Tinder Chronicles 2 – Il conto da pagare

Sono uscita con il secondo tipo conosciuto su Tinder. Ci sono uscita in friendzone, o meglio, per usare un neologismo più preciso, coniato da un mio amico a cui devo riconoscerne la paternità, in no-fuck-zone, in quanto, di fatto, non si può definire “friend” uno che conosci da 5 minuti.

Il concetto di base resta comunque lo stesso: non si ciula.

Glielo avevo detto anticipatamente, a Tinder2, sostenendo “sei fuori dalla mia portata”, perché questo era uno dei match più fighi mai capitati e – come vi ho già spiegato – sono in un periodo profondo e sensibile della mia vita, per cui esco solo con i belli (per lo meno se sono rimediati sulla più popolare dating app del momento).

Ci esco senza tirarmi a lucido ma rendendomi giusto presentabile e lo incontro tardo pomeriggio-ora aperitivo in modo da divincolarmi eventualmente con “Devo raggiungere gente a cena” qualora si riveli una sòla umana.

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Così non è stato, ce la siamo chiacchierata, raccontata, ho collezionato nuovo materiale umano, bevuto vino bianco fermo, abbiamo parlato di lavoro, di amicizie, di relazioni, di Tinder, di socialità milanese, di locali, di standard estetici, di chirurgia plastica, di altri date. E per me è stato come sempre un utile esercizio dialettico perché, naturalmente, io e Tinder2 non avevamo assolutamente un cazzo in comune, ma proprio nulla, dalla provenienza geografica, al vissuto, ai gusti musicali, alle abitudini e alla tipologia di lavoro svolto.

La serata si è rivelata non memorabile, ma piacevole, e tutto è andato liscio fino al momento in cui ho fatto una macabra scoperta, rovistando nella mia borsa: avevo dimenticato il portafogli a casa (nello zaino della palestra), cazzo.

Mi astraggo per qualche secondo, pensando che – merda – ho pure ordinato il secondo bicchiere e non ho cash, ma nemmeno carte, ma nemmeno il libretto degli assegni e così, mentre lui mi spiega che gli piacciono le tipe come Melissa Satta e io confermo che non gliela darò mai per principio, mi chiedo come gestire la situazione. Così lo interrompo su “A me piacciono filiformi, anzi no, sportive” e gli dico qualcosa tipo “Senti, è successa una cosa che mi imbarazza molto, ma mi sono appena accorta di non avere con me il portafogli, però quando usciamo se vuoi passo da casa mia che è qui vic...”.

Tinder2 mi interrompe, mi dice che naturalmente non c’è problema, che avrebbe pagato lui, ci mancherebbe. Che paga sempre lui in queste situazioni, anche quando le tipe sono (f)rigide e non simpatiche come me (che comunque sono anche carina eh, non devo dire quelle cose che gli uomini sono fuori dalla mia portata, che ho delle belle gambe lunghe e si vede anche se ho il jeans, che ho la maglia larga ma che dovrei mettere più in mostra, che tirata “come dice lui” non sono mica male, così gli rispondo che sì sì, non è che sono un mostro – infatti, non hai dei brutti lineamenti – no no, lo so, ma ho delle occhiaie pazzesche, mi fanno schifo i miei denti e ho un brutto culo – perché? – perché è piatto – eh, brutta storia – lo so, vorrei tanto avercelo il culo a mandolino, ma non ce l’ho – t’ammazzi di squat almeno? – no mi fanno male le ginocchia, faccio quelli per handicappati, con il pallone, appoggiata al muro – ah però – si vabbé, ma è una battaglia persa).

Poi torno sul topic e insisto, dico che mi spiace, che se ci rivedremo offrirò io. Lui mi tranquillizza, in maniera in verità molto carina, e da lì iniziamo a disquisire di questo spinoso argomento, pour parler, ovvero la gestione del conto da pagare tra uomini e donne, confrontando il suo punto di vista virile con il mio vaginale.

Lui mi dice che la maggior parte delle donne da per scontato che a pagare sia l’uomo e che moltissime non fanno nemmeno la parte (che sarebbe quella gag per cui tiri fuori il portafogli quando arriva il conto e dici cose come “Senti per piacere, non devi, possiamo dividere, insisto, guarda che le lotte femministe del 68, guarda che siamo emancipate, guarda che lavoriamo, abbiamo la patente e anche il diritto di voto e blablabla” alla quale lui deve tuttavia, improrogabilmente, rispondere che no, che paga lui, punto e basta e così dev’essere perché se per caso quello ha la sciagurata idea di fare 50 e 50 – a meno che non sia davvero SOLO un amico forever – a noi scende la catena in un modo che non ne avete l’idea).

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Inoltre qualsiasi estremizzazione di questa dinamica risulta ulteriormente grottesca, per esempio quelle situazioni in cui alla cassa tiri fuori il contante ed entrambi avete una banconota in mano e la porgete al ristoratore, il quale rimane interdetto, e tu gli dici “ei, ei, sono una donna evoluta, prendimi in considerazione” ma quello inevitabilmente tenderà ad accettare il pagamento dal maschio, non da te. E mentre uscite dal locale vi augurerà buona serata, sperando che per lo meno tu gli offra una fellatio di cortesia.

Insomma, forse Tinder2 ha ragione. Tendenzialmente è socialmente previsto (da noi, ma anche dal ristoratore che ci ignora mentre gli porgiamo il contante o la carta) che a pagare sia l’uomo. E questa cosa vale a prescindere dal tipo di rapporto che intercorre tra le parti, che siano una coppia, che siano amanti, che siano sconosciuti, che te la darò, che non te la darò, che non ci rivedremo mai più.

Scartabello nella memoria le mie esperienze e quelle delle mie amiche, i commenti che ho ricevuto, e per quanto mi renda conto che questa dinamica non sia particolarmente giusta, piuttosto sessista, formalmente obsoleta, antipatica persino, non ci sono cazzi, funziona così.

Chiaro è che ci deve essere equilibrio, dico, non è che una debba approfittarsene e diventare una tassa fissa a carico del povero uomo. Io sono per una divisione iniqua dei costi, del tipo 60 e 40, 70 e 30, a seconda dei casi specifici.

Però tocca ammettere che, tendenzialmente, se sei uomo è statisticamente probabile che il tuo reddito sia superiore al mio, e poi è una questione di etichetta, di cavalleria, e per lo stesso motivo per cui io non esco con te con i baffi in faccia e il pube di un orango, perché la cultura mi impone purtroppo di non essere Frida Khalo, ebbene per la stessa ragione culturale tu puoi anche offrirmi la cena (che non deve essere per forza da Cracco, ma pure dallo Zozzone della Periferia, va bene); del resto io quei soldi li ho devoluti all’estetista, o al parrucchiere, o all’ultima crema antirughe, o al mascara – hai un’idea di quanto costi un mascara? – per risultare gradevole ai tuoi sensi.

Quindi, uomini, non siate spilorci, perché la generosità è una dote che noi donne apprezziamo e il braccino è un difetto che non perdoniamo (peggiore persino del Minipeny).

Offrite e fatelo di buon grado.

Assolutamente NON accettate il fifty fifty, che è veramente cheap (immaginate Nanni Moretti che mi schiaffeggia adesso)

Al massimo, mentre la donna di turno insiste, rispondete “La prossima volta” o “Il prossimo giro”

E se quella non fa nemmeno la parte, beh valutate se vi risulta sufficientemente figa da essere a vostro carico come manco un figlio.

Per contro, voi, donne, non andate in bagno a incipriarvi il naso nel momento esatto in cui il conto arriva a tavola.

