La Gelosia Autoimmune

Il problema della gelosia è che essa è una specie di malattia autoimmune che, una volta contratta, può andare avanti tutta la vita. Una cosa che non ho mai avuto il privilegio di raccontarvi, a mia memoria, è che sono una persona gelosa. Ora, questo, finché conduco indisturbata la mia routine da single di vecchia data, lo capite, non è un problema di dimensioni rilevanti. Cioè è come un ragnetto nascosto dietro il mobile in un salone di 70mq. Chi se lo caga. Quello può anche starsene lì, tessere la sua ragnatela, ma io me ne dimentico persino.

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Unfortunately però, quando mi capita di frequentare qualcuno per un lasso di tempo che superi l’aperitivo, ecco che l’aracnide fa capolino. Io continuo a ignorarlo, dicendomi che sono grande e lui è piccolo, dicendomi che sono cambiata, che sono cresciuta, che non sono più quella ragazzina insicura che ha amato un homo puttanierens e ciò le ha causato irrimediabili ferite interiori. Che non ho più bisogno di controllare, che sono consapevole di chi sono e di quanto valgoH, che imparare a dare fiducia al prossimo è il presupposto di qualunque relazione e se questo non siamo capaci o disposti a farlo, forse non dovremmo neppure pensarci ad avere una relazione. Oppure dovremmo fregarcene, chessò. Sdrammatizzare il tradimento, non vivere con così tanta ossessione il feticcio dell’esclusiva sessuale o la paranoia dell’essere presi in giro. Insomma signori, posso ben gestire questo ragnetto. Certo, posso farlo.

E questa convinzione è valida, è solida, è importante. Finché, all’improvviso, il ragnetto non si rivela per quello che è: IT. Oppure La Cosa. Oppure Alien. Insomma una roba gigante, spaventosa, che trascende le mie oggettive possibilità di domarla. E questo non va bene, perché la gelosia è un sentimento deteriore, perché è uno dei più gravi peccati sentimentali, la gelosia. E, a quel punto, tra le nubi che offuscano la più cristallina delle relazioni, tra gli iperbolici dubbi e la paura di rivivere emozioni che ci hanno scorticati dentro riempiendoci di cicatrici mediamente ripugnanti, ecco cos’è che si fa?

Come minchia si gestisce la Gelosia Autoimmune (che, in quanto tale, non è nemmeno giustificata)? Perché non esiste un video-tutorial che ce lo insegni, il management della gelosia? Sì, ok, le solite menate politicamente corrette, va bene, ma quando sono lì che la palpebra mi balla, e la vena mi pulsa, e fumo una sigaretta dietro l’altra, e controllo l’orario chiedendomi come cazzo ci si possa ridurre con l’1% di batteria nel ventunesimo secolo inoltrato, che abbiamo pure le flebo per i telefoni, esattamente cosa devo fare per non dare di matto? E perché non è rientrato? E perché non mi scrive? Ecco, in quei momenti, quando ormai sappiamo che sono tutti sintomi di quella specifica patologia, del Sospetto Incontrollato della Qualunque, quando sappiamo che no, non è con quella tal dei tali, a fare le acrobazie su un materasso circolare, a acqua, ma siamo comunque preda di un inarrestabile turbamento, ecco, che cazzo si fa?

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Proviamo a rispondere:

  1. Respira. E mastica chewing-gum invece di fumare 20 sigarette in 1 ora, che non è il caso. Puoi anche sputarle appena hanno perso il sapore, le gomme, e ne metti in bocca un’altra. Puoi ruminare e non ammazzarti di nicotina. Che è meglio.

2. Niente. Non fare niente. Non scrivergli nulla che a te sembri “easy”. Perché NON sarà easy. Sarà come minimo una bacchetta passivo-aggressiva, una domanda inquisitoria travestita da domanda scanzonata e disinvolta.

3. ASSOLUTAMENTE NON CHIAMARLO. Per un duplice ordine di ragioni. Nel caso ti risponda, sembrerai comunque la femmina oppressiva che telefona per controllare. Voglio dire, è fuori con i suoi amici, sarà pur libero di passare 3 ore della sua vita senza contemplarti no? Se, invece, sciaguratamente non dovesse risponderti, è finita, lo capisci. Puoi salutare la tua salute mentale, e lottare invano contro l’impulso a chiamarlo ininterrottamente (nei miei periodi più bui, sono arrivata a fare anche 40 telefonate senza risposta e, solo ora, scrivendolo, nero su bianco, dopo 10 anni, m’accorgo di quanto fosse malato il tutto).

4. Ti direi anche di non stare lì a controllare l’ultimo accesso su whatsapp. Perché è una cosa che ti farà solo ribollire il sangue. Tanto più se dovessi vedere che accede e che non ti caga. Stai serena. Sta contattando gli amici con cui ha appuntamento, sta scambiando informazioni logistiche con gli altri, non ti sta mandando i messaggini coi cuoricini. Fattene una ragione e stai CALMA. Leggi un bel libro. Guardati Masterchef e alimenta fantasie erotiche con Bastianich e Cracco, insieme o in rapida successione, come preferisci. Drogati di Netflix. Fai quello che ti pare ma IMPONITI di distrarti.

5. Se proprio non riesci, come estrema difesa, metti il tuo telefono in modalità aereo, o spegnilo. Adotta una soluzione radicale. Taglia il problema all’origine. Se lui è assente, renditi più assente di lui. E stai buona.

6. Quando l’emorragia emotiva sarà rientrata, chiediti se c’è motivo di essere gelosa. È una persona ambigua che ti ha dato ragione di dubitare della sua trasparenza nei tuoi confronti? O gli stai cucendo addosso il ruolo che era di un altro? In questo ultimo caso, smettila. Comportati come una donna e non come una bimbaminchia. Nel primo caso, invece, se è plausibilmente un bugiardo (e ormai sei grande, gli strumenti per capirlo lucidamente ce li hai), renditi conto che c’è un problema e che devi affrontarlo, per il tuo benessere. E che non si risolve quando lui finalmente, rientrato a casa, ti scrive che uno pterodattilo gli aveva rubato il telefono, ma lui l’ha rincorso e con l’aiuto di una fionda è riuscito ad abbatterlo e a recuperare il suo smartphone e, finalmente, a ricontattarti.

