20 Segnali Allarmanti di una Frequentazione

Sono un po’ di giorni che medito su una lista di segnali allarmanti che bisogna rilevare all’inizio di una frequentazione con un tipo. Segnali che indicano il fatto che questo individuo potrebbe piacerti e potrebbe finire con l’interferire con la tua vita da single (perfettamente architettata e strutturata in anni di introspezione, masturbazione mentale e libera pugnetta in libero status).

Ora, prima che vi allarmiate: no, non mi sono fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Semplicemente, di recente, ho avuto modo di riflettere su questo tema e di tirare giù questo elenco di preoccupanti sintomi.

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  1. Hai perso il conto delle volte che l’hai visto. Ma dopo ogni appuntamento continui a fare un reportage a una ristrettissima selezione di amiche, spiegando loro quanto sia surreale frequentare una persona normale in un modo normale, con normalità, nel senso normale della parola normale. Sentirti a tuo agio. Parlarci. Riderci. Oziarci. A volte stare zitti. Il tutto puntualmente corredato da un appendice con tutte le cose carine che ha detto o fatto per te, e quelle che tu hai detto o fatto per lui.

2. Quando ci passi il tempo insieme abbandoni il tuo smartphone, ormai naturalizzata propaggine dei tuoi arti superiori e all’occorrenza inferiori. Inspiegabilmente. Per ore. Ore. Ore. Al punto che i tuoi amici iniziano a pensare di dover contattare la Polizia o la Sciarelli per appurare che fine tu abbia fatto. Quando riprendi il telefono in mano, trovi decine di notifiche tutte relative a messaggi il cui tenore è “Tesoro? Dove sei?” – “Che fine hai fatto?” – “Oh, tutto ok?” – “Non accedi da 6 ore, sono preoccupatissimo” – “Dammi notizie” e via discorrendo.

3. Dormi a casa sua. E lo fai dormire a casa tua.

4. Compri casualmente uno spazzolino nuovo che non ti serve, ma può sempre servire. Lo dai a lui. Lo lascia da te.

5. Per strada ti abbraccia e glielo lasci fare.

6. Ci limoni in pubblico anche se nutri una profonda idiosincrasia per quelli che limonano in pubblico.

7. Lo ascolti con interesse quando ti parla della sua famiglia.

8. Gli fai domande sul suo lavoro e (ciò è incredibile) presti attenzione alle risposte.

9. Ti viene voglia di cucinare per lui. A te. Che hai brevettato un metodo infallibile, economicamente disastroso e nutrizionalmente disturbato per non accendere MAI i fornelli.

10. Lo porti a un evento dove ci sono anche dei tuoi amici, di quelli che non ti vedono arrivare accompagnata a un evento da quando su Facebook si parlava ancora in terza persona.

11. Acconsenti ad andare a cena con i suoi amici, invece che con i tuoi. Ciò comporta che inizierai a fare tripli salti mortali con la tua agenda, a uscire in continuazione perché se c’è una cosa che il fondamentalismo single ti ha insegnato è che non esiste pene al mondo per il quale tu debba trascurare i tuoi amici. Il risultato sarà che diventerai un animale sociale, dissesterai le tue finanze essendo sempre in giro e sarai perennemente stanca. Ma quasi felice.

12. A letto vi abbracciate anche se ci sono quattromila gradi centigradi, e poi vi separate (perché ti prego, ci sono altri 30 centimetri dal tuo lato, per piacere vai). Ma nel corso della notte vi cercate altre dieci volte. Il ché significa che dormi di merda, ma è secondario.

13. Perdi il tuo (già precario) equilibrio intestinale perché non potresti mai fare la cacca a casa sua. Vorresti, sia chiaro. Ma non puoi. Il tuo intestino ha deciso che non s’ha da fare.

14. Addio all’uso delle pochette. Devi sempre portare in borsa un mini-beauty con le salviette struccanti, lo spazzolino da denti e una bustina con l’intimo di ricambio. Non lascerai volutamente nulla a casa sua perché purtroppo conosci a memoria Sex and the city e pensi che in ogni uomo esista un piccolo Mr. Big.

15. Uscite insieme anche se sei al primo giorno di ciclo. Lui lo sa e vuole vederti lo stesso.

16. Sbirci il vostro riflesso in tutte le vetrine/specchi/pozzanghere possibili. Pensi che sia strano. Pensi che sia bello. Vorresti avere una foto di voi insieme, ma è una roba da bimbiminchia quindi respingi il pensiero e, ti prego, siamo seri.

17. Non gli hai mai dato un pacco strategico, per tirartela. Non adotti particolari strategie. Non lasci strategicamente i messaggi con le doppie spunte blu senza risposta. Non scrivi troppo. Non ti agiti se non risponde lui.

18. Se qualcosa ti da fastidio, provi a spiegarlo con calma zen, senza essere precipitosa, o feroce, o contundente, o provocatoria, o inutilmente sarcastica. Non è detto che tu ci riesca, perché sei troppo abituata a essere tutte quelle cose lì. Ma ci provi e l’impegno qualcosa significa pure.

19. Inizi a usare delle voci imbarazzanti quando ci parli. Succede di rado, ma succede. E non succedeva da secoli. E tu cerchi tra i tuoi contatti il numero di Padre Karras affinché accorra prontamente a praticarti un esorcismo d’emergenza, così che tu possa tornare in te e smetterla di comportarti come una persona mentalmente danneggiata.

20. Last but not least: NON scrivi un post su di lui, spiegando chi è, com’è, quanti anni ha, cosa fa, di dov’è, dove l’hai conosciuto, quando, cosa e perché no, NON ti sei fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Forse ne scriverai, più avanti. Ma lo farai come quando si stampavano le fotografie dopo le vacanze.

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Era diverso, allora. Allora ci si godeva la vacanza e al massimo si scattava. Il resto veniva dopo. Non si perdeva tempo a selezionare, ritagliare, ritoccare, editare, pensare alla frase, scegliere gli hashtag, pubblicare, contare i like e rispondere ai commenti in tempo reale.

Prima si viveva e le fotografie si guardavano al rientro alla normalità.

Ecco, se ne scriverò, lo farò così. Al rientro alla normalità.

Per ora mi godo il viaggio. Il panorama. Il vento caldo. L’inaspettata serenità. Questa passeggera, e deliziosa, micro-felicità.

Orologio Biologico e Maternità

Oggi ho avuto un imbarazzante scambio dialettico con la mia estetista.

Dopo aver parlato, come da tradizione, della piaga dei peli incarniti (che non capisco perché il mondo femminile non si unisca e non crei un movimento culturale che combatta la depilazione in favore del libero irsutismo selvaggio), dopo aver appreso cos’è un “callo molle” o che quei peli da maschio tra l’ombelico e il pube si chiamano “linea alba”,  ho avuto l’infelice idea di chiedere:

“Come sta il pupo?” (che è la mia formula per manifestare interesse nei confronti dei figli altrui), memore del suo relativamente recente sgravamento.

“Bene! Adesso ha 2 anni e blablabla”. Ascolto con un discreto interesse la risposta, finché non mi fa: “Tu hai un figlio?”

“No” STRAP (perché intanto è lì che debella peli come se tu avessi appuntamento con Michael Fassbender e invece no, andrai coi tuoi amici terrons a mangiare una pizza napoletana, al massimo)

“Ah…vabbé ma tu sei giovanissima”, dice, provando a rimediare a quella che ha l’aria di essere una gaffe.

“Insomma”

“Quanti anni hai?”

TrentaSTRAP.

“Appunto, sei giovanissima…”,

“Perché tu quanti ne hai?”

“Trentaquattro” STRAP.

“Eh allora!”, le dico, mentre emetto gemiti di dolore e insofferenza.

