[SessuOhhhlogismi 5] – Questione di Precocità

Mentre siete lì che vi fate ancora rosolare dagli ultimi scampoli di questa estate; mentre ve ne state incolonnati in autostrada nel traffico post-vacanziero, coi piedi sul cruscotto e la rustichella in bocca; mentre rientrate nelle vostre abitazioni e sistemate nel freezer il polpettone della mamma, pensando che proprio non volete tornare in ufficio, qui lo show must go on e noi siamo arrivati alla quinta puntata di SessuOhhhlogismi, l’empia rubrica nella quale trattiamo temi scottanti in compagnia di Ohhh.

E così, dopo aver amorevolmente discorso di limoni, preliminari, fellatio e cunnilingus, avevo in programma di parlarvi di altro ma, dopo aver incontrato una mia cara amica (recentemente mollatasi con lo storico zito), che a seguito di due gin tonic ha aperto i rubinetti delle confidenze del talamo nuziale, rievocando in me sopite memorie di frustrazioni passate, ho deciso di rivedere il calendario dei nostri argomenti e affrontare questo scomodissimo tema: l’eiaculazione precoce.

Dicesi eiaculazione precoce (EP, d’ora in avanti) una disfunzione sessuale maschile che colpisce mediamente 1 uomo su 3. Straordinariamente, tuttavia, solo 1 uomo su 100 pare essere consapevole del suddetto disturbo e solo 1 su 300 fa qualcosa per porvi rimedio.

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Gli altri prediligono la strategia dell’ignavia, assumendo che per noi donne non sia poi questo gran problema se i loro coiti durano meno dei loro starnuti e che, in fondo, non sia questo grande tema perché MAGARI per le donne il piacere sessuale non è così importante come per loro. Del resto l’esistenza delle zone erogene femminili è ancora assimilata al mito, l’orgasmo è incerto, apparentemente molteplice ma in qualche modo irraggiungibile, il punto G è una specie di Nessy sommerso nelle profondità della nostra femminea concavità…cosa sarà mai – nell’economia emotiva di una relazione – se l’uomo non riesce a condividere in maniera ragionevole (cioè, non stiamo parlando dei maratoneti del materasso capaci di fare “30 ore per la Fica”, bensì di una normale durata media di un rapporto) il piacere sessuale con la propria partner?

Un CASINO. Ecco cosa sarà mai. Conseguenze nefaste, saranno. Nell’emotività della donna, infatti, quando ha un partner-leprotto, si creano pericolosi meccanismi mentali, consequenziali, praticamente un percorso tortuoso di frustrazione, la cui destinazione ultima è la ricerca di emozioni altre, il risentimento, il rancore, l’insostenibile frigidità dell’essere.

Al momento dell’approccio, la donna si ritrova infatti a pensare cose come:

Uff, di nuovo, madonna non c’ho voglia. Eddai smettila di appoggiarti. Però boh, quasi, quasi…No ma tanto lo so già come finisce. Sì, ok, va bene, te la do. Spero tu ti sia fatto una sega nelle ultime 12 ore…vabbé che peggio dell’altra volta non può andare. Almeno però pensa agli attentati terroristici, all’imminente inizio del Grande Fratello Vip, al surriscaldamento globale, alle malattie incurabili. Ok, ok, dai, non male, ok. Dai, non malissimo, quasi bene, dai, bene. Mh. Bene. Bene, continua. Dai, crediamoci. Magari stavolt…No, no dai. Ti scongiuro non venire. Sì. Così. Bravo. Continua. No dai, cazzo fai?! Se gemo rallenti, interrompi, salti fuori come una biscia dalla tana. Dio mio, preferisci che sbadigli? Oh no. No. Conosco quella smorfia…Sì sì, lo so, sta per succedere. Eccallà. Non ci posso credere. È SUCCESSO DI NUOVO. This is the end, my only friend, the end. Ansima, ansima, che la mamma ha fatto gli gnocchi. STRONZO! 

E, per un lasso di tempo di variabile durata, immediatamente successivo, vi detestiamo. Semplicemente. Vi detestiamo a maggior ragione se commentate la performance. Se dite che è colpa dell’orario, dello stress, della posizione, dell’emozione, dell’andamento delle piazze finanziarie. Vi detestiamo se dite che siamo noi che vi eccitiamo troppo (manco avessimo 16 anni e potessimo ancora credere a simili minchiate), che siete passionali, che la prima volta è così (come se al secondo giro dovessimo assistere a un lungometraggio, e invece sempre un trailer ci tocca). Vi detestiamo anche se non dite nulla, se tacete, perché è come se deste per scontato che ormai così è e va bene che così sia. Ma, più di tutto, vi detestiamo se iniziate a dire che vi dispiace, mentre andate in bagno a lavarvi o vi girate dall’altra parte, perché the party is over, venuti voi, venuti tutti, e nel mentre dobbiamo presumibilmente anche consolarvi (e il nostro umore non è che sia molto migliore del vostro) o raccontarvi che va bene così, che non importa, che non è un problema.

Sfatiamo un mito: CERTO CHE è UN PROBLEMA. Ovviamente è un problema. Ma non è un problema se non hai una performance da pornodivo, perché neppure io sono Selene, per l’amor del cielo. Il problema è che hai un problema, che non possiamo chiamare “problema” perché se no diventa un “problema” ancora più grosso, e fingi di non averlo. Il problema è che per me donna è assai complesso dirtelo, che è un problema. Perché non voglio offenderti, non voglio ferirti, non voglio sembrare un’amazzone che rade al suolo la tua virilità. Ma tu sappi che EVIDENTEMENTE è un problema (ed è peggiore del mio grasso, o della mia cellulite, o del mio culo floscio). EVIDENTEMENTE è un problema se tu hai finito prima ancora che io abbia iniziato. E sì, sì, parlo a te. A te che sei convinto di durare 20 minuti e ne duri 1. A te che sei convinto ti capiti una volta ogni tanto e invece l’eccezione è quando riesci a durare più di uno spot su Youtube non skippato. A te che non hai mai pensato di fare una ricerca in internet per capire come mai non riesci proprio a dominare i tuoi spermi indifferenti e strafottenti. A te che non hai mai pensato di comprarti un preservativo ritardante o una di quelle pomatine apposite perché tu, vera icona del machismo contemporaneo, non ne abbisogni di certo. A te che non ti curi del fatto che la tua partner non venga, né prima, né durante, né dopo la tua performance da Benny Hill. A te che non ne parleresti mai con un andrologo o con un altro medico. A te che innalzi un muro attorno a questo tema, con la tua compagna, invece che affrontare con lei la situazione e tenere quanto più in salute la vostra sessualità, che dev’essere condivisa e non ridursi a un pretestuoso svuotamento delle tue gonadi.

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E allora, caro 33% della popolazione maschile, mettiamola così. Mettiamola che tu stai più attento alla qualità e alla durata delle tue prestazioni, senza chiamare in causa ansie e sbattimenti, perché lo fai per il benessere tuo e delle tue partner sessuali. Se il fenomeno inizia a diventare troppo frequente, continuativo, praticamente una costante della tua vita erotica, magari prendi qualche provvedimento sensato. Nel frattempo, se hai l’inclinazione a godere il flashforward, eccoti alcuni consigli che non può farti male seguire:

  1. I preliminari. Falli. Falli e falli bene. Il sesso è – vivadio – un’esperienza ampia e assortita. La penetrazione è un ingrediente (assai importante) ma non è l’unico. Distribuisci i pesi e i tempi, offri spazio a tutto ciò che viene prima e gioca d’astuzia. Insomma, falla venire prima, usando tutti i tuoi tool. E no, stai tranqui, se hai la tendenza a essere particolarmente sollecito, non è che senza preliminari duri quanto l’esalogia di Star Wars. Non cambierà molto, stai tranqui, quindi nel dubbio falli.

2. Quando dico “tool” non mi riferisco solo alle tue mani, e al tuo apparato orale (che EVIDENTEMENTE farai bene a chiamare in causa per sopperire a eventuali, successive celerità), quanto anche alla possibilità di introdurre nel menàge dei sex toys (un benamato dildo con cui tu possa giocare, insieme a lei, e scaldarla debitamente da prima, per esempio)

3. Fai caso alle posizioni e alle pratiche che ti accelerano di più. Da sopra, da sotto, davanti, da dietro, a testa in giù come un prosciutto. Vedi tu, ma facci caso. Così saprai cosa fare per allentare e cosa fare per andare dritto al punto.

