Ma tu la daresti a Rocco?

Lunedì sera si è conclusa la più inutile e orrorifica edizione de L’Isola dei Famosi (ma in generale di tutti i reality show della storia del mondo).
Un’edizione di cui nessuno si è accorto e che ha segnato la storia della televisione italiana con la stessa dirompente verve con la quale Oscar Giannino ha segnato la vita politica del nostro paese.
 
Vincitore morale indiscusso di questa edizione, l’unico motivo per cui qualcuno ne ha parlato, è stato Rocco Siffredi. Un po’ (troppo) emaciato, invecchiato e vittima di questo suo perenne fallocentrismo (dagli torto, del resto), Rocco ha avuto una sua innegabile evoluzione: dalle prime puntate in cui prendeva la parola solo per fare allusioni e doppi sensi, passando per un’ustione alle chiappe, fino all’analisi introspettiva in quel di Playa Desnuda, una specie di folgorazione sulla via dell’Honduras, in cui il Siffredi Nazionale capisce di voler diventare un uomo nuovo, redento, per il bene di sua moglie e dei suoi figli. Rocco arriva in studio, la famiglia si riunisce, la moglie Rosa (che dev’essere una donna molto illuminata) e i figli adolescenti che crescono come due marcantoni. Vissero per sempre felici e contenti, almeno per un po’. Che poi, voglio dire, magari anche a me bastasse qualche settimana di astinenza sessuale per capire tutto quello che devo cambiare in me stessa. A volte ho raggiunto anche il quadrimestre senza beneficiarne in termini introspettivi, anzi. Ma al di là di queste considerazioni, il fatto interessante è che il nome del più famoso pornodivo italiano è stato ufficialmente sdoganato (il ché non è banale se si pensa che meno di 10 anni fa la pubblicità di Amica Chips fu ritirata – che poi, a vederla oggi, era veramente un capolavoro).
Insomma, Rocco, ad oggi, potrebbe essere anche oggetto di conversazione a casa di mia zia la domenica di Pasqua (anzi, sicuramente ne parlerò con lei, perché mia zia è troppo sul pezzo: cuoca straordinaria, storica chilhavister e lettrice fidelizzatissima di Gente;  quella che disapprova il mio nutrizionista e me lo dice friggendo fiori di zucca in pastella e io sento l’odore di fritto scendere, permeare il mio corpo e insediarsi, sovrano, al centro della mia anima; io, va da sé, mia zia la amo profondamente).
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Tutti a parlare di Rocco, insomma. Rocco a destra, Rocco a manca. Un gran parlare di lui (che è stato secondo solo agli attentati dell’ISIS e all’assoluzione di Berlusconi) e dunque mi sono chiesta, e ho chiesto ad alcune vagine: “Ma tu, a Rocco, la daresti?”
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Su un campione di 10 esemplari, anche molto diversi tra loro per origini ed estrazione, soltanto 2 mi hanno dato una risposta plausibile, ossia: “Ovvio, perché mai no?!” (e una delle 2 ero io, per intenderci).
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Tutte le altre hanno sollevato argomentazioni discutibili, di cui adesso discuteremo:
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1. No, è brutto.
Perché sai, io o Kim Rossi Stuart o niente. E intendo il Kim Rossi Stuart di Romoaldo“.
Essù. Eddai. Che tutte, o quasi, ce l’abbiamo uno scheletro nell’armadio. A volte anche più d’uno. Il mio peggior scheletro è un tale Giuseppe, detto Peppe, che nella mia rubrica finì salvato come Peppe Felisia (dal nome della discoteca a Castellaneta Marina, in provincia di Taranto, in cui ebbi il piacere di conoscerlo). In realtà lo salvai come “Peppep Fehlisiah”, perché avevo bevuto un Black Russian molto alcolico. Peppe Felisia mi prese per sfinimento, era più basso di me, con i capelli a tendina ingelatinati e non ricordo altro se non che era brutto, che non mi piaceva affatto e che per pietà lo baciai. Del resto, avevo 18 anni tipo. Poi mandai un sms a Frecciagrossa, dicendogli dov’ero e di venire a liberarmi. Peppe Felisia, anzi Peppep Fehlisiah mi scrisse sms e mi richiamò, per anni. Io non gli ho mai risposto e, naturalmente, non l’ho mai più incontrato. Ma, ciononostante, io so che Peppep Fehlisiah nella mia vita è esistito e se è esistito lui, non vedo perché non dovrebbe esistere Rocco in quanto “brutto”. Che poi…”brutto”, i brutti sono un’altra cosa.
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2. Che schifo!
Un po’ come se Rocco fosse alla stregua di uno scarafaggio e tu, che poni la questione (cioè io),  dovresti farti delle domande su te stessa, ninfomane disturbata, ma che cazzo di problemi hai?
In queste situazioni mi aspetto sempre che l’interlocutrice estragga dell’acqua santa dalla borsa e mi esorcizzi. Ma, alla fine, non succede mai.
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3. Non è igienico, chissà in quanti posti l’ha messo
Vabbé ok, messa giù così non è il massimo.  Ma soprattutto, poi, tutti gli altri uomini sono igienici? Nel senso che siamo sicure che abbiano sempre usato il casco quando andavano in scooter? Tecnicamente gli attori porno fanno molte più analisi di quante un qualunque uomo normale ne faccia nell’intera vita, e sono molto più controllati. Mentre tutti gli altri, che quando capita fanno volentieri a meno del preservativo, sono come minimo portatori di una candidosi, di una clamidia, o di hpv. In generale, sempre, è bene fare sesso protetto e se il sesso si fa protetto, Rocco potrebbe avere qualunque immaginaria malattia venerea e tu non la contrarresti.
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4. Sembra un carlino in faccia.
Ma un equino altrove, direi se fossi un maschio, ma siccome sono una milady mi limiterò a dire che Rocco non è diventato famoso per i suoi lineamenti. Evidentemente ha altre doti e altri talenti, che non sono solo quantitativi, come i più pensano, ma anche qualitativi. Stilistici oserei dire. Molto più trasversali di quanto non si creda.
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5. E’ vecchio
Dimentico sempre che la gerontofilia sta diventando una passione di nicchia, che ha indubbiamente lasciato il testimone al dilagante toyboyismo. Diciamo che apparentemente l’uomo maturo è diventato come il vinile: roba da estimatori. Ma conserva sempre il suo fascino e i suoi benefits.
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6. No, mi sembra viscido.
Ma a chi la dai tu, solo ai preti pellegrini? Solo ai volontari di Green Peace? E perché mai sarebbe viscido? Perché chiava senza pietà da decenni? Ma voglio dire, c’ha pure l’aria simpatica Rocco, non c’ha manco la faccia da stronzo che ti farà soffrire. Cioè può solo farti bene.
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7. Io ho bisogno della dialettica.
Sì, quasi tutte le donne hanno bisogno della dialettica. Ma non è che se una volta nella vita la dai a Rocco significa che non puoi più andare a cena con gli Immanuel Kant e gli Arthur Schopenhauer che sei viceversa solita frequentare. Senza contare che, ogni tanto, ricongiungerci alla nostra parte primitiva,  non badare alle nostre sovrastrutture vaginali e trovare un po’ di sana sostanza, mica ci farebbe male. Tanto più in una società notoriamente afflitta da una cronica carenza di pene di qualità.
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8. Non mi sento all’altezza.
Questo posso capirlo, in effetti. Sia in termini strettamente fisici (deve essere challenging una sessione con Rocco), sia in termini emotivi (troppe Amica Chips con cui confrontarsi, dov’è quel senso di esclusiva, la suggestione di essere le più belle/brave/meravigliose/secsi del mondo? No, con Rocco potresti non avercela). Mi permetterei tuttavia di suggerire che Rocco, comunque, saprebbe metterti a tuo agio. E’ un professionista, mica il primo egofrocio qualsiasi incontrato a Milano, cazzo.
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Alla fine mi sono anche chiesta se il loro (quello delle mie amiche) non fosse semplice pudore. E se loro non stessero, semplicemente, mentendo, anche inconsapevolmente. Sai no, quel retaggio patriarcale per cui non sta comunque bene che una donna dica in maniera così esplicita che sì, santo dio, certo che la darebbe a Rocco. Sarebbe una risposta più maschile. E, infatti, se prendessimo 10 uomini e chiedessimo loro: “Te la schiacceresti Valentina Nappi?” nessuno di loro direbbe no. Zero esitazione. Poi magari a più di qualcuno potrebbe pure non rizzarsi per l’ansia, ma nessuno si tirerebbe, almeno nella fantasia, indietro.
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Perché noi donne sì? Si, va bene, abbiamo una sessualità diversa, un immaginario erotico più complesso, a noi piacciono le parole e la fisicità post-coitale, a noi è un fatto di testa, dobbiamo essere coinvolte, oppure lui dev’essere Christian Bale, sì, ok, conosco la solfa.
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Ma ciò non cambia la questione: perché mai dire no, concettualmente, a Rocco? Cosa può succedere di sgradevole che non possa succedere ogni volta che ci ritroviamo a letto con un pene medio? Uno che dopo il coito se ne sta con l’iPhone, o ci puntualizza che anche se dorme da noi non è che stiamo insieme, o che ci dice che la prossima volta dobbiamo avercela tutta-tutta depilata come quando avevamo 10 anni, o che ci chiede se siamo venute, o che ci parla di quella con cui è uscito due sere prima, o che esce da casa nostra dicendoci che ci sentiamo su Messenger (no, non Msn, pace all’anima sua, ma Facebook Messenger). Cosa può succedere di peggiore di quando siamo nella valle del terribile silenzio a casa di uno, dopo aver fornicato, quando capita di avere così poco da dirsi da voler essere già a casa propria, a farsi una doccia prima di andare a letto?
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Fatemi capire: tutto questo, sì.
Darla a Rocco, no.
E che vi devo dire. Almeno, con Rocco, secondo me vi sareste divertireste di brutto.
Non dico che sareste tornate a casa moralmente arricchite ma, se non altro, con una storia fantastica da raccontare alle amiche.
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Così. Pour parler.

