Di scrittura si muore, ma io no. O forse sì.

Le persone me lo chiedono spesso. Si usa fare così, del resto, lo sappiamo. “Come stai?” mi chiedono e sembra si aspettino già la risposta, e la risposta non può che essere positiva, ma molto positiva, qualcosa di altisonante e che non lasci spazio a dubbi. Voglio dire, non s’accontentano di un “Bene, grazie” o di un “Abbastanza bene, non c’è male, tiriamo a campare, tuttappò“. La gente s’aspetta che io risponda cose come “Alla grande!“, “Super-top!!!“, “Splendidamente!“, “Felicissima“. Se non lo faccio – e capite bene che non lo faccio perché non sono quel genere di individuo insensatamente ottimista e positivo nei riguardi dell’esistenza – mi incalzano: “Sei sempre in giro!”, “Sei già diventata miliardaria?!”, “Ti hanno già tradotta in 27 lingue?”, “Stanno già girando il film dal romanzo?”, “A quando il prossimo?”, “Ormai sei una vip!”, “Il peso della notorietà!”, “Fai parte del jet-set” e altre piccole o grandi assurdità di questo calibro. È un attimo e la gente (per non suonare qualunquista: con “gente” mi riferisco agli amici, ai parenti, ai conoscenti, agli ex colleghi, ai lettori) inizia a credere che tu sia “arrivata” e che tu ce l’abbia fatta. Non è chiaro DOVE tu sia arrivata o a FAR COSA tu sia riuscita, ma loro ne sono ormai convinti.

Sia chiaro, capisco questa suggestione mediatica. Scoprirne le logiche dall’altra parte mi è, anzi, estremamente utile a ridurre la percezione che io stessa ho delle vite altrui, quando le osservo attraverso il caleidoscopio dei social network. Solo che più ci penso, più mi colpisce come il momento in cui tutti sembrano persuasi del mio “successo” (qualunque cosa significhi), sia lo stesso in cui metto più in discussione me stessa: le mie scelte, le mie capacità, le mie motivazioni. Resisterò alla tentazione di imputare questa crisi mistica al compleanno imminente (32 anni, li compirò l’8 novembre, non fatemi gli auguri anticipati che si sa che portano sfiga) e proverò a fare ciò che ho sempre fatto: sputare il rospo, cagare via dall’anima un pezzetto duro duro di questo malessere, guardarlo, andare avanti, crescere, prendere decisioni, e altre attività tragicamente faticose che – fatto ancor più funesto – non posso continuare a procrastinare ad libitum.

Veniamo a noi con una dovuta premessa: la faccenda non è semplice. Per capire che c’era un malessere (ma và!) e circoscriverne il terreno (ben più difficile), ho dovuto far caso a una serie di segnali.

  1. Quando la gente mi chiede “Che lavoro fai?“, formulare una risposta mi manda in sbattimento. Perché, per quanto io creda fermamente che non siamo ciò che facciamo né ciò che possediamo, è vero pure che ciò che facciamo e ciò che possediamo sono elementi che condizionano e definiscono la nostra vita. La gag del “faccio-cose-vedo-gente” funziona i primi mesi. Dopo un po’ vorresti poter rispondere: la dentista, la parrucchiera, la salumiera, la consulente, l’avvocato, la segretaria. Tecnicamente qualunque mestiere, persino l’allevatrice di cavallucci marini sarebbe più credibile di “Faccio la blogger“. Infatti, per inciso, io non rispondo mai “Faccio la blogger”, rispondo “Scrivo” (e già capite che trapela un ingiustificato senso di superiorità verso quelle che fanno le blogger e che – a differenza mia – fatturano centinaia di migliaia di euro)

