Tradimento: da Guerra e Pace a Noi

Uno degli aspetti positivi delle serie tv, quelle che ti prendono bene voglio dire, è che quando finiscono vivi una crisi d’astinenza tale da iniziare a documentarti sui fatti a cui sono ispirate, sul periodo storico di riferimento, oppure sui libri da cui sono tratte. Mi è successo ai tempi di Romanzo Criminale (quando ho dato fondo a tutti i possibili documentari sulla Banda della Magliana), mi è successo con Narcos (dal quale sono finita a pormi interrogativi sulla storia dell’America Latina, ingiustamente trascurata da noi eurocentrici) e mi sta succendendo anche con Guerra e Pace, la serie prodotta da BBC e messa in onda da LaEffe (canale 139 di Sky, il venerdì sera dalle 21.10), che ripropone in chiave televisiva le vicende narrate nel romanzo di Tolstoj.

La serie, di per sé, ha raccolto l’entusiasmo di pubblico e critica, promossa come la migliore trasfigurazione televisiva dell’opera letteraria (considerata a sua volta, in maniera piuttosto trasversale, il miglior romanzo di sempre). Voi sapete che sono analfabeta e che faccio purtroppo una vergognosa fatica a leggere, quindi non credo che mi avventurerò realisticamente nelle millemila pagine piene di nomi russi che vabbeh-addio (sebbene Feltrinelli, per l’occasione, rilanci una versione economica del capolavoro). Però, è un fatto che in UK, dopo la messa in onda della serie, il romanzo sia entrato per la prima volta nella classifica dei libri più venduti.

Guardando le prime puntate di Guerra e Pace non ho potuto non riflettere su quanto l’amore, come leva delle relazioni umane, sia cambiato da un lato, ma rimasto uguale dall’altro. Come se gli ingredienti fossero sempre gli stessi, elaborati in maniera differente: intrigo, desiderio, passione, aspettativa, idealizzazione, attesa. E, anche, tradimento.

Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) - (C) BBC - Photographer: Mitch Jenkins
Picture Shows: Anatole Kuragin (CALLUM TURNER) and Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON) – (C) BBC – Photographer: Mitch Jenkins

Ora, se in Guerra e Pace uno si ciulava (o tentava di) la moglie (o promessa sposa) di un altro, finiva che i contendenti si sfidavano a duello con le pistole e alle volte ci scappava pure il morto. Certo va considerato che, a quei tempi, si reputavano fidanzati per un bacio a stampo, perdevano la brocca per una punta di lingua e ci si sposava senza aver neppure consumato (con un partner spesso deciso dalle famiglie rispettive, in virtù dei vantaggi economici che il matrimonio avrebbe procurato). E, sebbene all’epoca non ci fossero i social network, se due se la intendevano, prima o poi la cosa veniva fuori.  Insomma, i rumors giravano anche allora.

Così mi sono chiesta cosa e quanto sia cambiato, da allora, dall’800 a oggi, nella nostra concezione e gestione del tradimento (salvo che, se oggi ci scappa un morto, lo consideriamo un caso di cronaca nera e non la normalità).

Non molto, a ben vedere. Innanzitutto, si fa presto a dire tradimento, come se i tradimenti fossero tutti uguali, come se non esistessero contorni soggettivi al concetto di tradimento e come se le persone non manifestassero diversi margini di tolleranza rispetto allo stesso. E no, non mi sto riferendo al sempreverde “il pompino non è tradimento“. Mi sto riferendo al fatto che – per quanto fastidioso e doloroso sia subirlo – esistono individui capaci di razionalizzarlo meglio di altri (che nel frattempo si armano per mettere in atto un’offensiva fisica nei confronti del partner fedifrago). Ma anche al fatto che intorno ai tradimenti si esprimono sempre moltissimi giudizi, con una facilità d’analisi spesso frettolosa, si attribuiscono responsabilità e colpe in maniera automatica e si trascura quanto, invece, l’argomento sia pernicioso e sfaccettato.

Ma cosa intendiamo per diversi tipi di tradimento? E sono essi, tutti, ugualmente imperdonabili?

1. Tradimento Platonico –> il partner intrattiene una fitta corrispondenza, talvolta intima, con una persona dell’altro sesso, sebbene con essa non abbia mai fatto nulla di fisico. Non è necessario che arrivi a scrivere sconcezze e a inviare porno-selfie, perché ci sia la sensazione di tradimento. Ci si può sentire traditi anche di fronte a una grande complicità, al buongiorno e alla buonanotte inviati all’altro come a noi, alle confidenze, al fatto che il partner sembri comunicare con più piacere con l’altro che non con noi. È sufficiente, in altri termini, che il partner stabilisca un legame di intesa con una terza persona, senza la nostra approvazione (o consapevolezza), per creare in noi i sintomi delle corna.

2. Tradimento Occasionale –>  la sbandata, la scappatella, del tipo che lei non te la dava da 6 mesi ed è arrivata Jessica Rabbit che ti ha circuito e violentato e a un certo punto tu non hai resistito. Oppure che lui ti trascurava da una vita, non ti appagava, non ti faceva sentire sufficientemente donna-donna-donna-con-la-gonna-gonna-gonna e tu hai valutato opportuno indulgere alla avances del collega del terzo piano. Il tradimento occasionale (spesso ritorsivo) succede ed è possibile che la situazione si riproponga giacché il tradimento è un po’ come le droghe: basta rompere il ghiaccio e superare lo scoglio morale iniziale (non credete MAI, anche se a volte ci si crede, al “Non capiterà mai più”). Una simpatica variante del Tradimento Occasionale è il Tradimento Superficiale, ovverosia il “ci siamo solo baciati” che, ammesso e non concesso sia vero, dona un’altra sfumatura ancora e solleva ulteriori quesiti: un bacio è tradimento?

3. Tradimento a Pagamento –> additato dai più come la forma più abietta di infedeltà, con implicazioni morali che conducono dritti all’inferno alla sinistra del Diavolo, in realtà presenta numerosi e sottostimati vantaggi: niente complicazioni, niente coinvolgimento, niente rischi di scleri e, non meno importante, sesso protetto. Semplice evacuazione con gnocca preposta allo scopo di appagare le fantasie del cliente. C’è il consenso tra le parti. C’è una transazione. Con la escort non si manderà i messaggini della buonanotte, né la chiamerà di nascosto dal cesso di casa dei suoceri dopo il pranzo di Natale. Chiaro è che in questo ragionamento non rientrano le donne che sono schiave della prostituzione, che sarebbe ben altro discorso.

4. Tradimento Seriale –> è quello che non ce n’è, per stare con un traditore seriale o devi accettarlo o devi essere tu un/a Inconsapevole Integrale (laddove l’Inconsapevole Integrale altro non è che una figura mitologica di uomo/donna ontologicamente ignaro/a di natura, comportamenti e abitudini del partner). Il Traditore Seriale non cambierà mai, non si limiterà mai, forse solo a volte e comunque con moltissima fatica. No way. Questo tradimento può persino sfiorare la patologia e nessuno, non i figli, non la casa cointestata, né le famiglie, né gli amici, né il Labrador, potrà arginarlo. Può sovrapporsi al tradimento a pagamento ma non è detto, perché talvolta è mosso da un latente e insaziabile bisogno di conferme. Oppure da un’incontenibile passione per il mambo orizzontale,  purtroppo spesso non condivisa abbastanza chiaramente con il partner ufficiale.

5. Tradimento Sentimentale –> una delle peggiori forme di tradimento, in cui non si instaura solo una relazione sessuale con un’altra persona, ma le si offre se stessi, in salsa romantica. Si creano rapporti paralleli che coesistono a fatica, che sono destinati quasi sempre a finire in maniera dolorosa per qualcuno, o per tutti. Questo è IL tradimento tout court, quello per eccellenza, quello che danneggia realmente, materialmente, economicamente ed emotivamente gli astanti coinvolti. Ma 1 volta su 100 finisce anche con un happy ending.

Esistono traditori che sostengono che il tradimento sia una cosa sana, che il segreto delle coppie felici sia praticare sesso extra-coniugale e avere piccole avventure clandestine, che offrono passione e tensione erotiche come in una relazione di lunga durata è facile che non ci siano più. Per tornare a casa, poi, e guardare più serenamente lo sceneggiato (Guerra e Pace, naturalmente) in tv. Alcuni sostengono che l’importante sia solo non farsi scoprire.

Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)
Picture shows: (L-R) Helene Kuragin (TUPPENCE MIDDLETON), Boris (ANEURIN BARNARD)

I traditi, per contro, sostengono che il tradimento faccia male. Sempre. E comunque. Che non importa di che tipo sia. Che chi tradisce viene prima o poi scoperto. O che il partner comunque se ne accorge. I traditi sostengono che il tradimento andrà sempre a ledere qualcosa di molto profondo dentro di noi, che tocca sì l’amore, ma anche il rapporto con noi stessi. Che il tradimento ci investe, interessa tutto il nostro ego e tutta la nostra sfera emotiva, sradicando le presunte certezze di cui avevamo bisogno. Facendoci sentire vulnerabili e feriti proprio dove avremmo voluto, invece, sentirci protetti e forti.

