TSOV – Trattamento Sentimentale Obbligatorio Vaginale

Cara amica,

tra pochi giorni cadrà la terribile ricorrenza di San Valentino. Se anche tu sei single da così tanto tempo (secondo gli esperti dal 500 avanti Cristo) da non ricordare nemmeno più quanti anni sono che affronti la festa degli innamorati senza avere un compagno, un boy-friend, in generale un’entità virile a cui frullare quotidianamente i coglioni accanto, ho la soluzione per te (mi sento proprio Wagina Marchi).

Vorresti trovare un uomo, perché sì, insomma, ormai sei una donna, mica più una pischella?

Ecco per te il Trattamento Sentimentale Obbligatorio Vaginale, con formula soddisfatti o cazzitua.

Sottoponendoti a questo trattamento, avrai anche tu la possibilità di accasarti e trovare la pace dei sensi (per qualche anno), oppure accetterai il fatto che FORSE non è scritto con gocce d’oro nel libro della storia che TUTTI, ma proprio TUTTI devono essere parte di una coppia. Che, magari, vivere la vita da soli è semplicemente un modo diverso di viverla, a volte più difficile, a volte più semplice. Ma prima di rassegnare le dimissioni dalle relazioni sentimentali, devi provare il tutto per tutto, incluso appunto il TSOV.

I precetti del TSOV sono (ripetiamo tutte insieme):

  1. La serenità è una cosa sana e giusta e tu la vuoi

2. Annoiarsi è possibile. Non è un peccato. Smettila di volerlo sexy, intelligente, divertente, benestante, dialetticamente brillante, single, comprensivo, protettivo ma liberale, ironico, incline all’ascolto, compatibile per origini/passioni/interessi, sessualmente capace, fedele e leale, e – ca va sans dire – pazzo di te. Accettalo: non esiste. Questa cosa qua che vai cercando non è proprio disponibile a magazzino, non è presente sul mercato. Devi rinunciare a qualcosa, rivedere un poco le priorità, iniziare a pensarci seriamente. Del resto è quello che fanno gli uomini quando sposano donne cosiddette “cesse” (che poi cosa renda “cessa” una donna e di cosa sia garanzia la “cessaggine” sarebbe tutto un altro capitolo da affrontare).

3. L’uomo dannato e interrotto non ci piace più. Noi vogliamo un equilibrato, razionale, solido BRAVO RAGAZZO, automunito e se è un’Audi è meglio. Ingegnere is the new Mick Jagger. Basta John Frusciante. Basta tossici. Basta disoccupati che campano a sgrocco dai genitori o trentenni fuoricorso all’università del kebab. Basta alcolizzati. Basta uomini da salvare. Sei una donna, cazzo! Mica un medico senza frontiere!

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4. No agli uomini delle altre, perché gli uomini delle altre sono sbagliati. Sì, anche se però a volte può succedere che l’amore. NO. Sì, anche se non hai mai provato ciò che provi con lui. NO. Sì, anche se però loro sono in crisi e lei è una stronza tiranna. In tutti i casi NO. Gli uomini delle altre portano, nove volte su dieci, per definizione, guai. NO, agli uomini delle altre, nemmeno se lui è tremendamente sexy, se tra di voi c’è una palpabilissima tensione erotica, nemmeno se lui ti piace perché è affascinante e se tu gli piaci perché sei più giovane, nemmeno se prima ancora che succeda qualcosa sai già per certo che, se succedesse, sarebbe un successo di pubblico e di critica. In ogni caso NO. Essi portano guai. E se non li portano, vuol dire che non porteranno mai a una relazione. Manterranno una dimensione ludica, il ché va benissimo, ma sappi che non diventeranno mai la storia sana, adulta e blablabla che sostieni di volere. Non è possibile arrivare a una relazione con l’uomo di un’altra senza creare un’onda anomala di merda, che come minimo ti seppellirà. Questo per sorvolare su altre argomentazioni tipo “se lo fa a lei, lo farà anche a te” e altri grandi classici della letteratura vaginale.

5. No agli uomini il cui unico sport è il sesso, quando capita. Si sfasceranno. Devono fare attività, tenersi in forma, dimostrare di essere abbastanza evoluti da capire che il loro corpo ha bisogno di manutenzione, cure, allenamento (oltre che di mangiare in maniera equilibrata, non ammazzarsi di sigarette e non scolarsi una bottiglia di whisky e sfasciare sedie nei locali). L’ideale sarebbe che giocasse a calcetto, perché sarebbe indice di evidente eterosessualità (e al campo non ci sono le modelle illegali che si allenano in attillatissimi outfit da palestra o in micro-shorts da Polly Pocket). Ma va bene anche la corsa, gli sport bizzarri da nerd tipo il freesbee, oppure le arti marziali, oppure il ciclismo, oppure la piscina, oppure gli sport da ricchi tipo l’equitazione, il golf, la vela, oppure gli sport da torello tipo il rugby, o quelli da wannabe Keanu Reeves tipo il surf, oppure ancora quelli da maschio con disturbi della personalità tipo l’arrampicata, il paracadutismo, eccetera.

6. Stai focalizzata sull’obiettivo: tu adesso vuoi qualcuno con cui passare i weekend e il capodanno, qualcuno da trascinarti appresso ai matrimoni delle tue amiche, qualcuno di cui prenderti cura e che si prenda cura di te. Qualcuno con cui parlare anche di fondi di investimento, o di quale mare fare la prossima estate, qualcuno con cui avere un’interazione che non sia all’80% scandita da una sequela di doppie spunta blu. Ricordatelo e tienilo a mente quando è la quinta volta che lo vedi (che di per sé è statisticamente già un successo), ed è ancora un mercoledì sera, ancora a bere un bicchiere di vino post-lavoro. Rifletti: quanto dovrai aspettare per fare un cazzo di weekend fuori insieme? 2 anni? Non state viaggiando alla stessa velocità. Non volete la stessa cosa. Ora non perdere un altro semestre nella speranza di convertirlo. Via. Caput. Next, come in una perfetta catena di montaggio esistenziale.

7. Per piacere, non essere choosy. Sì, dai, sai benissimo cosa intendo. Cosa importa, in fondo, se ha i sandali? Ok, a te non piacciono, hai ragione, fanno cacare. Però avrà anche diritto di non farsi squamare i piedi ad agosto nelle sneakers? O no? No perché tu usi i tacchi? Vabbé dai, dobbiamo davvero parlare di com’è cambiato il concetto stesso di tacco nella tua vita negli ultimi 10 anni? Aggiornati: non sei più la rampante 18enne che usava sempre decolté tacco a spillo dieci. Oppure sandali estivi, in ogni caso tacco a spillo 10. Sì, è vero, c’è stato un tempo in cui l’hai fatto, ma ricorda che nell’ultimo anno, quel genere di tacchi sensuali del cui uso ti vanti, li avrai indossati sì e no 5 volte. Voglio dire, tacchi a parte, che non fa niente se ha qualcosa di sbagliato nell’outfit o nel look, su quello puoi lavorarci dopo, senza eccedere naturalmente, cioè se è Massimo Boldi non diventerà mai Matthew McConaughey. E non fa niente se intravedi la canottiera sotto la camicia, o se ha i boxer larghi a quadretti (mioddio), lo so, è terribile, ma magari anche a lui non piacciono le tue cazzo di ballerine, o le tue church’s, o le tue slipon in finta pelle di coccodrillo. E va bene, va bene. Ti ha detto che gli piacciono i Goo Goo Dolls. Lo so, è difficile, ma forse se ha altre doti puoi passarci sopra.