E non insistete nemmeno oltremisura se quello dice che offre lui, che diventate moleste. Accettate che offra e basta, non è attraverso il conto da pagare che passa il vostro femminismo. O se lui offre la cena, voi offrite gli amari che andate a bere dopo.

E ogni tanto, tipo 1 volta su 3, offrite voi e mettetelo in chiaro da principio “stasera offro io”.

E non accettate obiezioni.

Educateli a pensare che siamo abbastanza equilibrate da accettare che offrano loro, e da decidere quando offriamo noi.

Che dite, vi fila così?

[SessuOhhhlogismi 1] – Le 10 Tipologie di Limone

[Gentilissimi, inauguriamo oggi SessuOhhhlogismi, una nuova rubrica nella quale parleremo di argomenti a vario titolo pruriginosi, senza timori e senza pudori, come siamo soliti fare. Per trasparenza vi informo del fatto che si tratta di una rubrica sponsorizzata. Il perché della sponsorship lo trovate sommariamente espresso qui, mentre il link a chi ci consente di fare questa proficue chiacchiere, lo trovate qui]

 
Sessuohhhlogismi2

Baciare è una cosa semplice, che non tutti sanno fare.

Il bacio, o come amiamo chiamarlo confidenzialmente “limone”,  è il biglietto da visita, il kick-off della vostra tresca, la stretta di mano al colloquio di lavoro. È la prima impressione che fate. Per carità, non è davvero la primissima, perché prima di infilarsi le rispettive lingue nelle reciproche cavità orali, ci sono altri input che riceviamo e che mandiamo. Prima del gusto e del tatto, ci sono altri sensi che esprimono il proprio voto (o il proprio veto), come la giuria di un talent, e dicono “per me è sì”, “per me è no”, “sei fuori”, “attacca”. Banalmente, la vista ci dice se quella persona ci piace esteticamente. Se ci piace la sua copertina. Se ci piace come ride, come si muove, com’è vestita. Poi c’è un altro giudice, apparentemente innocuo ma fondamentale, ed è l’olfatto. Come dire: la persona non deve puzzare, che sia per lo meno inodore, se profuma è meglio. Se profuma di borotalco o di Le Male di Jean Paul Gaultier fa ulteriore differenza. E al netto dei profumi artificiali da uomo che non deve chiedere mai, o da diva che si fa un bagno di bellezza nell’oro fuso, deve garbarci l’odore della sua pelle, quello dei suoi capelli e ci saranno altri odori che dovranno garbarci, ma su quello arriveremo più avanti.

Non meno importante, anche se ingiustamente trascurato, è l’udito. Perché se uno parla in falsetto, oppure urla, oppure si esprime per ultrasuoni che non si capisce una minchia di ciò che dice (a meno che non siate dei delfini), oppure se una ride come una gallina sgozzata, questo può influenzare la percezione che ne abbiamo. Così come, una bella voce, una bella dizione o un accento che ci sia particolarmente congeniale (tipo il romano, su di me), una risata piacevole e femminile, una tonalità maschia e profonda, possono sortire effetti inversi.

Tutto questo per dire che il limone non è il primo approccio sensoriale che abbiamo, ma è l’entry level del contatto erotico tra due corpi. Ed è per questo che ha una sua speciale importanza. Un buon limone, infatti, è una condizione necessaria (perché se non ci troviamo bene a limonare, come faremo a trovarci bene su tutto il resto, gioia mia?!), ma non sufficiente (state buoni, aspettate a stappare la bottiglia di Veuve Cliquot che tenevate in dispensa per le grandi occasioni; il mondo è pieno di gran limonatori, progettati per creare nel partner aspettative destinate a essere disattese).

Per carità, non intendiamo alimentare ansia da prestazione sui limoni (già vi vedo, che vi infilate un cucchiaio in bocca e ci date giù di lingua per prendere il giusto ritmo centrifugo), perché il punto non è questo. Limonare è bello, trasversale, democratico, universale, easy-going e, nel bacio come in tutto ciò che pertiene l’esperienza sessuale condivisa, non si tratta tanto di tecnica quanto della capacità di intercettare le velocità, i ritmi e i gusti dell’altro. Ciononostante, però, proviamo a distinguere le varie tipologie di Limone che, almeno una volta nella vita, è capitato a tutti noi di esperire:

1. Fido-Lemon –> Sono quei limoni a seguito dei quali, con immensa grazia, devi asciugarti i residui della sua saliva con la manica della maglia. O un telo da doccia. O un phon.  Quei limoni che se potessi geologalizzarti la bocca e fargli capire esattamente dov’è situata, lo faresti. Che no, ei, guarda che quello è il mento, aspetta, no, sono le narici. E intanto continua a sciropparti dagli zigomi alle clavicole come fosse un San Bernardo. Talvolta il Fido-Lemon può essere assimilabile a un peeling. Anche a uno scrub, se la lingua è rasposa.

2. Lecter-Lemon –> Sì, sono carini i morsetti, uuuh, quanto mi vuoi, ma se non mi stacchi il labbro come Mike Tyson strappava padiglioni auricolari, te ne sono grata. Sinceramente.

3. Trivella-Lemon –> Stiamo limonando, non ci stiamo facendo una tracheoscopia con la lingua, quindi, se puoi, non sentirti come Indiana Jones nel Tempio Maledetto, non c’è nulla che tu debba trovare in fondo al mio esofago, calmate n’attimo.

4. Bimby-Lemon –> È quello che ti sbatte con la lingua come manco un robot da cucina, una frusta elettrica, un minipimer. Praticamente uno che con la lingua potrebbe preparare anche l’impasto della ciambella, montare il bianco d’uovo per il tiramisù, cucinare e soffriggere. Fa tutto lui, con multivelocità e movimenti perfettamente ellittici che non cessano fino al momento in cui non lo disattivate staccandogli la spina.

5. Rino-Lemon –> Nulla contro i nasi importanti, per carità, conferiscono personalità al volto, ci mancherebbe. Solo che se guidi un suv non puoi comportarti come se avessi la smart. Per cui quando lambisci l’aria con il tuo aggraziato nasino francese o quando, nel climax del limone, decidi di cambiare inclinazione della tua testa, ti prego solo di sincerarti che questa manovra non mi renda orba.

6. Stinky-Lemon –> Eh. Questo è terribile e imponderabile. Non lo scopri finché la tua faccia non è a pochi centimetri dalla faccia dell’altro e, di solito, quando si è ormai giunti in quel pericolosissimo territorio, diventa estremamente complesso tirarsi indietro. Ormai sei in ballo e devi ballare. Anche se quello si è scolato una tanica di Tavernello prima dell’appuntamento. Anche se ha pasteggiato a base di 25 varietà diverse di cipollotti e aglio bianco polesano. Anche se ha fumato 30 sigarette (ci penso sempre, quando bacio un non-fumatore, che deve avere la sensazione di leccare un posacenere). Lo stinky-lemon è una specie di libidocida chimico. E, soprattutto, la benamata fiatella non guarda in faccia a nessuno e non fa favoritismi. Non riusciremmo a trovarla attraente (né alla lunga sostenibile) neanche in Ryan Gosling.

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7. Lazy-Lemon –> Sarebbe il fuoco che non s’accende, il fiore che non sboccia, lo starnuto che non arriva. Questo genere di limone un po’ svogliato (quello che fai con l’amico del tipo con cui la tua amica sta facendo il Cirque du Soleil nella stanza affianco) è caratterizzato da una moderata divaricazione labiale, un dispiego assai economico di quel prezioso muscolo meglio noto come lingua e da ripetute interruzioni, secondi di recupero consigliati dal lemon-trainer tra una serie e l’altra di baci. Un limone singhiozzante, che tipicamente non alimenta il desiderio di partire per la missione tra le lenzuola.