Essere una Droga

Nella vita mi è capitato spesso che gli uomini mi dicessero cose come: “Sei una droga“.

Questo, quando sei una pischella decadente che fa sogni bagnati su Manuel Agnelli degli Afterhours, ti lusinga non poco. Perché ti fa sentire gagliarda, una che più-ne-hai-più-ne-vuoi, una che non puoi farne a meno, una che inebria, una che sballa, una che abbassa le inibizioni e che riduce il raziocinio.

Quando hai 29 anni e gli uomini ti dicono che sei una droga, realizzi che la droga è notoriamente una cosa sbagliata. Che per quanto godimento possa dare nel breve, sul lungo periodo presenta pesanti effetti collaterali, crea dipendenza, richiede disintossicazione. Che la droga non puoi assumerla per tutta la vita, se non rischiando di rimanerci sotto o di rimanerci secco (a seconda della tipologia di stupefacente). A 29 anni realizzi che ciò che ti stanno in effetti dicendo è che sei tossica, come i rifiuti in Campania, e tanto basta a capire perché le tue amiche convolano a nozze mentre tu sei, al loro matrimonio, al tavolo delle donne single e degli omosessuali.

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La normalità, quel meraviglioso ideale borghese nel quale siamo cresciuti: il coniuge, i figli, la casa in città, la villeggiatura, l’animale domestico, l’abbonamento a Sky, la doppia automobile, la domenica dai suoceri, la settimana bianca a Natale, la baby sitter. Questo abbacinante eldorado middle class verso il quale procediamo fin da quando abbiamo 5 anni, più o meno inconsciamente. Perché fin dall’infanzia fantastichiamo sulla famiglia che avremo, sulla città in cui vivremo, su tutti i viaggi che faremo e tutti i posti del mondo che vedremo, sul lavoro che svolgeremo (e sia chiaro che io non ho mai voluto fare la ballerina, che ho anzi avuto fantasie come parrucchiera, come salumiera, come contabile – quando giocavo con una vecchia calcolatrice che mi aveva regalato mia nonna – e dai 12 anni in poi come poetessa maledetta tipo Arthur Rimbaud). Perché in fondo da sempre pensiamo che saremo straordinari, da grandi, o male che ci vada “normali“, di quella normalità molto gauche caviar. Non pensiamo mai, da piccoli, che saremo insoddisfatti perché tutto ciò che ci aspettavamo (nel lavoro, nell’amore, nella maturità) è, nella vita vera, molto diverso. A volte inaccessibile. A volte banale. A volte mortalmente noioso. Da piccoli non ci accorgiamo che quell’ideale borghese di normalità è una fregatura, che non è vero, che non è così meraviglioso e desiderabile e scontato come ci hanno sempre fatto credere. E di solito è qui che si cresce. Quando si metabolizza tutta la distanza che c’è tra l’aspettativa e la realtà. Tutta la distanza che c’è tra essere una donna-proteina ed essere una donna-anfetamina.