8. So benissimo che hai un lungo elenco di casi di amiche di amiche che NON l’hanno data per mesi, a volte anni, e poi dopo che l’hanno data, hanno ottenuto lo stesso identico risultato che ottieni tu, dandola via dopo 1 sera. E so anche che ci sono le altre amiche che l’hanno data al marito alla prima uscita, e ciononostante sono state sposate. PUR TUTTAVIA, pare che – luoghi comuni – sia consigliabile non darla via subito. Sì, anche secondo me è una minchiata, ma così, giusto per non lasciare nulla di intentato, prova. Non mi interessa se non batti chiodo da 5 mesi. Tu prova. E provaci senza sentirti Giovanna D’Arco perché sei addirittura arrivata alla terza uscita senza lanciar via le mutande per aria.

9. Le dimensioni contano ma non sono così imprescindibili, dai. Cioè se un uomo ti piace e ha le cose più o meno al posto giusto, anche se non è esattamente la taglia che più ti aggrada, pace. Verifica, tuttalpiù, che sia un uomo sinceramente appassionato alla vulva (e a tutte le pertinenze relative), in generale, e che sia disposto ad appassionarsi alla tua in particolare (ok stiamo trascendendo nel fantasy). Ascoltati. E apriti alle sensazioni che provi, perché se ti piace, quando sei a letto con qualcuno che ti piace, provi robe pazzesche, diverse da quelle che proveresti con Rocco, ma non per questo meno belle, fresche, vitali.

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10. Naturalmente non deve essere troppo giovane, quindi smettila di accettare da bere dai 22enni a Ibiza. E sistema il filtro dell’età su Tinder, per cortesia, che ho capito che lo studente di architettura, molto maturo per carità, non deve essere discriminato per la sua giovinezza, e che per essa non bisogna negargli il privilegio raro di accedere alle tue grazie, però dai, su, siamo serie. Per contro, non deve nemmeno essere troppo vecchio. Eggià, cara mia, i fifties possono regalare dei bei momenti, possono farti sentire splendidamente donna, desiderarti oltre ogni tuo difetto o imperfezione, però, ciò va detto, sono vecchi, senza offesa. Se hai circa 30 anni va bene tutto, ma un over50 è troppo in là, tendenzialmente, per essere il tuo compagno di viaggio. Certo, l’amore non ha età. Però 50 sono tanti, dai. Quindi, se vuoi fare le cose per benino e accasarti, e come le tue amiche prenderti il tuo compagno coetaneo, devi smetterla con i rendez vois di sesso disinibito e sfacciato in Junior Suite o in meravigliosi loft. Ora devi concentrarti sui tuoi coetanei.

Concentrandoti sui tuoi coetanei finalmente capirai che essi sono già impegnati, oppure che sono single perché non hanno ancora deciso di essere in coppia o non ne sono capaci. Se hanno 40 anni e sono single è anche peggio, perché di mezzo c’è stato un altro decennio di povere vagine che ci hanno provato, a convertirli, e non ci sono riuscite. E quando il 30enne sarà pronto, si metterà con una di almeno 5 anni più giovane. Oppure di 15 più vecchia. E comunque non con te, 30enne, per il semplice fatto che tu ti stai facendo un TSOV, e ciò lo atterrisce, hai aspettative e pretese, lui le fiuta, anche se tu dissimuli e fingi di essere easy, o non così impegnativa, lui se ne accorgerà, per istinto, tipo i cani. E tu devi capire che non stai passando un esame. Che non stai partecipando al gioco delle sedie, che quello c’è già stato, la musica da mò che è finita, e tu sei già in piedi e se non ti sono bastati gli ultimi 5 matrimoni da single a cui hai partecipato, sorella mia, di cos’è che hai bisogno? Per carità, ci saranno altre manches, vivadio. È un tram che passa abbastanza spesso.  Ma tu negli ultimi 10 anni non hai costruito un rapporto e non puoi pretendere che oggi piova dal cielo. Quella cosa che vuoi, non arriva così, facilmente. Per certi sì. E vabbé, certi nascono a Kensinghton e certi nascono ad Avetrana. Pace.

Quindi rilassati, che ci vorrà tempo.

Apriti al mondo. Accoglilo con la bellezza che hai costruito in questi anni, come donna, perché sono sicura tu l’abbia costruita.

E accettati. Anche se le tue azioni ti hanno portata ad andare alla ricerca del futuro marito in vacanza con Viaggi e Avventure Nel Mondo, insieme ad altre vagine in TSOV.

Accetta di essere diversa dalle tue amiche incinta, ma ricorda che siete espressioni della stessa femminilità: siete donne e donne resterete e per questo continuerete ad essere amiche.

Ed è allora che capirai il senso del TSOV.

Quando capirai che l’impazienza non premia. Perché al mondo siamo tantissimi, di sicuro esiste qualcuno con cui incastrarsi. Al tempo stesso, però, essendo così tanti, a trovarsi può volerci tempo. Come in un puzzle. Alcuni pezzi hanno un bordo dritto,  un bordo in meno da incastrare, uno su quattro è tanto. Per loro è più semplice. Sono fondamentali quei pezzi, creano la struttura, completano il puzzle e lo contengono. Però poi ci sono tutti i pezzi al centro. E alcuni sono più difficili degli altri, perché è meno chiara l’immagine che c’è sopra, o perché hanno una sagoma strana, diversa. Ci vuole pazienza.

Devi avere pazienza.

Anche se non ne hai.

Anche se tu i puzzle non li hai finiti mai.

 

15 Cose di quando Dimagrisci

L’altra sera mi sono sentita dire una frase che, vi giuro, nessuno mi aveva mai detto nella vita: “Tu sei magra, puoi mangiare quanto vuoi”.

Ommioddio. Ma come ti viene in mente di dirmi che sono magra, sei impazzito?

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti: ho perso peso negli ultimi 2 anni. L’ho perso perché un endocrinologo-nutrizionista mi ha detto che per capire se la mia tiroide poteva tirare a campare nonostante la sua Sindrome di Hashimoto (da me ribattezzata “Sindrome di Hiroshima”) dovevo provare a seguire un regime alimentare diverso da quello di un lottatore di Sumo.

Così, motivata dalla preoccupazione che il mio sistema endocrino se ne stesse andando definitivamente in vacca, ho preso sul serio la dieta, l’ho abbinata a una moderata e ragionevole attività aerobica e ho perso circa 20kg (raggiungendo quello che, con una certa scaramanzia, può essere definito il mio “peso forma”).

E ad oggi devo condividere alcune cose che oggettivamente cambiano, nella vita e nel rapporto con gli altri, quando dimagrisci:

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  1. Le persone che per anni hanno parlato di quanto fossi grassa e/o ingrassata, iniziano a parlare di quanto tu sia dimagrita. Presto inizieranno a parlare del fatto che sei dimagrita troppo.