“Sì ma guarda non c’è fretta, bisogna sentirsi pronti. Tu sei fidanzata?” STRAP

“No”

“Eh, si sta così bene da soli”

“Eh già” STRAP

A quel punto ho deviato su quanta stima io nutra per lei, epica madre e donna lavoratrice. Le ho chiesto se ne voglia altri, le ho chiesto se ha i suoi genitori che l’aiutano, perché sai, anche volendo, noi turbofemmine del sud non c’abbiamo nemmeno la mammà vicino che ci assista la prole con del gratuito babysitteraggio.

Sono andata via riflettendo sul fatto che alla Fase Matrimoniale sta pian piano affiancandosi la ben più impegnativa Fase Gravidanza (in cui inevitabilmente ti ritrovi con altre donne a parlare di visite ginecologiche, cure ormonali, ecografie, uteri retroversi, ovaie, congedi di maternità, nomi di battesimo, pannolini, pappette, pance fotografate e pubblicate sui social, fotografie di neonati da guardare e dire “ooooohh”). Che è tutto bellissimo, per carità, e quando io dico “ooohhh” penso davvero “oooohh”. Ma c’è qualcosa che inizia a stridere. Perché mentre loro dibattono di giorni fertili, tu pensi ai metodi contraccettivi.

Ma non è solo questo. È che quando hai 30 anni inizi a far caso a quella deprecabile propaganda uterina che ci ricorda ogni santo giorno della nostra vita che non stiamo procreando, che dovremmo procreare, che siamo femmine adulte in età fertile, tic tac, tic tac, che non sono le caramelle bensì la lancetta del tempo che passa mentre le tue ovaie invecchiano e i tuoi fibromi, la tua endometriosi, i tuoi estrogeni e tutto il salamalora diventa progressivamente più inefficiente. Perché certo, Gianna Nannini ha avuto un figlio a 50 anni, ma tu vorrai mica fare come Gianna Nannini? E poi, lo sai, più invecchi più diventa difficile farne. Lo sai, il tuo corpo sarebbe stato pronto a sfornare da quando avevi 12 anni, la temperatura era pronta, era tutto il resto che mancava.

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Tutto il resto che la società diceva essere importante: studiare, laurearsi, emanciparsi, fare lo stage e duemila contratti a progetto, intraprendere qualche genere di carriera, diventare indipendente (dai genitori e dagli uomini), cercare la stabilità, la realizzazione come persona e come donna, e blablabla. La stessa società che, ADESSO, mentre hai passato 10 anni a rincorrere tutto ciò che ti ha detto che dovevi rincorrere, ti ricorda che sì, ok, brava assai, mapperò non stai adempiendo al tuo dovere biologico di incubatrice. Yessir, la stessa società. E, badate, che quando parliamo di “società” non ci riferiamo mica soltanto allo schieramento di madri/zie/nonne/cugine/medici/amiche-di-scuola-che-sono-già-alla-terza-gravidanza. Ci riferiamo alla maternità come fatto mediatico (vedere “Coppie in attesa“, un reality con donne che sgravano davanti alle telecamere, lo confesso, mi ha lasciata non poco interdetta). Ci riferiamo a quella povera Jennifer Aniston che non può mangiare due donuts in più senza che le attribuiscano lo stato interessante (qui la sua riflessione in merito, pubblicata dall’Huffington). Ci riferiamo alla pubblicità di ClearBlue che ti dice anche di quante settimane sei incinta e che il feto nascerà sotto il segno dello scorpione ascendente bilancia; oppure quella delle pappine Mellin che parte con i gorgheggi dei neonati montati a ricreare la melodia della ninna nanna (vi prego, ditemi che ce l’avete presente e che viene anche a voi il cristo quando la vedete). Ci riferiamo al fatto che persino Bridget Jones, un personaggio icona per le single di diverse generazioni, di tutto il mondo, con il suo alcolismo, il suo tabagismo, la sua predilezione per gli uomini di merda, persino Bridget Jones trova la salvifica redenzione sociale attraverso la maternità (sebbene non sappia chi tra i suoi ben DUE manzi sia il padre, ma dell’assurdità della trama ne parleremo forse dopo che l’avrò visto).

Allora, lasciate che vi dica qualche cosa, se lo permettete:

  • esistono donne che figli non ne possono avere perché sono single e non è ancora normata la possibilità – per una donna single, in Italia – di avere (o adottare) un figlio qualora lo desideri (personalmente gestisco ancora la mia bomba a orologeria biologica pensando che un figlio non sia un Cavalier King Charles Spaniel e che per farlo vorrei concepirlo di comune accordo con un uomo che amo, e che mi ami, e che mentre lo facciamo – per lo meno nei presupposti – ci sia l’intenzione di offrire al nascituro un nucleo familiare basato sull’amore e sul rispetto, una favola derivata dal mio background affettivo, ma che volete, almeno provarci; questo per il momento, nel senso che gli ormoni sono pazzi, quindi non possiamo escludere a priori che tra due o tre anni, quando sarò completamente in botta, io vada in Olanda a scegliere il mio donatore di seme alto 1.90).
  • esistono donne che figli non ne possono avere anche se hanno un compagno, perché non sono fisicamente capaci di farlo e magari stanno facendo accertamenti o esami per capire come gestire la situazione
  • esistono donne che figli non ne possono fare e non potranno farne mai perché hanno avuto qualche problema di salute che l’ha reso impossibile per loro
  • esistono donne che i figli hanno provato a farli, ma li hanno persi
  • esistono donne che figli non ne possono fare perché il loro compagno è sterile, e magari lo faranno con l’eterologa, se potranno, in qualche altrove, ma ancora non lo sanno
  • esistono donne che figli non ne vogliono fare e questo è, se possibile, persino più stigmatizzante in una società dove il completamento supremo della femminilità è il connubio matrimonio+figli. Donne che si sentono anche in colpa a pensarlo o a dirlo, che ci hanno messo un decennio a trovare un po’ di equilibrio e adesso non friggono dal desiderio di rimettere tutto in discussione, di farsi le pere di ormoni, di rallentare con la carriera, di dover vivere in funzione dei figli per i successivi ennemila anni. E così via. E si sentono in colpa perché è come se disattendessero un’aspettativa naturale, legata all’essere donna in quanto tale, quando forse quell’aspettativa è più culturale di quanto non si creda.

In fondo siamo nel 2016. È importante che il genere umano continui a riprodursi, naturalmente, ma smettiamola di pensare che l’unico veicolo di realizzazione per una donna sia la maternità. Per carità, dev’essere una cosa meravigliosa e grandiosa la maternità. Ma non è l’unica che possiamo fare nella nostra vita. Non è quella la misura del nostro successo, della nostra femminilità o della nostra eterna felicità. Essere madre è una scelta, un’opportunità, una fortuna, un atto di coraggio, va rispettato e apprezzato. Nella stessa misura in cui vanno rispettate e apprezzate le donne che madri non sono, per scelta o per circostanza. Per il fatto semplicissimo che se proprio devo essere “giudicata” dalla società voglio esserlo come persona, non come apparato riproduttivo. Per il fatto semplicissimo che non voglio essere considerata incompiuta se non mi riproduco. Per il fatto semplicissimo che se ascoltassimo ciò che effettivamente vogliamo, forse scopriremmo che non siamo davvero tutte fatte per essere madri e che essere madre non significa assecondare il trend generazionale e sociale che ci vuole tutte rampanti ed eroiche genitrici. Molte sì, altre no, e mi piacerebbe che ci fosse spazio per tutte, in questa modernissima società in cui puoi pure vincere il Premio Pulitzer, ma non sarà mai come dire “sono incinta“. Che forse le nostre nonne e bisnonne, quelle che hanno partorito 9 figli, se avessero avuto una scelta, se culturalmente avessero potuto decidere di fare altro, magari l’avrebbero fatto.

Noi questa scelta l’abbiamo e consiste nella libertà di essere donne realizzate, con o senza figli, con o senza marito. Badate, non sto dicendo in termini personali che io non vorrei mai figli, anzi. Sto dicendo che abbiamo una scelta e che non è una scelta da poco.