4. Quando sei lì, al quid della sporca faccenda, fai ciò che devi e fallo senza esitazioni. Nel senso che prolungare la sessione in maniera incerta, titubante, esile, come se questo potesse migliorare radicalmente gli esiti, è persino peggio. E allora se devi durare 20 secondi, durali, ma almeno durali con convinzione. Anche perché non saranno quei 10 secondi in più di mestizia che svolteranno la situazione.

5. Falla venire. Se hai finito e lei non è riuscita a seguirti, rinsavisci, pulisciti, fai ciò che devi, e poi riprendila. Afferrala, senza esitazioni, e falla venire. Gioca ancora, fallo senza timore, senza chiedere il permesso e senza farle come fosse un favore (cit). E lo so, che dopo i fuochi d’artificio tu vorresti soltanto collassare in panciolle, sudato, e dormire, o ruttare, o giocare alla play, o quello che te pare. Ma hai una donna accanto, e sarà il caso che tu faccia l’uomo, giacché come forse saprai il sesso regola moltissimo gli equilibri nella coppia e le donne DOVETE FARLE VENIRE. O almeno ci dovete provare sinceramente, con zelo e buona volontà. Senza ossessione ma con sentimento. Non so se ci siamo capiti.

Detto tutto ciò, il sesso è un affare umano, fatto di incontro, condivisione, scoperta e – naturalmente – imperfezione, lo sappiamo bene, non fraintendeteci. Ma, se nel sesso viene meno l’idea irriducibile dell’altro, del suo piacere e del suo benessere; se poniamo fine al dialogo tra i corpi, al dibattito dei sensi, allo scambio, all’interazione fatta di carne e sudori, e umori e odori, se rinunciamo a quella complicità che dalle lenzuola si estende nella vita, ebbene priviamo di poesia ed efficacia quello che dovrebbe essere il principale collante di una coppia.
O di chiunque, a vario titolo, si impegni per un po’ ad amarsi.
Per quello che è. Per quelli che siamo.
Pensateci. 
Il sermone è finito. Qui è tutto, ci riaggiorniamo a settembre con la sesta puntata di SessuOhhhlogismi!

Matrimoni: cosa pensiamo e NON diciamo

[Il seguente post contiene contenuti forti e sincerità esplicite. L’acidità non è stata censurata. Se ne sconsiglia la lettura a buonisti, fondamentalisti romantici, illusi e Pollyanne varie]    

Recentemente una mia amica si è sposata e non mi ha invitata al suo matrimonio. Non è che fosse proprio una mia amica stretta. Abbiamo lavorato insieme, fatto delle cene, qualche aperitivo, visto qualche puntata di X-Factor a casa sua, per carità. Uno di quei rapporti amichevoli normali, che tutti quanti intessiamo nella nostra quotidianità, basati su stima, simpatia, circostanza, non tantissimo di più e non molto di meno.

Un’altra amica in comune mi ha scritto che le spiaceva che non mi avesse invitata. Così ci ho pensato, ma mi sono accorta che io ero proprio serena, sollevata quasi. Tutt’altro che offesa. Tutt’altro che esclusa.

Ci ho pensato e ho capito che se non abbiamo un rapporto stretto, se non ti ho mai retto la fronte mentre vomitavi ubriaca, se non mi hai mai tenuto la porta del cesso o non mi hai mai prestato i fazzoletti per asciugare la pipì, se non mi ricordo come cazzo ti vestivi a 15 anni; se non sai il nome del più grande amore sbagliato della mia vita, se il tuo compleanno me lo deve ricordare Facebook, se non hai idea di come si chiamino i miei genitori; se il tuo fidanzato l’ho visto meno di 5 volte nella mia vita; se non ti ho mai consolata mentre piangevi perché non hai mai pianto davanti a me; se non siamo mai state almeno 3 ore a parlare e ridere da sole, se non abbiamo mai fatto una vacanza insieme, se ci sentiamo due volte all’anno, ebbene in tutti questi casi SE NON MI INVITI al tuo matrimonio, mi fai un favore enorme e io ti vorrò più bene di prima. Perché? Mò te lo spieco.

A me i matrimoni, di per sé, non piacciono, si può dire senza essere lapidati in pubblica piazza? Lo so, sono una persona brutta, morirò grassa e sola, e brucerò all’inferno, lo so. Ma non posso farci nulla. Vi giuro che ho provato a farmeli piacere, senza dubbio sono migliori dei funerali (come qualcuno mi ha suggerito) ma purtroppo mi fanno piuttosto cacare, e posso dire con certezza di non essere la sola (siamo un bel gruppo, diventeremo associazione, poi partito, vedrete).

Devo dunque essere estremamente motivata per affrontarli, devo volere MOLTO bene alle persone che si sposano, intendo proprio affetto, intendo una cosa che vada oltre la simpatia, la piacevolezza, l’etichetta, la politica, il network. Devono proprio essere miei amici e allora, per esempio, mi commuovo quando il padre scorta la sposa all’altare, mi commuovo quando i nubendi dicono cose tipo “prometto di prendermi cura di te sempre, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia e blablabla“. A volte mi commuovo anche quando a fine ricevimento tagliano la torta a 12 piani e sono persino felice perché intorno ci sono tutti i miei amici e penso che forse queste sono le ultime occasioni nelle quali riusciamo a trovarci ancora tutti insieme, mentre viviamo sparsi per il mondo, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso per i fatti suoi. E ciò è bello.

Ma, ripeto, vale per poche, pochissime persone. Viceversa, io i matrimoni li soffro. Assai (specialmente quando ne collezioni circa 10 nel giro di un triennio). Perché?

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1. I matrimoni costano. Assai. Troppo. A tutti. Agli sposi e agli invitati. Richiedono spesso e volentieri che tu debba spostarti in un’altra città, fare un weekend fuori (durante il quale ci sarà la cerimonia), pagare un volo aereo, gli spostamenti annessi e connessi, la notte in hotel, fare il regalo, andare dal parrucchiere e ovviamente comprare il vestito, le scarpe, la borsa, gli accessori, fare la manicure e la pedicure.

2. Riciclare i vestiti è problematico, nell’era dei social network in cui le foto di tutti i matrimoni infognano le timeline da maggio a settembre senza soluzione di continuità. Bisogna variare. Non sta bene.

3. Il regalo. Io capisco che non abbiamo più bisogno dei servizi della Regina Elisabetta e della Porcellana di Boemia, ma raga qualcuno deve dirvelo quanto sia di pessimo gusto ricevere un invito accompagnato da un IBAN. Certo, voi direte: come si fa? C’avete ragione. Ma se il concept del matrimonio contemporaneo è questo, sappiate che non è elegante. Ovvio è che da qualche parte questo conto corrente ce lo dovete pure indicare, quindi in alternativa ci sono i siti web che raccontano la vostra storia, il vostro sogno, il viaggio che vi regaliamo (o insomma le coordinate per ripagare, almeno in parte, i costi del sontuoso ricevimento).

4. Ai matrimoni si soffre. Fisicamente, si soffre. Le donne soffrono perché sono su trampoli insensati per i quali già a metà della cerimonia, a fare alzati-e-siedi-alzati-e-siedi-scambiatevi-un-segno-di-pace non ne possono più. E gli uomini, i poveri uomini, perché squamano come carogne putrefatte all’Equatore, con il vestito, la camicia e la cravatta in una Chiesa d’estate.

5. A questo proposito: conoscete gli sposi da 2 anni, 5 anni, 10 anni, 15…vent’anni e non li avete MAI visti o sentiti andare a messa. MAI cazzo. Manco per sbaglio. Mai dire una cosa anche solo vagamente cattolica. Ovviamente, tuttavia, a ridosso delle nozze essi ti guardano e ti dicono: “No ma io credo in Dio”, aspettandosi che tu ci creda perché, in fondo, la fede è un fatto privato, come il meteorismo. Tu annuisci e dici “Certo”, accettando tacitamente quel lieve imbarazzo che si crea. Che, per inciso, a me non cambia nulla se vi sposate in Chiesa perché così vuole la mamma che paga il ricevimento, o perché in Chiesa è più suggestivo. Figurati se non capisco l’importanza della location, i fiori, l’organo, il teatrino, un celibe canuto che vi spiega il senso più profondo del matrimonio, attraverso la parabola di una religione che non praticate da quando avete fatto la Prima Comunione.

6. I matrimoni sono noiosi. Sono mortalmente noiosi. Quasi tutti (state calmi, ho detto “QUASI“). Lenti, formali e con un velato sapore nostalgico, un’aria da “siamo diventati vecchi”. Ve lo giuro che non sono divertenti. Non lo sono neppure quando pensate che lo siano. Di norma ai matrimoni non c’è Martina Stella, né Marco Cocci. E neppure Stefano Accorsi. E manco Santamaria o Pasotti, che quando il livello di disperazione sale pure Pasotti va bene. E noi, invitati sotto la meno-andropausa, non vediamo l’ora che arrivi la fine della festa, il salvifico momento dell’open bar, in cui finalmente possiamo ubriacarci, toglierci le scarpe e ballare. Eh lo so, costa assai un matrimonio, mò vogliamo pure l’open bar? Ma certo: no alle bomboniere, sì al gin tonic.