7. L’indomani non fargli domande. Cioè, se vuoi fagliele, ma è giusto? Serve? Qual è il momento in cui devi far capire che sei psycho? Che sei quel genere di donna che controlla, verifica, mappa tutte le altre donne che possano a diverso titolo interferire con la sua vita?  Vuoi davvero spaventarlo? Vuoi davvero che ti consideri una donnetta media? Che si accorga che sei così poco self-confident? Attenzione, perché dimostrargli questo vuol dire dargli un consistente vantaggio su di te. Vuol dire mostrargli una vulnerabilità che non può aiutarti a risolvere, perché te la devi risolvere da te.

8. Vuoi davvero che inizi a giustificare l’orario in cui torna a casa? Sai che poi devi fare altrettanto? Sai che più domande inizi a fare e più te ne saranno fatte? Sai che se uno inizia a rinunciare a una parte della sua libertà, poi pure l’altro è chiamato a fare altrettanto? Sai che questo genere di rapporto non è sanissimo? Che le coppie migliori sono quelle che sanno condividersi nel rispetto degli spazi individuali? È questo ciò che vuoi? Trasformarti in una maniaca del controllo e del possesso?

9. Puoi anche farti venire un’embolia per l’ansia, ma non cambierà nulla. Non hai nessun potere, nell’immediato. Prova a usare la tua fervida immaginazione (quella che se esistessero gli Academy Awards per i Film Mentali tu faresti incetta come manco Ben Hur, o Titanic) per pensare a scenari positivi, e non necessariamente a catastrofi sentimentali, a fanta-universi post-nucleari popolati da zombie col cuore putrefatto; prova a pensare all’amore come a qualcosa di benefico e non a una lotta per la sopravvivenza.

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10. Scrivi alle tue amiche, non per ammorbarle ma per sapere come stanno. Evadi dalla bolla di disagio personale nella quale ti sei imprigionata, concentrandoti sugli altri invece che su te stessa e, nel frattempo, prendi atto. Registra. Regolati di conseguenza. Non ti caga quando è in giro? Bene, la prossima volta che esci, anche tu godrai meglio della compagnia delle persone con cui sei, senza pensare a mandare i messaggini a lui.

Ma, più d’ogni altra cosa, in generale, ricorda che la gelosia non è indice d’amore ma di insicurezza. Non esprime attaccamento ma sfiducia. Non genera fedeltà ma insofferenza, subordinazione a volte, allontanamento spesso. Persino incoraggiamento a tradire.

Ricorda che la gelosia è un sentimento comprensibile ma non encomiabile e che, nel tempo, essa ci fa apparire quanto di meno desiderabile agli occhi di chi, invece, vorremmo ci trovasse le più desiderabili tra i desideri tutti.

Non so se con voi funzionerà. Io comunque, quando ho le crisi, me le gestisco così.

Questione di Anti-Propositi

Lo so, lo so. Avete le palle sfasciate da tutti gli elenchi di buoni propositi che avete visto proliferare sulle vostre bacheche e timeline in questi giorni. Lo so, lo so, la vastità del cazzo che ve ne frega (che, sappiatelo, voi che usate questa gaudente espressione, quella sulla vastità del membro virile che ve ne importa, sì, insomma, che fa cacare, proprio come modo di dire, cioè che è tipo passato di moda 5 minuti dopo il suo conio; sarebbe anche ora di spendere una riflessione sul “ciaone” o sul “maiunagioia” ma non voglio essere troppo pretenziosa adesso).

Tornando a noi. Lo so. Non ve ne importa nulla. Diciamo sempre le stesse cose, anno dopo anno, dopo anno, dopo anno. Siamo sempre lì a mettere in fila, uno appresso all’altro, propositi che puntualmente disattendiamo, fino a rendere questa redazione di positivi intenti un atto convenzionale, caricaturale, privo di significato. Ecco, per tutte queste ragioni, io per il 2017 ho stilato un elenco di anti-propositi. Hai visto mai che, con la logica dell’incontrario, non si combini qualcosa di buono.

1. Voglio lavorare tantissimo e guadagnare pochissimo

2. Voglio ingrassare almeno di 10 kg
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3. Voglio rigorosamente rimanere single
4. Assolutamente non voglio fornicare neppure sportivamente. L’astinenza radicale, lo sciopero della fregna, il Silenzio Topa, la patata sotto embargo.
5. Al massimo, accetto di incontrare soltanto: casi umani, 40enni interrotti, 30enni egoriferiti, 20enni con complessi edipici, bugiardi, fedifraghi, narcisisti.
6. Voglio arrivare a fumare 2 pacchetti di sigarette al giorno
7. Voglio svegliarmi tardissimo al mattino e andare a dormire tardissimo la notte e perpetrare il generale scombussolamento dei miei ritmi circadiani
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8. Non ho alcuna intenzione di farmi le analisi e i controlli e tutte quelle menate lì; le procrastino da anni e a procrastinarle continuerò
9. Non voglio minimamente viaggiare, vedere posti nuovi, vivere avventure esotiche, conoscere persone interessanti.
10. Voglio assolutamente continuare a pagare un abbonamento costosissimo in palestra per andarci 15 giorni in tutto l’anno.
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11. Non ho alcuna intenzione di fare corsi di scrittura, teatro, fotografia o qualunque cosa possa indurmi a incontrare persone con interessi affini ai miei
12. Non ci penso proprio a trovare il tempo per uscire dal mio individualismo e, chessò, fare del volontariato, rendermi utile per gli altri in questo sporco mondo.
13. Non chiamerò più spesso i miei parenti e i miei amici che vivono lontani e dei quali – se non fosse per i social – perderei probabilmente le tracce. Non sarò più presente con le persone a cui voglio bene.
14. Non leggerò di più. Scordatevelo. Continuerò a guardare soltanto serie tv, a non andare al cinema, a non andare a mostre, a non andare agli eventi a cui mi invitano, a perdere tempo a stalkerare la vita di persone di cui non mi importa nulla sui social network con la presunzione di condurre così indagini sociAlogiche.
15. Non inizierò assolutamente a cucinare e andrò avanti a surgelati e scatolame, foodora e deliveroo, UberEats e JustEat
16. Conto di dimenticarmi ogni settimana del lavaggio delle strade e di prendere tantissime multe, che pagherò in ritardo tanto per pagare anche le spese di notifica.
17. Non spenderò i miei soldi per altra ragione che i vostri matrimoni
18. Non mi metterò la crema in faccia tutti i giorni e assomiglierò sempre più a un mastino napoletano
19. Esaspererò tantissimo tutti i miei enormi problemi da femmina bianca occidentale del primo mondo e coltiverò con cura la mia anima da drama-queen.
20. Non fingerò di essere giovane facendo quelle cose che fate voialtri tipo andare ai concerti a stare in piedi 4 ore per ascoltare un gruppo che amavate tanto 10 anni fa.
Ecco. Ho finito!
Buon anno lastricato di ottime intenzioni anche a voi! ❤
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Niente, è quasi Natale

