Vagi Avventure nel Mondo #1 – IBIZA

Avete presente quando gli zii vi obbligavano a vedere le diapositive dei loro viaggi, accompagnate da ultra-didascaliche narrazioni dei momenti salienti, e a voi giustamente non ve ne fregava una minchia?

Bene, è quello che sto per fare anche io, raccontandovi la mia Ibiza 2015.

  1. Primo giorno a Ibiza, piove

Non facciamone una tragedia, non è che sei appena arrivata su un’isola dell’arcipelago delle Baleari nel Mar Mediterraneo a inizio agosto per trovare il bel tempo! Forza e coraggio, andiamo al mare di pomeriggio (a Las Salinas mi pare, un posto che se lo vedi in foto pare fichissimo, poi arrivi e dici “vabbè ma questo è tutto?”). Alle 18 fa così freddo che io ho la pelle d’oca e le mie amiche milanesi si rivestono. Prima di andare facciamo una pausa al bar, dove oltre a spendere 5 euro per un caffè, incontriamo una fauna quanto mai assortita di cui, per me, l’esemplare vincente è comunque lei:

Schermata 2015-08-31 alle 22.27.12
Una turista che voleva essere Nicole Minetti

Intuisco il tenore della vacanza quando la prima sera non andiamo a ballare.

2. Il secondo giorno a Ibiza c’è il sole.

Spettacolo. Decidiamo di andare a Cala Nova, con il taxi perché siccome siamo milanesi inside abbiamo deciso che ci muoveremo solo in taxi. Tanto siamo in 4, siamo in Spagna, costano poco.

Spendiamo, così, una cifra imponderabile per raggiungere la nostra destinazione, che era in effetti molto bella, se non fosse che era esposta sul lato dell’isola dove quel giorno c’era mare demmerda. Ma proprio demmerda, con mini-tsunami fatti per metà di acqua e per metà di ALGHE. Tipo che i turisti tedeschi (o olandesi, o svedesi, o danesi, insomma quelli bianchi-bianchi e molto biondi) uscivano dall’acqua ricoperti di ALGHE, ovunque, anche in faccia.

No, questo era davvero troppo per noi, infatti non ci siamo fatte il bagno e siamo piacevolmente rimaste 4 ore sotto il sole senza uno straccio d’ombra a rantolare. Il tutto cospargendoci di almeno 3 creme diverse,  a seconda della zona del corpo, protezione minimo 30. Perché io valgo.

La cosa bellissima, in compenso, di cui abbiamo potuto godere a Cala Nova,  è il baretto gestito da ragazzi napoletani (o, per lo meno io, me li ricordo tutti con l’accento napoletano), poco più su. Un’atmosfera piacevolissima, accogliente e rilassata. Se mai ci passerete, capirete cosa intendo dire.

io che mi sento fica al baretto di Cala Nova
io che mi sparo le pose al baretto, che ho appena scoperto essere il Ristorante Punta Verde (dove io però ho mangiato solo un toast alle 17)

Prendo definitiva consapevolezza del tenore della vacanza quando anche la seconda sera non andiamo a ballare. Non riesco a non pensare che a 20 anni, la seconda sera, a Ibiza con la mia amica Vagignocca, ci ritrovammo su una nave piena di arabi e bionde, a ubriacarci di champagne e a far mattina ballando. E no, non l’abbiamo data a nessuno. Però, per l’appunto, c’avevamo 20 anni, non 30.

In compenso, adesso ho un’enciclopedica conoscenza di tutte le farmacie e di tutti i negozietti del porto, tipo che se vuoi fare le collanine a Ibiza, posso spiegarti anche dove andare per comprare pietre e accessori vari.

3. Il terzo giorno a Ibiza, mi viene il ciclo

Il programma della giornata prevede di andare al mare a Playa d’en Bossa e poi direttamente a ballare all’Ushuaia. Dopo aver superato lo shock indotto dal fatto che le mie amiche milanesi volessero portarmi a ballare roncia di salsedine, direttamente da mare, mi sono armata di un kit di sopravvivenza per la giornata (nonché di innumerevoli tampax e salviettine) e sono andata incontro al mio destino.

Ci siamo stanziate sulla spiaggia libera, a destra del Bora Bora e siamo rimaste lì per qualche ora. Un lasso di tempo sufficiente a conoscere piuttosto approfonditamente almeno 40 promoter, uomini e donne, per lo più italiani e inglesi, età media 22 anni, che ti propongono favolosi Boat Party open bar e open food, età media 18 anni. E tu ne hai 30.

Quindi, se avete voglia di rilassarvi un’ora senza che nessuno vi rompa i cojoni, Playa d’en Bossa (per lo meno la spiaggia libera) non è decisamente il posto per voi, perché dopo 30 minuti non ne potrete più di essere importunate ogni 5 minuti, e inizierete a trattare i promoter con lo stesso piglio che usate con gli insistenti pakistani delle rose.

Se andate a Playa d’en Bossa dovete sapere alcune cose, a parte la piaga dei promoter che comunque danno anche interessanti sconti o riduzioni, e tutto sommato sono lì a lavorare invece che stare all’Hard Rock pagati da papà. A Playa d’en Bossa ci saranno dei truzzi, ci saranno molte fighe con chiappe marmoree, ci saranno alcuni fattoni, ci saranno dei ragazzini. Vi anticipo anche che, quando sono andata io, c’era un piacevolissimo olezzo di uovo marcio misto fogna, non saprei dire, che arrivava a ondate, dritto dal mare.

Ma questo, per fortuna, in foto non si vede.

Playa d'en Bossa
Playa d’en Bossa

Da quelle parti, tuttavia, cioè procedendo oltre il Bora Bora, ci siamo imbattute – arrivando dalla spiaggia – in un posto di cui non ricordo assolutamente il nome, ma che era tipo così, dove abbiamo anche mangiato un ottimo pad thai. Mi rammarica ammetterlo, ma sono stata la prima a scegliere il pad thai e le altre mi hanno seguita a ruota (giustamente, perché mangiare altro, in Spagna, quando possiamo mangiare un piatto fusion che ci fa sentire a Milano).

Il posto in questione

Sto posto ha cuscini, dondoli, un repertorio musicale discutibile e soprattutto un omone di colore che per 35 ragionevolissimi euri ti fa il massaggio rilassante di 50 minuti alla ripa di mare. Confesso di averci pensato. Ma mi sarei sentita quasi come gli uomini che vanno a mignotte. E non l’ho fatto.

(intanto ho cercato il posto con Google, si chiama Mumak)

A seguire, andiamo a ballare all’Ushuaia. Quella sera suona Avicii, che non ho la più pallida idea di chi sia ma qualcuna delle altre dice che è figo.

In effetti la serata è bellissima. Ballare in infradito altrettanto.