8. Party-Lemon –> Il limone festaiolo, quello che di solito viene dopo un numero superiore a ENNE cicchetti o cocktail, quello che di solito non gode del minimo senso della decenza ed è spesso privo della pur minima traccia di romanticismo. È un limone hic et nunc che non tiene conto del passato né del futuro. Purtroppo spesso non tiene conto nemmeno del presente. E cioè di chi stai limonando davvero. E come. In presenza di chi.

9. Pity-Lemon –> Anche noto come “limone per sfinimento“, di solito è quello che fai con qualcuno che ti è stato alle calcagna per tutta la sera per premiarne la tenacia, anche se sai che non ci sarà futuro (ma nemmeno nelle immediate ore successive); oppure con quello che è carinissimo sulla carta e tu vorresti tanto che ti piacesse, ma già sai che non ti piace, però fai una piccola prova del 9 per esserne proprio sicura. Il Pity-lemon si rifà, infatti, alla nobile etica di “un limone non si nega a nessuno” e spesso è il movente degli scheletri che conserviamo nell’armadio delle nostre conquiste.

10. Liuk –> È il limone quello BELLO. Quello de core, de panza, de tutto. Quello che ha gli ingredienti giusti al posto giusto, esattamente dove devono essere. Quello che si fa in due e ci si trova, e allora le labbra, e le lingue, e le salive, e i corpi, diventano un unicum di curiosità e desiderio, di grazia e sostanza, di poesia e carne. E lascia presagire orizzonti di piacere. E fa venire voglia di continuare, e continuare, e continuare come quando si aveva 15 anni e si era seduti sulle panchine della Villa Comunale, e niente avrebbe potuto fermarci. Fino a consumarsi. Fino ad arrivare alla parte più golosa: la stecca di liquirizia.

Detto ciò, chiudiamo con qualche utile consiglio:

  • portate sempre con voi delle mentine o dei chewing gum (io ci penso sempre, se sono con uno e quello si mette una mentina in bocca io mi aspetto di essere limonata entro e non oltre un quarto d’ora)
  • “ascoltate” il corpo dell’altro e il modo in cui l’altro vi bacia, va bene essere decisionisti, ma è importante sintonizzarsi sulla giusta lunghezza (non sto alludendo a ciò che pensate) d’onda
  • usate le mani, mentre vi baciate, non restate come dei trimoni: toccatevi le guance, toccatele il collo, passetegli una mano tra i capelli (se ne ha) e poi fatela scendere sul petto, e voi uomini abbracciateci, prendeci, cingetevi a noi, che non vuol dire necessariamente appoggiarci il pacco barzotto, ma vuol dire farci capire che di noi avete voglia. Voglia davvero.

E adesso prendete e limonatene tutti.

E approfittate che siamo anche in primavera.

[Se vi va di leggere le altre cose che ho scritto per Ohhh, le trovate qui!]

 

Manuale di Gestione dei Belli

La mia amica Janis l’altro giorno mi ha detto: “Tu non hai paura dei belli“.

Dopo un accurato studio dei soggetti che le ho proposto in questi anni, infatti, è giunta alla conclusione che io non sia intimidita dagli uomini di bell’aspetto.

Così ci ho riflettuto, perché ha ragione, in parte, sebbene io abbia avuto nella vita anche degli uomini relativamente brutti, in quanto da giovane se un uomo mi affascinava dialetticamente, con l’ironia, con l’intelligenza, con la cultura, avrei potuto dargliela anche se fosse stato il sosia di Marzullo.

È pur vero, d’altra parte, che quasi tutti quelli che ho propinato a Janis negli ultimi tempi erano discretamente manzi nel senso volgarmente canonico del termine e quindi mi sono chiesta se io sia diventata una persona superficiale, se Milano mi abbia imbruttita fino a questo punto o, più in generale, cosa mi sia successo. Magari la mia percezione di me stessa s’è fatta gli steroidi, o magari sono diventata “virile” nel pesare l’estetica.

Ovvio è che “dove c’è gusto non c’è perdenza“, come dice sempre mia madre. Ma è vero pure che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è bello“, come dice il mio amico Frecciagrossa (cioè la bellezza è oggettiva – per quanto suscettibile di influenze e contaminazioni culturali – mentre il gusto, quello sì, è soggettivo).

In linea di principio la differenza la fa il piacere che ci da essere in compagnia di quella persona, bella o meno bella che sia (com’è ovvio), e quali corde essa riesce a toccare nella nostra emotività. In altre parole: non vedo perché dovrei escludere a priori uno tipo Luca Argentero solo perché è un figo della misericordia e solo perché io non sono altrettanto bella. Ma allora la moglie di Hugh Jackman non ci ha insegnato proprio niente? Non è, del resto, del tutto normale vedere donne molto belle accanto a uomini che se una dote ce l’hanno è evidentemente occultata nella zona pelvica, o nelle mutande, o nella tasca che contiene il portafogli? Perché l’incontrario non può valere?

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Proviamo a fare un discorso odioso, asettico, politicamente scorretto, essenzialmente maschile (è solo un esercizio di stile, noi abbiamo la vagina, le ovaie, le tube di falloppio, lo sappiamo bene): i belli, esattamente come i non-belli, hanno dei pro e dei contro. Avete presente quando gli amici maschi vi dicono che le strafighe poi non danno più di tanta soddisfazione, mentre le bruttarelle fanno performance da mille e una notte? Ecco, diciamo che vale pure per loro. Non è una legge, naturalmente, ed è una brutale semplificazione, ma assumiamola come valida. Alla luce di ciò, tuttavia, non è che gli uomini rifiutino una gnocca atomica perché è bella ma non balla, perché secondo loro non è particolarmente brillante, perché è troppo bella e ne sarebbero gelosi. No. Loro comunque, se possono (e se riescono, cioè se non ci viene l’ansia da prestazione),  se la fanno. Perché? Perché è bella. Punto. Tanto basta. E quel tanto, circoscritto e circostanziato, può bastare anche a noi, quanto meno per bullarcene con i nostri amici omosessuali che ci intasano il whatsapp di peni ingiustamente strappati alla passericoltura.

Basta diversificare (come negli investimenti e nell’alimentazione, mangiare un po’ di questo e un po’ di quello, seguire una dieta equilibrata per non sviluppare carenze di autostima insomma), ed essere consapevoli di alcuni accorgimenti da usare, come:

  1. Il bello può essere più bello di voi. È una possibilità concreta. Invece che farvi le paranoie per quell’accumulo di grasso sulla pancia, o per quella cazzo di cellulite sulle chiappe, godetevelo. Vi ha invitate a uscire, non gli fate schifo, forse non vi chiederà la mano, ma santo cielo, chi se lo sposerebbe uno così? Solo per collezionare tradimenti e impazzire di gelosia? No. Col bello ci si può fare un giro (o più giri) e non esiste ragione valida per non farlo. Non ricollegabile a una nostra presunta inadeguatezza, per lo meno.

2. Il bello è abituato alle belle. Cioè le sue ex, quelle che verranno dopo di voi, e quelle che a voi si alternano, sono facilmente più fighe di voi. Non è che voi non siate fighe, è che quelle sono pertiche di 1.80, toniche al limite dell’immoralità, con la pelle perfetta, il sorriso abbagliante e gli occhi-fanale naturalmente chiari. Oppure sono replicanti di Giorgia Palmas. Voi ve ne dovete sbattere.

