. Credo anche abbia sempre lo stesso proprietario. Quello che 15 anni fa ci pagava la pubblicità sul giornalino scolastico auto-finanziato. Venti euro al mese per uno spazio doppio. Poi gli portavamo una copia, per fargli vedere che il giornale era uscito per davvero. E che la pubblicità promessa c’era. Lui sorrideva, come se non gli importasse granché. Non credo l’abbia mai letto. Giustamente. Ci dava fiducia e basta. Premiava la nostra intraprendenza, quando avevamo 16 anni.

Andiamo al Gandalf. Che è aperto sempre, anche quando gli altri sono chiusi. Persino a ottobre. Persino di martedì sera. Persino quando piove e la città è deserta, e le vie del centro sono lucide, a terra, e in giro ci sono giusto un paio di tossici e qualche cane randagio. Quando su Corso Due Mari ti fermi a guardare il Castello, e il Ponte Girevole, e il fumo denso e bianco che spicca fuori da una ciminiera, sul cielo nero della notte. Un bell’arrosto di diossina e agenti inquinanti che ammalano i corpi. E le menti. E le anime.

Ci stringiamo nei giubbotti, al vento carico di umidità che ci entra nelle ossa, al quale non siamo più abituati, che ci fa chiedere come cazzo sia possibile che viviamo al nord, o all’estero, o dall’altra parte del mondo, e lo patiamo così tanto, questo primo inverno che bussa senza convenevoli addosso alle nostre carni.

Arriviamo al Gandalf. Come da prassi ci portano i pop-corn e i ciccipolenti, che divoriamo. Ordiniamo. Birra e panini, principalmente. A farci da sottofondo, musica rock. Mainstream, ma rock.

Siamo attorno al tavolo. Parliamo delle solite cose. Le solite di sempre. Come va il lavoro. Come va col tipo. Come è andata la vacanza a salamalora. Ti ricordi quella volta che. Quanto tempo è passato. Un casino di tempo.

Facciamo tutti finta di niente. Facciamo tutti finta che non sia morto nessuno. Cheers. Salute.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo che è morta la mamma di uno di noi. Che domani bisogna andare a saldare il conto col procamuert, il becchino che l’ha tumulata pochi giorni prima.

Facciamo tutti finta di niente. Anche se tutti sappiamo, anzi no, lo immaginiamo, forse, e non riusciamo, ma ci proviamo, un po’, poi smettiamo, poi abbiamo paura, poi sappiamo che la vita è così che va, che prima o poi succede, che capiterà a tutti, che questa cosa ingiusta e incomprensibile, che è la morte, arriva sempre e lo fa sempre prima di quando dovrebbe. Prima di essere pronti, prima di essersi preparati, prima di averla compresa, controllata, prima di avere un piano per riempire il buco, la voragine, l’abisso che ci aprirà dentro. Che ci farà tremare dalle fondamenta di noi. Che ci metterà in discussione nel punto più intimo e oscuro della nostra umanità. Che ci farà sentire impotenti e arrabbiati, come ci si sente sempre quando qualcuno che amiamo è in un letto, a soffrire, e noi non possiamo fare un cazzo per aiutarlo. Un cazzo più di quello che stiamo facendo.

Che ci farà impazzire all’idea di non poter rubare un po’ di quel male, per dividerne il peso. Che ci farà avere la forza di lottare contro i disservizi della Sanità, contro l’incompetenza dei medici, contro la ferocia di una malattia che non perdona e che non lascia alternative. Che ci farà dire che bisognerebbe interpellare la Comunità Europea, che Riva, che l’Ilva, che i tumori, che vaffanculo, che è una vergogna. Che non ci darà neppure il tempo di accorgerci che l’ultima briciola della nostra infanzia se n’è andata. Che siamo adulti definitivamente. Per sempre. Che d’ora in avanti lo sappiamo, quanto male può fare la vita, quando arriva la morte.

Facciamo tutti finta di niente.

Perché è così che forse si fa. Perché si reagisce. Perché la vita continua. Deve continuare. Anche se è una vita diversa. In cui un pezzo di te non esiste più. Non puoi più vederla, o sentirla, o toccarla, o stringerla, o ascoltarla mentre si lamenta, o mangiare ciò che cucinava, o sentire il profumo del suo bucato. Non c’è più. Restano i vestiti nell’armadio. Gli anelli che indossava. Un letto matrimoniale vuoto per metà. E i ricordi, belli e brutti, di una vita intera. O meglio, della vita che c’è stata fino a quel momento.