La musica, la location, l’audio, la gente, il sole che tramonta sulla festa in piscina, l’aria è bella, ed è tutto così fico che quasi non ci pensi che stai spendendo 20 euro per un cazzo di cocktail. Il concept di base dell’Ushuaia è farti sentire a un’enorme festa in piscina a casa di quell’amico ricchissimo dei tuoi amici ricchissimi, dove sono tutti fichissimi (che è una cosa orrenda, per carità, ma non prendiamoci per il culo che Beverly Hills l’abbiamo visto tutti, in un’età in cui eravamo facilmente impressionabili).

E in qualche maniera è così, perché sei in un hotel, tra le camere di persone più fiche di te, che alloggiano lì. Non sei propriamente invitato, perché per entrare paghi 55 euro. E se ti guardi attentamente intorno puoi individuare un discreto numero di soggetti improbabili. Ma nulla di tutto questo conta. L’esperienza nel complesso è appagante. E se andate a Ibiza, all’Ushuaia ha senso andare.

una topa sospesa in un cerchio all'Ushuaia
una topa sospesa in un cerchio all’Ushuaia

A mezzanotte, a serata finita, io sono semi-paralizzata dal mal di schiena e dal mal di reni, perché ricordiamo al gentile pubblico che era comunque il mio primo giorno di ciclo. E io non ho più 20 anni!

4. Quarto giorno a Ibiza, abbiamo un solo obiettivo: Cala d’Hort.

Cala d'Hort

Un posto splendido, non saprei dire se il più bello di Ibiza, ma sicuramente uno dei.  E non solo perché l’insenatura abbraccia due specie di faraglioni, ma anche per l’atmosfera che vi si respira, in cui riescono tranquillamente a coesistere l’anima hippy dell’isola e un moderato turismo.

Accanto a noi c’erano due ragazze di Los Angeles che meditavano con le pietre e fumavano di qualità.

A un certo punto, è arrivato un vecchio hippy e si è fatto il bagno nudo. E tutti gli altri avevano il costume. E nessuno si è scomposto. E per chi se lo stesse chiedendo, il suo è l’unico uccello che io abbia visto a Ibiza.

Il ché comunque merita un momento di raccoglimento.

Guardiamo la giornata scorrere, dalle 12 alle 23, rifugiandoci sotto le palme del bar per un tinto de verano e mangiando la paella al ristorante El Carmen, quello a sinistra, guardando il mare.

Ecco, voi non fatelo.

Voi mangiate nell’altro, quello più piccolo, dove noi abbiamo preso solo il tinto de verano, quello centrale, che i piatti li avevamo visti passare ed erano pure invitanti.

Non fate come noi, che ci siamo fatte depistare dalla tassista (vi prego, voi prendete la macchina) che ci dice che El Carmen fa la paella più buona di Ibiza. E nemmeno dal fatto che fanno 25 tipi di paella diversa, che noi siamo abituati alla pluralità d’offerta, ci affascina.

Invece no, cazzo, è giusto mangiare dove di paelle ne fanno solo 2, se non solo 1, quella è, quella tradizionale, se non ti sta bene, vatti a mangiare una pizza a Playa d’en Bossa.

Considerate che una delle mie amiche ha vomitato dopo qualche ora (considerate pure che la mia amica è milanese e i milanesi hanno una specie di delicatezza digestivo-intestinale che noi, cresciuti a tielle di cozze al gratin, non comprenderemo mai davvero).

Fatto sta che a parte la paella demmerda, la serata è una di quelle che a 50 anni uno ripensa “madò com’eravamo giovani e belle”. Il posto incantevole, la compagnia deliziosa e, soprattutto, siamo come rigenerate, purificate, perché in quel posto non prende un cazzo e noi per 11 ore siamo tagliate fuori dalla civiltà.

Ma abbiamo assistito a tutto questo. E forse era da tanto che non stavamo ferme, a guardare la giornata scorrere e il cielo imbrunirsi, fino a diventar pesto.

Dopo il tramonto, sempre Cala d'Hort
Dopo il tramonto, sempre Cala d’Hort

Sappiate, infine, che se pensaste di tornare a Ibiza Città in taxi da Cala d’Hort, non è semplice. Infatti noi siamo tornate con un gentile cameriere romeno del ristorante ibizenco, che ci ha eroicamente tratte in salvo fino alla nostra magione. Al quale abbiamo dato 25 euro in nero di gratitudine.

Tornate a casa ci siamo docciate, due sono andate a dormire (quelle che, in viaggio, dormono e cagano senza problemi), mentre io e l’altra (le stitiche insonni) siamo salite sul terrazzo, e siamo rimaste a parlare un’infinità di tempo, e ho conosciuto tanti aspetti in più di una persona che non conoscevo abbastanza.

Ed è stato in verità molto figo fare l’alba a Ibiza a parlare su un tetto con una donna gagliarda, estremamente cinica ed estremamente pura, come se avesse questa corazza spessissima che serve a proteggere un nucleo intatto, nel quale conserva il suo stupore e la sua energia, la sua lealtà e la sua poetica. Ed era uno di quei dialoghi, come a volte ne faccio con le mie amiche, che ci starebbero di brutto in una piece teatrale.

5. Quinto giorno a Ibiza: make love, not war

La missione è ambiziosa. Serata al Pacha, tutta una tirata, poi si parte, il giorno dopo, senza dormire. Abbiamo 30 anni e per essere sicure di non rimanerci secche, decidiamo di abolire il mare, nonostante sia il nostro ultimo giorno. Ma capite, dobbiamo essere riposate per essere giovani.

In compenso, ci dedichiamo al nostro quotidiano giretto per i negozietti. E lì, facendo una cosa apparentemente sfigatissima come essere sveglia a Ibiza alle 11 di mattina, mi è successo di vedere un’Ibiza bellissima, che non avevo mai visto prima. Un’Ibiza fatta di stradine semi-vuote, silenziose, tutte addobbate a tema Flower Power, e numerose effigi di Mick Jagger, quando Mick Jagger era Dio, in giro.

Era come spiare quant’è bella Ibiza, quando dorme.

Ibiza dormiente
Ibiza dormiente

Lo stesso giorno saliamo a piedi in cima sulla Dalt Vila (sempre al fine ultimo di arrivare riposate e fresche al Flower Power, nonché di fare finalmente un po’ di fitness) e continuiamo ad amoreggiare con questa Ibiza di nicchia, essenzialmente deserta, assolutamente bellissima (ho fatto duemila foto che sono su Instagram e che qui vi risparmio). Quell’Ibiza speciale che nessuno vede (per forza, tutti gli altri sono a Playa d’en Bossa). Nota a latere: usate scarpe chiuse e comode se andate a farvi un giro su, su, su, proprio fino alla cattedrale, come dei veri turisti. Non infradito, come ho fatto io.