7. Dai matrimoni torni facilmente stremato. Fisicamente, come detto (l’illusione che la messa alle 16 del pomeriggio di agosto sia una passeggiata, è per l’appunto un’illusione, perché ok che non sei tutto ingiuppinato dalla mattina alle 10, ma ci sono comunque 8 milioni di gradi centigradi lì fuori e tu non sei esattamente in shorts e infradito). Ma anche emotivamente (fatta eccezione per gli unici 2 invitati, su 150, che ciulano, che – di solito – sono il testimone single e l’invitata più bella, che non sei tu). Di base, se sei in coppia pensi che non sei ancora sposato, che forse dovresti anche tu, che perché lui a te ancora non lo chiede? Se sei single, lasciamo perdere, puoi al massimo appellarti alle statistiche sui divorzi o agli studi sulla sessualità delle coppie coniugate, poi sentirti una persona orrenda, struccarti e andare a dormire. Se sei sposato da anni probabilmente pensi: perché lo fate, disperati ragazzi miei. Se sei gay e sei single non hai nemmeno più la scusa che non puoi sposarti perché non si può. Ora puoi, anche se non è proprio-proprio matrimonio. Quindi vieni qui fratello, dammi il cinque.

8. In compenso è rarissimo cuccare ai matrimoni per il fatto molto semplice che gli uomini sono tutti accoppiati, oppure in Sindrome da Branco per cui il loro unico intento è bere, urtare il bicchiere con il coltello, fare i cazzoni. E beati loro, sia chiaro, che almeno forse un poco si divertono. Di sicuro non mirano a broccolare normo-donne tirate a lucido e sul depresso-andante, che, salvo che non siano Kasia Smutniak, si sentiranno più invisibili dei neutrini.

9. Il lancio del bouquet, mioddio, è una delle espressioni più retrograde e misogine di tutta la manfrina nuziale, per quanto mi riguarda. Donne che s’accapigliano per prenderlo, donne che lo evitano manco fosse un piccione orbo con la diarrea che s’avventa su di loro. Se sei single, inutile dirlo, il fatto di doverti disporre — solo in quanto portatrice di vagina — in mezzo a quelle che si sposeranno prossimamente – laddove il tuo matrimonio con Mr. Invisible è dato 100 a 1 alla Snai – è disturbante quanto una sodomia non consenziente.

10. C’è talmente tanta gente, ai matrimoni, che è impossibile godersi gli sposi, che devono giustamente stare dietro a tutto il baraccone e omaggiare a turno gli ospiti. Quindi ti fai questo supplizio per i tuoi amici, che a stento incrocerai per 10 minuti nell’intera giornata.

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E solo questo può edificare l’ultimo, scottante tema, ovvero l’addio al nubilato, e cioè il fatto che per lo meno ti godi la sposa in un contesto più raccolto e informale rispetto alle nozze. Addio al nubilato, che tuttavia è diventato la definitiva espressione turbo-sentimentale del capitalismo. Un’aberrazione totale per la quale nel giro di pochi anni siamo passati dalla pizzella tutta al femminile, a se-non-vai-come-minimo-a-fare-un-weekend-a-Formentera per festeggiare il fatto che un’altra ha trovato marito (un’altra, non tu!!!) non sei nessuno. Oppure possiamo restare in zona e andare alla Spa, fare il percorso benessere, il massaggio, la cena tutte insieme al ristorante argentino, e poi andare a ballare (che praticamente, a Milano, spendi tanto quanto andare a Barcellona. e non c’è nemmeno Gaudì). In alternativa, puoi andare in giro vestita come una deficiente, insieme ad altre vestite come delle deficienti. E sì, prima che le addioalnubilato-planner di tutto il mondo si rivoltino nelle loro t-shirt fosforescenti, e nei loro giochi a tema, e nei loro gadget a forma di cazzo, io sono felice se voi vi divertite a fare queste robe. Semplicemente, io non mi diverto.

Tutto questo per dire che tutta questa menata dei matrimoni posso sopportarla se il tuo fidanzato mi ha retto la fronte mentre vomitavo ubriaca, se ti ho prestato innumerevoli fazzoletti per asciugare la pipì e se mi hai tenuto la porta del cesso. Se posso prenderti per il culo perché a 15 anni indossavi le camicie di flanella e se ti ricordi che quando mi hai conosciuta avevo la borsa della Phard e il monociglio. Se sai il nome del più grande amore sbagliato della mia vita, se ci siamo scambiate le scarpe e prestate i vestiti, se il tuo compleanno me lo ricordo a memoria da 15 anni, se i tuoi genitori mi hanno vista crescere, se con il tuo fidanzato ci ho chiacchierato per ore e per ore ci ho riso. Se sono passata a prenderti in macchina decine di volte e decine di volte ti ho aspettata perché non eri pronta mai. Se ti ho consolata mentre piangevi, tutte le volte che mi hai pianto davanti. Se hai risposto alle mie telefonate alle 3 di notte mentre stavo sbroccando per qualche stronzo della mia vita. Se abbiamo fatto le vacanze insieme, e visto le giornate finire e ricominciare, all’alba, sulla spiaggia. Se mi ricordo quanto eri pesante quando a scuola non prendevi un voto abbastanza alto, e mi ammorbavi per tutto il tragitto della Circolare Rossa, mentre tornavamo a casa. Se abbiamo fumato insieme le prime sigarette. Se ho imparato a capire i tuoi silenzi. Se ci siamo allontanate e riavvicinate. Se siamo andate insieme al primo Heineken Jammin Festival. Se abbiamo perso il conto dei capodanni, dei ferragosti, dei festini, delle partite a carte, degli arrosti di carne, dei limoni e delle vodke al limone, dei giri in motorino, delle nottate in villa a parlare. D’inverno e d’estate.

Se tutto questo è successo, farai bene a invitarmi e io l’ennesimo matrimonio me l’accollerò. E non sarò cattiva, lo prometto. Anche se i matrimoni mi fanno cacare. Ma sarò felice, sinceramente, per te. Lo sarò del fatto che ami un uomo, che ti ama a sua volta, e che insieme state facendo una scelta coraggiosa, come giurarvi eterni amore e fedeltà.

E se poi un giorno dovessi mai sposarmi con un ricevimento ultra-tradizionale e barocco, con i colombi che volano, i petali di rosa, i fuochi d’artificio, il velo in testa, lo strascico di 6 metri, in Chiesa, dal mattino alla notte, senza open-bar, con le bomboniere, ecco giuro che chiederò ammenda per questo post.

Al momento preferisco fantasticare sul mio non-matrimonio, che sarà una festa, dove ci sarà tanto alcol, e della buona musica, e la piscina per tuffarsi di notte. Delle friselle. Delle bombette di Martina Franca arrostite. Formaggi freschi. Frutta. Gelato. Del digestivo. Gli amari. Le stelle. I grilli che canteranno. Le scarpe basse. Raffaella Carrà e Donatella Rettore, perché lo sapete che ci saranno. E gli amici, quelli veri. E i parenti, quelli stretti.

E poi verrà l’alba. E io e il mio non-marito ci chiederemo, abbracciati sotto un plaid umido, su una sdraio umida, mentre il cielo si tingerà di striature tra il rosa e l’arancio: “Chissà se si sono divertiti”. E voialtri sparlerete del nostro non-matrimonio. Ma noi saremo felici lo stesso e forse questo è ciò che alla fine importa.

Che siate felici. Insieme.

20 Segnali Allarmanti di una Frequentazione

Sono un po’ di giorni che medito su una lista di segnali allarmanti che bisogna rilevare all’inizio di una frequentazione con un tipo. Segnali che indicano il fatto che questo individuo potrebbe piacerti e potrebbe finire con l’interferire con la tua vita da single (perfettamente architettata e strutturata in anni di introspezione, masturbazione mentale e libera pugnetta in libero status).

Ora, prima che vi allarmiate: no, non mi sono fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Semplicemente, di recente, ho avuto modo di riflettere su questo tema e di tirare giù questo elenco di preoccupanti sintomi.

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  1. Hai perso il conto delle volte che l’hai visto. Ma dopo ogni appuntamento continui a fare un reportage a una ristrettissima selezione di amiche, spiegando loro quanto sia surreale frequentare una persona normale in un modo normale, con normalità, nel senso normale della parola normale. Sentirti a tuo agio. Parlarci. Riderci. Oziarci. A volte stare zitti. Il tutto puntualmente corredato da un appendice con tutte le cose carine che ha detto o fatto per te, e quelle che tu hai detto o fatto per lui.