2. Tua madre al telefono inizia a chiederti con un filo di apprensione se hai cenato, cosa hai mangiato, se hai qualcosa da mangiare. Non te lo chiedeva, prima. Lo vedeva dal tuo sovrappeso che magnavi. Magari di merda, ma magnavi.

3. Tuo padre dice che ti sei fatta “piccolina-piccolina” quando ti abbraccia, anche a te che piccolina-piccolina non lo sarai mai. Oppure dice che non ce n’è rimasto, di te, come se ti avessero appena salvata da un campo di deportazione per obesi.

4. Tua zia arriva persino all’invettiva con “ti sei fatta brutta“, “hai fatto la faccia da vecchia“, “stavi meglio prima“, che mò dove sono finite quelle belle guance rotonde che ti sei portata per 27 anni? Nelle parole di mio cugino la delusione umana, invece, si manifesta in “Non sei più Sua Suinità“.

5. I colleghi ti chiedono come hai fatto, quale portentoso trucco ti abbia permesso di deperirti. Mah, niente, ho smesso di mangiare il Mc Donald, le Più Gusto, piatti da 250 grammi di pasta, pizza 3 volte alla settimana. Niente di trascendentale. Cose che avrei potuto arrivarci anche da sola, ecco. Poi aggiungici che sono permanentemente stressata, che non dormo, che fumo e capisci perché paro the walking dead.

6. A un certo punto tutti ti dicono insistentemente “Adesso basta dimagrire” come se tu stessi perdendo peso tipo Pannella quando lotta per la legalizzazione delle sostanze cannabinoidi, ma non è quel che accade, puoi giurarlo che ti pesi, che lo sai, che sei stabile e che comunque non vai nemmeno in palestra da 3 mesi (in realtà).

7. Gli uomini ti dicono che ti trovano in forma. Pure quelli che non sentivi da una vita, ti scrivono, apposta per dirti che sei in forma, che il sottotitolo in genere è “ora che non sei più cicciona, mi ti baccaglierei”.

8. Gli amici gay ti dicono che sei bona, oppure faiga, oppure “stai benissimo” quando fino all’anno prima eri “bella obesa così come sei“.

9. Le amiche ti dicono “vorrei le tue gambe“, che tu le guardi, loro parono Fiona May dei tempi d’oro, toniche come il marmo, e stanno a guardare le caviglie tue che sono così sottili. Vabbeh. La prossima volta propongo il baratto: le mie caviglie per il tuo culo, voglio vedere che mi rispondono.

10. Le persone non ti riconoscono più facilmente. È un fenomeno inspiegabile, perché di fatto hai intrapreso una dieta, non subito una plastica facciale. Tipo che a me un giorno non mi ha riconosciuta la signora del tabacchi dietro l’angolo che mi vede da anni, tutti i giorni. Evidentemente la grassezza era l’elemento caratterizzante della mia immagine.

11. Le commesse nei negozi ti rispondono con incredulità quando chiedi la taglia, perché continui a chiedere una L e quelle ti fanno “LA EEELLLEEEEEEE?”. No, è vero. Una M. Ma per me già chiedere la L è un downgrade, considerato che per alcuni anni della mia vita quando mi chiedevano la taglia rispondevo “La più grande che avete”, al fine di non incorrere nella perplessità sui loro volti, circa le mie chance di entrare nel capo che volevo provare.

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12. Se manifesterai di essere a tuo agio con il tuo corpo e con il tuo peso, nonostante le tue imperfezioni, la gente ti dirà che fai la figa, che sei vanitosa, che sei narcisista, che sei cambiata. Che sì, graziarcazzo che sono cambiata, ho perso 1/4 del mio peso corporeo, c’ho la pelle molle e appesa, se vogliamo dirla tutta, ma non è che me la tiro. Semplicemente, mi vergogno meno di prima se sono in costume, non chiamo la Gestapo se qualcuno mi scatta una foto al mare e mi sento meglio nelle mie forme. Fine. E’ una cosa bella, alla quale è giusto tendere anche se non si è Bianca Balti e che si può fare, lo testimonio, si può trovare un punto di equilibrio nel rapporto con la propria immagine. Persino con la cellulite, con la ciccia che resta dove resta (tipo nell’internocoscia che proprio ciao), con le imperfezioni cutanee e con tutti quei cazziemmazzi che finiscono per renderci donne normali.

13. Qualcuno ti farà notare con infinito tatto che non hai più tette e non hai più culo.

14. Se ti definirai “grassa” la gente che ti ha definita “grassa” per una vita ti dirà “Ma grassa coooooooosa?”. In buona sostanza ciò che è successo è che hai perso il titolo e, anche se non sei magra, non puoi più definirti grassa (pur avendo militato per tutta la vita nella legione dell’adipe), senza incorrere nel biasimo degli interlocutori. I quali forse pensano che l’esser grassi sia un fatto puramente estetico, solo fisico, e ignorano che invece è un modus vivendi e pensandi che ha investito la tua vita per 25 anni, un habitus che ti rimane a lungo addosso e che cambiare la percezione e la consapevolezza di sé richiede tempo.

15. Ma soprattutto, quando sarai a letto con un aitante maschio e quello farà per sollevarsi tenendoti in braccio, attorcigliata a lui come un koala al suo eucalipto, tu avrai incontrollabili picchi d’ansia pensando che come minimo gli esce un’ernia che lo renderà permanentemente invalido, praticamente paralizzato e non importa che non sia così, tu ti irrigidirai tutta, terrorizzata, e la Kim Basinger che è in te lascerà inesorabilmente il posto all’Anna Maria Barbera latente (Sconsolata, per chi non la ricordasse).

Insomma, è un processo lento quello di accettazione del cambiamento. Auguriamoci solo che, una volta abituata, una non si ritrovi a riprendere tutti i kg persi. Perché, come molte di noi sanno, i kg in eccesso sono come gli uomini stronzi: il vero problema non è disfarsene, ma imparare a non ricarderci mai più.

 

 

Cene tra Amiche

Le cene tra amiche non si sa mai che piega possono prendere davvero.

Le aree di conversazione sono potenzialmente inesauribili e pertengono sfere pubbliche, private ed intime, toccando gli argomenti più nobili, e insieme i più deprecabili, per esempio:

  • Sviluppi sul lavoro (5%, a meno che non si sia colleghe, nel quel caso la percentuale sale automaticamente al 70%);
  • Look (un 30% di conversazione su dove trovare degli stivali neri ma belli, possibilmente scamosciati, sexy ma comodi, di qualità e naturalmente che non costino quando uno stipendio; ma anche gli ultimi acquisti fatti su Asos, oppure quel posto dove si spacciano borse uguali a quelle di marca ma unbranded, quindi affordable; e infine il nuovo taglio di capelli fatto in quel salone dove c’è il genio dei ricci)
  • Informazioni logistiche che ti salvano la vita (un 20% su come cucinare questo, o smacchiare quello, o dove trovare quell’altro, la nuova estetista, la sarta di fiducia, la colf)
  • Salute (un 20% di dolorini al seno, problemini alla tiroide, un polipetto, un fibromino, una leggera endometriosy, un nodulino e l’utero setto)
  • Argomenti scabrosi (un 5% di “non faccio la cacca da 1 settimana, 12 ore e 43 minuti, ti prego dammi una pasticca di carbone naturale, ma anche della dinamite” oppure “ho politicamente deciso di smettere con la brasiliana”, per lo meno fino al prossimo appuntamento con un maschio nordico ultra-sportivo che fa colazione con pane e avocado, e che se vede un hairy pussy chiama l’esorcista)
  • Gossip (un 20%, mediamente un quinto dell’agenda mediatica, è fondamentale; questo a patto che non ci siano scoop clamorosi nella vita personale degli astanti o nel gruppo di persone in comune, in quel caso la quota gossip potrebbe raggiungere il 95%; a volte persino il 100%, cioè potrebbe trattarsi di un’assemblea convocata d’urgenza al fine unico di dibattere un preciso e sconvolgente topic)