Niente, volevo dirti che è quasi Natale.
Volevo dirti che qui è freddissimo e che ancora non capisco come cazzo facciano i milanesi a sopravvivere all’inverno senza fare ricorso alla piuma d’oca. Sì, io i piumini ce li ho. Sì, sono una terrons, lo sai perfettamente. Però mi rifiuto di usarli, perché vivo a Milano da troppo tempo, lo capisci. Il problema, vedrai, è che a forza di fare la figa e uscire col cappottino quando qua ci son due gradi, m’ammalo. Un bel Natale con l’influenza.
Janis dice che i milanesi mettono i micropiumini sotto i cappotti. Così non muoiono di freddo. Dimenticavo che i milanesi sono magri. E comunque, volevo dirti, povere oche.
Niente, è quasi Natale. Milano è bellissima. Hai presente quando il freddo ti prende a schiaffi appena varchi la soglia di casa e l’aria è densa ma leggera insieme? E c’è quella specie di nebbia incerta, che sembra di muoversi nel latte totalmente scremato, e i respiri si condensano all’istante subito fuori dalle nostre bocche? Ecco. È così. Però con le luci di Natale appese da una sponda all’altra delle vie. Gli alberi. Le vetrine a festa. Le pasticcerie che scintillano. Le vecchie con le pellicce di visone. I vecchi coi cappelli. Le sciurette che spingono le carrozzine. Le auto che suonano i clacson. Le persone che ti invitano all’aperitivo pre-natalizio. Alla festa pre-natalizia. Alla cena pre-natalizia. Che insomma placatevi. Partiamo per una settimana di ferie, mica per il Vietnam.
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Niente, è quasi Natale e volevo dirti che non ho comprato nessun regalo. Non farò regali a nessuno quest’anno. Ho troppi pochi soldi e troppa poca voglia. Spero anche che nessuno me ne faccia. Se tu ci fossi, però, a te lo farei. Ne avrei già in mente due o tre, di cose, che mi piacerebbe regalarti.
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Niente, è quasi Natale e tornerò giù. Sì, farò le mie solite tappe. Prima l’Abruzzo, poi la Puglia. Ma non mi fermerò a lungo. Ho un sacco di lavoro arretrato da sbrigare. Succede così quando sei free-lance. Non hai un capo da cui andare e dire: “Senti hai rotto il cazzo, io questa roba non la faccio! Sono piena”. Il tuo capo sei tu. E, insomma, tutto ciò che arriva lo prendi. O quasi. Voglio dire, hai capito. Tipo come i ragazzini pre-adolescenti quando si infilerebbero anche in un buco nel mobile di legno della nonna, fatto dalle tarme.
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Niente, è quasi Natale e sono terrorizzata da quanto mi faranno mangiare i miei parenti. Ma sono tanto felice di rivederli. Anche perché ormai non li vedo quasi più. Succede così, quando si cresce. Però, quest’anno ho giocato d’anticipo e sono andata in palestra come una pazza furiosa per ben 6 giorni consecutivi, prima di partire. Tutti i giorni, per mettermi in forma prima del salasso alimentare. Comunque non ho perso un solo kg.
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Niente, è quasi Natale e a me non piace il torrone. Neppure il panettone. Neppure il pandoro. Mi piace la pasta al forno con le melanzane fritte che fa mia zia. Che mangi quella e muori. Mi piace il polpettone che fa mia madre. Mi piace quando dopo la siesta giochiamo a sette e mezzo. Mi piace quando diciamo che non ceneremo perché a pranzo abbiamo mangiato troppo e alle 19.40 apparecchiano di nuovo la tavola giusto con i taralli, le olive, i nodini di mozzarelle, il capocollo, e i miei mangiano di nuovo perché “devono prendere le medicine” e non possono farlo a stomaco vuoto. Certo.
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Niente, è quasi Natale e per il primo anno non si rispetterà la “tradizione del 27” con i miei amici. Che venivano a casa mia già mangiati e si giocava a zumpacavallo, prima, e a poker alla texana, poi.
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Niente, è quasi Natale e io ancora non so cosa farò a Capodanno. Penso niente. Penso che neppure mi importa, a dire la verità. Che un tempo organizzavo le super-feste, iniziavo a mobilitarmi da ottobre. E invece ora non lo so. Non so dove sarò e non so con chi. È solo una sera, come tutte le altre, no?
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Se tu ci fossi, però, con te saprei cosa fare. Inviteremmo a cena i nostri amici. Cucinerei io ma mi farei aiutare dalle altre. Tu ti occuperesti del vino e della musica. E li accoglieremmo tutti in sala, nella casa vera che avremmo, proprio una casa intendo: non un garage adibito a casa, non un sottotetto adibito a casa, una cosa vera, con il bagno con la finestra, per dirne una.
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Datemi le giacche, le appoggio in camera da letto.
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Useremmo il servizio buono di piatti, come i veri borghesi. E dopo cena mi aiuteresti a metterli in lavastoviglie. Si può lavare il servizio buono in lavastoviglie, no? E poi giocheremmo a carte, o parleremmo, e rideremmo, continuando a bere vino. E aspetteremmo la mezzanotte. E poi, intorno all’1 i nostri amici gay se ne andrebbero per andare a ballare da qualche parte. Gli altri resterebbero ancora un’oretta, a bere un amaro o una grappa. E poi resteremmo soli. Finalmente. E forse saremmo troppo stanchi e troppo ubriachi per scopare. Forse io mi struccherei in bagno mentre tu ti lavi i denti, mi aiuteresti a tirare giù la zip del vestito, mi daresti un bacio sulle spalle. Forse commenteremmo qualche aneddoto che i nostri amici ci hanno raccontato, spegnendo tutte le luci. Forse, infilandomi a letto ti direi che l’anno prossimo però, se tutto va bene, se ho più soldi, ce ne andiamo in vacanza al mare, in qualche posto esotico di quelli che su Instagram prendono un casino di like. Tu mi stringeresti, da dietro, acconsentendo. Forte, fortissimo. E ci addormenteremmo di sasso. Satolli. Un po’ sbronzi. Molto sereni.
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E l’amore lo faremmo la mattina dopo.
Appena svegli.
Per dare il buongiorno al nostro nuovo anno.
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Se tu ci fossi. Se tu esistessi.
Il fatto, invece, è che niente, è quasi Natale, e tu non ci sei.
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Inventario Generazionale Maschile

