Single per Scelta?

Una delle domande che, in qualità di single, mi mette più in difficoltà ricevere è: “Sei single per scelta?“. All’apparenza non potrebbe che trattarsi di domanda retorica che a volte allude al fatto che tu sia single per volere di terzi in quanto affetta da qualche particolare forma di repellenza antropologica o biologica (tipo che soffri di reflusso e c’hai il fiato che manco lo zolfo sulfureo, oppure che sei una centrifuga-palle cronica, oppure che sei un cesso). Altre volte, invece, l’interlocutore s’aspetta che tu debba vomitare con disinvoltura, insieme alle tue interiora emotive, iddio sa quale illuminante verità sociale.

Ogni volta che la suddetta questione mi si pone, io vado in screen saver per qualche secondo, sulla mia faccia compaiono i pesciolini di Windows 98 e provo a pensare una risposta intelligente a una domanda demenziale.

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Perché, in verità, cosa significa essere single per scelta? Significa che ho gruppi organizzati di spasimanti respinti che ciclicamente avanzano proposte nei riguardi della mia persona? Significa che, al contrario, vorrei tantissimo un cavaliere templare al mio fianco ma purtroppo il mio Sacro Graal non è abbastanza sacro? Significa che ho condotto un’accurata swot analysis della condizione di single, preferendola alla condizione di accoppiata? Che sono troppo cazzuta? Che sono sfigata? E poi perché me lo chiedi in quel modo, come se fossi una dissidente, la no global del sentimento, la no tav del materasso?

No. Non mi sono mai svegliata una mattina dicendo:”Bene, io da oggi voglio essere single forevvah”.

No. Non sono circondata da scapoli favolosi che pendono dalle mie piccole labbra e che io respingo in qualità di amazzone metropolitana.

Sì. Ho naturalmente fatto un’accurata swot analysis della condizione di single, perlustrandone i pro e i contro.

No. Non sono single per scelta di qualcun altro. Non sono stata mollata di recente, non esiste uomo con cui io brami costruire due-cuori-e-una-capanna che insensibilmente mi rifiuti in favore di una cubista slava.

No. Non sono sfortunata. Penso che le nostre vite sentimentali siano frutto delle scelte che facciamo o che non abbiamo il coraggio di fare, più che della fortuna. Penso che siamo noi che decidiamo cosa procurarci, anche senza accorgercene. Penso che in amore esistano sia i rimorsi che i rimpianti e, più si cresce, più quelli si mischiano, e dipanare le matasse diventa un casino.

Tuttavia, no, non ho scelto di essere single.

Non ho scelto di NON avere mai un accompagnatore in qualsiasi situazione pubblica, dal matrimonio dell’ennesima amica alla serata di capodanno.

Non ho scelto di NON avere una famiglia e dei figli.

Non ho scelto di NON amare nessuno e di non essere amata in quel modo così socialmente auspicabile e rassicurante, come in una monogama coppia eterosessuale, anagraficamente allineata.

Non ho scelto di NON dare ai miei genitori la tranquillità di sapere che ho un gesuccristo accanto con cui spartire problemi e gioie.

Non ho scelto nulla di tutto questo.

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Ho scelto altro.

Ho scelto di non avere accanto un uomo che non mi rispetti.

Ho scelto di non avere accanto un uomo che io non rispetto.

Ho scelto di scoprire il valore della mia libertà.

Ho scelto di non essere sessualmente insoddisfatta.

Ho scelto di non dire bugie. E di non ascoltarle.

Ho scelto di sporcarmi i piedi con la polvere, invece che nasconderla sotto al tappeto.

Ho scelto di guardare in faccia la solitudine per capire che è senz’altro migliore di un uomo sbagliato.

Ho scelto di non essere verbalmente violenta.

Ho scelto di non annoiarmi.

Ho scelto di non simulare. Né l’amore, né l’orgasmo.

Ho scelto di non essere parte di una coppia infelice.

Ho scelto di non essere vittima.

Ho scelto di non essere carnefice.

Ho scelto di affrontare i miei demoni e di scoprire i miei limiti.

Ho scelto di essere quella che sono.

E, nel più profondo della mia vagina, resta il fatto che un giorno mi piacerebbe essere co-autrice di una storia. Sana. Adulta. Consapevole. Normale.

A tratti felice.

Approcci Analogici

Esiste un luogo comune piuttosto diffuso (assai disdicevole per le single) secondo il quale bisogna “viaggiare comodi”. Non avrei nulla in contrario se per viaggiare comode non finissimo ad andare in stazione con i leggins contenitivi e le ballerine, completamente struccate, con i capelli sozzi e legati, le unghie mangiucchiate e sfaldate, senza smalto, ma con un monociglio da far spavento all’unica pelliccia che Marina Ripa di Meana non si vergogna di indossare.

E’ esistito un periodo della mia vita in cui sono stata anche io di questo avviso, e in cui andavo in aeroporto quasi in vestaglia di flanella e pantofole di spugna. Fino al giorno in cui su un volo MilanoTaranto (o meglio, Bari, perché noi l’aeroporto a Taranto ce l’abbiamo ma le nostre autorità preferiscono non farcelo usare) incontrai uno dei miei ex, compagno di classe per giunta, di Taranto, che tornava a casa pure lui, rampantissimo marketing manager sarcazzo, prodigiosamente soddisfatto per la sua giovane età, sempre stato un inguaribile ottimista-liberista, pure a 15 anni del resto, che, guarda il caso, aveva il posto proprio accanto al mio. Che, guarda il caso, ero un cesso con la catena, quel giorno. E ci sono poche cose che mi disturbano come incontrare un ex ed essere un cesso con la catena. Forse è un po’ la sindrome da splendida-splendente combinata con il tipico coefficiente “renditi-conto-di-cosa-hai-perso-stronzo“, che è un coefficiente di serie, agisce sempre, anche quando in realtà la stronza sono stata io.

