Uomini & Dating App

Il mese scorso sono andata a una festa di compleanno, alla quale ho conosciuto un tipo, che era con una tipa ma che però era single e che ha iniziato a parlarmi di quanto sia complessa la vita per gli uomini single a Milano. Ma-cosa-dove-come-quando-minchia-dici? mi son detta, tra me e me, figacentrica come sono, pensando come sempre che sia complesso solo per noi vagine, sopravvivere alla carneficina sentimentale e alla macelleria sessuale del mondo d’oggi. Invece no. Pare che anche per loro, per i portatori di pene, non sia poi così semplice.

“È una guerra, lì fuori è una guerra!”, mi ha detto il tipo. E la cosa mi ha incuriosita a sufficienza da dirgli: “Ok, ti intervisto per il blog”, lasciandogli i miei contatti (e no, non avevo alcun fine di broccolo, lo giuro).

Così dopo una decina di giorni ci siamo visti per un aperitivo al Deus, un posto in zona Isola dove sedersi è quasi impossibile e dove ti servono i cocktail nei barattoli invece che nei bicchieri e, sorseggiando il mio Moscow Mule, mi sono fatta raccontare un po’ dei suoi ultimi date. Così mi ha parlato di quella che si vantava di non pagare mai quando esce, perché lei è una pheega vera; e di quell’altra che nei primi 10 minuti gli ha raccontato i più macabri dettagli della sua promiscua vita sessuale; e di quella che dopo averlo limonato gli ha detto “Sì però scusa, amo un cinquantenne sposato”; e di quella che ha detto che non vuole necessariamente un compagno ma vuole un figlio, un figlio e basta, perché ha l’età per avere un figlio. Ma anche di un’altra che a letto gli ha sbuffato in faccia, e di quella che non voleva che se ne andasse e mentre cercava di persuaderlo armeggiava pericolosamente con un coltello da cucina.

Schermata 2016-05-25 alle 01.22.32

Urca, ho pensato.

“Ma dove le hai trovate?”, ho chiesto.

“Amici in comune, colleghi, palestra”, mi ha risposto.

“Ah, mi aspettavo mi rispondessi: Tinder, avrebbe avuto più senso”

Tinder con me non funziona. Non matcho

“Com’è possibile?”

“Non lo so, eppure sono bellissimo”

“Certo, infatti…per me fare match è la cosa più divertente, regala facili e superficiali conferme al mio claudicante ego”

“Sei donna”

“Hai ragione, voi uomini mettete like alla qualunque, noi no. Ora che ci penso, un altro mio amico lamenta difficoltà a fare match e quando ho provato a giocare col suo account, una sera che eravamo insieme, è stato leggermente frustrante”

“Sì, non solo, anche se fai match non si parla. Dobbiamo contattarvi sempre noi, sempre, non esiste una donna che ci contatti. E poi cosa vi diciamo?”

“Vabbè un’idea ve la potete far venire, non state a lamentarvi per mandarci un messaggino su”

“Ma sì, però non funziona lo stesso. E poi è pieno di casi umani

“Ahem…”

“Presenti esclusi”

“Ma io sono sulle dating app perché le studio sociologicamente, sia chiaro…”

“Naturalmente”

“Però ci sono anche alcune tra le mie amiche più gagliarde…forse dovrei presentartele”

Ed è stato allora che mi è venuto in mente di suggerirgli questa nuova dating app con la quale sto smanettando di recente, sempre a scopo di ricerca etnometodologica.

“Si chiama Once

“Sì, l’ho sentita…me ne aveva parlato un mio amico a Londra”

“Ecco, io la sto usando in questi giorni”

“E com’è? Cosa cambia rispetto a Tinder? Intanto scarico…”

Ciò che cambia, rispetto a Tinder, è che Once ti mostra un partner al giorno, ogni mattina alle ore 12. Di lì, scattano 24 ore di tempo per matchare e contattarsi. La proposta non si basa solo su un algoritmo e sulla prossimità geografica ma è super-visionata da degli esseri umani, persone in carne ed ossa intendo, i cosiddetti “match-makers” (praticamente versioni digitali di Marta Flavi, per chi se la ricorda).

“A differenza di Tinder, poi, non sei obbligato a fare log-in con Facebook. Puoi, certo, ma hai anche la possibilità di farti un account specifico. E se ti loggi con Facebook, comunque non ti matcha con i tuoi contatti, il ché non è male per la privacy

“Così la collega evita di vedere che sei un disperato su un’app”

“Ma smettetela con questa menata che le app sono da disperati. La gente ha sempre usato la tecnologia per flirtare e rimorchiare. Sempre. Dalla “chat piccante” di Arianna, a mIRC (che era un arcipelago di community, le “room”, create sulla base di argomenti specifici; ma anche un posto dove ci si appartava “in pvt”, in privato); passando per c6, che ti dava direttamente la possibilità di cercare gli utenti con cui parlare sulla base di filtri geografici e anagrafici, oltre che vedendo in anteprima interessi e descrizione. Fino ad arrivare ai vari social network da rimorchio, di cui Badoo e Meetic sono solo 2 dei numerosissimi esempi. E oggi, che viviamo nell’era delle dating app, siamo alla definitiva sublimazione di questa istanza: usare i nostri device allo scopo di inzuppare il biscotto.”

“Tu dici”

“Ma certo. Le dating app fanno ormai parte a tutti gli effetti delle nostre relazioni, può piacere o meno, ma è così, basta usarle con criterio…e anzi il fatto che hai la possibilità di fare un match al giorno ha degli aspetti positivi”

“Tipo?”

“Tipo che evita quell’effetto da ‘polli in batteria’, hai un partner al giorno da vagliare, non 20, puoi non guardare solo le foto ma addirittura spulciare gli interessi in comune, così magari ti viene in mente qualcosa per attaccare bottone!”

“Ma tu che ci hai raccattato li?”

“Esco settimana prossima con un copywriter, ma sempre per fini di indagine antropologica”

“Sì, beh, ovvio…quindi tu dici che la devo provare”

“Sì, dico che devi provarla. Tra l’altro questa offre anche un sacco di info, tipo l’altezza, che è utilissima perché se sei una vichinga puoi valutare se uscire con uno gnomo oppure no, e viceversa. Oppure l’etnia, o la religione”

“E se sono ateo?”

“È una delle opzioni naturalmente…”

“Va bene…ma non sarà pieno anche qui di casi umani?”

“Ma caro, i casi umani sono ovunque: sono in mezzo alla strada, al supermercato, in ufficio, in metropolitana, sui giornali, in televisione, su facebook e pure sulle dating app, basta avere un po’ di pazienza e scegliere”, gli rispondo, mentre nella mia mente passo in rassegna un’etologia completa dei casi umani maschili da dating app:

Schermata 2016-05-25 alle 01.21.32

– Quello che ti chiede alle 2 di notte se vuoi uscire, e tu gli rispondi che no, grazie, ma te pare. E allora tronca perché “scusa, ma mi rompo a parlare”. Hai ragione, infatti non sei mica su una chat.

– Quello che ha tutte le foto con gli occhiali da sole che o sei Jim Morrison, o sei guercio, non c’è altra spiegazione

– Quello che ha la sindrome del bimbominchia anche se ha 40 anni e si fa i selfie con la bocca a culo di gallina che DIOMADRE

– Quello che ha tutte le foto in cui è con altri amici, che devi concentrarti tantissimo sulla sua fisionomia per riconoscerlo e – salvo che non siano gruppi di rugbisti – ti passa rapidamente il sentimento

– Quello che ha la foto della sua motocicletta, o del suo cane, o della montagna con la neve che, ti voglio bene, ma non uscirò col tuo bolide, né con la tua bestia, né con le Dolomiti intere. Posso vedere la tua faccia?

– Quello palesemente fidanzato o sposato che mette solo foto di schiena, così che tu possa scegliere oculatamente con quale schiena uscire, e andare chessò al cinema, e sederti nella fila dietro di lui per continuare a interagire con la sua schiena

– Quello con le stock photos “sexy” in bianco e nero prese da google, con tacchi a spillo e cravatte, che pensa di sedurci con papiri che manco 50 sfumature di minchia

– Quello che scrive tutto in CAPS LOCK contravvenendo alle basilari norme della netiquette, ed elenca tutto ciò che odia, tutti i tipi di donne che non sopporta, che ti verrebbe voglia di dirgli: “Perché non provi a cambiare gusto del gelato e non solo?”

e via discorrendo. Però non condivido con il mio compagno d’aperitivo questo freak show da dating app. Perché non voglio scoraggiarlo. Perché si può trovare anche qualcuno di simpatico, interessate o piacevole. Perché si può persino fare networking con le dating app (io ho un’amica che in questo è bravissima).