Quando hai una navigata gavetta sentimentale alle spalle, hai sforato i 30 e sei formalmente single, non puoi non constatare che trovare un partner diventa sempre più complesso. Proprio in termini di “parametri di ricerca” intendo, che naturalmente, sì certo, ovvio, lo sappiamo benissimo che l’amore non si cerca, che quello arriva all’improvviso mentre stai facendo la cacca, però insomma ci siamo capite.

Affrontiamo la questione scientificamente, procedendo per macro-gruppi generazionali.

  1. Millennials: gli under30 per intenderci (i millennial veri voglio dire, non quelli che hanno giocato con il Grillo Parlante da bambini e che hanno programmato in MS-DOS nel Piano Nazionale Informatica dei licei scientifici italiani); sono giovani, più giovani di te. Sono maschi di 26, 27, 28 anni. Per carità, va bene. È fico da raccontare al tuo migliore amico finocchio. C’hanno un sacco di voglia di vivere (e di ciulare), hanno dei bei corpi, delle pregevoli erezioni spontanee che li rendono sempre pronti; non hanno particolari defaillance, non devi fare una tarantella per risvegliare l’anaconda sopita, e manifestano una discreta capacità d’apprendimento (data dall’autorevolezza sessuale che evidentemente ti riconoscono per via del gap generazionale). Resta il fatto che sono pischelli. Certo, non tutti. Prendi il più maturo dei millennial, il più interessante, il più sensibile, il più evoluto che trovi e sappi che difficilmente starà pensando alle stesse cose che pensi tu. Sappi che, probabilmente, starà ancora definendosi come persona, nel bel mezzo di quel processo che conosci assai bene perché c’eri dentro fino a un pugno di anni orsono (non che ora tu abbia finito). Sappi che mentre tu senti l’urgenza di rispondere alle aspettative che la società ha su di te, quello si chiede cosa mangiare per cena o se andare o no a vedere la partita della sua squadra del cuore. Che non ci sta pensando, che sei la donna della vita. Che c’ha proprio altri cazzi per la testa. Che non ha fatto una lista di tutti i tuoi straordinari benefits, per i quali sicuramente non vorrà perderti. E mentre tu ti sperticherai con fare materno, dedicandogli attenzioni e cura, abbi a mente che tra un paio d’anni si metterà con una 7 anni più giovane di te. Non venitemi a dire che “però Selvaggia Lucarelli” perché non è che siamo tutte bone come Selvaggia Lucarelli, ok? Voglio dire, è successo a Demi con Ashton. Figurati se non succede a noi.

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2. I trentenni: ahisahduifinfnfdknfgjnfbds. Volevo digitare con i gomiti, mentre mi mettevo le mani nei capelli e ce le lasciavo. Che meraviglia, i nostri coetanei. Quelli che NON sono fidanzati o conviventi (se ne registrano circa 20 in tutto il paese, affrettatevi), sono tendenzialmente dei millennials noncresciuti che non hanno neppure fatto il passo di imbarcarsi in una relazione seria. Proliferano i Golden-Single, che sono proprio vergini, che hanno un’educazione sentimentale pari a quella di un cactus dell’Arizona, l’expertise di uno stagista dell’amore e rimorchiano ancora le 18enni su Wechat. E poi ci sono quelli che sono usciti da una storia di 12 anni con la fidanzatina del liceo e quindi adesso prima dei 40 non vogliono sentirne parlare. Tanto hanno un decennio di vantaggio biologico rispetto a noi donne. A 40 troveranno una nostra erede culturale, ugualmente in sbattimento, che se li accollerà. Quasi tutti, comunque, sono infognati in un interminabile processo di definizione di se stessi (fonte di ansia indomabile, implicito egocentrismo, variabile vanità e costante misurazione dell’indice di successo della loro vita – con conseguente margine di tolleranza del successo di una partner eventuale). Pluriaccessoriati di insicurezze, si trincerano in un cameratismo virile fatto di concerti, partite di calcetto (o di basket, o di tennis, o di golf), dating app, viaggi con la mega-cumpa di amici, playstation, serie-tv, libri e fumetti. Non mi sento neppure di dar loro torto, in effetti. Si appassionano platonicamente a donne inarrivabili, decisamente fuori dalla propria portata, e trattano con sufficienza quelle a cui – per brevi lassi di tempo – hanno accesso. La risposta, in questi casi, è che se hanno superato i 30 e sono single, evidentemente, è perché single vogliono essere. E chi siamo noi per indurli a fare una cosa che, intimamente, non vogliono fare, cioè farsi rompere i coglioni da una femmina che poi pretende pure, chessò, di parlare al telefono? O di uscire? O di fare delle cose insieme? O di avere un regalo a Natale? O che tipo poi le devo pure pagare la pizza quando quei soldi mi servirebbero per andare al concerto de I Cani? (questo a grandi linee è il livello di analisi della situazione)