A volte penso che sarebbe più giusto essere una donna-proteina, una sostanza che un uomo deve prendere per tutta la vita per stare bene, per essere sano, per essere forte, per essere fertile. A volte mi sono impegnata per essere una donna-proteina ma la verità è che a 29 anni so che ciò che siamo può cambiare solo parzialmente, che prima o poi la nostra natura verrà fuori, tutta insieme, e sarà un’overdose.

La verità è che a 29 anni capisci che il mondo si divide in quelli che resistono alla tentazione di schiacciarsi i brufoli e quelli che cedono alla medesima tentazione, pur sapendo che è sbagliato, che infetterà altri pori, che lascerà i segni sulla pelle, in nome di una ignota forma di morbosa soddisfazione che provano nell’atto. E se uno non riesce ad essere ortodosso nemmeno in senso dermatologico, come può esserlo su tutto il resto?

La verità è che a 29 anni ti stanchi di condannarmti perché ti schiacci i brufoli, perché non hai una moralità anni 50, perché non incarni quell’ideale borghese di normalità.

La verità è che a 29 anni capisci che non può mai essere solo colpa del “fato” e nemmeno solo colpa tua.

La verità è che a 29 anni realizzi che sei seduta al tavolo da gioco da un pezzo e che giochi da sempre con le carte che hai. E che hai sbagliato un sacco di mani. E che hai ancora fiches abbondanti per continuare.

La verità è che a 29 anni devi accettare che, anche se come tutte le bambine sei stata educata a pensare che saresti diventata moglie e madre, in realtà sei single e libera. O zoccola, secondo alcuni.

La verità è che a 29 anni ti accorgi che forse dovresti solo scopare di più.

Nessuno si salva da solo

La prima volta che sono andata al cinema a vedere un film di Sergio Castellitto tratto da un romanzo di sua moglie Margaret Mazzantini (che non capisco mai se sia un tripudio di autoreferenzialità di coppia, oppure un buon esempio di ottimizzazione familiare), avevo 18 anni.

Ci andai con Frecciagrossa, il Frecciagrossa ante-outing, che forse mi dava dei chiari segnali di omosessualità latente accompagnandomi a vedere Non ti Muovere al cinema, ma io non ci badavo di sicuro (gli eterosessuali in quegli anni al massimo ti accompagnavano a vedere The Blair Witch Project, per intenderci, o, se erano nerd, Il Signore degli Anelli).

Io e Frecciagrossa, bellissimi e 18enni, al Cinema Ariston di Taranto. Penelope Cruz è straordinaria. La vicenda è stracciamutande. Un Senso di Vasco Rossi nella colonna sonora. Inizio a piangere a metà del primo tempo e smetto sui titoli di coda. Frecciagrossa non guarda il film. Frecciagrossa guarda me che singhiozzo, ride e mi cogliona alacremente. Fine.

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Uscii dal cinema innamorata, perché mi succede così quando un film mi piace davvero. Sono fuori dalla sala e continuo a pensarci, come dopo un appuntamento andato bene. Lo ripercorro, mi soffermo sui momenti che mi hanno emozionata o divertita o colpita di più, e poi lo guardo nel complesso, riprovo la sensazione generale che la storia mi ha dato, e mi compiaccio.

E, a esser franca, nutrivo la segreta speranza di poter passare almeno 1 ora a piangere come una disgraziata, protetta dal buio della sala cinematografica, deglutendo, tirando su col naso piano, lasciando cadere le prime lacrime con noncuranza, tenendo la faccia tutta tesa per non deformarla, per negare la commozione. E poi, finalmente, in un crescendo di disperazione narrativa, superato l’imbarazzo di fare una cosa così intima come piangere in mezzo a un crogiuolo di estranei, lasciarmi andare. Liberarmi. Ottenere la mia fottuta catarsi filmica.

E invece, la catarsi non c’è stata. O, per lo meno, non c’è stata quanto l’avrei voluta, che è un po’ come quando vai al cesso ed evacui poco e duro. Sì, hai evacuato, ma non è che ti puoi dire soddisfatta e pacificata con il tuo intestino. Ecco, mi è successa una cosa del genere.

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Perché, a onor del vero, Nessuno Si Salva Da Solo non è un brutto film, ma non è nemmeno un bel film. E’ un film che ti emoziona, ma per poco. Quasi mai illuminante. Ti lascia una specie di retrogusto amaro, o forse dolce, non si capisce. Hai un pot pourrì di stati d’animo, di scleri, di nostalgie.

[Gnente, sto periodo mi capita sta cosa di aver voglia di parlare dei film che vedo e pertanto d’ora in avanti potete pure non leggere, andare su maimuvis e approfondire con le recensioni quelle vere, mentre io proseguo sbrodolando le mie fondamentali opinioni su perché questo film non è brutto e perché non è bello]

Non è un brutto film perché ha alcune cose buone. Ha Jasmine Trinca che è meravigliosa, e brava. Perché Scamarcio, così, un po’ consumato, invecchiato, con l’occhio vitreo e l’aria maledetta, non è certo sgradevole.

Non è un brutto film perché in alcuni momenti è estremamente realistico e crudo. Perché in un passaggio è estremamente erotico (in pochi secondi batte 2 ore di 50 sfumature).

Non è un brutto film perché Nessuno Si Salva Da Solo nasce da un buon intento, parzialmente compiuto: raccontare qualcosa di verosimile e farlo con una dose necessaria e sufficiente di franchezza.

Non è un bel film, tuttavia, perché nonostante alcuni ingredienti giusti, il complesso non s’amalgama a sufficienza. L’emotività dello spettatore viene agganciata a intermittenza, in un continuo andirivieni tra passato e presente che, più che essere un espediente narrativo, limita lo sviluppo empatico nei confronti della vicenda. Come quando sei a letto con uno che soffre di eiaculazione precoce e proprio quando sta iniziando a piacerti e fai un gemito, quello rallenta, se no viene.