Sto dicendo che siamo libere di cercare la nostra serenità, anche se le cose non dovessero finire esattamente come l’ideale borghese ci ha sempre raccontato che sarebbero finite (con la casa dei sogni, il marito dei sogni e i figli dei sogni).

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Sto dicendo che siamo libere di non considerarci reciprocamente donneminori” se non figliamo o se non abbiamo una propaggine virile accanto. Che siamo libere di non sentirci in colpa se non riusciamo, non possiamo, non siamo pronte. Che siamo libere di comprendere cosa vogliamo, e poi di provare a costruire ciò che vogliamo davvero, senza garanzie di successo, ma con la possibilità di provarci.

In conclusione: essere una persona in gamba, ed eventualmente un buon genitore, è frutto di un processo di crescita che richiede tempo e consapevolezza. E il risultato di questo cammino non è necessariamente quello dettato dalla società. E nel frattempo, poiché la maternità – prima di diventare una performance pubblica – è un fatto privato, che pertiene una cosa intima come l’utero, le ovaie e tutto l’armamentario completo, andateci cauti con le domande, le insinuazioni, le illazioni. Perché non sapete chi è la donna che avete di fronte. Non sapete cosa pensi. Non sapete quanto delicato sia quel tassello della sua emotività che andate con troppa disinvoltura (e spesso superficialità, e spesso banalità) a solleticare.

Andateci cauti con le donne e pure con le coppie, smettetela di chiedere in continuazione “Ma allora, quando arriva il bimbo?”, perché voi non sapete. Non sapete se lo vogliono entrambi, non sapete se possono, non sapete se riescono. E il motivo per cui non lo sapete è proprio che, prima di essere uno show, un album fotografico su Facebook, migliaia di like, la gravidanza è un fatto privato.

Ed è solo una (tra le più importanti, per carità, ma una) delle infinite cose che una donna può fare nella sua vita.

Minaccia Bikini

Comprare un costume. Comprare un costume intero. Ormai ho 30 anni. Posso comprare un costume intero. Certi costumi interi sono bellissimi. Certo, sono bellissimi indossati dalle modelle. Io sembrerei definitivamente una milf. Anzi una Ilf, non avendo prole. Anzi, una cinquantenne. E basta.

Sì. Un bel costume intero, nero. Che classe che avrei. Solo che poi ti resta quella roba bagnata sulla panza, dopo il bagno. E poi, quando metti il 2 pezzi, i lardominali hanno un colore diverso rispetto al resto del corpo.

Certo, l’abbronzatura. Altro tema. Odio stare al sole. Mi ustiono. Sono chiara, delicata. Se mi proteggo resto bianca. Ogni anno dopo l’estate ho duecento nei in più sul corpo. La mappatura dei nei. Dovrei farla, non l’ho fatta mai.

Oppure potrei andare al mare di notte. Sicuramente mi sentirei più fica, di notte. Innanzitutto perché non ci sarebbe nessuno e secondariamente perché col buio siamo tutti più belli. Voglio dire: in camera da letto non hai mica le luci al neon, non hai mica i cazzo di faretti alogeni come nei camerini dei negozi che ti fanno sembrare un incrocio tra un galletto Vallespluga e un suino Amadori. In camera hai la lampada della Philips, quella piccolina, che fa l’atmosfera, che colora e che ti rende sensualissima col favore della penombra e della policromia compiacente. Intuire ma non sapere. Vedere, ma non vederissimo. Questa è la regola.

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Al mare come si fa? Con quel sole accecante e qualsiasi imperfezione spiattellata in faccia ai più. E non sono mica solo i kg di troppo che, per carità, ci sono. È proprio il pelo incarnito, i capillari sulle cosce biancorescenti, i lividi che ti sei fatta non sai mai come e la pelle, in generale, che s’è appesa. Il tono, cazzo, il tono che manca. L’elasticità. L’idratazione. L’esercizio. L’alimentazione sana.

Sei in ritardo baby, siamo a luglio.

Ricordarsi a luglio della prova costume ti capita solo se vivi a Milano e se non hai l’audace o dispendiosa abitudine di andarti a fare il weekend al mare. Audace, se vai in giornata, perché passi 6 ore in macchina (2 per arrivare, 2 per tornare, 2 per cercare parcheggio) per fare 3 ore in spiaggia, che poi non è nemmeno spiaggia ma sono ciottoli e vabbè, va tutto bene, il mare in Liguria è bellissimo (per i piemontesi e i lombardi senz’altro; pugliesi, sardi e siciliani potrebbero avere qualcosa da ridire in merito, ma per carità, sempre mare è). Dispendiosa, se non fai tutto in giornata.

Succede così che se vivi a Milano, prima di luglio alla prova costume non ci pensi davvero, perché il mare non lo vedrai seriamente prima di agosto.

Non è che in assenza della Minaccia Bikini non mi interessi del mio corpo, sia chiaro. È che nella vita devo fare anche altro, a parte combattere la forza di gravità o l’invecchiamento. Provo a mangiare più o meno decentemente e ad andare in palestra più o meno con regolarità. E questo (che EVIDENTEMENTE non è abbastanza, perché da sopra dovrei metterci fanghi, massaggi, tisane drenanti, abolizione coatta dell’alcol, cene rigorosamente a casa per rispettare i diktat del regime alimentare ipocalorico — tutte cose assolutamente incompatibili con i mesi di giugno e luglio in cui tipicamente anche i misantropi diventano viveur) mette in pace il mio karma-fitness. Del resto, quando devo essere nuda, nei restanti 11 mesi all’anno, c’è la lampada della Philips. L’abat jour sul comodino. Non i faretti alogeni. Non il neon. Non il solleone.

Il fatto è che ricordarsi a luglio della prova costume, è un po’ come ricordarsi il giorno prima dell’ultima interrogazione dell’anno di dover studiare il programma dell’intero quadrimestre. Ci provo, ok, meglio di niente, ma è chiaro che porterò anche st’anno il debito formativo in chiappe-d’acciaio-addome-di-titanio-internocoscia-di-marmo-travertino. Ed è chiaro che sarò rimandata alla prossima estate.

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Allego immagine dell’outfit da spiaggia che ho scelto per agosto.

Ma dall’anno prossimo (cioè settembre), vedrai. In palestra tutti i giorni, tutti. Cascasse il mondo! E se non vado in palestra, almeno faccio TUTTI I GIORNI addominali e squat a casa. Lo giuro. E mangio sano. Ricomincio a cucinarmi le minestrine di verdure. E sarò bella e tonica, la prossima estate.

Avrò anche i soldi per fare una bella vacanza.

Avrò anche un fidanzato.

Inizieremo a fare i weekend al mare da fine maggio.

A volte anche in barca.

Mi farò le foto con la mutanda schiantata in culo, da dietro, e le pubblicherò su Instagram. Avrò tantissimi like.

La prossima estate.

Per questa: comprare un costume intero.

Esistono dei costumi interi bellissimi.

Mollarsi ai Tempi di Facebook

Discutevo di recente con un mio amico di quanto sia tutto più difficile adesso, in termini di relazioni sentimentali. Lui non era d’accordo, sostenendo che oggigiorno, al netto di tutte le mie obiezioni, è  estremamente più semplice conoscere (cioè sdraiare) gente (a caso). Alché gli ho fatto notare che non si tratta solo della fase conoscitiva, perché le relazioni non si esauriscono mica nell’incontro e nell’approccio. A volte esse vivono, crescono e – spesso e volentieri – dopo un ciclo di vita di qualche giorno/mese/anno finiscono.

“Prendi Giovanna e Valerio”, gli ho detto.

