Spiriti Affini

Ascolto You know I’m no good di Amy Winehouse, buon’anima.

La ascolto e penso che il segreto è tutto nelle dosi. Come con la pasta. Che io non solo la scuocio, ma non sono neanche capace di salarla per bene. Perché, vedi, il punto è nella giusta misura. Solo che io non so quale sia la giusta misura tra noi, non l’ho mai saputo. Certo, ora, per lo meno, conosco tutte le misure sbagliate. Tutte quelle che alla fine ci fanno male.

Dici che siamo spiriti affini. Ti dico che crescere significa accettare che gli spiriti affini non sono quelli con cui si costruisce la vita. Perché gli spiriti affini, sai, son troppa roba. Sono totalizzanti, viscerali, divoratori. Non lasciano spazio ad altro e noi, di grazia, abbiamo bisogno di altro. Per crescere, per fare la nostra strada, per lavorare, per illuderci di vivere. Forse anche per vivere davvero.

Chi può dirlo, poi, cosa sia la vita vera. Chi può dirlo se sia trovare un bravo ragazzo, tenerselo stretto e metterci su casa insieme. E vedere un percorso. E costruire un progetto. Oppure sposare una brava donna, una che ti dia la serenità, una che piaccia a tuo padre, che sappia fare le torte, una che feconderai per avere una discendenza al trono. Chi può dirlo se sia nelle mie braccia che ti stringono, e nelle mie cosce che tremano, e nei miei denti che mordono, e nei tuoi respiri che s’inseguono. E in quel piacere che cresce, che tende tutto il nostro essere partendo da un punto profondissimo, perso tra la testa e i lombi, che strappa ogni certezza, che cancella l’aria. Chi può dirlo se la vita vera sia perdersi negli occhi e nel sudore di un uomo sbagliato, smarrendo il confine, negando la ragione, scivolandosi dentro, una volta ancora. Ancora mille volte.

11133779_931704510203087_1102636778283803759_n-1

Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Che tu ci sia, in un angolo, senza prepotenza. E io ci sarò, per te. Lì. In quello stesso angolo. Ma niente di più. Perché, vedi, io questa recita la conosco già, e già so che non potrò essere protagonista della tua messinscena sul palco della normalità. Ma tu mi conosci, prima donna sono, figurati se me ne sto in disparte a fare la controfigura. Forse potrei, ma non voglio. Non sarebbe giusto.

Io ci sarò, per te. Lì. In quell’angolo. Che diventerà il nostro spazio. Di cui nessuno saprà. Nemmeno noi, a tratti. Ci limiteremo a trovarci lì. Di tanto in tanto. Mentre vivremo le nostre vite altrove. Mentre tenteremo di sentirci compiuti, noi che compiuti non saremo mai. Ci limiteremo a trovarci lì, di tanto in tanto. Per vomitare i rimpianti che coltiviamo. Per morsicarci le inquietudini. Per ridere. Per piangere. Per incrociare una bambina in metropolitana, che mi sorriderà, e io le farò la linguaccia, e lei mi farà un occhiolino, e tu ci guarderai, ed entrambi fingeremo di non pensare ciò che penseremo. Come sarebbe stato se. Fingeremo di non chiedercelo, perché entrambi sappiamo che non è stato. Che non è. Che non sarà mai.

Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Non è forse questo che fanno gli spiriti affini? Non si amano nel silenzio, per il fatto stesso di esserci, di saperlo, di sfiorarsi? Forse la soluzione è fare di nuovo l’amore. Non distinguere più il mio corpo dal tuo, e il tuo dal mio. Prima di lavarci via il sapore e l’odore e l’illusione di quella felicità, solo ipotizzata, passata, foldata. Prima di tornare alle nostre vite. Senza sbavature. Senza effetti collaterali apparenti.

Il fatto è che devi esserci, senza esserci. Sono dello scorpione, cerca di capirmi. Non puoi farmi male, perché poi te ne faccio il triplo. Non puoi farmi male. Non devi. E io non voglio farne a te. Non posso permettertelo e non posso permettermelo. Non a 29 anni. Non dopo averlo fatto già troppe volte, spogliarmi nuda e offrirmi alla carneficina sentimentale di turno. Procedendo spedita verso il dolore più sordo, in punta di piedi sulla vita, divorata dall’incoscienza e affamata di emozioni. Con un paio di tacchi alti addosso. E niente più.

Dici che siamo spiriti affini.

Dici che essere adulti significa ammettere la straordinarietà che ci lega.

Forse hai ragione. Ma essere adulta, per me, significa anche proteggermi un po’. Riuscire ad amarmi, sempre. Più di quanto possa fare qualunque uomo. Incluso te. Che, dici, sei il mio spirito affine.

Che, dici, non ne troverò mai un altro come te nella vita.

Che, dici, non ne troverai mai un’altra come me nella vita.

 

Terronismo Alimentare

Quando sei meridionale e hai lasciato da qualche anno la tua amata Terronia, può succederti di iniziare a presagire il classico Terronismo Alimentare, al momento di tornare a casa (o meglio “scendere a casa”).

Inevitabilmente, per quanto terrons tu possa essere e per quanto tu possa resistere alle continue e incessanti sollecitazioni che ti indurrebbero ad alimentarti di Kusmi Tea, integratori, bresaolina, semi di zucca e crudité, per quanto tu possa ribadire che sull’Olimpo gli Dei banchettavano a botte di focaccia barese, resta il fatto che il tuo rapporto con il cibo, nella vita ordinaria, un minimo cambia (ma anche molto più di “un minimo”). Banalmente, ti scopri più abituata a digerire una vellutata di zucchine e piselli piuttosto che mezza teglia di riso patate e cozze. E quindi, quando torni in patria, hai un po’ il terrore e un po’ la voglia incontenibile di mangiare, per dirla scientificamente, come una vacca. Da qui il Terronismo Alimentare.