…ma anche perché, nel frattempo, scegliamo il posto dove trasformare l’aperitivo in una cena e l’intervista in una chiacchiera. Tra due single, adulti, metropolitani, che si scambiano suggerimenti per sopravvivere emotivamente nella selva delle relazioni post-moderne.

[Per chi se lo stesse chiedendo: sì, sono stata contattata da Once per testare l’app e parlarne, e qui c’è il link per scaricarla. Scaricatela, curiosateci su per qualche tempo – non un giorno o due – e fatemi sapere la vostra, se v’aggrada :)]

La Terza Fase dell’Amante

Sono andata a cena con una mia amica, una di quelle conosciute in questi anni milanesi che però mi pare di conoscere da una vita, come se avessimo fatto le scuole insieme e ci fossimo raccontate tutto dei primi fidanzatini, anche se – di fatto – non è stato così. È una di quelle amicizie adulte, che per empatia e affinità, ha saputo radicarsi abbastanza, ed è uno di quei rapporti che chiamo ad esempio quando sento dire che l’amicizia tra donne non è possibile.  Fatto sta che la mia amica ha recentemente (e dolorosamente) chiuso una storia clandestina durata più di due anni, infarcita delle solite aspettative dolosamente alimentate e puntualmente disattese. Così, mentre mangiavamo un piatto tipico della tradizione gastronomica meneghina (un veggie-burger) mi è venuto in mente che, dopo aver parlato in passato delle 2 Fasi dell’Amante, fosse giunto il momento di riaprire il controverso argomento e parlare della Terza (ed ultima) Fase dell’Amante, che segna il termine di quegli amori di contrabbando, che non hanno alcun valore legale e alcuna cittadinanza, e che alcune di noi si trovano a vivere. Tema sul quale, non lo nascondo, ho anche una personale e pregressa expertise .

La Terza Fase dell’Amante (TFA, d’ora in poi) è l’atto conclusivo, che non è dato sapere quanto durerà, e consiste in tutto ciò che si verifica dal momento in cui capite che nulla di ciò che EGLI ha promesso si realizzerà: non vivrete mai insieme, non mollerà la moglie o, nei casi più grotteschi, la mollerà per stare con voi, ma poi si metterà con un’altra (sì, succede anche questo).

Sovente accade, inoltre, che tutte queste preziose deduzioni voi dobbiate farle in autonomia, spulciando i suoi account social (che poi bloccherete perché non ne potrete più di avvelenarvi il fegato), in quanto l’Uomo Feccia (UF, d’ora in poi) non avrà la dignità di dirvelo, guardandovi in faccia, o mandandovi un telegramma, o un whatsapp, o una nota audio. L’UF lascerà che siate voi a comprendere e ad agire, perché ha gli attributi con la retromarcia, due minuscole concavità laddove un uomo degno di tal nome dovrebbe averci le palle. E, spesso, interrogato in maniera precisa e chirurgica (Stai con quella?/Stai tornando con lei?), lui negherà. Negherà guardandovi negli occhi, negherà muovendosi su e giù tra le vostre cosce, negherà anche di fronte all’evidenza (dove con “evidenza” si intendono le fotografie pubblicate su Instagram con didascalie tipo “love, lovvissimo, superlove, iperlove” e altre amenità di tale caratura – il giorno che mi fidanzo e inizio a fare lo stesso, per cortesia, defollowatemi in massa).

Schermata 2016-05-17 alle 01.25.22

Non usiamo edulcorate perifrasi e diciamolo chiaramente: la TFA è una merda e uscirne non è semplice. I principali sintomi che ci consentono di diagnosticare questo stadio della malattia amorosa sono i seguenti:

1. Ammorbamento –> fai un soufflé dei coglioni di tutti i tuoi amici e amiche, raccontando loro quanto faccia schifo lui, quanto sia paradossale e surreale e inconcepibile il modo in cui ti ha presa per il culo, e il modo in cui tu gli hai concesso di farlo. Perché tu ne eri consapevole, naturalmente, ma hai scelto di credergli. Credergli quando ha detto di amarti come mai nessuna nella sua vita, quando ha detto di non volerti perdere mai più, quando ha detto di voler vivere con te, di volerti dare un figlio e prendere una casa più grande, con un terrazzo e una grande libreria, e un giradischi per ascoltare i suoi vinili e, naturalmente, un bel gatto di quelli sontuosi che avrebbe dormito ai piedi del vostro letto, ogni santa notte. I tuoi amici saranno accondiscendenti ma, fondamentalmente, penseranno: “cosa cazzo t’aspettavi da uno così?” (cioè: perché t’aspettavi correttezza da uno che è stato scorretto con la sua compagna?). E c’avranno ragione. Completamente ragione. Quindi passerai allo step successivo.

2. Negazione –> non parlerai più in alcun modo dell’UF. Ti darai ad altri hobby, altre passioni, cambierai le tue abitudini, dopo almeno un paio di mesi passati in uno stato larvale chiusa in casa. E farai finta che non sia esistita questa enorme e devastante parentesi della tua vita. Uscirai con altri uomini e spererai che chiunque tu abbia di fronte non ti faccia domande sul tuo passato sentimentale, che è un passato che non vorresti avere, che è un vissuto che duole, che ti causa imbarazzo, e livore, e vergogna. Probabilmente inizierai un percorso di psicanalisi, ma non è detto.

3. Subconscio –> anche quando tu avrai fatto in modo di eliminare la sua presenza formale dalla tua vita, il tuo cervello continuerà a tenderti tranelli continui. Perché se puoi (con fatica) dominare i pensieri durante la veglia, non puoi farlo nel sonno. E così, proprio come avviene con le più subdole tossicodipendenze, tu continuerai a sognarlo. Sognerai lui. Sognerai sua moglie. Sognerai la nuova tipa. Sognerai di parlarci. Di discuterci. Di farci una lotta nel fango. Di tirartici i capelli. Di spiegarle che è successo perché lo amavi, perché l’hai amato per buona parte della tua vita, perché sei stupida, anche se tutti ti considerano particolarmente intelligente.

4. LoveLeaks –> Sentirai un impulso fortissimo a contattarle e a raccontare loro tutto. A inondarle di screenshot non richiesti, e foto, e prove che dimostrino che non sei pazzah, che non sei una Circe, che non hai circonvenuto un incapace di intendere e di volere. Tutt’altro. Che è stato lui a proporti scenari di vita possibile insieme. E che lui è un UF, che ricicla sempre le stesse idee, le stesse fandonie, le stesse promesse, che finge di mantenere e non mantiene. Che nasconde, che dissimula, che scopa una e poi l’altra, e mente a una, e poi all’altra. E in qualche maniera tutte ci credono, ottenebrate dal potere della Santa Minchia. Ma starai zitta. Perché noi donne in questi casi ci odiamo tra noi, invece che ascoltarci. E lasciamo terreno fertile per le loro rielaborazioni e distorsioni storiche dei fatti. E siamo piene di criminali sentimentali che vagano a piede libero nelle nostre vite, mentre noi non collaboriamo e non condividiamo il nostro know how sul loro livello di pericolosità.

5. Sclero –> In ultimo, avrai voglia di chiamarlo, così, all’improvviso e urlargli a voce che ti fa schifo, che è un essere immondo, che è la peggiore sciagura che ti potesse capitare, che non sai come possa guardarsi allo specchio, e dormire, e ridere, e fumare, e scopare, e mangiare senza che la vita gli vada di traverso. Avrai voglia di dirgli che lo odi, che lo disprezzi, che ha deluso tutte le persone della sua vita, che è un povero fallito, che ti ha rovinato l’esistenza e che odi anche te stessa per averglielo lasciato fare. Ma anche qui, starai zitta, perché ti hanno insegnato che la cosa più intelligente da fare con la merda è tirare lo sciaquone, di certo non impastarci le mani dentro. Perché pensi che passerà, che questa carogna se ne andrà, che prima o poi riuscirai a ripulirti e ad assolverti.