3. Il bello è tendenzialmente vanitoso. Non vi riempirà di complimenti, non vi farà sentire donne speciali (a meno che non siate Mila Kunis), non vi dirà che state benissimo con il nuovo taglio di capelli. Non sarà particolarmente gentile (se è troppo bello e troppo gentile, ocio, potrebbe essere una criptochecca, come le definisce la mia amica Sbarbi), e avrà sempre un’aria da uomo che non deve chiedere mai. Voi assecondatelo, non vi interessa redimerlo. Compiacetelo, se v’aggrada, e non assumete una inutile aria da femmina alpha, che tanto per farsi un giro di giostra non è necessaria.

4. Il bello non vi darà l’esclusiva. Siamo serie: non la danno i non-belli, figurarsi uno che potrebbe scoparsi (e probabilmente si scopa) mezza fashion week milanese.

5. Il bello è da NON seguire sui social. Se siete amici su Facebook, ignoratene gli aggiornamenti. Quando cambia la foto profilo ed è bono come il pane di Altamura, voi fate finta di nulla. Assolutamente NON mettetegli il like (il fatto che occasionalmente gliela diate mi sembra già un endorsement sufficientemente esplicito, seppur privato) e NON guardate chi l’ha commentato e gli ha messo il like. Perché, scremati gli amici (tendenzialmente ugualmente belli, perché per una legge di natura i belli vanno con i belli), vi imbatterete in un ginepraio di figa (anche di importazione) davvero pericoloso. Sì, sono tutte più tope di voi. Pazienza. È a casa vostra, però, che viene, a fare fit-sex, una nuova forma di attività aerobica che va per la maggiore nel 2016.

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6. Il bello è bello perché s’impegna per essere bello. Ha uno stile di vita che lo rende bello. Quindi è difficile che ci fumiate una canna insieme, restando a parlare e a ridere fino all’alba, con le guance che vi fanno male per l’accumulo di acido lattico e divertimento. Segue un’alimentazione corretta, quindi lo vedrete mangiare tartarre, di sicuro non il cuoppo napoletano. Voi berrete più di lui, senza dubbio, quindi quel bel sesso alcolico ve lo potete pure scordare. Non meno importante, per vederlo dovrete incastrarvi tra gli allenamenti di tennis, di squash, di golf, di basket, la corsa al Parco Sempione e i weekend in montagna a sciare (oltre che tra tutte le altre fighe di cui sopra).

7. Il bello è egocentrico, il ché significa che quando siete a letto è fallocentrico. Cioè tutto ruota attorno al suo uccello. Quanto è bravo. Quanto vi fa godere. Quanto gli piace farsi usare e fornirvi una prestazione all’altezza. Avete ragione. Non c’è amore, né sentimento, né tenerezza. Dopo non vi coccolate e non vi addormentate, insieme, attorcigliati nel letto, per svegliarvi l’indomani coi bacetti sulle spalle e ricopulare sull’entusiasmo dell’erezione mattutina. Tutto vero. Però non è che se non la date ai belli, trovate il cesso dei vostri sogni. E piuttosto che l’astinenza, santo cielo, meglio questo.

8. Il bello è schizzinoso. Peli ne ha meno di voi e la sua pelle è più idratata della vostra. Quindi prima di una sessione con il bello, voi dovete essere perfette. Ok, non perfette, ma se siete state dall’estetista e dal parrucchiere nelle precedenti 24 ore, è meglio. Escludete l’imprevisto imprevedibile della ricrescita da letargo invernale sulle gambe e siate pronte – in caso d’emergenza – a recidere il vostro eccesso pilifero mediante lametta o crema depilatoria (con buona pace della vostra estetista, che vi farà una paternale infinita lamentandosi del fatto che i peli sono duri, alla prossima ceretta, che vi sgama subito, ogni volta, e voi del resto non potrete spiegarle che un bello-bello-in-modo-assurdo veniva da voi e dovevate essere glabre). Possibilmente, dopo la doccia spalmatevi di olio di argan, ma non troppo. Tanto per essere ancora più lisce.

9. Il bello è passeggero. Con il bello non bisogna soffermarsi e non bisogna mai pensare cose come: “Quanto mi piacerebbe portarlo davanti al mio ex, tanto per fargli fare una sfilata e far sì che a quello gli detoni il fegato“, perché questo non succederà. Mai. Mettetevi l’anima in pace.

10. Il bello potrebbe non avere argomenti interessanti. Potrebbe non essere nemmeno particolarmente seduttivo poiché, in quanto manzo, presume che gli sia sufficiente esistere per far calare le mutande al genere femminile. E a volte ha ragione.

Detto tutto ciò, personalmente i migliori match della mia vita li ho fatti con dei non-belli, che non erano brutti ma manco belli impossibili.

Le più appassionate, viscerali, sfacciate, indimenticabili avventure, quelle in cui il sesso si fa primitivo, reale, totalmente umano, non ginnico, pornografico in senso sublime, sono state con uomini che al centro mettevano la coppia (perché almeno per qualche ora – bene che vada – si è una coppia) non l’individuo.

Uomini che con ogni centimetro del proprio corpo, attraverso ogni centimetro del mio, mi hanno fatta sentire desiderata, e voluta, e bella, e donna, e femmina.

Così. Tanto per ricordarlo.

 

Dopo 12 Anni

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non sono tornata a Taranto per Pasqua.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non ho visto le processioni della Settimana Santa, che per me erano un must, le processioni. Erano la conditio sine qua non della Pasqua, non era ammissibile saltarle, non contemplavo nemmeno l’idea di NON farmi due nottate di fila, il giovedì santo e il venerdì santo, al vento carico di polveri sottili, a rischio di prendermi una broncopolmonite, per il gusto di esserci, di incontrare i soliti volti noti, gli stessi che, pian piano, negli anni, si sono trasformati in figure aliene. Caricature estranee.

Per anni ho preso l’aereo il giovedì sera, dopo il lavoro, sono arrivata a casa, mi sono lavata, mi sono cambiata e sono partita per la ruggente via crucis sociale. L’ho fatto sempre, l’ho fatto anche quando non ne avevo le energie, anche quando i miei amici hanno iniziato a non tornare più, per Pasqua. E non lo facevo per fede, naturalmente, giacché sono una delle tante incarnazioni dell’anticristo. Bensì per folklore, per tradizione, per appartenenza.

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Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non ho smadonnato per trovare parcheggio, non ho scarpinato per chilometri, non ho salutato vecchi professori e compagni di classe, non ho fatto finta di NON vedere altre settordicimila persone, non ho comprato una Raffo a 1 euro in Piazza Fontana e non ho sentito l’odore della salsicce arrostite sulle lamiere, vendute nel panino, anche quelle a 1 euro o poco più. Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono mescolata, non mi sono confusa, non ho detto parolacce camminando accanto a ottuagenarie signore della città vecchia, di nero vestite, addobbate come la Madonna Addolorata, che s’appoggiano stanche a enormi ceri accesi, e pregano, lente, lungo il pendio di San Domenico. Non ho parlato in dialetto, non ho salutato il cugino di Frecciagrossa, che suona nella banda, che suona marce funebri; non ho chiesto quanto sono andate le statue, perché sapete che si fa quella roba per cui le statue vengono messe all’asta e le famiglie più abbienti (e malavitose, secondo leggende metropolitane) le comprano per avere il priscio di portarle su tutta la notte, a piedi scalzi, facendo un passetto avanti e due passetti indietro (la “nazzicata”, in gergo; se lo pronunciate provate a ridurre al minimo il suono delle vocali, per cortesia, dovete dire una cosa tipo “a n’zz’c’t), espiando così le proprie colpe.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono persa tra la borghesia tarantina che cammina sulle pregiatissime Hogan, e nemmeno tra i tossicodipendenti coi denti consumati dall’eroina, e nemmeno tra i finti a-a-a-alternativi del panorama indipendente locale. Non ho aspettato l’alba, non ho visto i perdoni bussare sul portale della Chiesa del Carmine per rientrare, tra gli applausi dei presenti. Non ho mangiato un cornetto con la crema su Via Anfiteatro, accompagnato da un espressino, per poi rotolare distrutta verso casa.