Poesia
uno scorcio qualunque

Infine, torniamo al porto per cena e mangiamo in un ristorante delizioso. Un posto ricco di suggestioni mediterranee, con un’atmosfera accogliente ma elegante, in una specie di giardino interno, con luci soffuse, tavoli in muratura decorati da maioliche e piante rampicanti che incorniciano il cielo sotto il quale si cena. Abbiamo cenato mangiando frittura di pesce, gamberoni arrostiti e orate al forno con patate e verdure. Per finire una crema catalana a metà, un caffè, l’ultimo bicchiere di bianco e chupito di hierbas gentilmente offerto dal cameriere spagnolo 25enne di notevole fichezza.

Ultima sera, come da progress, Flower Power al Pacha.

Per l’occasione, mi vesto di nero.

Schermata 2015-09-02 alle 00.03.04

A parte il mio non avere niente di flauah-pauah per andare al flauah-pauah, è una serata bellissima. Balliamo, cantiamo, ridiamo, parliamo, scriviamo numeri di telefono su fazzoletti di carta come nei telefilm degli anni novanta.

Scappiamo all’alba, dobbiamo andare in aeroporto a prendere il nostro volo easymerda che ci riporterà in Italia, senza dormire nemmeno 20 minuti, perché noi siamo giovani e facciamo after.

Arriviamo in aeroporto. Il nostro volo easymerda ha 5 ore di ritardo.

Quella che segue è l’ultima foto della mia vacanza, dalla quale si evince il livello di scoramento e afflizione. Bestemmio un po’ perché ho perso tutte le coincidenze e perderò un giorno a Milano prima di proseguire per l’Abruzzo.

Poi, finalmente, collasso sui sedili della sala d’aspetto.

Scoramento e Afflizione

FINE

Il resto delle ferie l’ho speso tra Abruzzo e Puglia.

…giornate impegnative, ma di quelle ne parleremo un’altra volta.

E comunque, ben ritrovati!

 

 

 

Amami quando

Amami quando sono stanca. Amami quando sono delusa.

Amami quando sono affranta o quando sembro sconfitta.

Amami quando sono velenosa. Amami quando sono amara e feroce.

Amami quando lacero la carne con le parole.

Amami quando sono ispida, quando sono rancorosa e quando sono aggressiva.

Amami quando sono in premestruo. E amami quando in premestruo non ci sono e sono persino più insopportabile.

Amami quando sono spocchiosa, quando sono petulante, quando sono provocatoria.

Amami quando sono insicura.

Amami quando la mia arroganza mi limita e non mi permette di vedere.

Amami quando perdo, quando fallisco, quando sono mediocre.

Amami quando la mia solitudine mi rende egoista. O il mio egoismo mi rende sola.

Amami quando ho voglia di litigare e non ho nessuno con cui farlo.

Amami quando non vado in palestra, quando non accendo i fornelli per mesi, quando non dormo, quando fumo troppo, quando il cesto della biancheria deve rovesciarsi perché io faccia una lavatrice.

Amami quando voglio che le cose si facciano sempre come dico io. E amami anche quando giro la frittata per avere ragione. Amami quando pianifico e quando metto fretta, perché la vita è una e il tempo è il bene più prezioso.

Amami quando mi lamento.

Amami quando mi rode il culo e mi inalbero.

Amami quando mi sento frustrata.

Amami quando sono dura perché la fragilità è un lusso che non posso concedermi.

Amami quando ho paura del futuro.

Amami quando mi concentro su ciò che mi manca e non su ciò che ho.

Amami quando sono intollerante e quando faccio fatica ad adattarmi.

Amami quando, alla fine, non mi adatto.

Amami quando sono spietata. Amami quando ho i sensi sensi di colpa.

Amami quando piango e non so bene perché.

Amami quando non ho più il fisico di una 18enne, io che il fisico di una 18enne non l’ho avuto manco a 18 anni.

Amami quando non sorrido più e quando fisso il vuoto pensando troppo.

Amami quando amabile non sono. Quando nessun altro al mondo potrebbe farlo. In quei momenti in cui nemmeno io lo faccio. Come un pazzo visionario e tenace, amami.

Amami quando amarmi è difficile, perché è lì che l’amore si dimostra.

Perché è troppo facile amarmi quando sono bella, brillante, sicura, soddisfatta, disinibita, equilibrata, sana e in forma. E sì, mi impegno a volte per essere tutte queste cose, ma non riesco a esserle sempre. Alcune, non ci riesco mai.

Amami quando non so fidarmi. Amami quando non credo.

Amami come persona prima che come donna.

Amami senza sentirti obbligato a comprendermi sempre.

Amami senza smettere di rispettarmi mai.

E scusami se ti chiedo di amarmi per primo, so che non dovrei. So che in amore si da, oltre a ricevere. So che prima di preoccuparmi di essere amata, dovrei preoccuparmi di saper amare. Ma ti chiedo lo stesso di amarmi per primo, per essermi da esempio, per insegnarmi a farlo, o per imparare insieme come si fa. Anche se sono adulta. Anche se dovrei già saperlo. Anche se le mie amiche si sposano mentre io ancora non ho imparato a portare un pacchetto di fazzolettini sempre in borsa.

Amami in questo modo qui e io ti seguirò a ruota. Ti seguirò senza esitazioni. Mi avventurerò tra i tuoi difetti, i tuoi limiti e le tue miserie. Supererò le mie ritrosie. Ti sarò grata sempre. Anche quando ti desidererò di meno. Anche quando saremo normali. Anche quando sarai banale. Anche quando sarò una di quelle che non voglio diventare. Anche quando inizieremo ad annoiarci e per la prima volta non ne avrò paura. Per la prima volta mi sembrerà naturale. Per la prima volta avrò voglia di viverla, quella noia.

Amami quando le spine sembrano più dei petali. Ma in realtà è soltanto che la primavera deve ancora venire. E con le stagioni non ci si capisce più un cazzo. E non si mai quando arriverà, la primavera.

Anche se siamo in estate.

Schermata 2015-07-24 alle 00.48.34

I Non-Leccatori

Da tempo volevo dedicarmi a questo argomento di capitale importanza che interessa molte di noi e sul quale c’è uno sconcertante silenzio mediatico: i Non-Leccatori.

Tutto è iniziato a un aperitivo con una mia amica che mi ha raccontato del suo recente affair con un performante financial consultant sarcazzo, con cui era già stata a letto 2 volte e che non gliel’aveva ancora leccata. Che, di solito, è un preoccupante campanello d’allarme che ci segnala che potremmo essere in presenza di un Non-Leccatore. Alché le ho detto di dargli una terza chance, perché se non lo fa la prima volta ok, vabò, ci può stare; se non lo fa la seconda volta è un indizio, se non lo fa la terza volta è una prova. E il passo dalla prova alla condanna, in genere, è breve.

Partiamo da principio: dicesi Non-Leccatore un esemplare di maschio eterosessuale in attività che non ama dilettarsi nell’ars amatoria orale, che preferisce mangiare la catalogna lessa piuttosto che praticare un cunnilingus degno di tal nome e che, in fondo, pensa che la beneamata virtù femminile altro non sia che un enorme mitile appena pescato dai pali delle cozze del Mar Piccolo di Taranto.