L’unica cosa davvero utile che bisogna fare in caso di TFA è rompere il proprio pattern di pensiero e guardare le cose da fuori. Ed è una roba che dovete fare da sole, che non servirà che vi dicano le vostre amiche, le vostre madri, o le vostre blogger di riferimento. Ciò che dovete fare è pensare che con quell’uomo lì, a dispetto delle suggestioni vaginali che vi annebbiano le facoltà cognitive, al di là dell’amarezza che nutrite hic et nunc, oltre la delusione e il senso di sconfitta che provate e che è normale, ebbene voi con quell’uomo non sareste state felici mai. Avreste vinto una battaglia, ma perso la guerra. Perché gli UF sono investimenti fallimentari, truffe emotive belle e buone, alle quali abbiamo la responsabilità d’esserci prestate, ma dalle quali la sorte ci ha dato la possibilità di salvarci.
Schermata 2016-05-17 alle 01.47.18

Ed è per questo che quell’altra, che sia la pre-esistente o una new entry, quella che sta con lui adesso, quella che avete soprannominato nelle varianti più creative (da WcNet a Rutto di Satana), quella che state a guardare se sia più bella o più brutta di voi, più giovane o più vecchia, più magra, più grassa, più alta, più simpatica, più intelligente, ecco quella non è una vostra rivale. È solo una disgraziata, una poveretta, una che ha perso in partenza, tradita prima ancora d’essere amata, raggirata da principio da quel genere d’uomo capace di mentire a chiunque, incluso se stesso. È una come voi, che ha la colpa di credere alle menzogne di un UF e che forse avrà il privilegio di non accorgersi mai di quanto pusillanime sia il soggetto che s’è messa accanto. Forse avrà il privilegio di non capire mai che è solo l’ennesima comparsa di una messinscena già nota, sempre uguale a se stessa, con un copione già scritto, con gli stessi viaggi, le stesse canzoni, le stesse battute, le stesse bugie e gli stessi inesorabili fallimenti.

Ma non dovete menargliela, sia chiaro. Auguratevi che siano felici. Auguratevi che siano fatti della stessa materia, così che possano percorrere un lungo tratto di vita insieme. Nella consapevolezza che questo a voi non fa differenza. Perché voi appartenete a un altro genere di essere umano.

E questa è un’evidenza per la quale non ci sono colpe né meriti da attribuire.

È un fatto, che vale oggi e varrà anche domani, quando la rabbia vi sarà passata.

Perché, statene certe, passerà. Ci vorrà tempo, ma passerà.

E, vi prego, non condannatevi. Vogliatevi bene, non dico amarvi alla follia, ma almeno cercate di starvi un po’ simpatiche. E fatevi un detox emotivo. E trovate il modo di venir fuori da questa TFA. E guardate avanti.

E credeteci, che essere single sia un’opzione più dignitosa che avere accanto un UF. Ma anche essere una militante di Comunione e Liberazione, una Scientologist o una che vota Salvini. Tutto è più dignitoso, che avere accanto un UF. Prima non lo sapevate, adesso sì.

E ricordate che, senza un UF che interferisca – in maniera deleteria – con la vostra vita, avrete più possibilità di incrociare e apprezzare un Uomo Normale (UN, d’ora in poi). Non subito, perché dovete prima riabilitarvi da questa dissenteria sentimentale. Ma gli UN probabilmente esistono e probabilmente sanno vivere con coerenza, probabilmente sono emotivamente presenti a se stessi, non completamente egoriferiti e inghiottiti dal proprio sterile narcisismo. Probabilmente non sono solo dei vuoti a perdere, inadeguati alla vita, drammaticamente insicuri e perennemente bisognosi di conferme alla loro puerile vanità.

Probabilmente esistono e sono alla vostra altezza.

A patto che voi scegliate di essere Donne Sane. 

Donne che per sé vogliono il bene. E lo vogliono per davvero.

E succederà così, che un giorno vi sveglierete e vi accorgerete che la TFA è finita.

E che faceva tutto parte di un viaggio, la cui meta non era un uomo mediocre e vile.

Abbiate fede.

Io Viaggio da Single 1 – Madrid

La prima volta è sempre così: non sei davvero sicura che ti sia piaciuto, ma senti che vuoi rifarlo subito, appena possibile, perché hai la sensazione che più lo farai, più ti piacerà. Vale per il sesso e vale anche per i viaggi da sola.

Vorrei raccontarvi tantissime cose su Madrid, la città che ho visitato lo scorso weekend, ma tutto sommato sono informazioni che potete benissimo trovare altrove, quindi proverò a parlarvi di cosa significhi, per una vagina single 30enne, terrona trapiantata a Milano, viaggiare da sola  senza un pretesto tipo andare a trovare un amico expat, andare a fare un corso di aggiornamento o partire per lavoro. Intendo proprio prenotare un periodo di tempo libero da passare fuori, da sola, per visitare un posto nuovo, e camminare e perdersi per le strade di una città tutta da scoprire.

Schermata 2016-05-10 alle 17.42.54

Premetto che ci ho pensato a lungo, prima di fare questo test (perché di test trattavasi e, in quanto test, non è che vado a farlo in Perù), perché avevo molte ritrosie: metti che ti scippano, metti che ti stuprano, metti che è triste, metti che non conosci nessuno, metti che ti deprimi, metti che ti viene un chitemmorto e hai bisogno di aiuto, and so on. Poi però, a un certo punto, ho pensato che non avevo più voglia di aspettare, incastrare, proporre, adattarmi, e che se c’è una cosa eccellente in questo specifico momento della mia vita da single è proprio la libertà di prendere e andare, senza chiedere il permesso o attendere nessuno (specialmente l’uomo della mia vita che, se esiste, evidentemente non viaggia su un agile destriero quanto su una testuggine affetta da una grave dipendenza dagli oppiacei). Così ho prenotato, volo e ostello, e sono partita.

Sissignori, ostello. Viaggiare da soli significa non dividere i costi. Pertanto, se siete ricche e potete pagarvi in toto il vostro luxury hotel di design, molto bene. Se non lo siete, l’ostello è una buona alternativa, se ne trovano di decenti, carini persino e con camere private (io, per esempio, ho preso la camera privata, perché va bene la spending review ma ognuno ha i suoi limiti e il mio limite non contempla la possibilità di dormire con 7 sconosciuti sopportandone rumori, odori e presenza). Il bagno era condiviso (“tanto comunque in vacanza non cago”, mi sono detta, prima di partire), ma veniva pulito 2 volte al giorno (lo dico per via di quella tipica germofobia italica che fa parte del nostro igienico standard culturale) e vi assicuro che ho trovato sorprese più sgradevoli nel cesso dell’ufficio che in quello dell’ostello (anche perché, in linea di massima, chi viaggia in ostello tende a essere particolarmente rispettoso degli ambienti in comune, ivi incluso il cesso). Insomma, dormire in ostello si può fare e se ce la faccio io, che ho la capacità di adattamento di un tricheco all’Equatore, può farcela chiunque. Nello specifico, ho alloggiato al Mad4You Hostel, che è molto pulito, con uno staff giovane e super-disponibile, aree in comune tra cui un patio interno attrezzato e una cucina che non ho naturalmente mai utilizzato (di grazia, non cucino a Milano ti pare che devo cucinare a Madrid). La colazione era inclusa nel prezzo, ma io ho preferito farla fuori, in un café adorabile dietro l’angolo, che si chiama Toma Café, di cui ho apprezzato la qualità del cappuccino, il repertorio musicale e il wifi gratuito.

Schermata 2016-05-11 alle 02.00.23

Detto tutto ciò, però, sarei falsa se non dicessi che in alcuni momenti ho provato sentimenti contrastanti, verso questo “lonely traveling“. Sarei falsa se non dicessi che al terzo giorno, dopo un imprevisto sul quale non vi tedio, ho iniziato a pensare che io tutta questa generale fascinazione per il viaggiare da soli come degli stronzi, non la comprendo e non la condivido poi tanto; che bello eh, per carità, di fare si fa, ma io preferisco viaggiare in compagnia; che io vivo da sola e faccio sempre quello che mi pare e che non ho certo bisogno di andare in culo al mondo per scoprire me stessa, che la conosco già a Milano, io, me stessa; e poi sì, bello fare sempre quello che voglio io. Ma tanto anche con un fidanzato, si farebbe quello che voglio io. E allora? E allora meglio viaggiare con un fidanzato che da sola, no?

Insomma, quello che voglio dirvi, amiche, è che ho avuto un attacco di vaginismo, perché l’ho avuto. E a un certo punto, complice una condizione meteorologica non favorevole (praticamente ha piovuto come manco a Londra a novembre), ho pensato che avrei preferito essere a Milano, con il mio MacBook Pro e il mio abbonamento a Netflix e la mia terza stagione di Californication con David Duchovny. E so che questo mi fa sembrare poco cool ma sticazzi, questa è la verità.