“Eh”

“Lei continua a mandarmi a giorni alterni screenshot di lui con la nuova tipa”

“Ma deve smetterla di stalkerizzare su Facebook, deve rifarsi una vita”

Certo. Facilissimo a dirsi. A volte, un po’ meno a farsi. Senza contare che non si tratta solo di Facebook, parliamo di Facebook per agilità (come quando diciamo Coca-Cola ma intendiamo tutte le bevande gassate in commercio). Nel dire Facebook ci riferiamo anche a Instagram, Twitter, Snapchat, Whatsapp, Telegram, Pinterest, Vine, Youtube, Myspace ed MSN Space, anche se non esistono più, per stare proprio sicuri.

Giovanna e Valerio sono (erano) una coppia di nostri amici. Insieme da tanto (troppo) tempo, conviventi, giunti a quel punto della vita in cui o “ci sposiamo per ammazzare la noia che ci ammazzerà“, oppure “ci molliamo“. Hanno deciso di mollarsi. Lui ha deciso di mollare lei e, per la legge virile per cui un uomo non lascia mai un pertugio se non ne ha già un altro pronto e collaudato nel quale rifugiarsi, dopo 5 secondi stava già con un’altra. Non che lui l’abbia ammesso, naturalmente. Non che lui abbia usato sincerità nei confronti della donna con la quale ho cagato nello stesso cesso per centinaia di giorni, ogni giorno, per centinaia di cagate. No. Lui ha detto che aveva bisogno dei suoi spazi e dei suoi tempi, che è quella formula universale con la quale tutti noi – quando siamo in una storia che non ci garba più – rivendichiamo il nostro diritto individuale a evadere in uno spazio-tempo diverso, nel quale formalmente dobbiamo ritrovare noi stessi e praticamente abbiamo già in testa (o tra le cosce) qualcuno che ci piace di più del nostro attuale-partner/imminente-ex.

Ora, la fine di una relazione non è mai bella (spesso nemmeno pacifica, spesso nemmeno civile), tanto più per chi la subisce, per così dire. Non doveva essere una passeggiata di salute neppure, chessò, nel 1996. Ma oggi, nell’anno del signore 2016, possiamo starne certi, è faccenda ben più perniciosa. E a renderla così perniciosa è proprio la presenza dei social network.

La povera Giovanna di cui sopra, neosingle da circa un semestre, continua a mandarmi foto di lui con la nuova tipa, felice e noncurante, mentre lei è lì che si lecca la ferita (così profonda che il potere taumaturgico della saliva pare non essere sufficiente e forse ci vorrebbero una ventina di punti di sutura nell’anima). Parallelamente, inizia a destreggiarsi goffamente nel rinnovato mondo delle relazioni interpersonali tra generi, il cui panorama è cambiato – e non poco – dall’ultima volta che è uscita con un tipo, probabilmente nell’anno 5 A.W. (ante-whatsapp).

È un fatto, tuttavia, che Facebook è uno strumento di screening potentissimo quando conosciamo qualcuno, mentre lo frequentiamo e, ahinoi, pure quando l’abbiamo mollato. Ciò che di solito succede è quanto segue:

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  1. Controlli se pubblica e cosa pubblica
  2. Controlli se stringe nuove amicizie
  3. Controlli chi sono le nuove amicizie, ringraziando sempre l’alto dei cieli quando i nuovi contatti si dimostrano degli sprovveduti con la privacy ai minimi livelli
  4. Controlli i like che mette
  5. Controlli i like che riceve (che sono persino più inquietanti)
  6. Schedi quelle che gli mettono like, di cui impari a conoscere generalità, segni particolari, preferenze musicali e orientamento politico
  7. Quando incroci una che gli mette like, a cui lui mette like a sua volta, è fatta, ce l’hai! ECCALLÀ.
  8. Scrivi al suo migliore amico chiedendo “Ma si sta scopando Quella???????” (questo è l’unico caso in cui la grammatica italiana ammette l’uso reiterato dei punti interrogativi)
  9. Il suo migliore amico, ovviamente, non ti dirà nulla, giustamente. Che cazzo pretendi.
  10. Alché scrivi alle TUE amiche per dire che La Merda mette like a Quella e che Quella gli mette like, e che è assurdo, che avesse almeno il gusto di dirtelo (come se non sapessi perfettamente come funzionano queste situazioni, e in effetti se è la prima volta che ci passi, no, non lo sai). Le tue amiche ti diranno che vi siete mollati e che devi smetterla di guardarlo. Anche se in effetti sì, lui è una fogna a cielo aperto e potrebbe almeno essere più discreto.
  11. Si scambiano commenti. Taggandosi. I commenti diventano flirt, apparentemente innocui ma sufficienti a farti venire un rivolo di sangue dal naso
  12. Ti viene voglia di sbrodolare uno status pieno di livore. Ti viene voglia di mettere like a tutte le loro foto. Ti viene voglia di compiere un’azione offensiva e provocatoria, di rompere le regole della civile convivenza digitale, ma non lo farai. Ti trattieni. Tutte le tue amiche (le stesse che dicono che devi smettere di guardarlo perché vi siete mollati), ti dicono di non farlo e non lo fai.
  13. Scruti attentamente tutte le fotografie di Quella chiedendoti come sia possibile, che La Merda era un feticista dei tacchi e ora va girando con una che usa i sandali francescani; che La Merda era di sinistra e ora va con una di casa pound; che La Merda amava il post-rock e ora sta con una che ascolta i Modà.
  14. Comparirà una foto di gruppo nella quale ci saranno entrambi, vicini. Seduti a tavola affianco oppure gomito a gomito durante concerto. Un banale indizio per l’umanità, una prova inconfutabile per te.
  15. Da allora, è solo questione di tempo, arriverà la prima foto di loro insieme, il loro primo SELFIE. E, indipendentemente che ti appaiano bellissimi o bruttissimi, digerirla sarà dura, sarà una mandria di cinghiali appollaiata sul tuo intestino emotivo e non si schioderà, nel migliore dei casi, per tutta la giornata.
  16. Screenshotterai la foto e la manderai alle tue amiche che ti diranno che vi siete mollati, che devi smetterla di guardarlo. Anche se in effetti sì, lei è l’entità femminile più simile a Pippo Franco che abbiano mai visto (e ti diranno così anche allorquando non fosse del tutto vero).
  17. Prima o poi faranno la prima vacanza insieme. E nella tua home comparirà l’album fotografico. Tu lo guarderai.
  18. Andranno a convivere e vedrai le fotografie della casa in cui vive con lei, dopo aver vissuto con te.
  19. Ci sarà un’emorragia di cuori rossi in tutti i commenti, che ti farà venire più vomito che speranza, e gli amici in comune che mettevano like alle vostre foto, quelli che “eravate una coppia bellissima”, metteranno like alle loro foto. E i tuoi amici faranno a La Merda gli auguri per il compleanno che tu dirai “ma-come-cazzo-minchia-è-possibile”.
  20. La Merda e Quella cambieranno lo status sentimentale. Un giorno comparirà quella cosa patetica del cuoricino grigio con affianco scritto “Impegnato” (se sono irrecuperabili, scriveranno anche con chi sono impegnati) e inizieranno a chiamarsi pubblicamente “amore” (o qualche altro deprecabile nomignolo ingiustificabile per persone che abbiano superato la tarda post-adolescenza).

E poi sarà solo un crescendo. Un giorno si faranno un tatuaggetto insieme. Un giorno festeggeranno l’anniversario e lui la ringrazierà pubblicamente della felicità che gli ha regalato. Un giorno saranno al mare. Un giorno saranno a sciare. Un giorno ceneranno sul loro terrazzino con i fiori che coltivano. Un giorno ci sarà l’album di un matrimonio. Un giorno ci sarà la foto di un’ecografia. Una pancia. Una micromano minuscola, dentro la mano dell’uomo che hai amato. Un giorno arriverà un selfie di famiglia con uno status tipo “TRE!”. Oppure “Trois” se vogliono fare i fichi.