Non è un bel film perché s’affronta un tema dolorosissimo come la metamorfosi e la morte (apparente) di un amore, mentre sullo sfondo s’avvicenda un carosello improbabile di personaggi caricaturali: la nonna materna vecchia zoccola e alcolizzata, la nonna paterna che si fuma le canne, il nonno paterno ultra-coatto, il figlio finocchio (perché è giusto infilarci una fetta di omosessualità nel frullato di stereotipi), ma soprattutto [sto per spoilerare una cosa imprevedibilissima] la tipa con cui lui tradisce lei, che vi prego, pare un ibrido tra Meg Ryan e Irene Grandi, saltata fuori dal catalogo di H&M Bielorussia. Questo per non dimenticare il personaggio di Roberto Vecchioni, che io dico va bene tutto ma solo io avrei pensato “Cazzo vuole sto vecchio?”, che poi cosa c’entra il suo cancro, infilato alla cazzo, tanto per rendere la situazione un po’ più tragica in salsa radical chic. Il tutto mentre i personaggi principali avrebbero potuto essere naturalmente caratterizzati meglio, invece che risultare tipo così: la solita complessata-psicotica-anoressica-maniaca dell’ordine-fissata con gli acari-incline alla depressione incontra il solito belloccio-simpatico-stronzetto-un po’ volgare, a cui senza dubbio la si darebbe con scarsa esitazione. Solito schema del grande amore che poi implode nella noia coniugale, nelle incompatibilità caratteriali, nelle promesse non mantenute, nel calo del desiderio sessuale. Fino al punto di non ritorno: il disprezzo, la capacità di vedere soltanto ciò che dell’altro odiamo. Salvo poi accorgersi, dopo averlo perso, di amarlo ancora. Anche quando si dice di non amarlo più.

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Insomma, se c’è qualcosa da salvare davvero in questa ambiziosa polpettata esistenzial-vaginale sull’amore, è l’idea che l’amore in verità non finisca, che semplicemente cambi forma. E quando questo accade, quando quella forma cambia, non si deve odiare l’altro, perché è fisiologico, normale, endemico della vita, il cambiamento. Che bisogna affrontarlo, accettarlo.

E ricordare tutto ciò che ci fa appartenere all’altra persona.

E tutto ciò che fa sì che l’altra persona appartenga a noi.

E che quando due persone s’appartengono, questo sì, è inesauribile.

Lo diceva pure Ambra Angiolini.

All the Single Ladies

Quando sei single, vivi a Milano, hai 29 anni, lavori full time e abiti da sola, ti rendi inevitabilmente conto del fatto che esistono numerosi luoghi comuni legati allo stereotipo di “Donna single 30enne”.
Si tratta quasi sempre di cliché che non rendono giustizia della virtuosa, e viziosa, e intricata, complessità delle nostre trame esistenziali. Tuttavia, prendiamone in esame alcuni tra i più diffusi, spesso in aperta antitesi tra loro: 

1. Le donne single la danno via come se non ci fosse un domani.
A letto hanno esperienza e consapevolezza, non si fanno troppi problemi, sono più indulgenti delle 20enni verso gli esemplari di pene sapiens che incontrano. Il fatto di non essere accoppiate le fa tornare sui propri passi anche con uomini che negli anni precedenti non avrebbero mai degnato di considerazione, decretando in questo modo la definitiva rivincita dei loser del liceo. Non si tirano di certo indietro di fronte a una porno-avventura, sempre pronte ad affrontarla a suon di magistrali fellatio, delle quali sono – esse tutte – fieramente e indiscutibilmente regine.
In verità capitano momenti di clausura vaginale anche piuttosto lunghi, durante i quali il disinteresse nei confronti del sesso ginnico prende il sopravvento sul fisiologico espletamento delle proprie funzioni sessuali. 