Il Terronismo Alimentare è un fenomeno che, in verità, matura lentamente negli anni, e che si gioca tutto sul filo del rasoio, in bilico tra il piacere enogastronomico e la sofferenza digestiva. Le prime avvisaglie si hanno quando, dopo l’ennesimo simposio di famiglia, inizi ad aprire gli stipiti della cucina nel mortificato tentativo di trovare una pasticca Brioschi (perché sia chiaro, di mortificazione trattasi). Il tutto dopo aver già sbottonato il jeans, emesso sbuffi che dissimulano rutti e dopo aver contratto la faccia in ripetute smorfie di fastidio e incredulità a fronte della propria conclamata e degenerativa suinità.

Questa fase, che è quella in cui la debilitazione fisica ti impone un sindacale rimorso, raggiunge generalmente il suo climax in esternazioni come “Da domani a stecchetto, solo insalata”. Oppure “Stasera non si cena”, che è la mia preferita. Perché tu vuoi mettere, poi, quando si sono fatte le 21.30 e ti sale un languorino, e stanno quei nodini in frigo freschi-freschi e quella rosetta fresca-fresca, ecco non vuoi farti una bella rosetta con i nodini di mozzarella?

Schermata 2015-04-02 alle 00.17.28

Il Terrorismo Alimentare raggiunge la sua massima espressione di fronte ad affermazioni come: “Eeeehhh che ormai cuciniamo poco!” (anche nella versione “Eeeehhh che niente abbiamo fatto”), ma anche “Vabbè, mangiamo solo gli AVANZI“.

Quando una Mater del sud parla di “avanzi” sappiate che vi sta raggirando. Non è vero. Non è vero niente. Innanzitutto, gli “avanzi” si presentano principalmente in concomitanza con le feste (Pasqua, Natale e tutta quella pletora di festività simil-religiose che io non festeggio più da secoli, tipo Santa Cecilia, l’Immacolata Concezione, la Domenica delle Palme, l’onomastico, ma che al sud sono sempre occasioni propizie per imbastire un banchetto). In secondo luogo, gli “avanzi” sono tipo 1,5 kg di latticini, 500 grammi di affettati, un gateau di patate, una torta salata, un assaggino di parmigiana. Ma soprattutto, quando una mater del sud parla di “avanzi”, non si limiterà mai agli “avanzi” per i suoi ospiti e, silenziosamente, laboriosa, continuerà a produrre cibo di sconvolgente bontà al quale non saprete resistere (perché resisti tu, ai carciofi fritti, bello!). Sono sempre “avanzi e qualcos’altro”, tipo “Avanzi e orecchiette con le cime di rape” oppure “Avanzi e una frittura di alici e calamari“.

Che poi, quando si tratta di un contesto familiare, non ci sono proprio cazzi: rifiutare una portata è tollerato solo dopo la quarta o la quinta portata. Cioè devi aver mangiato il primo, il secondo, il contorno, i fiori di zucchina fritti e la burratina, minimo. Oppure almeno 3 bombette, una fettina di capocollo, una girella di salsiccia e i peperoni alla scacchiata, ma anche un assaggino di cozze al gratin aromatizzate alla diossina.

Senza contare l’impegno e lo zelo con cui il pasto è stato pianificato, condiviso, definito nei minimi dettagli, fin da settimane prima. Non esiste che si possa disonorarlo. Ma per niente. In questi casi bisogna mangiare, quasi tutto (o comunque il più possibile). Finire la porzione leccandosi i baffi, facendo la scarpetta col pane e dichiarando che se ne mangerebbe ancora, e ancora, e ancora. Di qualsiasi cosa. Perché qualsiasi cosa è stata preparata con profondo amore, sconfinata maestria, eccellenti materie prime; e il caseificio che c’è a tavola è stato comprato con infinita cura, in maniera sartoriale, sulla specifiche preferenze di ciascuno. Non esiste che si possa disonorare tutto questo. E’ proprio una questione di affetto e di rispetto.

E poi la verità è che per noi gente del sud, l’appetito è un valore fondamentale, socialmente richiesto. Una persona che non ha fame, suscita per lo più sospetto e diffidenza. E’ diversa. Noi abbiamo sempre voglia di mangiare. Non esiste che se vai a casa di qualcuno, a qualunque ora del giorno e della notte, quello non provi a ingozzarti con qualsiasi prelibatezza possibile, dal dolce fatto in casa della mamma, all’amaro alla liquirizia e cioccolato, sempre fatto in casa, sempre dalla mamma. Dai tarallini, alle olive verdi. Niente. Al sud si mangia. Punto. E c’è sempre una cosa lussuriosa da mangiare, in ogni momento. Anche il panzarotto fritto alle 22. Anche il cornetto caldo (che a Milano si chiama “brioche” e se dici “cornetto” nessuno capisce) al Merendaio alle 5 del mattino, farcito con crema di zabaione, mascarpone e Galak, e sopra la nutella.

bulimia1

Ma forse, quello che succede, è che c’è sempre quella specie di bulimia emotiva di fondo, che ogni volta che torni mangi i sapori, le sensazioni, la convivialità. Mangi quel cibo in quel locale, o in quella cucina, o in quella veranda, su quella tovaglia a quadri con sopra disegnati quei prodotti ortofrutticoli senza senso, tipo peperoni gialli e rossi, oppure mele e banane, bevendo un bicchiere del vino della campagna. Mangi con i tuoi affetti più atavici e viscerali, quelli veri, quelli di sempre. Quelli che hai lasciato.

Mangi l’accento, il dialetto, le battute, i modi di dire.

Mangi gli odori, i colori, i rumori.

Mangi tutto ciò che ti ha nutrita e ti ha fatta crescere.

Mangi il tempo che passa, gli anni che volano, le fronti stempiate.

Mangi tu.

Mangia il tuo corpo.

Mangia la tua anima. Mangia con voracità.

Mangia perché quei sapori li ama e vuole goderne al massimo.

Ogni volta che può. Fin quando potrà.

Complicazioni gastrointestinali incluse.

Ma tu la daresti a Rocco?

Lunedì sera si è conclusa la più inutile e orrorifica edizione de L’Isola dei Famosi (ma in generale di tutti i reality show della storia del mondo).
Un’edizione di cui nessuno si è accorto e che ha segnato la storia della televisione italiana con la stessa dirompente verve con la quale Oscar Giannino ha segnato la vita politica del nostro paese.
 
