All the Single Ladies

Quando sei single, vivi a Milano, hai 29 anni, lavori full time e abiti da sola, ti rendi inevitabilmente conto del fatto che esistono numerosi luoghi comuni legati allo stereotipo di “Donna single 30enne”.
Si tratta quasi sempre di cliché che non rendono giustizia della virtuosa, e viziosa, e intricata, complessità delle nostre trame esistenziali. Tuttavia, prendiamone in esame alcuni tra i più diffusi, spesso in aperta antitesi tra loro: 

1. Le donne single la danno via come se non ci fosse un domani.
A letto hanno esperienza e consapevolezza, non si fanno troppi problemi, sono più indulgenti delle 20enni verso gli esemplari di pene sapiens che incontrano. Il fatto di non essere accoppiate le fa tornare sui propri passi anche con uomini che negli anni precedenti non avrebbero mai degnato di considerazione, decretando in questo modo la definitiva rivincita dei loser del liceo. Non si tirano di certo indietro di fronte a una porno-avventura, sempre pronte ad affrontarla a suon di magistrali fellatio, delle quali sono – esse tutte – fieramente e indiscutibilmente regine.
In verità capitano momenti di clausura vaginale anche piuttosto lunghi, durante i quali il disinteresse nei confronti del sesso ginnico prende il sopravvento sul fisiologico espletamento delle proprie funzioni sessuali. 

2. Le donne single sono zitelle acide.
Frustrate e insoddisfatte, scopano pochissimo e, in virtù di ciò, sono contraddistinte da una cronica alterazione del pH, imputabile al nubilato. Se sei single e un giorno c’hai i cojoni girati, sappi che non si tratterà mai di puro e semplice rodimento di culo o, chessò, di squilibrio ormonale premestruale. No cara. Tutto dipende dalla conclamata carenza d’uccello nella tua vita.
Perché invece la chiavata settimanale, la mezz’oretta standard, la routine, il pattern, lei che ha mal di testa, lui che vorrebbe solo porre in posizione ovina la sua segretaria, la libido che si risveglia al massimo per l’acquisto di un nuovo elettrodomestico, tutto questo invece è elisir di erotismo puro.
.
3. Le donne single si curano meno.
Dobbiamo ammettere che la responsabilità di questa idea è in larga parte imputabile allo stereotipo della single di bridgetjonsiana memoria. Quella che passa la serata con il pigiama e la calze di spugna, sul divano, ingozzandosi di cioccolata e guardando Dirty Dancing. Il tutto custodendo, naturalmente, un prezioso patrimonio pilifero su buona parte della propria superficie corporea.
Eppure ho sentito storie di donne accoppiate che hanno messo al bando ceretta e lametta per quasi tutte le stagioni dell’anno. Per contro, non sapere mai cosa succederà, induce le single a mantenere quasi sempre (e quasi sempre invano) un livello decoroso di pilu (questo perché, non si sa mai, a tutte potrebbe succedere di avere una liason con Edward Norton e nessuna vorrebbe accoglierlo con un pube troppo, troppo simile al petto di Gianni Sperti). 
.
5
.
4. Le donne single si curano di più.
Hanno più tempo, grazialcazzo, si sa che quando si ha una relazione il tempo per andare in palestra diminuisce, un po’ come quando si mette su famiglia, c’è da badare ai figli, accompagnarli, prenderli, preparare la cena, fare il bucato.
Attenzione: siamo single, non abbiamo mica una governante pro-bono che dorme nel tramezzo in corridoio. Facciamo le stesse identiche cose, come mangiare, lavare, stendere, stirare, solo che le facciamo per una persona invece che per 2 o per 3. Per contro, però, facciamo tutto noi, da sole, perché non abbiamo un martire da crocifiggere chiedendogli se riesce a passare all’Esselunga entro le 21 per comprare la carta igienica, altrimenti non abbiamo di che pulirci il culo, oppure a cui ricordare di chiamare l’idraulico perché il lavandino perde. It’s up to us.
.
5. Le single fanno shopping compulsivo.
Naturalmente. Devono badare solo a se stesse. Non hanno mica l’asilo da pagare o il regalo per il compleanno di lui da comprare. Possono dilapidare tutto ciò che guadagnano in beni (scarpe, borse, collane, orecchini, cosmetici) e servizi (massaggi drenanti, coiffeur, estetista) di secondaria importanza.
Essere single costa: la metà del nostro guardaroba non ce l’ha comprata il nostro moroso, non dividiamo le spese condominiali, né l’assicurazione della macchina, né il canone rai. Non abbiamo la cena pagata ogni weekend, i cocktail vanno mediamente 10 euro l’uno e se il sabato sera non abbiamo voglia di guidare, per tornare a casa ci paghiamo il taxi. 
6. Le donne single sono incontentabili.
Non si rendono conto che ormai hanno meno mercato, che gli anni passano, continuano a cercare il loro replicante di Leonardo Di Caprio, che parli 5 lingue e che abbia la cabrio.
Io direi che le donne single non si accontentano, e non si tratta di skill linguistiche (se mai, orali) né di autovetture. E tra “essere incontentabili” e “non accontentarsi” c’è differenza. 
7. Le donne single sono pericolose.
Si muovono liberamente nel mondo e non vogliono altro che circuire gli uomini delle altre, tutti, indistintamente, per un felino senso della conquista misto a una connaturata proto-zoccolaggine specifica della loro razza animale.
L’unico pericolo insito in certe donne è che gli uomini delle altre siano troppo sensibili al loro presunto fascino. E che più che trovarle “pericolose” le trovino gagliarde. E, anche in questo caso, c’è differenza.
8. Le donne single sono troppo rompicoglioni 
Sono così assurdamente insicure (in quanto non ancora opzionate da nessun maschio umano) da essere assolutamente ingestibili. Paturnie, inadeguatezza alternata a delirio di onnipotenza da self-made-vagina, pretese folli e una finta aria da mangia-uomini che poi in realtà piangono ancora con Candy Candy.
Le donne sono in generale rompicoglioni, tutte, single e accoppiate. Ognuna lo è a suo modo ed esistono modi più intelligenti e modi più stupidi per esserlo. Ma la donna che non rompe la minchia la stanno ancora studiando nei Laboratoires Garnier. 
6983_7811808583370961
9. Le donne single escono solo tra loro
La sera escono organizzate in tristissimi plotoni esecutivi da rimorchio, che manco nelle prime stagioni delle quattro smandrappate newyorkesi. Si raccattano un 20equalcosenne e se lo portano a casa, uno diverso a weekend, salvo poi frignare quando s’ammalano e non hanno un inserviente che le accudisca. O quando s’accorgono che tutti gli altri intorno a loro crescono e maturano mentre loro continuano a fare le stesse cose che facevano dieci anni prima.
Le donne single escono tra loro, escono con le coppie, escono con gli amici omosessuali. Escono tantissimo, se vogliono, oppure restano a casa se così preferiscono. Se si portano un 20equalcosenne a letto, lo fanno perché hanno la libertà di farlo. Reputare che non crescano perché non si maritano, come se una donna non potesse maturare in alcun modo se non attraverso un compagno e, se-il-padre-eterno-vuole, un figlio, come se non potesse semplicemente evolversi in modo diverso, è una visione talmente illuminata che a confronto Don Giussani era un rivoluzionario progressista. 
10. Le donne single sono sfigate e fanno pena. 
Sono chiaramente delle disgraziate che camuffano il loro radicale scoramento nei confronti dell’esistenza partendo con i viaggi organizzati di Avventure Nel Mondo nel vano tentativo di trovare marito, almeno lì.
Tra un viaggio di Avventure nel Mondo e una vacanza coi suoceri continuo a pensare preferibile la prima opzione. E sì, a volte le donne single sono disperate, è vero, ma come lo sono le donne accoppiate quando sono infelici, delle infelicità più disparate, dalle sottili insoddisfazioni quotidiane ai drammi familiari.
.
Per il resto, le donne single sanno essere anche serene,
forti, libere, in divenire.
Vive, come non mai.
.
E giacché questa settimana cade l’8 marzo, il mio pensiero va alle donne.
Va a tutte.
A quelle che sognano.
A quelle che lottano.
A quelle che amano.
A quelle che odiano.
A quelle che strillano.
A quelle che tacciono.
A quelle che reagiscono e a quelle che sopportano.
Il mio pensiero va alle donne, a quelle che sono uguali anche quando sono diverse.
A quelle impegnate ogni giorno nella titanica impresa di amarsi, nonostante tutto, davvero.
E di accettarsi, in qualche modo, per quelle che sono.
Con i loro successi.
Con i loro fallimenti.
.