Ora, guardandola dall’esterno, possiamo ipotizzare che il motivo per cui il tradimento ci risulta così insopportabile, oggi come ai tempi di Tolstoj, è la menzogna che esso implica. La presa in giro e la conseguente compromissione del rapporto di fiducia tra i due compagni; ma anche l’impossibilità culturale di concepire una relazione in cui l’esclusiva sessuale non sia necessariamente sinonimo, presupposto e conditio sine qua non dell’amore. La confusione, stringente e innaturale, della monogamia con il sentimento.

Forse (e dico forse) se riuscissimo a evolvere la nostra concezione di relazione amorosa (alcuni ci provano, impostando una “coppia aperta” ma non è una pietanza per tutti i palati, e non è detto comunque che funzioni); se riuscissimo a non pretendere di bastare a un partner per tutta la vita, o a pretendere che ci basti solo lui; se non drammatizzassimo troppo la nostra fallibilità umana; se ci impegnassimo a essere onesti, con noi stessi e con i nostri amanti; se guardassimo quali e quanti ingredienti compongono una relazione, al netto della fedeltà formale sul materasso, e di quante emozioni diverse, è fatta la felicità; se nel sesso leggessimo meno peccato e più libertà, se lo pensassimo come espressione di sentimenti diversi, poliedrici come noi siamo, in quanto creature complesse, se ci evolvessimo al punto di saper amare e sentirci amati affrancandoci dal possesso (reale o apparente), forse il tradimento assumerebbe un valore diverso e meno nocivo, nella nostra emotività.

Dico FORSE non a caso. Poiché, come sempre, lo scarto tra la teoria e la pratica è determinante. E, tra il dire e il fare, io mi sono sempre rivelata una terrona gelosa. Però mi fa riflettere, questa similitudine, tra noi e i protagonisti di un romanzo ambientato più di duecento anni fa.

Attorno a un tema che, ciò va detto, nei secoli non è passato di moda mai.

Amori a Confronto

Esistono alcune cose che tutte sappiamo che non andrebbero fatte mai. Ciononostante, talvolta, le facciamo.

Per esempio, tutte sappiamo che non bisognerebbe mai mangiare in uno stesso pasto sia la pasta che il pane. Oppure che non bisognerebbe andare a letto senza essersi struccate (ok, se ti sei scolata una boccia di Gewurztraminer da sola, sei giustificata). Oppure che non bisognerebbe mettere a confronto gli amori che abbiamo vissuto.

Una mia amica la settimana scorsa era a Milano per lavoro ed è venuta a dormire da me.

È arrivata dopo l’ufficio e dopo il treno, siamo andate a fare un aperitivo, che poi è diventato una cena, che poi è diventata un amaro del capo a casa mia, e ci siamo aggiornate un po’ sulle rispettive vite. Da un lato io, con il mio intramontabile talento per infilarmi in situazioni para-sentimentali categoricamente ingestibili. Dall’altro lei che, dopo qualche anno di singletudine, sta vivendo i primi mesi di una relazione apparentemente sana con un nuovo ragazzo, o dovremmo dire uomo, conosciuto per lavoro (questo lo sottolineo, non l’ha trovato su una dating app, non era un Tinder match, era proprio un old but gold “piacere Pino” – “piacere Pina”).

Ora, la mia amica c’ha un passato sentimentale simile al mio, che è tipo la Striscia di Gaza dell’amore. È una che le sue belle badilate di merda le ha viste scorrere sotto i ponti, una che ha amato e che è stata amata, che ha odiato e che è stata odiata. Che si è lanciata senza paura nella selva oscura delle relazioni sbagliate. Che si è consumata l’anima in nome dell’uomo che voleva accanto. Che ne ha saggiato i pregi e le mediocrità. Che ha perlustrato i propri limiti. Che ha investito più soldi in analisi che in scarpe. Che ha confuso a volte l’amore con il dolore, con il possesso, con la legittimazione, con la misura del suo valore come donna. Una che ha amato nel modo in cui, secondo una certa tradizione e una certa retorica dell’amore, bisognerebbe amare: senza riserve. Una che si è fatta male e che s’è impegnata a guarire, per intenderci. Anche se le cicatrici, diciamoci la verità, noi sappiamo benissimo d’averle.

Sapete no, che le amiche, quelle vere, si dividono in due macro-categorie: quelle uguali e quelle diverse. Quelle uguali sono quelle a noi inclini per indole, vissuto, esperienze, quotidianità. Quelle diverse sono quelle dotate di tutte quelle meravigliose virtù di cui noi siamo sprovviste, tipo la calma, la lucidità sistematica, l’equilibrio, una relazione sana e pluriennale. Poi, ovviamente, non è che le seconde siano Mohatma Gandhi nel mondo dello zucchero filato, né che le prime siano Charles Manson in premestruo. Siamo tutte un po’ tutto, ovviamente, però abbiamo dei tratti predominanti nelle nostre personalità, definiti dal nostro carattere ma anche dalle diverse esperienze che viviamo (e che scegliamo). Ecco. E, tutte noi, a seconda di ciò di cui abbiamo bisogno, consultiamo a volte le une (quando vogliamo sentirci legittimate a fare una minchiata, o rassicurate dopo che l’abbiamo fatta, o comprese e non giudicate; e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la nostra stessa condizione, che sia di single o di neo-mamma, ma insomma qualcuna che parli esattamente la nostra lingua e che capisca senza troppi sottotitoli la condizione in cui viviamo); e in altri casi consultiamo le altre (quando abbiamo bisogno di qualcuna che riporti un po’ di razionalità nei nostri deliri e nei nostri squilibri emotivi, e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la situazione esistenzialmente opposta: per intenderci l’amica sposata che ti consiglia di essere paziente, o l’amica single che – mentre implodi sotto il peso della vita familiare – ti ricorda che hai ancora una tua individualità da presidiare, che puoi farlo e che il diritto a te stessa o lo rivendichi tu o non lo rivendica nessuno per te).

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Entrambe queste tipologie di amiche sono, naturalmente, fondamentali. Perché le amiche, cioè persone intelligenti che possano da un lato offrirsi empatia, dall’altro spronarsi a migliorarsi, dall’altro comprendersi, ma anche criticarsi in maniera costruttiva, ci servono. Io e Pina siamo del genere “amiche uguali” (e “Pina”, qualora fosse necessario specificarlo, è un nome di fantasia).

E così, tra un pollo fritto con verdure saltate (lei) e un pollo in salsa gong bao con riso bianco (io, sto ancora digerendo), siamo finite a parlare di cosa NON va bene di Pino (è una peculiarità squisitamente femminile, quella di maledire il fato perché non trovi un uomo normale e poi, quando l’hai trovato, iniziare a lamentarti della sua normalità). Ma roba che possiamo proprio sfiorare il paradosso. Lamentarci che è troppo presente dopo Ere Emotive in cui abbiamo sofferto la latitanza dei cazzetti che frequentavamo. Lamentarci che vuole ciulare la sera troppo tardi quando siamo stanche, o la mattina presto quando vogliamo dormire, dopo Ere Sessuali di astinenza prolungata e di partner che non ci hanno fatte sentire in pace con il nostro corpo. Lamentarci delle sue insicurezze, del suo essere troppo poco maledetto, dopo esserci giurate che i maledetti anche basta. Insomma, lo spettro delle lamentele possibili che possiamo esprimere, quale che sia la nostra condizione sentimentale, è essenzialmente infinito.

A ciò s’aggiunge che, come dicevamo all’inizio, una i confronti finisce col farli. Anche inconsciamente. Una finisce col pensare che l’amore sia quella roba lì, quello che ha già vissuto con un altro, come se di amore ce ne fosse uno soltanto. E che finché non trova qualcosa che riesca a risvegliare quel tipo di coinvolgimento, quei morsi nel ventre, quell’apparente completezza, quella presunta compatibilità totale (tanto più perché mitizzata dalla memoria), non sia vero amore. Non sia un sentimento di Serie A, per intenderci. Io questo lo so molto bene perché l’ho già vissuto in una delle mie precedenti vite sentimentali, prima ancora che nascesse questo blog. Così faccio notare a Pina alcune cose, facendole un ragionamento che spesso ho fatto a me stessa, quando sono caduta nella trappola subdola del confronto sentimentale.