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Argomenti come politica o sport non saranno in linea di massima affrontati mai spontaneamente da nuclei di sole donne. Per contro esse facilmente azzereranno tutti gli argomenti di cui sopra ogni qualvolta ci sia qualche pene sapiens di cui dibattere. Non importa che sia tuo marito, il tuo storico fidanzato, il collega che ti piace, l’amico di scuola, il panettiere, l’amante, la rockstar della porta accanto,  Michael Fassbender, il limone dell’ultima festa quando eri così ubriaca che ti saresti limonata anche l’appendiabiti, oppure quell’infame che legge il tuo messaggio e non ti risponde. La narrazione virile è, fin da quando siamo pischelle, il più forte dei nostri collanti.

Per esempio, io e la mia amica Janis possiamo avere qualunque genere di aggiornamento nella nostra vita, tipo che lei potrebbe vincere il Pulitzer e io l’Oscar (che comunque regalerei a Leo, nel caso, perché lo amo sempre per sempre), ma l’unico vero argomento davvero prioritario per noi, l’unico per cui siamo in grado di scriverci a qualunque ora del giorno e della notte e di risponderci ultra-tempestivamente nonostante le nostre impegnatissime vite è sempre lo stesso: il maschio.

Qualunque genere di maschio, davvero. Anche quando non ci sono novità, ci chiediamo sviluppi sugli ultimi para-flirt nei quali ci dimeniamo, da quando per ragioni di sopravvivenza ci siamo ritrovate single, in questa giungla metropolitana e sentimentale. Dall’uomo che ti ha fatto male, ma male quello vero, al tizio che non chiami nemmeno col suo nome, perché è talmente superficiale la cosa che non è degno di vera e propria cittadinanza nei tuoi pensieri. Lei inglesizza i nomi: (trombatore) John, Jack, Frank. Io li chiamo come il posto in cui li ho conosciuti. Se lo conosco a una festa diventa Party, se lo conosco su una navetta aeroportuale diventa Shuttle, se lo conosco a un matrimonio diventa Wedding, e via discorrendo. C’è da sperare di non incontrare l’uomo della vita nel cesso di un locale, altrimenti quello sarà per sempre Toilet.

La cosa divertente è che, in un modo o nell’altro, ne vengono sempre fuori delle osservazioni antropo-sociologiche estremamente interessanti, insieme a un quadro futurista delle relazioni tra i 2 sessi nell’anno del signore 2016. Al punto che ho detto a Janis che dovremmo fare una webserie con degli estratti delle nostre conversazioni, ma lei non vuole perché – essendo più saggia di me – tiene ancora a quell’arcaico valore che è la “privacy”.

Tuttavia, ciò che voglio dire è che tra le mille cose cui facciamo fronte nelle nostre vite di donne, alcune delle quali molto più sofisticate e complesse che relazionarci con un uomo, l’argomento sul quale abbiamo più bisogno di supporto/confronto/approfondimento/analisi è sempre lo stesso, quello maschile.

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Come se da tutta la vita ci affannassimo per comprendere qualcosa che non comprendiamo fino in fondo. Che non è l’entità virile in quanto tale, sulla quale abbiamo anzi una enciclopedica conoscenza, essendo essa anche piuttosto elementare suvvia, bensì il segreto per incastrarla con la nostra entità vaginale. Possibilmente senza che ci siano conseguenze catastrofiche prima, durante e dopo.

E così snoccioliamo teoremi, dogmi, assiomi e postulati. Linee guida che ci permettano di orientarci in questa matassa, di trovarne il bandolo, di pensare che continueremo sempre a parlare di uomini, ma in un modo diverso. In cui loro avranno un nome, un cognome e una faccia tridimensionale (non solo inviata via whatsapp per “vedi quanto è bello/mipiaceuncasino/stocesso“). Avrà una voce e non sarà solo una sconfinata quantità di screenshot delle conversazioni forwardate alle amiche per fare un’analisi semiotica e testuale delle emoticon, e delle parole, e degli acronimi in esse contenuti. Un modo che non sarà più categorico, che non sarà più una classificazione per età, per provenienza, per pregresso sentimentale. Un modo in cui non diremo più che li abbiamo “obliterati” e non commenteremo più le loro performance sessuali (con un’agenda mediatica che prevede: dimensioni – che tanto non contano, no? -, durata, preliminari, amplessi, eventuali bis e tris, come siete rimasti dopo? Vi rivedrete?), perché la nostra sessualità sarà privata, perché quel sesso sarà nostro davvero, e dopo anni di penetrazioni occasionali, l’intimità sarà la cosa più bella che sapremo ritrovare.

A patto che, sia chiaro:

“Giurami che non diventeremo mai come quelle che si lamentano dell’asse del cesso alzata ti prego”

“Ahaha cazzo sì, oppure del rotolo di carta igienica finito che lui non cambia mai!”

Lo giuro. Arriverà un giorno in cui parleremo degli uomini in un modo diverso.

Diverso davvero.

Vuoi tu prendere Netflix…

Una delle caratteristiche dei buoni propositi è essere, con un discreto margine di attendibilità, disattesi.

Uno dei miei buoni propositi per il 2016, a parte smettere di fumare e tutte quelle menate lì, era “uscire di più“. Dico “era” non a caso, di già, oggi, 19 gennaio, perché già so di essermi auto-boicottata. Disgraziatamente nei primi giorni dell’anno ho infatti iniziato il mio mese di prova gratuita di Netflix (per chi se lo stesse chiedendo, no, Netflix non mi ha pagata per questo endorsement).