2. Quando ci passi il tempo insieme abbandoni il tuo smartphone, ormai naturalizzata propaggine dei tuoi arti superiori e all’occorrenza inferiori. Inspiegabilmente. Per ore. Ore. Ore. Al punto che i tuoi amici iniziano a pensare di dover contattare la Polizia o la Sciarelli per appurare che fine tu abbia fatto. Quando riprendi il telefono in mano, trovi decine di notifiche tutte relative a messaggi il cui tenore è “Tesoro? Dove sei?” – “Che fine hai fatto?” – “Oh, tutto ok?” – “Non accedi da 6 ore, sono preoccupatissimo” – “Dammi notizie” e via discorrendo.

3. Dormi a casa sua. E lo fai dormire a casa tua.

4. Compri casualmente uno spazzolino nuovo che non ti serve, ma può sempre servire. Lo dai a lui. Lo lascia da te.

5. Per strada ti abbraccia e glielo lasci fare.

6. Ci limoni in pubblico anche se nutri una profonda idiosincrasia per quelli che limonano in pubblico.

7. Lo ascolti con interesse quando ti parla della sua famiglia.

8. Gli fai domande sul suo lavoro e (ciò è incredibile) presti attenzione alle risposte.

9. Ti viene voglia di cucinare per lui. A te. Che hai brevettato un metodo infallibile, economicamente disastroso e nutrizionalmente disturbato per non accendere MAI i fornelli.

10. Lo porti a un evento dove ci sono anche dei tuoi amici, di quelli che non ti vedono arrivare accompagnata a un evento da quando su Facebook si parlava ancora in terza persona.

11. Acconsenti ad andare a cena con i suoi amici, invece che con i tuoi. Ciò comporta che inizierai a fare tripli salti mortali con la tua agenda, a uscire in continuazione perché se c’è una cosa che il fondamentalismo single ti ha insegnato è che non esiste pene al mondo per il quale tu debba trascurare i tuoi amici. Il risultato sarà che diventerai un animale sociale, dissesterai le tue finanze essendo sempre in giro e sarai perennemente stanca. Ma quasi felice.

12. A letto vi abbracciate anche se ci sono quattromila gradi centigradi, e poi vi separate (perché ti prego, ci sono altri 30 centimetri dal tuo lato, per piacere vai). Ma nel corso della notte vi cercate altre dieci volte. Il ché significa che dormi di merda, ma è secondario.

13. Perdi il tuo (già precario) equilibrio intestinale perché non potresti mai fare la cacca a casa sua. Vorresti, sia chiaro. Ma non puoi. Il tuo intestino ha deciso che non s’ha da fare.

14. Addio all’uso delle pochette. Devi sempre portare in borsa un mini-beauty con le salviette struccanti, lo spazzolino da denti e una bustina con l’intimo di ricambio. Non lascerai volutamente nulla a casa sua perché purtroppo conosci a memoria Sex and the city e pensi che in ogni uomo esista un piccolo Mr. Big.

15. Uscite insieme anche se sei al primo giorno di ciclo. Lui lo sa e vuole vederti lo stesso.

16. Sbirci il vostro riflesso in tutte le vetrine/specchi/pozzanghere possibili. Pensi che sia strano. Pensi che sia bello. Vorresti avere una foto di voi insieme, ma è una roba da bimbiminchia quindi respingi il pensiero e, ti prego, siamo seri.

17. Non gli hai mai dato un pacco strategico, per tirartela. Non adotti particolari strategie. Non lasci strategicamente i messaggi con le doppie spunte blu senza risposta. Non scrivi troppo. Non ti agiti se non risponde lui.

18. Se qualcosa ti da fastidio, provi a spiegarlo con calma zen, senza essere precipitosa, o feroce, o contundente, o provocatoria, o inutilmente sarcastica. Non è detto che tu ci riesca, perché sei troppo abituata a essere tutte quelle cose lì. Ma ci provi e l’impegno qualcosa significa pure.

19. Inizi a usare delle voci imbarazzanti quando ci parli. Succede di rado, ma succede. E non succedeva da secoli. E tu cerchi tra i tuoi contatti il numero di Padre Karras affinché accorra prontamente a praticarti un esorcismo d’emergenza, così che tu possa tornare in te e smetterla di comportarti come una persona mentalmente danneggiata.

20. Last but not least: NON scrivi un post su di lui, spiegando chi è, com’è, quanti anni ha, cosa fa, di dov’è, dove l’hai conosciuto, quando, cosa e perché no, NON ti sei fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Forse ne scriverai, più avanti. Ma lo farai come quando si stampavano le fotografie dopo le vacanze.

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Era diverso, allora. Allora ci si godeva la vacanza e al massimo si scattava. Il resto veniva dopo. Non si perdeva tempo a selezionare, ritagliare, ritoccare, editare, pensare alla frase, scegliere gli hashtag, pubblicare, contare i like e rispondere ai commenti in tempo reale.

Prima si viveva e le fotografie si guardavano al rientro alla normalità.

Ecco, se ne scriverò, lo farò così. Al rientro alla normalità.

Per ora mi godo il viaggio. Il panorama. Il vento caldo. L’inaspettata serenità. Questa passeggera, e deliziosa, micro-felicità.

Orologio Biologico e Maternità

Oggi ho avuto un imbarazzante scambio dialettico con la mia estetista.

Dopo aver parlato, come da tradizione, della piaga dei peli incarniti (che non capisco perché il mondo femminile non si unisca e non crei un movimento culturale che combatta la depilazione in favore del libero irsutismo selvaggio), dopo aver appreso cos’è un “callo molle” o che quei peli da maschio tra l’ombelico e il pube si chiamano “linea alba”,  ho avuto l’infelice idea di chiedere:

“Come sta il pupo?” (che è la mia formula per manifestare interesse nei confronti dei figli altrui), memore del suo relativamente recente sgravamento.

“Bene! Adesso ha 2 anni e blablabla”. Ascolto con un discreto interesse la risposta, finché non mi fa: “Tu hai un figlio?”

“No” STRAP (perché intanto è lì che debella peli come se tu avessi appuntamento con Michael Fassbender e invece no, andrai coi tuoi amici terrons a mangiare una pizza napoletana, al massimo)

“Ah…vabbé ma tu sei giovanissima”, dice, provando a rimediare a quella che ha l’aria di essere una gaffe.

“Insomma”

“Quanti anni hai?”

TrentaSTRAP.

“Appunto, sei giovanissima…”,

“Perché tu quanti ne hai?”

“Trentaquattro” STRAP.

“Eh allora!”, le dico, mentre emetto gemiti di dolore e insofferenza.

“Sì ma guarda non c’è fretta, bisogna sentirsi pronti. Tu sei fidanzata?” STRAP

“No”

“Eh, si sta così bene da soli”

“Eh già” STRAP

A quel punto ho deviato su quanta stima io nutra per lei, epica madre e donna lavoratrice. Le ho chiesto se ne voglia altri, le ho chiesto se ha i suoi genitori che l’aiutano, perché sai, anche volendo, noi turbofemmine del sud non c’abbiamo nemmeno la mammà vicino che ci assista la prole con del gratuito babysitteraggio.

Sono andata via riflettendo sul fatto che alla Fase Matrimoniale sta pian piano affiancandosi la ben più impegnativa Fase Gravidanza (in cui inevitabilmente ti ritrovi con altre donne a parlare di visite ginecologiche, cure ormonali, ecografie, uteri retroversi, ovaie, congedi di maternità, nomi di battesimo, pannolini, pappette, pance fotografate e pubblicate sui social, fotografie di neonati da guardare e dire “ooooohh”). Che è tutto bellissimo, per carità, e quando io dico “ooohhh” penso davvero “oooohh”. Ma c’è qualcosa che inizia a stridere. Perché mentre loro dibattono di giorni fertili, tu pensi ai metodi contraccettivi.

Ma non è solo questo. È che quando hai 30 anni inizi a far caso a quella deprecabile propaganda uterina che ci ricorda ogni santo giorno della nostra vita che non stiamo procreando, che dovremmo procreare, che siamo femmine adulte in età fertile, tic tac, tic tac, che non sono le caramelle bensì la lancetta del tempo che passa mentre le tue ovaie invecchiano e i tuoi fibromi, la tua endometriosi, i tuoi estrogeni e tutto il salamalora diventa progressivamente più inefficiente. Perché certo, Gianna Nannini ha avuto un figlio a 50 anni, ma tu vorrai mica fare come Gianna Nannini? E poi, lo sai, più invecchi più diventa difficile farne. Lo sai, il tuo corpo sarebbe stato pronto a sfornare da quando avevi 12 anni, la temperatura era pronta, era tutto il resto che mancava.