Tuttavia quel momento è passato. E ho camminato. Camminato come un’ossessa. Ho fatto fotografie e ricominciato. Mi sono fermata a fare merenda con Churros e cioccolata calda e sono ripartita. Ho battuto la città in lungo e in largo, per le grandi arterie che la attraversano e che le conferiscono il sapore delle grandi metropoli internazionali, come la Gran Via, Calle Mayor o Calle de Alcala, attraverso le piazze più note, da Sol a Plaza Mayor, passando per Plaza de Santa Ana, scendendo fino al Mercato di San Miguel (dove mi sono ingozzata di Croquetas), e risalendo per piccoli vicoli stretti (perché Madrid è in salita e discesa, e i miei polpacci al secondo giorno gridavano già vendetta), fino alla Catedral De La Almudena e al Palacio Real, per poi tagliare da Plaza De Oriente e l’Opera, bere un bicchiere di vino tinto con un Boccadillo de Jamon e proseguire. Perdermi per le stradine del quartiere universitario, che brulicano di vita e gioventù, entrare in una libreria, fermarmi in una boutique vintage sulla strada del rientro e provare un turbante, due turbanti, tre turbanti, perché volevo tantissimo comprare un turbante. Ma purtroppo, con un turbante in testa, sembro un condom e ciò mi ha indotta a desistere.

Schermata 2016-05-10 alle 17.32.12

Quel momento è passato, da solo. È passato con la pioggia della sera. Ha lasciato le strade dell’anima bagnate, e la voglia di uscire e andare a cenare a La Taberna della Daniela, da sola, sì, da sola, embé, cenare da soli non è in fondo più triste che cenare in coppia senza guardarsi, e senza avere più nulla da dirsi.  È passato in una chiacchiera con tale 20enne bionda from Toronto che era lì post-laurea a farsi il giro dell’Europa. E con un giornalista 30enne che era a Madrid per seguire so io quale torneo di tennis. E con la cena insieme ad Andrés, il mio amico venezuelano, conosciuto a Londra 10 anni fa e che da 7 anni vive a Madrid, che ho rivisto ed è stata subito carramba. E con le patatas bravas mangiate insieme a Cecilia, mia concittadina che vive e lavora a Madrid. E con la visita al museo del Prado, e le pinturas negras di Goya che sublimano e mostrano il genio e il tormento dell’artista, il buio oltre la tecnica. E con l’ultima passeggiata attraverso Plaza Mayor, la sera, mentre nel cielo buio spiccavano, come lucciole posticce, quelle robe lanciate per aria dai cingalesi. E con la sensazione di esserci e di farcela, di bastarsi e di guardare il resto, guardare tutto, oltre le aspettative e oltre i limiti, dopo l’umido della pioggia, sui mattoni lucidi della notte, tra gli artisti di strada e i senegalesi che vendono borse tarocche, e i turisti, e i madrileni. 

Quel che resta, ora che sono tornata, è la gioia di essere andata, di aver visitato un posto nuovo e di esserne tornata arricchita di stimoli e spunti, di aver superato il limite emotivo che avevo, di aver vinto la paura indistinta che nutrivo. Paura di essere palesemente e dichiaratamente sola. Di giudicare e condannare quella solitudine.

Speriamo che non mi trovo male, con me“, avevo detto a un amico, la sera prima di partire.

Forse è questo il senso del viaggiare da soli: che il compagno di viaggio con cui riuscire ad andare d’accordo, sei tu. E che la persona che impari a conoscere meglio durante la vacanza, di cui scopri nuovi aspetti, o di cui ne ricordi altri vecchi, che avevi dimenticato, sei sempre tu. Lontana dalle sovrastrutture della quotidianità, dai ruoli e dalle posture.

Aperta al fascino di tutto ciò che intorno c’è. Delle stradine del Barrio de Malasana, delle saracinesche dipinte, dei murales, dei balconi con sopra la qualunque, dei vecchi seduti sulle panchine, dei garbanzos con la carne e della tortilla, degli innumerevoli “Do you speak english?” – “Un poquito”, del verde curato, della pulizia, delle fontane, delle ceramiche, dei prosciutti appesi, delle vetrine piene di ventagli, dei negozi di souvenir e dei palazzi enormi, dei taxi economici, delle persiane, delle insegne luminose, dei mendicanti e dei sorrisi che, sul mio cammino, ho incrociato.

Quel che resta, ora che sono tornata, è la voglia di scegliere la prossima meta.

 

The Walking Single

Ho letto un pezzo uscito la settimana scorsa su La27esimaOra del Corriere. Me l’ha segnalato Maria, una mia lettrice, chiedendomi cosa ne pensassi in proposito. L’articolo, scritto molto bene da Antonella Baccaro, parla di come i single vivano alla costante ricerca di una felicità (impossibile), nel falso mito adolescenziale di un “amore vero”, dividendosi in 2 categorie: i bulimici e gli anoressici. Ovverosia: quelli che accumulano relazioni in rapida successione o concomitanza e quelli che preferiscono starsene da soli, che probabilmente sono reduci da traumi infantili relazionali, o hanno ricevuto un’educazione troppo repressiva, e oggi sono nevrotici, compulsivi e hanno guardato tutte le serie di Netflix.

635875300136206752-229314152_9654434_m

Scorrendo il pezzo (il suo) ho trovato degli spunti interessanti e delle verità, talvolta amare, che caratterizzano la vita di chi non è parte di una coppia stabile, o ufficiale. Tuttavia, mentre mi addentravo nella lettura, iniziavo a sviluppare una certa perplessità, pur condividendo parte dei contenuti. Ed erano alcune parole, alcuni passaggi, quell’aria un po’ da superquark che provava a spiegare il funzionamento di questi difettati prodotti della società. Fino alla conclusione, nella quale si imputa la disgregazione delle società evolute ai meccanismi psicologici dei single interrotti, che però a volte contagiano anche gli sposati; ma anche all’emancipazione delle donne e al fatto che abbiamo deciso che il matrimonio non è più necessario e non è più il fondamento su cui edificare il nostro mondo (a parte che mi piacerebbe spiegare quanto la società ancora si aspetti che le donne si sposino e procreino, tutte, al punto da indurci un’ansia che voi non potete capire; pertanto forse questo superamento culturale dello sposalizio come status symbol, come viatico per l’accettazione sociale, è più accademico che sostanziale).

Ad ogni modo, ciò che emerge dall’articolo, è che i single sono “invisibili”, “avanzi”, “fantasmi”, “insoddisfatti”, “frustrati”, “insofferenti”, “fragili”, “ossessivi”. Non che ciò sia falso in assoluto, per carità, ma non è che siamo fatti di una materia antropologica differente rispetto agli sposati, non è che quelli non ce le hanno le loro frustrazioni, i loro irrisolti, i loro fallimenti. La differenza è che invece che tenerle per sé e condividerle con un costoso psicanalista, queste robe spesso le scaricano, le proiettano e le introiettano nel nucleo familiare.

Inoltre, se vogliamo provare a ipotizzare cosa ci sia alla base di questa disgregazione sociale, alla crisi dell’istituzione nuziale, più che parlare degli spettri che “vagano nelle coppie”, cioè noi, The Walking Single, proviamo a chiederci se gli adulti di oggi non siano forse cresciuti con un culto dell’ego dopato, all’insegna di un individualismo molto marcato, che rende più difficile praticare quella salubre e indispensabile arte del compromesso, della mediazione, tra due persone che nel 2016 condividono l’audace idea di trascorrere TUTTA LA VITA INSIEME. Possiamo forse parlare di riluttanza all’abnegazione, di instabilità emotiva, di immaturità sentimentale (che in alcuni casi è vera e propria “maleducazione”). Ma questa “deriva”, se vogliamo dare una connotazione di merito negativa a quella che è la metamorfosi dei rapporti sentimentali (enorme e palesemente in atto), interessa tutti, non solo i single.

Ed è così che ho capito cosa mi disturba dell’articolo: il fatto che si parli di “single sposati”, individui “intimamente single” ma formalmente coniugati. E si faccia una specie di minestrone, un cappello semantico sotto il quale far cadere qualunque forma di inettitudine emotiva, qualunque genere di fallimento, qualunque caricatura, semplicismo, banalità, ninfomania, infedeltà, serialità, alienazione o astinenza.

No. Mi spiace.