2. Le donne single sono zitelle acide.
Frustrate e insoddisfatte, scopano pochissimo e, in virtù di ciò, sono contraddistinte da una cronica alterazione del pH, imputabile al nubilato. Se sei single e un giorno c’hai i cojoni girati, sappi che non si tratterà mai di puro e semplice rodimento di culo o, chessò, di squilibrio ormonale premestruale. No cara. Tutto dipende dalla conclamata carenza d’uccello nella tua vita.
Perché invece la chiavata settimanale, la mezz’oretta standard, la routine, il pattern, lei che ha mal di testa, lui che vorrebbe solo porre in posizione ovina la sua segretaria, la libido che si risveglia al massimo per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico, tutto questo invece è elisir di erotismo puro.
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3. Le donne single si curano meno.
Dobbiamo ammettere che la responsabilità di questa idea è in larga parte imputabile allo stereotipo della single di bridgetjonsiana memoria. Quella che passa la serata con il pigiama e la calze di spugna, sul divano, ingozzandosi di cioccolata e guardando Dirty Dancing. Il tutto custodendo, naturalmente, un prezioso patrimonio pilifero su buona parte della propria superficie corporea.
Eppure ho sentito storie di donne accoppiate che hanno messo al bando ceretta e lametta per quasi tutte le stagioni dell’anno. Per contro, non sapere mai cosa succederà, induce le single a mantenere quasi sempre (e quasi sempre invano) un livello decoroso di pilu (questo perché, non si sa mai, a tutte potrebbe succedere di avere una liason con Edward Norton e nessuna vorrebbe accoglierlo con un pube troppo, troppo simile al petto di Gianni Sperti). 
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4. Le donne single si curano di più.
Hanno più tempo, grazialcazzo, si sa che quando si ha una relazione il tempo per andare in palestra diminuisce, un po’ come quando si mette su famiglia, c’è da badare ai figli, accompagnarli, prenderli, preparare la cena, fare il bucato.
Attenzione: siamo single, non abbiamo mica una governante pro-bono che dorme nel tramezzo in corridoio. Facciamo le stesse identiche cose, come mangiare, lavare, stendere, stirare, solo che le facciamo per una persona invece che per 2 o per 3. Per contro, però, facciamo tutto noi, da sole, perché non abbiamo un martire da crocifiggere chiedendogli se riesce a passare all’Esselunga entro le 21 per comprare la carta igienica, altrimenti non abbiamo di che pulirci il culo, oppure a cui ricordare di chiamare l’idraulico perché il lavandino perde. It’s up to us.
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5. Le single fanno shopping compulsivo.
Naturalmente. Devono badare solo a se stesse. Non hanno mica l’asilo da pagare o il regalo per il compleanno di lui da comprare. Possono dilapidare tutto ciò che guadagnano in beni (scarpe, borse, collane, orecchini, cosmetici) e servizi (massaggi drenanti, coiffeur, estetista) di secondaria importanza.
Essere single costa: la metà del nostro guardaroba non ce l’ha comprata il nostro moroso, non dividiamo le spese condominiali, né l’assicurazione della macchina, né il canone rai. Non abbiamo la cena pagata ogni weekend, i cocktail vanno mediamente 10 euro l’uno e se il sabato sera non abbiamo voglia di guidare, per tornare a casa ci paghiamo il taxi. 
6. Le donne single sono incontentabili.
Non si rendono conto che ormai hanno meno mercato, che gli anni passano, continuano a cercare il loro replicante di Leonardo Di Caprio, che parli 5 lingue e che abbia la cabrio.
Io direi che le donne single non si accontentano, e non si tratta di skill linguistiche (se mai, orali) né di autovetture. E tra “essere incontentabili” e “non accontentarsi” c’è differenza. 
7. Le donne single sono pericolose.
Si muovono liberamente nel mondo e non vogliono altro che circuire gli uomini delle altre, tutti, indistintamente, per un felino senso della conquista misto a una connaturata proto-zoccolaggine specifica della loro razza animale.
L’unico pericolo insito in certe donne è che gli uomini delle altre siano troppo sensibili al loro presunto fascino. E che più che trovarle “pericolose” le trovino gagliarde. E, anche in questo caso, c’è differenza.
8. Le donne single sono troppo rompicoglioni 
Sono così assurdamente insicure (in quanto non ancora opzionate da nessun maschio umano) da essere assolutamente ingestibili. Paturnie, inadeguatezza alternata a delirio di onnipotenza da self-made-vagina, pretese folli e una finta aria da mangia-uomini che poi in realtà piangono ancora con Candy Candy.
Le donne sono in generale rompicoglioni, tutte, single e accoppiate. Ognuna lo è a suo modo ed esistono modi più intelligenti e modi più stupidi per esserlo. Ma la donna che non rompe la minchia la stanno ancora studiando nei Laboratoires Garnier. 
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9. Le donne single escono solo tra loro
La sera escono organizzate in tristissimi plotoni esecutivi da rimorchio, che manco nelle prime stagioni delle quattro smandrappate newyorkesi. Si raccattano un 20equalcosenne e se lo portano a casa, uno diverso a weekend, salvo poi frignare quando s’ammalano e non hanno un inserviente che le accudisca. O quando s’accorgono che tutti gli altri intorno a loro crescono e maturano mentre loro continuano a fare le stesse cose che facevano dieci anni prima.
Le donne single escono tra loro, escono con le coppie, escono con gli amici omosessuali. Escono tantissimo, se vogliono, oppure restano a casa se così preferiscono. Se si portano un 20equalcosenne a letto, lo fanno perché hanno la libertà di farlo. Reputare che non crescano perché non si maritano, come se una donna non potesse maturare in alcun modo se non attraverso un compagno e, se-il-padre-eterno-vuole, un figlio, come se non potesse semplicemente evolversi in modo diverso, è una visione talmente illuminata che a confronto Don Giussani era un rivoluzionario progressista. 
10. Le donne single sono sfigate e fanno pena. 
Sono chiaramente delle disgraziate che camuffano il loro radicale scoramento nei confronti dell’esistenza partendo con i viaggi organizzati di Avventure Nel Mondo nel vano tentativo di trovare marito, almeno lì.
Tra un viaggio di Avventure nel Mondo e una vacanza coi suoceri continuo a pensare preferibile la prima opzione. E sì, a volte le donne single sono disperate, è vero, ma come lo sono le donne accoppiate quando sono infelici, delle infelicità più disparate, dalle sottili insoddisfazioni quotidiane ai drammi familiari.
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Per il resto, le donne single sanno essere anche serene,
forti, libere, in divenire.
Vive, come non mai.
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E giacché questa settimana cade l’8 marzo, il mio pensiero va alle donne.
Va a tutte.
A quelle che sognano.
A quelle che lottano.
A quelle che amano.
A quelle che odiano.
A quelle che strillano.
A quelle che tacciono.
A quelle che reagiscono e a quelle che sopportano.
Il mio pensiero va alle donne, a quelle che sono uguali anche quando sono diverse.
A quelle impegnate ogni giorno nella titanica impresa di amarsi, nonostante tutto, davvero.
E di accettarsi, in qualche modo, per quelle che sono.
Con i loro successi.
Con i loro fallimenti.
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50 Sfumature di Vagina

Sono andata a vedere 50 Sfumature di Grigio.

Ci sono andata senza leggere alcuna recensione e avendo a malapena visto il trailer, in modo da arrivare alla visione quanto più possibile scevra da pregiudizi. Voglio dire: hai visto mai che esco dalla sala con un insano bisogno di farmi incaprettare, oppure di farmi appendere a testa in giù come un capocollo di Martina Franca, oppure di farmi versare cera bollente sull’ignuda pelle con un candelabro ebraico, oppure ancora di stendere i calzini con le mollette sui capezzoli…sì, insomma, sapete com’è, nella vita – e nel sesso – mai dire mai.

Quindi l’ho fatto: ho dato il mio personale contributo a un’operazione commerciale di volgare portata e l’ho fatto perché, come dice il mio amico Drugo: ogni tanto fare la femmina media non guasta. E vi dirò che 50 Sfumature di Grigio non è il film più brutto del mondo, in quanto film (del resto c’è sempre la cinematografia di Nicolas Vaporidis), ma che fa inesorabilmente cacare in quanto tratto da un libro che fa inesorabilmente cacare.

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Sia chiaro: non sono qui per tediarvi in merito al pregio artistico di questa pellicola, d’altra parte nessuna di noi s’immaginava d’imbattersi in un capolavoro del cinema d’essai. Ciò su cui amerei soffermarmi è l’abominevole presa per il culo che tutta la storia di Anastasia Steele e Christian Grey rappresenta. Una truffa totale, una menzogna imbarazzante ma imbarazzante come quando avevi 12 anni e, mentre cenavi con i tuoi genitori, capitava una scena di sesso in tv. E allora uno tossiva, uno si alzava a prendere un cucchiaio, l’altro fissava il piatto di pasta e lenticchie. Ricordo che mio padre cambiava canale, in concomitanza con scene soft porn, così, alla cazzo, come per fare un po’ di sano zapping nel bel mezzo del film. Poi, un giorno smise di farlo. Dovevo essere diventata grande abbastanza.