50 Sfumature di Vagina

Sono andata a vedere 50 Sfumature di Grigio.

Ci sono andata senza leggere alcuna recensione e avendo a malapena visto il trailer, in modo da arrivare alla visione quanto più possibile scevra da pregiudizi. Voglio dire: hai visto mai che esco dalla sala con un insano bisogno di farmi incaprettare, oppure di farmi appendere a testa in giù come un capocollo di Martina Franca, oppure di farmi versare cera bollente sull’ignuda pelle con un candelabro ebraico, oppure ancora di stendere i calzini con le mollette sui capezzoli…sì, insomma, sapete com’è, nella vita – e nel sesso – mai dire mai.

Quindi l’ho fatto: ho dato il mio personale contributo a un’operazione commerciale di volgare portata e l’ho fatto perché, come dice il mio amico Drugo: ogni tanto fare la femmina media non guasta. E vi dirò che 50 Sfumature di Grigio non è il film più brutto del mondo, in quanto film (del resto c’è sempre la cinematografia di Nicolas Vaporidis), ma che fa inesorabilmente cacare in quanto tratto da un libro che fa inesorabilmente cacare.

50bis

Sia chiaro: non sono qui per tediarvi in merito al pregio artistico di questa pellicola, d’altra parte nessuna di noi s’immaginava d’imbattersi in un capolavoro del cinema d’essai. Ciò su cui amerei soffermarmi è l’abominevole presa per il culo che tutta la storia di Anastasia Steele e Christian Grey rappresenta. Una truffa totale, una menzogna imbarazzante ma imbarazzante come quando avevi 12 anni e, mentre cenavi con i tuoi genitori, capitava una scena di sesso in tv. E allora uno tossiva, uno si alzava a prendere un cucchiaio, l’altro fissava il piatto di pasta e lenticchie. Ricordo che mio padre cambiava canale, in concomitanza con scene soft porn, così, alla cazzo, come per fare un po’ di sano zapping nel bel mezzo del film. Poi, un giorno smise di farlo. Dovevo essere diventata grande abbastanza.

Abominevole presa per il culo, dicevamo. Ebbene sì, perché io ve lo dico, i cartoni animati della Disney con cui siamo cresciute, con tutte quelle minchiate della fata turchina che trasformava la zucca in carrozza, della Bestia che grazie all’amore di Belle tornava umano (salve che nelle sembianze umane era così deludente che quasi lo preferivamo animale), del Genio che usciva da una stoviglia se la sfregavi e dei tappeti che volavano nel cielo…ecco tutto questo era comunque più credibile di 50 Sfumature di Grigio. Con l’aggravante che 50 Sfumature di Grigio ha anche il criminale intento di toccare temi immensi come la sessualità, articolati come il sadomaso, supremi come l’amore, con una serie di assunti completamente surreali. Conducendo, in ultimo, alla folle conclusione che puoi pure essere una sfigata, mezza cessa (non che lo sia l’attrice, ma è evidentemente volutamente imbruttita), priva di alcun senso dello stile, timida, vergine, con i peli sulle cosce, i mutandomi di mia nonna, uno scarso senso dell’igiene (ciò si evince dal fatto che debba ricordarglielo lui, che “è l’ora del bagnetto”), addetta alla vendita in una ferramenta (oltre questo si può solo immaginare un harleyista come commesso da Prada) e CIONONOSTANTE pupparti un rampollo esageratamente figo, sessualmente fantasioso, che ti presenta alla famiglia (che è – guarda caso – straordinariamente friendly per essere così incredibilmente ricca), che ti suona il pianoforte dopo averti chiavata, che ti compra i vestiti senza che tu glieli chieda, che ti fa venire a prendere dal suo autista in aeroporto, che alla tua laurea ti regala una BMW rossa, che ti da una camera di 50 metri quadri, tutta per te, nel suo attico straordinario, che te la lecca ma non ti chiede di ricambiare, che ti compra un MacBook Pro 15″ prima ancora che tu gliela dia…e sì, certo, io sono Charlize Theron.

E nonostante tutto questo, tu, Anastasia, cosa fai? Titubi? Per via di 2 sculacciate ogni tanto? Per 6 colpi di cinta a trimestre? Rompi i coglioni perché non dormite insieme? Scusa, Anastasia, ma capisci che così puoi pure dormire bella serena, che se russa non lo senti, che non ti tira la coperta, che puoi rotolare nel letto king size serenamente e che puoi svegliarti al mattino senza dover annusare la sua fiatella e senza doverti vergognare della tua?

principesse-disney-50-sfumature

Insomma, amiche vagine, capite bene, che tipo di credibilità può avere, proprio in termini narrativi, un quadro umano così distante dalla realtà?