Per la prima volta non ho percorso i vicoli stretti che sanno di piscio e di pesce, non ho costeggiato le vie dello shopping cittadino, non mi sono districata tra la folla cercando un volto tra i volti, un sorriso tra i sorrisi, una capigliatura priva di senso tra tutte le capigliature prive di senso, che spopolano in questa periferia così distante dagli hairstyle milanesi.
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Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non mi sono fatta saltare il cuore in gola, non mi sono fatta rovinare la serata da un saluto mancato, non mi sono fatta sfiorare la mano di nascosto, tra la folla. Non ho fumato una sigaretta con disinvoltura e circospezione sotto gli occhi della città intera, senza dare a nessuno modo di intendere cos’è che ci fosse sotto, quale fosse il non detto di quella non-vita, di quel non-amore, di quel siamo solo vecchi conoscenti che si sono appartenuti oltre ogni ragionevole possibilità. Oltre ogni sostenibile ragionevolezza. Per la prima volta non ho urlato al telefono a notte fonda. Per la prima volta non ho rincorso nessuno. Per la prima volta non mi sono chiesta cosa ci fosse di così difficile ad amarmi.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, non sono tornata a Taranto, non sono andata alla processioni, non ho scrutato la folla alla ricerca di un uomo che non avevo smesso di amare mai.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, ho scelto di fare altro. Di liberarmi dal giogo dei ricordi, dalla coazione a ripetere, dalle usanze ormai in disuso insensatamente perpetrate, a discapito d’altre, nuove, più gratificanti esperienze. Ne conservo i ricordi, le sensazioni, i colori e i sapori. Li conservo finché ci sarà spazio, finché non dovrò eliminarli per il naturale processo di eliminazione di cui cantava Manuel Agnelli. Non c’è torto o ragione.

Per la prima volta, dopo circa 12 anni, sono stata con la mia famiglia, ho mangiato, ho dormito, ho letto, ho passeggiato, ho imprecato contro l’assenza di copertura 3G in campagna, e poi mi sono goduta i mandorli in fiore, e il cielo, e l’erba rigogliosa da arare.

Per la prima volta ho ammesso di non appartenere a nessun luogo e a nessuna persona. Di essere cresciuta. Di essere libera.

Libera. Anche da quella che ho sempre creduto essere “me stessa”.

Ed è stato bello.

Se è figo, se non è figo

Ho deciso di fare coming out. Ho deciso di dire la verità su come noi donne reagiamo ai flirt.

Perché, dopotutto, siamo convinte di essere molto più sofisticate e complesse degli uomini (e per certi aspetti senz’altro lo siamo), ma inciampiamo anche noi in una riduzione fastidiosa seppur verosimile, subendola ma anche applicandola, e cioè: non gli piaci abbastanza/non ti piace abbastanza.

Per capire meglio a cosa facciamo riferimento, entriamo nel dettaglio di alcune situazioni che tipicamente si verificano nei primi approcci con l’altro sesso e scopriamo quanto, sottoposte alle stesse sollecitazioni, reagiamo in maniera diversa a seconda di quanto sia figo l’uomo in questione. I due scenari che prospettiamo, cum figus e sine figus, non si riferiscono al mero aspetto estetico, ovviamente, ma a quell’insieme di elementi – alcuni evidenti, altri imperscrutabili e nascosti nelle profondità del nostro inconscio – che rendono un soggetto particolarmente appetibile per noi.

Se è figo

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  • Controlliamo il telefono ogni 3 minuti
  • Se vediamo una sua notifica, sorridiamo compiaciute e ci fiondiamo a leggerla
  • Per rispondere aspettiamo circa 10 secondi, il tempo di pensare alla cosa più sagace da dire (che spesso non è poi così sagace, a esser franche)
  • Riponiamo il telefono e lo controlliamo ogni 30 secondi per vedere se ri-risponde
  • A un certo punto, per non fare le groupie, ci imponiamo di non visualizzare e di non accedere a whatsapp per almeno 15 minuti. Generalmente al settimo minuto non resistiamo più e leggiamo.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il nostro, ed è un messaggio inutile tipo un’emoticon
  • Se invece ha troncato lui la conversazione, ci offendiamo un po’, in segreto, e giuriamo a noi stesse che non ci faremo sentire più finché non si farà vivo lui (lasso di tempo accuratamente monitorato e misurato in minuti, poi in ore, poi in giorni)
  • Lui non si fa vivo, quindi pensiamo che in effetti è così figo che possiamo fare un’eccezione, che vale lo sforzo e che possiamo scrivergli noi. Per riuscirci consumiamo circa 350 kcal e mandiamo al macero tutta la nostra educazione sentimentale borbonica che vuole che l’iniziativa sia maschia (ma, del resto, viviamo nel 2016 e, tra criptochecche e amazzoni metropolitane, è difficile discernere il giusto dallo sbagliato, senza contare che “non esistono leggi in amore“)
  • Visualizza, non risponde. Noi controlliamo le spunte. Controlliamo che sia online. Andiamo a controllare se per caso è attivo su Facebook. Se per caso ha pubblicato qualcosa sulla bacheca. Se per caso non è rimasto vittima di un attentato terroristico e per questo non ci degna dell’attenzione che altresì meriteremmo. Niente.
  • Riappare dopo 15 ore. Noi c’abbiamo i coglioni di traverso, ma non diciamo nulla perché siamo donne emancipate e poi sei mica pazzah, che cosa vuoi, ha una vita. Ci vendichiamo al massimo facendolo attendere 30 minuti.
  • I nostri messaggi sono prolissi, viaggiano a gruppi di almeno 3-4 paragrafi per volta. Lui risponde a monosillabi. Comunque non più di cinque parole. Figurati una subordinata.
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno pensiamo che non vediamo l’ora di vederlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo che ha una voce adorabile, la ascoltiamo 8 volte, la forwardiamo all’amica più intima, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale
  • Se ci manda delle sue fotografie pensiamo che avremo dei figli bellissimi, le salviamo e ci intasiamo la gallery di sue effigi nelle quali inciamperemo quando la cosa sarà inevitabilmente andata a mignotte
  • Se ci parla di sua madre, ci chiediamo se piaceremo a nostra suocera
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che è stupendo, ha anche l’istinto di paternità
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia divertente e se ci manda dei link li guardiamo tutti fino all’ultimo secondo anche se non ce ne frega una minchia
  • Se ci fa una telefonata, sta diventando una cosa importante, quasi amore
  • Se ci invita a uscire, accettiamo. Se abbiamo impegni li spostiamo con tripli salti mortali. Pacchiamo le amiche senza rimorso e senza ritegno, e non mentiamo nemmeno, fiduciose del fatto che le amiche vere capiscono. Le vere amiche sanno.
  • Se ci passa a prendere ci sembra rassicurante e premuroso, e apprezziamo un casino questo fatto che non ci fa sciupare a guidare e cercare parcheggio, o a prendere i mezzi, o a spendere soldi per il taxi.
  • Se durante la cena è loquace, che bello, si sta aprendo, stiamo comunicando! Se invece tace, è tenebroso e affascinante.
  • Se non ci invita a uscire, convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali, incluse le quote finocchie, per analizzare il caso, decifrare i suoi contrastanti segnali e diagnosticare quale forma di disadattamento abbia, perché è evidentemente che è un disadattato
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita, va bene. Anzi, forse siamo noi che ci proviamo.
  • Se a letto non è il top, non importa, sono stata molto bene lo stesso. Se a letto è il top, iniziamo a chiederci se cerimonia civile o religiosa.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, iniziamo a patire e a lamentarci della totale assenza di uomini single eterosessuali, non egofroci, equilibrati.
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, affrontiamo la giornata con un sorprendente buon umore, il ché è la scientifica dimostrazione del fatto che sì, è vero: quando siamo acide è perché non scopiamo abbastanza (o abbastanza bene)
  • Se fa qualche progetto al futuro il cuore ci salta via dallo sterno, perché ei forse allora al matrimonio della mia amica avrò il mio +1. Te pensa.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, non avremo mai più una storia,  ormai è impossibile, piangiamo e scriviamo alle nostre amiche intime, a cui possiamo dimostrare di aver perso la dignità intellettuale; quelle ci dicono le cose che si dicono in questi casi e noi le ascoltiamo ma in fondo non riusciamo a liberarci della modalità “futura gattara inesorabilmente disgraziata” per almeno una settimana.