Le faccio notare che quell’amore che ha già vissuto, quel sentimento lì, con quel tipo di intensità, non lo vivrà più. Per il fatto semplice che le persone sono diverse e che lei stessa è cambiata, è cresciuta. Grazie al cielo aggiungerei, perché oggi è più bella, più interessante e più donna di ieri. Le faccio notare che ogni volta che le manca il bollore di budella, lo struggimento da drama queen, dovrebbe fare retromarcia, immediatamente, e tornare alla realtà. Le faccio notare che sì, in quella storia lì, l’Innominabile, ci sono stati momenti bellissimi, è vero. Ma anche una quantità imponderabile di momenti di merda. E, a volerli pesare, forse la merda è superiore alle rose. Che quelle certe storie che restano così, sospese nel passato, nella mitologia del “ci amavamo tanto ma non è andata bene, perché nella vita a volte succede così“, sono certamente storie che hanno una loro dignità, o che in qualche modo l’hanno avuta, anche quando ci sono sembrate degradate e degradanti. E che questa cosa la sai solo quando le hai vissute, quando ci sei stata dentro, quando sei andata oltre i facili giudizi e le etichette, quando hai toccato con la pelle, con gli occhi, con la saliva, l’amore che davi e che ricevevi. Quando nel tempo rielabori, comprendi gli errori che tutti hanno fatto, inclusa tu. Quando impari a far pace con quel pezzo del tuo passato. Tutto vero. Quella roba lì era amore. Lo sa lei, lo so pure io, e la capisco.

Eppure, le dico, è ironico. Perché quando è capitato a me di essere reduce dal mio personale Vietnam sentimentale, a un certo punto mi sono chiesta cosa sapessi, io, dell’amore.

Da un lato tutto, mi sono risposta.

Perché sapevo perfettamente che certi apici non li avrei provati mai più. Ne avrei provati altri, diversi, ma non quelli. E lo sapevo. Ne ero certa. A volte il pensiero mi sconfortava. A volte pensavo che, per lo meno, potevo dire di averli esperiti, almeno una volta nella vita. Conoscevo e ricordavo dettagliatamente, anche mio malgrado, la profondità e l’intensità di quelle emozioni, che stavano lì, radicate nelle viscere, tra gli organi interni. Non riuscivo a cancellare tutto il bene e tutto il male, che quella potenza vitale mi aveva dato. Non riuscivo a dimenticare l’energia della felicità, né l’impeto della disperazione, né il rumore sordo e torbido della sconfitta. Perché smarrire il confine tra sé e l’altro, fondersi e diventare un corpo solo e un pensiero solo, sprofondare insieme in un’allucinazione passionale, è sublime. Ma infettarsi le miserie reciproche, è pericoloso. E di questo gioco, se vogliamo chiamarlo amore, io so tutto. Quindi, forse, dell’amore tutto so.

D’altra parte, le ho detto, io dell’amore non so nulla.

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Un uomo che si svegli accanto a te tutte le mattine, con cui dividere spazi e tempi, con cui crescere e costruire, io non lo conosco. Quella forza che ti fa mettere in discussione il tuo mondo, per aprirlo a quello di un altro essere umano, e includerlo, inciampando nella routine quotidiana, negoziando l’evoluzione del rapporto day by day, lavorando insieme per farlo funzionare, oltrepassando gli ostacoli, incastrando le psicosi rispettive, essendoci per lui e sapendo che lui c’è per te; ecco io questa roba qui la ignoro per lo più. E questa specie di normalità, delle mutande mie che si mischiano con le mutande sue in lavatrice, della serie tv da guardare insieme sul divano la sera dopo il lavoro, del maledetto asse del cesso alzato o abbassato, questa roba che ho sempre snobbato, questo piccolo ed eroico standard amoroso “da popolino”, per me è un mistero. Una prova che non ho affrontato mai e che non è scontato superare. E, forse, le ho detto, l’amore è anche questa cosa qua. Non migliore, non peggiore, non più vero, non più noioso. Semplicemente un amore altro. Non il patetico uomo interrotto che sta rielaborando nella sua fantasia vaginale, ma questo normalissimo ragazzo della sua età che, con tutti i suoi limiti e le sue insicurezze, con tutte le sue qualità e il suo bagaglio di vita, ha il coraggio di starle accanto.

Di affrontare i suoi malumori. Di decidere insieme cosa fare nel weekend. Di desiderarla quando è in tiro, e pure quando è struccata al mattino. Di mangiare il cibo dalla sua dispensa e di comprarle i biscotti per la colazione. Di lasciare un paio di magliette a casa sua, senza scompensarsi che lei voglia una relazione seria. Di risponderle sempre quando lei gli invia un messaggio. Di farla ridere. Di condividere i suoi interessi. Di farle capire senza esitazioni quanto lei gli piaccia. Di parlarle delle sue paure. Di farle domande e ascoltarne le risposte. Di accettare i suoi giudizi (anche se diciamo sempre che non giudichiamo perché giudicare è male, ma comunque giudichiamo sempre), e di confutarli, quando necessario, con intelligenza.

Forse l’amore è, prima di ogni altra cosa, farsi bene. L’uno all’altra. L’altra all’uno. Che, se ci pensa, se ci pensiamo, cos’è che possiamo volere in primis da un compagno, se non  che accetti le nostre ferite, se non che apprezzi le nostre doti. Se non che ci faccia del bene. Se non che sia in grado di accogliere il bene che possiamo, riusciamo e vogliamo fare noi a lui.

Forse l’amore è chi ha il coraggio di esserci.

Non chi si rammarica di non esserci stato.

Io non so se alla fine della fiera il pippone le sia servito. Ma mi è parsa più serena. E, al momento, continuano a “frequentarsi”.

Piuttosto Forte

Mi viene da piangere.

Mi viene da piangere forte. Come una bambina di 5 anni a cui hanno appena rapato a zero la collezione di Barbie.

Mi viene da piangere e da singhiozzare, senza vergognarmi.

Mi viene da piangere, e da frignare, e da piangere ancora più forte.

Se piango fortissimo forse non te ne vai, penso.

Se piango fortissimo, forse resti qui, per vedere come va. Per scoprire insieme l’effetto che fa.

Mi viene da piangere. Ma non piango.

Nessun uomo è mai rimasto accanto a me per le lacrime.

E quando ho pianto fortissimo li ho terrorizzati.

E io non voglio terrorizzarti. E non voglio nemmeno dirtelo, che vorrei tantissimo che non te ne andassi.

Wow, fighissimo, ma certo che devi andare! Sei giovane, non hai legami, sei libero di fare ciò che vuoi della tua vita, certo che devi andare!”, ti ho detto, quando mi hai parlato per la prima volta della possibilità di partire. Grande opportunità, ho detto. Che ogni volta che si parla di “grande opportunità” c’è sempre della vasellina da procurarsi, della margarina, del burro d’arachidi. C’è sempre da lubrificare. A volte il culo. A volte il cuore.

E lo pensavo, mentre te lo dicevo. Che era una figata. Che certamente dovevi andare.

Mi viene da sorridere adesso, se ci ripenso. Da sorridere, mentre piango fortissimo intendo.

Mi viene da sorridere adesso, che non vorrei per nulla al mondo che tu andassi. Non vorrei che scegliessi di restare, bada. Troppa responsabilità sarebbe, quella, per un’adulta come me. Vorrei proprio che non ci fosse in ballo questa possibilità. Vorrei che non ci fosse stata mai.

E sì, lo so, lo so che se non avessi saputo da principio che era una vacanza a tempo determinato, la nostra, non mi ci sarei nemmeno infilata. E sì, lo so, che è stato così bello perché abbiamo potuto viverla al riparo da quelle paturnie che ci sarebbero naturalmente venute: cosa siamo, cosa vogliamo, dove va a finire questa cosa, mi piace davvero questo pischello sbarbato, mi piace davvero questa 30enne che scrive un blog che i più pensano sia pornografico?

E sì, lo so, che la tua partenza fa parte di questo gioco e che senza di essa forse non ci saremmo stati neppure noi. Lo so che io ti avrei trovato duemila cose inchiavabili, e tu me ne avresti trovate duemila insopportabili. E sì, lo so, che saremmo finiti a fare le solite strategie, i soliti giochi di genere, i soliti pacchi tattici, le solite doppie spunte senza risposta. Che invece non abbiamo fatto, mai. E di questo, anche se te ne stai andando, ti ringrazio. Di questo ci ringrazio.

E ti ringrazio delle volte che mi hai fatta ridere.

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Ti ringrazio delle volte che ti sei lasciato prendere per il culo e delle volte che mi hai presa per il culo tu.

Ti ringrazio dei cocktail che abbiamo bevuto insieme in giro per questa città, quando pioveva ogni volta che uscivamo e quando faceva un caldo criminale, che si pezzava anche stando fermi. Ma al baretto finocchio ai giardini di Porta Venezia sembrava quasi di essere al mare. Con gli alberi, e le zanzare, e i mojito, e la musica sfranta. Se solo non ci fossero state le auto, se solo non ci fosse stato l’asfalto.