Perché, diciamolo, nella realtà al massimo può esistere 50 Sfumature di Vagina, che è un remake dell’originale.

In 50 Sfumature di Vagina, Anastasia Acciaio è di San Severo in provincia di Foggia e si trasferisce a Milano. Arriva con la sua borsa della Guess e i capelli ricci, folti, ben definiti da accurati impacchi di schiuma Pantene Ricci Perfetti. Cristiano Grigio, invece, è un dirigente di 38 anni che abita nel Bosco Verticale. E’ gay. Oppure è fidanzato con una fichetta elegantissima dell’alta società. Oppure è un figlio di papà, cocainomane e snob. Oppure è un egofrocio con ansia di riscatto sociale che se non parli almeno 12 lingue per lui non esisti. Anastasia Acciaio e Cristiano Grigio non si incontreranno mai. Non si cagheranno mai. Non si innamoreranno mai. E se anche si incontrassero e finissero per fortuita circostanza a letto insieme, lui inorridirebbe davanti al pube irsuto di lei. Lei non vedrebbe l’ora di whatsappare le sue amiche per raccontare cosa le sta succedendo. Dopo la fornicazione Anastasia andrebbe in bagno, si guarderebbe allo specchio, con tutti i ricci scomposti, dio come ci vorrebbe un po’ di schiuma Pantene Ricci Perfetti adesso. E penserebbe, compiaciuta, che quello potrebbe essere il suo bagno, un giorno. Che la casa è splendida e la vista dal soggiorno toglie il fiato. Che questo è un uomo vero, moderno, mica come il suo ex di giù. Si saluterebbero, poi, Anastasia e Cristiano, con garbo e cortesia. Lui le chiamerebbe un taxi, dicendole che le telefonerà l’indomani, per passare a prenderla dall’ufficio dove è in stage. Così, perché vuole portarla a cena in un posto nuovo, molto cool.

La telefonata non arriverebbe mai.

Cristiano sparirebbe. Per sempre.

Anastasia inizierebbe a usare la piastra.

Fine.

 

Morale della favola: se sei Anastasia Acciaio non avrai MAI Cristiano Grigio, quindi non sprecare il tuo tempo e le tue energie nell’attesa che arrivi uno scapolo d’oro, attraente e depravato, che ti deflori ripetutamente bendandoti con un asciugamano del bidet, che si innamori di te, che ti venga a prendere in elicottero e che ti subaffitti casa aggratise.

Questa Milano

E’ un periodo, questo, in cui mi arrendo alle evidenze.

Per esempio, mi sono arresa all’evidenza che sono 6 anni che vivo a Milano. Che se proprio la odiassi come dico,  se proprio non ci trovassi nulla di buono, me ne andrei. Che in fondo nessuno può sensatamente resistere per anni in una relazione inappagante, nemmeno io con Milano. Che la nostra storia è tormentata, fatta di alti e bassi (entro 1 mese pubblicherò per certo un post in cui vomito tutto il mio odio nei confronti di questa città), ma ci devono pur essere delle cose che mi garbano.

Cose banali, per carità. Non starò qui a comporre versi endecasillabi in pieno delirio radical chic per spiegarvi quanto sia fica Cascina Cuccagna. Non vi parlerò di quanto emozionante sia leggere un libro su una panchina di Parco Sempione, oppure della colazione sui Navigli sonnecchianti del sabato mattina, oppure di quanti concertini live si possano vedere ovunque gustando del culatello di zibello. Questo perché, semplicemente, io il sabato mattina dormo, in settimana lavoro, in Cascina Cuccagna ci vado una volta a biennio e tanto mi basta e avanza. Non ho il tempo, o i soldi, o le energie per fare tutte le cose meravigliose e stimolanti che farei a Milano, se solo fossi una fichetta mantenuta.

Eppure c’è qualcosa che deve piacermi, in questa città.

Mi piace la brioche integrale al miele che il barista sotto l’ufficio mi conserva, ogni venerdì mattina.

Mi piace la palestra con termario aperta fino alle 23.

Mi piacciono le strade asfaltate.

Mi piace poter arrivare ovunque con i mezzi pubblici.

Mi piacciono i vecchi milanesi che si lamentano con il conducente del tram del vergognoso ritardo di 20 minuti. Cosa ne sanno, loro, di quando a Taranto per tornare a casa con la Circolare Rossa ti toccava aspettare 40 minuti e che la sensazione che avevi era sempre quella che si compisse un miracolo, una vera manifestazione dell’esistenza di Dio, del suo potere generatore dell’universo intero, quando vedevi comparire all’orizzonte la sagoma dell’autobus arancione dell’Amat.

Mi piace la fretta, che è anche rapidità: se tutti hanno fretta, nessuno ha tempo da perdere, che sembra un pensiero nazi-efficientista ma non lo è.

Mi piace andare nei negozi la domenica alle 13 e trovarli aperti e non essere invalidata nei miei intenti consumistici mai,  come può succedere altrove.

Mi piace riuscire a digerire ciò che mangio, che è a onor del vero assai più triste di ciò che mangio quando sono via, ma è senz’altro più friendly nei riguardi del mio apparato digerente.

Mi piace la bruttezza decadente della circonvallazione esterna di notte, la volgarità dei centri massaggi cinesi, i sexy shop lugubri con le insegne fluorescenti, i kebabbari aperti h24 che racimolano umanità e miserie di periferia.

Mi piacciono le vecchie boutique di Corso Magenta e le signore impellicciate che trasportano le proprie infelicità, nascoste, in meravigliose borse Céline.

Mi piacciono le giovani coppie nordiche, eleganti e longilinee, che provano a costruire la propria normalità nel grande frullatore umano che è la città.

10966881_10205784212545058_945029590_n

Mi piace il Pad Thai di Città del Drago.

Mi piace il freddo che è freddo vero, che punge la faccia e che certe volte porta odore di neve.

Mi piace quando poi la neve cade, che tutto sembra fermarsi, come un carillon stanco che finalmente si concede di rallentare il ritmo.

Mi piacciono gli eventi in cui si beve gratis.

Mi piacciono gli accrediti per i concerti e per il teatro.

Mi piace girare tra le bancarelle del mercato del mio quartiere popolare e spiegare al fruttivendolo marocchino che voglio solo due kiwi due, non tre e nemmeno quattro, che sono io sola e se poi non li mangio si guastano e devo buttarli ed è peccato.