 

Se NON è figo

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  • Controlliamo il telefono e proviamo delusione mista a fastidio quando rileviamo 5 notifiche di quello che non ci piace. Invece che del figo.
  • Non c’è nessuna fretta di accedere a whatsapp e visualizzare i messaggi, del resto sto stalkerando su Facebook la nuova tipa del mio ex. Leggerò quando arriveranno notifiche rilevanti, tipo quelle del gruppo “Assorbenti con le ali per lanciarsi col paracadute” con le amiche della scuola materna.
  • Tra una risposta e l’altra lasciamo passare circa 15 minuti, di modo che anche il più solerte interlocutore sarebbe degnamente scoraggiato.
  • L’ultimo messaggio della conversazione è il suo. Non è colpa mia se mi sono addormentata all’improvviso. È stata una giornata pesante.
  • Non ci facciamo sentire. Se non si fa sentire lui ce ne accorgiamo dopo 1 mese.
  • Magari gli scriviamo un “come va?”, perché in fondo siamo educate e non ha fatto nulla di male
  • Visualizziamo, non rispondiamo. Ricompariamo dopo 15 ore e non osare dirmi nulla, cazzo vuoi, ho una vita
  • Rispondiamo a monosillabi o quasi. Usiamo l’emoticon del pollice per dire “ok” e chiudere la conversazione
  • Se ci scrive 50 messaggi al giorno, pensiamo di bloccarlo
  • Se ci manda una nota audio pensiamo ma che sbatti, sono in pubblico,  ma che vuoi, ma non puoi scrivere?
  • Se ci manda delle fotografie sue, notiamo tutti i terribili errori di stile che commette
  • Se ci parla di sua madre pensiamo che vabbé, dai, cresci un po’
  • Se ci parla del figlio del suo amico, pensiamo che voglia usarci come incubatrici e no, scusa, ma io non sono pronta
  • Se ci manda dei meme pensiamo che sia adolescenziale e se ci manda dei link non ci clicchiamo nemmeno sopra dicendo “lo guardo appena riesco” e non riusciremo mai più.
  • Se ci fa una telefonata, è invadente.
  • Se ci invita a uscire, abbiamo impegni. Siamo piene per le prossime 3 settimane. Guarda sono infognata. Periodo pazzesco. Gli diamo pacco numerose volte consecutive. Alla fine cediamo perché, in fondo, non si può mai sapere.
  • Se vuole passarci a prendere, è uno stalker che vuole sapere dove abitiamo esattamente. No tranqui, prendo un’enjoy.
  • Se durante la cena è loquace, per noi è logorroico; se tace è un disagiato
  • Se ci invita a uscire convochiamo un summit di tutte le nostre consulenti sentimentali per valutare come gestire la possibilità che ne voglia, mentre noi non ne vogliamo
  • Se ci prova alla prima o alla seconda uscita è un inetto, ma non lo capisce, ma per chi ti ha presa, ma perché gli uomini devono sempre sessualizzare tutto così in fretta? Che stress.
  • Se a letto non è il top, addio. Se a letto è bravo e zelante, sì, magari lo rivedo, però insomma non so. Al limite come trombamico nei periodi di arsura.
  • Se dopo la prima uscita non vuole rivederci, tiriamo un sospiro di sollievo
  • Se dopo la prima uscita vuole rivederci, iniziamo a pensare cosa fare per scollarcelo di dosso
  • Se fa qualche progetto al futuro: SENTI STAI CALMO, IO SONO UNA DONNA SINGLE, NON RINUNCIO ALLA MIA LIBERTÀ SIA CHIARO, NON POTRAI INGABBIARMI MAI, NON POTRAI LIMITARE I MIEI SPAZI Né LA MIA INDIPENDENZA E POI GUARDA CHE IO SONO UN CASINO LASCIAMI PERDERE.
  • Quando l’affair finisce pensiamo che niente, è andata così, sono una donna contemporanea e contundente, mi amo & mi odio, forse la mia dimensione è questa perché sì, sai, io non mi accontento, perché io valgoh.

E lo scriviamo alle altre amiche single che, anche lì, comprendono il nostro stato e ci dicono “si, si, certo”. Perché è tutto vero e tutto sarà così, finché non troveremo un altro figo a cui non piacciamo abbastanza. E il ciclo ricomincerà da capo.

E allora, forse, se un modo esiste per venirne fuori, per non dividere il mondo in categorie stagne, in fretta, con questi ritmi serrati dettati dall’iperconnessione in cui viviamo, dall’infinita pluralità di offerta, dall’inafferrabile liquidità dell’instant-relationship, ecco se un modo esiste forse è prendere e pretendere tempo. Da noi stessi e dagli altri. Tempo per conoscersi. Per capire se ci si piace oppure no. Perché non siamo i messaggi che scriviamo, né i meme che inviamo, né i link che condividiamo, né le stronzate che pubblichiamo. Perché siamo anche cose altre, e molte, e per scoprirle ci vuole il fottuto tempo. Altrimenti, in fretta, facciamo presto a decretare che uno è in o out, sulla base di micro-impressioni, di atteggiamenti digitali, di tempi di reazione messaggistica. O di quanto è biondo. O di com’è vestito.

Piacersi dev’essere un’altra cosa. E finché non ci riappropriamo del significato stesso di piacere e piacersi, che è una cosa che presuppone la scoperta, lo svelamento, la condivisione, la comprensione, la partita che si gioca ad armi pari e parità d’intenti, penso che continueremo ad accenderci di facili entusiasmi e a spegnerci di superficiali delusioni.

Indipendentemente dal fatto che siamo portatori di pene o di vagina.

Con questa estrema saggezza concludo.

Andate in pace.

Tinder Chronicles 1 – Il tipo da Modelle

Quando sei single da un po’, amici e conoscenti iniziano a raccontarti leggende metropolitane di amiche di amiche che sul Tinder hanno addirittura trovato l’amore. E che quindi sì, insomma, dovresti usarlo anche tu. E non importa che tu dica “no ma figurati se uno si mette con uno di Tinder, no dai ti prego, non mi va, io ste cose le ho già fatte quando erano meno mainstream, io voglio conoscere qualcuno nella vita reale e blablabla“. Quelli ti dicono che no, che devi usarlo, perché male non fa, perché puoi sempre conoscere gente nuova. Tu ci pensi un po’, rifletti sullo scorso autunno di astinenza sessuale (che hai deciso di non replicare nel 2016) e ti dici: va bene, okay, proviamo.

Così mi sono rimessa sulla piazza delle dating app e ho constatato che esse richiedono un gran dispendio di tempo che potrebbe essere destinato a più edificanti attività sociali e personali, ma che in effetti c’è un sacco di materia prima e questo è un fatto.