Ti ringrazio della tua eroica apertura verso la cucina fusion e verso il sushi che “è un’invenzione dei milanesi”. Ti ringrazio di quelle prime volte che siamo usciti insieme, in cui il tuo impaccio ha risvegliato in me una tenerezza che non ricordavo d’avere. Ti ringrazio per quando mi hai baciata in mezzo alla strada, e io non ero abituata, ed ero rigida, e non funziona mica così. Ti ringrazio perché dopo qualche tempo mi sono trovata a miagolarti addosso, disprezzandomi anche abbastanza per questo, ma era una vita che non facevo le fusa a nessuno. E fartele mi è piaciuto un casino.

Ti ringrazio per le chiacchiere e anche per i silenzi, ti ringrazio per non essere stato il solito egofrocio che parla sempre e solo di sé.

Ti ringrazio per avermi preso ogni volta la mano mentre sceglievi sul menù cosa ordinare, e per avermi aiutata a scegliere perché io ordino sempre di merda.

Ti ringrazio per tutte le t-shirt che mi hai prestato per dormire da te, e per gli asciugamani puliti e profumati che mi hai dato ogni volta, e per l’aria condizionata a palla durante la torridissima estate che abbiamo avuto. Ti ringrazio per tutte le mattine che mi hai svegliata con il durello e anche per quelle (poche) in cui mi hai lasciata dormire. Ti ringrazio di avermi comprato le gocciole per colazione e di avermi fatto scegliere il cuscino più comodo a letto ogni volta. Ti ringrazio per avermi mandato il buongiorno ogni mattina, e la buonanotte ogni sera. E per aver mangiato la mia cena e aver detto che era buona anche se forse faceva cacare.

Ti ringrazio per avermi cercata nel sonno, per esserti intrecciato a me ogni notte, per avermi stretta forte, per avermi ripetuto un casino di volte che ero bella, anche quando mi sentivo un cesso.

Ti ringrazio per esserti lasciato cercare, intrecciare, abbracciare e baciare. E guardare al mattino mentre, tutto profumato e pettinato dopo la doccia, ti abbottonavi la camicia prima di andare in ufficio.

Ti ringrazio per avermi raccontato il tuo passato e per non avermi fatto troppe domande sul mio. Ti ringrazio per esserti lasciato contagiare dal mio feticismo per gli occhiali, e per aver comprato i libri che ti ho consigliato e per aver visto le serie tv di cui ti ho parlato. E forse un giorno lo farò anche io, forse un giorno lo guarderò, quel Trono di Spade lì.

Ti ringrazio per tutte le volte che mi hai fatto da co-pilota mentre, in maniera assai demascolinizzante, io guidavo e tu eri al sedile del passeggero. Ti ringrazio per quando hai ritrovato l’anello di mia madre, che avevo perso in aeroporto, e sei diventato ai miei occhi un eroe epico che scusa, Ulisse, scansati. Ti ringrazio per le passeggiate, per le fotografie, per i tuffi, per il pranzo a Taranto a casa dei miei amici, per le salite e le discese di Ostuni, per tutto l’azzurro di Polignano a Mare, per il rooftop di Amsterdam e pure per quello di Milano.

Ti ringrazio per non aver avuto paura delle cose che scrivo e per avermi fatto capire che il passato passa.

E che il futuro può avere in sé sorprese dolcissime. Anche se tu no, certamente non sei dolce. Sei un duro. Un bruto. Praticamente Bruce Willis degli anni novanta.

Ti ringrazio, anche se stai andando via.

Ti ringrazio, anche se non mi sono infilata di nascosto in uno di quegli scatoloni, insieme ai vestiti e alle scarpe, per venire con te in quel posto a duemila ore di fuso orario da qui, con un tasso di umidità standard del 90%.

Ti ringrazio, perché è stato bello incontrarti. Per caso. Nell’avanzo di esistenza che c’è, mentre costantemente diventiamo altro.

Ti ringrazio, perché è stato bello che tu ci sia stato. O che tu ci sia. O quelchelè.

 

Le Vite che Non Abbiamo Scelto

Ferragosto.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola, che è uno dei padri pellegrini del Gruppo.

Uno di quelli che il Gruppo l’hanno fondato e difeso. Per i primi 10 anni di questa amicizia, mentre tutti noi ci disperdevamo per più allettanti compagnie e più trasgressive frequentazioni, Braciola era lì. A richiamarci all’ordine. A incazzarsi con noi, letteralmente, qualora non degnassimo il Gruppo delle dovute attenzioni. Che poi se ci pensate era bello quando la parola “Gruppo” ci faceva venire in mente la nostra cerchia di amici più stretta, invece che i gruppi Whatsapp. O Facebook.

Inutile dire che i litigi tra me e Braciola sono stati innumerevoli. I primi anni tenevamo un registro mentale dei nostri contenziosi e ogni occasione era buona per rinfacciarci il rinfacciabile. A un certo punto abbiamo smesso. Non saprei dire se sia stato per sincera accettazione o per sfinimento.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola. E qualcosa insieme abbiamo fatto. Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola, cioè Stefano e Paola, cioè l’unica coppia ad oggi sposata del Gruppo. Devono il loro nome d’arte a Frecciagrossa che, non ricordo esattamente per quale ragione, ha deciso di appellarli così, in un periodo in cui doveva essere in polemica con l’istituzione della coppia eterosessuale in quanto tale. Per cui aveva deliberatamente deciso di privarli della loro identità individuale e appellarli come un organismo unico.

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola che non avevano assolutamente voglia di organizzare una cena ma l’hanno fatto lo stesso: hanno fatto la spesa, la brace, i contorni, la frutta e noi ci siamo presentati a mani vuote. Peggiori dei figli peggiori. Completamente fiduciosi del fatto che gli Stefaola ci avrebbero pensato bene, perché lo fanno da anni, perché sono la coppia del Gruppo. La roccia, quelli solidi, quelli equilibrati, quelli che stanno facendo tutto come andrebbe fatto. E infatti hanno preparato sia la sangria rossa che quella bianca (e io che una volta ho invitato a cena una mia amica e le ho cucinato dei TOAST, resto sempre ammirata per il loro senso di ospitalità).

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola e siamo in 6. Nessuno di noi vive giù. Siamo tutti terrons emigrati. Chi in Lombardia. Chi in Toscana. Chi in Emilia. E poi ci sono gli assenti, che fanno parte del Gruppo. Emigrati pure quelli. Chi in Piemonte. Chi in Inghilterra. Chi in Spagna.

Siamo seduti al tavolo, quelli di plastica bianca con le sedie a poltroncina, che negli anni novanta tutti avevano in giardino. Se eri de classe lo compravi di plastica verde. Ecco, siamo seduti a un tavolo così, nel giardino della casa al mare degli Stefaola. Una bella villa per l’estate, normale, di quelle in cui le famiglie della media borghesia andavano a villeggiare. Con altre ville intorno. Gli zampironi accesi. Il barbecue in muratura. La bouganville.

Beviamo la sangrìa, un bicchiere o due, non di più. Abbiamo smesso di ubricarci insieme, tranne che in rarissime occasioni. Riconosciamolo: sono lontani quei momenti quando il rum&pera provocava turbamenti.

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Beviamo la sangrìa ed entra in giardino il fratello di Stefano, un paio d’anni più grande di noi, con in braccio suo figlio. Bellissimo. È il secondo bambino con cui entro in contatto in 3 giorni. La densità di bambini nella mia sfera esistenziale sta cambiando. Due in tre giorni sono tanti. Mi viene l’ansia. Bevo.

Mangiamo la salsiccia, molto buona, e le bombette. Patate al forno, zucchine e melanzane in terrina, insalata per pulire. E poi anche una bruschettata con aglio, pomodorini e basilico. Ingozzandoci, parliamo.

Parliamo delle ultime vacanze. Parliamo delle novità professionali. Parliamo di chi c’è e di chi non c’è. Parliamo delle vecchie storie, quelle scritte nella Grande Enciclopedia degli aneddoti di un Gruppo; le pietre miliari dei litigi, dei tradimenti, dei gossip. Torniamo ai tempi della scuola, ripercorriamo gli eventi passati con la lucidità dell’oggi, confrontiamo versioni, ridiamo.

E dal passato, finiamo a parlare del futuro. In che città vivere. Che lavoro fare davvero. Il prossimo matrimonio. Sposarsi. Non sposarsi. La casa da cambiare. Il lavoro da cambiare. Figliare. Non figliare. Le unioni civili. Le adozioni gay. Il costo della vita. Le tasse. I genitori malati. La lontananza. Polmone. Midollo. Ossa. Sangue. Cervello. Tumori. Inquinamento. Taranto. Ilva. Taranto. Raffineria. Taranto. Tempa Rossa. Taranto. I tarantini. Taranto. Referendum. Taranto. Decreto salva-Ilva. Raccolta differenziata. Politica. Lavoro. Salute. Ricatto. Sindacati. Vendola. Turismo. Mare. Salento. Museo di Taranto. Magna Grecia. Aeroporto di Grottaglie. Giancarlo Cito. Rossana Di Bello. Serie C…e altre keywords che vengono tipicamente fuori quando i tarantini espatriati parlano della propria città. A volte con viscerale amore. A volte con ostentata sufficienza. A volte con rabbia.