Mi piace la possibilità di fare tutto, anche quando non faccio niente.

Mi piace la mia estetista che mi massaggia le cosce facendomi ascoltare Sakamoto, non Eros Ramazzotti.

Mi piace fare la spesa da sola, senza nessuno che mi metta fretta, scrutando i valori nutrizionali di ciò che compro.

Mi piacciono le luci rosse delle auto in coda alla sera, minuscole formiche che rientrano dopo un’altra giornata di lavoro, di riunioni, di conference call, di rompimenti di cazzo, di sbattimenti, di successi.

Mi piace il Duomo, la Galleria, il Cenacolo, il Piccolo, i ciottoli di Brera contro i quali impreco, il Castello di notte, il Cimitero Monumentale, il profumo internazionale di Piazza Gae Aulenti.

Mi piace il grattacielo Unicredit che quando sono arrivata non c’era e adesso c’è. E, certo, mi rendo conto che non è come er cupolone de Roma, però è comunque un simbolo fallico di notevole audacia.

Mi piacciono gli artisti che suonano in metropolitana.

Mi piacciono le bottiglie di vino bevute al Cavallante.

Mi piacciono gli operai che lavorano per strada a luglio, ricordandoci cos’è la fatica vera.

Mi piacciono le cene a casa con le amiche brillanti che ho incontrato qui.

Mi piace ignorare il nome dei miei vicini.

Mi piace poter andare al cinema da sola senza che questo sembri strano a nessuno.

Mi piace stare stesa sul mio divano, fumare e scrivere, di sera, mentre fuori piove. E l’unica cosa che mi manca è un gatto a pelo lungo che mi faccia le fusa.

Mi piace prendere i taxi e, quando ne ho voglia, chiacchierare coi tassisti.

Mi piace portarmi a casa qualcuno, se mi va.

Mi piace raggiungere qualcuno in hotel, se mi va.

Mi piace il design e la cura per i particolari, ovunque.

Mi piace fare colazione al bar dietro casa, per gli amici il “Bar Kahled”, alle 14, di sabato, inzuppando la brioche in un cappuccino-con-cacao-sì-grazie.

Mi piace andare in gita a maggio nella cabrio del mio amico imprenditore che ama definirsi tale, e farmi scompigliare i capelli dal vento.

Mi piacciono i film al parco del Milano Film Festival.

Mi piace fare networking, libero e virtuoso.

Mi piacciono i tempi ottimizzati.

Mi piace la cotoletta orecchio d’elefante.

10750238_10205621494646101_736847569134552546_o

Mi piace la libertà di essere quello che si vuole.

Mi piace avere idee e poterle realizzare.

Mi piace il cinismo, quando intelligente e pragmatico.

Mi piace non pensare che se uno va in analisi è pazzo.

Mi piace che quando c’è il sole qui è davvero, ma davvero, una bella giornata.

Mi piacciono quelli che usano neologismi che non conosco, perché forse hanno qualcosa da insegnarmi.

Mi piace farcela da sola, anche se faccio il triplo della fatica.

Mi piace pensare che un giorno avrò una casa con un piccolissimo terrazzo fuori e una libreria grande dentro. E un uomo che amo, che la abiti con me, mischiando le sue passioni con le mie.

Mi piace questa Milano, che ha mille volti e che non ne ha nessuno, che ti appartiene e che ti scivola addosso, che ti apre ferite, che ti scava dentro, che rovista, che ti obbliga a crescere, che tira fuori il meglio e pure il peggio, insegnandoti la tua fallibilità e mostrandoti le tue potenzialità. Disegnando il perimetro del tuo carattere, i tuoi limiti, la tua forza. Pretendendo sempre il meglio, anche quando non sei disposta o non sei capace di darlo.

E tutto questo, tutto ciò che mi piace, ha naturalmente controindicazioni, degenerazioni, aberrazioni che mi fanno cacare. Ma sarebbe ingiusto non riconoscere che forse, questa Milano, così burbera e un po’ torbida, un pochino mi rassomiglia.

Che del resto anche io posso sembrare stronza, fredda, spigolosa, respingente, presuntuosa, esigente, incontentabile e che, in effetti sì, sono tutto questo.

Ma sono anche molto, molto altro.

E se vale per me, allora può valere anche per questa città.

Facce da Blogger

10420033_808558822549231_1766446747079398672_n

Una volta un tipo con cui sono uscita a bere vino bianco fermo mi ha detto: “No dai, non dirmi che sei una cazzo di blogger!”.

Mi ha fatta riflettere, la cosa. Mi ha fatto pensare che forse esiste una categoria sociologica specifica nella quale inserire tutte le persone che, a vario titolo e con diverse ragioni, decidono di scrivere un blog. Come se ci rientrassero tutte, indifferentemente, sotto quell’enorme cappello concettuale: da quello che scrive di politica, a quello che scrive di sport, a quello che fa satira, a quella che parla di smalti, a quella che scrive di moda, a quella che parla di maternità, a quella che parla di viaggi, a quello che parla di libri e cinema e musica, a quello che parla di fumetti, a quella che parla di cucina, a quella che parla di cazzi. E, a tal proposito, io ero una cazzo di blogger?

Di fatto: non avevo un Mac, non avevo un iPhone, non usavo smalti Chanel, non fotografavo macarons e i cupcakes mi facevano cacare.  Non immortalavo piatti grandi quanto un sombrero, con al centro un tortello ripieno di caviale di struzzo in salsa di basilico e zucca, spolverato di tartufo bianco. Non avevo amici hipster con la barba lunga e gli occhiali con le lenti rotonde (perché i miei amici hanno ancora le lenti rettangolari e da poco sono usciti dal tunnel della doppia stanghetta da ingegnere, a onor del vero, e dio li benedica per questo). Non facevo favolosi viaggi esotici, non passavo tutti i weekend in agriturismi con piscina affacciata sull’Appennino umbroemiliano, non possedevo borse care quanto un trimestre del mio lavoro. Non facevo dolcetti e non consigliavo ricette, giacché le mie doti culinarie avevano trovato la loro massima espressione nella quiche con la pasta pronta Buitoni e l’ultima volta che avevo fatto un tiramisù avevo visto i savoiardi galleggiare alla deriva nel mascarpone. Non pubblicavo tutorial su come fare degli smokey eyes un po’ nude, mettendo il primer, un trucco veloce, per quando avete solo 57 minuti di tempo da dedicare al make-up. Non mi sentivo Lady Gaga solo per qualche migliaio di follower. Non andavo in giro con magliette con su scritto che ero il brand di me stessa. Non avevo il tempo di presenziare a tutti gli eventi mondani, o a tutte le mostre, o a tutti i concerti in area vip. Non avevo una reflex. Non instagrammavo disegnini da 14enne su fogliettini con cuoricini e fiorellini. Non avevo un carlino o un bulldog francese. Non avevo nemmeno un tatuaggetto in francese, in effetti. Insomma, mi mancavano un sacco di cose, per definirmi “una cazzo di blogger”. E molte di esse, ad oggi, mi mancano ancora (per fortuna).