2. Quando le persone a me vicine, vicine abbastanza da conoscere la mia situazione professionale, mi chiedono – con prudenza, timore, un filo d’apprensione e una patina variabile di giudizio – che progetti io abbia per il futuro, mi sembra mi trattino come si trattano quegli amici che studiano da 10 anni per una laurea triennale, e cioè spalmando silenziosamente sul loro capo l’onta del fallimento. Capite, non è bello. E comunque sia, quale futuro? Cos’è il futuro? “No Future“, questo risponderei, urlandolo incazzata (e straziata) come fossi Lydon. Se solo fossi punk. Il futuro, due punti. Ho smesso di pensare al futuro, quando mi sono accorta che dovevo sbattermi troppo per sopravvivere al presente, ed energie non me ne rimanevano. Di solito in questi casi si cercano dei collaboratori, degli investitori, dei meccanismi redditizi costanti, delle agenzie. Tutte cose che altri, più svegli di me, hanno fatto. Io no. Ci ho pensato, ho annusato, ma comunque non l’ho fatto, non so se per istinto o per pigrizia, o per integrità. Dunque vivo alla giornata, faccio il contrario esatto di ciò a cui sono stata educata, perlustro tutti i limiti delle mie capacità. Saper produrre utili,  oppure unire le forze, oppure trovare investitori sono capacità che a “saper scrivere” ci spicciano casa. Ecco, la differenza non è marginale. Cos’è che voglio fare? Cos’è che voglio essere? Cos’è che sono davvero capace di fare? Cos’è che sono interessata a imparare? Cos’è che sono disposta a fare? Capite, non è facile.

3. Ma tutta questa generale anarchia esistenziale, questo ripudio dei punti fermi, questa libertà affascinante, questa sregolatezza scarmigliata come modus vivendi, ho potuto concedermela finché è esistito il grande cappello concettuale di esce-il-mio-primo-romanzo-con-rizzoli. Avevo il contratto, avevo un libro da scrivere, poi da promuovere. La promozione non è finita, ma il grosso è fatto. Adesso qual è la direzione? Ogni volta che qualcuno mi pone domande sul libro, sulle vendite, sugli sviluppi, sul prossimo che scriverò, vado in sbattimento. Non lo so. Non so niente. L’imbarazzo che suscita la domanda (per quanto legittima) non è molto diverso da quello di quando sei single e tutti ti chiedono (illegittimamente) “Beh, hai finalmente trovato qualcuno?”. “No, vivo di marchette occasionali, comunque poche perché sono selettiva”

4. Devo dire che una rilevante porzione del malessere suddetto, la colleziono ogni volta che il mio estratto conto riporta un numero a tre cifre; non a tre zeri, a tre CIFRE. Oppure ogni volta che accumulo pagamenti in arretrato; ogni volta che non vado con un’amica a fare shopping perché tanto non posso comprarmi un cazzo. Ma anche ogni volta che vedo i capelli bianchi e mi ripeto che dovrei tornare dal parrucchiere; oppure ogni volta che vorrei rifare la pulizia dei denti e penso che – anche per quello – conviene aspettare. Fossi più zelante avrei almeno iniziato a vendere online la roba che non uso più, ma la fatica mi sembra nel complesso sempre troppo eccessiva per il guadagno. Che poi, io mi chiedo, ma perché questa fissazione di dover fare un lavoro che mi piaccia, che mi rispecchi, che mi esprima? Ma perché ancora non mi sono affrancata da questa fantasia tardo-adolescenziale?

5. Un altro grave indice di malfunzionamento del mio modello di Business Improvisation è quando mi accorgo di non avere TEMPO; il ché, permettetemi, appare surreale. Eppure mi pare sempre di non averne abbastanza. Per andare in palestra con una regolarità sensata; per frequentare i miei amici; per leggere, per esserci per le persone che amo, per cucinare sano, per fare qualunque cosa.

E così si torna al punto di partenza: ma tu cos’è che fai? Io scrivo. Un po’ generico, lo so. È che non conosco altro modo di spiegarlo. Non sono una scrittrice, anche se ho pubblicato. Non sono una giornalista, anche se scrivo sui giornali. Non sono una che “fa la blogger” perché non fatturo centinaia di migliaia di euro all’anno. Non sono un’opinionista, anche se vengo invitata qua e là, a parlare di cose. Non sono una docente, anche se sporadicamente faccio corsi. Non sono una consulente, anche se ho fornito consulenze. Non sono famosa, ma neppure del tutto sconosciuta. Sono un ibrido. Non sono una grande imprenditrice, non sono Virginia Woolf (ma neppure Federico Moccia), sono presuntuosa anche se passo per modesta e forse non ho neppure mai avuto una vera missione nella vita, a parte sentirmi dire da tutti “brava“.

L’importante è muoversi, e tu ti stai muovendo“, mi ha detto l’altra sera il Frequentante, a casa, che poverino certe volte si sorbisce di quei patemi che potrebbe emettermi fattura alla fine della seduta.