Credo valga quasi per tutte le gioventù meridionali che hanno avuto il privilegio di scegliere se andare o restare. E hanno scelto di andare. E adesso non lo sanno ancora, non lo sanno con certezza, non lo sapranno mai, in alcun modo, se hanno fatto la VERA scelta giusta. È stata solo una scelta.

E forse ogni volta che torneremo ci chiederemo come sarebbero state, le nostre vite altre. Quelle che non abbiamo scelto. Quell’universo parallelo in cui siamo rimasti tutti dove eravamo, a non comprendere gli inglesismi, a commettere autentici errori di stile, a parlare in dialetto essendo compresi (perché certe cose si possono dire SOLO in dialetto e tradotte perdono almeno il 40% della loro efficacia), facendo il nostro lavoro a una condizione dignitosa, vivendo in delle belle case con giardino e barbecue, e possibilmente anche il dondolo; andando a mangiare le polpette la domenica a casa di nostra madre; sposando il ragazzo con il quale siamo cresciute; avendo già della progenie; la pizza con gli amici di sempre al weekend; il concerto in provincia; le giornate al mare da maggio a ottobre.

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E forse ogni volta che ci penseremo assumeremo che – per certi aspetti – sarebbe stato più bello e forse anche più facile. Che non ci avrebbe richiesto di vivere lontani, di adattarci a un ambiente diverso, a volte ostile; che non ci avrebbe imposto di trovare i nostri genitori e i nostri cari ogni volta più vecchi, quando torniamo; che non ci avrebbe imposto di essere lontani dalla famiglia con gli svantaggi che questo comporta (anche se certi parenti è meglio averli lontani); di vivere in uno sgabuzzino strapagato al Nord e non nella casa della nonna, già pronta, col terrazzo, che c’hai giù; di lavorare 10 ore al giorno come uno stronzo per 1.500 euro al mese, quando potevi entrare in Marina, come diceva tuo padre, che in Marina non si fa un cazzo e si guadagnano un sacco di soldi, per non parlare della quantità assurda di ferie che hanno); di abitare una metropoli in cui la gente si suicida lanciandosi in metropolitana e in cui non conosciamo il nome del nostro vicino di casa e non ci sogneremmo mai di bussargli alla porta per chiedere se per caso del sale ce l’ha, che l’abbiamo finito e stiamo preparando una focaccia, poi gliene portiamo un pezzetto da assaggiare.

Ecco, forse penseremo così alle vite che non abbiamo scelto, sempre.

Ci penseremo sempre con tenerezza. Non vedremo tutte le difficoltà (altre) che avremmo avuto, in quelle vite che non abbiamo opzionato. Esse diventeranno il nostro anti-mito. Quella volta che siamo partiti invece che restare. Quella volta che abbiamo lasciato Tizio per Caio. Quella volta che abbiamo rifiutato un lavoro in America. Quella volta che siamo tornati. Quella volta che avremmo voluto avere i coglioni di tornare e non l’abbiamo fatto.

Forse queste vite che non abbiamo scelto continueranno a far capolino ancora a lungo, negli anni, finché non accetteremo pacificamente il fatto che, semplicemente, non le abbiamo scelte. Spesso per qualche motivo valido. Ma resteranno lì nella leggenda, finché non avremo il coraggio di viverle davvero, se davvero vogliamo viverle. E questo coraggio, chi ce l’ha, non lo perde mai, neppure negli anni. E non è mai tardi per provare a viverla, la vita che si vuole.

Compatibilmente con il fatto che, comunque, è la vita. E quella, si sa, fa un po’ il cazzo che je pare.

Ad ogni modo, è stato un bel Ferragosto.

*no, non era mio padre che diceva a me di entrare in Marina; è una delle cose che i padri del sud dicono. 

[SessuOhhhlogismi 5] – Questione di Precocità

Mentre siete lì che vi fate ancora rosolare dagli ultimi scampoli di questa estate; mentre ve ne state incolonnati in autostrada nel traffico post-vacanziero, coi piedi sul cruscotto e la rustichella in bocca; mentre rientrate nelle vostre abitazioni e sistemate nel freezer il polpettone della mamma, pensando che proprio non volete tornare in ufficio, qui lo show must go on e noi siamo arrivati alla quinta puntata di SessuOhhhlogismi, l’empia rubrica nella quale trattiamo temi scottanti in compagnia di Ohhh.

E così, dopo aver amorevolmente discorso di limoni, preliminari, fellatio e cunnilingus, avevo in programma di parlarvi di altro ma, dopo aver incontrato una mia cara amica (recentemente mollatasi con lo storico zito), che a seguito di due gin tonic ha aperto i rubinetti delle confidenze del talamo nuziale, rievocando in me sopite memorie di frustrazioni passate, ho deciso di rivedere il calendario dei nostri argomenti e affrontare questo scomodissimo tema: l’eiaculazione precoce.

Dicesi eiaculazione precoce (EP, d’ora in avanti) una disfunzione sessuale maschile che colpisce mediamente 1 uomo su 3. Straordinariamente, tuttavia, solo 1 uomo su 100 pare essere consapevole del suddetto disturbo e solo 1 su 300 fa qualcosa per porvi rimedio.

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Gli altri prediligono la strategia dell’ignavia, assumendo che per noi donne non sia poi questo gran problema se i loro coiti durano meno dei loro starnuti e che, in fondo, non sia questo grande tema perché MAGARI per le donne il piacere sessuale non è così importante come per loro. Del resto l’esistenza delle zone erogene femminili è ancora assimilata al mito, l’orgasmo è incerto, apparentemente molteplice ma in qualche modo irraggiungibile, il punto G è una specie di Nessy sommerso nelle profondità della nostra femminea concavità…cosa sarà mai – nell’economia emotiva di una relazione – se l’uomo non riesce a condividere in maniera ragionevole (cioè, non stiamo parlando dei maratoneti del materasso capaci di fare “30 ore per la Fica”, bensì di una normale durata media di un rapporto) il piacere sessuale con la propria partner?

Un CASINO. Ecco cosa sarà mai. Conseguenze nefaste, saranno. Nell’emotività della donna, infatti, quando ha un partner-leprotto, si creano pericolosi meccanismi mentali, consequenziali, praticamente un percorso tortuoso di frustrazione, la cui destinazione ultima è la ricerca di emozioni altre, il risentimento, il rancore, l’insostenibile frigidità dell’essere.

Al momento dell’approccio, la donna si ritrova infatti a pensare cose come:

Uff, di nuovo, madonna non c’ho voglia. Eddai smettila di appoggiarti. Però boh, quasi, quasi…No ma tanto lo so già come finisce. Sì, ok, va bene, te la do. Spero tu ti sia fatto una sega nelle ultime 12 ore…vabbé che peggio dell’altra volta non può andare. Almeno però pensa agli attentati terroristici, all’imminente inizio del Grande Fratello Vip, al surriscaldamento globale, alle malattie incurabili. Ok, ok, dai, non male, ok. Dai, non malissimo, quasi bene, dai, bene. Mh. Bene. Bene, continua. Dai, crediamoci. Magari stavolt…No, no dai. Ti scongiuro non venire. Sì. Così. Bravo. Continua. No dai, cazzo fai?! Se gemo rallenti, interrompi, salti fuori come una biscia dalla tana. Dio mio, preferisci che sbadigli? Oh no. No. Conosco quella smorfia…Sì sì, lo so, sta per succedere. Eccallà. Non ci posso credere. È SUCCESSO DI NUOVO. This is the end, my only friend, the end. Ansima, ansima, che la mamma ha fatto gli gnocchi. STRONZO! 

E, per un lasso di tempo di variabile durata, immediatamente successivo, vi detestiamo. Semplicemente. Vi detestiamo a maggior ragione se commentate la performance. Se dite che è colpa dell’orario, dello stress, della posizione, dell’emozione, dell’andamento delle piazze finanziarie. Vi detestiamo se dite che siamo noi che vi eccitiamo troppo (manco avessimo 16 anni e potessimo ancora credere a simili minchiate), che siete passionali, che la prima volta è così (come se al secondo giro dovessimo assistere a un lungometraggio, e invece sempre un trailer ci tocca). Vi detestiamo anche se non dite nulla, se tacete, perché è come se deste per scontato che ormai così è e va bene che così sia. Ma, più di tutto, vi detestiamo se iniziate a dire che vi dispiace, mentre andate in bagno a lavarvi o vi girate dall’altra parte, perché the party is over, venuti voi, venuti tutti, e nel mentre dobbiamo presumibilmente anche consolarvi (e il nostro umore non è che sia molto migliore del vostro) o raccontarvi che va bene così, che non importa, che non è un problema.

