Se Bella Vuoi Apparire

Ho una cugina dieci anni più grande di me. Non ci vediamo e non ci parliamo più, ma quando ero bambina, la guardavo come fosse un modello. Era brava a studiare, aveva un bel fidanzato, andava a fare l’erasmus. La osservavo e pensavo: chissà se da grande sarò brava come lei. Ricordo che un pomeriggio d’estate, avrò avuto circa sette anni, lei era ai grandi restauri in previsione della serata al Kalibé, favolosa discoteca provinciale della litoranea tarantina. Impugnava una pinzetta, davanti allo specchio, e si strappava peli dalla faccia. Sopracciglia per l’esattezza. La pratica mi parve talmente triviale che le chiesi se non le facesse male. Mi disse che faceva un po’ male, sì, ma era necessario. Intervenne, a quel punto, mia nonna, che era lì con noi e vigilava sulla scena. Mi guardò e dall’alto dei suoi 70 anni disse: “Se bella vuoi apparire, pene e guai devi soffrire“. Lo disse in dialetto, ma io non saprei rispettare l’ortografia vernacolare, dunque lo traduco nel più noto idioma nazionale.

Quando avevo 13 anni, il subbuglio ormonale mi infoltì visibilmente le sopracciglia. Lo notai io. Lo notò mia madre. Facemmo finta di nulla. Due anni dopo,  Antonio, che mi aveva sollevata dall’onta sociale di non essere mai stata baciata (insomma, colui che mi limonò per primo), mi suggerì: “Perché non te li togli?”. Indicava i peli in mezzo alla mia arcata sopraccigliare.

Questo fu il primo, violento, improvement che chiese alla mia persona. Il secondo fu di usare i tacchi (pover’uomo, era pure alto 1.90, limonare in piedi con una di 1.70 gli richiedeva troppo sforzo). La terza richiesta fu: “Perché non ti trucchi?” e la quarta “Perché non ti compri un perizoma?” (è stato solo petting, con Antonio).

Io – come una perfetta donna merda – eseguii prontamente tutti i task, nell’intento di soddisfare al meglio il mio maschio. Andai in missione da Intimissimi per comprare la mia prima lingerie. Decisi che dovevo imparare a mettermi la matita sulle palpebre, cosa che mi sembrava impossibile (l‘eye-liner per me lo è ancora) e andai per la prima volta da un’estetista a farmi estirpare le sopracciglia. Fu terribile, mi scendevano le lacrime da sole per il dolore e la pelle mi si arrossò tutta, come fosse ustionata, e rimase così per almeno mezz’ora. Dovetti riconoscere che il mio volto appariva diverso, dopo, ma quanto avevo sofferto per quel risultato? Aveva ragione mia nonna: se bella vuoi apparire…

Per il resto della mia adolescenza, la moda ha deciso che le sopracciglia dovessero essere sottili, sottilissime, fini al limite dell’inesistenza (con degli eccessi davvero zarri, che vorremmo tutte rimuovere dalla nostra coscienza). Poi c’è stata l’epoca delle vituperate “ali di gabbiano” e oggi sono tornati di moda i sopracciglioni folti, spessi, scuri, spettinati, pettinatissimi.

Sentivamo il bisogno, in effetti, di preoccuparci di una parte in più del nostro corpo e così abbiamo iniziato a iniettarci l’inchiostro sotto la pelle per avere sopracciglia everlasting, belle definite (giustamente dopo 15 anni a strapparle, abbiamo bisogno di trucchi e mutilazioni per averle come quelle di Cara Delavigne). Una mia amica s’è fatta il MicroBlading (blade, in inglese, significa SPADE, tanto per capirci). Una roba che non sapevo neppure esistesse. A onor del vero l’ho scoperto perché le ho fatto i complimenti per le sopracciglia, ma non sapevo mica che le aveva ottenute facendosi fare dei tagli in faccia. Per capire meglio, ho cercato un video su YouTube e ho trovato la conferma: mentre ti sottoponi a questa brutalità, ovviamente, SANGUINI. Ma tranquilli, non è neppure una cosa definitiva, come un vero tatuaggio. No, no, ogni tot settimane/mesi devi tornare a sottoporti al supplizio. Nel video che ho guardato, mentre asciuga il sangue dalla fronte della malcapitata, l’estetista dice: “Beauty is pain” che, in pratica, è la stessa cosa che diceva mia nonna. La bellezza è sofferenza.

D’altra parte mi chiedo: se esiste una moda tricologica, se i peli sono come le spalline, le scarpe a punta e la zampa d’elefante, quando tornerà finalmente di moda la passera pelosa? Quanto tempo ancora dobbiamo attendere, continuando a infliggere a noi stesse torture d’ogni sorta, prima che il gusto estetico si evolva e riconsegni ai nostri peli la giusta dignità? E quelle che hanno detto “ciao-ciao” a tutti i bulbi del proprio pube, cosa faranno? Andranno a farsi mettere l’inchiostro sul monte di venere? Oppure compreranno una palette di ombretti, con le giuste tonalità, per truccarsi la fregna come oggi si truccano le sopracciglia?