Muoversi non basta, se lo fai senza tecnica ti stanchi e basta, non vai da nessuna parte. È la differenza tra restare a galla e nuotare. Se sai solo stare a galla, resti fermo, la notte arriverà e morirai assiderato, come Titanic ci ha insegnato. Se, invece, impari a nuotare, puoi provare a raggiungere una nuova sponda, oppure la riva, oppure puoi approdare a qualunque terra ferma, e salvarti“, gli ho risposto.

Ecco forse dovrei solo iscrivermi a un corso di nuoto, nelle acque torbidissime della vita adulta.

Lettera aperta a Voi

Ci sono alcune cose che vorrei dirvi da un po’ di tempo.

E vorrei dirvele per rispettare quel tacito “patto di trasparenza” che ho sempre avuto con le persone che leggono questo blog. Con voi, insomma.

Sono successe molte cose nella mia vita in questo ultimo anno. Alcune le ho raccontate, le ho condivise, come sempre. Altre le ho taciute. Perché non potevo parlarne, perché non sarebbe stato opportuno. E per quanto mi sia pesato mettere la museruola ai miei polpastrelli, ho preferito fare così.

Ad oggi, però, c’è un pezzo di tutto quello che è successo, che è giunto il momento di raccontarvi.

Non so mai bene che parole usare per spiegare alla gente quello che ho fatto, perché tendo sempre a minimizzare, ho questa forma di ancestrale e irrimediabile scaramanzia, ultra-retaggio borbonico della mia architettura culturale. Quindi dico cose tipo: “Ho lasciato il lavoro” (che fa pensare a una donna sull’orlo di un baratro nervoso), oppure “Mi sono licenziata!” (che fa pensare a una che non vuole dire che in realtà l’hanno mandata via, un po’ come quando “l’ho lasciato io/mi ha lasciata lui”). E poi rincaro tantissimo la dose, dicendo che l’ho fatto proprio nel momento in cui stavo conquistando il falso mito dei nostri genitori, IL CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO, che per loro è tipo il Sacro Graal, invece è una roba sempre più spoglia di tutele e diritti, ma vuoi mettere la sicurezza di uno stipendio fisso? Mettici che sono pure donna! E come farò, senza la maternità, quando vorrò sgravare? E in tutto questo il fatto che io non abbia un compagno, non abbia una relazione fissa e, a dirla tutta, non pratichi il mambo orizzontale da così tanto tempo che forse mi è ricresciuto l’imene, è un di cui. Un trascurabile di cui.

Comunque la verità è che ho deciso di fare ciò che volevo fare e di non trascinarmi nel futuro il rimpianto di non essere stata coraggiosa abbastanza. Mi sono accollata le responsabilità della mia scelta, e il rischio di fallire. E ho deciso. Il tutto senza nemmeno un marito consulente che mi porti a casa 5000 euro al mese.

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Cos’è che voglio fare? La free lance, la libera professionista, la consulente, la scrittrice a cottimo, quello che sia. Fondamentalmente non mi interessa diventare Stocazzo e fare i miliardi. Mi interessa, invece, avere una vita più flessibile, che non mi inchiodi a Milano, che mi consenta di essere potenzialmente più vicina ai miei affetti, ovunque essi siano, che mi consenta di non elemosinare 3 giorni di ferie se mia madre si opera; ma che mi consenta anche di provare a fare qualcuna di quelle cose che mi piacerebbe tanto fare, tipo: finire l’ebook (con cui, come alcuni di voi avranno notato, sono in un ritardo tale da far pensare a un bluff, ma vi giuro che esiste, è parcheggiato e non ho ancora avuto modo di rimetterci mano), organizzare un tour di eventi in Italia, provare a creare una web serie, costruire un progetto di scrittura collettiva femminile, avere una trasmissione in radio. Oltre naturalmente a scrivere gli altri duecento ebook che ho già pronti in testa, che potrebbero addirittura dire qualcosa di interessante. E naturalmente continuare a scrivere su questo blog, che amo. Fare qualcosa che mi diverta, che non mi imprigioni e che sia utile, in qualche maniera, agli altri; che continui a promuovere quelle cose di cui parliamo da anni: la consapevolezza, la sessualità libera, la femminilità sostenibile. E poi anche una fetta di culo incartata da una marmotta.