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Ho conosciuto un tipo, che chiameremo Tinder 1. Tinder1 ha 27 anni. Oh yes, è un under30 e capite bene che anche solo questo non poteva che indurmi a uscirci per condurre un’accurata indagine etnometodologica sulle possibilità di interazione con i millennials (dicesi millennials quelli che erano ancora minorenni quando è nato youtube, per capirci). Inoltre abbiamo un amico in comune, una persona vera, per cui la cosa assume delle sembianze molto rassicuranti, quasi familiari, nel grande apeiron delle staffette sessuali digitali.

Il Tinder1 se la cava grandemente. Prima uscita pomeridiana, un paio d’ore piacevoli, normali, tranquille. Si fa sentire nei giorni a seguire e il weekend successivo ci vediamo per aperitivo che in realtà diventa una cena. Poi lui sarebbe andato a una festa giovanilistica e io avrei raggiunto i miei amici 30enni per bere un amaro del capo in qualche locale sovraffollato sui Navigli.

A metà della cena e al secondo bicchiere di bianco so già che gliela darei senza riserve, perché lui mi fa ridere, perché è insolente ma mi fa anche una specie di tenerezza, perché sto mangiando pesce, il locale è bello, lui è bello, cioè non è Michael Fassbender ma ha delle robe che a me soggettivamente piacciono molto, da sempre, tipo essere alto, altissimo, più alto di me coi tacchi, e moro, e barbuto, attento a darmi la precedenza quando c’è da varcare una soglia e molto attento a rabboccarmi il vino (ho fatto diverse cene con alcolizzati latenti che si scolavano la bottiglia da soli, tracannando a un ritmo assai più sostenuto del mio). Il cameriere gay è innamorato di lui, evidentemente, e al tavolo accanto c’è un crogiolo di commilitone over30 che parlano di maternità e gravidanze. E io sono felice di essere lì con un bel figliolo under30 che voi non potete capire quanto. Ho anche la piega fatta e un look total black (così, per essere originali) che mi fa sentire bene. Insomma mi sento una figa a cena con un figo (non sposato/fidanzato/convivente con altra ignara donna, primo vantaggio dell’under30: esiste la possibilità concreta che sia casualmente – e non cronicamente – single). E questa cosa non mi capitava da un pezzo e me la godo anche se lui poi andrà a quella festa e io penso che anzi meglio così, almeno non gliela do e non faccio la parte della vagina facile. Tutto molto bene.

Al terzo bicchiere mi dice che darà pacco alla festa (che apprendo essere una festa con modelle, di cui una già destinata a lui, nel senso che lo aspetta proprio, perché hanno già limonato in passato, ottimo).

“Perché pacchi?”, gli chiedo con fasullissima apprensione mentre in realtà i miei ormoni stanno facendo il trenino sulle note di Com’è bello far l’amore da Trieste in giù.

“Perché sto benissimo con te”.

Uau. Dammi il cinque.

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Nel frattempo gli arrivano whatsapp multipli da altri amici under30 che, a seguito del suo pacco alla festa con le ultrafighe, gli danno del frocio. Mi è utile notarlo per accertarmi che lui non sia un mitomane che ha inventato tutto.

Le cose procedono a quel punto in maniera eccellente e, dopo aver pasteggiato e bevuto a sufficienza, andiamo da me.

Il prosieguo è lasciato alla fantasia del lettore.

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Avremmo potuto non sentirci mai più, come di solito avviene con le one-shot. Invece mi ha riscritto (la sera stessa, ndr) e il giorno dopo, domenica, è tornato da me, per un appassionante e appagante secondo round. Tutto molto bene.

Avremmo potuto non sentirci mai più, come di solito avviene con le two-shots. Invece mi ha riscritto dopo poche ore che sarebbe tornato da me, di nuovo, e che insomma ne avevamo ancora voglia entrambi. Ed eravamo stati entrambi bene, senza disagi, senza sbattimenti. Tutto molto naturale, liscio, quasi normale.

Se non fosse che poi, raccontandocela su, torna sul tema modelle e mi manda il link alle foto della extreme-gnocca-deluxe che aveva mandato in bianco la sera prima. A seguire mi gira il link di un’altra gnocca, persino meglio della prima, che lui proprio vorrebbe farsi.

Io tentenno, titubo e mi chiedo: ma perché? A me cosa interessa del tuo campionario di modelline perfette con lunghi capelli setosi e sorrisi bianchissimi che manco una join venture tra Mentadent e Omino Bianco (sì, è l’invidia della fumatrice che mi fa parlare)? D’un tratto è stato come se la realtà fosse arrivata all’improvviso, tutta insieme, siamo a Milano baby, qua un milanese piacente esce con le modelle, quelle che di solito si vedono sulle riviste, sulle passerelle e affisse seminude sui palazzi. Pura pappa reale per l’ego delle donne normali, quelle che da tutta la vita s’impegnano a combattere o ad accettare i propri difetti e le proprie imperfezioni. Cose che ti mettono a tuo agio come un uomo sarebbe a suo agio a sentirsi dire “Il mio ex era il gemello genitale di Rocco Siffredi“.

In sintesi: dovrei sentirmi lusingata di aver vinto il trofeo virile per 1 notte, o forse 2, o forse 3? Le foto delle tope servono a mettere una distanza e a dirmi con una sofisticata forma di comunicazione non verbale “ei sappi che io mi trombo gnocche più gnocche di te, ma siccome sei intelligente mi sono fatto pure te“? Avrei forse dovuto dire: “Uau, facciamolo in tre!“?

Perché a me va bene che sono adulta, indipendente, mentalmente aperta e sessualmente libera, ma sono pur sempre una vagina. Inoltre, in passato, sono stata tradita (da un eunuco che amavo) con una pseudo-modella, quindi ho proprio un’idiosincrasia scoperta sul tema. Aggiungici che sono, come tutte, culturalmente programmata fin dalla più tenera età a essere insicura. E quella menata della bellezza, ommioddio, quante inutili paturnie sulla bellezza, sulla sensazione di non esserlo mai abbastanza: che siamo grasse, che siamo basse, che non abbiamo le tette, che abbiamo la cellulite, la buccia d’arancia e le smagliature, che stiamo invecchiando e DIOPECCATOMORTALEINVECCHIARE. Ettucheffai? Mi mandi le modelle.

Ho concluso dicendogli che doveva uscire con la super-figa, invece che con me, che era più giusto e più coerente così. Credo anzi di aver proprio detto “Sei un tipo da modelle“, come se fosse una categoria antropologica con la quale io non posso naturalmente avere nulla a che spartire. Non saprei dire se lo pensassi davvero, ma mi era scattata l’artiglieria autodifensiva pesante e quando lui mi ha detto “Ma sto uscendo con te”, ho proprio insistito: esci con la prossima copertina di ELLE, dai.

Comunque sono state 36 ore molto belle. Questo è un fatto.

Come è un fatto che da tutta questa storia possiamo trarre una sola grande morale: puoi anche essere una strafiga di straordinaria bellezza e, ciononostante, essere paccata di sabato sera. Succede a tutte. Anche alle modelle.

Quindi noi stiamocene tutte molto tranqui.

 

Donne Che Verranno

Sono in tram. Una bambina inizia a fissarmi.

Succede spesso questo inspiegabile fenomeno, che i bambini iniziano a guardarmi ipnotizzati, e io non capisco perché, dal momento che non cerco mai di attirare la loro attenzione né di entrarci in sintonia.