Schermata 2015-01-27 alle 01.23.01

Eppure una blogger lo sono, ce lo so.  Così mi è venuto in mente che i blogger non sono solo e soltanto quanto testé elencato. Che spesso sopra quello (o al posto di quello) c’è dell’altro. E se vero è che siamo talvolta esibizionisti, se vero è che ci scompensiamo se non abbiamo il telefono o il computer a portata di pollice opponibile, se vero è che non sappiamo campare più a lungo di 3 giorni senza scattarci e pubblicare un selfie su tutti i social (nei miei periodi bui sono arrivata a pubblicarli anche su Pinterest), se vero è che abbiamo la sindrome della condivisione, se è vero tutto questo, c’è comunque dell’altro.

Per esempio che abbiamo una passione che (per qualche gioiosa o nefasta ragione) ci induce a condividere pensieri, consigli, recensioni, storie.

Per esempio che a volte non dormiamo la notte, per scrivere e per lavorare al blog.

Per esempio che osserviamo e ascoltiamo ciò che ci circonda, che rubiamo quanti più stimoli possibile alla realtà e li riproponiamo, poi, rielaborati attraverso il nostro caleidoscopio personale.

Per esempio che siamo soddisfatti quando riusciamo a stimolare una risata, una riflessione, una conversazione.

Per esempio che siamo felici quando percepiamo l’affetto di chi ci legge da anni.

Per esempio che spesso dalle tastiere si passa a un aperitivo, durante il quale si creano amicizie, oppure sodalizi, oppure affinità, oppure progetti, oppure idee, oppure sfide, oppure entusiasmi. Oppure tutte queste cose insieme.

Per esempio che grazie ai blog finiamo col conoscere tante persone che probabilmente non conosceremmo altrimenti. Alcune strane. Quasi tutte interessanti.

Per esempio che amiamo quello che facciamo. E che fare qualcosa per amore, tutto sommato, non è sbagliato mai (e dopo questa posso anche andare ad avvelenarmi con il Wc-net).

Schermata 2015-01-20 alle 00.40.51

E io credo che sia questo ciò che Elena Datrino ha deciso di raccontare nella sua mostra Facce da Blogger, esposta dal 30 gennaio al 15 febbraio a Roma, presso la Galleria Vittoria, a cura di Tiziano M. Todi. Sono 30 i ritratti fotografici che saranno messi in vendita e il 10% del ricavato sarà devoluto a Europa Donna Italia, un’associazione che rappresenta i diritti delle donne nella prevenzione del tumore al seno nelle Istituzioni Pubbliche Nazionali e Internazionali.

E, se non fosse ormai chiaro, una di quelle 30 facce è la mia.

Così ho voluto chiedere ad Elena, che ci aveva conosciuti e fotografati tutti, cos’è secondo lei un blogger:

“Il Blogger è un pescatore che cattura i sogni e li restituisce sotto forma di parole”, mi ha risposto lei.

E per la sua straordinaria sintesi, la ringrazio. Per quella e per il bel pomeriggio di dicembre passato nel suo studio, durante il quale io facevo espressioni da deficiente e lei mi fotografava.

Mentre nell’aria suonavano i Doors. E due favolosi gatti persiani esotici se ne andavano a spasso, placidi.

 

 

Info Riassuntive: 

Inaugurazione: Venerdì 30 gennaio 2015 alle ore 18.00

Durata: 30 gennaio – 15 febbraio 2015

Presso: Galleria Vittoria – Via Margutta, 103 – Tel. 06.36001878

A cura di: Tiziano M. Todi

Orario galleria: lunedì / venerdì 15,00-19,00 – fuori orario su appuntamento

http://www.galleriavittoria.cominfo@galleriavittoria.coom

Amicizia Uomo-Donna

E’ uno dei grandi misteri insoluti della civiltà moderna, non proprio al livello della cronologica e insondabile successione dell’uovo e della gallina, ma quasi: può esistere l’amicizia tra uomo e donna (eterosessuali)?

Sia chiaro che per agilità d’analisi scegliamo di tagliare fuori dal panel quei casi limite in cui lui ha lo stesso sex appeal di Renato Brunetta, a 12 anni, vestito da boy scout, con l’acne. E, al tempo stesso, i casi in cui lei sia la sosia di Eva Herzigova, ma Eva Herzigova del 1998. Proviamo a riflettere, piuttosto, su tutti gli altri casi, che grazie al cielo sono la maggioranza, in cui gli astanti sono persone grossomodo non repellenti, non maleodoranti, non irresistibili.

87612-

La domanda, se possa o meno esistere l’amicizia tra uomo e donna, è arcaica, un po’ retorica, ma sempre attuale. Ponendola agli intervistati, ne emergono pareri discordanti che delineano 3 macro-tipi sociali, calzanti sia sul sistema cognitivo vaginale che su quello virile:

a) L’estremista (per usare un termine particolarmente attuale) –> è il talebano della divisione dei generi, quel tipo di individuo che dice: “ho già gli amici per giocare a calcetto” oppure “ho già le amiche per fare shopping“, ergo se mi relaziono con qualcuno dell’altro sesso “è perché voglio scopare” (se sono uomo), oppure “è perché voglio l’amore” (se sono donna). La maggior parte degli estremisti non nega l’amicizia uomo-donna sulla base di diretta esperienza negativa con persone dell’altro sesso quanto, piuttosto, sul fatto di essere stato fatto cervo a primavera con il miglior amico/a dell’ex-partner. La cosa più peculiare degli Estremisti è che non solo loro non praticano l’amicizia uomo-donna ma s’aspettano anche che il resto del mondo non la debba praticare.  Da qui si sviluppa uno spin-off sui rapporti di amicizia incrinati a causa della gelosia di nuovi fidanzati e nuove fidanzate.

b) L’idealista –> quello che certo-ovvio-che-è-possibile-io-ho-solo-amiche-donne, che di solito è il prodromo di un coming out. Anche nella versione sì-certo-io-ho-decine-di-amici-che-sono-come-fratelli, solitamente detta senza considerare il fatto che il 95% dei suddetti si macchierebbe senza alcuna esitazione o quasi, qualora l’opportunità si presentasse, di incesto.