Vincitore morale indiscusso di questa edizione, l’unico motivo per cui qualcuno ne ha parlato, è stato Rocco Siffredi. Un po’ (troppo) emaciato, invecchiato e vittima di questo suo perenne fallocentrismo (dagli torto, del resto), Rocco ha avuto una sua innegabile evoluzione: dalle prime puntate in cui prendeva la parola solo per fare allusioni e doppi sensi, passando per un’ustione alle chiappe, fino all’analisi introspettiva in quel di Playa Desnuda, una specie di folgorazione sulla via dell’Honduras, in cui il Siffredi Nazionale capisce di voler diventare un uomo nuovo, redento, per il bene di sua moglie e dei suoi figli. Rocco arriva in studio, la famiglia si riunisce, la moglie Rosa (che dev’essere una donna molto illuminata) e i figli adolescenti che crescono come due marcantoni. Vissero per sempre felici e contenti, almeno per un po’. Che poi, voglio dire, magari anche a me bastasse qualche settimana di astinenza sessuale per capire tutto quello che devo cambiare in me stessa. A volte ho raggiunto anche il quadrimestre senza beneficiarne in termini introspettivi, anzi. Ma al di là di queste considerazioni, il fatto interessante è che il nome del più famoso pornodivo italiano è stato ufficialmente sdoganato (il ché non è banale se si pensa che meno di 10 anni fa la pubblicità di Amica Chips fu ritirata – che poi, a vederla oggi, era veramente un capolavoro).
Insomma, Rocco, ad oggi, potrebbe essere anche oggetto di conversazione a casa di mia zia la domenica di Pasqua (anzi, sicuramente ne parlerò con lei, perché mia zia è troppo sul pezzo: cuoca straordinaria, storica chilhavister e lettrice fidelizzatissima di Gente;  quella che disapprova il mio nutrizionista e me lo dice friggendo fiori di zucca in pastella e io sento l’odore di fritto scendere, permeare il mio corpo e insediarsi, sovrano, al centro della mia anima; io, va da sé, mia zia la amo profondamente).
.
Tutti a parlare di Rocco, insomma. Rocco a destra, Rocco a manca. Un gran parlare di lui (che è stato secondo solo agli attentati dell’ISIS e all’assoluzione di Berlusconi) e dunque mi sono chiesta, e ho chiesto ad alcune vagine: “Ma tu, a Rocco, la daresti?”
immagine-39
Su un campione di 10 esemplari, anche molto diversi tra loro per origini ed estrazione, soltanto 2 mi hanno dato una risposta plausibile, ossia: “Ovvio, perché mai no?!” (e una delle 2 ero io, per intenderci).
.  
Tutte le altre hanno sollevato argomentazioni discutibili, di cui adesso discuteremo:
.  
1. No, è brutto.
Perché sai, io o Kim Rossi Stuart o niente. E intendo il Kim Rossi Stuart di Romoaldo“.
Essù. Eddai. Che tutte, o quasi, ce l’abbiamo uno scheletro nell’armadio. A volte anche più d’uno. Il mio peggior scheletro è un tale Giuseppe, detto Peppe, che nella mia rubrica finì salvato come Peppe Felisia (dal nome della discoteca a Castellaneta Marina, in provincia di Taranto, in cui ebbi il piacere di conoscerlo). In realtà lo salvai come “Peppep Fehlisiah”, perché avevo bevuto un Black Russian molto alcolico. Peppe Felisia mi prese per sfinimento, era più basso di me, con i capelli a tendina ingelatinati e non ricordo altro se non che era brutto, che non mi piaceva affatto e che per pietà lo baciai. Del resto, avevo 18 anni tipo. Poi mandai un sms a Frecciagrossa, dicendogli dov’ero e di venire a liberarmi. Peppe Felisia, anzi Peppep Fehlisiah mi scrisse sms e mi richiamò, per anni. Io non gli ho mai risposto e, naturalmente, non l’ho mai più incontrato. Ma, ciononostante, io so che Peppep Fehlisiah nella mia vita è esistito e se è esistito lui, non vedo perché non dovrebbe esistere Rocco in quanto “brutto”. Che poi…”brutto”, i brutti sono un’altra cosa.
.  
2. Che schifo!
Un po’ come se Rocco fosse alla stregua di uno scarafaggio e tu, che poni la questione (cioè io),  dovresti farti delle domande su te stessa, ninfomane disturbata, ma che cazzo di problemi hai?
In queste situazioni mi aspetto sempre che l’interlocutrice estragga dell’acqua santa dalla borsa e mi esorcizzi. Ma, alla fine, non succede mai.
.  
3. Non è igienico, chissà in quanti posti l’ha messo
Vabbé ok, messa giù così non è il massimo.  Ma soprattutto, poi, tutti gli altri uomini sono igienici? Nel senso che siamo sicure che abbiano sempre usato il casco quando andavano in scooter? Tecnicamente gli attori porno fanno molte più analisi di quante un qualunque uomo normale ne faccia nell’intera vita, e sono molto più controllati. Mentre tutti gli altri, che quando capita fanno volentieri a meno del preservativo, sono come minimo portatori di una candidosi, di una clamidia, o di hpv. In generale, sempre, è bene fare sesso protetto e se il sesso si fa protetto, Rocco potrebbe avere qualunque immaginaria malattia venerea e tu non la contrarresti.
.  
4. Sembra un carlino in faccia.
Ma un equino altrove, direi se fossi un maschio, ma siccome sono una milady mi limiterò a dire che Rocco non è diventato famoso per i suoi lineamenti. Evidentemente ha altre doti e altri talenti, che non sono solo quantitativi, come i più pensano, ma anche qualitativi. Stilistici oserei dire. Molto più trasversali di quanto non si creda.
.  
5. E’ vecchio
Dimentico sempre che la gerontofilia sta diventando una passione di nicchia, che ha indubbiamente lasciato il testimone al dilagante toyboyismo. Diciamo che apparentemente l’uomo maturo è diventato come il vinile: roba da estimatori. Ma conserva sempre il suo fascino e i suoi benefits.
.  
6. No, mi sembra viscido.
Ma a chi la dai tu, solo ai preti pellegrini? Solo ai volontari di Green Peace? E perché mai sarebbe viscido? Perché chiava senza pietà da decenni? Ma voglio dire, c’ha pure l’aria simpatica Rocco, non c’ha manco la faccia da stronzo che ti farà soffrire. Cioè può solo farti bene.
.  
7. Io ho bisogno della dialettica.
Sì, quasi tutte le donne hanno bisogno della dialettica. Ma non è che se una volta nella vita la dai a Rocco significa che non puoi più andare a cena con gli Immanuel Kant e gli Arthur Schopenhauer che sei viceversa solita frequentare. Senza contare che, ogni tanto, ricongiungerci alla nostra parte primitiva,  non badare alle nostre sovrastrutture vaginali e trovare un po’ di sana sostanza, mica ci farebbe male. Tanto più in una società notoriamente afflitta da una cronica carenza di pene di qualità.
 .  
8. Non mi sento all’altezza.
Questo posso capirlo, in effetti. Sia in termini strettamente fisici (deve essere challenging una sessione con Rocco), sia in termini emotivi (troppe Amica Chips con cui confrontarsi, dov’è quel senso di esclusiva, la suggestione di essere le più belle/brave/meravigliose/secsi del mondo? No, con Rocco potresti non avercela). Mi permetterei tuttavia di suggerire che Rocco, comunque, saprebbe metterti a tuo agio. E’ un professionista, mica il primo egofrocio qualsiasi incontrato a Milano, cazzo.
 .   
Rocco-Siffredi-729x445
  .  
Alla fine mi sono anche chiesta se il loro (quello delle mie amiche) non fosse semplice pudore. E se loro non stessero, semplicemente, mentendo, anche inconsapevolmente. Sai no, quel retaggio patriarcale per cui non sta comunque bene che una donna dica in maniera così esplicita che sì, santo dio, certo che la darebbe a Rocco. Sarebbe una risposta più maschile. E, infatti, se prendessimo 10 uomini e chiedessimo loro: “Te la schiacceresti Valentina Nappi?” nessuno di loro direbbe no. Zero esitazione. Poi magari a più di qualcuno potrebbe pure non rizzarsi per l’ansia, ma nessuno si tirerebbe, almeno nella fantasia, indietro.
  .  
Perché noi donne sì? Si, va bene, abbiamo una sessualità diversa, un immaginario erotico più complesso, a noi piacciono le parole e la fisicità post-coitale, a noi è un fatto di testa, dobbiamo essere coinvolte, oppure lui dev’essere Christian Bale, sì, ok, conosco la solfa.
 .   
Ma ciò non cambia la questione: perché mai dire no, concettualmente, a Rocco? Cosa può succedere di sgradevole che non possa succedere ogni volta che ci ritroviamo a letto con un pene medio? Uno che dopo il coito se ne sta con l’iPhone, o ci puntualizza che anche se dorme da noi non è che stiamo insieme, o che ci dice che la prossima volta dobbiamo avercela tutta-tutta depilata come quando avevamo 10 anni, o che ci chiede se siamo venute, o che ci parla di quella con cui è uscito due sere prima, o che esce da casa nostra dicendoci che ci sentiamo su Messenger (no, non Msn, pace all’anima sua, ma Facebook Messenger). Cosa può succedere di peggiore di quando siamo nella valle del terribile silenzio a casa di uno, dopo aver fornicato, quando capita di avere così poco da dirsi da voler essere già a casa propria, a farsi una doccia prima di andare a letto?
 .
Fatemi capire: tutto questo, sì.
Darla a Rocco, no.
E che vi devo dire. Almeno, con Rocco, secondo me vi sareste divertireste di brutto.
Non dico che sareste tornate a casa moralmente arricchite ma, se non altro, con una storia fantastica da raccontare alle amiche.
 .   
Così. Pour parler.