E tu guarderai questo fotoromanzo della vita del tuo ex, apparentemente bellissima (perché su Facebook tutti dimostriamo d’avere vite bellissime ovviamente, che nulla giustamente dicono dei momenti di noia, degli attriti, della libido che cala, delle bugie che ci diciamo, dei compromessi beceri a cui scendiamo, dei rimpianti che coviamo, dei sensi di colpa che abbiamo accumulato e compostato come fossero i rifiuti organici della nostra esistenza e che ora usiamo per concimare il futuro, della merda da pulire dal culo e delle nottate in bianco perché il pupo non prende pace). Tu guarderai questa cronaca in tempo reale della sua felicità e – indipendentemente da quale sia la tua condizione – cioè che tu sia ancora lì a capire come funziona Tinder o che tu ti sia accasata con un manzo brillante e sessualmente appagante- , la vera domanda è: perché?

Chi te la fa fare?

“Io a Giovanna ho detto di cancellare e bloccare, ovunque”

“Ma perché? Così fa capire che soffre

“E allora?”

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E allora soffrire, dimenticare, cancellare, difendere il proprio spazio e il proprio inalienabile diritto a NON sapere e a NON vedere, a NON assistere all’ostentazione di queste vite filtrate e ritoccate, offrirsi la possibilità di dimenticare, come si faceva un tempo, quando a mollarsi non ci si sapeva più, quando – superati il rancore e il dolore – forse rimanevano i bei ricordi, l’illusione di aver condiviso per qualche tempo qualcosa di esclusivo che non venisse riproposto nella stessa identica formula con quello che è venuto dopo di noi, ecco tutto questo è un nostro diritto emotivo.

Un diritto che non è mai stato necessario rivendicare, prima che Zuckerberg ci privasse culturalmente del piacere dell’oblio, della possibilità di dare sepoltura (degna o indegna che fosse) a una relazione, ma anche di credere ad alcune di quelle piccole bugie che facevano un po’ male ma anche un po’ bene, tipo quando l’ex che non vedevi e sentivi da mesi ti mandava un sms o ti faceva una telefonata. E ti diceva che gli mancavi ancora. E tu potevi credergli, una piccola parte di te poteva accoccolarsi nella melensa menzogna che ti diceva, bevendosela tutta, dissetando il proprio ego ammaccato, perché lo vedi che eri speciale? Lo vedi che gli manchi ancora? Anche lui ti manca ancora un po’, certo. MA SOPRATTUTTO POTEVI CREDERGLI PERCHÉ NON AVEVI GUARDATO PER SEI MESI TUTTO QUELLO CHE AVEVA POSTATO SU UN CAZZO DI SOCIAL NETWORK.

In conclusione: cancellate, bloccate, dimenticate.

Che ai tempi dei social network gli amori sono più difficili da far partire, da mantenere e pure da chiudere.

 

Coraggio di Amare

Scrivo questo post per rispondere all’email di Giorgio (nome di fantasia), un ragazzo che deambula con le stampelle, che legge il mio blog e che mi ha scritto chiedendomi come mai io non abbia mai parlato delle dinamiche sentimentali per chi è disabile, per chi non incarna il modello di “bellezza statuaria che ci viene quotidianamente imposto”. Mi ha detto che vorrebbe conoscere il mio punto di vista, perché secondo lui il mio punto di vista sarebbe brillante, sagace e intelligente. Così ho deciso di scrivere questa risposta, anche se forse non sarà all’altezza delle sue aspettative.

***

Caro Giorgio,

il fatto che io non abbia mai parlato di disabilità, non vuol dire che io questo tema non lo conosca o non lo osservi. Al contrario, forse, è per me fin troppo delicato, tocca un nervo molto scoperto nella mia emotività, al punto che la tua sola email ha rischiato di farmi piangere, mentre la leggevo, camminando per strada, di ritorno dalla palestra. Sì, lo so, over-emotional. E pensa che la mia reazione non era nemmeno imputabile a una carenza di magnesio.

Posso parlarti di disabilità e amore, certo. Ma non ti parlerò della reazione che le donne hanno, o dovrebbero avere, di fronte alle tue stampelle, quando le incontri dopo un match su Tinder. Né di quella volta che ho avuto una storia con un ragazzo disabile, perché in effetti non mi è mai successo di averla. Ma ho qualcosa da raccontarti, che forse non ti interesserà, ma secondo me è una vicenda che può insegnare qualcosa a te, e pure a me, e pure a qualche altro.

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Mia madre ha avuto la poliomielite da bambina. L’ha contratta pochi giorni prima di farsi il vaccino. Una mattina si è svegliata e ha detto a mia nonna che non sentiva più le gambe. Ha subìto il suo primo intervento chirurgico a 3 anni. E l’ultimo un paio d’anni fa. E io ho perso il conto di quanti siano stati, quelli nel mentre. So che il giorno dopo la mia Prima Comunione l’ho vista ricoverata in ospedale, e che pochi mesi dopo la mia laurea l’ho vista uscire bianca come un cadavere e tremante come una foglia dalla sala operatoria, dopo un lunghissimo intervento di protesi all’anca. So che il mio San Valentino due anni fa l’ho passato in ospedale con lei che vomitava l’anestesia e si contorceva dai dolori, e io ho dovuto fare il diavolo a quattro perché quelle teste di cazzo dell’ospedale le dessero qualcosa che la facesse stare meglio. Perché l’illustre dottoressa di turno notturno la smettesse di dormire e facesse il suo lavoro.

Cammina ancora, mia madre. Molte persone della sua età, che hanno avuto la stessa malattia, non possono più farlo. Sono in carrozzina, non escono più di casa. Certo, le scale sono un problema. Anche le salite. Anche le discese. Anche i dislivelli. E va in giro con il bastone adesso. E le cose spesso le cadono dalle mani.

Io vivo lontana da lei, e questo è stato uno dei grandi buchi neri emotivi dei miei anni passati, nonché una delle mie più grandi paure per gli anni a venire, nonché un elemento rilevante nella mia decisione di lasciare il lavoro fisso e provare a sopravvivere da free lance, per poter andare da lei quando di me ha bisogno, senza elemosinare ferie in nessun ufficio. Io vivo lontana da lei, ma quando ci sono le tengo sempre la mano se camminiamo, e sono tutta tesa, e ho sempre paura che non sia stabile abbastanza, come quando camminano i bambini piccoli. E se la sedia è bassa l’aiuto ad alzarsi. E l’aiuto a vestirsi. E ad allacciarsi le scarpe. E a volte cade. E fondamentalmente il decorso della malattia sarà questo, si chiama Sindrome Post-Polio. E ha sempre dolori. Dolori ovunque. Ogni tanto ne viene fuori uno nuovo, di dolore, che comunque non se ne va, che si aggiunge a tutti gli altri ormai cronicizzati. E io le dico che per stare meglio dovrebbe fumare la marijuana, che anzi no, le compro il vaporizzatore così non deve nemmeno assumere nicotina (e così, tra l’altro, lei e mio padre si divertirebbero un casino la sera, invece che guardare quelle fiction di merda che guardano). Lei mi dice che non si drogherà. E io le chiedo se non siano forse droga tutti gli antidolorifici e gli antinfiammatori che prende. Senza i quali, essenzialmente, non potrebbe vivere una vita con una parvenza di normalità.

Ti dico tutto questo per dirti che la disabilità la conosco. Da vicino. Da sempre. Non ho mai avuto una mamma in salute e forse un analista potrebbe dirti che questo mi ha causato chissà quali turbe psichiche. E probabilmente avrebbe in parte ragione. Ma c’è dell’altro.