Naturalmente esistono diverse categorie di Non-Leccatori.
11273058_1107231809303268_141017266_n

L’Intollerante –> Praticamente il celiaco del sesso orale, quello che non la lecca perché se ci prova gli vengono i conati di vomito, le coliche gastriche, il cagotto, la dissenteria e va bene lo splatter, ma a tutto c’è un limite. Che poi una non può nemmeno dire niente, in quei casi, che mica è colpa sua se non gli piace, perché allora scusa il sesso è fatto anche di odori, sapori, chimica, pensa se tu dovessi fare a un uomo una fellatio e non ti piacesse il suo odore. Bene, gli direi “fatti un bidet che ti faccio un pompino”. Fine. Non è che deciderei che io non faccio mai più sesso orale al genere maschile (è anche vero che se qualcuno dicesse a una donna “fatti un bidet che te la lecco” quella potrebbe facilmente avere reazioni inconsulte, dal pianto isterico al due di picche). Magari non gli piace il tuo odore, ok, possibile, legittimo, ma allora cercherò qualcuno a cui il mio odore piaccia, perché graziaddio nel mondo ce ne sono.

Il Pelofobico –> Sarebbe quello che non la lecca perché maisia la sensazione del pelo in gola, è una tortura che nemmeno i cartelli messicani della droga sono così feroci coi loro nemici. Al pelofobico la patata va presentata pelata, liscia-liscia come il culo del bambino della pubblicità della Pampers. Viceversa lasciate perdere. Prestate attenzione anche alla ricrescita, cioè avvisatelo che i peli devono ricrescere un po’ per essere strappati di nuovo, prima che si prenda male e vi dica che il vostro pube sembra la faccia di Raz Degan.

Il Sentimentale –> Sarebbe quello che la lecca solo quando pensa che tu sia la donna della sua vita, che potresti cucinargli la cena e sfornargli un paio di figli, possibilmente maschi. Insomma, quello il cunnilingus non lo pratica le prime volte, deve diventare una cosa più importante, deve esserci un po’ di sentimento, che a me sembra come quando noi diamo il culo, ma solo per amore. Altrimenti gnente, nisba, sciopero della lingua. Quindi state tranquille, non è che a lui non piaccia leccare la sacra vulva, è proprio che di voi non gliene frega ‘ncazzo.

Il Sindacalista –> Sarebbe quello che lo fa il minimo sindacale, random, una volta ogni tanto.  Lo fa per un po’, quasi sempre non lo fa bene e spesso s’aspetta che tu gli renda onore e gloria per il prode gesto e l’eroico coraggio che ha dimostrato avventurandosi negli anfratti della tua femminilità. Cioè devi farlo venire in stile Brazzers.

Il Formichiere –> Colui il quale non ama particolarmente praticare il cunnilingus ma sente che ormai è culturalmente richiesto perché nei porno succede così e le donne se l’aspettano, quindi, per almeno 3 minuti se ne sta appollaiato a fendere la tua area clitoridea (sì, insomma, grossomodo lì), con la piccola punta, ritta-ritta, della sua linguetta.

L’Insospettabile –> Il peggiore della specie. Quello che non te l’aspetti, che limona da dio, che ti bacia le orecchie e il collo e le spalle e tu dici veeergine-santa-ti-prego-fa-che-continui-così. E poi, invece, l’arbitro fischia e quello si va a sedere in panchina. Entra in campo solo per tirare in porta e tu senti che ci sono gli estremi per una denuncia per truffa aggravata.

I Non-Leccatori, una non ci pensa mai, ma esistono. Sono intorno a noi, sono in incognito, non hanno una linea viola che ne contraddistingue la sagoma come nella pubblicità sull’aids degli anni ottanta. Loro si mischiano, si confondono e tirano la fregatura a posteriori. E tutti loro hanno un comune denominatore: il cunnilingus non lo praticano, ma danno per scontato che la fellatio sarà di serie. E nessuno si preoccupa di essersi lavato magari 12 ore prima, di essere stato in giro tutto il giorno, di aver pisciato 8 volte, di avere un nido di quaglia ramificato tra pube e gonadi, e che potrebbe non essere esattamente un viaggio olfattivo a base di Chanel n°5, il nostro. Perché? Perché son maschi.

cunnilingus

Ma qual è il punto di tutto questo? Il punto è che per via dei non-Leccatori ci sono donne che non riescono a cogliere il piacere del sesso orale, la sua gioia rivoluzionaria, la sua liberatoria gratificazione. Abbiamo paura di non essere abbastanza in ordine. Abbiamo paura di non profumare di eucalipto tra le cosce. Abbiamo paura del nostro sapore. Abbiamo paura di perdere il controllo del nostro corpo. E sintetizziamo tutto questo in: no, ma a me non piace tanto. E di questo ho testimonianze dirette e indirette (tipo il mio amico Drugo mi ha scritto di notte e mi ha chiesto: “Cosa può indurre una donna nel 2015 a non farsela leccare?”, dopo che una si era sottratta al cunnilingus). Dici che non ti piace tanto. Ma sei sicura? Non è che i partner che hai avuto non hanno mai saputo fartelo per bene, un cunnilingus? Farti capire che erano persi di te, mentre lo facevano? Farti sentire la più femmina tra le femmine, almeno per 10 minuti? Pensaci, perché esistono anche questi uomini qui e non sono nemmeno così rari, e la sensazione è bella vera, e sarebbe un peccato non togliersi il dubbio fino in fondo.

Personalmente diffido un po’ dei Non-Leccatori e non perché il cunnilingus sia una conditio sine qua non di ogni rapporto sessuale, semplicemente perché penso che viviamo il sesso in due modi incompatibili, che magari potremo anche divertirci un po’ insieme, ma presto mi stancherò e quel pezzo a cui ho rinunciato mi mancherà.

E non mi mancherà l’atto in sé, perché sono un’amazzone femminista e l’orgasmo lo pretendo, che mentre lo scrivo mi viene in mente Irene Grandi e mi disturbo dentro, no, perché nell’eros non può esserci pretesa e se c’è la pretesa automaticamente non c’è l’eros, non è questo. Non è perché l’orgasmo sia un conio che devi pagarmi quando giacciamo accanto (anche perché non è per nulla detto che verrò mentre me la lecchi).

Ciò che penso che mi mancherà è quella forma massima di accettazione completa del mio corpo, che voglio trovare, per lasciarmi andare, per spogliarmi ed essere finalmente nuda, per abbandonare i codici. Per perderlo, il controllo. Perché il sesso serve anche a quello.

Ecco, è questo che mi mancherà. La sensazione di intrecciarsi nel più intimo dei modi, e di piacersi completamente, come si è: con gli odori, con gli umori, con la ricrescita dei peli, con le imperfezioni cutanee. Con tutta la verità che c’è.