Essere una Droga

Nella vita mi è capitato spesso che gli uomini mi dicessero cose come: “Sei una droga“.

Questo, quando sei una pischella decadente che fa sogni bagnati su Manuel Agnelli degli Afterhours, ti lusinga non poco. Perché ti fa sentire gagliarda, una che più-ne-hai-più-ne-vuoi, una che non puoi farne a meno, una che inebria, una che sballa, una che abbassa le inibizioni e che riduce il raziocinio.

Quando hai 29 anni e gli uomini ti dicono che sei una droga, realizzi che la droga è notoriamente una cosa sbagliata. Che per quanto godimento possa dare nel breve, sul lungo periodo presenta pesanti effetti collaterali, crea dipendenza, richiede disintossicazione. Che la droga non puoi assumerla per tutta la vita, se non rischiando di rimanerci sotto o di rimanerci secco (a seconda della tipologia di stupefacente). A 29 anni realizzi che ciò che ti stanno in effetti dicendo è che sei tossica, come i rifiuti in Campania, e tanto basta a capire perché le tue amiche convolano a nozze mentre tu sei, al loro matrimonio, al tavolo delle donne single e degli omosessuali.

Schermata 2015-03-18 alle 00.04.49

La normalità, quel meraviglioso ideale borghese nel quale siamo cresciuti: il coniuge, i figli, la casa in città, la villeggiatura, l’animale domestico, l’abbonamento a Sky, la doppia automobile, la domenica dai suoceri, la settimana bianca a Natale, la baby sitter. Questo abbacinante eldorado middle class verso il quale procediamo fin da quando abbiamo 5 anni, più o meno inconsciamente. Perché fin dall’infanzia fantastichiamo sulla famiglia che avremo, sulla città in cui vivremo, su tutti i viaggi che faremo e tutti i posti del mondo che vedremo, sul lavoro che svolgeremo (e sia chiaro che io non ho mai voluto fare la ballerina, che ho anzi avuto fantasie come parrucchiera, come salumiera, come contabile – quando giocavo con una vecchia calcolatrice che mi aveva regalato mia nonna – e dai 12 anni in poi come poetessa maledetta tipo Arthur Rimbaud). Perché in fondo da sempre pensiamo che saremo straordinari, da grandi, o male che ci vada “normali“, di quella normalità molto gauche caviar. Non pensiamo mai, da piccoli, che saremo insoddisfatti perché tutto ciò che ci aspettavamo (nel lavoro, nell’amore, nella maturità) è, nella vita vera, molto diverso. A volte inaccessibile. A volte banale. A volte mortalmente noioso. Da piccoli non ci accorgiamo che quell’ideale borghese di normalità è una fregatura, che non è vero, che non è così meraviglioso e desiderabile e scontato come ci hanno sempre fatto credere. E di solito è qui che si cresce. Quando si metabolizza tutta la distanza che c’è tra l’aspettativa e la realtà. Tutta la distanza che c’è tra essere una donna-proteina ed essere una donna-anfetamina.