Sfatiamo un mito: CERTO CHE è UN PROBLEMA. Ovviamente è un problema. Ma non è un problema se non hai una performance da pornodivo, perché neppure io sono Selene, per l’amor del cielo. Il problema è che hai un problema, che non possiamo chiamare “problema” perché se no diventa un “problema” ancora più grosso, e fingi di non averlo. Il problema è che per me donna è assai complesso dirtelo, che è un problema. Perché non voglio offenderti, non voglio ferirti, non voglio sembrare un’amazzone che rade al suolo la tua virilità. Ma tu sappi che EVIDENTEMENTE è un problema (ed è peggiore del mio grasso, o della mia cellulite, o del mio culo floscio). EVIDENTEMENTE è un problema se tu hai finito prima ancora che io abbia iniziato. E sì, sì, parlo a te. A te che sei convinto di durare 20 minuti e ne duri 1. A te che sei convinto ti capiti una volta ogni tanto e invece l’eccezione è quando riesci a durare più di uno spot su Youtube non skippato. A te che non hai mai pensato di fare una ricerca in internet per capire come mai non riesci proprio a dominare i tuoi spermi indifferenti e strafottenti. A te che non hai mai pensato di comprarti un preservativo ritardante o una di quelle pomatine apposite perché tu, vera icona del machismo contemporaneo, non ne abbisogni di certo. A te che non ti curi del fatto che la tua partner non venga, né prima, né durante, né dopo la tua performance da Benny Hill. A te che non ne parleresti mai con un andrologo o con un altro medico. A te che innalzi un muro attorno a questo tema, con la tua compagna, invece che affrontare con lei la situazione e tenere quanto più in salute la vostra sessualità, che dev’essere condivisa e non ridursi a un pretestuoso svuotamento delle tue gonadi.

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E allora, caro 33% della popolazione maschile, mettiamola così. Mettiamola che tu stai più attento alla qualità e alla durata delle tue prestazioni, senza chiamare in causa ansie e sbattimenti, perché lo fai per il benessere tuo e delle tue partner sessuali. Se il fenomeno inizia a diventare troppo frequente, continuativo, praticamente una costante della tua vita erotica, magari prendi qualche provvedimento sensato. Nel frattempo, se hai l’inclinazione a godere il flashforward, eccoti alcuni consigli che non può farti male seguire:

  1. I preliminari. Falli. Falli e falli bene. Il sesso è – vivadio – un’esperienza ampia e assortita. La penetrazione è un ingrediente (assai importante) ma non è l’unico. Distribuisci i pesi e i tempi, offri spazio a tutto ciò che viene prima e gioca d’astuzia. Insomma, falla venire prima, usando tutti i tuoi tool. E no, stai tranqui, se hai la tendenza a essere particolarmente sollecito, non è che senza preliminari duri quanto l’esalogia di Star Wars. Non cambierà molto, stai tranqui, quindi nel dubbio falli.

2. Quando dico “tool” non mi riferisco solo alle tue mani, e al tuo apparato orale (che EVIDENTEMENTE farai bene a chiamare in causa per sopperire a eventuali, successive celerità), quanto anche alla possibilità di introdurre nel menàge dei sex toys (un benamato dildo con cui tu possa giocare, insieme a lei, e scaldarla debitamente da prima, per esempio)

3. Fai caso alle posizioni e alle pratiche che ti accelerano di più. Da sopra, da sotto, davanti, da dietro, a testa in giù come un prosciutto. Vedi tu, ma facci caso. Così saprai cosa fare per allentare e cosa fare per andare dritto al punto.

4. Quando sei lì, al quid della sporca faccenda, fai ciò che devi e fallo senza esitazioni. Nel senso che prolungare la sessione in maniera incerta, titubante, esile, come se questo potesse migliorare radicalmente gli esiti, è persino peggio. E allora se devi durare 20 secondi, durali, ma almeno durali con convinzione. Anche perché non saranno quei 10 secondi in più di mestizia che svolteranno la situazione.

5. Falla venire. Se hai finito e lei non è riuscita a seguirti, rinsavisci, pulisciti, fai ciò che devi, e poi riprendila. Afferrala, senza esitazioni, e falla venire. Gioca ancora, fallo senza timore, senza chiedere il permesso e senza farle come fosse un favore (cit). E lo so, che dopo i fuochi d’artificio tu vorresti soltanto collassare in panciolle, sudato, e dormire, o ruttare, o giocare alla play, o quello che te pare. Ma hai una donna accanto, e sarà il caso che tu faccia l’uomo, giacché come forse saprai il sesso regola moltissimo gli equilibri nella coppia e le donne DOVETE FARLE VENIRE. O almeno ci dovete provare sinceramente, con zelo e buona volontà. Senza ossessione ma con sentimento. Non so se ci siamo capiti.

Detto tutto ciò, il sesso è un affare umano, fatto di incontro, condivisione, scoperta e – naturalmente – imperfezione, lo sappiamo bene, non fraintendeteci. Ma, se nel sesso viene meno l’idea irriducibile dell’altro, del suo piacere e del suo benessere; se poniamo fine al dialogo tra i corpi, al dibattito dei sensi, allo scambio, all’interazione fatta di carne e sudori, e umori e odori, se rinunciamo a quella complicità che dalle lenzuola si estende nella vita, ebbene priviamo di poesia ed efficacia quello che dovrebbe essere il principale collante di una coppia.
O di chiunque, a vario titolo, si impegni per un po’ ad amarsi.
Per quello che è. Per quelli che siamo.
Pensateci. 
Il sermone è finito. Qui è tutto, ci riaggiorniamo a settembre con la sesta puntata di SessuOhhhlogismi!

Matrimoni: cosa pensiamo e NON diciamo

[Il seguente post contiene contenuti forti e sincerità esplicite. L’acidità non è stata censurata. Se ne sconsiglia la lettura a buonisti, fondamentalisti romantici, illusi e Pollyanne varie]    

Recentemente una mia amica si è sposata e non mi ha invitata al suo matrimonio. Non è che fosse proprio una mia amica stretta. Abbiamo lavorato insieme, fatto delle cene, qualche aperitivo, visto qualche puntata di X-Factor a casa sua, per carità. Uno di quei rapporti amichevoli normali, che tutti quanti intessiamo nella nostra quotidianità, basati su stima, simpatia, circostanza, non tantissimo di più e non molto di meno.

Un’altra amica in comune mi ha scritto che le spiaceva che non mi avesse invitata. Così ci ho pensato, ma mi sono accorta che io ero proprio serena, sollevata quasi. Tutt’altro che offesa. Tutt’altro che esclusa.

Ci ho pensato e ho capito che se non abbiamo un rapporto stretto, se non ti ho mai retto la fronte mentre vomitavi ubriaca, se non mi hai mai tenuto la porta del cesso o non mi hai mai prestato i fazzoletti per asciugare la pipì, se non mi ricordo come cazzo ti vestivi a 15 anni; se non sai il nome del più grande amore sbagliato della mia vita, se il tuo compleanno me lo deve ricordare Facebook, se non hai idea di come si chiamino i miei genitori; se il tuo fidanzato l’ho visto meno di 5 volte nella mia vita; se non ti ho mai consolata mentre piangevi perché non hai mai pianto davanti a me; se non siamo mai state almeno 3 ore a parlare e ridere da sole, se non abbiamo mai fatto una vacanza insieme, se ci sentiamo due volte all’anno, ebbene in tutti questi casi SE NON MI INVITI al tuo matrimonio, mi fai un favore enorme e io ti vorrò più bene di prima. Perché? Mò te lo spieco.

A me i matrimoni, di per sé, non piacciono, si può dire senza essere lapidati in pubblica piazza? Lo so, sono una persona brutta, morirò grassa e sola, e brucerò all’inferno, lo so. Ma non posso farci nulla. Vi giuro che ho provato a farmeli piacere, senza dubbio sono migliori dei funerali (come qualcuno mi ha suggerito) ma purtroppo mi fanno piuttosto cacare, e posso dire con certezza di non essere la sola (siamo un bel gruppo, diventeremo associazione, poi partito, vedrete).

Devo dunque essere estremamente motivata per affrontarli, devo volere MOLTO bene alle persone che si sposano, intendo proprio affetto, intendo una cosa che vada oltre la simpatia, la piacevolezza, l’etichetta, la politica, il network. Devono proprio essere miei amici e allora, per esempio, mi commuovo quando il padre scorta la sposa all’altare, mi commuovo quando i nubendi dicono cose tipo “prometto di prendermi cura di te sempre, nella buona e nella cattiva sorte, in salute e in malattia e blablabla“. A volte mi commuovo anche quando a fine ricevimento tagliano la torta a 12 piani e sono persino felice perché intorno ci sono tutti i miei amici e penso che forse queste sono le ultime occasioni nelle quali riusciamo a trovarci ancora tutti insieme, mentre viviamo sparsi per il mondo, ognuno col suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso per i fatti suoi. E ciò è bello.