C’è che mia madre, con la disabilità con cui convive e con cui ha convissuto per tutta la vita, è la persona più incredibile che io conosca, e non lo dico solo perché mi ha sgravata, perché sono sua figlia e quindi sono parziale. Lo dico perché è forte, è coraggiosa, non si lamenta mai, è riuscita a essere moglie, a essere madre, a fare la volontaria, a trasferirsi per mio padre in una nuova città, a lavorare, a essere indipendente, a gestire una casa, a cucinare divinamente e a crescermi. È una donna capace di ascoltare, di comprendere, di intuire, di lottare, di imporsi, di essere dolce in un modo ruvido e terribilmente autentico. Ed è anche capace di mettersi in discussione e di chiedere scusa, il ché, aggiunto a tutto il resto, la rende davvero una gagliarda. È una combattente nei fatti, mia madre, non nelle parole. È capace di empatia e compassione, ma non si commisera mai. E io, che ormai sono adulta, che non ho più bisogno di oppormi a lei in quanto adolescente, e non ho più bisogno di vivere nel mito di mia madre (perché quando si cresce i genitori diventano esseri umani, di cui sei chiamato a comprendere e accettare anche i limiti, tipo quello che ogni tanto lei ha con i congiuntivi), ecco io non potrei chiedere una madre migliore di quella che ho. E a volte penso cose inutilmente tristi, penso che di sicuro vorrebbe un nipote ma che se quel nipote ci fosse non potrebbe nemmeno prenderlo in braccio. Ma poi la pianto, perché questi pensieri non hanno senso e perché questi limiti “strutturali” non tolgono nulla all’affetto che una persona può offrire. E io, che ho avuto il privilegio di essere un figlia davvero amata, lo so molto bene.

Tuttavia lei non è la sola in questa storia.

C’è anche un giovanotto tarantino di belle speranze che all’inizio degli anni ottanta l’ha conosciuta, in vacanza. E se ne è innamorato. E non l’ha lasciata mai più. Nemmeno quando la sua famiglia si è opposta. Nemmeno quando gli hanno detto che non era il caso, che mia madre non era sana, che negli anni se ne sarebbe pentito, che potevano essere amici, certo, ma che nel frattempo gli avrebbero presentato della altre ragazze, delle ragazze “normali”. Non ci sono stati cazzi. Mio padre l’aveva scelta. L’ha sposata e l’ha amata. In salute e in malattia. E lei ha fatto altrettanto con lui. E non è sempre stato semplice. E non lo è nemmeno ora, che stanno invecchiando, e cambiando, e che si sopportano nelle rispettive prime manifestazioni di micro-rincoglionimento senile. Perché non è una favola, è la vita vera. È la storia due persone coraggiose, come forse ce ne sono sempre meno, che sono riuscite a fare una cosa banale ed enorme, come condividere la vita con tutti i suoi problemi e le sue gioie. Come costruire una famiglia e crescere una figlia dandole tutti gli strumenti possibili per farcela da sola.

E quello che voglio dirti, caro Giorgio, è esattamente questo: io sono figlia di un amore che non ha avuto paura della disabilità. E sono la prova che questi amori possono esistere ed essere solidi. Ma bisogna che a viverli siano persone davvero in gamba. Davvero coraggiose. Davvero capaci di amore. Persone speciali, con uno spessore, in grado di vedere più in là del proprio naso e di sentire più in là del proprio culo. Persone capaci di andare oltre i pregiudizi e i timori che tutti abbiamo. Capaci di accollarsi delle rinunce, in nome di qualcosa altro.

Quando tu mi dici che devi fare il triplo del lavoro che fanno gli altri, per accreditarti, capisco cosa vuoi dire. Ma tu fallo, perché forse è normale così. Anche mia madre fa il doppio della fatica che farebbe se non avesse i problemi che ha. Ma lo fa, perché ha la volontà di farlo. Perché è una donna che mi ha insegnato l’indipendenza, anche se la vita ha fatto di tutto per minare la sua libertà di esserlo, indipendente intendo.

Non è stata particolarmente fortunata da questo punto di vista, mia madre. E non lo sei stato nemmeno tu, probabilmente. Ma io a lei ricordo sempre che, nonostante i suoi problemi di salute, ha e ha avuto una vita piena di amore. Innanzitutto perché di amare è stata capace.

Nei fatti, più che nelle parole. Nella sostanza, più che nella forma.

Come le vere donne e i veri uomini fanno.

Ti faccio lo stesso augurio: di amare e di saperlo fare, di coltivare il tuo spirito, di accettare la tua diversità, di sdrammatizzarla,  di non piangerti addosso mai e di non scoraggiarti, che disabili lo siamo un po’ tutti – chi dentro, chi fuori – e di essere diretto, e di non dubitare che esista qualcuna capace di accettare e ricambiare il tuo amore. Non spaventarti se non la trovi subito. Nemmeno noi che le stampelle non le abbiamo, troviamo facilmente qualcuno con cui spartire un millimetro d’anima. Ma non possiamo concederci di smettere di sperare che questa persona, da qualche parte, esista. E che la incroceremo, che la riconosceremo, che non la perderemo.

Io, di sicuro, appena lo becco, gli faccio un culo a paiolo per averci messo così tanto a manifestarsi e a trovarmi.

Un abbraccio e buona fortuna,

v.

 

Kiki & i Segreti del Sesso. E dell’Amore.

Una volta, quando ero giovane, mi sono ritrovata a uscire con uno che, in macchina, sugli scogli accidentati del litorale pugliese, ci ha provato sfacciatamente. Io non ero tanto per la quale, non gli concessi nemmeno il limone politico per intenderci, ma quello non si decideva a demordere, e tra uno strusciamento qui e una palpata lì, è finito zitto zitto sui miei piedi. O meglio: è finito sulle mie scarpe. Ha iniziato a leccarmi i tacchi (giustamente doveva pur limonare con qualcosa, il ragazzo). Inutile dire che la scena, privata del pur minimo ardore erotico, ha suscitato in me turbamenti più di natura igienico-sanitaria che ormonale. E quello è stato il mio primo incontro ravvicinato con il feticismo (al singolare, come se di feticismo ne esistesse uno soltanto, quando sappiamo benissimo che così non è).

Negli anni a seguire mi sono imbattuta in uomini che facevano un uso a dir poco disinibito del turpiloquio (pratica alla quale sono anche favorevole, nei tempi e nei modi appropriati, ma se è il primo giro di giostra e mi chiami “cagna”, come detto in altre occasioni, “cagna sarà tua madre”, con tutto il rispetto per la signora). Oppure quelli che si sono messi a quattro zampe perché nella vita ricoprivano posizioni di potere tale che a letto volevano essere sottomessi (cosa che a me, femmina del sud cresciuta con valori solidi per i quali il sacro sfintere maschile non si profana assolutamente, mi ha imbarazzata non poco, ai tempi). Oppure ancora quelli che mi hanno proposto menage a trois, gite in club privée, sesso a pagamento e pure i fashion-victim che nel periodo di 50 Sfumature hanno deciso di fare dell’audacissimo bondage, legandomi con una cravatta. Vabbé.

Tutte queste sublimi memorie sono riaffiorate ai miei pensieri dopo la visione dell’ultimo film di Paco Lèon, Kiki e I Segreti del Sesso, che ha avuto un successo pazzesco in Spagna, che arriva in Italia domani, 23 giugno, e che ho visto in anteprima perché sono raccomandata (e avrei voluto parlarvi d’altro questa settimana, ma siccome mi è piaciuto, vi parlo di questo).

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È un film che parla di sesso, permeato di fascino latino, e di colori vivaci, e di una fotografia essenziale, convincente e fortemente evocativa; un film che parla di diversità apparente e di normalità sostanziale, e lo fa in una maniera deliziosa, spregiudicata, divertente e romantica. Posto che parlare di sesso non è MAI facile, perché il sesso è un argomento che siamo culturalmente abituati a trattare in maniera pudica, o accademica, o scientifica, o pornografica, ma raramente ironica, io questa pellicola l’ho adorata.