A volte penso che sarebbe più giusto essere una donna-proteina, una sostanza che un uomo deve prendere per tutta la vita per stare bene, per essere sano, per essere forte, per essere fertile. A volte mi sono impegnata per essere una donna-proteina ma la verità è che a 29 anni so che ciò che siamo può cambiare solo parzialmente, che prima o poi la nostra natura verrà fuori, tutta insieme, e sarà un’overdose.

La verità è che a 29 anni capisci che il mondo si divide in quelli che resistono alla tentazione di schiacciarsi i brufoli e quelli che cedono alla medesima tentazione, pur sapendo che è sbagliato, che infetterà altri pori, che lascerà i segni sulla pelle, in nome di una ignota forma di morbosa soddisfazione che provano nell’atto. E se uno non riesce ad essere ortodosso nemmeno in senso dermatologico, come può esserlo su tutto il resto?

La verità è che a 29 anni ti stanchi di condannarmti perché ti schiacci i brufoli, perché non hai una moralità anni 50, perché non incarni quell’ideale borghese di normalità.

La verità è che a 29 anni capisci che non può mai essere solo colpa del “fato” e nemmeno solo colpa tua.

La verità è che a 29 anni realizzi che sei seduta al tavolo da gioco da un pezzo e che giochi da sempre con le carte che hai. E che hai sbagliato un sacco di mani. E che hai ancora fiches abbondanti per continuare.

La verità è che a 29 anni devi accettare che, anche se come tutte le bambine sei stata educata a pensare che saresti diventata moglie e madre, in realtà sei single e libera. O zoccola, secondo alcuni.

La verità è che a 29 anni ti accorgi che forse dovresti solo scopare di più.

Nessuno si salva da solo

La prima volta che sono andata al cinema a vedere un film di Sergio Castellitto tratto da un romanzo di sua moglie Margaret Mazzantini (che non capisco mai se sia un tripudio di autoreferenzialità di coppia, oppure un buon esempio di ottimizzazione familiare), avevo 18 anni.

Ci andai con Frecciagrossa, il Frecciagrossa ante-outing, che forse mi dava dei chiari segnali di omosessualità latente accompagnandomi a vedere Non ti Muovere al cinema, ma io non ci badavo di sicuro (gli eterosessuali in quegli anni al massimo ti accompagnavano a vedere The Blair Witch Project, per intenderci, o, se erano nerd, Il Signore degli Anelli).

Io e Frecciagrossa, bellissimi e 18enni, al Cinema Ariston di Taranto. Penelope Cruz è straordinaria. La vicenda è stracciamutande. Un Senso di Vasco Rossi nella colonna sonora. Inizio a piangere a metà del primo tempo e smetto sui titoli di coda. Frecciagrossa non guarda il film. Frecciagrossa guarda me che singhiozzo, ride e mi cogliona alacremente. Fine.

Schermata-2013-01-15-a-11.13.24

Uscii dal cinema innamorata, perché mi succede così quando un film mi piace davvero. Sono fuori dalla sala e continuo a pensarci, come dopo un appuntamento andato bene. Lo ripercorro, mi soffermo sui momenti che mi hanno emozionata o divertita o colpita di più, e poi lo guardo nel complesso, riprovo la sensazione generale che la storia mi ha dato, e mi compiaccio.

E, a esser franca, nutrivo la segreta speranza di poter passare almeno 1 ora a piangere come una disgraziata, protetta dal buio della sala cinematografica, deglutendo, tirando su col naso piano, lasciando cadere le prime lacrime con noncuranza, tenendo la faccia tutta tesa per non deformarla, per negare la commozione. E poi, finalmente, in un crescendo di disperazione narrativa, superato l’imbarazzo di fare una cosa così intima come piangere in mezzo a un crogiuolo di estranei, lasciarmi andare. Liberarmi. Ottenere la mia fottuta catarsi filmica.

E invece, la catarsi non c’è stata. O, per lo meno, non c’è stata quanto l’avrei voluta, che è un po’ come quando vai al cesso ed evacui poco e duro. Sì, hai evacuato, ma non è che ti puoi dire soddisfatta e pacificata con il tuo intestino. Ecco, mi è successa una cosa del genere.

Nessuno_si_salva_da_solo_01

Perché, a onor del vero, Nessuno Si Salva Da Solo non è un brutto film, ma non è nemmeno un bel film. E’ un film che ti emoziona, ma per poco. Quasi mai illuminante. Ti lascia una specie di retrogusto amaro, o forse dolce, non si capisce. Hai un pot pourrì di stati d’animo, di scleri, di nostalgie.

[Gnente, sto periodo mi capita sta cosa di aver voglia di parlare dei film che vedo e pertanto d’ora in avanti potete pure non leggere, andare su maimuvis e approfondire con le recensioni quelle vere, mentre io proseguo sbrodolando le mie fondamentali opinioni su perché questo film non è brutto e perché non è bello]

Non è un brutto film perché ha alcune cose buone. Ha Jasmine Trinca che è meravigliosa, e brava. Perché Scamarcio, così, un po’ consumato, invecchiato, con l’occhio vitreo e l’aria maledetta, non è certo sgradevole.

Non è un brutto film perché in alcuni momenti è estremamente realistico e crudo. Perché in un passaggio è estremamente erotico (in pochi secondi batte 2 ore di 50 sfumature).

Non è un brutto film perché Nessuno Si Salva Da Solo nasce da un buon intento, parzialmente compiuto: raccontare qualcosa di verosimile e farlo con una dose necessaria e sufficiente di franchezza.