Abominevole presa per il culo, dicevamo. Ebbene sì, perché io ve lo dico, i cartoni animati della Disney con cui siamo cresciute, con tutte quelle minchiate della fata turchina che trasformava la zucca in carrozza, della Bestia che grazie all’amore di Belle tornava umano (salve che nelle sembianze umane era così deludente che quasi lo preferivamo animale), del Genio che usciva da una stoviglia se la sfregavi e dei tappeti che volavano nel cielo…ecco tutto questo era comunque più credibile di 50 Sfumature di Grigio. Con l’aggravante che 50 Sfumature di Grigio ha anche il criminale intento di toccare temi immensi come la sessualità, articolati come il sadomaso, supremi come l’amore, con una serie di assunti completamente surreali. Conducendo, in ultimo, alla folle conclusione che puoi pure essere una sfigata, mezza cessa (non che lo sia l’attrice, ma è evidentemente volutamente imbruttita), priva di alcun senso dello stile, timida, vergine, con i peli sulle cosce, i mutandomi di mia nonna, uno scarso senso dell’igiene (ciò si evince dal fatto che debba ricordarglielo lui, che “è l’ora del bagnetto”), addetta alla vendita in una ferramenta (oltre questo si può solo immaginare un harleyista come commesso da Prada) e CIONONOSTANTE pupparti un rampollo esageratamente figo, sessualmente fantasioso, che ti presenta alla famiglia (che è – guarda caso – straordinariamente friendly per essere così incredibilmente ricca), che ti suona il pianoforte dopo averti chiavata, che ti compra i vestiti senza che tu glieli chieda, che ti fa venire a prendere dal suo autista in aeroporto, che alla tua laurea ti regala una BMW rossa, che ti da una camera di 50 metri quadri, tutta per te, nel suo attico straordinario, che te la lecca ma non ti chiede di ricambiare, che ti compra un MacBook Pro 15″ prima ancora che tu gliela dia…e sì, certo, io sono Charlize Theron.

E nonostante tutto questo, tu, Anastasia, cosa fai? Titubi? Per via di 2 sculacciate ogni tanto? Per 6 colpi di cinta a trimestre? Rompi i coglioni perché non dormite insieme? Scusa, Anastasia, ma capisci che così puoi pure dormire bella serena, che se russa non lo senti, che non ti tira la coperta, che puoi rotolare nel letto king size serenamente e che puoi svegliarti al mattino senza dover annusare la sua fiatella e senza doverti vergognare della tua?

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Insomma, amiche vagine, capite bene, che tipo di credibilità può avere, proprio in termini narrativi, un quadro umano così distante dalla realtà?

Perché, diciamolo, nella realtà al massimo può esistere 50 Sfumature di Vagina, che è un remake dell’originale.

In 50 Sfumature di Vagina, Anastasia Acciaio è di San Severo in provincia di Foggia e si trasferisce a Milano. Arriva con la sua borsa della Guess e i capelli ricci, folti, ben definiti da accurati impacchi di schiuma Pantene Ricci Perfetti. Cristiano Grigio, invece, è un dirigente di 38 anni che abita nel Bosco Verticale. E’ gay. Oppure è fidanzato con una fichetta elegantissima dell’alta società. Oppure è un figlio di papà, cocainomane e snob. Oppure è un egofrocio con ansia di riscatto sociale che se non parli almeno 12 lingue per lui non esisti. Anastasia Acciaio e Cristiano Grigio non si incontreranno mai. Non si cagheranno mai. Non si innamoreranno mai. E se anche si incontrassero e finissero per fortuita circostanza a letto insieme, lui inorridirebbe davanti al pube irsuto di lei. Lei non vedrebbe l’ora di whatsappare le sue amiche per raccontare cosa le sta succedendo. Dopo la fornicazione Anastasia andrebbe in bagno, si guarderebbe allo specchio, con tutti i ricci scomposti, dio come ci vorrebbe un po’ di schiuma Pantene Ricci Perfetti adesso. E penserebbe, compiaciuta, che quello potrebbe essere il suo bagno, un giorno. Che la casa è splendida e la vista dal soggiorno toglie il fiato. Che questo è un uomo vero, moderno, mica come il suo ex di giù. Si saluterebbero, poi, Anastasia e Cristiano, con garbo e cortesia. Lui le chiamerebbe un taxi, dicendole che le telefonerà l’indomani, per passare a prenderla dall’ufficio dove è in stage. Così, perché vuole portarla a cena in un posto nuovo, molto cool.

La telefonata non arriverebbe mai.

Cristiano sparirebbe. Per sempre.

Anastasia inizierebbe a usare la piastra.

Fine.

 

Morale della favola: se sei Anastasia Acciaio non avrai MAI Cristiano Grigio, quindi non sprecare il tuo tempo e le tue energie nell’attesa che arrivi uno scapolo d’oro, attraente e depravato, che ti deflori ripetutamente bendandoti con un asciugamano del bidet, che si innamori di te, che ti venga a prendere in elicottero e che ti subaffitti casa aggratise.

Questa Milano

E’ un periodo, questo, in cui mi arrendo alle evidenze.

Per esempio, mi sono arresa all’evidenza che sono 6 anni che vivo a Milano. Che se proprio la odiassi come dico,  se proprio non ci trovassi nulla di buono, me ne andrei. Che in fondo nessuno può sensatamente resistere per anni in una relazione inappagante, nemmeno io con Milano. Che la nostra storia è tormentata, fatta di alti e bassi (entro 1 mese pubblicherò per certo un post in cui vomito tutto il mio odio nei confronti di questa città), ma ci devono pur essere delle cose che mi garbano.

Cose banali, per carità. Non starò qui a comporre versi endecasillabi in pieno delirio radical chic per spiegarvi quanto sia fica Cascina Cuccagna. Non vi parlerò di quanto emozionante sia leggere un libro su una panchina di Parco Sempione, oppure della colazione sui Navigli sonnecchianti del sabato mattina, oppure di quanti concertini live si possano vedere ovunque gustando del culatello di zibello. Questo perché, semplicemente, io il sabato mattina dormo, in settimana lavoro, in Cascina Cuccagna ci vado una volta a biennio e tanto mi basta e avanza. Non ho il tempo, o i soldi, o le energie per fare tutte le cose meravigliose e stimolanti che farei a Milano, se solo fossi una fichetta mantenuta.

Eppure c’è qualcosa che deve piacermi, in questa città.

Mi piace la brioche integrale al miele che il barista sotto l’ufficio mi conserva, ogni venerdì mattina.

Mi piace la palestra con termario aperta fino alle 23.

Mi piacciono le strade asfaltate.