Se un soggetto (uomo o donna che sia) è sposato, è sposato. Non è single, nemmeno nel suo intimo. Se uno è sposato e non è all’altezza del suo ruolo, e tradisce la moglie o il marito dopo 5 minuti di matrimonio, non è un single. È un partner fedifrago. O stronzo. O indegno. O quello che ve pare. È uno che ha fatto una scelta che non è stato in grado di rispettare. È uno ignorante della propria personalità e della propria emotività. È uno che firma davanti alla legge un contratto di cui non comprende il senso. NON è un single, in alcun modo.

Il numero crescente delle separazioni è una cosa che pertiene il matrimonio, i single lasciateli in pace. Perché con tutte le loro diatribe interiori, e con tutta la loro residuale umanità periferica, i single spesso sono più coraggiosi, più forti e più coerenti di quelli che si sposano intorno ai 30 anni, in batteria, con chi capita, con chi c’è, perché così si fa, con la cerimonia in chiesa che così facciamo felice la mammà, e con la stessa consapevolezza con la quale a 10 anni avevano fatto la Prima Comunione, perché quella era l’età delle prime comunioni (non vale per tutti, naturalmente, ma per molti sì).

E, mi permetto di dire, che tra le fila di quei single “frustrati”, in quel “risvolto poco presentabile della ricerca della felicità”, ci sono persone ricche di argomenti, gagliarde, sveglie, che hanno imparato a stare da sole anche a costo di non avere una stampella sociale, il passe partout per la “normalità”. Poi sì, certo, hanno dei momenti di insoddisfazione o insofferenza. Perché, gli sposati, anche i migliori e i più integerrimi, non ce li hanno? Vogliamo forse imputare al singletudine-come-stato-d’animo (?) la crisi del matrimonio in quanto tale?

A young woman is relaxing on a sofa with a cat

O vogliamo, piuttosto, magari, iniziare a pensare che il format di etero-catto-famiglia è anacronistico e incompatibile con i tempi che viviamo? O vogliamo iniziare pensare che l’estrema sessualizzazione in cui siamo cresciuti, in cui il sesso è un valore fondamentale (e paradossalmente lo pratichiamo sempre meno, single e sposati), rende più insopportabile lo stemperamento della passione e che ciò metta inesorabilmente in discussione la monogamia sessuale, che ancora assumiamo come fondamento teorico imprescindibile della sacra famiglia, come irrinunciabile indice di amore, come espressione del reciproco rispetto? O vogliamo iniziare a renderci conto che i mariti e le mogli tradiscono, che hanno in tasca gli stessi device dei single, che sono iscritti alle stesse app e che anzi hanno dei social network appositi per chi cerca la scappatella, e che inviano foto di peni e seni tanto quanto fanno i single, se non di più? O vogliamo forse supporre che tutti quelli iscritti ad Ashley Madison fossero single in borghese? Dai su. Chiamiamo le cose col loro nome.

Per il resto è vero, i single non sono abbastanza riconosciuti dalla società sebbene, di quella società, siano forse il più contemporaneo e autentico prodotto. E non sono più o meno bravi, più o meno fighi, più o meno disgraziati dei loro coetanei accasati. Sono semplicemente un volto altro della cultura in cui viviamo che, ops, accidenti, non è più quella degli cinquanta. Ma neppure quella degli novanta. Quindi se vogliamo parlare di “società della disgregazione”, dell’instabilità (o fluidità) dei legami, parliamone, ma centriamo il punto.

E i single, questo misterioso nuovo Gender Sentimentale, lasciamoli stare. Perché il mio amico Stefano, che ha 40 anni e vive con due gatte, ed è uno scrittore, e ha un ricco palmarés di amiche with benefits ma nessuna fidanzata, nessuna donna presa in giro, nessuna promessa fatta davanti all’Iddio onnipotente e alla legge italiana, nessuna illusione dolosamente alimentata ai danni di ignara (o presunta tale) partner e/o amante; il mio amico Stefano che è un po’ misantropo, e un po’ cinico, e un po’ disilluso con la speranza latente che sì, quell’amore vero un giorno arrivi anche se forse non arriverà mai, perché poi uno si abitua a essere single, ecco lui è un single. E, del resto, nutrire quella speranza d’amore non è un crimine, né un attestato di demenza e non danneggia nessuno se ogni tanto la nutriamo. Ebbene lui, che è coerente con se stesso, quello è un single. E mi spiace, non è il peggiore uomo che esista in questa società. E mi spiace, non è lui, lo scarto. E non lo sono io. E non lo sono tutte le mie amiche single, che “non sono state scelte da nessuno” probabilmente perché non avevano come obiettivo primario nella vita quello di farsi scegliere. E non hanno nemmeno avuto una tresca con il collega di lavoro un mese prima di sposarsi. E no, nemmeno loro sono il bordo della pizza della società.

Neppure quelle che vivono una relazione dietro l’altra perché sono ossessionate dall’idea di dover per forza trovare qualcuno con cui incastrarsi, perché a star soli un po’ ci si abitua, ma un po’ ci si stanca. Perché a volte ti stanchi di rispondere che non hai nessuna novità, al mondo che non aspetta altro che tu dica che sei fidanzata. Perché a volte hai voglia di essere abbracciata da un uomo, pure dopo il coito. E neppure quelle che decidono di non uscire più dalla loro zona di comfort , perché si son fatte male, neppure quelle che decidono che nella propria vita non c’è più spazio per il compagno di un’altra. Neppure quelle sono gli “avanzi”.

Un single è una persona che risponde a sé, di sé. E la felicità, se vuole, può cercarla quanto a lungo je pare. Forse l’ottimo pezzo della Baccaro avrebbe dovuto parlare di quelle persone che continuano a cercare la felicità, anche quando sulla carta dovrebbero averla già trovata. Nel proprio partner.

Forse sono quelle che conducono alla disgregazione.

Forse i disabili emotivi vanno cercati altrove.

Forse vanno chiamati con il loro nome. Che no, non è quello di “single”.

 

Tinder Chronicles 2 – Il conto da pagare

Sono uscita con il secondo tipo conosciuto su Tinder. Ci sono uscita in friendzone, o meglio, per usare un neologismo più preciso, coniato da un mio amico a cui devo riconoscerne la paternità, in no-fuck-zone, in quanto, di fatto, non si può definire “friend” uno che conosci da 5 minuti.

Il concetto di base resta comunque lo stesso: non si ciula.

Glielo avevo detto anticipatamente, a Tinder2, sostenendo “sei fuori dalla mia portata”, perché questo era uno dei match più fighi mai capitati e – come vi ho già spiegato – sono in un periodo profondo e sensibile della mia vita, per cui esco solo con i belli (per lo meno se sono rimediati sulla più popolare dating app del momento).

Ci esco senza tirarmi a lucido ma rendendomi giusto presentabile e lo incontro tardo pomeriggio-ora aperitivo in modo da divincolarmi eventualmente con “Devo raggiungere gente a cena” qualora si riveli una sòla umana.

Schermata 2016-04-21 alle 10.18.43

Così non è stato, ce la siamo chiacchierata, raccontata, ho collezionato nuovo materiale umano, bevuto vino bianco fermo, abbiamo parlato di lavoro, di amicizie, di relazioni, di Tinder, di socialità milanese, di locali, di standard estetici, di chirurgia plastica, di altri date. E per me è stato come sempre un utile esercizio dialettico perché, naturalmente, io e Tinder2 non avevamo assolutamente un cazzo in comune, ma proprio nulla, dalla provenienza geografica, al vissuto, ai gusti musicali, alle abitudini e alla tipologia di lavoro svolto.

La serata si è rivelata non memorabile, ma piacevole, e tutto è andato liscio fino al momento in cui ho fatto una macabra scoperta, rovistando nella mia borsa: avevo dimenticato il portafogli a casa (nello zaino della palestra), cazzo.

Mi astraggo per qualche secondo, pensando che – merda – ho pure ordinato il secondo bicchiere e non ho cash, ma nemmeno carte, ma nemmeno il libretto degli assegni e così, mentre lui mi spiega che gli piacciono le tipe come Melissa Satta e io confermo che non gliela darò mai per principio, mi chiedo come gestire la situazione. Così lo interrompo su “A me piacciono filiformi, anzi no, sportive” e gli dico qualcosa tipo “Senti, è successa una cosa che mi imbarazza molto, ma mi sono appena accorta di non avere con me il portafogli, però quando usciamo se vuoi passo da casa mia che è qui vic...”.