Comunque sia, quella carrambata mi ha insegnato una preziosa lezione da single: quando si viaggia bisogna essere guardabili, perché non sai mai chi puoi incontrare. Che non significa partire con il tacco 12 e due colli da 20 kg da trascinare. No, non rischiate la vita per nessuno, nemmeno per Brad Pitt in Vento di Passioni. Però raggiungete la soglia minima di gradevolezza, questo sì amiche, il giusto equilibrio, niente tacco ma un filo di trucco per intenderci, è fondamentale, fidatevi.

E questo per me è stato un mantra. Perché ti acchitti per andare in aeroporto? Perché non sai mai chi ci incontri. Poi mettici che da pischella ho visto Prima dell’alba e quindi è una vita che mi aspetto di trovare Ethan Hawke su un Frecciabianca, e il gioco è fatto.

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Ho creduto in questa idea, instancabilmente, anche quando i vicini di viaggio sono stati ingombranti, maleodoranti, logorroici. Ci ho creduto quando russavano. Ci ho creduto quando i loro figli tiravano calci contro lo schienale del mio sedile. Ci ho creduto quando squillavano le suonerie inaudite dei loro inauditi cellulari nokia del 2001, svegliavandomi dopo appena 10 minuti di agognato abbiocco. Ci ho creduto quando hanno trangugiato 15 panini incartati con la carta stagnola, mentre io avevo fame e nulla da mangiare. Ed era troppo tardi o io ero troppo stanca per accettare un tramezzino di cartone della carrozza ristorante di Trenitalia. Ci ho creduto persino quando hanno applaudito dopo l’atterraggio. Insomma, anche quando avrei potuto perdere la fede, ho continuato a credere nella validità del mio principio. E i fatti mi hanno, infine, dato ragione.

Succede che torno da un weekend fuori, di sera. Atterro, prendo la navetta e mi siedo sul posto esterno, quello che da sul corridoio. Un tipo arriva e mi chiede se è occupato quello accanto, il posto vicino al finestrino, sul quale io avevo naturalmente scaraventato la giacca e la mia borsa-container da 118 kg. Sì, gli dico, e raccolgo i miei pezzi. Quello fa, scambiando la mia borsa per un borsone (giustamente): “Vuoi che te lo metta su?” indicando i portabagagli in alto. Rifiuto. Ringrazio. E il mio cervello elabora l’evento straordinario che si è appena verificato: un uomo attraente e gentile, con barba e camicia, mi si è seduto accanto.

Di lì a poco l’uomo attraente e gentile, con barba e camicia, attacca bottone, chiedendomi qualcosa di insulso sull’itinerario della navetta, a cui non so naturalmente rispondere. E io assisto a quello che sembra essere un vero e proprio, ormai mitologico, approccio analogico.

Dopo un po’  viene fuori che lavoriamo in campi affini, lui a un livello estremamente più fico del mio come quasi tutti gli uomini del settore con cui mi capita di interloquire. Parliamo di lavoro. Parliamo di opportunità. Parliamo di scelte generazionali. Parliamo di Dubai. E tutto in modo gradevole, tra il serio e il faceto, come si conviene a una conversazione sull’Orio Shuttle a mezzanotte. Parliamo di ricerche di mercato, e app, e stratup. E io sono stanca ma lui mi sta parlando di una nuova ricerca che hanno fatto, non so chi,  una cosa tipo Google, che in Italia non è ancora arrivata ma che lui ha già visto i risultati, perché sai, lavora a Londra.  Finché non viene fuori che era di ritorno da un weekend giù, che quando sei terrone e qualcuno ti dice che sta tornando da giù, ti si accende proprio una nuova luce dentro, è come se finalmente ti rilassassi e il tuo corpo iniziasse a pensare: tu-terrone-io-terrona-noi-amici. Infatti gli chiedo prontamente: “Giù dove?”. “Puglia”. Uau. Evviva. Epifania.

Morale della favola: pugliese di Ostuni,  di ritorno da una visita alla sua famiglia, di passaggio a Milano, attraente e gentile, con la barba e la camicia, età indefinita tra i 30 e i 40 ma più verso i 40, non tanto alto, moro al limite col Maghreb, mi imbrocca (o si lascia imbroccare). Per un momento vedo tutto il nostro felice e ruggente futuro passarci davanti: io che mi trasferisco a Londra e inizio a scrivere Memories of a Pussy, lui che lavora, io che esploro la città e fiuto le tendenze, e poi le feste un po’ dai suoi, un po’ dai miei, un po’ in vacanza, sì insomma, tutto fila, io ho anche già gli amici a Londra, ottimo.

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La navetta arriva in Stazione Centrale, è tardi e lui mi dice che avremmo potuto continuare a parlare per altre 3 ore, mi chiede se l’indomani sarò a un evento importante del nostro settore di lavoro e gli dico di no (ovviamente). Cerca frettolosamente il bigliettino da visita, non lo trova e decide di lasciami il suo numero,  così, a voce, ex abrupto, alla vecchia maniera, stile primi anni duemila. E io, dopo secoli di militanza tra egofroci milanesi e milanesizzati, che già whatsapp è una comunicazione troppo intima, ecco io resto piacevolmente sbigottita. Gli chiedo quale sia il suo nome, per memorizzarlo, perché ancora non lo so (mentre lui, il mio, almeno me l’ha chiesto).

E ci salutiamo così, poi, senza conoscere i rispettivi cognomi, senza scambiarci il contatto su Facebook, senza frugare online per scoprire chi è quell’uomo attraente e gentile, o quella vagina simpatica coi capelli da pazzah, che ha viaggiato accanto a noi per un’ora.  Alla fine lo memorizzo in rubrica con il suo nome e al posto del cognome scrivo “Ostuni“. Lui mi salva con il mio nome e al posto del cognome scrive “Taranto“. E tutto questo mi fa quasi sentire come Kelly Taylor e Dylan McKay.