c) Il possibilista –> ovverosia quello che sostiene che ogni caso sia diverso, che esistano alcune amicizie uomo-donna che restano tali per tutta la vita e altre che evolvono, dal limone duro in su, fino ad arrivare – nei casi più critici – al matrimonio e alla procreazione. Generalmente il possibilista introduce delle variabili per argomentare la complessità del discorso:

1. La longevità dell’amicizia. Da quanto dura? Quanti anni avevate quando è iniziata? Dovevano ancora venirti le mestruazioni? Lui era ancora vergine? Siete passati incolumi attraverso gli smottamenti ormonali dell’adolescenza? Quando vi guardate, rivedete ancora la versione jonica di Ugly Betty con le treccine e gli occhiali rotondi, oppure il ciccione con la tuta accetata Legea e lo zaino Seven portato su entrambe le spalle? Se sì, è più difficile che decidiate di fare il Circo Togni sul materasso.

2. La frequenza dei contatti. Ogni quanto vi sentite? Ogni quanto vi vedete? Una volta alla settimana? Una al mese? Tutti i giorni? Vi date il buongiorno e la buonanotte su Whatsapp?

3. L’Età. L’età è importante perché comporta una percezione piuttosto chiara degli eventi e dei loro possibili sviluppi. L’età dovrebbe significare esperienza, dunque consapevolezza. Consapevolezza che state alimentando un rapporto borderline, consapevolezza che potete sicuramente gestire le vostre sensazioni e i vostri barbari istinti. Consapevolezza che “non c’è niente di male” è solo una frase, oppure una concreta e solida realtà, un po’ come quelle di Roberto Carlino di ImmobilDream.

amici

4. La situazione sentimentale. E’ un altro elemento fondamentale: siete entrambi single? Siete entrambi accoppiati? Siete fifty fifty? Siete soddisfatti delle vostre relazioni o siete tormentati e alla ricerca di altro? Svuotate le sacche scrotali con regolarità oppure l’astinenza può indurvi ad atti inconsulti come molestare la vostra ex compagna di banco? Avete qualcuno che vi corteggi e con cui flirtare? Avete altri rapporti più o meno piacevoli con altri portatori di pene/vagina?

5. Affetto o Empatia? E con questo si giunge in genere al nocciolo della questione: l’affetto è trasversale e può senza subbio esistere tra uomo e donna, tanto quanto esiste tra persone che condividono lo stesso genere e lo stesso orientamento sessuale. Empatia, invece, vuol dire che pensiamo cose simili e che sentiamo cose simili. E l’amicizia uomo-donna probabilmente si gioca sull’equilibrio di questi ingredienti, sul far sì che crescano di pari passo, usando quell’arma segreta grazie alla quale (o per colpa della quale) non passiamo la vita a ingropparci reciprocamente a tutti gli angoli di strade, tipo cani randagi: la ragione.

Personalmente penso di essere possibilista, penso che l’amicizia uomo-donna possa esistere e che possa, talvolta, diventare attrazione. Penso che, qualora succeda, sia naturale, che in sé non rappresenti nulla di sbagliato, che su 7 miliardi di esseri umani, sarebbe preoccupante se ce ne piacesse uno soltanto.  Penso che se ogni giorno viviamo nel mondo, lo percorriamo, lo abitiamo, se ogni giorno conosciamo persone, non c’è niente di male se ne troviamo una che ci sta simpatica. E quando parlo di simpatia non penso a quella che potevano nutrire reciprocamente Rocco e Moana. Penso al piacere di parlare con una persona interessante, o di dire minchiate in svacco senza aver nulla da dimostrare, o di ridere, o di raccontare un aneddoto bevendo un bicchiere di vino, o di godere della compagnia di qualcuno che stimiamo.

Personalmente penso che se non usassimo sempre il sesso come filtro per guardare tutta la realtà, se non sessualizzassimo sempre qualunque cosa (il ché suona quasi ridicolo scritto da me), potremmo goderci molto di più ciò che siamo e ciò che possiamo offrirci. Come persone.

Uomini e donne.

Così come siamo.

 

Ps: chiudo citando il mio amico Tarallino che riesce sempre, con somma maestria, a sintetizzare efficacemente la realtà:

“Tu sei mia amica,

io non voglio trombarti,

quindi sì,

l’amicizia tra uomo e donna esiste”.

Bilanci

Le persone normali hanno un rapporto normale con i bilanci esistenziali. Ne fanno uno all’anno, spesso meno, e quasi sempre in concomitanza con ricorrenze universalmente meritevoli di una riflessione: il settimo anno di matrimonio, la crisi di mezza età, la laurea, la menopausa.

Poi ci sono quelle come me che hanno un feticismo per la speculazione introspettivo-paranoide, specie quando corroborata da un folgorante premestruo, e quindi colgono qualunque occasione per imbastire un consuntivo della propria esistenza: la pasquetta, il solstizio d’estate, la festa dei lavoratori, la festa della repubblica, l’immacolata concezione, sanremo, ferragosto e infine, last but not least, l’inizio di un nuovo anno. E così, passato il 2014, iniziato il 2015, ripresa dai bagordi con le stelle filanti e il primitivo di Manduria, mi sono trovata a ripercorrere i 12 mesi appena trascorsi, così, tanto per avere una percezione un po’ più dettagliata di cosa minchia sia successo nell’ultimo anno. Anno in cui: non ho ricevuto alcuna sconcertante proposta di matrimonio, né organizzato un’asta benefica di sex toys, né fatto un viaggio epico ai confini dell’universo conosciuto, né scoperto l’elisir di eterna gioventù, né iniziato a condurre un programma in prima serata, né triplicato il mio reddito, né cambiato lavoro, né cambiato città.

10479903_10205621438364694_3812282804015665749_o

Eppure qualcosa deve essere successa.

Lavoro –> Per essere elegante come una signora: mi sono fatta il culo a tarallo. Mi sono regolarmente esaurita, trascurata, sbattuta, lavorando di giorno, di sera, al weekend. Situazioni che mi hanno fatto lucidamente comprendere che l’unico mestiere a me veramente affine sarebbe quello dell’ereditiera. Ma purtroppo non ho passato le selezioni nella sezione Chihuahua.