Tinder2 mi interrompe, mi dice che naturalmente non c’è problema, che avrebbe pagato lui, ci mancherebbe. Che paga sempre lui in queste situazioni, anche quando le tipe sono (f)rigide e non simpatiche come me (che comunque sono anche carina eh, non devo dire quelle cose che gli uomini sono fuori dalla mia portata, che ho delle belle gambe lunghe e si vede anche se ho il jeans, che ho la maglia larga ma che dovrei mettere più in mostra, che tirata “come dice lui” non sono mica male, così gli rispondo che sì sì, non è che sono un mostro – infatti, non hai dei brutti lineamenti – no no, lo so, ma ho delle occhiaie pazzesche, mi fanno schifo i miei denti e ho un brutto culo – perché? – perché è piatto – eh, brutta storia – lo so, vorrei tanto avercelo il culo a mandolino, ma non ce l’ho – t’ammazzi di squat almeno? – no mi fanno male le ginocchia, faccio quelli per handicappati, con il pallone, appoggiata al muro – ah però – si vabbé, ma è una battaglia persa).

Poi torno sul topic e insisto, dico che mi spiace, che se ci rivedremo offrirò io. Lui mi tranquillizza, in maniera in verità molto carina, e da lì iniziamo a disquisire di questo spinoso argomento, pour parler, ovvero la gestione del conto da pagare tra uomini e donne, confrontando il suo punto di vista virile con il mio vaginale.

Lui mi dice che la maggior parte delle donne da per scontato che a pagare sia l’uomo e che moltissime non fanno nemmeno la parte (che sarebbe quella gag per cui tiri fuori il portafogli quando arriva il conto e dici cose come “Senti per piacere, non devi, possiamo dividere, insisto, guarda che le lotte femministe del 68, guarda che siamo emancipate, guarda che lavoriamo, abbiamo la patente e anche il diritto di voto e blablabla” alla quale lui deve tuttavia, improrogabilmente, rispondere che no, che paga lui, punto e basta e così dev’essere perché se per caso quello ha la sciagurata idea di fare 50 e 50 – a meno che non sia davvero SOLO un amico forever – a noi scende la catena in un modo che non ne avete l’idea).

maxresdefault

Inoltre qualsiasi estremizzazione di questa dinamica risulta ulteriormente grottesca, per esempio quelle situazioni in cui alla cassa tiri fuori il contante ed entrambi avete una banconota in mano e la porgete al ristoratore, il quale rimane interdetto, e tu gli dici “ei, ei, sono una donna evoluta, prendimi in considerazione” ma quello inevitabilmente tenderà ad accettare il pagamento dal maschio, non da te. E mentre uscite dal locale vi augurerà buona serata, sperando che per lo meno tu gli offra una fellatio di cortesia.

Insomma, forse Tinder2 ha ragione. Tendenzialmente è socialmente previsto (da noi, ma anche dal ristoratore che ci ignora mentre gli porgiamo il contante o la carta) che a pagare sia l’uomo. E questa cosa vale a prescindere dal tipo di rapporto che intercorre tra le parti, che siano una coppia, che siano amanti, che siano sconosciuti, che te la darò, che non te la darò, che non ci rivedremo mai più.

Scartabello nella memoria le mie esperienze e quelle delle mie amiche, i commenti che ho ricevuto, e per quanto mi renda conto che questa dinamica non sia particolarmente giusta, piuttosto sessista, formalmente obsoleta, antipatica persino, non ci sono cazzi, funziona così.

Chiaro è che ci deve essere equilibrio, dico, non è che una debba approfittarsene e diventare una tassa fissa a carico del povero uomo. Io sono per una divisione iniqua dei costi, del tipo 60 e 40, 70 e 30, a seconda dei casi specifici.

Però tocca ammettere che, tendenzialmente, se sei uomo è statisticamente probabile che il tuo reddito sia superiore al mio, e poi è una questione di etichetta, di cavalleria, e per lo stesso motivo per cui io non esco con te con i baffi in faccia e il pube di un orango, perché la cultura mi impone purtroppo di non essere Frida Khalo, ebbene per la stessa ragione culturale tu puoi anche offrirmi la cena (che non deve essere per forza da Cracco, ma pure dallo Zozzone della Periferia, va bene); del resto io quei soldi li ho devoluti all’estetista, o al parrucchiere, o all’ultima crema antirughe, o al mascara – hai un’idea di quanto costi un mascara? – per risultare gradevole ai tuoi sensi.

Quindi, uomini, non siate spilorci, perché la generosità è una dote che noi donne apprezziamo e il braccino è un difetto che non perdoniamo (peggiore persino del Minipeny).

Offrite e fatelo di buon grado.

Assolutamente NON accettate il fifty fifty, che è veramente cheap (immaginate Nanni Moretti che mi schiaffeggia adesso)

Al massimo, mentre la donna di turno insiste, rispondete “La prossima volta” o “Il prossimo giro”

E se quella non fa nemmeno la parte, beh valutate se vi risulta sufficientemente figa da essere a vostro carico come manco un figlio.

Per contro, voi, donne, non andate in bagno a incipriarvi il naso nel momento esatto in cui il conto arriva a tavola.

E non insistete nemmeno oltremisura se quello dice che offre lui, che diventate moleste. Accettate che offra e basta, non è attraverso il conto da pagare che passa il vostro femminismo. O se lui offre la cena, voi offrite gli amari che andate a bere dopo.

E ogni tanto, tipo 1 volta su 3, offrite voi e mettetelo in chiaro da principio “stasera offro io”.

E non accettate obiezioni.

Educateli a pensare che siamo abbastanza equilibrate da accettare che offrano loro, e da decidere quando offriamo noi.

Che dite, vi fila così?

[SessuOhhhlogismi 1] – Le 10 Tipologie di Limone

[Gentilissimi, inauguriamo oggi SessuOhhhlogismi, una nuova rubrica nella quale parleremo di argomenti a vario titolo pruriginosi, senza timori e senza pudori, come siamo soliti fare. Per trasparenza vi informo del fatto che si tratta di una rubrica sponsorizzata. Il perché della sponsorship lo trovate sommariamente espresso qui, mentre il link a chi ci consente di fare questa proficue chiacchiere, lo trovate qui]

 
Sessuohhhlogismi2

Baciare è una cosa semplice, che non tutti sanno fare.

Il bacio, o come amiamo chiamarlo confidenzialmente “limone”,  è il biglietto da visita, il kick-off della vostra tresca, la stretta di mano al colloquio di lavoro. È la prima impressione che fate. Per carità, non è davvero la primissima, perché prima di infilarsi le rispettive lingue nelle reciproche cavità orali, ci sono altri input che riceviamo e che mandiamo. Prima del gusto e del tatto, ci sono altri sensi che esprimono il proprio voto (o il proprio veto), come la giuria di un talent, e dicono “per me è sì”, “per me è no”, “sei fuori”, “attacca”. Banalmente, la vista ci dice se quella persona ci piace esteticamente. Se ci piace la sua copertina. Se ci piace come ride, come si muove, com’è vestita. Poi c’è un altro giudice, apparentemente innocuo ma fondamentale, ed è l’olfatto. Come dire: la persona non deve puzzare, che sia per lo meno inodore, se profuma è meglio. Se profuma di borotalco o di Le Male di Jean Paul Gaultier fa ulteriore differenza. E al netto dei profumi artificiali da uomo che non deve chiedere mai, o da diva che si fa un bagno di bellezza nell’oro fuso, deve garbarci l’odore della sua pelle, quello dei suoi capelli e ci saranno altri odori che dovranno garbarci, ma su quello arriveremo più avanti.

Non meno importante, anche se ingiustamente trascurato, è l’udito. Perché se uno parla in falsetto, oppure urla, oppure si esprime per ultrasuoni che non si capisce una minchia di ciò che dice (a meno che non siate dei delfini), oppure se una ride come una gallina sgozzata, questo può influenzare la percezione che ne abbiamo. Così come, una bella voce, una bella dizione o un accento che ci sia particolarmente congeniale (tipo il romano, su di me), una risata piacevole e femminile, una tonalità maschia e profonda, possono sortire effetti inversi.

Tutto questo per dire che il limone non è il primo approccio sensoriale che abbiamo, ma è l’entry level del contatto erotico tra due corpi. Ed è per questo che ha una sua speciale importanza. Un buon limone, infatti, è una condizione necessaria (perché se non ci troviamo bene a limonare, come faremo a trovarci bene su tutto il resto, gioia mia?!), ma non sufficiente (state buoni, aspettate a stappare la bottiglia di Veuve Cliquot che tenevate in dispensa per le grandi occasioni; il mondo è pieno di gran limonatori, progettati per creare nel partner aspettative destinate a essere disattese).