Netflix, dicevo. Ora, qual è il problema di Netflix, per chi ancora non fosse a conoscenza di questa nuova sostanza stupefacente che pone la definitiva pietra tombale sulle mie possibilità di intrattenere una vita sociale che rasenti per lo meno la sufficienza. Che sia al di qua, per intenderci, della linea immaginaria che divide gli esseri umani integrati, dagli alienati. Il problema di Netflix è che ti propone una grande quantità di SERIE TV (mentre sui film siamo messi decisamente peggio). E ci sono tutte le stagioni, e filano giù come un buon bianco fresco quando ci sono 40 gradi all’ombra e un tasso di umidità del 50%. Non solo, quando l’episodio finisce, in pochi secondi parte direttamente il successivo. Il risultato finale è praticamente come farsi una pera, anzi un flebo, per ore, sul divano, fino a crollare tramortita a notte fonda. Non solo. Le serie che ci sono sono fighe. Per esempio c’è tutto Breaking Bad, che dovrei recuperare. C’è tutto How I Met Your Mother, che dovrei recuperare. E c’è già stata (perché me la sono già ingozzata) NARCOS, una serie sulle vicende di Pablo Escobar che, come è noto, quando c’è la malavita di mezzo (vedasi Romanzo Criminale) io vado in dipendenza immediata.
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NARCOS è bellissima, per metà in lingua originale, come le serie (e i film) dovrebbero essere, perché sono più vere, più realistiche, meno posticce (e, in genere, molto più efficaci – tipo Friends in lingua originale è un altro pianeta). Senza contare che un altro paio di stagioni e puedo hablar espanol muy bien. Ecco Narcos è quel genere di serie per cui posso serenamente boicottare qualunque cena con amici, qualunque soggetto del Tinder, qualunque evento per il quale mi sono accreditata per 2 ma a cui non andrà nessuno. Potrei persino smettere di farmi i baffetti dall’estetista, così, per puro spirito di emulazione. Ed è naturalmente ambientata in Colombia, il ché mi ha indotta a scrivere, dopo anni, al mio amico colombiano (se vogliamo trovare in Netflix una funzione socializzante e aggregante).

Al mio amico colombiano dicevo sempre che la Colombia è famosa per la cocaina e lui mi rispondeva che gli italiani sono famosi per esserne consumatori. Faceva parte del mio network londinese, ai tempi, lui, quando in una realtà evoluta come quella anglosassone non potei fare altro che socializzare con i terroni del mondo, principalmente sudamericani e turchi. Jae lo conobbi alla scuola di inglese, iniziammo lo stesso giorno, appena lo vidi mi parve spocchioso, quindi diventammo ottimi amici. Esercitavamo l’idioma a suon di birre tracannate al pub, ma anche in mezzo alle vie residenziali del nostro quartiere, in lattina, con Andrés dal Venezuela, e Oscar e Fredy. Alla base del nostro rapporto c’era la semplicità di comunicazione: ciò che non riuscivamo a dirci in inglese, provavamo a dirlo in spagnolo, o in italiano, e in qualche maniera, in itagnolo ci si capiva sempre.

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Mi soprannominò subito Miss Pomodoro e mi insegnò parole spagnole fondamentali come “porro” (canna) e “fojar” (chiavare).

L’ultima sera che uscimmo insieme, prima che io ripartissi, mi disse con grande sincerità e trasparenza, con un discreto sentimentalismo latino, che c’era questa ragazza (che ero io) che gli piaceva tantissimo, che era funny, and crazy, and sunny (si vede che ai tempi dovevo essere così) e mi chiese di baciarlo. Di dargli solo un bacio, just a kiss, no more, perché entrambi eravamo fidanzati e fare di più sarebbe stato “sbagliato”. Voleva un bacio Jae, che sarebbe rimasto lì, nella storia, perché – entrambi lo sapevamo – non ci saremmo più rivisti. Come a suggellare quell’amicizia, quella serata, quei mesi passati insieme. Non lo baciai, tuttavia, perché eravamo entrambi fidanzati (e io ero immeritatamente fedele al pene di allora). Inoltre, non era sexy.

Ora è medico, è sposato e credo abbia anche prole. Gli ho riscritto, grazie a Narcos, per sapere come sta. Per farmelo dire da lui e non dalle foto sul suo profilo. E mi chiedo a chissà quanti amici mi verrà voglia di scrivere, quando avrò del tutto azzerato le mie facoltà interpersonali dopo un inverno in compagnia del solo Netflix, il quale (complici la pioggia, il freddo e la mia sostanziale misantropia)  avrà facilmente la meglio sugli esseri umani.

Al massimo, quando avrò dato fondo allo streaming, organizzerò dei gruppi di auto-aiuto e disintossicazione, con soggetti umani afflitti dalla mia stessa patologia (giacché, questo comunque si sappia, non sono la sola, come testimoniato dalla pagina Facebook “Stare in casa is the new uscire“).

Buona alienazione da Netflix a tutti.

“Per non stare da sola”

Nell’ultimo periodo ho trascorso molto tempo con molte persone, molto diverse tra loro, alle quali ho dovuto spiegare in qualche maniera il motivo per il quale sono single.

Lo spettro umano con il quale ho affrontato l’argomento è quanto mai ampio e comprende dalla zia 92enne di mia madre, alla mia amica che vive a Londra e che, pur conoscendo benissimo la mia storia e l’impossibilità generale del mio carattere, continua a chiedersi perché io non sia fidanzata. Passando, naturalmente, per mia madre e mio padre e una, perché no, sempreverde riflessione con Frecciagrossa, prima di addormentarsi, all’alba, nel letto condiviso.

Ora, essere single non è una cosa bizzarra. Il mondo è pieno di single. Eppure, c’è sempre bisogno di spiegare com’è possibile che si compia questo banalissimo fenomeno paranormale di non avere un compagno/a.

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Sia chiaro, se il vostro interlocutore è Zia Teresa, la zia 92enne di mia madre, personaggio di rara bellezza, semi-paralizzata sulla sedia e rotelle da non si sa quante ischemie, ex-fumatrice incallita che continua a chiedermi una sigaretta ogni volta che mi vede, e io le dico che non ce l’ho, e lei mi guarda e mi dice che sono una bugiarda (e, come tutti i vecchi, ha ragione), ecco, se ve lo chiede Zia Teresa, lasciate perdere l’analisi antropologica. Limitatevi a dirle “Eh, è difficile”.

Con tutti gli altri, invece, potete provare a evidenziare i seguenti fattori:

  1. Sono tutti fidanzati/sposati. Quelli che non sono fidanzati/sposati, senza nemmeno voler dire che sono casi umani (cosa che naturalmente sono, nella misura in cui posso esserlo anche io, come minimo), evidentemente non vogliono, non sono inclini, non sono portati per la dimensione della coppia (sebbene alcuni dichiarino, a fasi alterne, di voler ottenere lo status di “partner“). Più volgarmente: se quel fico di 38 anni è single, chissà quante vagine sono cadute nel vano ed eroico tentativo di redimerlo, di cambiarlo, di metterlo dentro una casella che non gli appartiene. Certo, per carità, bisogna comunque provare, perché magari lo becchi esattamente nel momento in cui decide che deve mettere su famiglia, e se lo vuoi anche tu, fate bingo (almeno per qualche anno). Ma adesso, per piacere, torniamo alla realtà.

2. Ci sarebbero i separati/divorziati, che però spesso non hanno alcuna voglia di infilarsi in una nuova relazione stabile. Del resto, perché dovrebbero farlo proprio quando possono tornare a tuffarsi nel mare magnum delle relazioni post-moderne, senza aspettative e senza pretese? (questo non vale per tutti, naturalmente, ma per molti)

3. Vivo in una metropoli dove i canoni della socialità, anche quando non-sentimentale, sono alterati. Figurati quando si tratta di quel rebus complicatissimo fatto di interessi, progetti, aspettative, costumi, culture diverse e di mezzo c’è anche il sesso.