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Tutto il resto che la società diceva essere importante: studiare, laurearsi, emanciparsi, fare lo stage e duemila contratti a progetto, intraprendere qualche genere di carriera, diventare indipendente (dai genitori e dagli uomini), cercare la stabilità, la realizzazione come persona e come donna, e blablabla. La stessa società che, ADESSO, mentre hai passato 10 anni a rincorrere tutto ciò che ti ha detto che dovevi rincorrere, ti ricorda che sì, ok, brava assai, mapperò non stai adempiendo al tuo dovere biologico di incubatrice. Yessir, la stessa società. E, badate, che quando parliamo di “società” non ci riferiamo mica soltanto allo schieramento di madri/zie/nonne/cugine/medici/amiche-di-scuola-che-sono-già-alla-terza-gravidanza. Ci riferiamo alla maternità come fatto mediatico (vedere “Coppie in attesa“, un reality con donne che sgravano davanti alle telecamere, lo confesso, mi ha lasciata non poco interdetta). Ci riferiamo a quella povera Jennifer Aniston che non può mangiare due donuts in più senza che le attribuiscano lo stato interessante (qui la sua riflessione in merito, pubblicata dall’Huffington). Ci riferiamo alla pubblicità di ClearBlue che ti dice anche di quante settimane sei incinta e che il feto nascerà sotto il segno dello scorpione ascendente bilancia; oppure quella delle pappine Mellin che parte con i gorgheggi dei neonati montati a ricreare la melodia della ninna nanna (vi prego, ditemi che ce l’avete presente e che viene anche a voi il cristo quando la vedete). Ci riferiamo al fatto che persino Bridget Jones, un personaggio icona per le single di diverse generazioni, di tutto il mondo, con il suo alcolismo, il suo tabagismo, la sua predilezione per gli uomini di merda, persino Bridget Jones trova la salvifica redenzione sociale attraverso la maternità (sebbene non sappia chi tra i suoi ben DUE manzi sia il padre, ma dell’assurdità della trama ne parleremo forse dopo che l’avrò visto).

Allora, lasciate che vi dica qualche cosa, se lo permettete:

  • esistono donne che figli non ne possono avere perché sono single e non è ancora normata la possibilità – per una donna single, in Italia – di avere (o adottare) un figlio qualora lo desideri (personalmente gestisco ancora la mia bomba a orologeria biologica pensando che un figlio non sia un Cavalier King Charles Spaniel e che per farlo vorrei concepirlo di comune accordo con un uomo che amo, e che mi ami, e che mentre lo facciamo – per lo meno nei presupposti – ci sia l’intenzione di offrire al nascituro un nucleo familiare basato sull’amore e sul rispetto, una favola derivata dal mio background affettivo, ma che volete, almeno provarci; questo per il momento, nel senso che gli ormoni sono pazzi, quindi non possiamo escludere a priori che tra due o tre anni, quando sarò completamente in botta, io vada in Olanda a scegliere il mio donatore di seme alto 1.90).
  • esistono donne che figli non ne possono avere anche se hanno un compagno, perché non sono fisicamente capaci di farlo e magari stanno facendo accertamenti o esami per capire come gestire la situazione
  • esistono donne che figli non ne possono fare e non potranno farne mai perché hanno avuto qualche problema di salute che l’ha reso impossibile per loro
  • esistono donne che i figli hanno provato a farli, ma li hanno persi
  • esistono donne che figli non ne possono fare perché il loro compagno è sterile, e magari lo faranno con l’eterologa, se potranno, in qualche altrove, ma ancora non lo sanno
  • esistono donne che figli non ne vogliono fare e questo è, se possibile, persino più stigmatizzante in una società dove il completamento supremo della femminilità è il connubio matrimonio+figli. Donne che si sentono anche in colpa a pensarlo o a dirlo, che ci hanno messo un decennio a trovare un po’ di equilibrio e adesso non friggono dal desiderio di rimettere tutto in discussione, di farsi le pere di ormoni, di rallentare con la carriera, di dover vivere in funzione dei figli per i successivi ennemila anni. E così via. E si sentono in colpa perché è come se disattendessero un’aspettativa naturale, legata all’essere donna in quanto tale, quando forse quell’aspettativa è più culturale di quanto non si creda.

In fondo siamo nel 2016. È importante che il genere umano continui a riprodursi, naturalmente, ma smettiamola di pensare che l’unico veicolo di realizzazione per una donna sia la maternità. Per carità, dev’essere una cosa meravigliosa e grandiosa la maternità. Ma non è l’unica che possiamo fare nella nostra vita. Non è quella la misura del nostro successo, della nostra femminilità o della nostra eterna felicità. Essere madre è una scelta, un’opportunità, una fortuna, un atto di coraggio, va rispettato e apprezzato. Nella stessa misura in cui vanno rispettate e apprezzate le donne che madri non sono, per scelta o per circostanza. Per il fatto semplicissimo che se proprio devo essere “giudicata” dalla società voglio esserlo come persona, non come apparato riproduttivo. Per il fatto semplicissimo che non voglio essere considerata incompiuta se non mi riproduco. Per il fatto semplicissimo che se ascoltassimo ciò che effettivamente vogliamo, forse scopriremmo che non siamo davvero tutte fatte per essere madri e che essere madre non significa assecondare il trend generazionale e sociale che ci vuole tutte rampanti ed eroiche genitrici. Molte sì, altre no, e mi piacerebbe che ci fosse spazio per tutte, in questa modernissima società in cui puoi pure vincere il Premio Pulitzer, ma non sarà mai come dire “sono incinta“. Che forse le nostre nonne e bisnonne, quelle che hanno partorito 9 figli, se avessero avuto una scelta, se culturalmente avessero potuto decidere di fare altro, magari l’avrebbero fatto.

Noi questa scelta l’abbiamo e consiste nella libertà di essere donne realizzate, con o senza figli, con o senza marito. Badate, non sto dicendo in termini personali che io non vorrei mai figli, anzi. Sto dicendo che abbiamo una scelta e che non è una scelta da poco.

Sto dicendo che siamo libere di cercare la nostra serenità, anche se le cose non dovessero finire esattamente come l’ideale borghese ci ha sempre raccontato che sarebbero finite (con la casa dei sogni, il marito dei sogni e i figli dei sogni).

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Sto dicendo che siamo libere di non considerarci reciprocamente donneminori” se non figliamo o se non abbiamo una propaggine virile accanto. Che siamo libere di non sentirci in colpa se non riusciamo, non possiamo, non siamo pronte. Che siamo libere di comprendere cosa vogliamo, e poi di provare a costruire ciò che vogliamo davvero, senza garanzie di successo, ma con la possibilità di provarci.

In conclusione: essere una persona in gamba, ed eventualmente un buon genitore, è frutto di un processo di crescita che richiede tempo e consapevolezza. E il risultato di questo cammino non è necessariamente quello dettato dalla società. E nel frattempo, poiché la maternità – prima di diventare una performance pubblica – è un fatto privato, che pertiene una cosa intima come l’utero, le ovaie e tutto l’armamentario completo, andateci cauti con le domande, le insinuazioni, le illazioni. Perché non sapete chi è la donna che avete di fronte. Non sapete cosa pensi. Non sapete quanto delicato sia quel tassello della sua emotività che andate con troppa disinvoltura (e spesso superficialità, e spesso banalità) a solleticare.

Andateci cauti con le donne e pure con le coppie, smettetela di chiedere in continuazione “Ma allora, quando arriva il bimbo?”, perché voi non sapete. Non sapete se lo vogliono entrambi, non sapete se possono, non sapete se riescono. E il motivo per cui non lo sapete è proprio che, prima di essere uno show, un album fotografico su Facebook, migliaia di like, la gravidanza è un fatto privato.

Ed è solo una (tra le più importanti, per carità, ma una) delle infinite cose che una donna può fare nella sua vita.

Minaccia Bikini

Comprare un costume. Comprare un costume intero. Ormai ho 30 anni. Posso comprare un costume intero. Certi costumi interi sono bellissimi. Certo, sono bellissimi indossati dalle modelle. Io sembrerei definitivamente una milf. Anzi una Ilf, non avendo prole. Anzi, una cinquantenne. E basta.

Sì. Un bel costume intero, nero. Che classe che avrei. Solo che poi ti resta quella roba bagnata sulla panza, dopo il bagno. E poi, quando metti il 2 pezzi, i lardominali hanno un colore diverso rispetto al resto del corpo.