Una volta ero a una festa e un tipo mi disse: “Si vede che sei una terroncella“, “Da cosa?” gli chiesi. “Dal fatto che le sopracciglia ti arrivano alla palpebra” aggiunse, ridendo. Il mio interlocutore era gay. Lungi dall’essere discriminatoria, mi permetto di dirlo perché qualunque aspetto della sua persona, qualunque dettaglio della sua identità, era appositamente studiato per urlare al mondo la sua omosessualità. Non spoilero niente. Riconosco anzi il suo impegno nel farci sapere che gli piace l’uccello. Lì per lì sorrisi. Quando me lo disse non ebbi la prontezza di reagire. Frignai un po’ e poi aggiunsi che sì, aveva ragione, sono un disastro, la mia vita è un casino, consolami tu, ragazzo gay, migliore amico delle donne. Feci la frociarola, insomma, e tutto andò per il meglio. Ripensandoci oggi, mi accorgo che sarebbe stato corretto rispondergli, dirgli che così come io non rompevo il cazzo a lui per il modo nel quale era abbigliato, o per il fatto che parlasse in falsetto (lo faceva davvero, non sono io che ne faccio una caricatura raccontandolo), o per il fatto che fosse truccato, o per il taglio di capelli che aveva scelto, o per la pancetta che aveva messo su, ecco nello stesso identico modo avrei preferito che non mi rompesse il cazzo per tre peli di sopracciglia fuori posto. Gli riconoscevo il pieno diritto di essere come voleva, ma pretendevo che facesse altrettanto con me. Se l’avessi detto, però, sarei suonata stronza, pesante, permalosa e naturalmente omofoba. Incassai. Fui buffa e simpatica. Restammo amici.

Da allora sono passati molti anni e alle mie sopracciglia ho iniziato a provvedere da sola. Le lascio libere di essere se stesse e mi limito a sfoltire l’eccesso. Non mi interessa che cazzo dice la moda delle mie sopracciglia, a me vanno bene così. Non mi interessa neppure così tanto delle mie sopracciglia, voglio dire, di quante cose mi devo preoccupare? Quanto tempo posso sprecare per star dietro alle assurdità che qualcuno inventa per dirmi come deve o come non deve essere il mio corpo?

Ad agosto sono stata a New York, dove ho visto tre ragazze (carine, pulite, normalissime) con i peli sulle gambe. La prima era davvero bella e l’avevo notata per quello. Mentre le facevo lo screening, come un maschio della peggior risma, ho visto le gambe irsute. Mi è preso un colpo. Un brivido di orrore ma pure di ammirazione. È dagli anni cinquanta che ci ossessioniamo per avere un corpo glabro, quanto ancora dobbiamo andare avanti? Abbiamo bisogno che un influencer ci dica cosa possiamo fare dei nostri peli? Dobbiamo aspettare che Chiara Ferragni aderisca al #NoWax per sapere che il #NoWax esiste (parliamo di ceretta, non di vaccini)? O possiamo decidere da sole, e non schifare quelle che scelgono di spianare una strada nuova?

Due settimane fa, Lourdes Leon, la figlia di Madonna, ha sfilato alla New York Fashion Week con i peli sulle gambe.

Paris Jackson, figlia invece della buon’anima Michael, posta foto su Instagram in cui sfoggia ascelle e gambe al naturale.

Roxy Hunt, che è una hairstylist americana, da qualche anno si batte per la difesa dell’ascella pelosa (che comunque molte icone femminili hanno sfoggiato negli anni, da Patti Smith a Madonna stessa).

Le donne, nel mondo, lentamente, stanno riprendendo il possesso del proprio corpo. E anche se la cosa ci fa arricciare il naso, perché i peli non siamo più abituati a vederli sugli uomini, tra un po’, figurarsi sulle donne, c’è qualcosa di esaltante, liberatorio e straordinario nel rompere un’imposizione culturale.

Ecco, io non so quanto ci vorrà. Non so se sarò ancora viva o sessualmente attiva. Probabilmente sarò vecchia e coi i peli grigi alla figa. Ma so che arriverà, il giorno in cui l’hairy pussy sarà nuovamente di moda. È solo questione di tempo. Le sopracciglia, le ascelle, le gambe. Ci siamo quasi, sappiatelo.

Vi lascio con l’ultima domanda: quanto possiamo soffrire, per essere belle? Quanto interessa, a noi, donne, sinceramente, essere così belle? Per chi dobbiamo esserlo? Per cosa dobbiamo esserlo? Perché dobbiamo passare più tempo a preoccuparci di essere belle, invece che a dedicarci a essere soddisfatte, autorevoli, intelligenti, libere, erotiche, indipendentisensuali e potenti? E se vi rispondete che “La bellezza è importante”, chiedetevi chi l’ha deciso. Chiedetevi perché, in qualità di donne, dobbiamo essere misurate, pesate e giudicate, innanzitutto e principalmente, per la nostra bellezza. Da tutti, indifferentemente: uomini etero, uomini gay e, quel che è peggio, donne come noi.

Per ora vi saluto, ma sappiate che torno presto.

Normale, brasiliana o totale?