Famiglia –> I miei si sono trasferiti in Abruzzo e hanno lasciato la mia amata e deturpata Taranto. La mia casa è stata venduta, ma ok, niente pathos. Ciò che conta è che le persone che amo ci siano. Ciò che conta è che la tenerezza del loro affetto io la porti sempre con me, anche quando dimentico di averla. Ciò che importa è che mia madre continui ad essere una combattente, che il nostro amore abbia sempre meno bisogno di parole e che le parole siano solo chiacchiere tra donne, davanti a un caffè. Ciò che conta è che mio padre mi inviti ancora a nuotare fino alla boa o mi accompagni in escursione nella riserva naturale di Punta Aderci. Ciò che conta è che mio cugino continui a dipingere e a mostrarmi i suoi quadri, e a fare il presepe più bello del mondo intero. E che l’altro cugino continui a borbottare. E che mio zio continui a farmi ridere imprecando contro l’anima di San Procopio. E che mia zia continui a farmi mangiare come se stessi per partire per il Biafra per un semestre.

Sesso –> C’è stato quello ginnico, c’è stato quello sentito, c’è stato quello bisunto, c’è stato quello intermittente, c’è stato quello che i corpi si fondono e s’incastrano e diventano per qualche minuto una cosa sola, senza confini e senza alibi. Insomma: c’è stato. E già questo mi pare positivo.

Vacanze –> Interamente consumate tra Abruzzo e Puglia. Con una parentesi nuziale a Palermo (non credo che una suite spa nell’hinterland lombardo possa considerarsi una vacanza). Sia chiaro: non che io non voglia fare un Safari in Kenya, o ingozzarmi di ravioli in Thailandia, oppure scarpinare sulle Ande. Ma poi mia zia quando la rivedo?!

Amici –> Tutto regolare. Quelli di sempre ci sono. Ci sono per scambiarsi confidenze in una notte gelata di Natale, fumando un vurpo sotto la neve; oppure per raccontarsi vizi e virtù, in uno sguardo, bevendo una birra fuori a un nuovo locale di Taranto (perché dai locali di Taranto si sta sempre fuori, per fumare), che in realtà esiste da 15 anni e ha soltanto cambiato gestione. Ci sono per congelarsi sulle panchine di Piazza della Vittoria come quando avevamo 15 anni, di notte, parlando di sessualità femminile, e maschile, e zoofilia. Ci sono per mangiare le cozze al tramonto al Jamaica d’estate, e per bere, e per giocare a poker fino all’alba, e per andare a un concerto. Ci sono per fare progetti che ci avvicinino, anche se siamo tutti distanti, anche se ne faremo la metà. Ci sono per esserci meno, ma esserci sempre, mentre ci succede questa cosa terribile di crescere e di avere sempre più responsabilità, sempre più rughe, sempre meno abilità digestive, sempre meno resistenza fisica.

Salute –> Ho ricominciato a fumare e ho perso un bel po’ di kg nel 2014, quelli necessari a rientrare nei jeans dell’università. Ho, inoltre, appurato che continuare a dormire 4 ore a notte non va bene, che così non secerno sufficienti dosi di melatonina, il ché mi innalza la prolattina che mi fa venire i dolori alle poppe, e mi fa perdere i capelli, e mi potrebbe creare problemi qualora decidessi di sfornare un Vagina Jr (come se l’utero retroverso e i fibromi non fossero già abbastanza).

Gratificazioni –> i 3 acquisti dell’anno sono: il cappello fescion da H&M a 15 euri; gli occhiali da sole più fichi sul globo terraqueo, che nonostante un’accurata ricerca non sono riuscita a scorgerne modello oggettivamente più affascinante; il mio nuovo computer, caro quanto un viaggio in Messico, bello che male mi sento: si chiama Matthew, stiamo insieme da un paio di mesi e per adesso tutto è bellissimo, lui ha una pelle setosa, una tastiera retroilluminata ed è di sconcertante bellezza, leggerezza, comodità, efficienza.

6e673bdb5c9684706d09af26c9e08809

E questo è quanto.

Poi, naturalmente,  ci sono le parentesi. Quelle aperte, quelle chiuse, quelle lasciate in sospeso. Ci sono i volti che passano, quelli che arrivano, quelli che vanno via, quelli che ritornano. E ci sono, come dimenticarli, i propositi per il nuovo anno, che sono sempre gli stessi: regolare il sonno e la veglia, mangiare bene, smettere di fumare, dare un senso all’abbonamento assurdamente costoso che pago in palestra, fare un viaggio, organizzare l’addio al nubilato di una delle mie 2 amiche della vita, tenere la casa in ordine, coltivare i miei interessi, amare chi amo, essere educata con chi detesto, andare dal medico, pagare la Tari in ritardo, dare al lavoro il giusto peso, uscire più spesso,  leggere libri, lamentarmi di meno, sorridere di più. Sì. E poi c’era la marmotta che incartava la cioccolata.

Ad ogni modo, buon 2015 a tutti!

 

P.s: un fidanzato non ce lo posso mettere tra i buoni propositi perché sto ancora sperimentando le mie capacità di convivenza con una pianta. E gli esiti non sono incoraggianti.

 

Le 2 Fasi dell’Amante

L’altra sera ero a cena a casa della mia amica Janis, che è una che se vi dico gagliarda, vi dico poca roba. Ce la raccontavamo, bevendo e magnando, quando mi dice che era andata a cena con delle sue amiche la sera prima e che, delle 5 persone sedute a tavola, erano in 3 ad avere una relazione stabile con un uomo impegnato. Il dato era assolutamente in linea con la mia tesi per cui più della metà delle donne è in maxi-offerta convenienza “2×1″, se non “3×1″. Alcune lo sono consapevolmente, altre lo sospettano, alcune vivono nel mondo della frutta candita e lo ignorano completamente.

Così ho deciso di superare la ritrosia che mi suscitava l’argomento e di parlarne, perché sono abituata a fare così, a parlare delle cose anche quando sono scomode, piuttosto che far finta che esistano solo le donne “felici e accoppiate” e poi, sull’altra sponda del fiume, quelle un po’ buffe e simpatiche e single. Che nessuna di noi è solo l’una o solo l’altra, che la femminilità è una roba assai più complessa e lo sappiamo già.

Dunque: essere amante. Io lo sono stata nella mia vita, più di una volta. Lo sono stata da innamorata persa, soffrendo che manco li cani, e lo sono stata sportivamente. Sono anche stata tradita. Ho anche tradito. Ho costruito, ho distrutto e ho praticato quasi tutte le posizioni del Kamasutra Sentimentale che vi possano venire in mente. Parlo, dunque, in virtù di esperienza personale e di testimonianze dirette di persone a me vicine.