Mi piace poter arrivare ovunque con i mezzi pubblici.

Mi piacciono i vecchi milanesi che si lamentano con il conducente del tram del vergognoso ritardo di 20 minuti. Cosa ne sanno, loro, di quando a Taranto per tornare a casa con la Circolare Rossa ti toccava aspettare 40 minuti e che la sensazione che avevi era sempre quella che si compisse un miracolo, una vera manifestazione dell’esistenza di Dio, del suo potere generatore dell’universo intero, quando vedevi comparire all’orizzonte la sagoma dell’autobus arancione dell’Amat.

Mi piace la fretta, che è anche rapidità: se tutti hanno fretta, nessuno ha tempo da perdere, che sembra un pensiero nazi-efficientista ma non lo è.

Mi piace andare nei negozi la domenica alle 13 e trovarli aperti e non essere invalidata nei miei intenti consumistici mai,  come può succedere altrove.

Mi piace riuscire a digerire ciò che mangio, che è a onor del vero assai più triste di ciò che mangio quando sono via, ma è senz’altro più friendly nei riguardi del mio apparato digerente.

Mi piace la bruttezza decadente della circonvallazione esterna di notte, la volgarità dei centri massaggi cinesi, i sexy shop lugubri con le insegne fluorescenti, i kebabbari aperti h24 che racimolano umanità e miserie di periferia.

Mi piacciono le vecchie boutique di Corso Magenta e le signore impellicciate che trasportano le proprie infelicità, nascoste, in meravigliose borse Céline.

Mi piacciono le giovani coppie nordiche, eleganti e longilinee, che provano a costruire la propria normalità nel grande frullatore umano che è la città.

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Mi piace il Pad Thai di Città del Drago.

Mi piace il freddo che è freddo vero, che punge la faccia e che certe volte porta odore di neve.

Mi piace quando poi la neve cade, che tutto sembra fermarsi, come un carillon stanco che finalmente si concede di rallentare il ritmo.

Mi piacciono gli eventi in cui si beve gratis.

Mi piacciono gli accrediti per i concerti e per il teatro.

Mi piace girare tra le bancarelle del mercato del mio quartiere popolare e spiegare al fruttivendolo marocchino che voglio solo due kiwi due, non tre e nemmeno quattro, che sono io sola e se poi non li mangio si guastano e devo buttarli ed è peccato.

Mi piace la possibilità di fare tutto, anche quando non faccio niente.

Mi piace la mia estetista che mi massaggia le cosce facendomi ascoltare Sakamoto, non Eros Ramazzotti.

Mi piace fare la spesa da sola, senza nessuno che mi metta fretta, scrutando i valori nutrizionali di ciò che compro.

Mi piacciono le luci rosse delle auto in coda alla sera, minuscole formiche che rientrano dopo un’altra giornata di lavoro, di riunioni, di conference call, di rompimenti di cazzo, di sbattimenti, di successi.

Mi piace il Duomo, la Galleria, il Cenacolo, il Piccolo, i ciottoli di Brera contro i quali impreco, il Castello di notte, il Cimitero Monumentale, il profumo internazionale di Piazza Gae Aulenti.

Mi piace il grattacielo Unicredit che quando sono arrivata non c’era e adesso c’è. E, certo, mi rendo conto che non è come er cupolone de Roma, però è comunque un simbolo fallico di notevole audacia.

Mi piacciono gli artisti che suonano in metropolitana.

Mi piacciono le bottiglie di vino bevute al Cavallante.

Mi piacciono gli operai che lavorano per strada a luglio, ricordandoci cos’è la fatica vera.

Mi piacciono le cene a casa con le amiche brillanti che ho incontrato qui.

Mi piace ignorare il nome dei miei vicini.

Mi piace poter andare al cinema da sola senza che questo sembri strano a nessuno.

Mi piace stare stesa sul mio divano, fumare e scrivere, di sera, mentre fuori piove. E l’unica cosa che mi manca è un gatto a pelo lungo che mi faccia le fusa.

Mi piace prendere i taxi e, quando ne ho voglia, chiacchierare coi tassisti.

Mi piace portarmi a casa qualcuno, se mi va.

Mi piace raggiungere qualcuno in hotel, se mi va.

Mi piace il design e la cura per i particolari, ovunque.

Mi piace fare colazione al bar dietro casa, per gli amici il “Bar Kahled”, alle 14, di sabato, inzuppando la brioche in un cappuccino-con-cacao-sì-grazie.

Mi piace andare in gita a maggio nella cabrio del mio amico imprenditore che ama definirsi tale, e farmi scompigliare i capelli dal vento.

Mi piacciono i film al parco del Milano Film Festival.

Mi piace fare networking, libero e virtuoso.

Mi piacciono i tempi ottimizzati.

Mi piace la cotoletta orecchio d’elefante.

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Mi piace la libertà di essere quello che si vuole.

Mi piace avere idee e poterle realizzare.

Mi piace il cinismo, quando intelligente e pragmatico.

Mi piace non pensare che se uno va in analisi è pazzo.

Mi piace che quando c’è il sole qui è davvero, ma davvero, una bella giornata.

Mi piacciono quelli che usano neologismi che non conosco, perché forse hanno qualcosa da insegnarmi.

Mi piace farcela da sola, anche se faccio il triplo della fatica.

Mi piace pensare che un giorno avrò una casa con un piccolissimo terrazzo fuori e una libreria grande dentro. E un uomo che amo, che la abiti con me, mischiando le sue passioni con le mie.

Mi piace questa Milano, che ha mille volti e che non ne ha nessuno, che ti appartiene e che ti scivola addosso, che ti apre ferite, che ti scava dentro, che rovista, che ti obbliga a crescere, che tira fuori il meglio e pure il peggio, insegnandoti la tua fallibilità e mostrandoti le tue potenzialità. Disegnando il perimetro del tuo carattere, i tuoi limiti, la tua forza. Pretendendo sempre il meglio, anche quando non sei disposta o non sei capace di darlo.

E tutto questo, tutto ciò che mi piace, ha naturalmente controindicazioni, degenerazioni, aberrazioni che mi fanno cacare. Ma sarebbe ingiusto non riconoscere che forse, questa Milano, così burbera e un po’ torbida, un pochino mi rassomiglia.

Che del resto anche io posso sembrare stronza, fredda, spigolosa, respingente, presuntuosa, esigente, incontentabile e che, in effetti sì, sono tutto questo.