4. La metropoli in questione, inoltre, è Milano: città della moda (e delle modelle), dello stile, della raffinatezza, del pilates, delle bacche di goji e dei pubi depilati col laser. E io non sono Natalie Portman.

5. Posso pure essere aperta, non giudicare alla prima impressione, dare udienza a cristi e madonne. Ma in ultima analisi, mi deve piacere. Ci devo stare bene. Non mi devo annoiare, né sentire a disagio (il ché presuppone, anche, che debba piacergli io, ma davvero).

E fin qui mi sembra tutto legittimo e inoppugnabile, perché per quale altro motivo dovrei condividere una parte così grande del mio tempo con qualcuno, se non perché con quel qualcuno sto meglio di come io stia quando sono da sola?

Un mio amico, mentre ne discorrevamo, a questa domanda ha risposto “Per non stare da sola“.

Che sembra riduttivo, persino un po’ pavido, ma in realtà – a ben vedere – è la scelta più intelligente da fare, in termini darwiniani (infatti io tendo all’estinzione genetica, il ché non è dal punto di vista evoluzionistico una scelta corretta). Inoltre “Per non stare da sola” risolverebbe un casino di problemi. Ma un casino. Tipo: le vacanze (a un certo punto della vita chiedersi “che facciamo ad agosto?” suona più confortevole di “che cazzo faccio ad agosto?”); i weekend; i matrimoni degli altri (diventano weekend fuori col tuo ragazzo, non weekend in cui tutti fanno un weekend fuori col proprio fidanzato, tranne te, ma insieme a te, mentre qualcuno si sposa); la casa (da sola non potrò mai permettermi un trilocale); il soccorso immediato (cioè se hai la febbre a 40, uno stronzo che vada a comprarti la tachipirina ce l’hai, et viceversa).

Tutto vero. Tutto legittimo. Tutto sacrosanto.

E allora, forse, il punto segreto che svela l’arcano, è che magari a me piace “Stare da sola“. Mi ci ha fatto pensare la mia amica che si è sposata l’anno scorso. Mi guarda e mi fa: “Ma sei proprio sicura di volerti fidanzare? No, perché secondo me stai benissimo da sola“.

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Così ci ho pensato e, in questo periodo in cui ho trascorso molto tempo (tipo 2 settimane) con altre persone, h24, avendone amato ogni istante, perché erano tutte persone che amo, mi sono accorta di quanto desiderassi essere di nuovo sola.

Nei miei spazi. Nei miei tempi. Nella colazione al bar dietro casa, cappuccino e brioche, a guardare il cielo plumbeo venato dai fili scuri del tram. Nella mia casa (che è anche il mio ufficio), alla mia scrivania (che è anche tavolo della cucina), sul mio divano (che è anche letto per gli ospiti) e nel mio letto (che a volte è anche un luogo magico in cui si mangiano Magretti al cioccolato), meraviglioso, a due piazze tutte per me, materasso memory foam. Di quanto desiderassi cucinare e cucinare brodaglie e poltiglie di verdura che solo se sei da sola puoi cucinarti (un uomo te le tirerebbe dietro, o dopo si aspetterebbe comunque un porco farcito di lardo, con contorno di patate al forno cotte nel burro). Guardarmi 5 puntate di fila di una serie tv e non essere mai obbligata a vedere, chessò, Trono di Spade. Scrivere fino all’ora che mi va, senza che nessuno mi chieda quando vado a letto. Andare in palestra all’ora di pranzo la domenica, senza preoccuparmi che sia domenica, e che sia ora di pranzo. Leggere, ascoltando Chet Baker, e fumando (anche se sto per smettere). Essere libera di lasciare i piatti sporchi e di lavarli l’indomani, senza sentirmi un pessimo angelo del focolare. Svegliarmi l’indomani e mettere in ordine casa, ascoltando gli Smiths, senza che nessun impallinato del progressive rock mi guardi con sufficienza per questo. Sentire lo strepitio della moca sul fuoco, alle sette di sera, perché ho da scrivere fino a tardi. Ultimo, ma non meno importante: fare la cacca serenamente, in grazia di Gesù, rilassata, senza sentirmi una criminale.

Così ho pensato che forse i single sono un altro gender sociale, transitorio magari, ma piuttosto consolidato dai 30 in su, composto non solo da chi ha resistito alla prima ondata nuziale, ma anche da chi torna indietro, risucchiato dalla risacca dei divorzi e delle separazioni (che, come è noto, sono più che altro tsunami).

Single, che sono single perché quella è la loro natura, in questo periodo e in questo frullatore istantaneo di emozioni, di varietà e culto dell’ego, che è il mondo delle relazioni contemporanee. Single, non necessariamente per sempre, ma che al netto del capodanno e del ferragosto, stanno molto bene con la propria musica, i propri libri, i proprio gatti/cani/piante/amici/interessi/affetti.

Nell’attesa o nella speranza, forse vana – non ci è dato saperlo, che arrivi qualcuno per cui valga la pena fare spazio dentro di sé.

Chiudo con una perla della Zia Teresa di cui sopra, la quale, ormai perse le speranze, mi ha suggerito “Fatti monaca!”.

Avrei voluto risponderle che nei miei periodi di astinenza, in effetti, mi manca solo il velo.

Ma ho desistito.

Ho sorriso e le ho detto: “Eh, è difficile”.

 

Caro 2015

Caro 2015,

ti scrivo perché in questo periodo in cui tutti stilano elenchi di buoni propositi personali di cui non gliene frega una beata a nessuno, io volevo banalmente salutarti. So che sembra una minchiata, e in effetti lo è, però – ne converrai – esiste una specie di misticismo laico nella chiusura di un anno, un ciclo di vita, un pezzo di storia, e l’inizio del successivo.

Per questo ti scrivo. E anche perché voglio ringraziarti.

Voglio ringraziarti per le persone interessanti che la mia vita la abitano, la popolano, la bazzicano, l’attraversano e lasciano un segno.

Voglio ringraziarti per gli affetti di sempre che continuano a esserci, quando torno nei luoghi del mio passato, per Pasqua, per Natale o per un arrosto di bombette e salsiccia ad agosto.

Voglio ringraziarti per l’audacia che mi hai dato di tagliarmi tantissimo i capelli in primavera. E di lasciarli ricci. E di trovare un’altra me, assai più simile a come sono io, oggi.

Voglio ringraziarti per avermi insegnato che Milano è bella, da scoprire, da visitare, da mostrare (tanto che quando i miei genitori sono venuti a trovarmi, abbiamo deputato una giornata intera al turismo metropolitano, per la prima vera volta da quando vivo qui).

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Voglio ringraziarti per il cane del mio amico imprenditore-che-ama-definirsi-tale, un delizioso Cavalier King con lo strabismo di Venere, che mi è stato molto di supporto (il cane) in momenti in cui solo la pet theraphy poteva salvami da attacchi di misantropia radicale.

Voglio ringraziarti anche per i weekend a Lecce, a Palermo, a Courmayeur, a Copenaghen, a Londra e i numerosi in Abruzzo, e la settimana a Ibiza. E anche per le Spa in cui mi hai fatta alloggiare (sti cazzo di addii al nubilato).