Torno a casa pensando che sicuramente è sposato con una che vive a Londra e fidanzato con 2 che vivono a Milano, e che molto probabilmente non ci sentiremo e non ci vedremo mai più. Ma che comunque, di sicuro, ho fatto bene a darmi quella passata di trucco prima di partire.

E anche che, a volte, addirittura, gli approcci analogici possono capitare ancora.

Sono in via d’estinzione, tipo il Toporagno d’acqua di Sumatra, ma esistono.

Pheeghe Vere

A Milano sta per partire Expo 2015. Ebbene sì, ci siamo.

Tutte quelle di voi che capiteranno da queste parti (per lavoro o per piacere, perché sì, pare che moltissima gente vorrà andare a Expo per piacere, sono io che sono grettamente immune al fascino esercitato da questa enorme fiera commerciale, ma no, sicuramente sarò smentita, è l’incontro tra le culture, un’occasione di crescita e confronto, di riflessione sull’alimentazione sana, infatti tra i main sponsor c’è Coca Cola), dicevo tutte quelle di voi che capiteranno a Milano in questi mesi, o che ci verranno in futuro, o che ci si trasferiranno, avranno modo di inciampare in alcuni autentici esemplari di Pheeghe Vere D.O.P.

E allora vi accorgerete dell’indiscutibile e indiscussa differenza che c’è tra loro e noialtre, vagine normali. Non vorrei fare una discriminazione su base territoriale, sia chiaro, l’Italia è piena di donne bellissime, ma l’essere Pheega Vera non c’entra in senso stretto con la bellezza. O meglio, la bellezza è condizione necessaria ma non sufficiente per l’autentica Pheegaggine.

Scopriamo insieme quali sono i tratti salienti della Pheega Vera milanese, così che possiate gestirne meglio il confronto quando la troverete davanti. Perché le Pheeghe Vere sono ovunque intorno a noi e se vogliamo comunicarci dobbiamo imparare a decodificarle, a comprenderle e a entrare nel loro cuore.

Parte la sigla di Super Quark.

Conduce Vagina Angela, che è la sorella segreta di Alberto, che è il figlio di Piero.

1. La Pheega Vera è magra. Su questo non ci sono cristi né madonne che tengano. Non esiste Pheega Vera che sia “cicciottella”. Il grasso tecnicamente è peccato, è volgare, è e resta sempre “povera terroncella paffuta” e se non sei terroncella, hai sicuramente antenati terrons. O comunque sei della provincia. O della periferia estrema. La Pheega Vera ha la 40. Se sfora nella 42 va di dieta detox. Se è una 44, è solo una wannabe. Essa è, inoltre, alta, longilinea, con gambe di 1 metro, il collo lungo, le mani ossute e due tettine eleganti.

2. La Pheega Vera ha di conseguenza un rapporto assai particolare con il cibo. Essa mangia poco. Mangiar poco è di classe. Nel piatto lascia sempre un avanzo. Voglio dire, ve la immaginate Carolina di Monaco che fa la scarpetta nel sugo di polpette? Onestamente? NO. Capisci che per quelle come noi cresciute a forza di “ci sono bambini che muoiono di fame in Africa”, ecco per noi è pressoché impossibile raggiungere il PheegaNirvana a tavola e mangiare la metà di quello che abbiamo davanti. Quando la Pheega Vera ha un buco nello stomaco mangia bacche, o frutta essiccata, o biscotti senza lievito, senza frumento, senza lattosio, senza grassi aggiunti, senza zucchero (tutti elementi a cui è intollerante). Snack privi di materia ma croccanti, perfetti per illudersi di mangiare praticamente senza mangiare.

3. La Pheega Vera conduce una lotta costante contro la propria ritenzione idrica, reale o immaginaria che sia, armandosi di tisane e massaggi drenanti. Raccontatele un nuovo trattamento infallibile studiato nei laboratori Guam e sarà vostra almeno per 10 minuti.

4. La Pheega Vera ha i capelli lisci e setosi. Non esiste Pheega Vera con i capelli crespi, per esempio.

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5. La Pheega Vera è attenta al look, sempre. Sceglie cosa indossare la sera prima e, soprattutto, non commette i clamorosi errori di stile che alcune altre, povere stolte, commettono. Cose tremende come indossare calze color carne (una Pheega Vera si darebbe fuoco, piuttosto che andare in giro con delle calze color carne) oppure usare lo smalto perlage (solo colori matt, per cortesia, possibilmente Chanel, per instagrammare poi la foto).

6. La Pheega Vera ha sempre l’outfit perfetto per ogni occasione e, se non lo ha, lo compra. Bisogna sempre essere appropriati, in qualunque contesto. Attenzione, però: essere appropriati non significa essere eleganti. Ci sono poche cose inappropriate come essere over-dressed, quindi lasciate pure a casa i vostri vestiti buoni della domenica, conservati dall’ultima festa del Santo Patrono. Sappiate che la Pheega Vera sceglie sempre un outfit che manifesti un certo distacco,  zero soggezione nei confronti della situazione, secondo una logica che a noialtre rimane comunque parzialmente incomprensibile, ma che alla fine sembra sempre dire: “Sono favolosa, sono all’altezza della situazione, vengo con le mie sneakers da 500 euro”.

7. Ma soprattutto la Pheega Vera ha una varietà inesauribile di indumenti e accessori, e scarpe, al punto che vi verrà il sospetto che siano usa e getta e che non possa conservarli tutti in una sola casa (questo finché non scoprirete che ha una scarpiera con le luci a led che s’accendono all’apertura delle ante,  con dentro ripiani di Jimmy Choo e Louboutin), tipo quella di Carrie Bradshaw – giuro, una mia amica ce l’ha così – e tutto sembrerà surreale, a voi, che ogni anno per fare spazio alle scarpe estive dovete conservare nel tramezzo quelle invernali).

8. La Pheega Vera ha visto tutte le puntate di Gossip Girl e vive nel segno di Blake Lively, che è indubbiamente la donna più bella, più elegante, più assurdamente meravigliosa del globo terracqueo.