Ma sono anche molto, molto altro.

E se vale per me, allora può valere anche per questa città.

Facce da Blogger

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Una volta un tipo con cui sono uscita a bere vino bianco fermo mi ha detto: “No dai, non dirmi che sei una cazzo di blogger!”.

Mi ha fatta riflettere, la cosa. Mi ha fatto pensare che forse esiste una categoria sociologica specifica nella quale inserire tutte le persone che, a vario titolo e con diverse ragioni, decidono di scrivere un blog. Come se ci rientrassero tutte, indifferentemente, sotto quell’enorme cappello concettuale: da quello che scrive di politica, a quello che scrive di sport, a quello che fa satira, a quella che parla di smalti, a quella che scrive di moda, a quella che parla di maternità, a quella che parla di viaggi, a quello che parla di libri e cinema e musica, a quello che parla di fumetti, a quella che parla di cucina, a quella che parla di cazzi. E, a tal proposito, io ero una cazzo di blogger?

Di fatto: non avevo un Mac, non avevo un iPhone, non usavo smalti Chanel, non fotografavo macarons e i cupcakes mi facevano cacare.  Non immortalavo piatti grandi quanto un sombrero, con al centro un tortello ripieno di caviale di struzzo in salsa di basilico e zucca, spolverato di tartufo bianco. Non avevo amici hipster con la barba lunga e gli occhiali con le lenti rotonde (perché i miei amici hanno ancora le lenti rettangolari e da poco sono usciti dal tunnel della doppia stanghetta da ingegnere, a onor del vero, e dio li benedica per questo). Non facevo favolosi viaggi esotici, non passavo tutti i weekend in agriturismi con piscina affacciata sull’Appennino umbroemiliano, non possedevo borse care quanto un trimestre del mio lavoro. Non facevo dolcetti e non consigliavo ricette, giacché le mie doti culinarie avevano trovato la loro massima espressione nella quiche con la pasta pronta Buitoni e l’ultima volta che avevo fatto un tiramisù avevo visto i savoiardi galleggiare alla deriva nel mascarpone. Non pubblicavo tutorial su come fare degli smokey eyes un po’ nude, mettendo il primer, un trucco veloce, per quando avete solo 57 minuti di tempo da dedicare al make-up. Non mi sentivo Lady Gaga solo per qualche migliaio di follower. Non andavo in giro con magliette con su scritto che ero il brand di me stessa. Non avevo il tempo di presenziare a tutti gli eventi mondani, o a tutte le mostre, o a tutti i concerti in area vip. Non avevo una reflex. Non instagrammavo disegnini da 14enne su fogliettini con cuoricini e fiorellini. Non avevo un carlino o un bulldog francese. Non avevo nemmeno un tatuaggetto in francese, in effetti. Insomma, mi mancavano un sacco di cose, per definirmi “una cazzo di blogger”. E molte di esse, ad oggi, mi mancano ancora (per fortuna).

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Eppure una blogger lo sono, ce lo so.  Così mi è venuto in mente che i blogger non sono solo e soltanto quanto testé elencato. Che spesso sopra quello (o al posto di quello) c’è dell’altro. E se vero è che siamo talvolta esibizionisti, se vero è che ci scompensiamo se non abbiamo il telefono o il computer a portata di pollice opponibile, se vero è che non sappiamo campare più a lungo di 3 giorni senza scattarci e pubblicare un selfie su tutti i social (nei miei periodi bui sono arrivata a pubblicarli anche su Pinterest), se vero è che abbiamo la sindrome della condivisione, se è vero tutto questo, c’è comunque dell’altro.

Per esempio che abbiamo una passione che (per qualche gioiosa o nefasta ragione) ci induce a condividere pensieri, consigli, recensioni, storie.

Per esempio che a volte non dormiamo la notte, per scrivere e per lavorare al blog.

Per esempio che osserviamo e ascoltiamo ciò che ci circonda, che rubiamo quanti più stimoli possibile alla realtà e li riproponiamo, poi, rielaborati attraverso il nostro caleidoscopio personale.

Per esempio che siamo soddisfatti quando riusciamo a stimolare una risata, una riflessione, una conversazione.

Per esempio che siamo felici quando percepiamo l’affetto di chi ci legge da anni.

Per esempio che spesso dalle tastiere si passa a un aperitivo, durante il quale si creano amicizie, oppure sodalizi, oppure affinità, oppure progetti, oppure idee, oppure sfide, oppure entusiasmi. Oppure tutte queste cose insieme.

Per esempio che grazie ai blog finiamo col conoscere tante persone che probabilmente non conosceremmo altrimenti. Alcune strane. Quasi tutte interessanti.

Per esempio che amiamo quello che facciamo. E che fare qualcosa per amore, tutto sommato, non è sbagliato mai (e dopo questa posso anche andare ad avvelenarmi con il Wc-net).

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E io credo che sia questo ciò che Elena Datrino ha deciso di raccontare nella sua mostra Facce da Blogger, esposta dal 30 gennaio al 15 febbraio a Roma, presso la Galleria Vittoria, a cura di Tiziano M. Todi. Sono 30 i ritratti fotografici che saranno messi in vendita e il 10% del ricavato sarà devoluto a Europa Donna Italia, un’associazione che rappresenta i diritti delle donne nella prevenzione del tumore al seno nelle Istituzioni Pubbliche Nazionali e Internazionali.

E, se non fosse ormai chiaro, una di quelle 30 facce è la mia.

Così ho voluto chiedere ad Elena, che ci aveva conosciuti e fotografati tutti, cos’è secondo lei un blogger:

“Il Blogger è un pescatore che cattura i sogni e li restituisce sotto forma di parole”, mi ha risposto lei.

E per la sua straordinaria sintesi, la ringrazio. Per quella e per il bel pomeriggio di dicembre passato nel suo studio, durante il quale io facevo espressioni da deficiente e lei mi fotografava.

Mentre nell’aria suonavano i Doors. E due favolosi gatti persiani esotici se ne andavano a spasso, placidi.

 

 

Info Riassuntive: 

Inaugurazione: Venerdì 30 gennaio 2015 alle ore 18.00

Durata: 30 gennaio – 15 febbraio 2015

Presso: Galleria Vittoria – Via Margutta, 103 – Tel. 06.36001878

A cura di: Tiziano M. Todi

Orario galleria: lunedì / venerdì 15,00-19,00 – fuori orario su appuntamento

http://www.galleriavittoria.cominfo@galleriavittoria.coom