Non è un bel film, tuttavia, perché nonostante alcuni ingredienti giusti, il complesso non s’amalgama a sufficienza. L’emotività dello spettatore viene agganciata a intermittenza, in un continuo andirivieni tra passato e presente che, più che essere un espediente narrativo, limita lo sviluppo empatico nei confronti della vicenda. Come quando sei a letto con uno che soffre di eiaculazione precoce e proprio quando sta iniziando a piacerti e fai un gemito, quello rallenta, se no viene.

Non è un bel film perché s’affronta un tema dolorosissimo come la metamorfosi e la morte (apparente) di un amore, mentre sullo sfondo s’avvicenda un carosello improbabile di personaggi caricaturali: la nonna materna vecchia zoccola e alcolizzata, la nonna paterna che si fuma le canne, il nonno paterno ultra-coatto, il figlio finocchio (perché è giusto infilarci una fetta di omosessualità nel frullato di stereotipi), ma soprattutto [sto per spoilerare una cosa imprevedibilissima] la tipa con cui lui tradisce lei, che vi prego, pare un ibrido tra Meg Ryan e Irene Grandi, saltata fuori dal catalogo di H&M Bielorussia. Questo per non dimenticare il personaggio di Roberto Vecchioni, che io dico va bene tutto ma solo io avrei pensato “Cazzo vuole sto vecchio?”, che poi cosa c’entra il suo cancro, infilato alla cazzo, tanto per rendere la situazione un po’ più tragica in salsa radical chic. Il tutto mentre i personaggi principali avrebbero potuto essere naturalmente caratterizzati meglio, invece che risultare tipo così: la solita complessata-psicotica-anoressica-maniaca dell’ordine-fissata con gli acari-incline alla depressione incontra il solito belloccio-simpatico-stronzetto-un po’ volgare, a cui senza dubbio la si darebbe con scarsa esitazione. Solito schema del grande amore che poi implode nella noia coniugale, nelle incompatibilità caratteriali, nelle promesse non mantenute, nel calo del desiderio sessuale. Fino al punto di non ritorno: il disprezzo, la capacità di vedere soltanto ciò che dell’altro odiamo. Salvo poi accorgersi, dopo averlo perso, di amarlo ancora. Anche quando si dice di non amarlo più.

nessuno-si-salva-da-solo-2

Insomma, se c’è qualcosa da salvare davvero in questa ambiziosa polpettata esistenzial-vaginale sull’amore, è l’idea che l’amore in verità non finisca, che semplicemente cambi forma. E quando questo accade, quando quella forma cambia, non si deve odiare l’altro, perché è fisiologico, normale, endemico della vita, il cambiamento. Che bisogna affrontarlo, accettarlo.

E ricordare tutto ciò che ci fa appartenere all’altra persona.

E tutto ciò che fa sì che l’altra persona appartenga a noi.

E che quando due persone s’appartengono, questo sì, è inesauribile.

Lo diceva pure Ambra Angiolini.

All the Single Ladies

Quando sei single, vivi a Milano, hai 29 anni, lavori full time e abiti da sola, ti rendi inevitabilmente conto del fatto che esistono numerosi luoghi comuni legati allo stereotipo di “Donna single 30enne”.
Si tratta quasi sempre di cliché che non rendono giustizia della virtuosa, e viziosa, e intricata, complessità delle nostre trame esistenziali. Tuttavia, prendiamone in esame alcuni tra i più diffusi, spesso in aperta antitesi tra loro: 

1. Le donne single la danno via come se non ci fosse un domani.
A letto hanno esperienza e consapevolezza, non si fanno troppi problemi, sono più indulgenti delle 20enni verso gli esemplari di pene sapiens che incontrano. Il fatto di non essere accoppiate le fa tornare sui propri passi anche con uomini che negli anni precedenti non avrebbero mai degnato di considerazione, decretando in questo modo la definitiva rivincita dei loser del liceo. Non si tirano di certo indietro di fronte a una porno-avventura, sempre pronte ad affrontarla a suon di magistrali fellatio, delle quali sono – esse tutte – fieramente e indiscutibilmente regine.
In verità capitano momenti di clausura vaginale anche piuttosto lunghi, durante i quali il disinteresse nei confronti del sesso ginnico prende il sopravvento sul fisiologico espletamento delle proprie funzioni sessuali. 