Facciamo tutti finta di niente, mentre siamo seduti al Gandalf, mentre ci ritroviamo insieme, per la prima volta uniti in un dispiacere vero. Ineluttabile.

Facciamo tutti finta di niente. Perché dei dolori veri non si parla, non pubblicamente. Perché al pub, davanti a una birra, si parla di stronzate. Del capo inetto, dell’amico assente, della RAL non sufficientemente alta, dell’iPhone che hai perso, degli amori che finiscono. Di stronzate. Non di una madre che muore. Non del dolore di chi resta e del coraggio che ci vuole a non farsi sopraffare dalla perdita.

Facciamo tutti finta di niente.

Ci siamo. Tutti. Semplicemente. Ci siamo e basta.

D’altra parte che cazzo vuoi dire.  D’altra parte che cazzo vuoi fare. A parte ciò che abbiamo sempre fatto. Cioè essere amici.

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E forse tutti pensiamo che, per quanto ci spaventi veder invecchiare i nostri genitori, osservare i loro volti che cambiano nel tempo, le rughe che ispessiscono, i capelli che sbiancano e si diradano; contare i loro acciacchi, che aumentano inesorabili; raccomandar loro di curarsi, di fare un po’ di sport che non faranno, di stare attenti all’alimentazione, di andare dal medico; accorgerci che iniziano a rincoglionire, analizzare il tono di voce che hanno al telefono per capire se stanno male o se stanno bene; essere apprensivi, in questo affetto a distanza che ci lega; rispondere alle loro domande sul tempo che fa a Milano o su cosa abbiamo mangiato, e soprattutto se abbiamo qualcosa da mangiare (manco vivessimo in Burundi); e parlare anche quando di parlare non abbiamo voglia, anche quando sentiamo di avere problemi che non possono più capire, anche quando la cronistoria dettagliata del loro cambio di stagione non ci interessa, e abbiamo fretta, perché ci sembra sempre che ci sia qualcosa di più urgente che ci impedisca di dedicar loro 15 minuti al giorno, di chiacchiere, di qualità; continuare a non risolvere il dilemma tra la nostra indipendenza e il senso di colpa per la nostra assenza; ecco, tutti questi, sono paradossalmente privilegi di cui dobbiamo godere, finché possiamo.

Forse tutti lo pensiamo. O lo sentiamo e basta, senza decifrarla, senza neppure capirla davvero, questa sensazione viscerale e profonda che abbiamo.

E, nel frattempo, forse sentiamo anche che dovremmo imparare a distinguere un po’, tra cosa merita il nostro dolore e cosa non lo merita. Smetterla di star male per le minchiate, di ammazzarci di ansia per il futuro, di inquinare il presente; smetterla di rimandare ciò che ci rende felici, manco fossimo eterni o lo fossero le persone amiamo. Smetterla di perder la vita a non sapere neppure cosa ci renda sereni. E conservare le energie per i dolori, quelli veri. Quelli che non hanno soluzione, né alternativa. Che nella vita sono pochi, ma nel culo si sentono tanto.

E non c’è vasellina che tenga.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte, di un martedì sera piovoso, ormai mercoledì, di ottobre, a Taranto, dove nessuno di noi vive più.

Ci rivediamo domani. E poi a Natale. Forse. Forse prima.

Ci vogliamo bene, diversi come siamo. Cresciuti, cambiati, peggiorati, migliorati.

Ci abbracciamo. A turno. Forte. A lungo. Lasciando al silenzio e ai gesti il compito arduo di esprimere ciò che le parole non son capaci di dire.

Lasciando ai sorrisi, alle battute inopportune di uno, ai commenti in dialetto dell’altro, la delicata missione di dire che noi ci siamo. Sempre. Come riusciamo. Ma ci siamo.

Andiamo via dal Gandalf che è quasi l’1 di notte.

E ci vogliamo bene, come forse non ce ne siamo mai voluto prima.

Anche se facciamo tutti finta di niente.