"Mr.Turner" Premiere - The 67th Annual Cannes Film Festival

9. La Pheega Vera non parla quasi mai di politica, né di attualità. Salvo che per attualità non s’intenda lo speciale su X-Factor di Vanity Fair.

10. La Pheega Vera fa almeno un viaggio intercontinentale all’anno. Conosce gli States alla perfezione, possibilmente ci ha studiato e se ha un weekend lungo va a Nuova York a fare shopping.

11. La Pheega Vera ha senza ombra di dubbio l’iPhone e il Mac e, se iddio vuole, ha in casa almeno una sedia/lampada Kartell e uno Smeg.

12. La Pheega Vera non si spazientisce mai, non alza la voce, non dice parolacce, non è inopportuna, mai.

13. La Pheega Vera non esce mai struccata ma opta sempre per un trucco nude look.

14.  La Pheega Vera non ha mai avuto una Tessera Arci nella sua vita.

15. La Pheega Vera ha di sicuro fatto almeno una vacanza in barca e ha la casa di villeggiatura al mare. In Sardegna o in Costa Azzurra o a Miami. Chi ce l’ha in Liguria è Pheega ma non è Vera.

16. La Pheega Vera ha almeno un completino di Victoria’s Secrets nel cassetto.

17. La Pheega Vera  fa sport non perché ne abbia bisogno, ma perché le piace.

18. La Pheega Vera ha solo borse splendide. Niente sbavature, niente cadute di stile. La Pheega Vera regnerà sovrana nell’alto dei cieli, seduta alla destra del Padre, con il merito straordinario di non aver mai comprato una borsa Carpisa nella sua intera vita. Quando parlate con una Pheega Vera, eliminate dalla vostra mente tutte quelle ridicole marche che avete coniderato fino ad oggi, tipo Prima Classe, Borbonese, Etro, Byblos, Guess e fate largo a Prada, Balenciaga, Hermés, Céline, Chloé, Valentino, Miu Miu. E lei, l’intramontabile Chanel, che pure usata costa 1.600 euro. E se non ve le potete permettere (come me), ripiegate su borse unbranded, anonime, senza loghi, borse bastarde figlie di nessuno. Non fate, per piacere, quella cosa assurda di comprarvi la Coccinelle (che io ho avuto e mi è anche molto piaciuta) o la Furla, che sono il purgatorio delle borse, una vita di mezzo che vi costerà 300/400 euro, e comunque non vi renderà né pheega, né vera.

19.La Pheega Vera ha i denti perfetti, le sopracciglia perfette e il ritocchino che non t’aspetti.

20. La Pheega Vera non ha peli perché Madre Natura ha scelto di dargliene pochi e perché quelli che aveva li ha eliminati con la depilazione permanente, che ha fatto quando tu ancora non ti facevi i baffi, per intenderci.

A questo punto saprete come destreggiarvi quando avrete a che fare con una Pheega Vera. Che per quasi tutto sarà estremamente diversa da voi, ma se la diversità non vi spaventa, scoprirete che ci sono un sacco di cose nuove che potete imparare (come che le scarpe con il buco sull’alluce si chiamano “open toe”).

Spiriti Affini

Ascolto You know I’m no good di Amy Winehouse, buon’anima.

La ascolto e penso che il segreto è tutto nelle dosi. Come con la pasta. Che io non solo la scuocio, ma non sono neanche capace di salarla per bene. Perché, vedi, il punto è nella giusta misura. Solo che io non so quale sia la giusta misura tra noi, non l’ho mai saputo. Certo, ora, per lo meno, conosco tutte le misure sbagliate. Tutte quelle che alla fine ci fanno male.

Dici che siamo spiriti affini. Ti dico che crescere significa accettare che gli spiriti affini non sono quelli con cui si costruisce la vita. Perché gli spiriti affini, sai, son troppa roba. Sono totalizzanti, viscerali, divoratori. Non lasciano spazio ad altro e noi, di grazia, abbiamo bisogno di altro. Per crescere, per fare la nostra strada, per lavorare, per illuderci di vivere. Forse anche per vivere davvero.

Chi può dirlo, poi, cosa sia la vita vera. Chi può dirlo se sia trovare un bravo ragazzo, tenerselo stretto e metterci su casa insieme. E vedere un percorso. E costruire un progetto. Oppure sposare una brava donna, una che ti dia la serenità, una che piaccia a tuo padre, che sappia fare le torte, una che feconderai per avere una discendenza al trono. Chi può dirlo se sia nelle mie braccia che ti stringono, e nelle mie cosce che tremano, e nei miei denti che mordono, e nei tuoi respiri che s’inseguono. E in quel piacere che cresce, che tende tutto il nostro essere partendo da un punto profondissimo, perso tra la testa e i lombi, che strappa ogni certezza, che cancella l’aria. Chi può dirlo se la vita vera sia perdersi negli occhi e nel sudore di un uomo sbagliato, smarrendo il confine, negando la ragione, scivolandosi dentro, una volta ancora. Ancora mille volte.

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Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Che tu ci sia, in un angolo, senza prepotenza. E io ci sarò, per te. Lì. In quello stesso angolo. Ma niente di più. Perché, vedi, io questa recita la conosco già, e già so che non potrò essere protagonista della tua messinscena sul palco della normalità. Ma tu mi conosci, prima donna sono, figurati se me ne sto in disparte a fare la controfigura. Forse potrei, ma non voglio. Non sarebbe giusto.

Io ci sarò, per te. Lì. In quell’angolo. Che diventerà il nostro spazio. Di cui nessuno saprà. Nemmeno noi, a tratti. Ci limiteremo a trovarci lì. Di tanto in tanto. Mentre vivremo le nostre vite altrove. Mentre tenteremo di sentirci compiuti, noi che compiuti non saremo mai. Ci limiteremo a trovarci lì, di tanto in tanto. Per vomitare i rimpianti che coltiviamo. Per morsicarci le inquietudini. Per ridere. Per piangere. Per incrociare una bambina in metropolitana, che mi sorriderà, e io le farò la linguaccia, e lei mi farà un occhiolino, e tu ci guarderai, ed entrambi fingeremo di non pensare ciò che penseremo. Come sarebbe stato se. Fingeremo di non chiedercelo, perché entrambi sappiamo che non è stato. Che non è. Che non sarà mai.