Certo, l’abbronzatura. Altro tema. Odio stare al sole. Mi ustiono. Sono chiara, delicata. Se mi proteggo resto bianca. Ogni anno dopo l’estate ho duecento nei in più sul corpo. La mappatura dei nei. Dovrei farla, non l’ho fatta mai.

Oppure potrei andare al mare di notte. Sicuramente mi sentirei più fica, di notte. Innanzitutto perché non ci sarebbe nessuno e secondariamente perché col buio siamo tutti più belli. Voglio dire: in camera da letto non hai mica le luci al neon, non hai mica i cazzo di faretti alogeni come nei camerini dei negozi che ti fanno sembrare un incrocio tra un galletto Vallespluga e un suino Amadori. In camera hai la lampada della Philips, quella piccolina, che fa l’atmosfera, che colora e che ti rende sensualissima col favore della penombra e della policromia compiacente. Intuire ma non sapere. Vedere, ma non vederissimo. Questa è la regola.

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Al mare come si fa? Con quel sole accecante e qualsiasi imperfezione spiattellata in faccia ai più. E non sono mica solo i kg di troppo che, per carità, ci sono. È proprio il pelo incarnito, i capillari sulle cosce biancorescenti, i lividi che ti sei fatta non sai mai come e la pelle, in generale, che s’è appesa. Il tono, cazzo, il tono che manca. L’elasticità. L’idratazione. L’esercizio. L’alimentazione sana.

Sei in ritardo baby, siamo a luglio.

Ricordarsi a luglio della prova costume ti capita solo se vivi a Milano e se non hai l’audace o dispendiosa abitudine di andarti a fare il weekend al mare. Audace, se vai in giornata, perché passi 6 ore in macchina (2 per arrivare, 2 per tornare, 2 per cercare parcheggio) per fare 3 ore in spiaggia, che poi non è nemmeno spiaggia ma sono ciottoli e vabbè, va tutto bene, il mare in Liguria è bellissimo (per i piemontesi e i lombardi senz’altro; pugliesi, sardi e siciliani potrebbero avere qualcosa da ridire in merito, ma per carità, sempre mare è). Dispendiosa, se non fai tutto in giornata.

Succede così che se vivi a Milano, prima di luglio alla prova costume non ci pensi davvero, perché il mare non lo vedrai seriamente prima di agosto.

Non è che in assenza della Minaccia Bikini non mi interessi del mio corpo, sia chiaro. È che nella vita devo fare anche altro, a parte combattere la forza di gravità o l’invecchiamento. Provo a mangiare più o meno decentemente e ad andare in palestra più o meno con regolarità. E questo (che EVIDENTEMENTE non è abbastanza, perché da sopra dovrei metterci fanghi, massaggi, tisane drenanti, abolizione coatta dell’alcol, cene rigorosamente a casa per rispettare i diktat del regime alimentare ipocalorico — tutte cose assolutamente incompatibili con i mesi di giugno e luglio in cui tipicamente anche i misantropi diventano viveur) mette in pace il mio karma-fitness. Del resto, quando devo essere nuda, nei restanti 11 mesi all’anno, c’è la lampada della Philips. L’abat jour sul comodino. Non i faretti alogeni. Non il neon. Non il solleone.

Il fatto è che ricordarsi a luglio della prova costume, è un po’ come ricordarsi il giorno prima dell’ultima interrogazione dell’anno di dover studiare il programma dell’intero quadrimestre. Ci provo, ok, meglio di niente, ma è chiaro che porterò anche st’anno il debito formativo in chiappe-d’acciaio-addome-di-titanio-internocoscia-di-marmo-travertino. Ed è chiaro che sarò rimandata alla prossima estate.

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Allego immagine dell’outfit da spiaggia che ho scelto per agosto.

Ma dall’anno prossimo (cioè settembre), vedrai. In palestra tutti i giorni, tutti. Cascasse il mondo! E se non vado in palestra, almeno faccio TUTTI I GIORNI addominali e squat a casa. Lo giuro. E mangio sano. Ricomincio a cucinarmi le minestrine di verdure. E sarò bella e tonica, la prossima estate.

Avrò anche i soldi per fare una bella vacanza.

Avrò anche un fidanzato.

Inizieremo a fare i weekend al mare da fine maggio.

A volte anche in barca.

Mi farò le foto con la mutanda schiantata in culo, da dietro, e le pubblicherò su Instagram. Avrò tantissimi like.

La prossima estate.

Per questa: comprare un costume intero.

Esistono dei costumi interi bellissimi.

Mollarsi ai Tempi di Facebook

Discutevo di recente con un mio amico di quanto sia tutto più difficile adesso, in termini di relazioni sentimentali. Lui non era d’accordo, sostenendo che oggigiorno, al netto di tutte le mie obiezioni, è  estremamente più semplice conoscere (cioè sdraiare) gente (a caso). Alché gli ho fatto notare che non si tratta solo della fase conoscitiva, perché le relazioni non si esauriscono mica nell’incontro e nell’approccio. A volte esse vivono, crescono e – spesso e volentieri – dopo un ciclo di vita di qualche giorno/mese/anno finiscono.

“Prendi Giovanna e Valerio”, gli ho detto.

“Eh”

“Lei continua a mandarmi a giorni alterni screenshot di lui con la nuova tipa”

“Ma deve smetterla di stalkerizzare su Facebook, deve rifarsi una vita”

Certo. Facilissimo a dirsi. A volte, un po’ meno a farsi. Senza contare che non si tratta solo di Facebook, parliamo di Facebook per agilità (come quando diciamo Coca-Cola ma intendiamo tutte le bevande gassate in commercio). Nel dire Facebook ci riferiamo anche a Instagram, Twitter, Snapchat, Whatsapp, Telegram, Pinterest, Vine, Youtube, Myspace ed MSN Space, anche se non esistono più, per stare proprio sicuri.

Giovanna e Valerio sono (erano) una coppia di nostri amici. Insieme da tanto (troppo) tempo, conviventi, giunti a quel punto della vita in cui o “ci sposiamo per ammazzare la noia che ci ammazzerà“, oppure “ci molliamo“. Hanno deciso di mollarsi. Lui ha deciso di mollare lei e, per la legge virile per cui un uomo non lascia mai un pertugio se non ne ha già un altro pronto e collaudato nel quale rifugiarsi, dopo 5 secondi stava già con un’altra. Non che lui l’abbia ammesso, naturalmente. Non che lui abbia usato sincerità nei confronti della donna con la quale ho cagato nello stesso cesso per centinaia di giorni, ogni giorno, per centinaia di cagate. No. Lui ha detto che aveva bisogno dei suoi spazi e dei suoi tempi, che è quella formula universale con la quale tutti noi – quando siamo in una storia che non ci garba più – rivendichiamo il nostro diritto individuale a evadere in uno spazio-tempo diverso, nel quale formalmente dobbiamo ritrovare noi stessi e praticamente abbiamo già in testa (o tra le cosce) qualcuno che ci piace di più del nostro attuale-partner/imminente-ex.

Ora, la fine di una relazione non è mai bella (spesso nemmeno pacifica, spesso nemmeno civile), tanto più per chi la subisce, per così dire. Non doveva essere una passeggiata di salute neppure, chessò, nel 1996. Ma oggi, nell’anno del signore 2016, possiamo starne certi, è faccenda ben più perniciosa. E a renderla così perniciosa è proprio la presenza dei social network.

La povera Giovanna di cui sopra, neosingle da circa un semestre, continua a mandarmi foto di lui con la nuova tipa, felice e noncurante, mentre lei è lì che si lecca la ferita (così profonda che il potere taumaturgico della saliva pare non essere sufficiente e forse ci vorrebbero una ventina di punti di sutura nell’anima). Parallelamente, inizia a destreggiarsi goffamente nel rinnovato mondo delle relazioni interpersonali tra generi, il cui panorama è cambiato – e non poco – dall’ultima volta che è uscita con un tipo, probabilmente nell’anno 5 A.W. (ante-whatsapp).