Ma, ripeto, vale per poche, pochissime persone. Viceversa, io i matrimoni li soffro. Assai (specialmente quando ne collezioni circa 10 nel giro di un triennio). Perché?

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1. I matrimoni costano. Assai. Troppo. A tutti. Agli sposi e agli invitati. Richiedono spesso e volentieri che tu debba spostarti in un’altra città, fare un weekend fuori (durante il quale ci sarà la cerimonia), pagare un volo aereo, gli spostamenti annessi e connessi, la notte in hotel, fare il regalo, andare dal parrucchiere e ovviamente comprare il vestito, le scarpe, la borsa, gli accessori, fare la manicure e la pedicure.

2. Riciclare i vestiti è problematico, nell’era dei social network in cui le foto di tutti i matrimoni infognano le timeline da maggio a settembre senza soluzione di continuità. Bisogna variare. Non sta bene.

3. Il regalo. Io capisco che non abbiamo più bisogno dei servizi della Regina Elisabetta e della Porcellana di Boemia, ma raga qualcuno deve dirvelo quanto sia di pessimo gusto ricevere un invito accompagnato da un IBAN. Certo, voi direte: come si fa? C’avete ragione. Ma se il concept del matrimonio contemporaneo è questo, sappiate che non è elegante. Ovvio è che da qualche parte questo conto corrente ce lo dovete pure indicare, quindi in alternativa ci sono i siti web che raccontano la vostra storia, il vostro sogno, il viaggio che vi regaliamo (o insomma le coordinate per ripagare, almeno in parte, i costi del sontuoso ricevimento).

4. Ai matrimoni si soffre. Fisicamente, si soffre. Le donne soffrono perché sono su trampoli insensati per i quali già a metà della cerimonia, a fare alzati-e-siedi-alzati-e-siedi-scambiatevi-un-segno-di-pace non ne possono più. E gli uomini, i poveri uomini, perché squamano come carogne putrefatte all’Equatore, con il vestito, la camicia e la cravatta in una Chiesa d’estate.

5. A questo proposito: conoscete gli sposi da 2 anni, 5 anni, 10 anni, 15…vent’anni e non li avete MAI visti o sentiti andare a messa. MAI cazzo. Manco per sbaglio. Mai dire una cosa anche solo vagamente cattolica. Ovviamente, tuttavia, a ridosso delle nozze essi ti guardano e ti dicono: “No ma io credo in Dio”, aspettandosi che tu ci creda perché, in fondo, la fede è un fatto privato, come il meteorismo. Tu annuisci e dici “Certo”, accettando tacitamente quel lieve imbarazzo che si crea. Che, per inciso, a me non cambia nulla se vi sposate in Chiesa perché così vuole la mamma che paga il ricevimento, o perché in Chiesa è più suggestivo. Figurati se non capisco l’importanza della location, i fiori, l’organo, il teatrino, un celibe canuto che vi spiega il senso più profondo del matrimonio, attraverso la parabola di una religione che non praticate da quando avete fatto la Prima Comunione.

6. I matrimoni sono noiosi. Sono mortalmente noiosi. Quasi tutti (state calmi, ho detto “QUASI“). Lenti, formali e con un velato sapore nostalgico, un’aria da “siamo diventati vecchi”. Ve lo giuro che non sono divertenti. Non lo sono neppure quando pensate che lo siano. Di norma ai matrimoni non c’è Martina Stella, né Marco Cocci. E neppure Stefano Accorsi. E manco Santamaria o Pasotti, che quando il livello di disperazione sale pure Pasotti va bene. E noi, invitati sotto la meno-andropausa, non vediamo l’ora che arrivi la fine della festa, il salvifico momento dell’open bar, in cui finalmente possiamo ubriacarci, toglierci le scarpe e ballare. Eh lo so, costa assai un matrimonio, mò vogliamo pure l’open bar? Ma certo: no alle bomboniere, sì al gin tonic.

7. Dai matrimoni torni facilmente stremato. Fisicamente, come detto (l’illusione che la messa alle 16 del pomeriggio di agosto sia una passeggiata, è per l’appunto un’illusione, perché ok che non sei tutto ingiuppinato dalla mattina alle 10, ma ci sono comunque 8 milioni di gradi centigradi lì fuori e tu non sei esattamente in shorts e infradito). Ma anche emotivamente (fatta eccezione per gli unici 2 invitati, su 150, che ciulano, che – di solito – sono il testimone single e l’invitata più bella, che non sei tu). Di base, se sei in coppia pensi che non sei ancora sposato, che forse dovresti anche tu, che perché lui a te ancora non lo chiede? Se sei single, lasciamo perdere, puoi al massimo appellarti alle statistiche sui divorzi o agli studi sulla sessualità delle coppie coniugate, poi sentirti una persona orrenda, struccarti e andare a dormire. Se sei sposato da anni probabilmente pensi: perché lo fate, disperati ragazzi miei. Se sei gay e sei single non hai nemmeno più la scusa che non puoi sposarti perché non si può. Ora puoi, anche se non è proprio-proprio matrimonio. Quindi vieni qui fratello, dammi il cinque.

8. In compenso è rarissimo cuccare ai matrimoni per il fatto molto semplice che gli uomini sono tutti accoppiati, oppure in Sindrome da Branco per cui il loro unico intento è bere, urtare il bicchiere con il coltello, fare i cazzoni. E beati loro, sia chiaro, che almeno forse un poco si divertono. Di sicuro non mirano a broccolare normo-donne tirate a lucido e sul depresso-andante, che, salvo che non siano Kasia Smutniak, si sentiranno più invisibili dei neutrini.

9. Il lancio del bouquet, mioddio, è una delle espressioni più retrograde e misogine di tutta la manfrina nuziale, per quanto mi riguarda. Donne che s’accapigliano per prenderlo, donne che lo evitano manco fosse un piccione orbo con la diarrea che s’avventa su di loro. Se sei single, inutile dirlo, il fatto di doverti disporre — solo in quanto portatrice di vagina — in mezzo a quelle che si sposeranno prossimamente – laddove il tuo matrimonio con Mr. Invisible è dato 100 a 1 alla Snai – è disturbante quanto una sodomia non consenziente.

10. C’è talmente tanta gente, ai matrimoni, che è impossibile godersi gli sposi, che devono giustamente stare dietro a tutto il baraccone e omaggiare a turno gli ospiti. Quindi ti fai questo supplizio per i tuoi amici, che a stento incrocerai per 10 minuti nell’intera giornata.

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E solo questo può edificare l’ultimo, scottante tema, ovvero l’addio al nubilato, e cioè il fatto che per lo meno ti godi la sposa in un contesto più raccolto e informale rispetto alle nozze. Addio al nubilato, che tuttavia è diventato la definitiva espressione turbo-sentimentale del capitalismo. Un’aberrazione totale per la quale nel giro di pochi anni siamo passati dalla pizzella tutta al femminile, a se-non-vai-come-minimo-a-fare-un-weekend-a-Formentera per festeggiare il fatto che un’altra ha trovato marito (un’altra, non tu!!!) non sei nessuno. Oppure possiamo restare in zona e andare alla Spa, fare il percorso benessere, il massaggio, la cena tutte insieme al ristorante argentino, e poi andare a ballare (che praticamente, a Milano, spendi tanto quanto andare a Barcellona. e non c’è nemmeno Gaudì). In alternativa, puoi andare in giro vestita come una deficiente, insieme ad altre vestite come delle deficienti. E sì, prima che le addioalnubilato-planner di tutto il mondo si rivoltino nelle loro t-shirt fosforescenti, e nei loro giochi a tema, e nei loro gadget a forma di cazzo, io sono felice se voi vi divertite a fare queste robe. Semplicemente, io non mi diverto.

Tutto questo per dire che tutta questa menata dei matrimoni posso sopportarla se il tuo fidanzato mi ha retto la fronte mentre vomitavo ubriaca, se ti ho prestato innumerevoli fazzoletti per asciugare la pipì e se mi hai tenuto la porta del cesso. Se posso prenderti per il culo perché a 15 anni indossavi le camicie di flanella e se ti ricordi che quando mi hai conosciuta avevo la borsa della Phard e il monociglio. Se sai il nome del più grande amore sbagliato della mia vita, se ci siamo scambiate le scarpe e prestate i vestiti, se il tuo compleanno me lo ricordo a memoria da 15 anni, se i tuoi genitori mi hanno vista crescere, se con il tuo fidanzato ci ho chiacchierato per ore e per ore ci ho riso. Se sono passata a prenderti in macchina decine di volte e decine di volte ti ho aspettata perché non eri pronta mai. Se ti ho consolata mentre piangevi, tutte le volte che mi hai pianto davanti. Se hai risposto alle mie telefonate alle 3 di notte mentre stavo sbroccando per qualche stronzo della mia vita. Se abbiamo fatto le vacanze insieme, e visto le giornate finire e ricominciare, all’alba, sulla spiaggia. Se mi ricordo quanto eri pesante quando a scuola non prendevi un voto abbastanza alto, e mi ammorbavi per tutto il tragitto della Circolare Rossa, mentre tornavamo a casa. Se abbiamo fumato insieme le prime sigarette. Se ho imparato a capire i tuoi silenzi. Se ci siamo allontanate e riavvicinate. Se siamo andate insieme al primo Heineken Jammin Festival. Se abbiamo perso il conto dei capodanni, dei ferragosti, dei festini, delle partite a carte, degli arrosti di carne, dei limoni e delle vodke al limone, dei giri in motorino, delle nottate in villa a parlare. D’inverno e d’estate.