Forse la soluzione è che tu ci sia, senza esserci. Non è forse questo che fanno gli spiriti affini? Non si amano nel silenzio, per il fatto stesso di esserci, di saperlo, di sfiorarsi? Forse la soluzione è fare di nuovo l’amore. Non distinguere più il mio corpo dal tuo, e il tuo dal mio. Prima di lavarci via il sapore e l’odore e l’illusione di quella felicità, solo ipotizzata, passata, foldata. Prima di tornare alle nostre vite. Senza sbavature. Senza effetti collaterali apparenti.

Il fatto è che devi esserci, senza esserci. Sono dello scorpione, cerca di capirmi. Non puoi farmi male, perché poi te ne faccio il triplo. Non puoi farmi male. Non devi. E io non voglio farne a te. Non posso permettertelo e non posso permettermelo. Non a 29 anni. Non dopo averlo fatto già troppe volte, spogliarmi nuda e offrirmi alla carneficina sentimentale di turno. Procedendo spedita verso il dolore più sordo, in punta di piedi sulla vita, divorata dall’incoscienza e affamata di emozioni. Con un paio di tacchi alti addosso. E niente più.

Dici che siamo spiriti affini.

Dici che essere adulti significa ammettere la straordinarietà che ci lega.

Forse hai ragione. Ma essere adulta, per me, significa anche proteggermi un po’. Riuscire ad amarmi, sempre. Più di quanto possa fare qualunque uomo. Incluso te. Che, dici, sei il mio spirito affine.

Che, dici, non ne troverò mai un altro come te nella vita.

Che, dici, non ne troverai mai un’altra come me nella vita.

 

Terronismo Alimentare

Quando sei meridionale e hai lasciato da qualche anno la tua amata Terronia, può succederti di iniziare a presagire il classico Terronismo Alimentare, al momento di tornare a casa (o meglio “scendere a casa”).

Inevitabilmente, per quanto terrons tu possa essere e per quanto tu possa resistere alle continue e incessanti sollecitazioni che ti indurrebbero ad alimentarti di Kusmi Tea, integratori, bresaolina, semi di zucca e crudité, per quanto tu possa ribadire che sull’Olimpo gli Dei banchettavano a botte di focaccia barese, resta il fatto che il tuo rapporto con il cibo, nella vita ordinaria, un minimo cambia (ma anche molto più di “un minimo”). Banalmente, ti scopri più abituata a digerire una vellutata di zucchine e piselli piuttosto che mezza teglia di riso patate e cozze. E quindi, quando torni in patria, hai un po’ il terrore e un po’ la voglia incontenibile di mangiare, per dirla scientificamente, come una vacca. Da qui il Terronismo Alimentare.

Il Terronismo Alimentare è un fenomeno che, in verità, matura lentamente negli anni, e che si gioca tutto sul filo del rasoio, in bilico tra il piacere enogastronomico e la sofferenza digestiva. Le prime avvisaglie si hanno quando, dopo l’ennesimo simposio di famiglia, inizi ad aprire gli stipiti della cucina nel mortificato tentativo di trovare una pasticca Brioschi (perché sia chiaro, di mortificazione trattasi). Il tutto dopo aver già sbottonato il jeans, emesso sbuffi che dissimulano rutti e dopo aver contratto la faccia in ripetute smorfie di fastidio e incredulità a fronte della propria conclamata e degenerativa suinità.

Questa fase, che è quella in cui la debilitazione fisica ti impone un sindacale rimorso, raggiunge generalmente il suo climax in esternazioni come “Da domani a stecchetto, solo insalata”. Oppure “Stasera non si cena”, che è la mia preferita. Perché tu vuoi mettere, poi, quando si sono fatte le 21.30 e ti sale un languorino, e stanno quei nodini in frigo freschi-freschi e quella rosetta fresca-fresca, ecco non vuoi farti una bella rosetta con i nodini di mozzarella?

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Il Terrorismo Alimentare raggiunge la sua massima espressione di fronte ad affermazioni come: “Eeeehhh che ormai cuciniamo poco!” (anche nella versione “Eeeehhh che niente abbiamo fatto”), ma anche “Vabbè, mangiamo solo gli AVANZI“.

Quando una Mater del sud parla di “avanzi” sappiate che vi sta raggirando. Non è vero. Non è vero niente. Innanzitutto, gli “avanzi” si presentano principalmente in concomitanza con le feste (Pasqua, Natale e tutta quella pletora di festività simil-religiose che io non festeggio più da secoli, tipo Santa Cecilia, l’Immacolata Concezione, la Domenica delle Palme, l’onomastico, ma che al sud sono sempre occasioni propizie per imbastire un banchetto). In secondo luogo, gli “avanzi” sono tipo 1,5 kg di latticini, 500 grammi di affettati, un gateau di patate, una torta salata, un assaggino di parmigiana. Ma soprattutto, quando una mater del sud parla di “avanzi”, non si limiterà mai agli “avanzi” per i suoi ospiti e, silenziosamente, laboriosa, continuerà a produrre cibo di sconvolgente bontà al quale non saprete resistere (perché resisti tu, ai carciofi fritti, bello!). Sono sempre “avanzi e qualcos’altro”, tipo “Avanzi e orecchiette con le cime di rape” oppure “Avanzi e una frittura di alici e calamari“.

Che poi, quando si tratta di un contesto familiare, non ci sono proprio cazzi: rifiutare una portata è tollerato solo dopo la quarta o la quinta portata. Cioè devi aver mangiato il primo, il secondo, il contorno, i fiori di zucchina fritti e la burratina, minimo. Oppure almeno 3 bombette, una fettina di capocollo, una girella di salsiccia e i peperoni alla scacchiata, ma anche un assaggino di cozze al gratin aromatizzate alla diossina.