È un fatto, tuttavia, che Facebook è uno strumento di screening potentissimo quando conosciamo qualcuno, mentre lo frequentiamo e, ahinoi, pure quando l’abbiamo mollato. Ciò che di solito succede è quanto segue:

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  1. Controlli se pubblica e cosa pubblica
  2. Controlli se stringe nuove amicizie
  3. Controlli chi sono le nuove amicizie, ringraziando sempre l’alto dei cieli quando i nuovi contatti si dimostrano degli sprovveduti con la privacy ai minimi livelli
  4. Controlli i like che mette
  5. Controlli i like che riceve (che sono persino più inquietanti)
  6. Schedi quelle che gli mettono like, di cui impari a conoscere generalità, segni particolari, preferenze musicali e orientamento politico
  7. Quando incroci una che gli mette like, a cui lui mette like a sua volta, è fatta, ce l’hai! ECCALLÀ.
  8. Scrivi al suo migliore amico chiedendo “Ma si sta scopando Quella???????” (questo è l’unico caso in cui la grammatica italiana ammette l’uso reiterato dei punti interrogativi)
  9. Il suo migliore amico, ovviamente, non ti dirà nulla, giustamente. Che cazzo pretendi.
  10. Alché scrivi alle TUE amiche per dire che La Merda mette like a Quella e che Quella gli mette like, e che è assurdo, che avesse almeno il gusto di dirtelo (come se non sapessi perfettamente come funzionano queste situazioni, e in effetti se è la prima volta che ci passi, no, non lo sai). Le tue amiche ti diranno che vi siete mollati e che devi smetterla di guardarlo. Anche se in effetti sì, lui è una fogna a cielo aperto e potrebbe almeno essere più discreto.
  11. Si scambiano commenti. Taggandosi. I commenti diventano flirt, apparentemente innocui ma sufficienti a farti venire un rivolo di sangue dal naso
  12. Ti viene voglia di sbrodolare uno status pieno di livore. Ti viene voglia di mettere like a tutte le loro foto. Ti viene voglia di compiere un’azione offensiva e provocatoria, di rompere le regole della civile convivenza digitale, ma non lo farai. Ti trattieni. Tutte le tue amiche (le stesse che dicono che devi smettere di guardarlo perché vi siete mollati), ti dicono di non farlo e non lo fai.
  13. Scruti attentamente tutte le fotografie di Quella chiedendoti come sia possibile, che La Merda era un feticista dei tacchi e ora va girando con una che usa i sandali francescani; che La Merda era di sinistra e ora va con una di casa pound; che La Merda amava il post-rock e ora sta con una che ascolta i Modà.
  14. Comparirà una foto di gruppo nella quale ci saranno entrambi, vicini. Seduti a tavola affianco oppure gomito a gomito durante concerto. Un banale indizio per l’umanità, una prova inconfutabile per te.
  15. Da allora, è solo questione di tempo, arriverà la prima foto di loro insieme, il loro primo SELFIE. E, indipendentemente che ti appaiano bellissimi o bruttissimi, digerirla sarà dura, sarà una mandria di cinghiali appollaiata sul tuo intestino emotivo e non si schioderà, nel migliore dei casi, per tutta la giornata.
  16. Screenshotterai la foto e la manderai alle tue amiche che ti diranno che vi siete mollati, che devi smetterla di guardarlo. Anche se in effetti sì, lei è l’entità femminile più simile a Pippo Franco che abbiano mai visto (e ti diranno così anche allorquando non fosse del tutto vero).
  17. Prima o poi faranno la prima vacanza insieme. E nella tua home comparirà l’album fotografico. Tu lo guarderai.
  18. Andranno a convivere e vedrai le fotografie della casa in cui vive con lei, dopo aver vissuto con te.
  19. Ci sarà un’emorragia di cuori rossi in tutti i commenti, che ti farà venire più vomito che speranza, e gli amici in comune che mettevano like alle vostre foto, quelli che “eravate una coppia bellissima”, metteranno like alle loro foto. E i tuoi amici faranno a La Merda gli auguri per il compleanno che tu dirai “ma-come-cazzo-minchia-è-possibile”.
  20. La Merda e Quella cambieranno lo status sentimentale. Un giorno comparirà quella cosa patetica del cuoricino grigio con affianco scritto “Impegnato” (se sono irrecuperabili, scriveranno anche con chi sono impegnati) e inizieranno a chiamarsi pubblicamente “amore” (o qualche altro deprecabile nomignolo ingiustificabile per persone che abbiano superato la tarda post-adolescenza).

E poi sarà solo un crescendo. Un giorno si faranno un tatuaggetto insieme. Un giorno festeggeranno l’anniversario e lui la ringrazierà pubblicamente della felicità che gli ha regalato. Un giorno saranno al mare. Un giorno saranno a sciare. Un giorno ceneranno sul loro terrazzino con i fiori che coltivano. Un giorno ci sarà l’album di un matrimonio. Un giorno ci sarà la foto di un’ecografia. Una pancia. Una micromano minuscola, dentro la mano dell’uomo che hai amato. Un giorno arriverà un selfie di famiglia con uno status tipo “TRE!”. Oppure “Trois” se vogliono fare i fichi.

E tu guarderai questo fotoromanzo della vita del tuo ex, apparentemente bellissima (perché su Facebook tutti dimostriamo d’avere vite bellissime ovviamente, che nulla giustamente dicono dei momenti di noia, degli attriti, della libido che cala, delle bugie che ci diciamo, dei compromessi beceri a cui scendiamo, dei rimpianti che coviamo, dei sensi di colpa che abbiamo accumulato e compostato come fossero i rifiuti organici della nostra esistenza e che ora usiamo per concimare il futuro, della merda da pulire dal culo e delle nottate in bianco perché il pupo non prende pace). Tu guarderai questa cronaca in tempo reale della sua felicità e – indipendentemente da quale sia la tua condizione – cioè che tu sia ancora lì a capire come funziona Tinder o che tu ti sia accasata con un manzo brillante e sessualmente appagante- , la vera domanda è: perché?

Chi te la fa fare?

“Io a Giovanna ho detto di cancellare e bloccare, ovunque”

“Ma perché? Così fa capire che soffre

“E allora?”

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E allora soffrire, dimenticare, cancellare, difendere il proprio spazio e il proprio inalienabile diritto a NON sapere e a NON vedere, a NON assistere all’ostentazione di queste vite filtrate e ritoccate, offrirsi la possibilità di dimenticare, come si faceva un tempo, quando a mollarsi non ci si sapeva più, quando – superati il rancore e il dolore – forse rimanevano i bei ricordi, l’illusione di aver condiviso per qualche tempo qualcosa di esclusivo che non venisse riproposto nella stessa identica formula con quello che è venuto dopo di noi, ecco tutto questo è un nostro diritto emotivo.

Un diritto che non è mai stato necessario rivendicare, prima che Zuckerberg ci privasse culturalmente del piacere dell’oblio, della possibilità di dare sepoltura (degna o indegna che fosse) a una relazione, ma anche di credere ad alcune di quelle piccole bugie che facevano un po’ male ma anche un po’ bene, tipo quando l’ex che non vedevi e sentivi da mesi ti mandava un sms o ti faceva una telefonata. E ti diceva che gli mancavi ancora. E tu potevi credergli, una piccola parte di te poteva accoccolarsi nella melensa menzogna che ti diceva, bevendosela tutta, dissetando il proprio ego ammaccato, perché lo vedi che eri speciale? Lo vedi che gli manchi ancora? Anche lui ti manca ancora un po’, certo. MA SOPRATTUTTO POTEVI CREDERGLI PERCHÉ NON AVEVI GUARDATO PER SEI MESI TUTTO QUELLO CHE AVEVA POSTATO SU UN CAZZO DI SOCIAL NETWORK.

In conclusione: cancellate, bloccate, dimenticate.

Che ai tempi dei social network gli amori sono più difficili da far partire, da mantenere e pure da chiudere.

 

Coraggio di Amare

Scrivo questo post per rispondere all’email di Giorgio (nome di fantasia), un ragazzo che deambula con le stampelle, che legge il mio blog e che mi ha scritto chiedendomi come mai io non abbia mai parlato delle dinamiche sentimentali per chi è disabile, per chi non incarna il modello di “bellezza statuaria che ci viene quotidianamente imposto”. Mi ha detto che vorrebbe conoscere il mio punto di vista, perché secondo lui il mio punto di vista sarebbe brillante, sagace e intelligente. Così ho deciso di scrivere questa risposta, anche se forse non sarà all’altezza delle sue aspettative.

***

Caro Giorgio,

il fatto che io non abbia mai parlato di disabilità, non vuol dire che io questo tema non lo conosca o non lo osservi. Al contrario, forse, è per me fin troppo delicato, tocca un nervo molto scoperto nella mia emotività, al punto che la tua sola email ha rischiato di farmi piangere, mentre la leggevo, camminando per strada, di ritorno dalla palestra. Sì, lo so, over-emotional. E pensa che la mia reazione non era nemmeno imputabile a una carenza di magnesio.

Posso parlarti di disabilità e amore, certo. Ma non ti parlerò della reazione che le donne hanno, o dovrebbero avere, di fronte alle tue stampelle, quando le incontri dopo un match su Tinder. Né di quella volta che ho avuto una storia con un ragazzo disabile, perché in effetti non mi è mai successo di averla. Ma ho qualcosa da raccontarti, che forse non ti interesserà, ma secondo me è una vicenda che può insegnare qualcosa a te, e pure a me, e pure a qualche altro.