Se tutto questo è successo, farai bene a invitarmi e io l’ennesimo matrimonio me l’accollerò. E non sarò cattiva, lo prometto. Anche se i matrimoni mi fanno cacare. Ma sarò felice, sinceramente, per te. Lo sarò del fatto che ami un uomo, che ti ama a sua volta, e che insieme state facendo una scelta coraggiosa, come giurarvi eterni amore e fedeltà.

E se poi un giorno dovessi mai sposarmi con un ricevimento ultra-tradizionale e barocco, con i colombi che volano, i petali di rosa, i fuochi d’artificio, il velo in testa, lo strascico di 6 metri, in Chiesa, dal mattino alla notte, senza open-bar, con le bomboniere, ecco giuro che chiederò ammenda per questo post.

Al momento preferisco fantasticare sul mio non-matrimonio, che sarà una festa, dove ci sarà tanto alcol, e della buona musica, e la piscina per tuffarsi di notte. Delle friselle. Delle bombette di Martina Franca arrostite. Formaggi freschi. Frutta. Gelato. Del digestivo. Gli amari. Le stelle. I grilli che canteranno. Le scarpe basse. Raffaella Carrà e Donatella Rettore, perché lo sapete che ci saranno. E gli amici, quelli veri. E i parenti, quelli stretti.

E poi verrà l’alba. E io e il mio non-marito ci chiederemo, abbracciati sotto un plaid umido, su una sdraio umida, mentre il cielo si tingerà di striature tra il rosa e l’arancio: “Chissà se si sono divertiti”. E voialtri sparlerete del nostro non-matrimonio. Ma noi saremo felici lo stesso e forse questo è ciò che alla fine importa.

Che siate felici. Insieme.

20 Segnali Allarmanti di una Frequentazione

Sono un po’ di giorni che medito su una lista di segnali allarmanti che bisogna rilevare all’inizio di una frequentazione con un tipo. Segnali che indicano il fatto che questo individuo potrebbe piacerti e potrebbe finire con l’interferire con la tua vita da single (perfettamente architettata e strutturata in anni di introspezione, masturbazione mentale e libera pugnetta in libero status).

Ora, prima che vi allarmiate: no, non mi sono fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Semplicemente, di recente, ho avuto modo di riflettere su questo tema e di tirare giù questo elenco di preoccupanti sintomi.

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  1. Hai perso il conto delle volte che l’hai visto. Ma dopo ogni appuntamento continui a fare un reportage a una ristrettissima selezione di amiche, spiegando loro quanto sia surreale frequentare una persona normale in un modo normale, con normalità, nel senso normale della parola normale. Sentirti a tuo agio. Parlarci. Riderci. Oziarci. A volte stare zitti. Il tutto puntualmente corredato da un appendice con tutte le cose carine che ha detto o fatto per te, e quelle che tu hai detto o fatto per lui.

2. Quando ci passi il tempo insieme abbandoni il tuo smartphone, ormai naturalizzata propaggine dei tuoi arti superiori e all’occorrenza inferiori. Inspiegabilmente. Per ore. Ore. Ore. Al punto che i tuoi amici iniziano a pensare di dover contattare la Polizia o la Sciarelli per appurare che fine tu abbia fatto. Quando riprendi il telefono in mano, trovi decine di notifiche tutte relative a messaggi il cui tenore è “Tesoro? Dove sei?” – “Che fine hai fatto?” – “Oh, tutto ok?” – “Non accedi da 6 ore, sono preoccupatissimo” – “Dammi notizie” e via discorrendo.

3. Dormi a casa sua. E lo fai dormire a casa tua.

4. Compri casualmente uno spazzolino nuovo che non ti serve, ma può sempre servire. Lo dai a lui. Lo lascia da te.

5. Per strada ti abbraccia e glielo lasci fare.

6. Ci limoni in pubblico anche se nutri una profonda idiosincrasia per quelli che limonano in pubblico.

7. Lo ascolti con interesse quando ti parla della sua famiglia.

8. Gli fai domande sul suo lavoro e (ciò è incredibile) presti attenzione alle risposte.

9. Ti viene voglia di cucinare per lui. A te. Che hai brevettato un metodo infallibile, economicamente disastroso e nutrizionalmente disturbato per non accendere MAI i fornelli.

10. Lo porti a un evento dove ci sono anche dei tuoi amici, di quelli che non ti vedono arrivare accompagnata a un evento da quando su Facebook si parlava ancora in terza persona.

11. Acconsenti ad andare a cena con i suoi amici, invece che con i tuoi. Ciò comporta che inizierai a fare tripli salti mortali con la tua agenda, a uscire in continuazione perché se c’è una cosa che il fondamentalismo single ti ha insegnato è che non esiste pene al mondo per il quale tu debba trascurare i tuoi amici. Il risultato sarà che diventerai un animale sociale, dissesterai le tue finanze essendo sempre in giro e sarai perennemente stanca. Ma quasi felice.

12. A letto vi abbracciate anche se ci sono quattromila gradi centigradi, e poi vi separate (perché ti prego, ci sono altri 30 centimetri dal tuo lato, per piacere vai). Ma nel corso della notte vi cercate altre dieci volte. Il ché significa che dormi di merda, ma è secondario.

13. Perdi il tuo (già precario) equilibrio intestinale perché non potresti mai fare la cacca a casa sua. Vorresti, sia chiaro. Ma non puoi. Il tuo intestino ha deciso che non s’ha da fare.

14. Addio all’uso delle pochette. Devi sempre portare in borsa un mini-beauty con le salviette struccanti, lo spazzolino da denti e una bustina con l’intimo di ricambio. Non lascerai volutamente nulla a casa sua perché purtroppo conosci a memoria Sex and the city e pensi che in ogni uomo esista un piccolo Mr. Big.

15. Uscite insieme anche se sei al primo giorno di ciclo. Lui lo sa e vuole vederti lo stesso.

16. Sbirci il vostro riflesso in tutte le vetrine/specchi/pozzanghere possibili. Pensi che sia strano. Pensi che sia bello. Vorresti avere una foto di voi insieme, ma è una roba da bimbiminchia quindi respingi il pensiero e, ti prego, siamo seri.

17. Non gli hai mai dato un pacco strategico, per tirartela. Non adotti particolari strategie. Non lasci strategicamente i messaggi con le doppie spunte blu senza risposta. Non scrivi troppo. Non ti agiti se non risponde lui.

18. Se qualcosa ti da fastidio, provi a spiegarlo con calma zen, senza essere precipitosa, o feroce, o contundente, o provocatoria, o inutilmente sarcastica. Non è detto che tu ci riesca, perché sei troppo abituata a essere tutte quelle cose lì. Ma ci provi e l’impegno qualcosa significa pure.

19. Inizi a usare delle voci imbarazzanti quando ci parli. Succede di rado, ma succede. E non succedeva da secoli. E tu cerchi tra i tuoi contatti il numero di Padre Karras affinché accorra prontamente a praticarti un esorcismo d’emergenza, così che tu possa tornare in te e smetterla di comportarti come una persona mentalmente danneggiata.

20. Last but not least: NON scrivi un post su di lui, spiegando chi è, com’è, quanti anni ha, cosa fa, di dov’è, dove l’hai conosciuto, quando, cosa e perché no, NON ti sei fidanzata, accasata, sposata, trasformata in una zelante massaia che finalmente può entrare nel club delle sciure milanesi, no, stiamo tutti molto tranqui. Forse ne scriverai, più avanti. Ma lo farai come quando si stampavano le fotografie dopo le vacanze.

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Era diverso, allora. Allora ci si godeva la vacanza e al massimo si scattava. Il resto veniva dopo. Non si perdeva tempo a selezionare, ritagliare, ritoccare, editare, pensare alla frase, scegliere gli hashtag, pubblicare, contare i like e rispondere ai commenti in tempo reale.

Prima si viveva e le fotografie si guardavano al rientro alla normalità.

Ecco, se ne scriverò, lo farò così. Al rientro alla normalità.

Per ora mi godo il viaggio. Il panorama. Il vento caldo. L’inaspettata serenità. Questa passeggera, e deliziosa, micro-felicità.