Per carità, non intendiamo alimentare ansia da prestazione sui limoni (già vi vedo, che vi infilate un cucchiaio in bocca e ci date giù di lingua per prendere il giusto ritmo centrifugo), perché il punto non è questo. Limonare è bello, trasversale, democratico, universale, easy-going e, nel bacio come in tutto ciò che pertiene l’esperienza sessuale condivisa, non si tratta tanto di tecnica quanto della capacità di intercettare le velocità, i ritmi e i gusti dell’altro. Ciononostante, però, proviamo a distinguere le varie tipologie di Limone che, almeno una volta nella vita, è capitato a tutti noi di esperire:

1. Fido-Lemon –> Sono quei limoni a seguito dei quali, con immensa grazia, devi asciugarti i residui della sua saliva con la manica della maglia. O un telo da doccia. O un phon.  Quei limoni che se potessi geologalizzarti la bocca e fargli capire esattamente dov’è situata, lo faresti. Che no, ei, guarda che quello è il mento, aspetta, no, sono le narici. E intanto continua a sciropparti dagli zigomi alle clavicole come fosse un San Bernardo. Talvolta il Fido-Lemon può essere assimilabile a un peeling. Anche a uno scrub, se la lingua è rasposa.

2. Lecter-Lemon –> Sì, sono carini i morsetti, uuuh, quanto mi vuoi, ma se non mi stacchi il labbro come Mike Tyson strappava padiglioni auricolari, te ne sono grata. Sinceramente.

3. Trivella-Lemon –> Stiamo limonando, non ci stiamo facendo una tracheoscopia con la lingua, quindi, se puoi, non sentirti come Indiana Jones nel Tempio Maledetto, non c’è nulla che tu debba trovare in fondo al mio esofago, calmate n’attimo.

4. Bimby-Lemon –> È quello che ti sbatte con la lingua come manco un robot da cucina, una frusta elettrica, un minipimer. Praticamente uno che con la lingua potrebbe preparare anche l’impasto della ciambella, montare il bianco d’uovo per il tiramisù, cucinare e soffriggere. Fa tutto lui, con multivelocità e movimenti perfettamente ellittici che non cessano fino al momento in cui non lo disattivate staccandogli la spina.

5. Rino-Lemon –> Nulla contro i nasi importanti, per carità, conferiscono personalità al volto, ci mancherebbe. Solo che se guidi un suv non puoi comportarti come se avessi la smart. Per cui quando lambisci l’aria con il tuo aggraziato nasino francese o quando, nel climax del limone, decidi di cambiare inclinazione della tua testa, ti prego solo di sincerarti che questa manovra non mi renda orba.

6. Stinky-Lemon –> Eh. Questo è terribile e imponderabile. Non lo scopri finché la tua faccia non è a pochi centimetri dalla faccia dell’altro e, di solito, quando si è ormai giunti in quel pericolosissimo territorio, diventa estremamente complesso tirarsi indietro. Ormai sei in ballo e devi ballare. Anche se quello si è scolato una tanica di Tavernello prima dell’appuntamento. Anche se ha pasteggiato a base di 25 varietà diverse di cipollotti e aglio bianco polesano. Anche se ha fumato 30 sigarette (ci penso sempre, quando bacio un non-fumatore, che deve avere la sensazione di leccare un posacenere). Lo stinky-lemon è una specie di libidocida chimico. E, soprattutto, la benamata fiatella non guarda in faccia a nessuno e non fa favoritismi. Non riusciremmo a trovarla attraente (né alla lunga sostenibile) neanche in Ryan Gosling.

halitosis

7. Lazy-Lemon –> Sarebbe il fuoco che non s’accende, il fiore che non sboccia, lo starnuto che non arriva. Questo genere di limone un po’ svogliato (quello che fai con l’amico del tipo con cui la tua amica sta facendo il Cirque du Soleil nella stanza affianco) è caratterizzato da una moderata divaricazione labiale, un dispiego assai economico di quel prezioso muscolo meglio noto come lingua e da ripetute interruzioni, secondi di recupero consigliati dal lemon-trainer tra una serie e l’altra di baci. Un limone singhiozzante, che tipicamente non alimenta il desiderio di partire per la missione tra le lenzuola.

8. Party-Lemon –> Il limone festaiolo, quello che di solito viene dopo un numero superiore a ENNE cicchetti o cocktail, quello che di solito non gode del minimo senso della decenza ed è spesso privo della pur minima traccia di romanticismo. È un limone hic et nunc che non tiene conto del passato né del futuro. Purtroppo spesso non tiene conto nemmeno del presente. E cioè di chi stai limonando davvero. E come. In presenza di chi.

9. Pity-Lemon –> Anche noto come “limone per sfinimento“, di solito è quello che fai con qualcuno che ti è stato alle calcagna per tutta la sera per premiarne la tenacia, anche se sai che non ci sarà futuro (ma nemmeno nelle immediate ore successive); oppure con quello che è carinissimo sulla carta e tu vorresti tanto che ti piacesse, ma già sai che non ti piace, però fai una piccola prova del 9 per esserne proprio sicura. Il Pity-lemon si rifà, infatti, alla nobile etica di “un limone non si nega a nessuno” e spesso è il movente degli scheletri che conserviamo nell’armadio delle nostre conquiste.

10. Liuk –> È il limone quello BELLO. Quello de core, de panza, de tutto. Quello che ha gli ingredienti giusti al posto giusto, esattamente dove devono essere. Quello che si fa in due e ci si trova, e allora le labbra, e le lingue, e le salive, e i corpi, diventano un unicum di curiosità e desiderio, di grazia e sostanza, di poesia e carne. E lascia presagire orizzonti di piacere. E fa venire voglia di continuare, e continuare, e continuare come quando si aveva 15 anni e si era seduti sulle panchine della Villa Comunale, e niente avrebbe potuto fermarci. Fino a consumarsi. Fino ad arrivare alla parte più golosa: la stecca di liquirizia.

Detto ciò, chiudiamo con qualche utile consiglio:

  • portate sempre con voi delle mentine o dei chewing gum (io ci penso sempre, se sono con uno e quello si mette una mentina in bocca io mi aspetto di essere limonata entro e non oltre un quarto d’ora)
  • “ascoltate” il corpo dell’altro e il modo in cui l’altro vi bacia, va bene essere decisionisti, ma è importante sintonizzarsi sulla giusta lunghezza (non sto alludendo a ciò che pensate) d’onda
  • usate le mani, mentre vi baciate, non restate come dei trimoni: toccatevi le guance, toccatele il collo, passetegli una mano tra i capelli (se ne ha) e poi fatela scendere sul petto, e voi uomini abbracciateci, prendeci, cingetevi a noi, che non vuol dire necessariamente appoggiarci il pacco barzotto, ma vuol dire farci capire che di noi avete voglia. Voglia davvero.

E adesso prendete e limonatene tutti.

E approfittate che siamo anche in primavera.

[Se vi va di leggere le altre cose che ho scritto per Ohhh, le trovate qui!]

 

Manuale di Gestione dei Belli

La mia amica Janis l’altro giorno mi ha detto: “Tu non hai paura dei belli“.

Dopo un accurato studio dei soggetti che le ho proposto in questi anni, infatti, è giunta alla conclusione che io non sia intimidita dagli uomini di bell’aspetto.

Così ci ho riflettuto, perché ha ragione, in parte, sebbene io abbia avuto nella vita anche degli uomini relativamente brutti, in quanto da giovane se un uomo mi affascinava dialetticamente, con l’ironia, con l’intelligenza, con la cultura, avrei potuto dargliela anche se fosse stato il sosia di Marzullo.

È pur vero, d’altra parte, che quasi tutti quelli che ho propinato a Janis negli ultimi tempi erano discretamente manzi nel senso volgarmente canonico del termine e quindi mi sono chiesta se io sia diventata una persona superficiale, se Milano mi abbia imbruttita fino a questo punto o, più in generale, cosa mi sia successo. Magari la mia percezione di me stessa s’è fatta gli steroidi, o magari sono diventata “virile” nel pesare l’estetica.

Ovvio è che “dove c’è gusto non c’è perdenza“, come dice sempre mia madre. Ma è vero pure che “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è bello“, come dice il mio amico Frecciagrossa (cioè la bellezza è oggettiva – per quanto suscettibile di influenze e contaminazioni culturali – mentre il gusto, quello sì, è soggettivo).