Trattasi di una trama corale, nella quale 5 diverse storie si alternano e si sfiorano, ruotando attorno alla vita sessuale dei protagonisti, alle loro deviazioni e trasgressioni, ma più di tutto attorno alla loro umanità. Dai giovani Natalia e Alex (che stanno per sposarsi anche se lei ha una leggera Arpaxofilia, cioè si eccita quando viene aggredita e derubata), al triangolo poliamoroso di Paco, Ana e Belén, alla Dacrifilia di Maria Candelaria (sposata da 10 anni con Antonio, dal quale vorrebbe un figlio che non arriva), che si eccita se vede il marito piangere, fino al chirurgo plastico José Luis che scopre di soffrire di Sonnofilia (è attratto dalla moglie quando è addormentata), passando per la storia di Sandra che ha la perversione dell’Efelefilia (cioè si eccita con determinati tessuti) e Rubén, un ragazzo sordomuto.

Kiki e I Segreti del Sesso riesce ad affrontare il tema dei feticismi e delle varietà sessuali senza diventare mai greve, mai volgare, mantenendo sempre i toni della commedia, a tratti grottesca ma esilarante. Tenera persino. La struttura del film sta su e non tradisce mai le ragioni della narrazione, che si delineano pian piano e si manifestano armoniose nella conclusione, facendo quadrare il messaggio, la morale se così vogliamo chiamarla, che regala una definitiva coerenza alla visione intera.

E in verità è proprio quella morale, quel messaggio non esplicito ma fortemente presente nel film, il motivo reale per il quale ve lo consiglio. Non è un titolo che studierete sui manuali di storia del cinema e se siete abituati ad andare al cinema per guardare soltanto i grandi kolossal in 3D, oppure i film dei supereroi, o se per voi la comicità sono i cinepanettoni, allora no, questo film non fa per voi.

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Ma se, invece, sapete guardare un film con gli occhi, e le orecchie, e il cuore; se sapete cogliere gli spunti di cui la trama è disseminata, tutti i ganci emotivi che possono acchiappare la vostra empatia; se sapete ridere senza falsi pudori; se amate i dettagli e i colori; se sapete godere di una commedia originale, brillante e insolente, squisitamente libera da tabù, allora dovreste guardare questo film, che vi farà divertire, un po’ arrossire e soprattutto riflettere.

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Riflettere perché il vero tema di Kiki e I Segreti del Sesso è innanzitutto l’amore. I feticismi diventano tuttalpiù l’occasione (e la provocazione) per ricordarci che quel complesso sentimento al quale ci dedichiamo per tutta la vita, ha innumerevoli sfumature; che amare significa essere liberi di esprimere le proprie fantasie e le proprie diversità, e sentirsi accolti invece che respinti (e certo, non è sempre facile, ma è possibile); che il sesso deve essere terreno di incontro e non di allontanamento, soprattutto quando è condito d’amore; che non esiste oscenità quando c’è umanità e che la cosa più vergognosa che si possa fare con il sesso è negare la sua vitalità e costringerlo; che le stranezze non sono delle persone strane, ma di tutti noi; che la comunicazione (sia essa verbale, o gestuale, come quella di Sandra e Rubén) è uno degli ingredienti fondamentali delle relazioni umane e delle storie sentimentali; che amarsi significa comprendersi senza pregiudizi, accettarsi anche nelle eccentricità, corrispondersi con intensità e leggerezza, come in una festa, come in una danza sfacciata e felice, in una notte tiepida dell’estate, noncuranti, tra tutti gli altri. Oltre la diversità, che da ostacolo diventa collante, che invece di spaventarci e complessarci, ci diverte con spontaneità e delicatezza.

Questo film è una chicca, che ci consiglia che in amore non esistono feticismi (il giorno che mi innamoro di uno che mi lucida le scarpe con la lingua, ve lo faccio sapere). E che, anche se a volte l’amore complica, anche se alcuni faticano a condividere il sesso più disinibito con il proprio partner ufficiale, anche se a volte è più comodo prendere scorciatoie, cercare palliativi, non condividersi, il modo più bello per fare sesso, resta fare l’amore.

E il modo più bello per fare l’amore, resta fare sesso.

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Trailer:

[SessuOhhhlogismi 3] – La Sublime Arte dell’Irrumazione

[Prima di iniziare questo nuovo capitolo di SessuOhhhlogismi – la rubrica mensile nella quale parliamo di argomenti pruriginosi e scabrosi in compagnia di OHHH – devo fare un disclaimer per i miei parenti, per i miei ex professori del liceo, per il prete che mi ha battezzata e per tutti quelli che si chiedono, turbati, cosa mi sia successo, manco fossi diventata Sara Tommasi e facessi porno, o mi bucassi, o trafficassi in armi e organi umani (il tutto per il semplice fatto che – tra gli altri argomenti – scrivo di sesso). Insomma: non leggete questo post. Davvero, non fatelo. Ricordatemi come quella ragazzina bionda e paffuta, piena di sogni e ambizioni. Rivediamoci al prossimo post. O a quello dopo ancora. Oppure leggetelo solo se accompagnati. Sappiate in ogni caso che il contenuto potrebbe disturbare il vostro fragile catto-equilibrio intestinale]

Fare una fellatio sembra una cosa semplice. Ma non lo è.

Per carità, le donne d’oggi sono tutte illustrissime artiste del risucchio, e ciò è noto perché esse stesse se ne bullano pubblicamente con gran sicumera, mutuando un atteggiamento ultra-maschilista di cui talvolta nemmeno gli uomini della peggior borgata sono capaci. Ma che volete farci, siamo così, dolcemente complicate, sempre più sboccate, emancipate, ma potrai trovarci ancora qui. Non è questo il punto.

Il punto è che nessuna, nemmeno quelle che potrebbero competere nel campionato internazionale delle gole profondissime, nasce imparata a farli, sti benedetti pompini (ok, chiamiamole “fellatio” che se no mi sento una vecchia bagascia e penso che non troverò mai l’amore vero). Voglio dire: non è che si sappia per istinto cosa fare, come, quando e perché. Non è che si abbia un’idea naturale di quali e quante variabili possano definire la qualità di una fellatio. Per lo meno per la mia generazione (e per tutte quelle cresciute prima dell’avvento di youporn) è stato così. Non abbiamo mica avuto un’inesauribile quantità di video-tutorial da cui apprendere tutti i segreti del flauto traverso. Nossignori. Ai nostri tempi esisteva la posta di Cioè, l’atlante di medicina fatto coi punti della Esso e I Bellissimi di Rete 4 che, se ti diceva bene, erano soft-porn (e poi le donnine nude di notte sulle reti locali, ma non si può dire che ci fosse alcunché di istruttivo in loro, per noi). Fine. Per il resto, noi ci siamo formate attraverso una militanza attiva e partecipata alla causa. Un percorso accidentato di prove ed errori, di troppo timore e troppo entusiasmo, troppo zelo e troppa poca iniziativa, troppa foga e senti anche meno, più piano, più veloce, oh, come sei brava. Noi abbiamo acquisito e raffinato la nostra consapevolezza e la nostra competenza nel tempo, gradualmente, step by step e sì, per quello molte finiscono a farsene un vanto. Perché imparare a fare bene una fellatio è FATICOSO, un po’ come una laurea ingegneria (e infatti tutti gli ingegneri si vantano di essere tali).

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Perché è così difficile? Non solo per una banale questione di coordinamento moto-respiratorio, come si potrebbe supporre (o perché una discreta percentuale della popolazione femminile, in verità, continua a non gradire la pratica, cosa che peraltro potrebbe risolversi in parte con una più solerte cura dell’igiene intima maschile, del tipo che sì, se vi siete fatti l’ultima doccia 20 ore fa, sappiatelo, non profumate di glicine a primavera). E non è nemmeno perché mentre ci raccogliete i capelli, c’è puntualmente una ciocca che si impiglia nel vostro orologio e pensiamo che avete vanificato le ultime 10 pasticche di integratori per capelli che abbiamo assunto. E no, non è nemmeno perché il tempo nei pompini è come il tempo dei cani: quello che nel mondo reale appare come 1 minuto, per noi sono 7 minuti, in cui continuiamo a fare con il nostro collo ciò che i piccioni di solito fanno con il loro.