 

“Cara Cornuta” in arrivo

*Quello che segue è un sintetico estratto di alcune conversazioni che ho avuto negli ultimi mesi, a seguito di domande come: “Beh? Allora? Che ci racconti?”, poste da amici e parenti.

***

E niente, sto scrivendo un ebook.

Ma come un ebook??

Sì sì, ma per me stessa, cioè non per un editore…

Ah…

Sì, è una cosa indipendente, niente di importante…

E che genere è? Qual è il titolo?

Si chiama “Cara Cornuta – Manuale di Sopravvivenza al Tradimento

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] ma è tipo il blog?

Sì e no. E’ più tipo un’operetta di sociologia spiccia che, accanto alla parte manualistica sul management delle corna, si lancia in un’analisi (pure quella spiccia) sul tradimento, sulla fedeltà, sulla monogamia, sulla’amore, sulla sessualità, sull’onestà. Però insomma ho cercato di rendere il tutto leggibile, sai per non ammorbare il prossimo mio…

Ammazza, sembra interessante…di sicuro andrà bene!

Oddio, io mica tanto convinta. Però penso che potrebbe far discutere. Penso che potrebbe aprire un dialogo interessante, quello sì, al femminile e non solo per raccontarci le tecniche depilatorie, o le paturnie sentimentali, o le bizzarrie sessuali del nostro ultimo partner (tutti comunque rispettabilissimi argomenti).

Schermata 2015-06-28 alle 23.07.06

Penso che “Cara Cornuta” possa aprire un confronto più alto, più lucido e più critico sulla nostra emancipazione, sulla nostra femminilità, sulla consapevolezza che abbiamo di noi stesse, di ciò che siamo e di ciò che vogliamo davvero. Penso che il testo possa dar vita a uno scambio, a una riflessione propriocettiva ed esterocettiva sul nostro ruolo di donne, in senso collettivo, lato, di genere, in senso quasi politico, passami il termine…

ah [oppure] mh [oppure] fico! [oppure] daaai [pausa] e quando esce?

Appena riesco a finire tutto, direi entro metà luglio, al massimo…la cover ce l’ho già! Stiamo raffinando gli ultimi dettagli, ma è fichissima! L’ha disegnata una mia amica, che è un’artista, ma un’artista vera di quelle che un giorno puoi vantarti dicendo “io l’ho conosciuta” [che si chiama Elena Borghi, la quale oltre a essere una sopraffina paper designer è pure divertente, acuta, brillante e il bello è che non la sto sviolinando…nel caso vogliate constatare da voi, la trovate qui].

Bene, bene, avvisami quando esce eh…

Sì figurati, lo scriverò urbi et orbi quando sarà disponibile.

Ma dove lo troverò?

Su Amazon, essenzialmente. Volevo metterlo anche sugli altri store digitali, ma non c’ho il tempo, non ci riesco a fare tutto, non ci sto dietro, sto infognatissima, non vado in palestra da quando Fabrizio Frizzi e Rita dalla Chiesa stavano ancora insieme.

Ma comunque tu potresti trovarlo un editore…

Forse sì, ma per ora va bene così. Cioè io non ho bisogno di vedermi stampata in libreria, non che il mio ego non ne trarrebbe indiscusso giovamento, però la cosa che mi interessa di più è essere letta, non essere vista. Mi interessa arrivare alla gente e alla gente preferisco chiedere 3 euro invece di 13. E preferisco farlo da me, in self-publishing.

E’ una scelta giusta nel tuo caso, secondo me, il self-publishing. Ma senti come la metti con la pirateria? Cioè la gente scarica gli ebook, tipo i film, se li passano…

E vabbé, pace all’anima. Ognuno fa come crede. Se la gente lo compra e premia le nottate che ho passato a scriverlo, sono contenta. Se la gente lo scarica, ci inciampa, lo trova stampato in una fogna di Calcutta e se lo legge, e trova di pagina in pagina un motivo per arrivare alla fine, per me va comunque bene. Anche se naturalmente quelli che lo compreranno li apprezzerò molto di più.

E quanto è lungo?

Sono circa 60 pagine word…

Sarà una scrittura all’uso tuo…ci andrai giù pesante…

No, non ci vado giù particolarmente pesante. E’ un testo con delle finalità costruttive, di base.

E mercato ce n’è…

Diciamo che è un argomento controverso e spinoso, ma sensibile per molti.

Ma non hai paura dei giudizi?

Vengo giudicata costantemente per qualsiasi aspetto della mia personalità, del mio aspetto, della mia storia e della mia vita. Stronza, zoccola, cessa, pezzente, terrona, cinica, complicata, spigolosa. Che sarò giudicata, per questo ebook come per tutto il resto, lo metto in conto. Metto in conto che qualcuno mi insulterà. Metto in conto che qualcuno dirà che quelle pagine sono solo monnezza e che avrei potuto anche dormire la notte invece che scriverle. Metto in conto che il tema non susciterà simpatia e che se avessi parlato di cellulite invece che di corna avrei incontrato un plauso più trasversale. Ma penso che alle donne servano più queste riflessioni che quelle sui loro fastidiosi inestetismi cutanei. E io l’ho scritto così, Cara Cornuta, da donna a donna, come faccio sempre su questo blog, da anni. Questo sì, questo nell’ebook è proprio uguale al blog.

E in quanto tempo l’hai scritto?

Tre mesi, circa. Negli avanzi di tempo, di notte, alienandomi nei weekend.

Ma sei contenta?

Sono a pezzi, ma Sì, sono contenta.

Vagina versus Dukan

Esiste una sola invenzione più misogina dei tacchi alti senza plateau e della ceretta brasiliana: la prova costume. Ora, ne ho parlato diverse volte e la mia posizione è sempre stata: ok, non supererò la prova costume, pazienza, io di prove ne ho superate altre. E così è.

Tuttavia, però, in questo periodo è pressoché impossibile essere incolumi alle innumerevoli proposte di trattamenti paraestetici che voi umani non ne avete l’idea; tonicissimi consigli di fitness per avere un corpo da urlo in soli 40 giorni, robe che manco i marines in Full Metal Jacket, che io vorrei dire ok, senza dubbio, non discuto che avrei un corpo da urlo ma schiopperei a terra al secondo giorno di training e giacerei, abbandonata da tutti, a putrefarmi sul finto parquet di casa mia. Questo per non parlare delle variopintissime proposte di diete, che tra maggio e giugno fiorisce la creatività: regimi alimentari deliberati, suggeriti come fossero la combinazione di 6 numeri per vincere al superenalotto, tutti a base di gelato, limone, melone, mango, tisane, bacche, pappette liofilizzate e bresaola a colazione.

Così, siccome sono reduce da una dieta iniziata 1 anno e mezzo fa, ho deciso di condividere gli espedienti  che mi hanno reso possibile intraprendere e percorrere questo processo di smaltimento dell’adipe (iniziato per ragioni di salute, non per questioni estetiche, n.d.r., anche se rientrare nei jeans è stato molto bello, ora li uso sempre, praticamente quasi ci dormo, e credo che li userò fino alla nausea almeno per i prossimi 10 mesi).