Sono in tram. Una bambina inizia a fissarmi,  con il suo incarnato mediterraneo e i capelli scuri arruffati, e due occhi neri come la pece, come il cioccolato fondente 99%, come il mio guardaroba. Neri e immensi. Le faccio una linguaccia. E quella sorride stupita, sfoggiando una gran quantità di denti da latte incastonati un po’ a caso nelle gengive. E mi indica, puntando il suo minuscolo indice, che dev’essere lungo quanto il mio mignolo ma nemmeno, contro di me. Distolgo lo sguardo, guardo fuori dai vetri sporchi del tram, vedo un baracchino che vende ramoscelli di mimose. E ricordo che è la festa della donna. Giusto. Vero.

Riguardo la bambina, che ancora non sa cosa le è capitato, a nascere donna, e penso che – se potessi – le direi un sacco di cose su questa magica avventura che l’attende, ovvero vivere la vita da portatrice sana di vagina.

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Le direi che i suoi sogni deve sceglierseli lei, da sé e per sé. E che non deve temere che siano sogni sbagliati, perché i sogni sbagliati non esistono. E che l’unica cosa più sbagliata di sbagliare, è non provare.

Le direi che il primo amore non si scorda mai, e che quindi la prima di cui farebbe bene a innamorarsi è se stessa. Ma non di un innamoramento fatuo e frivolo, fatto di selfie e vanità; bensì di un amore profondo e consapevole, fatto di umanità e accettazione, di comprensione e cura, che dovrà costruire giorno per giorno, adempiendo al titanico compito di volersi bene per quella che è.

Le direi che ciò che lei vuole è più importante di ciò che vogliano gli altri da lei o per lei. E che le capiterà di cambiare idea,  che non è facile capire quello che si vuole, che una volta sarà convinta di volere una cosa, e poi s’accorgerà di volerne un’altra, e che per giungere a una conclusione dovrà vivere, sperimentare, scoprire. Con un po’ di incoscienza prima e con tanto coraggio poi.

Le direi di ascoltarsi, ma non troppo e non sempre, perché spesso noi donne ci diciamo un sacco di minchiate.

Le direi di criticarsi, perché la critica è un atto d’amore. Ma solo per migliorarsi, non per ferirsi, perché a ferirla – probabilmente – ci penserà il resto del mondo.

Le direi di assecondare la propria indole, quale che sia, e di accettarla. Di valorizzarla invece che negarla.

Le direi di coltivare le proprie passioni anche quando sarà l’unica a credere nella loro bontà. E di essere caparbia senza diventare ostinata.

Le direi di non esagerare con le merendine, e di fare sport fin da piccola, perché – deve fidarsi – fare sport da piccoli la differenza la fa e un giorno ricorderà le mie parole e me ne sarà grata.

Le direi di conservare sempre la bellezza che negli occhi ha, per continuare a vedere bellezza in ciò che domani guarderà.

Le direi di non perdere mai la capacità di ascoltare il prossimo e di vestire panni diversi dai suoi.

Le direi di imparare a conoscere il suo corpo, di non fingere l’orgasmo mai e di vivere il sesso con gioia e libertà, che non significa viverlo come puttanizio ma significa viverlo come un’espressione della propria femminilità. Che il sesso a volte si fa per amore e a volte si fa per diletto, e non è sbagliato mai se è fatto con coscienza e protezione.

Le direi di gestire quel tipico bisogno femminile di conferme da parte di terzi, specialmente degli uomini, e di procurarsi da sé le conferme di cui ha bisogno: lavorando, leggendo, conoscendo e sviluppando le sue abilità (che esse siano fare pasticcini, oppure trovare la cura a una malattia incurabile).

Le direi di non credere a quella bugia delle favole, che “vissero per sempre felici e contenti” è una cosa che non esiste, ma ne esistono altre, che a volte sono anche migliori perché sono vere. E che non esistono uomini che ti salvano, e che deve imparare a salvarsi da sola, distribuendo le forze e le energie su fronti diversi. Che a volte ci riuscirà e a volte farà più fatica.

Le direi di non scrivere mai per prima dopo un appuntamento e anche di lasciarsi corteggiare un po’, da questi uomini che non corteggiano più.

Le direi di non avere paura di ciò che la gente dice di lei, e di sbattersene quando le diranno che è troppo bassa, o troppo grassa, o troppo giovane, o troppo vecchia, o troppo diversa, o troppo disinibita, o troppo egoista, o troppo fessa, o troppo stronza. Di andare per la sua strada, senza perdere di vista i suoi obiettivi.

Le direi di non subordinare la sua felicità a quella di un uomo demmerda, mai. E di imparare in fretta a distinguere ciò che le fa bene, da ciò che le nuoce. E di credermi, come fosse un atto di fede, quando le dico che l’amore è quella cosa che ti fa stare bene, che ti rende migliore, non quella che ti peggiora, che ti svuota, che ti fa perdere l’equilibrio e cadere e fratturarti il femore dell’anima. Che poi ti serve una riabilitazione che non finisce più.

Le direi di non spaventarsi se una volta al mese piangerà senza ritegno e senza motivo apparente, o se urlerà contro il tizio che le ruberà il parcheggio, o se bestemmierà in turco per quel problema al lavoro, che in fondo non è di così vitale importanza. Che è tutto regolare. È solo il premestruo.

Le direi di fare shopping ogni tanto, che fa bene, ma di non spendere lì tutti i suoi soldi. Bensì di viaggiare, andare al cinema ma non per vedere i film in 3D, andare alle mostre, andare ai concerti. E per piacere, intorno ai 12 anni di iniziare ad ascoltare il grunge. E poi il rock. L’hard rock. Il post-rock. Il proto-rock. La new wave. I cantautori italiani. E il pop ok, ma selezionato. I Dear Jack per l’amordiddio no.

Le direi che il rapporto con le altre donne non sarà sempre semplice, ma che non è colpa sua e nemmeno loro. Che quanto prima imparerà a non vivere la relazione femminile come una competizione ma come un’opportunità, non come un paragone spietato e rivale, ma come una reciproca occasione di arricchimento; quanto prima capirà che ogni donna ha in sé qualcosa di positivo e che le fragilità che nutriamo sono comuni e simili, tanto prima scoprirà quanto empatica e profonda può essere la complicità tra donne.

Le direi che a volte sentirà un’ansia forte, che dipenderà delle aspettative che ha per se stessa. O che la società ha per lei. E che deve imparare a ridurre e a semplificare. A spogliarsi delle pressioni e a respirare profondamente.

Le direi di credere fermamente in se stessa, di avere fiducia nelle proprie capacità affinché quella stessa fiducia ce l’abbiano gli altri. Perché è una donna, e quando le donne vogliono davvero qualcosa, la ottengono. Perché le donne sono forti, anche quando sono deboli; perché sono combattenti anche quando sono stanche; perché essere donna è un casino ed è una sfida quotidiana a trovare l’equilibrio giusto tra nutrimento e gusto. Una sfida a essere sicura, a essere decisa, a essere tenace, a essere dolce, a fare tre miliardi di cose insieme, a lavorare, a costruire una vita privata, a combattere forze invincibili, come il tempo o la gravità. A emanciparsi, senza snaturarsi. Ad avere i coglioni, ma anche le ovaie.

Le direi, comunque, che la cosa più importante è essere sempre capace di amore. Cioè avere proprio dentro di sé la capacità, intesa come spazio, per contenere questo sentimento ingombrante e complesso, fatto di mille declinazioni ed espressioni.

Le direi che l’amore è una roba che si dimostra, verso un compagno, ma anche verso la famiglia, gli amici, i figli, i figli degli amici, i disgraziati e i diversi.

Le direi di continuare a sorridere il più possibile, anche quando non avrà più i denti da latte, anche quando gli eventi proveranno a indurla a smettere.

Anche se piove.

Anche se c’è il sole.

Anche se la vita andrà come deve andare.

Lo dicevano anche gli 883.

Citazione di altissimo livello.

Cazzo.

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