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Mia madre ha avuto la poliomielite da bambina. L’ha contratta pochi giorni prima di farsi il vaccino. Una mattina si è svegliata e ha detto a mia nonna che non sentiva più le gambe. Ha subìto il suo primo intervento chirurgico a 3 anni. E l’ultimo un paio d’anni fa. E io ho perso il conto di quanti siano stati, quelli nel mentre. So che il giorno dopo la mia Prima Comunione l’ho vista ricoverata in ospedale, e che pochi mesi dopo la mia laurea l’ho vista uscire bianca come un cadavere e tremante come una foglia dalla sala operatoria, dopo un lunghissimo intervento di protesi all’anca. So che il mio San Valentino due anni fa l’ho passato in ospedale con lei che vomitava l’anestesia e si contorceva dai dolori, e io ho dovuto fare il diavolo a quattro perché quelle teste di cazzo dell’ospedale le dessero qualcosa che la facesse stare meglio. Perché l’illustre dottoressa di turno notturno la smettesse di dormire e facesse il suo lavoro.

Cammina ancora, mia madre. Molte persone della sua età, che hanno avuto la stessa malattia, non possono più farlo. Sono in carrozzina, non escono più di casa. Certo, le scale sono un problema. Anche le salite. Anche le discese. Anche i dislivelli. E va in giro con il bastone adesso. E le cose spesso le cadono dalle mani.

Io vivo lontana da lei, e questo è stato uno dei grandi buchi neri emotivi dei miei anni passati, nonché una delle mie più grandi paure per gli anni a venire, nonché un elemento rilevante nella mia decisione di lasciare il lavoro fisso e provare a sopravvivere da free lance, per poter andare da lei quando di me ha bisogno, senza elemosinare ferie in nessun ufficio. Io vivo lontana da lei, ma quando ci sono le tengo sempre la mano se camminiamo, e sono tutta tesa, e ho sempre paura che non sia stabile abbastanza, come quando camminano i bambini piccoli. E se la sedia è bassa l’aiuto ad alzarsi. E l’aiuto a vestirsi. E ad allacciarsi le scarpe. E a volte cade. E fondamentalmente il decorso della malattia sarà questo, si chiama Sindrome Post-Polio. E ha sempre dolori. Dolori ovunque. Ogni tanto ne viene fuori uno nuovo, di dolore, che comunque non se ne va, che si aggiunge a tutti gli altri ormai cronicizzati. E io le dico che per stare meglio dovrebbe fumare la marijuana, che anzi no, le compro il vaporizzatore così non deve nemmeno assumere nicotina (e così, tra l’altro, lei e mio padre si divertirebbero un casino la sera, invece che guardare quelle fiction di merda che guardano). Lei mi dice che non si drogherà. E io le chiedo se non siano forse droga tutti gli antidolorifici e gli antinfiammatori che prende. Senza i quali, essenzialmente, non potrebbe vivere una vita con una parvenza di normalità.

Ti dico tutto questo per dirti che la disabilità la conosco. Da vicino. Da sempre. Non ho mai avuto una mamma in salute e forse un analista potrebbe dirti che questo mi ha causato chissà quali turbe psichiche. E probabilmente avrebbe in parte ragione. Ma c’è dell’altro.

C’è che mia madre, con la disabilità con cui convive e con cui ha convissuto per tutta la vita, è la persona più incredibile che io conosca, e non lo dico solo perché mi ha sgravata, perché sono sua figlia e quindi sono parziale. Lo dico perché è forte, è coraggiosa, non si lamenta mai, è riuscita a essere moglie, a essere madre, a fare la volontaria, a trasferirsi per mio padre in una nuova città, a lavorare, a essere indipendente, a gestire una casa, a cucinare divinamente e a crescermi. È una donna capace di ascoltare, di comprendere, di intuire, di lottare, di imporsi, di essere dolce in un modo ruvido e terribilmente autentico. Ed è anche capace di mettersi in discussione e di chiedere scusa, il ché, aggiunto a tutto il resto, la rende davvero una gagliarda. È una combattente nei fatti, mia madre, non nelle parole. È capace di empatia e compassione, ma non si commisera mai. E io, che ormai sono adulta, che non ho più bisogno di oppormi a lei in quanto adolescente, e non ho più bisogno di vivere nel mito di mia madre (perché quando si cresce i genitori diventano esseri umani, di cui sei chiamato a comprendere e accettare anche i limiti, tipo quello che ogni tanto lei ha con i congiuntivi), ecco io non potrei chiedere una madre migliore di quella che ho. E a volte penso cose inutilmente tristi, penso che di sicuro vorrebbe un nipote ma che se quel nipote ci fosse non potrebbe nemmeno prenderlo in braccio. Ma poi la pianto, perché questi pensieri non hanno senso e perché questi limiti “strutturali” non tolgono nulla all’affetto che una persona può offrire. E io, che ho avuto il privilegio di essere un figlia davvero amata, lo so molto bene.

Tuttavia lei non è la sola in questa storia.

C’è anche un giovanotto tarantino di belle speranze che all’inizio degli anni ottanta l’ha conosciuta, in vacanza. E se ne è innamorato. E non l’ha lasciata mai più. Nemmeno quando la sua famiglia si è opposta. Nemmeno quando gli hanno detto che non era il caso, che mia madre non era sana, che negli anni se ne sarebbe pentito, che potevano essere amici, certo, ma che nel frattempo gli avrebbero presentato della altre ragazze, delle ragazze “normali”. Non ci sono stati cazzi. Mio padre l’aveva scelta. L’ha sposata e l’ha amata. In salute e in malattia. E lei ha fatto altrettanto con lui. E non è sempre stato semplice. E non lo è nemmeno ora, che stanno invecchiando, e cambiando, e che si sopportano nelle rispettive prime manifestazioni di micro-rincoglionimento senile. Perché non è una favola, è la vita vera. È la storia due persone coraggiose, come forse ce ne sono sempre meno, che sono riuscite a fare una cosa banale ed enorme, come condividere la vita con tutti i suoi problemi e le sue gioie. Come costruire una famiglia e crescere una figlia dandole tutti gli strumenti possibili per farcela da sola.

E quello che voglio dirti, caro Giorgio, è esattamente questo: io sono figlia di un amore che non ha avuto paura della disabilità. E sono la prova che questi amori possono esistere ed essere solidi. Ma bisogna che a viverli siano persone davvero in gamba. Davvero coraggiose. Davvero capaci di amore. Persone speciali, con uno spessore, in grado di vedere più in là del proprio naso e di sentire più in là del proprio culo. Persone capaci di andare oltre i pregiudizi e i timori che tutti abbiamo. Capaci di accollarsi delle rinunce, in nome di qualcosa altro.

Quando tu mi dici che devi fare il triplo del lavoro che fanno gli altri, per accreditarti, capisco cosa vuoi dire. Ma tu fallo, perché forse è normale così. Anche mia madre fa il doppio della fatica che farebbe se non avesse i problemi che ha. Ma lo fa, perché ha la volontà di farlo. Perché è una donna che mi ha insegnato l’indipendenza, anche se la vita ha fatto di tutto per minare la sua libertà di esserlo, indipendente intendo.

Non è stata particolarmente fortunata da questo punto di vista, mia madre. E non lo sei stato nemmeno tu, probabilmente. Ma io a lei ricordo sempre che, nonostante i suoi problemi di salute, ha e ha avuto una vita piena di amore. Innanzitutto perché di amare è stata capace.

Nei fatti, più che nelle parole. Nella sostanza, più che nella forma.

Come le vere donne e i veri uomini fanno.

Ti faccio lo stesso augurio: di amare e di saperlo fare, di coltivare il tuo spirito, di accettare la tua diversità, di sdrammatizzarla,  di non piangerti addosso mai e di non scoraggiarti, che disabili lo siamo un po’ tutti – chi dentro, chi fuori – e di essere diretto, e di non dubitare che esista qualcuna capace di accettare e ricambiare il tuo amore. Non spaventarti se non la trovi subito. Nemmeno noi che le stampelle non le abbiamo, troviamo facilmente qualcuno con cui spartire un millimetro d’anima. Ma non possiamo concederci di smettere di sperare che questa persona, da qualche parte, esista. E che la incroceremo, che la riconosceremo, che non la perderemo.

Io, di sicuro, appena lo becco, gli faccio un culo a paiolo per averci messo così tanto a manifestarsi e a trovarmi.

Un abbraccio e buona fortuna,

v.