Partiamo dal presupposto che essere amanti capita. Succede, banalmente. Come capita di cadere o di scuocere la pasta. E capita in continuazione. Capita, non a tutte, ma a molte. E sì, sarebbe bello se noi donne fossimo solidali, se facessimo cartello contro le continue e sfacciate avances degli uomini impegnati. Sarebbe bello se fossimo sempre capaci di resistere (anche quando siamo vulnerabili, anche quando siamo stanche, anche quando pensiamo che la nostra indipendenza sia al tempo stesso la nostra solitudine e scegliamo di vivere da donne libere e dunque di assecondare liberamente la nostra natura). E sarebbe bello anche se qualcuno ci desse una medaglia al traguardo per aver tenuto su le mutande per tutta la vita con qualunque uomo che fosse, a qualunque livello, impegnato con altra donna, dalla condivisione del talamo nuziale a quella della tessera Fidaty dell’Esselunga (poi però magari allestiamo un pool di psicologi e assistenti sociali che spieghi che il problema non è solo la responsabilità dell’amante, ma soprattutto la co-responsabilità del marito/fidanzato).

070103--064014.jpg

Per cui, con il benestare di tutte le bravissime, santissime, morigerate e integerrime colleghe vagine che non si sono mai trovate in una posizione simile e mai vi si troveranno, mi sembrava interessante parlare di una condizione che noi donne spesso ci troviamo a vivere, ovvero quella di amante.

L’esperienza di essere amante è psico-antropologicamente costituita da 2 Fasi distinte: Fase Top e Fase  Bottom. Sia chiaro che dalla nostra analisi escludiamo le liason ludiche, più o meno occasionali e circoscritte, tenendo in esame invece quelle situazioni in cui una ripetuta serie di liason ludiche origina una vera e propria relazione parallela (in genere è una relazione se vi sentite frequentemente e se copulate con cadenza più o meno regolare).

FASE TOP –> è la prima, l’inzio, di variabile durata, in genere non supera i 10 mesi. La tentazione, il flirt, l’adrenalina, il cedimento. L’eccitazione. La trasgressione. La passione. In questa fase essere amante è gagliardissimo. Lui ti desidera da impazzire, sei tutto ciò che gli manca nella quotidianità, sembra che siate anime gemelle con cui la vita ha giocato, facendovi incontrare troppo tardi. Ma meglio tardi che mai. Libido. Hotel di lusso. Weekend fuori. Quanto sei sgamata tu, hai capito tutto, ti prendi il meglio: cene fuori, regali, sesso pazzesco e non devi nemmeno ascoltarlo la sera quando ti ammorba parlandoti dei problemi che ha avuto a lavoro!

FASE BOTTOM –> Non ti risponde al telefono, sparisce nei weekend, quando ne hai bisogno non c’è. Sei stupida. Meriti di più. Ti accontenti di poco. Quando avrai la tua famiglia? Perdi ancora tempo.  Sei entrata nella norma. Non hai un cazzo di eccezionale. Sei la seconda e vieni dopo le serate in famiglia, dopo il corso di equitazione di GianGiorgio Maria, dopo le vacanze a Cortina. Sai che vivo in questa situazione. Comprendimi. Dammi tempo. La lascerò. Con te sarà diverso. Piangi. Soffri. Lui è solo un cagasotto. Lo ami. Ti detesti. Lo detesti. Le tue amiche scelgono abiti da sposa. Tu sei l’altra. E’ una bella merda essere amante in questa fase.

Ciò che i più ignorano è che le due fasi sono immediatamente attigue. Non esiste, infatti, nessuna amante che sarà per sempre alle stelle e nessuna amante che sarà da principio alle stalle. Prima c’è il Top. Poi c’è il Bottom. E’ inevitabilmente così. E lo stesso uomo che ti aveva fatta sentire la donna più fottutamente agognata di questo pianeta marcio, potrebbe farti sentire la più disgraziata delle vagine del terzo mondo emotivo. Succede e basta, come naturale evoluzione di questo tipo di rapporti.

Esiste un momento, tuttavia, in cui potete ancora salvarvi, che è come alzarsi dal tavolo da gioco quando si è in attivo, per non perdere Filippo con tutto il panaro: quando vi dice “Ti amo” la prima volta. Dovete raccattare armi e bagagli e mollare. Perché è finita la partita, si è aperto al sentimento. Voi vi sentirete un po’ spaventate, sovreccitate, come delle Cenerentole post-moderne e disilluse che per un secondo muoiono dalla voglia di credere ancora alla Fata Turchina. Col cazzo! Armi e bagagli e mollare!

Infedeltà_coniugale-Agenzia_Phersei_srl

Niente stronzate come “La mia vita”, “La tua vita”, “E’ un momento difficile”, “Voglio viverti” che a me “Voglio viverti” proprio mi faceva uscire il sangue dal naso. Se mi vuoi vivere, vivimi. Sai dove sono. Regolati di conseguenza. O pensi di vivermi tutta la vita nello sgabuzzino con gli ospiti di là?

Sia chiaro che per recidere a cavallo delle due Fasi, quando sarete all’apice, dovrete essere decise. Tagliare sul suo “Ti amo” vi sembrerà duro e insensato, vi sembrerà di squagliarvela proprio nel momento in cui il vostro clandestino amore da Uccelli di Rovo potrà spiccare il volo. Minchiate. Pochi tentennamenti, di grazia, perché appena lui percepirà che vi state allontanando, che non siete più il suo gingillo h24, appena sentirà di non avere più mandato sulla vostra vita e sulla vostra sessualità, rilancerà. Con cose clamorose, tipo: “Me ne vado di casa” e, qualora non bastasse: “Vorrei un figlio da te”. Non cascateci, altrimenti affonderete nella Fase Bottom. E tenete a mente che, mentre ve lo dice, sta per fecondare la moglie, l’altra, la prima, quella ufficiale, quella che lui (qualora sposato) – in piena capacità di intendere e di volere – ha scelto come compagna di vita, sancendolo davanti alla legge.

Morale della favola: essere amanti capita, perché sappiamo che capita. Quello che possiamo fare, qualora ci si trovi nella situazione, è tenere alta la guardia per non sfociare nella Fase Bottom. Avere la forza di mordere la vita e proseguire.

Fiduciose del fatto che, se quell’uomo davvero ci piace e se lui davvero ci ama, perché alcuni forse a volte ci amano davvero, capirà che vita vogliamo vivere e si adopererà per costruirla e viverla.

Così come verrà: con i suoi limiti, e le sue imperfezioni, e le sue incoerenze.

Con noi.

In settimana. Nel weekend. A Capodanno. E a Ferragosto.

 

ps: qui ho parlato degli Addii al Nubilato, tra l’altro.