Voglio ringraziarti per il matrimonio della mia prima amica-sorella, che le amiche-sorelle sono quelle che ci si conosce da quando si aveva ancora il monociglio (entrambe), si usavano le camicie di flanella (lei), o si avevano gli occhiali da vista con la montatura dorata e le lenti rotonde (io). Le amiche-sorelle sono quelle che si ricordano la faccia e il soprannome del tipo che ti piaceva al primo anno di liceo (uno del quinto, alto, biondocongliocchiazzurri, che faceva il modello sulle locandine dell’Ipercoop di Taranto), o che ricordano il cognome del tuo primo fidanzato. Quelle che ti hanno prestato milioni di fazzoletti di carta e quelle a cui hai tenuto milioni di volte la porta del cesso. Quelle che non si contano più i capodanni, ferragosti, compleanni, lauree, festini, fronti tenute su mentre “eh ha mischiato troppo” (io) oppure “eh, troppi cicchetti, ora dorme” (lei). Le amiche-sorelle sono quelle con cui si diventa amiche quando non si è ancora capaci di essere amiche tra donne, perché donne non si è ancora, perché si è preda di quel magma psico-ormonale che è l’adolescenza. Ma si resta amiche, punti di riferimento indubbi, famiglia. Ecco, si è sposata la mia prima amica-sorella. Ed è stato forte.

Voglio ringraziarti per le ore trascorse in chiacchiere con mia madre e mio padre, ai quali mi ritrovo a spiegare cosa sia Tinder, come funziona questo mondo d’oggi, in cui la loro deliziosa figlia unica è così unica da essere single. In cui ascolto mia madre che fa un corso di educazione alimentare e mio padre che vorrebbe farne uno di inglese e li amo, e sono orgogliosa di loro, come loro dovevano esserlo di me quando andavo a scuola, che si sa che a un certo punto i ruoli iniziano a invertirsi, tra genitori e figli, no? Tutte quelle ore che servono a recuperare le distanze di questa vita a distanza, fatta di “no, niente di particolare, sì, sì, tutto bene, niente, sì, sono stanca, no, non ho ancora cenato, lì che si dice? Com’è il tempo? Come state?” per un totale di 3 faticosi minuti di conversazione.

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Voglio ringraziarti per le decisioni che sono riuscita a prendere e per il coraggio (o follia) con il quale ho deciso di provare a fare ciò che amo, da free lance, senza sapere se sopravvivrò o diventerò una clochard.

Voglio ringraziarti per tutti i momenti di merda che però sono stati cruciali, al fine di accettare la terribile idea di essere adulta, di non essere più la ragazzina di papà, quella che qualcuno prima o poi salverà, quella che può demandare agli altri la propria maturità. E le proprie responsabilità.

Voglio ringraziarti per le 4 sedute di psicanalisi. Un mese, è durata. Poi stava diventando una relazione troppo solida e ho ritenuto opportuno interromperla. Che poi è una cosa bizzarra, la psicanalisi.  Ti siedi di fronte a un estraneo, in una stanza spoglia e piuttosto triste, e gli parli dei cazzi tuoi, quello non ride nemmeno alle tue battute (perché tutto sommato io andavo a fornirgli una prestazione di cabaret) e non sei nemmeno del tutto sicura che ti stia ascoltando, o che non pensi “Diobbuono l’ennesima trentenne interrotta che mi centrifuga le palle con i suoi problemi da primo mondo e con il suo banalissimo disordine interiore“. Comunque magari ricomincio.

Voglio ringraziarti perché nonostante le liti, le discussioni, le lacrime, il nervosismo, lo stress, l’incertezza, l’ansia, le minacce, gli avvocati, gli insulti, gli sputtanamenti, le bugie, le mediocrità, e l’insonnia, nonostante i treni e i voli persi, gli allagamenti in casa e i lavori di ristrutturazione per due mesi, e le tasse da pagare, nonostante tutto ciò, sei stato un anno decisivo.

E ti saluto a testa alta, ben lieta che tu ti tolga dai coglioni, ma senza negarti la tua dignità.

Voglio ringraziarti perché non sei stato un anno semplice, ma di sicuro nemmeno il più difficile.

Voglio ringraziarti, infine, caro 2015, perché mi lasci con un unico, prezioso e fondamentale, proposito per il tuo successore 2016. Ossia rendere più semplice quella cosa complessa e criptica che è amare se stessi, accettarsi, assolversi.

Giudicarsi e giudicare con meno ferocia.

Volersi bene.

Aprirsi, insomma, al cosmo e alle sue infinite possibilità, come dice la mia amica GuruVagina.

(cioè: smettere di fumare, andare in palestra, tonificare, mangiare meglio, leggere di più, viaggiare di più, uscire di più, spugnettare di meno, andare a letto prima la sera, essere più presente per le persone che amo e allontanare i pieni-di-merda. Spalmare la crema in faccia tutti i giorni,  che ormai c’ho 30 anni, fare tutti gli esami medici che avrei dovuto fare 1 anno e mezzo fa e che ho rinviato fino ad ora, frequentare persone che ho autenticamente piacere di frequentare e dire no alle altre. Buttare i vestiti vecchi, le scarpe vecchie, gli amori vecchi…oppure regalarli ai poveri. Cercare stimoli, assecondare passioni, soddisfare curiosità. Esplorare. Non avere paura. Accettare gli inviti a bere qualcosa. Conoscere gente nuova. Volare, lontano, quando possibile. Da sola o in compagnia. Fidanzarsi magari, anzi trovare un compagno di viaggio. E poi ciulare, di grazia, quello sì, con più flessibilità e con standard dignitosi in termini di qualità e quantità).

Ciao 2015, e avanti 2016! E, fammi la cortesia, cerca di essere un buon anno.

Friendzone Preventiva

Pare che nella vita non si debba mai dire mai.

E, in effetti, se un giorno mi avessero detto che sarei diventata una friendzonatrice preventiva, non ci avrei creduto.

Semplicemente avrei banalizzato l’argomento “friendzone” in quanto tale dicendo che se una tipa friendzona uno è perché non le piace. Ne ero convinta, così come ero convinta che la friendzone fosse univoca, e cioè che solo noi donne potessimo infliggerla agli uomini perché, secondo il mio ancestrale retaggio culturale, gli uomini dovrebbero rifarsi a un’etica ormai estinta per la quale ogni lasciata è persa, ma anche “ogni buco è pertuso”.

Invece mi sono accorta che anche le donne possono essere friendzonate e che si può friendzonare preventivamente qualcuno che ci piace. E questo apparente ossimoro, questa specie di lucida follia da Condoleezza Rice del sentimento, offre in verità molti benefit. Vediamo quali:

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  1. Spesso gli uomini sono più interessANTI da amici che da amanti (e forse noi pure), senza contare il fatto che per noi è importante/utile avere degli amici maschi, single ed etero, qualcuno a cui mandare gli screenshot della conversazione con l’homo erectus di turno per farci fare una grossolana (ma verace) analisi semiologica di testo ed emoticon. Insomma, rifletteteci. Non l’amica single, non l’amica d’infanzia che ora è madre e mentre voi le parlate di one night stand prepara bio-omogeneizzati e lotta contro i germi. E nemmeno l’amico gay che vive a Grindrlandia. Io dico proprio un amico etero, mosso dalle stesse pulsioni, biologicamente affine all’autore del whatsapp oggetto di analisi, che sia single e conosca il mondo delle relazioni contemporanee uomo-donna davvero (non come i vostri amici fidanzati/sposati che sono fuori dai giochi e dalle discussioni da 10 anni).