Senza contare l’impegno e lo zelo con cui il pasto è stato pianificato, condiviso, definito nei minimi dettagli, fin da settimane prima. Non esiste che si possa disonorarlo. Ma per niente. In questi casi bisogna mangiare, quasi tutto (o comunque il più possibile). Finire la porzione leccandosi i baffi, facendo la scarpetta col pane e dichiarando che se ne mangerebbe ancora, e ancora, e ancora. Di qualsiasi cosa. Perché qualsiasi cosa è stata preparata con profondo amore, sconfinata maestria, eccellenti materie prime; e il caseificio che c’è a tavola è stato comprato con infinita cura, in maniera sartoriale, sulla specifiche preferenze di ciascuno. Non esiste che si possa disonorare tutto questo. E’ proprio una questione di affetto e di rispetto.

E poi la verità è che per noi gente del sud, l’appetito è un valore fondamentale, socialmente richiesto. Una persona che non ha fame, suscita per lo più sospetto e diffidenza. E’ diversa. Noi abbiamo sempre voglia di mangiare. Non esiste che se vai a casa di qualcuno, a qualunque ora del giorno e della notte, quello non provi a ingozzarti con qualsiasi prelibatezza possibile, dal dolce fatto in casa della mamma, all’amaro alla liquirizia e cioccolato, sempre fatto in casa, sempre dalla mamma. Dai tarallini, alle olive verdi. Niente. Al sud si mangia. Punto. E c’è sempre una cosa lussuriosa da mangiare, in ogni momento. Anche il panzarotto fritto alle 22. Anche il cornetto caldo (che a Milano si chiama “brioche” e se dici “cornetto” nessuno capisce) al Merendaio alle 5 del mattino, farcito con crema di zabaione, mascarpone e Galak, e sopra la nutella.

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Ma forse, quello che succede, è che c’è sempre quella specie di bulimia emotiva di fondo, che ogni volta che torni mangi i sapori, le sensazioni, la convivialità. Mangi quel cibo in quel locale, o in quella cucina, o in quella veranda, su quella tovaglia a quadri con sopra disegnati quei prodotti ortofrutticoli senza senso, tipo peperoni gialli e rossi, oppure mele e banane, bevendo un bicchiere del vino della campagna. Mangi con i tuoi affetti più atavici e viscerali, quelli veri, quelli di sempre. Quelli che hai lasciato.

Mangi l’accento, il dialetto, le battute, i modi di dire.

Mangi gli odori, i colori, i rumori.

Mangi tutto ciò che ti ha nutrita e ti ha fatta crescere.

Mangi il tempo che passa, gli anni che volano, le fronti stempiate.

Mangi tu.

Mangia il tuo corpo.

Mangia la tua anima. Mangia con voracità.

Mangia perché quei sapori li ama e vuole goderne al massimo.

Ogni volta che può. Fin quando potrà.

Complicazioni gastrointestinali incluse.

Ma tu la daresti a Rocco?

Lunedì sera si è conclusa la più inutile e orrorifica edizione de L’Isola dei Famosi (ma in generale di tutti i reality show della storia del mondo).
Un’edizione di cui nessuno si è accorto e che ha segnato la storia della televisione italiana con la stessa dirompente verve con la quale Oscar Giannino ha segnato la vita politica del nostro paese.
 