Partiamo dal presupposto che ho perso circa 15 kg e tutto sommato non sono diventata un’alienata civile. No, non sono nemmeno diventata Gisele, stiamo sereni. Ho la mia panza, i miei cosiddetti “taralli” e le mia irrinunciabili maniglie dell’amore (che semplicemente non sono più, come disse mio cugino ai tempi, “maniglioni antipatico”).  Al momento mi considero “in fase di mantenimento” che è la fase emotivamente peggiore. In teoria puoi essere meno talebana, ma il timore recondito di svegliarti un mese dopo e trovarti di nuovo, come per incanto, con 2 taglie in più, t’accompagna sempre. Perché la certezza assoluta che non ricadrai mai più – nemmeno nei momenti di sconforto – nel tunnel dei Crispy McBacon, dei 250 grammi di pasta con la panna, dei sofficini,  delle crocchette, delle pizze, pizzette, focacce, focaccette (cosa avrei dato per mangiare quelle maledette FOCACCEEELLE), insomma questa certezza non puoi averla mai davvero, del tutto, fino in fondo.

tumblr_lkdxczLA6K1qhy6c9o1_400

Al di là di questo, venendo al dunque: il principio base della dieta che ho fatto era mangiare il primo a pranzo e il secondo a cena. Ma anche il contrario. Basta non mangiare due primi al giorno, per capirci. 80  grammi di pasta condita leggera a pranzo. Meglio la pasta del riso ma io comunque magnavo anche il riso. E a cena carne, pesce, uova, prosciutto. Verdura in quantità. 1 cucchiaio di olio per pasto.

E siccome come dice GuruVagina: “Non importa che dieta tu faccia, l’importante è farne una”, ho deciso di non pubblicare l’elenco dei miei pasti quanto piuttosto gli stratagemmi psico-pragmatici che permettono di sopravvivere a un regime alimentare controllato. Di seguito i 15 punti cardine.

1. Non pensare al cibo come gratificazione. In questo modo non vivrai gli spinaci lessi come una mortificazione. Pensa che è ciò che ti serve per alimentarti, il carburante che ti permette di stare in piedi e condurre la tua vita. Se necessario, gratificati diversamente: fai shopping e tromba di più.

2. Quando fai uno sgarro, perché farli è normale, chiediti se ne valga davvero la pena. Rifletti sul livello di piacere che ciò che stai per mangiare ti da. Se il livello è oggettivamente alto, se ne hai voglia per effettivo godimento, fallo. Se lo fai per noia, nervosismo, debolezza, no. Per esempio: io non mangio più formaggi ma rinunciare a una mozzarella in busta Santa Lucia è davvero così grave? E’ forse mozzarella, quella? No. Quindi rinunciamoci. Quando torno in Puglia, piuttosto, mi mangio una burrata fresca intera. E’ un peccato, sì. Ma ne vale la pena. E’ come tradire il proprio compagno. Puoi tradirlo con Massimo Giletti o con Ryan Gosling. Fai te.

3. Quando fai la spesa compra qualcosa che ti permetta di peccare ma che sia comunque più sano del junk food che assumevi prima. Per esempio, al posto dei Fonzies, comprati le mandorle, che sono caloriche ok, ma almeno fanno bene ai capelli. Oppure le noci, che sono grasse, quindi non puoi mangiarne 1 kg, ma fanno bene al cervello. Quando rientri a casa alle 19.30 e praticheresti anche un atto di cannibalismo per quanta fame hai, butta giù 5 mandorle (massimo 10, vabbé l’importante è che a 15 ti fermi) e 2 noci, e vai liscia fino a ora di cena.

4. Creati i finti dolci. Cose che puoi tracannare quando ti assale il bisogno di zuccheri ma che tutto sommato non siano troppo nocive: barrette Special K, magretti, cereali, yogurt. E soprattutto impara a vivere la frutta come un dessert, un dolce naturale ed ecosostenibile (io per esempio ho molto amato in alcuni periodi il cacomela e sono diventata una fan degli OGM).

5. Bevi il succo di mirtillo quando hai voglia di qualcosa di buono e non c’è Ambrogio nei paraggi che ti offra una piramide di Ferrero Rocher. Che poi il mirtillo è antiossidante. Per carità, costa un fuoco, ma sticazzi. Oppure le sane vecchie spremute d’arancia. Bandisci completamente le bibite gassate e se vai avanti di tisane, che siano senza zucchero.

tumblr_mq057jxMFT1sv98gio1_400

6. Quando esci cerca di non bere alcol, ma siccome una vita astemia è una vita demmerda e ti fa sentire una Amish alimentare, bevi del vino. No ai superalcolici, perché sono ipercalorici (pare) e perché non hai più 18 anni. No alla birra, perché non ti fai mica il culo a far gli addominali per poi ridurti ad essere Homer Simpson, santalamadonna. Anche se, come dice la mia amica Pea: nessuno parla delle straordinarie proprietà diuretiche della birra.

7. Quando vai a cena fuori cerca di optare per un secondo e contorno. Se poi hai un desiderio irrefrenabile di mangiare anche delle patatine fritte (o invece un primo), fallo e fallo con felicità e senza sensi di colpa. Goditele e il giorno dopo usa un piano detox (che è la versione alimentare del Purgatorio dantesco): verdura, frutta e proteine (tipo involtini di tacchino con rucola e qualche goccia di aceto balsamico, una tristezza unica che però ha un suo nonsocché).

8. Al weekend svegliati tardi, fai colazione alle 13 e fai un unico pasto intorno alle 19-20. Due giorni di alimentazione light ammortizzeranno eventuali sgarri pregressi o futuri.

9. Se ogni tanto, tipo una volta ogni 10-15 giorni salti la cena (non intenzionalmente ma perché succede) e mangi al massimo un pacchetto di crackers riso su riso, non è un dramma. Non morirai per denutrizione.

10. Una volta alla settimana fai colazione con una brioche presa al bar. Una volta alla settimana mangia anche la pizza perché il tuo corpo deve comunque gestire la pizza, non deve dimenticare cosa sia, altrimenti quando ricomincerai a mangiarla prenderai 1 kg a trancio.

tumblr_m77w51XduP1rp7jcso1_400

11. Controlla le dosi. Non esagerare con nulla, neanche con la verdura, perché poi ti gonfi come il dirigibile dei Led Zeppelin e lo stomaco ti si dilata. Mangia il giusto e ascolta il tuo corpo. All’inizio avrai paura di avere fame e porterai sempre con te in borsa mezzo kg di finocchi da ingurgitare in qualunque momento della giornata. Poi capirai che non è così terribile e che non è necessario sentirsi sempre in procinto di esplodere di sazietà.