Ogni volta che chiamo l’estetista per prenotare un appuntamento e ci dico che voglio fare baffetti, sopracciglia e inguine, quella mi pone questa domanda esistenziale: normale, brasiliana o totale?

Ambarabà Ciccì Coccò, 3 cerette sul comò…

Che io sono tipicamente in giro, magari in coda alle Poste a pagare una multa, e provo sempre un leggerissimo imbarazzo a mettere a conoscenza i presenti della foggia che assumerà l’area più sacra del mio corpo.

Perché a Milano è così. Sono professionali e sono precisi. Per ogni pelo estirpato il prezzo aumenta. Loro hanno da saperlo in anticipo, perché gli appuntamenti si prendono fitti fitti, e noi vagine impegnate nella lotta contro la natura pilifera, veniamo stipate una dietro l’altra, nel corso delle ore, come in un’alienante catena di smontaggio ordita per abbattere la tirannia del pelo superfluo.

Premetto che io mi sono a lungo concettualmente opposta alla moda della patata glabra, per una serie di ragioni tra cui la principale è che scosciarsi ignude di fronte a una sconosciuta per farsi spalmare cera bollente e farsi strappare via i peli dalla parte più delicata del nostro corpo, mentre magari quella cerca di distrarci raccontandoci dell’ultimo disco di Biagio Antonacci, è un’esperienza davvero brutta e dolorosa. Che poi c’è quelle che ti dicono “Non ti irrigidire” e tu vorresti rispondere “Sì, hai ragione, in effetti sentire che armeggi a cavallo tra piccole e grandi labbra armata di colla e strisce di carta è rilassante quasi quanto fumarsi un personal di White Widow ascoltando i Porcupine Tree, c’hai ragione, scusa”.

Non che le altre tecniche depilatorie siano molto migliori: io con le creme non je la faccio, non c’ho pazienza, puzzano e non mi tirano via tutto. E il rasoio è un martirio.

Poi, per carità, depilarsi l’inguine è importante, non è che stiamo dicendo di fare i dread alla passera, sia chiaro. Ma la prima volta che ti metti a 4 zampe sul lettino dell’estetista per farti depilare tutto-tutto, e quella non può dirti “mettiti a pecora” quindi ti dice “mettiti a cagnolino”, tu senti chiaramente di stare sacrificando tutta la tua evoluzione femminile in una maniera profondamente turpe, sull’altare dell’estetica pornografica, e non sai nemmeno tu bene il motivo per cui lo stai facendo, e invochi lo spirito di Patti Smith che non si fa nemmeno i baffi e le chiedi di perdonare la tua momentanea prostituzione all’epilazione massificata e capitalista.

Personalmente, dopo essermi depilata, sento un forte moto di zoccolaggine inside. E ho capito che dipende semplicemente dall’esigenza morale di legittimare la sofferenza subita con almeno 30 minuti di sapiente cunnilingus. Perché fare tanta fatica per mettere in ordine una cosa che nemmeno si vede è scelta razionalmente incondivisibile. Poi, per carità, quella fatica la facciamo, perché hai visto mai che inciampi in Javier Bardem  e c’hai le balle di fieno sull’inguine? No, non va bene. Resta il fatto che noi vagine, a tirarci via i peli in quel modo, viviamo in una condizione di perpetuo credito sessuale nei confronti della società. Che si sappia.

Tecnicamente esiste 1 solo mese dell’anno durante il quale ha senso procedere con una depilazione drastica: agosto. Ad agosto si va al mare, e al mare c’è da star serene, non possiamo preoccuparci che qualcosa sbuchi dai succinti costumi da bagno. E sapere di non avere il becco d’un pelo lì dove dio voleva li avessimo, è un grande vantaggio. Per tutto il resto dell’anno trovo che rispondere “normale” all’estetista sia una scelta più che accettabile e poi, diciamocelo su, non è che la “totale” se la possano permettere proprio tutte e in molti casi lasciare un po’ di spazio all’immaginazione non guasta.

Capisco che molte propugnano l’evirazione pilifera pensando che così, avendo tutto sott’occhio, i maschi possano scoprire i misteri dell’Area 51 e poi trovare il clitoride più facilmente, ma in quel caso suggerirei di cambiare maschio. O di aiutare l’Indiana Jones della vulva in modi assai meno dolorosi e innaturali.

Senza contare che, a mio avviso, all’uomo vero il pelo piace. Perché il sesso più sano è scomposto, spregiudicato, brutale e primitivo. Il sesso migliore ci riduce a pelle e respiro, istinto e sudore, ci avvicina tantissimo agli animali, annienta la consapevolezza e la razionalità. E’ empatico più che estetico. E un vero maschio, di fronte al più succulento dei nostri solchi, non può che pensare al nostro piacere, attraverso il quale sublimare la sua eccitazione. E dovrebbe badare poco, assai poco, a quanto irsuto è il nostro pube, curandosi assai più della partecipazione che il nostro corpo manifesta di fronte alle sollecitazioni che ci propina.

E se un cazzetto fa troppo lo schizzinoso, si vede che non è molto virile. Del resto, Moana Pozzi ce l’aveva pelosa.