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3. I Quarantenni: molto bene. Il 40enne single è come il 30enne ma con un bagaglio di 10 anni in più di autoreferenzialità pura. Voglio dire: non sei la prima. Sai quante commilitone ci sono già passate? Sai quante hanno già provato a redimerlo invano? Cosa ti fa pensare di essere migliore delle altre? Di poter riuscire dove altre hanno fallito? Una possibilità in effetti c’è, ed è il puro tempismo. Cioè che il 40enne, se e quando ha capito di averlo lungo abbastanza, può finalmente occuparsi di fare contenta la mammà e scegliere un’incubatrice. E se tu hai la fortuna di trovarti proprio lì, al momento giusto, con l’outfit giusto, se riesci a venderti abbastanza bene da sembrare abbastanza figa (o abbastanza accondiscendente e remissiva, dipende dal tipo di maschio) per lui, allora forse je la fai. Devi essere curata, esteticamente appetibile e ancora competitiva con quelle che c’hanno 24 anni, possibilmente benestante perché l’uomo contemporaneo non è che non ci faccia caso, e comunque in età fertile (“Dai 35 anni in su, non so, ma le escludo per una relazione seria” cito testualmente). Altra possibilità è che a 40 anni il maschio abbia magari superato la sbornia della sua precedente rottura, e dopo 7 anni di scopate occasionali (o di agghiacciante astinenza, dipende dal tipo di maschio), si senta pronto a imbarcarsi di nuovo in un presunto regime monogamo. Tuttavia, c’è un però. Però diventare così adulti da soli, vuol dire avere un’architettura di abitudini e nevrosi, con le quali dovrai essere capace e disposta a incastrarti. Certamente ce la farai, amica, se lo vorrai, io credo in te. Sappi però che non è così facile. Cioè dopo averlo trovato, tocca pure farlo funzionare. In tutti gli altri casi, il 40enne è sposato e abbiamo detto (no, non in questa sede ma in altre sì), che con gli uomini delle altre anche basta. Talvolta è padre. Talvolta è divorziato. Questa è una casistica che mi manca e in effetti potrei sperimentarla, prima di considerare conclusa la mia indagine etnometodologica dell’amore. Sai no, provare con il ruolo dell’ex moglie a cui passare gli alimenti. L’affidamento congiunto dei figli. Ne ho già fatti e non ne voglio altri. E altre robe di questo tipo.

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4. I Cinquantenni: essi presentano numerosi vantaggi. In primis, il ventennio che vi divide farà comunque di te una dea ai loro occhi. Lo sguardo del cinquantenne sul tuo corpo, sulle tue imperfezioni, sulla cellulite, il cuscinetto, la pelle che non tiene più come teneva 10 anni fa, sulle prime rughe, sarà sicuramente meno giudicante (o così lo percepirai tu), rispetto allo sguardo di un coetaneo. Quindi tu ti sentirai più libera, più sicura, più femmina. In secondo luogo, il cinquantenne è rassicurante, empatico, intuitivo. Chiacchierarci sarà un piacere e la posizione in cui lo farai, quel paternalismo non detto ma inevitabile che si instaura, quel dialogo di sicurezza e giovinezza, lo scambio vicendevole e benefico, l’afflato di due anime anagraficamente distanti ma eccezionalmente capaci di cogliersi, è una delle dinamiche più confortevoli che esistano. Sessualmente, poi, il cinquantenne ha esperienza. Non è uno di questi damerini di nuova generazione. Quello la fica la conosce, pure bene. E, tendenzialmente, la ama, in quanto tale. Col pelo, senza il pelo, di sopra, di sotto, di traverso. La riconosce ancora come l’oggetto del desiderio, il movente di una sessualità sincera, fisica, gioiosa e vitale. Si è formato quando il sexting non esisteva e non era neppure immaginabile. E il fatto che tu sia la sua ultima primavera sessuale, in verità, gli farà sparare le ultime scorte di cartucce con una passione che manco i 16enni. Inoltre, è raro che un 50enne ti chieda di fare a metà del conto al ristorante. Non che questo faccia di lui un eroe,  ma sappi che è così. L’aspetto negativo è che comunque l’età c’è ed è un fatto. Il corpo non è giovane, ed è un fatto. La sua vita, una lunga parte di essa, l’ha già vissuta e quegli anni che non avete condiviso, in cui tu eri ancora uno spermatozoo e lui andava a Londra per la prima volta senza le low cost; in cui tu guardavi Dawson’s Creek e lui cresceva dei figli che adesso hanno pochi anni meno di te, sono andati. Non li riavrai. E, qualora volessi riprodurti (perché come il nostro governo insegna, è una domanda che dobbiamo comunque porci), sarà abbastanza difficile che tu lo faccia con un uomo così maturo; e qualora lo facessi, i compagni di scuola di vostro figlio penseranno che lui sia il nonno che va a prenderlo all’uscita da scuola. A me verrebbe da dire anche sticazzi. Però ti segnalo questi punti, amica, perché è giusto tu sappia. Sappi, infine, che le sue chiappe potrebbero essere molli, i suoi capelli radi, le sue gonadi canute. Donna avvisata…

(tutti i vantaggi testé elencati, come dimostra l’immagine allegata, non valgono per qualunque 50enne)

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5. I 60enni e gli over60: vabbè…purtroppo di Sean Connery ce n’è uno solo nel mondo.

Ora, come sempre io parlo dal mio parziale e vaginale punto di vista, ma sono sicura che si possa stilare un elenco invertito sul genere femminile. Anzi, prima che qualche brillantissimo lo faccia, mi porto avanti e vi anticipo cosa dirà (così non me la menate col solito sessismo):

1. Le ventenni: fighe, toniche, leggere, bisognose di conferme, manipolabili, spregiudicate, vogliose. Al massimo un po’ superficialotte.

2. Le trentenni: che Dio ce ne liberi, in sbattimento totale, alla ricerca disperata di un seme che le fecondi. Schizzate, indecise, convinte di avercela solo loro ma pronte a lanciarla dietro al primo stronzo che passa, salvo poi chiedersi dove siano finiti i bravi ragazzi, che puntualmente snobbano. Pretese altissime. Fisicamente si stanno già sfasciando. Complessatissime per il fatto che tutte le loro amiche si sposano e loro sono ancora su Tinder.

3. Le quarantenni: se sei fortunato le trovi ancora ben conservate, hanno quasi tutte abbandonato l’idea di procreare o hanno già procreato con terzi. A volte, però sono ancora un po’ troppo incazzate e cazzofobiche. A letto, una bomba.

4. Le cinquantenni: sono il nuovo Eldorado, quelle tenute bene. Materne, rassicuranti e a bassissimo mantenimento; sono quelle tornate single, i figli già ce li hanno e non ne vorranno altri e pure se li volessero puoi stare sereno che la menopausa risolve i problemi! Non sono alla costante ricerca di conferme e rassicurazioni, sanno cucinare, sono indipendenti (anche economicamente), non hanno bisogno di essere né aiutate né salvate, e poi la femminilità non ha età. Sono grate della tua presenza nella loro vita perché le fai sentire ancora giovani, desiderabili e ogni volta è una sorpresa per loro essere ancora chiavate da uno che potrebbe, sulla carta, essere il fidanzato delle loro figlie. O quasi.