Al netto di tutto ciò, l’ulteriore livello di difficoltà consiste nel fatto che si fa in fretta a dire “fellatio”, come se di “fellatio” ne esistesse una soltanto, come se imparata quella stai a posto per tutte. E invece no! Gli uomini non sono tutti uguali e non lo sono nemmeno i loro gusti.

Certo, per carità, esistono dei magic trick che sono dei grandi classici contemporanei con i quali si va sul sicuro. Ed esistono degli how to altrettanto imprescindibili (del tipo “no i denti no, i denti mai, nemmeno quando pensi che sentire i tuoi incisivi sulla sua Cappella Sistina possa eccitarlo, NO”, ma anche “Questi ci perdono le diottrie a consumare tutti i filmati in POV di Pornhub quindi per piacere ogni tanto ricordatevi di guardarli negli occhi”), tuttavia c’è dell’altro. C’è che ci sono duecento optional e duecento tipologie di fellatio. Per esempio:

Fellatio Passiva: il maschio si mette lì in panciolle e si fa servire come se fosse in un resort pensione completa con formula all inclusive. Bibite escluse.

Fellatio Attiva: il maschio decide che tu stai ferma e lui fa gran parte del lavoro, facendo con la bocca ciò che andrebbe fatto col tuo fiore di loto. L’attività del maschio, in questo frangente, segna la nostra passività, la disponibilità a lasciar fruire il nostro corpo in maniera totale o quasi, a “sottometterci” in un ménage essenzialmente speculare alla Fellatio Passiva nella quale, invece, è l’uomo a subire, abbandonato a noi e alla nostra magistrale sapienza oratoria.

Fellatio Attiva Hard-Core: il volgarmente detto “soffocone”, per cui ti torna su la peperonata della settimana scorsa mischiata ai succhi gastrici che ti corrodono l’esofago. Penso sempre che questa pratica sia stata concepita come contrappasso per quelle che fanno le fellatio dando i bacetti al pene. Ora, per carità, nel sesso finché le cose piacciono a entrambi va tutto bene, e fare di tanto in tanto un saggio per dimostrare che in ognuna di noi c’è una piccola Cicciolina, ok. Resta il fatto che queste porno-tracheoscopie per cui finisci a lacrimare come se t’avessero bruciato la collezione di Barbie a 5 anni e per cui sbavi come fossi un cane di Pavlolv, io francamente le comprendo fino a un certo punto anche se, come sempre, de gustibus non est disputandum.

Fellatio Partecipata: il maschio decide che comunque, nel mentre, farà qualcosa su di voi, dedicherà attenzione a qualche vostra parte anatomica, dalla palpata di tette (non dubitate mai delle abilità contorsioniste di un uomo intenzionato a raggiungere le vostre zinne), all’andare alla ricerca del clitoride perduto, al ricambiare la generosa passionalità in ugual misura, coinvolgendovi nella proverbialmente detta “69” che se ha degli indubbi aspetti positivi (per esempio essere uno dei momenti di più intimo scambio e accettazione che una coppia possa vivere) è pur vero che vi distoglierà e vi ritroverete ad alternare momenti di massima concentrazione a momenti di delizioso abbandono. E, in tutto ciò, lui sarà estremamente entusiasta, sentendovi mugugnare di piacere così a ridosso del suo gioiello di famiglia. Ed è per questo motivo che la pratica della 69 rientra a pieno diritto tra le varie possibilità di Fellatio Indurente.

Fellatio Indurente: trattasi di quella performance che viene eseguita allo scopo principale di portare il masculo al suo punto massimo, l’apogeo di eccitazione che la sua virilità possa raggiungere, l’azimut della sua aquila reale. Questa è una fellatio intelligente e strumentale, messa in atto per il bene comune, dei cui benefici gioveranno ambo i partner. Tristemente, ciò va detto, ci sono casi in cui essa diventa una conditio sine qua non.

Fellatio Gratificante: è la fellatio di non ritorno, quella che ha lo scopo unico di gratificare il vostro partner maschile e rendergli grazie a seguito di qualche evento o di qualche prestazione per cui sentite che se la merita proprio un sacco. Questa è la fellatio per eccellenza, quella priva di interruzioni, ricca, diretta al punto, appassionata, il cui epilogo è strettamente legato al gusto soggettivo della donna, ma in ogni caso ai titoli di coda bisogna arrivare. Poi scegliete voi se restare lì finché non finiscono, o alzarvi appena parte la musica e si riaccendono le luci la sala. Decidete se con un poco di zucchero la pillola va giù, oppure se è il momento giusto per cambiare le lenzuola dopo che avrà fatto i fuochi d’artificio con il suo prezioso fluido organico, o se semplicemente volete fare come Kate Winslet e Leonardo Di Caprio sul Titanic (allego foto esplicativa). Fate vobis. Ma il concetto è chiaro.

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E poi ci sono, naturalmente, altre innumerevoli varianti: la Fellatio Liscia, essenziale e minimalista; la Fellatio Condita, che s’avvale del pregevole supporto manuale (il ché a volte è cruciale per offrire qualche secondo di recupero alla mandibola, altrimenti esposta al rischio slogamento); la Fellatio Safari, che è quella audace che non ha paura di avventurarsi nella savana delle sue gonadi; la Spicy Fellatio, che divide molto e non piace a tutti ed è, proprio come con il piccante, strettamente legata al gusto personale (oltre ad avere alcuni effetti collaterali assimilabili al piccante, ma ne parleremo in altra sede).

Insomma, le possibilità di scelta sono numerose e gli errori in cui potenzialmente incorrere altrettanti. Ne ho parlato con alcuni amici uomini (che, del resto, hanno uno strumento di cui io sono sprovvista e mi pareva pur giusto interpellarli). Mi hanno raccontato delle Fellatio Svogliate, in cui si vede che la partner è schifata e che lo fa sforzandosi (suggerendo che in quel caso è meglio non farla affatto, per il rispetto di entrambi); delle Speedy Fellatio, troppo veloci e troppo accanite, contro le quali bisogna ricordare che il pene è un genitale, non il cambio di una macchina sportiva, che va “coccolato” (cito testualmente), con ritmo e passione; delle Fellatio Executive, con così tanto professionismo che la magia quasi si perde (perché ricordate che va bene essere preparate ma che ostentare la propria esperienza non sempre paga); delle Fellatio Loquaci, durante le quali le donne interloquiscono con il membro o con il suo portatore, elargendo complimenti all’uno o all’altro, oppure auto-insultandosi, prendendosi a male parole da sole.  E via discorrendo così.

Risulta in conclusione evidente che lo scenario è ampio e, come sempre, non ci sono diktatricette segrete. L’unica cosa fondamentale è ascoltare e capire i propri desideri, assecondarli e intercettare quelli del partner. Ricordare che a letto è bello sperimentare, giocare, incontrarsi. Stare bene e far stare bene l’altro, nel rispetto reciproco. Chiarito ciò, potete anche farvi schiaffeggiare con il suo augello, se ciò v’aggrada, o fargli esprimere il suo piacere sulla messa in piega che vi ha fatto Coppola.

Tutto è lecito, se ci sono consapevolezza e consenso.

Vi lascio con due perle di due miei amici.

Il primo dice: “Non bisogna mai perdere l’umiltà, perché anche quelle brave possono sempre migliorare.

Il secondo dice: I pompini sono come la pizza, anche quando non è buonissima, la gusti lo stesso.

Noi ci aggiorniamo a luglio con la prossima puntata di SessuOhhhlogismi!

(qui trovate la prima, su “Le Dieci Tipologie di Limone” e la seconda “Guida Base ai Preliminari“)