2. Spesso gli uomini sono più interessATI a noi, da amici. Tendenzialmente un uomo single ed etero a cui non la dai ti offre più attenzioni di un uomo single ed etero a cui la dai. Questo in media, ovviamente. Non vale per quando l’avete data a vostro marito, graziarcazzo che è andata bene, è diventato vostro marito.

3. Io stessa, come persona, mi sento più piacevole se mi penso come amica. Perché amica so esserlo, lo sono da tutta la vita, e pure gagliarda, perché con gli amici maschi ci sono cresciuta. Come compagna no, cazzo ne so, che sbattimento, non ho nessuna case history di successo. E se dobbiamo solo scopare, uso Tinder scusa (oppure mi astengo), perché dovrei rinunciare a queste belle chiacchierate che ci facciamo noi, che almeno ci vogliamo bene, che se ti scrivo so per certo che mi rispondi, per cosa poi? Tanto per farci un giro di giostra io e te? Non ha senso (è ovvio che se il vostro amico è Michael Fassbender questo ragionamento NON dovete farlo)

4. In sostanza, se lo friendzono, mi stresso di meno. Se ho voglia di scrivergli, lo faccio. Se ho voglia di vederlo, glielo dico. E mi affranco da una quantità insostenibile di paturnie mentali sul fatto che devo piacergli, che NON devo sembrare troppo categorica, che NON devo essere troppo disinibita, che NON devo schiacciarlo, che NON devo essere troppo diretta, che NON devo essere troppo esplicita, che NON devo essere troppo cerebrale e over-analizzare, che NON devo spaventarlo, che NON devo sembrare una mantide religiosa e neppure una 30enne sentimentalmente in calore. Alla fine divento una cosa strana, peggiore di tutte le altre, ibrida, indecisa, impacciata. Se lo friendzono, invece, posso conoscerlo e farmi conoscere. Normalmente.

5. Se lo friendzono non penserò mai “se gli piacessi davvero, lo farebbe lui” (scrivermi, chiamarmi, chiedermi di uscire, uscire, baciarmi, and so on). Questo è un retropensiero latente del fronte reazionario sentimentale, al quale risponde il fronte progressista che dice che no però, dai, i tempi sono cambiati, adesso le donne devono essere intraprendenti. Insomma, un casino. Se semplicemente lo friendzono, non dovrò mai preoccuparmi di essere troppo attiva o troppo passiva. Non mi chiederò mai com’è che funziona adesso? Ci devo provare io perché abbiamo voluto la parità? Oppure no, la donna è sempre donna. Bisogna tirarsela, lasciare che sia lui a fare, perché se gli piaci veramente qualcosa farà (campa cavallo che l’erba cresce, dice sempre mia madre). 

6. Se lo friendzono posso anzi parlare di tutto questo con lui, scambiare opinioni sincere e disinteressate, ridere, fare sociologia da salotto fumando e bevendo con la musica che va, ascoltarlo mentre si racconta, leggere tra ciò che dice e ciò che tace, che persona è, magari scoprire che mi piace davvero, oppure no. Posso arricchirmi e arricchirlo, è una situazione umana win-win.

7. Se lo friendzono non cercherò mai conferme alla mia insicurezza in ogni notifica whatsapp. Condivideremo momenti, esperienze, pensieri, con continuità, per mesi. Faremo progetti, come andare a cena qui. Oppure una volta dobbiamo andare lì. Ti devo far provare questo. Te lo faccio assaggiare. E ci si può dire queste cose serenamente, senza l’ansia di generare ansia nell’altro.

8. Se lo friendzono sono più a mio agio. Posso invitarlo a cena anche senza essermi depilata, se cucino di merda non ha importanza perché non devo mica sedurlo come Wilma De Angelis. Se viene fuori, parlando, che ho l’anima rotta, e un sacco di pezzi in disordine, e crateri sparsi tra i rimpianti e le speranze, ecco posso sperare che non mi interni in un centro per donne sentimentalmente pericolose. Sono come mamma m’ha fatta, per intenderci, mi astengo da quei kolossal campioni di incassi che puntualmente ci facciamo in queste situazioni, per cui pensiamo a come saremo da vecchi, alla faccia che avranno i nostri figli, a quanti libri ci saranno nella nostra casa, se piacerà ai nostri amici, se piacerà alla nostra famiglia, quali e quante esperienze nuove faremo insieme a lui, camminando sulle coste della Sardegna Occidentale o per qualche cazzo di paese che non abbiamo nemmeno idea di dove si trovi collocato sul globo terraqueo. Che di solito, questi kolossal, per gli uomini etero e single sono tipo il DDT per le formiche.

9. Se lo friendzono prima o poi arriverà una più sveglia, più smart, più pronta, più tonica, più figa, più decisa, che se lo piglierà, questo raro esemplare di single etero, che mi piace e che ho friendzonato. Tipo che al mondo ci sono più panda che uomini così. E io penserò che vabbè, non era destino, se gli fossi piaciuta veramente, blablabla. Ed è un rischio, lo so.

10. Se lo friendzono posso porre una barriera, posso richiedere il tempo che mi serve per conoscerla una persona, in questo frullatore di opportunità sessuali ed esistenziali in cui, alla fine, alla domenica pranziamo da soli (io in verità vado in palestra a ora di pranzo la domenica). Se lo friendzono posso scoprirlo, conoscerlo, ascoltarlo senza pesare le sue parole come se stessi esaminando un vitello in questa macelleria umana che è l’accoppiamento. E posso lasciarmi conoscere, senza boicottare tutto da principio con assurdità comportamentali vaginali che generalmente non mi appartengono e che meriterebbero esse stesse uno studio dedicato.

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Certo, la Friendzone Preventiva ha l’effetto collaterale che non si tromba.

Ed è un brutto effetto collaterale. Lo so.

Ma in fondo chi l’ha detto che bisogna andarci a letto dopo 1 ora, dopo 1 mese, dopo 1 anno o dopo 3? E allora Harry ti presento Sally?! (io, per esempio, ho sempre detto che bisogna andarci a letto subito, così si capisce in fretta se c’è alchimia oppure no…ma voglio dire non è che sono l’Oracolo di Delfi).

In fondo, la friendzone, se spogliata di quel significato negativo generalmente attribuitogli, non può anche essere il nuovo modo di dire “conoscenza“, oppure incontro, approfondimento, scoperta, corteggiamento, tra due esseri umani, abbastanza adulti e sufficientemente complessi, da necessitare di tempo e pazienza per scoprirsi, comprendersi, sorprendersi, scivolarsi dentro?

Non è una gara di velocità, mi ha detto qualcuno, una volta.

“È una maratona, è sulla lunga distanza che si fa la differenza”

Giusto. Giustissimo.

Sarà che devo iniziare a fare tapis roulant in palestra.

ps: se non ci sentiamo prima, naturalmente, buon Natale a tutti! :)