Vincitore morale indiscusso di questa edizione, l’unico motivo per cui qualcuno ne ha parlato, è stato Rocco Siffredi. Un po’ (troppo) emaciato, invecchiato e vittima di questo suo perenne fallocentrismo (dagli torto, del resto), Rocco ha avuto una sua innegabile evoluzione: dalle prime puntate in cui prendeva la parola solo per fare allusioni e doppi sensi, passando per un’ustione alle chiappe, fino all’analisi introspettiva in quel di Playa Desnuda, una specie di folgorazione sulla via dell’Honduras, in cui il Siffredi Nazionale capisce di voler diventare un uomo nuovo, redento, per il bene di sua moglie e dei suoi figli. Rocco arriva in studio, la famiglia si riunisce, la moglie Rosa (che dev’essere una donna molto illuminata) e i figli adolescenti che crescono come due marcantoni. Vissero per sempre felici e contenti, almeno per un po’. Che poi, voglio dire, magari anche a me bastasse qualche settimana di astinenza sessuale per capire tutto quello che devo cambiare in me stessa. A volte ho raggiunto anche il quadrimestre senza beneficiarne in termini introspettivi, anzi. Ma al di là di queste considerazioni, il fatto interessante è che il nome del più famoso pornodivo italiano è stato ufficialmente sdoganato (il ché non è banale se si pensa che meno di 10 anni fa la pubblicità di Amica Chips fu ritirata – che poi, a vederla oggi, era veramente un capolavoro).
Insomma, Rocco, ad oggi, potrebbe essere anche oggetto di conversazione a casa di mia zia la domenica di Pasqua (anzi, sicuramente ne parlerò con lei, perché mia zia è troppo sul pezzo: cuoca straordinaria, storica chilhavister e lettrice fidelizzatissima di Gente;  quella che disapprova il mio nutrizionista e me lo dice friggendo fiori di zucca in pastella e io sento l’odore di fritto scendere, permeare il mio corpo e insediarsi, sovrano, al centro della mia anima; io, va da sé, mia zia la amo profondamente).
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Tutti a parlare di Rocco, insomma. Rocco a destra, Rocco a manca. Un gran parlare di lui (che è stato secondo solo agli attentati dell’ISIS e all’assoluzione di Berlusconi) e dunque mi sono chiesta, e ho chiesto ad alcune vagine: “Ma tu, a Rocco, la daresti?”
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Su un campione di 10 esemplari, anche molto diversi tra loro per origini ed estrazione, soltanto 2 mi hanno dato una risposta plausibile, ossia: “Ovvio, perché mai no?!” (e una delle 2 ero io, per intenderci).
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Tutte le altre hanno sollevato argomentazioni discutibili, di cui adesso discuteremo:
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1. No, è brutto.
Perché sai, io o Kim Rossi Stuart o niente. E intendo il Kim Rossi Stuart di Romoaldo“.
Essù. Eddai. Che tutte, o quasi, ce l’abbiamo uno scheletro nell’armadio. A volte anche più d’uno. Il mio peggior scheletro è un tale Giuseppe, detto Peppe, che nella mia rubrica finì salvato come Peppe Felisia (dal nome della discoteca a Castellaneta Marina, in provincia di Taranto, in cui ebbi il piacere di conoscerlo). In realtà lo salvai come “Peppep Fehlisiah”, perché avevo bevuto un Black Russian molto alcolico. Peppe Felisia mi prese per sfinimento, era più basso di me, con i capelli a tendina ingelatinati e non ricordo altro se non che era brutto, che non mi piaceva affatto e che per pietà lo baciai. Del resto, avevo 18 anni tipo. Poi mandai un sms a Frecciagrossa, dicendogli dov’ero e di venire a liberarmi. Peppe Felisia, anzi Peppep Fehlisiah mi scrisse sms e mi richiamò, per anni. Io non gli ho mai risposto e, naturalmente, non l’ho mai più incontrato. Ma, ciononostante, io so che Peppep Fehlisiah nella mia vita è esistito e se è esistito lui, non vedo perché non dovrebbe esistere Rocco in quanto “brutto”. Che poi…”brutto”, i brutti sono un’altra cosa.
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2. Che schifo!
Un po’ come se Rocco fosse alla stregua di uno scarafaggio e tu, che poni la questione (cioè io),  dovresti farti delle domande su te stessa, ninfomane disturbata, ma che cazzo di problemi hai?
In queste situazioni mi aspetto sempre che l’interlocutrice estragga dell’acqua santa dalla borsa e mi esorcizzi. Ma, alla fine, non succede mai.
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3. Non è igienico, chissà in quanti posti l’ha messo
Vabbé ok, messa giù così non è il massimo.  Ma soprattutto, poi, tutti gli altri uomini sono igienici? Nel senso che siamo sicure che abbiano sempre usato il casco quando andavano in scooter? Tecnicamente gli attori porno fanno molte più analisi di quante un qualunque uomo normale ne faccia nell’intera vita, e sono molto più controllati. Mentre tutti gli altri, che quando capita fanno volentieri a meno del preservativo, sono come minimo portatori di una candidosi, di una clamidia, o di hpv. In generale, sempre, è bene fare sesso protetto e se il sesso si fa protetto, Rocco potrebbe avere qualunque immaginaria malattia venerea e tu non la contrarresti.
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4. Sembra un carlino in faccia.
Ma un equino altrove, direi se fossi un maschio, ma siccome sono una milady mi limiterò a dire che Rocco non è diventato famoso per i suoi lineamenti. Evidentemente ha altre doti e altri talenti, che non sono solo quantitativi, come i più pensano, ma anche qualitativi. Stilistici oserei dire. Molto più trasversali di quanto non si creda.
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5. E’ vecchio
Dimentico sempre che la gerontofilia sta diventando una passione di nicchia, che ha indubbiamente lasciato il testimone al dilagante toyboyismo. Diciamo che apparentemente l’uomo maturo è diventato come il vinile: roba da estimatori. Ma conserva sempre il suo fascino e i suoi benefits.
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6. No, mi sembra viscido.
Ma a chi la dai tu, solo ai preti pellegrini? Solo ai volontari di Green Peace? E perché mai sarebbe viscido? Perché chiava senza pietà da decenni? Ma voglio dire, c’ha pure l’aria simpatica Rocco, non c’ha manco la faccia da stronzo che ti farà soffrire. Cioè può solo farti bene.
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7. Io ho bisogno della dialettica.
Sì, quasi tutte le donne hanno bisogno della dialettica. Ma non è che se una volta nella vita la dai a Rocco significa che non puoi più andare a cena con gli Immanuel Kant e gli Arthur Schopenhauer che sei viceversa solita frequentare. Senza contare che, ogni tanto, ricongiungerci alla nostra parte primitiva,  non badare alle nostre sovrastrutture vaginali e trovare un po’ di sana sostanza, mica ci farebbe male. Tanto più in una società notoriamente afflitta da una cronica carenza di pene di qualità.
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8. Non mi sento all’altezza.
Questo posso capirlo, in effetti. Sia in termini strettamente fisici (deve essere challenging una sessione con Rocco), sia in termini emotivi (troppe Amica Chips con cui confrontarsi, dov’è quel senso di esclusiva, la suggestione di essere le più belle/brave/meravigliose/secsi del mondo? No, con Rocco potresti non avercela). Mi permetterei tuttavia di suggerire che Rocco, comunque, saprebbe metterti a tuo agio. E’ un professionista, mica il primo egofrocio qualsiasi incontrato a Milano, cazzo.
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Alla fine mi sono anche chiesta se il loro (quello delle mie amiche) non fosse semplice pudore. E se loro non stessero, semplicemente, mentendo, anche inconsapevolmente. Sai no, quel retaggio patriarcale per cui non sta comunque bene che una donna dica in maniera così esplicita che sì, santo dio, certo che la darebbe a Rocco. Sarebbe una risposta più maschile. E, infatti, se prendessimo 10 uomini e chiedessimo loro: “Te la schiacceresti Valentina Nappi?” nessuno di loro direbbe no. Zero esitazione. Poi magari a più di qualcuno potrebbe pure non rizzarsi per l’ansia, ma nessuno si tirerebbe, almeno nella fantasia, indietro.
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Perché noi donne sì? Si, va bene, abbiamo una sessualità diversa, un immaginario erotico più complesso, a noi piacciono le parole e la fisicità post-coitale, a noi è un fatto di testa, dobbiamo essere coinvolte, oppure lui dev’essere Christian Bale, sì, ok, conosco la solfa.
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Ma ciò non cambia la questione: perché mai dire no, concettualmente, a Rocco? Cosa può succedere di sgradevole che non possa succedere ogni volta che ci ritroviamo a letto con un pene medio? Uno che dopo il coito se ne sta con l’iPhone, o ci puntualizza che anche se dorme da noi non è che stiamo insieme, o che ci dice che la prossima volta dobbiamo avercela tutta-tutta depilata come quando avevamo 10 anni, o che ci chiede se siamo venute, o che ci parla di quella con cui è uscito due sere prima, o che esce da casa nostra dicendoci che ci sentiamo su Messenger (no, non Msn, pace all’anima sua, ma Facebook Messenger). Cosa può succedere di peggiore di quando siamo nella valle del terribile silenzio a casa di uno, dopo aver fornicato, quando capita di avere così poco da dirsi da voler essere già a casa propria, a farsi una doccia prima di andare a letto?
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Fatemi capire: tutto questo, sì.
Darla a Rocco, no.
E che vi devo dire. Almeno, con Rocco, secondo me vi sareste divertireste di brutto.
Non dico che sareste tornate a casa moralmente arricchite ma, se non altro, con una storia fantastica da raccontare alle amiche.
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Così. Pour parler.