2. Le donne single sono zitelle acide.
Frustrate e insoddisfatte, scopano pochissimo e, in virtù di ciò, sono contraddistinte da una cronica alterazione del pH, imputabile al nubilato. Se sei single e un giorno c’hai i cojoni girati, sappi che non si tratterà mai di puro e semplice rodimento di culo o, chessò, di squilibrio ormonale premestruale. No cara. Tutto dipende dalla conclamata carenza d’uccello nella tua vita.
Perché invece la chiavata settimanale, la mezz’oretta standard, la routine, il pattern, lei che ha mal di testa, lui che vorrebbe solo porre in posizione ovina la sua segretaria, la libido che si risveglia al massimo per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico, tutto questo invece è elisir di erotismo puro.
.
3. Le donne single si curano meno.
Dobbiamo ammettere che la responsabilità di questa idea è in larga parte imputabile allo stereotipo della single di bridgetjonsiana memoria. Quella che passa la serata con il pigiama e la calze di spugna, sul divano, ingozzandosi di cioccolata e guardando Dirty Dancing. Il tutto custodendo, naturalmente, un prezioso patrimonio pilifero su buona parte della propria superficie corporea.
Eppure ho sentito storie di donne accoppiate che hanno messo al bando ceretta e lametta per quasi tutte le stagioni dell’anno. Per contro, non sapere mai cosa succederà, induce le single a mantenere quasi sempre (e quasi sempre invano) un livello decoroso di pilu (questo perché, non si sa mai, a tutte potrebbe succedere di avere una liason con Edward Norton e nessuna vorrebbe accoglierlo con un pube troppo, troppo simile al petto di Gianni Sperti). 
.
5
.
4. Le donne single si curano di più.
Hanno più tempo, grazialcazzo, si sa che quando si ha una relazione il tempo per andare in palestra diminuisce, un po’ come quando si mette su famiglia, c’è da badare ai figli, accompagnarli, prenderli, preparare la cena, fare il bucato.
Attenzione: siamo single, non abbiamo mica una governante pro-bono che dorme nel tramezzo in corridoio. Facciamo le stesse identiche cose, come mangiare, lavare, stendere, stirare, solo che le facciamo per una persona invece che per 2 o per 3. Per contro, però, facciamo tutto noi, da sole, perché non abbiamo un martire da crocifiggere chiedendogli se riesce a passare all’Esselunga entro le 21 per comprare la carta igienica, altrimenti non abbiamo di che pulirci il culo, oppure a cui ricordare di chiamare l’idraulico perché il lavandino perde. It’s up to us.
.
5. Le single fanno shopping compulsivo.
Naturalmente. Devono badare solo a se stesse. Non hanno mica l’asilo da pagare o il regalo per il compleanno di lui da comprare. Possono dilapidare tutto ciò che guadagnano in beni (scarpe, borse, collane, orecchini, cosmetici) e servizi (massaggi drenanti, coiffeur, estetista) di secondaria importanza.
Essere single costa: la metà del nostro guardaroba non ce l’ha comprata il nostro moroso, non dividiamo le spese condominiali, né l’assicurazione della macchina, né il canone rai. Non abbiamo la cena pagata ogni weekend, i cocktail vanno mediamente 10 euro l’uno e se il sabato sera non abbiamo voglia di guidare, per tornare a casa ci paghiamo il taxi. 
6. Le donne single sono incontentabili.
Non si rendono conto che ormai hanno meno mercato, che gli anni passano, continuano a cercare il loro replicante di Leonardo Di Caprio, che parli 5 lingue e che abbia la cabrio.
Io direi che le donne single non si accontentano, e non si tratta di skill linguistiche (se mai, orali) né di autovetture. E tra “essere incontentabili” e “non accontentarsi” c’è differenza. 
7. Le donne single sono pericolose.
Si muovono liberamente nel mondo e non vogliono altro che circuire gli uomini delle altre, tutti, indistintamente, per un felino senso della conquista misto a una connaturata proto-zoccolaggine specifica della loro razza animale.
L’unico pericolo insito in certe donne è che gli uomini delle altre siano troppo sensibili al loro presunto fascino. E che più che trovarle “pericolose” le trovino gagliarde. E, anche in questo caso, c’è differenza.
8. Le donne single sono troppo rompicoglioni 
Sono così assurdamente insicure (in quanto non ancora opzionate da nessun maschio umano) da essere assolutamente ingestibili. Paturnie, inadeguatezza alternata a delirio di onnipotenza da self-made-vagina, pretese folli e una finta aria da mangia-uomini che poi in realtà piangono ancora con Candy Candy.
Le donne sono in generale rompicoglioni, tutte, single e accoppiate. Ognuna lo è a suo modo ed esistono modi più intelligenti e modi più stupidi per esserlo. Ma la donna che non rompe la minchia la stanno ancora studiando nei Laboratoires Garnier. 
6983_7811808583370961
9. Le donne single escono solo tra loro
La sera escono organizzate in tristissimi plotoni esecutivi da rimorchio, che manco nelle prime stagioni delle quattro smandrappate newyorkesi. Si raccattano un 20equalcosenne e se lo portano a casa, uno diverso a weekend, salvo poi frignare quando s’ammalano e non hanno un inserviente che le accudisca. O quando s’accorgono che tutti gli altri intorno a loro crescono e maturano mentre loro continuano a fare le stesse cose che facevano dieci anni prima.
Le donne single escono tra loro, escono con le coppie, escono con gli amici omosessuali. Escono tantissimo, se vogliono, oppure restano a casa se così preferiscono. Se si portano un 20equalcosenne a letto, lo fanno perché hanno la libertà di farlo. Reputare che non crescano perché non si maritano, come se una donna non potesse maturare in alcun modo se non attraverso un compagno e, se-il-padre-eterno-vuole, un figlio, come se non potesse semplicemente evolversi in modo diverso, è una visione talmente illuminata che a confronto Don Giussani era un rivoluzionario progressista. 
10. Le donne single sono sfigate e fanno pena. 
Sono chiaramente delle disgraziate che camuffano il loro radicale scoramento nei confronti dell’esistenza partendo con i viaggi organizzati di Avventure Nel Mondo nel vano tentativo di trovare marito, almeno lì.
Tra un viaggio di Avventure nel Mondo e una vacanza coi suoceri continuo a pensare preferibile la prima opzione. E sì, a volte le donne single sono disperate, è vero, ma come lo sono le donne accoppiate quando sono infelici, delle infelicità più disparate, dalle sottili insoddisfazioni quotidiane ai drammi familiari.
.
Per il resto, le donne single sanno essere anche serene,
forti, libere, in divenire.
Vive, come non mai.
.
E giacché questa settimana cade l’8 marzo, il mio pensiero va alle donne.
Va a tutte.
A quelle che sognano.
A quelle che lottano.
A quelle che amano.
A quelle che odiano.
A quelle che strillano.
A quelle che tacciono.
A quelle che reagiscono e a quelle che sopportano.
Il mio pensiero va alle donne, a quelle che sono uguali anche quando sono diverse.
A quelle impegnate ogni giorno nella titanica impresa di amarsi, nonostante tutto, davvero.
E di accettarsi, in qualche modo, per quelle che sono.
Con i loro successi.
Con i loro fallimenti.
.

50 Sfumature di Vagina

Sono andata a vedere 50 Sfumature di Grigio.

Ci sono andata senza leggere alcuna recensione e avendo a malapena visto il trailer, in modo da arrivare alla visione quanto più possibile scevra da pregiudizi. Voglio dire: hai visto mai che esco dalla sala con un insano bisogno di farmi incaprettare, oppure di farmi appendere a testa in giù come un capocollo di Martina Franca, oppure di farmi versare cera bollente sull’ignuda pelle con un candelabro ebraico, oppure ancora di stendere i calzini con le mollette sui capezzoli…sì, insomma, sapete com’è, nella vita – e nel sesso – mai dire mai.

Quindi l’ho fatto: ho dato il mio personale contributo a un’operazione commerciale di volgare portata e l’ho fatto perché, come dice il mio amico Drugo: ogni tanto fare la femmina media non guasta. E vi dirò che 50 Sfumature di Grigio non è il film più brutto del mondo, in quanto film (del resto c’è sempre la cinematografia di Nicolas Vaporidis), ma che fa inesorabilmente cacare in quanto tratto da un libro che fa inesorabilmente cacare.