In linea di principio la differenza la fa il piacere che ci da essere in compagnia di quella persona, bella o meno bella che sia (com’è ovvio), e quali corde essa riesce a toccare nella nostra emotività. In altre parole: non vedo perché dovrei escludere a priori uno tipo Luca Argentero solo perché è un figo della misericordia e solo perché io non sono altrettanto bella. Ma allora la moglie di Hugh Jackman non ci ha insegnato proprio niente? Non è, del resto, del tutto normale vedere donne molto belle accanto a uomini che se una dote ce l’hanno è evidentemente occultata nella zona pelvica, o nelle mutande, o nella tasca che contiene il portafogli? Perché l’incontrario non può valere?

matthew-mcconaughey

Proviamo a fare un discorso odioso, asettico, politicamente scorretto, essenzialmente maschile (è solo un esercizio di stile, noi abbiamo la vagina, le ovaie, le tube di falloppio, lo sappiamo bene): i belli, esattamente come i non-belli, hanno dei pro e dei contro. Avete presente quando gli amici maschi vi dicono che le strafighe poi non danno più di tanta soddisfazione, mentre le bruttarelle fanno performance da mille e una notte? Ecco, diciamo che vale pure per loro. Non è una legge, naturalmente, ed è una brutale semplificazione, ma assumiamola come valida. Alla luce di ciò, tuttavia, non è che gli uomini rifiutino una gnocca atomica perché è bella ma non balla, perché secondo loro non è particolarmente brillante, perché è troppo bella e ne sarebbero gelosi. No. Loro comunque, se possono (e se riescono, cioè se non ci viene l’ansia da prestazione),  se la fanno. Perché? Perché è bella. Punto. Tanto basta. E quel tanto, circoscritto e circostanziato, può bastare anche a noi, quanto meno per bullarcene con i nostri amici omosessuali che ci intasano il whatsapp di peni ingiustamente strappati alla passericoltura.

Basta diversificare (come negli investimenti e nell’alimentazione, mangiare un po’ di questo e un po’ di quello, seguire una dieta equilibrata per non sviluppare carenze di autostima insomma), ed essere consapevoli di alcuni accorgimenti da usare, come:

  1. Il bello può essere più bello di voi. È una possibilità concreta. Invece che farvi le paranoie per quell’accumulo di grasso sulla pancia, o per quella cazzo di cellulite sulle chiappe, godetevelo. Vi ha invitate a uscire, non gli fate schifo, forse non vi chiederà la mano, ma santo cielo, chi se lo sposerebbe uno così? Solo per collezionare tradimenti e impazzire di gelosia? No. Col bello ci si può fare un giro (o più giri) e non esiste ragione valida per non farlo. Non ricollegabile a una nostra presunta inadeguatezza, per lo meno.

2. Il bello è abituato alle belle. Cioè le sue ex, quelle che verranno dopo di voi, e quelle che a voi si alternano, sono facilmente più fighe di voi. Non è che voi non siate fighe, è che quelle sono pertiche di 1.80, toniche al limite dell’immoralità, con la pelle perfetta, il sorriso abbagliante e gli occhi-fanale naturalmente chiari. Oppure sono replicanti di Giorgia Palmas. Voi ve ne dovete sbattere.

3. Il bello è tendenzialmente vanitoso. Non vi riempirà di complimenti, non vi farà sentire donne speciali (a meno che non siate Mila Kunis), non vi dirà che state benissimo con il nuovo taglio di capelli. Non sarà particolarmente gentile (se è troppo bello e troppo gentile, ocio, potrebbe essere una criptochecca, come le definisce la mia amica Sbarbi), e avrà sempre un’aria da uomo che non deve chiedere mai. Voi assecondatelo, non vi interessa redimerlo. Compiacetelo, se v’aggrada, e non assumete una inutile aria da femmina alpha, che tanto per farsi un giro di giostra non è necessaria.

4. Il bello non vi darà l’esclusiva. Siamo serie: non la danno i non-belli, figurarsi uno che potrebbe scoparsi (e probabilmente si scopa) mezza fashion week milanese.

5. Il bello è da NON seguire sui social. Se siete amici su Facebook, ignoratene gli aggiornamenti. Quando cambia la foto profilo ed è bono come il pane di Altamura, voi fate finta di nulla. Assolutamente NON mettetegli il like (il fatto che occasionalmente gliela diate mi sembra già un endorsement sufficientemente esplicito, seppur privato) e NON guardate chi l’ha commentato e gli ha messo il like. Perché, scremati gli amici (tendenzialmente ugualmente belli, perché per una legge di natura i belli vanno con i belli), vi imbatterete in un ginepraio di figa (anche di importazione) davvero pericoloso. Sì, sono tutte più tope di voi. Pazienza. È a casa vostra, però, che viene, a fare fit-sex, una nuova forma di attività aerobica che va per la maggiore nel 2016.

colin-farrell-thumb

6. Il bello è bello perché s’impegna per essere bello. Ha uno stile di vita che lo rende bello. Quindi è difficile che ci fumiate una canna insieme, restando a parlare e a ridere fino all’alba, con le guance che vi fanno male per l’accumulo di acido lattico e divertimento. Segue un’alimentazione corretta, quindi lo vedrete mangiare tartarre, di sicuro non il cuoppo napoletano. Voi berrete più di lui, senza dubbio, quindi quel bel sesso alcolico ve lo potete pure scordare. Non meno importante, per vederlo dovrete incastrarvi tra gli allenamenti di tennis, di squash, di golf, di basket, la corsa al Parco Sempione e i weekend in montagna a sciare (oltre che tra tutte le altre fighe di cui sopra).

7. Il bello è egocentrico, il ché significa che quando siete a letto è fallocentrico. Cioè tutto ruota attorno al suo uccello. Quanto è bravo. Quanto vi fa godere. Quanto gli piace farsi usare e fornirvi una prestazione all’altezza. Avete ragione. Non c’è amore, né sentimento, né tenerezza. Dopo non vi coccolate e non vi addormentate, insieme, attorcigliati nel letto, per svegliarvi l’indomani coi bacetti sulle spalle e ricopulare sull’entusiasmo dell’erezione mattutina. Tutto vero. Però non è che se non la date ai belli, trovate il cesso dei vostri sogni. E piuttosto che l’astinenza, santo cielo, meglio questo.

8. Il bello è schizzinoso. Peli ne ha meno di voi e la sua pelle è più idratata della vostra. Quindi prima di una sessione con il bello, voi dovete essere perfette. Ok, non perfette, ma se siete state dall’estetista e dal parrucchiere nelle precedenti 24 ore, è meglio. Escludete l’imprevisto imprevedibile della ricrescita da letargo invernale sulle gambe e siate pronte – in caso d’emergenza – a recidere il vostro eccesso pilifero mediante lametta o crema depilatoria (con buona pace della vostra estetista, che vi farà una paternale infinita lamentandosi del fatto che i peli sono duri, alla prossima ceretta, che vi sgama subito, ogni volta, e voi del resto non potrete spiegarle che un bello-bello-in-modo-assurdo veniva da voi e dovevate essere glabre). Possibilmente, dopo la doccia spalmatevi di olio di argan, ma non troppo. Tanto per essere ancora più lisce.

9. Il bello è passeggero. Con il bello non bisogna soffermarsi e non bisogna mai pensare cose come: “Quanto mi piacerebbe portarlo davanti al mio ex, tanto per fargli fare una sfilata e far sì che a quello gli detoni il fegato“, perché questo non succederà. Mai. Mettetevi l’anima in pace.

10. Il bello potrebbe non avere argomenti interessanti. Potrebbe non essere nemmeno particolarmente seduttivo poiché, in quanto manzo, presume che gli sia sufficiente esistere per far calare le mutande al genere femminile. E a volte ha ragione.

Detto tutto ciò, personalmente i migliori match della mia vita li ho fatti con dei non-belli, che non erano brutti ma manco belli impossibili.

Le più appassionate, viscerali, sfacciate, indimenticabili avventure, quelle in cui il sesso si fa primitivo, reale, totalmente umano, non ginnico, pornografico in senso sublime, sono state con uomini che al centro mettevano la coppia (perché almeno per qualche ora – bene che vada – si è una coppia) non l’individuo.

Uomini che con ogni centimetro del proprio corpo, attraverso ogni centimetro del mio, mi hanno fatta sentire desiderata, e voluta, e bella, e donna, e femmina.

Così. Tanto per ricordarlo.