12. Scopri i sapori vegetali: la zuppa di legumi al posto della piadina, i pomodori datterini come snack al posto dei Crostini Dorati San Carlo, le more al posto dei gianduiotti…

13. Insaporisci la cucina senza condire il tutto con ettolitri di olio. Usa le spezie, per esempio, e altri ingredienti come scalogno e porro che danno un senso a ciò che un senso non ha, a patto che tu non preveda di limonare nelle successive 10 ore.

14. Quando sei circondata da persone magre che si abbuffano, pensa che loro non hanno un obiettivo superiore, come invece ce l’hai tu. Non invidiarle, perché il bene che tu stai facendo al tuo corpo e alla tua salute è molto più gratificante di qualsiasi porcata loro stiano mangiando.

15. Fotografa il tuo corpo nel corso dei mesi e osservane la progressiva e lenta metamorfosi. Lenta perché ci vuole pazienza. Il tuo è un processo educativo, devi darti del tempo e non avere fretta. Devi imparare a trovare l’equilibrio tra il tuo culo e i carboidrati perché non devi poi riprendere i kg che hai perso. Ci vogliono mesi per dimagrire in maniera sana, con dolcezza. Anche perché non vorrai sfigurarti di smagliature.

Infine, ma anche questo è importante: fai sport. Non è necessario pretendere di diventare Jill Cooper, naturalmente. Io a volte non riesco ad andare in palestra più di 1 volta alla settimana (che è decisamente insufficiente), ma comunque lo sport è importante. Serve a dimagrire, ma anche solo ad agevolare il mantenimento del peso. Serve a sentirsi bene e a sentire il proprio corpo vivo. E se non ti piace la palestra, mettiti un paio di scarpe da corsa e vai al parco. Se non riesci a correre, cammina come se Gigi D’Alessio ti rincorresse cantando tutta la sua discografia, procedi a passo svelto per 1 ora e ti accorgerai di avere nelle chiappe dei muscoli che non avevi nemmeno mai pensato di avere. Tornerai acasa e sarai stanca ma felice.anigif_enhanced-buzz-7664-1371499284-0

Questa è la mia ricetta. Non so se possa funzionare per tutti. Ma per me un po’ ha funzionato e, soprattutto, si può fare. E si può fare non tanto per omologarsi ai canoni estetici dominanti, che figurati, noi li aborriamo, quanto per amarci di più. Per amare il nostro corpo. Che se proviamo a volergli bene, forse poi ce ne vorrà di più anche lui.

E ora ditemi, non sono forse migliore di Pierre Dukan?

 

ps: certo, io nel frattempo ho ricominciato a fumare, ma rismetterò, prima o poi, anche con quello.

Bisogno di Shopping?

Qualche tempo fa ho ricevuto una mail da una ragazza, che mi parlava di un’app, che mi parlava di shopping, che mi diceva “lo so che non sei la solita fèscion blogger neh, però secondo me questa cosa ti può interessare”. Così ho dato un occhio, io che sono una che fa fatica anche a scaricare gli aggiornamenti di iOS per intenderci: CheckBonus, l’app che premia il tuo amore per lo shopping.

Madre, ho pensato, mentre downloadavo e mi loggavo tramite Facebook: sarà una roba tipo Groupon che d’altra parte come puoi vivere senza acquistare un fondamentale screening del livello di calcificazione delle tue unghie dopo un semestre di gel permanente? Oppure, ho pensato, sarà una di quelle robe tipo Tutti Pazzi per la Spesa, che vi voglio bene ma io vivo da sola, secondo voi cosa me ne devo fare di 18 fustini di detersivo, 24 dentifrici sbiancanti e 50 scatole di legumi? Ma soprattutto, vivo in 40 metri quadri, secondo voi dove me li metto tutti questi prodotti (e no, lasciate in pace il deretano)? Poi ancora ho pensato che magari no, è tipo quella roba dei bollini al supermercato per vincere un set di pentole in ceramica antiaderente. Che anche lì, se avessi lo spazio e se cucinassi potrebbe interessarmi, ma per le verdure surgelate me la posso cavare con la casseruola Ikea. E poi dai, ma che davvero secondo te mi posso mettere a incollare bollini? Tra un po’ non ho il tempo per espletare i miei bisogni fisiologici primari e secondo te mi passo 30 minuti a incollare 140 bollini della spesa? Era un’attività che apprezzavo molto, quando avevo 7 anni.

11422743_10207379045623777_1381496235_n

Che poi, questo va detto, io sono in generale un poco insensibile a queste operazioni di marketing e fidelizzazione del cliente. Da un lato perché sono commercialmente infedele, per alcuni periodi ho frequentato promiscuamente 4 supermercati, 3 parrucchieri e persino 2 palestre in contemporanea (poi dici com’è che non ti basta 1 uomo solo). Perché mi piace la varietà e mi piace poter scegliere in base alle mie esigenze contingenti. Secondariamente, esiste un problema ostativo con questo genere di fidelizzazione: la tessera. Di grazia, non è vero che la tessera non ce l’ho,  cara cassiera, è che chissà dove minchia è finita. Perché sì, signora, io la tessera l’ho fatta qui, l’ho fatta all’Esselunga, l’ho fatta anche all’Iper e l’ho fatta pure al Carrefour. Non si contano le tessere che ho fatto in 6 anni a Milano. Almeno 15 negozi di abbigliamento, 5 profumerie, 3 negozi di elettronica, 2 catene di librerie, più tutti i vari: parrucchiere, estetista, baretti della pausa pranzo, lavanderia e, se non ti spiace, devo comunque sempre portare con me il BancoPosta, la PostePay, la patente, il codice fiscale, la carta d’identità, una tessera Arci scaduta dell’unica volta in cui l’anno scorso ho deciso di fare la giovane indie-rock, quindi ti pare normale che posso andare girando con un raccoglitore per tessere fedeltà?

E infatti smanettando con CheckBonus realizzo il primo enorme plus di questa app: essere quel raccoglitore di tessere fedeltà, però sullo smartphone. Funziona che la scarichi, ci accedi quando vai in giro per negozi attivando il Bluetooth e ogni volta che passi negli store convenzionati (Coin, Stroili Oro, Adidas, Feltrinelli, Chicco – perché anche se voi siete giovani, single e libere non è detto che le vostre amiche non inizino a figliare a stretto giro) e accumuli dei punti che ti danno accesso a sconti sugli acquisti. E fin qui.

La cosa gagliarda è che l’accumulo dei punti avviene anche senza l’acquisto (penso a tutte le volte in cui entro in un negozio e ne esco frustrata perché non ho trovato ciò che cercavo o ciò che cercavo costava troppo). Anche in quei casi, la nostra semplice presenza nel negozio, viene premiata con un bonus che possiamo scegliere se usare al momento o conservare per il futuro.