Essere una Droga

Nella vita mi è capitato spesso che gli uomini mi dicessero cose come: “Sei una droga“.

Questo, quando sei una pischella decadente che fa sogni bagnati su Manuel Agnelli degli Afterhours, ti lusinga non poco. Perché ti fa sentire gagliarda, una che più-ne-hai-più-ne-vuoi, una che non puoi farne a meno, una che inebria, una che sballa, una che abbassa le inibizioni e che riduce il raziocinio.

Quando hai 29 anni e gli uomini ti dicono che sei una droga, realizzi che la droga è notoriamente una cosa sbagliata. Che per quanto godimento possa dare nel breve, sul lungo periodo presenta pesanti effetti collaterali, crea dipendenza, richiede disintossicazione. Che la droga non puoi assumerla per tutta la vita, se non rischiando di rimanerci sotto o di rimanerci secco (a seconda della tipologia di stupefacente). A 29 anni realizzi che ciò che ti stanno in effetti dicendo è che sei tossica, come i rifiuti in Campania, e tanto basta a capire perché le tue amiche convolano a nozze mentre tu sei, al loro matrimonio, al tavolo delle donne single e degli omosessuali.

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La normalità, quel meraviglioso ideale borghese nel quale siamo cresciuti: il coniuge, i figli, la casa in città, la villeggiatura, l’animale domestico, l’abbonamento a Sky, la doppia automobile, la domenica dai suoceri, la settimana bianca a Natale, la baby sitter. Questo abbacinante eldorado middle class verso il quale procediamo fin da quando abbiamo 5 anni, più o meno inconsciamente. Perché fin dall’infanzia fantastichiamo sulla famiglia che avremo, sulla città in cui vivremo, su tutti i viaggi che faremo e tutti i posti del mondo che vedremo, sul lavoro che svolgeremo (e sia chiaro che io non ho mai voluto fare la ballerina, che ho anzi avuto fantasie come parrucchiera, come salumiera, come contabile – quando giocavo con una vecchia calcolatrice che mi aveva regalato mia nonna – e dai 12 anni in poi come poetessa maledetta tipo Arthur Rimbaud). Perché in fondo da sempre pensiamo che saremo straordinari, da grandi, o male che ci vada “normali“, di quella normalità molto gauche caviar. Non pensiamo mai, da piccoli, che saremo insoddisfatti perché tutto ciò che ci aspettavamo (nel lavoro, nell’amore, nella maturità) è, nella vita vera, molto diverso. A volte inaccessibile. A volte banale. A volte mortalmente noioso. Da piccoli non ci accorgiamo che quell’ideale borghese di normalità è una fregatura, che non è vero, che non è così meraviglioso e desiderabile e scontato come ci hanno sempre fatto credere. E di solito è qui che si cresce. Quando si metabolizza tutta la distanza che c’è tra l’aspettativa e la realtà. Tutta la distanza che c’è tra essere una donna-proteina ed essere una donna-anfetamina.

A volte penso che sarebbe più giusto essere una donna-proteina, una sostanza che un uomo deve prendere per tutta la vita per stare bene, per essere sano, per essere forte, per essere fertile. A volte mi sono impegnata per essere una donna-proteina ma la verità è che a 29 anni so che ciò che siamo può cambiare solo parzialmente, che prima o poi la nostra natura verrà fuori, tutta insieme, e sarà un’overdose.

La verità è che a 29 anni capisci che il mondo si divide in quelli che resistono alla tentazione di schiacciarsi i brufoli e quelli che cedono alla medesima tentazione, pur sapendo che è sbagliato, che infetterà altri pori, che lascerà i segni sulla pelle, in nome di una ignota forma di morbosa soddisfazione che provano nell’atto. E se uno non riesce ad essere ortodosso nemmeno in senso dermatologico, come può esserlo su tutto il resto?

La verità è che a 29 anni ti stanchi di condannarmti perché ti schiacci i brufoli, perché non hai una moralità anni 50, perché non incarni quell’ideale borghese di normalità.

La verità è che a 29 anni capisci che non può mai essere solo colpa del “fato” e nemmeno solo colpa tua.

La verità è che a 29 anni realizzi che sei seduta al tavolo da gioco da un pezzo e che giochi da sempre con le carte che hai. E che hai sbagliato un sacco di mani. E che hai ancora fiches abbondanti per continuare.

La verità è che a 29 anni devi accettare che, anche se come tutte le bambine sei stata educata a pensare che saresti diventata moglie e madre, in realtà sei single e libera. O zoccola, secondo alcuni.

La verità è che a 29 anni ti accorgi che forse dovresti solo scopare di più.