5. Le sessantenni: hanno comunque un loro pubblico…

Insomma, è un mondo difficile lì fuori.

Un gioco faticoso, l’amore.

Un terno al lotto.

Le possibilità di vincere sono poche.

Per averle tocca comunque partecipare.

E perdere.

E non smettere.

Quinquennio Vaginale

Avevo 26 anni. Una tuta di pile viola. 15 o 20 kg di più. Molti più capelli. Molte meno rughe. La pelle più tonica. I denti più dritti. Ero castana. Avevo un paio di scarpe della Guess. E un paio di borse di Carpisa (oh, yes).

Avevo 26 anni, il mio regime alimentare era fondato sul Contorno Mediterraneo di 4 Salti in Padella, sulle Patatine Più Gusto – Gusto Pomodoro e sulle Gocciole Pavesi. Ascoltavo un repertorio musicale di gusto dubbissimo e mi accingevo a raccogliere i pezzi dell’ennesima (ennesima, già ai tempi, ndr) relazione finita.

Nasceva così, questo blog.

Da allora, dal novembre 2011, sono trascorsi 5 anni. È cresciuto il blog e sono cresciuta io. E sotto i ponti sono passate parole, e righe, e commenti, e bit, e byte, ed esperienze, e vita.

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Come Eravamo

E ora son qui che m’accingo a buttare giù uno di quei post autoreferenziali che generalmente odio leggere, ma che in qualche misura mi sembra giusto scrivere. Da un lato perché gli unici anniversari che festeggio sono quelli con wordpress. Dall’altro, perché questo blog, con tutto ciò che ha portato nella mia vita, ha significato tanto. È diventato un pezzo importante del mio percorso, e allora lasciatemi fare questa cosa un po’ melensa, pura masturbazione vaginale, di ripercorrere i momenti più significativi, di ringraziare qualcuno, di fare un mini-bilancio, che del resto siamo quasi a fine anno.

Lasciatemi ringraziare la Vagina, per alcune cose:

  1. Per avermi aiutata, da pischella, a vivisezionare, comprendere ed esorcizzare i miei limiti, i miei difetti e le mie paure. Non che sia un lavoro terminato, l’introspezione è peggiore della Salerno-Reggio Calabria, però dei progressi sono stati fatti. Un metodo, per lo meno, è stato acquisito. E questo, nel generale analfabetismo emotivo in cui viviamo, male non fa.

2. Per avermi fatto incontrare tantissime persone in questi anni, la maggior parte delle quali interessanti, alcune diventate amicizie vere, di quelle che molesti a qualunque ora del giorno e della notte se non stai bene, e che ti molestano a loro volta se non stanno bene loro, senza chiedersi scusa, senza sentirsi in imbarazzo. Di quelle che puoi riderci, e puoi piangerci, e farci progetti, e scambiarci opinioni, e condividerci sbronze, e successi, e fallimenti. E tutto questo in una metropoli come Milano, francamente, poco non è.

3. Per la rubrica su Cosmopolitan che ho curato per quasi 2 anni, che a voi non sembrerà un granché, ma quando mi fu proposto, ne fui davvero felice. Felice un casino.

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La Rubrica su Cosmopolitan

4. Per la prima VagiNight, nel 2013, in collaborazione con la LILA, che fu una figata pazzesca, oltre a essere un evento benefico, di cui il mio karma deve aver beneficiato in qualche maniera (che non è stata “trovare il grande amore della vita”, però diamogli tempo, al karma).

5. Per avermi fatto ricevere tonnellate di email (molte delle quali giacciono senza risposta in una cartella, e di ciò mi scuso, ma non riesco a star dietro a tutto). Per gli attestati di stima, le storie, le testimonianze, l’affetto (non esagero) che chi mi legge ha dimostrato. E anche per le critiche, che accolgo con inaudita fatica, ma che a volte servono.

6. Per chi mi segue da anni e da anni torna sotto ogni mio post a scambiare idee, opinioni, a rendere questo blog una community, che è molto più di un “diario segreto pubblico”. Per chi ha reso questo posto uno spazio di dialogo e confronto. Per i miei zii virtuali (Dovesei, il Luperrimo, il Fedi, il Pinza; per Mezzatazza che è qui da principio; per Alessandro che ogni volta mi regala spunti e arricchisce le mie riflessioni, o pugnette che dir si voglia; e naturalmente per tutti gli altri, che leggo, e conosco, e riconosco; e per tutte le matricole, ovviamente, che sono sempre le benvenute)

7. Per la redazione de Linkiesta che da anni mi concede di parlare anche di altro; per le collaborazioni con Corriere; per gli editori che mi hanno contattata, per i giornalisti che mi hanno intervistata, per i produttori televisivi, per gli eventi, per gli inviti, per le pr che mi scrivono e che mi chiedono di fare marchette che non faccio, ma le capisco, perché fanno il lavoro che ho fatto anche io per 7 anni. Per i brand che scelgono di collaborare con me anche se mi chiamo come l’organo genitale femminile. Per i gadget che comunque non dispiacciono mai.

8. Per il coraggio che, a un certo punto, è arrivato, di provare a sopravvivere di stenti&scrittura, in Italia, nel 2016 (e ancora non so dirvi se ce la faccio, ma sarete aggiornati, prima o poi vi chiederò il contributo, come wikipedia o il guardian – del resto siamo sullo stesso livello, no?)

9. Per le soddisfazioni (tante) e le porte in faccia (poche, ma me le sono legate al dito, tutte, che come sapete sono molto easy-going), che servono anche quelle. Per le idee che si concretizzano e per tutte le altre che restano nel caos primordiale del “prima o poi lo farò”. Per il blog di viaggi che ho aperto (questa è una auto-marchetta, comunque sì, cliccate e laikate, come dicono quelli che fanno questo sporco mestiere che dopo un po’ ti fa invidiare i “commercialisti”, gli “avvocati”, i “medici”, gente che insomma si capisce come cazzo campa).