50bis

Sia chiaro: non sono qui per tediarvi in merito al pregio artistico di questa pellicola, d’altra parte nessuna di noi s’immaginava d’imbattersi in un capolavoro del cinema d’essai. Ciò su cui amerei soffermarmi è l’abominevole presa per il culo che tutta la storia di Anastasia Steele e Christian Grey rappresenta. Una truffa totale, una menzogna imbarazzante ma imbarazzante come quando avevi 12 anni e, mentre cenavi con i tuoi genitori, capitava una scena di sesso in tv. E allora uno tossiva, uno si alzava a prendere un cucchiaio, l’altro fissava il piatto di pasta e lenticchie. Ricordo che mio padre cambiava canale, in concomitanza con scene soft porn, così, alla cazzo, come per fare un po’ di sano zapping nel bel mezzo del film. Poi, un giorno smise di farlo. Dovevo essere diventata grande abbastanza.

Abominevole presa per il culo, dicevamo. Ebbene sì, perché io ve lo dico, i cartoni animati della Disney con cui siamo cresciute, con tutte quelle minchiate della fata turchina che trasformava la zucca in carrozza, della Bestia che grazie all’amore di Belle tornava umano (salve che nelle sembianze umane era così deludente che quasi lo preferivamo animale), del Genio che usciva da una stoviglia se la sfregavi e dei tappeti che volavano nel cielo…ecco tutto questo era comunque più credibile di 50 Sfumature di Grigio. Con l’aggravante che 50 Sfumature di Grigio ha anche il criminale intento di toccare temi immensi come la sessualità, articolati come il sadomaso, supremi come l’amore, con una serie di assunti completamente surreali. Conducendo, in ultimo, alla folle conclusione che puoi pure essere una sfigata, mezza cessa (non che lo sia l’attrice, ma è evidentemente volutamente imbruttita), priva di alcun senso dello stile, timida, vergine, con i peli sulle cosce, i mutandomi di mia nonna, uno scarso senso dell’igiene (ciò si evince dal fatto che debba ricordarglielo lui, che “è l’ora del bagnetto”), addetta alla vendita in una ferramenta (oltre questo si può solo immaginare un harleyista come commesso da Prada) e CIONONOSTANTE pupparti un rampollo esageratamente figo, sessualmente fantasioso, che ti presenta alla famiglia (che è – guarda caso – straordinariamente friendly per essere così incredibilmente ricca), che ti suona il pianoforte dopo averti chiavata, che ti compra i vestiti senza che tu glieli chieda, che ti fa venire a prendere dal suo autista in aeroporto, che alla tua laurea ti regala una BMW rossa, che ti da una camera di 50 metri quadri, tutta per te, nel suo attico straordinario, che te la lecca ma non ti chiede di ricambiare, che ti compra un MacBook Pro 15″ prima ancora che tu gliela dia…e sì, certo, io sono Charlize Theron.

E nonostante tutto questo, tu, Anastasia, cosa fai? Titubi? Per via di 2 sculacciate ogni tanto? Per 6 colpi di cinta a trimestre? Rompi i coglioni perché non dormite insieme? Scusa, Anastasia, ma capisci che così puoi pure dormire bella serena, che se russa non lo senti, che non ti tira la coperta, che puoi rotolare nel letto king size serenamente e che puoi svegliarti al mattino senza dover annusare la sua fiatella e senza doverti vergognare della tua?

principesse-disney-50-sfumature

Insomma, amiche vagine, capite bene, che tipo di credibilità può avere, proprio in termini narrativi, un quadro umano così distante dalla realtà?

Perché, diciamolo, nella realtà al massimo può esistere 50 Sfumature di Vagina, che è un remake dell’originale.

In 50 Sfumature di Vagina, Anastasia Acciaio è di San Severo in provincia di Foggia e si trasferisce a Milano. Arriva con la sua borsa della Guess e i capelli ricci, folti, ben definiti da accurati impacchi di schiuma Pantene Ricci Perfetti. Cristiano Grigio, invece, è un dirigente di 38 anni che abita nel Bosco Verticale. E’ gay. Oppure è fidanzato con una fichetta elegantissima dell’alta società. Oppure è un figlio di papà, cocainomane e snob. Oppure è un egofrocio con ansia di riscatto sociale che se non parli almeno 12 lingue per lui non esisti. Anastasia Acciaio e Cristiano Grigio non si incontreranno mai. Non si cagheranno mai. Non si innamoreranno mai. E se anche si incontrassero e finissero per fortuita circostanza a letto insieme, lui inorridirebbe davanti al pube irsuto di lei. Lei non vedrebbe l’ora di whatsappare le sue amiche per raccontare cosa le sta succedendo. Dopo la fornicazione Anastasia andrebbe in bagno, si guarderebbe allo specchio, con tutti i ricci scomposti, dio come ci vorrebbe un po’ di schiuma Pantene Ricci Perfetti adesso. E penserebbe, compiaciuta, che quello potrebbe essere il suo bagno, un giorno. Che la casa è splendida e la vista dal soggiorno toglie il fiato. Che questo è un uomo vero, moderno, mica come il suo ex di giù. Si saluterebbero, poi, Anastasia e Cristiano, con garbo e cortesia. Lui le chiamerebbe un taxi, dicendole che le telefonerà l’indomani, per passare a prenderla dall’ufficio dove è in stage. Così, perché vuole portarla a cena in un posto nuovo, molto cool.

La telefonata non arriverebbe mai.

Cristiano sparirebbe. Per sempre.

Anastasia inizierebbe a usare la piastra.

Fine.

 

Morale della favola: se sei Anastasia Acciaio non avrai MAI Cristiano Grigio, quindi non sprecare il tuo tempo e le tue energie nell’attesa che arrivi uno scapolo d’oro, attraente e depravato, che ti deflori ripetutamente bendandoti con un asciugamano del bidet, che si innamori di te, che ti venga a prendere in elicottero e che ti subaffitti casa aggratise.