In più, cosa non trascurabile, c’è il fattore risparmio, che schifo non fa. Tanto più per noi donne che abbiamo una quantità inesauribile di costi fissi per la quale non capisco com’è possibile che per legge non riceviamo degli incentivi in busta paga, tipo 200 euro in più rispetto agli uomini, sempre. Ebbene sì, perché non stiamo parlando del bisogno irrefrenabile di possedere tutte le nuances degli smalti Chanel, no. Stiamo parlando del fatto che non posso andare a fare un colloquio di lavoro con le sopracciglia e i baffi di Frida Kahlo, non vivo mica in Messico negli anni quaranta cazzo.

frida_kahlo-1

Non posso andare in piscina con le liane sull’inguine e magari non sono Soldato Jane e non riesco a depilarmele da sola le grandi labbra. Certo potremmo fare la depilazione permanente, v’immaginate quanto costa? Non posso non curare la mia immagine in una società in cui l’invecchiamento è l’ottavo peccato capitale e avete idea di quanto costi una crema viso decente? Peggio ancora: avete idea di quanto costi un contorno occhi? Avete idea di quanto costino le fiale per arginare la perdita di capelli (che io continuo a perdere manco avessi una malattia terminale)? Oppure un ciclo di massaggi drenanti per illuderci di eliminare quelle fastidiose imperfezioni che, ogni volta, allo specchio ci ricordano, impietose, la distanza che c’è tra noi e Belen Rodriguez?

Gli uomini allibiscono se per caso t’accompagnano da Calzedonia e ci lasci 30 euro di calze. Ma secondo loro ce le vendono a 50 centesimi? Un po’ come la vicenda delle scarpe e delle borse. Ma cosa ne sai te, se io ho bisogno di due milioni di paia di scarpe perché mi servono di tutte le altezze, perché mi servono per slanciarmi, perché mi servono per stare comoda, perché nella vita devo essere un milione di cose insieme e per ciascuna di esse mi serve una scarpa appropriata. Insomma non è che noi donne lo shopping lo amiamo, è che ne abbiamo proprio bisogno. E nel frattempo che io scendo in politica per portare avanti questa battaglia di classe e di genere, voi scaricate CheckBonus qui e iniziate a beneficiarne!

11355408_10207382625793279_714776097_n

ps: per chi se lo stesse chiedendo, sì, questo è un post sponsorizzato, che ho scelto di fare perché ritengo sia su un’idea gagliarda, da cui è nata un’app utile e intelligente che mi auguro si diffonda in maniera capillare. Ma soprattutto, perdonatemi, ho scelto di fare questo post sponsorizzato perché vengo invitata a troppi matrimoni e dovrò pur dare il mio contributo alla lista viaggio degli sposi, no?

Single per Scelta?

Una delle domande che, in qualità di single, mi mette più in difficoltà ricevere è: “Sei single per scelta?“. All’apparenza non potrebbe che trattarsi di domanda retorica che a volte allude al fatto che tu sia single per volere di terzi in quanto affetta da qualche particolare forma di repellenza antropologica o biologica (tipo che soffri di reflusso e c’hai il fiato che manco lo zolfo sulfureo, oppure che sei una centrifuga-palle cronica, oppure che sei un cesso). Altre volte, invece, l’interlocutore s’aspetta che tu debba vomitare con disinvoltura, insieme alle tue interiora emotive, iddio sa quale illuminante verità sociale.

Ogni volta che la suddetta questione mi si pone, io vado in screen saver per qualche secondo, sulla mia faccia compaiono i pesciolini di Windows 98 e provo a pensare una risposta intelligente a una domanda demenziale.

zitella1

Perché, in verità, cosa significa essere single per scelta? Significa che ho gruppi organizzati di spasimanti respinti che ciclicamente avanzano proposte nei riguardi della mia persona? Significa che, al contrario, vorrei tantissimo un cavaliere templare al mio fianco ma purtroppo il mio Sacro Graal non è abbastanza sacro? Significa che ho condotto un’accurata swot analysis della condizione di single, preferendola alla condizione di accoppiata? Che sono troppo cazzuta? Che sono sfigata? E poi perché me lo chiedi in quel modo, come se fossi una dissidente, la no global del sentimento, la no tav del materasso?

No. Non mi sono mai svegliata una mattina dicendo:”Bene, io da oggi voglio essere single forevvah”.

No. Non sono circondata da scapoli favolosi che pendono dalle mie piccole labbra e che io respingo in qualità di amazzone metropolitana.

Sì. Ho naturalmente fatto un’accurata swot analysis della condizione di single, perlustrandone i pro e i contro.

No. Non sono single per scelta di qualcun altro. Non sono stata mollata di recente, non esiste uomo con cui io brami costruire due-cuori-e-una-capanna che insensibilmente mi rifiuti in favore di una cubista slava.

No. Non sono sfortunata. Penso che le nostre vite sentimentali siano frutto delle scelte che facciamo o che non abbiamo il coraggio di fare, più che della fortuna. Penso che siamo noi che decidiamo cosa procurarci, anche senza accorgercene. Penso che in amore esistano sia i rimorsi che i rimpianti e, più si cresce, più quelli si mischiano, e dipanare le matasse diventa un casino.

Tuttavia, no, non ho scelto di essere single.

Non ho scelto di NON avere mai un accompagnatore in qualsiasi situazione pubblica, dal matrimonio dell’ennesima amica alla serata di capodanno.

Non ho scelto di NON avere una famiglia e dei figli.

Non ho scelto di NON amare nessuno e di non essere amata in quel modo così socialmente auspicabile e rassicurante, come in una monogama coppia eterosessuale, anagraficamente allineata.

Non ho scelto di NON dare ai miei genitori la tranquillità di sapere che ho un gesuccristo accanto con cui spartire problemi e gioie.

Non ho scelto nulla di tutto questo.

Schermata 2015-05-21 alle 22.49.16

Ho scelto altro.

Ho scelto di non avere accanto un uomo che non mi rispetti.

Ho scelto di non avere accanto un uomo che io non rispetto.

Ho scelto di scoprire il valore della mia libertà.

Ho scelto di non essere sessualmente insoddisfatta.

Ho scelto di non dire bugie. E di non ascoltarle.

Ho scelto di sporcarmi i piedi con la polvere, invece che nasconderla sotto al tappeto.

Ho scelto di guardare in faccia la solitudine per capire che è senz’altro migliore di un uomo sbagliato.

Ho scelto di non essere verbalmente violenta.

Ho scelto di non annoiarmi.

Ho scelto di non simulare. Né l’amore, né l’orgasmo.

Ho scelto di non essere parte di una coppia infelice.

Ho scelto di non essere vittima.

Ho scelto di non essere carnefice.

Ho scelto di affrontare i miei demoni e di scoprire i miei limiti.

Ho scelto di essere quella che sono.

E, nel più profondo della mia vagina, resta il fatto che un giorno mi piacerebbe essere co-autrice di una storia. Sana. Adulta. Consapevole. Normale.

A tratti felice.