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Una foto della VagiNight

10. Per tutte le volte che mi ringraziate di ciò che scrivo. Di farvi ridere fino alle lacrime, e sorridere, ed emozionarvi, e a volte piangere (il mio narcisistometro sta impazzendo, ma sono cose che mi dite voi e io vi ❤ anche per questo). Per tutte le volte che mi ringraziate di aiutarvi a superare un momento difficile, di farvi sentire meno sole, meno pazzeh, più comprese, più normali e mi fate pensare che ciò che faccio un senso ce l’abbia. Per tutte le volte che mi dite che leggendo un mio post, leggete meglio voi stesse, con una chiarezza che non avevate ancora trovato. Per tutte le volte che sentite che le ansie e le incertezze che viviamo sono comuni, e possiamo condividerle. Per tutte le volte che mi dite che vi tiro su il morale. E anche per gli uomini che vengono qui, a rovistare nelle nostre paturnie e nelle nostre complicazioni, e qualcosa imparano e qualcosa ci insegnano. E fanno sì che questo blog non diventi un covo di gattare (con tutto il rispetto, prima o poi me li prenderò anche io, i gatti; sto resistendo ma ci arriverò), né la roccaforte della guerra al cazzo (anche perché il membro ci piace e non vorremmo essergli nemiche).

11. Per tutti quelli che NON mi giudicano una troia solo perché scrivo di sesso. E pure per quelli che mi giudicano tale, dimostrando quanto lavoro ci sia ancora da fare, e quanto sia giusto continuare a parlarne.

12. Per gli uomini che sono usciti con me per quella che ero e non per ciò che scrivevo. Anzi, nonostante ciò che scrivevo. Per quelli che mi hanno fermata in questi anni dicendomi “Ma tu sei…?”, che anche se è una cosa che mi imbarazza A BOMBA, fa pure un po’ piacere (sì, mi imbarazza, perché nella realtà sono timida, odio stare al centro dell’attenzione e se devo parlare in pubblico ho il cuore che mi salta in petto che ogni volta rischio un attacco cardiaco).

13. Per mia madre che con certi miei post si commuove. Per mio padre che mi mette like su Facebook. Per Frecciagrossa che mi cita a menadito. Per i miei amici che il blog non lo leggono e così almeno ho delle cose da raccontare, quando ci vediamo. E per gli altri che invece lo seguono e così hanno la sensazione di sentirmi, anche se non ci sentiamo più. Per tutti quelli che sono stati abbastanza intelligenti da non sentirsi mai offesi da ciò che ho scritto.

14. Per la lezione che ho tenuto alla Scuola Holden. Cioè, io. Tenerla. Non seguirla. Nel tempio. Io, profana semi-analfabeta che nella vita ha letto 5 libri in tutto (no vabbè, esagero, facciamo 10).

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Finita la lezione alla Scuola Holden…

15. Per tutti quelli che “Allora, quando ce lo pubblichi un bel romanzo?”, che mi fanno venire l’ansia, ma mi fanno anche piacere, perché mi fanno pensare che, forse, se scrivere è l’unica cosa di cui io non mi sia mai annoiata nella vita, un motivo c’è. E, forse, è giusto continuare a farlo.

Insomma, 5 anni sono tanti e sono stati anche belli.

E se tornassi indietro, rifarei più o meno tutto (giusto qualche caso umano in meno, ecco).

A Scuola di Consenso

Angela. Rosanna. Natalina. Stefania. Patrizia. Olga. Giulia. Elisa. Carmela. Maddalena. Sara. Tiziana. Carlotta. Gloria. Valentina. Loredana. Federica. Michela. Anna.

E tutte le altre.

Chissà dove siete. Chissà cosa fate. Chissà se v’incontrate.

Se vi raccontate cos’avete provato. Se lo sapevate, che prima o poi sarebbe successo. Se avevate paura. Se avete provato a chiedere aiuto. Se quell’aiuto l’avete trovato. Se avete denunciato.

Cos’avete pensato, in quel momento, quello esatto in cui capisci che la resa è arrivata. Che stai morendo e che ad ammazzarti è un uomo che hai amato, dal quale non hai saputo difenderti.

Ironico, forse, lo troverete, che pensiamo sempre che gli uomini debbano salvarci e che invece, a volte, è da loro che bisogna salvarsi.

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Chissà se li avete odiati, quando avete capito che non sarebbero cambiati mai.

Che sareste morte.

Che ciò che di voi sarebbe rimasto, sarebbe stato un nome, un numero nella statistica delle donne uccise per mano del proprio compagno (o ex) in Italia.

Che ciò che di voi sarebbe rimasto, sarebbe stato un ricordo nel cuore di chi ha saputo amarvi davvero, ma non è riuscito a proteggervi. Una puntata di Amore Criminale, bene che vada. Una vostra fotografia sul giornale. Un articolo in cui si parla di voi. Un cartello con sopra il vostro nome a una manifestazione. Una veglia al paesello. Una photo-gallery.

Chissà se vi siete sentite stupide, come ci sentiamo sempre quando ci accorgiamo di dare troppo a chi poco merita. A chi niente merita.

Chissà quanto piccola dev’esservi sembrata la vita, quanto fragile, quanto incerta, mentre le mani vi stringevano il collo, e i pugni vi sfondavano il torace, e i calci vi massacravano il ventre.

Chissà quale terrore e insieme quale sollievo, al pensiero che almeno quell’inferno, quello terreno, fatto di silenzi, di grida, di sgarbi, di menzogne, di violenze, di minacce, finalmente giungesse al termine.

Chissà quale amarezza per chi lasciavate qui, dietro di voi. Per i vostri bambini che vi hanno sentite piangere di nascosto milioni di volte. Per i vostri genitori straziati per sempre, da un male che non può trovare spiegazione. Per i vostri fratelli che non vi hanno prese e non vi hanno portate via, e non ci dormiranno più la notte, a ripensarci. Per le vostre sorelle e per le vostre amiche che vi hanno detto milioni di volte di lasciarlo e voi non l’avete fatto. Oppure l’avete fatto e per questo siete state punite.

Chissà che male, il martello.

Chissà che fredda, la lama.

Chissà il sangue, in gola, denso e metallico.

Chissà quante volte ci avete pensato, ad andarvene. Ma come si faceva. I soldi. Il lavoro. I figli. Tanto lui non vi avrebbe dato tregua mai.

Chissà quante volte avete pensato che fosse solo geloso, perché vi amava. Perché aveva paura di perdervi. Perché voi eravate tutto per lui.

Chissà quante volte avete ripercorso il passato, indugiando con la memoria sui primi tempi, in cui eravate stati felici insieme. Chissà quante volte l’avete fatto, per sopportare l’orrore quotidiano.

Chissà quante volte avete nascosto i lividi. E avete smesso di uscire, per non rispondere più alle domande, per non leggere più la preoccupazione negli occhi degli altri.

Chissà quanto brucia, quando ti lanciano l’acido addosso. Quando ti danno fuoco con un fiammifero. Cosa pensi? Che stai morendo o che sopravvivrai e non avrai neppure più la tua faccia? Perché non sei degna di vivere, o di avere la tua identità, la tua bellezza, la tua normalità. Cosa pensi mentre l’odore del carbonio ti stordisce e ti entra nelle narici, fino al cervello, prima che esse stesse si squaglino nelle fiamme. Cosa pensi? Che non resteranno che resti abbrustoliti, del tuo corpo? Che non ti piaceva neppure così tanto, quel corpo lì. Che ti vergognavi della sua cellulite, delle sue tette appese, delle sue rughe, ma che era il tuo, il tuo bellissimo e unico corpo. Eri tu, quell’ammasso di carne nuda e pelle bruciacchiata. Era la tua faccia. Erano i tuoi capelli, che erano bellissimi anche se erano lisci invece che ricci, o ricci invece che lisci, o crespi, o radi, o bianchi.

Chissà quanto sono lunghe, quelle frazioni di secondo che dividono il rumore sordo del grilletto dal dolore profondo del proiettile che ti affonda nelle viscere.

Chissà se pensi a tutto ciò che avresti potuto fare di diverso.

Chissà se ti chiedi da quanto ci stesse pensando, a farti fuori.

Chissà se provi a giustificarlo, anche in quel momento. A pensare che è infelice, depresso, collerico, frustrato.

Chissà se ti incolpi ancora, di averlo provocato, di essertela cercata, di meritartela quella fine, di crepare nel posto che doveva essere il più sicuro al mondo: la tua casa.

Chissà se lo perdoni, se assolvi una volta ancora il suo abisso emotivo, la sua nullità, la sua malattia.

Chissà se ti arrendi all’evidenza che non ti ha amata, che non ama, che non sa farlo. Che l’amore è un’altra roba, una disciplina diversa, che lui non conosce e che ha fatto dimenticare anche a te.

Chissà se mentre esali gli ultimi respiri ci pensi, ti chiedi cosa ne sarà del tuo corpo. Se farà una messinscena. Se ti butterà nel fiume, o nel bosco, se si costituirà o se andrà a Chi l’ha Visto a dire in favore di telecamera che gli manchi, che devi tornare, che lui e i bambini ti aspettano, a casa, che è disperato, tra i singhiozzi. Prima che gli inquirenti scoprano che aveva un amante e che aveva pensato fosse legalmente più semplice ammazzarti che divorziare.

Chissà quanto ti senti impotente, vulnerabile, sola, quando urli e nessuno ti sente. Quando il fiato smette persino di arrivarti in gola. Quando lo guardi per l’ultima volta e lo vedi, finalmente, per quello che è. Un uomo mediocre. Una bestia. Un fallito. Un assassino. Il tuo assassino. Che un tempo hai amato. Che hai pensato fosse l’uomo della tua vita. Che hai pensato potesse renderti felice.

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Chissà cosa pensate, quando da lontano ci sentite dibattere sul “femminicidio“. Chissà cosa provate quando ascoltate quelli che dicono che non esiste, che è un’invenzione mediatica al pari della mucca pazza, che i numeri sono ridicoli, che se è per questo ci sono anche le donne che ammazzano gli uomini.

Chissà cosa pensate quando ci sentite dibattere delle questioni di genere, accusarci di sessismo gli uni con gli altri, appellarci a statistiche e numeri per spiegare che questo problema, quello della violenza sulle donne, esiste. Che è reale. Che è culturale. Che c’è tanto lavoro da fare, sui giovani e sui meno giovani, sugli uomini come sulle donne. Che voi, con la vostra vita e la vostra morte, ne siete state la più tragica espressione. Ma che ce ne sono molte altre, che vengono prima. Che ci sono le molestie, gli stupri, le intimidazioni, le discriminazioni, le prevaricazioni, i pregiudizi, lo stalking, gli abusi, le aggressioni, le violenze domestiche, lo slut-shaming, il cyber-bullismo.

Chissà cosa ne pensate, della campagna “A Scuola di Consenso“, promossa dall’associazione F Come, che punta a fare pressione sulle istituzioni politiche affinché almeno una delle varie proposte di legge già depositate sia discussa in tempi brevi, per introdurre l’educazione sentimentale nelle scuole. E negli atenei. E che a essere formati siano anche i trainers, cioè chi educa. Collaborando, tutti, insegnanti, educatori, terapeuti, attivisti anti-violenza, per provare a lavorare sull’unico terreno sul quale si può davvero agire: la cultura. Per provare a interpretare insieme il cambiamento sociale – e antropologico – di cui i generi sono protagonisti, più o meno consapevolmente; per offrire strumenti interpretativi delle relazioni sentimentali e sessuali agli adulti di oggi e di domani.

Che, se ci pensate, passiamo anni della nostra vita sui banchi di scuola, fingiamo di imparare tantissimo di grammatica, matematica e storia (salvo poi essere un popolo di capre che non sanno coniugare il congiuntivo, o distinguere “li” da “gli”), e arriviamo nella vita senza che nessuno ci abbia spiegato abbastanza chiaramente cosa sia il CONSENSO, che l’amore dice “Sì” (sì, sì, così). Cosa sia la parità. Cosa sia il rispetto. Se siamo fortunati e abbiamo genitori in gamba, ce lo insegnano loro. Se siamo fortunati e troviamo un buon network di amici, lo capiamo lo stesso. Ma forse, la civiltà e l’umanità, non possono essere lasciate al caso.

Chissà se anche voi pensate che sarebbe giusto. Che sarebbe urgente. Farlo, iniziare, in Italia come nei paesi anglosassoni.

Che andrebbe fatto per chi c’è e per chi ci sarà. E anche per voi, che non ci siete più.