Insomma, tutto questo non è facile, dovrò senz’altro avvalermi di validi collaboratori e soprattutto dovrò cercare di non morire di stenti.

Ad oggi collaboro ancora con la mia agenzia, per 2 giorni alla settimana. Nel resto del tempo, butto le fondamenta per concretizzare alcune di queste nebulose idee.

In ogni caso, trovo corretto dirvi che farò (anzi, sto già facendo) qualche collaborazione con delle aziende. Lo faccio con molta prudenza, mi sono accorta che ho questa terribile tendenza a tirarmela, non solo con gli uomini, ma anche con i brand e con le agenzie, e questo perché sono molto attenta a non snaturare questo blog che fondamentalmente non è mai stato (e non voglio diventi) un collettore di markette, perché sì, di questo stiamo parlando.

Ce ne saranno, ma con moderazione e soprattutto con criterio. Cioè non scriverò post su Padre Pio con la pubblicità delle supposte alla glicerina sopra. Se sceglierò di accettare una collaborazione è perché sarà su qualche tema che secondo me è rilevante, utile, importante o divertente. Non sarò mai insincera in una considerazione che pubblicherò e non sarò mai testimonial di Somatoline.

Mi piacerebbe anche sottolineare che ho rifiutato moltissime proposte in questi anni, l’ultima delle quali proprio la settimana scorsa, quando tecnicamente ero già disoccupata. E questo ve lo dico perché mi piacerebbe che continuasse ad esserci quel rapporto di “fiducia” tra autore e lettore che c’è stato fino ad ora.
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Ci ho pensato a lungo, se scrivere o meno questo post. Ho anche pensato che per evitare qualunque marketta avrei potuto valutare l’opzione fund raising. Della serie: vi chiedo 2 euro all’anno, che praticamente sono 0,16 centesimi al mese, e stiamo pace. Però chiedere soldi mi sembra una poracciata…e poi io che non do 1 euro a wikipedia (che è una roba utilissima), perché dovrei chiederne 2 a voi (per un blog di pugnette)?

E poi c’è anche da dire che forse non c’è una percezione chiara di quanto lavoro possa esserci dietro un blog.

Di quante ore di vita, di quanti pezzi di anima, di quante serate a casa a preparare i pezzi, di quanti aperitivi paccati all’ultimo minuto, di quante telefonate non fatte, di quanti weekend a lavorare e di quante nottate a rispondere a tutti i commenti, quanti che fossero, e la conseguente Sindrome Cronica dell’Occhiaia da Eroinomane.

E, in fondo, tutto sommato, che qualcuno voglia collaborare con te, o mandarti un pacco, o invitarti a un evento, o ospitarti, o farti scrivere un post, non è una tragedia (a patto che tu dica la verità ai tuoi lettori), specialmente dopo che ti fai un bucio di culo così da 4 anni.

E con ciò non voglio dire che da adesso faccio la blogger di professione, che mi vengono i conati di vomito. Voglio solo dire che un buon blog porta via tanto lavoro e non c’è niente di male se uno con il lavoro ci guadagna anche qualcosa.

Concludo dicendovi che spero che chi mi ha letta in questi anni abbia il piacere di continuare a farlo.

Spero che l’affetto che sento da molti di voi sia per me un carburante importante per realizzare gli altri progetti che ho in testa e che sono convinta vi piaceranno.

Spero di continuare a offrirvi spunti di riflessione, sorrisi, lacrime e tutte quelle altre cose di cui mi ringraziate nelle mail e nei commenti che mi inviate.

Adesso credo che il messaggio sia chiaro, quindi vi saluto,

con affetto e gratitudine

Vagi

 

ps: a questo proposito mi permetto di segnalare un video che ho pubblicato la settimana scorsa per Falloxme, che è stato esilarante girare e spero per voi sia altrettanto divertente da guardare 🙂 

Facce da Blogger

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Una volta un tipo con cui sono uscita a bere vino bianco fermo mi ha detto: “No dai, non dirmi che sei una cazzo di blogger!”.

Mi ha fatta riflettere, la cosa. Mi ha fatto pensare che forse esiste una categoria sociologica specifica nella quale inserire tutte le persone che, a vario titolo e con diverse ragioni, decidono di scrivere un blog. Come se ci rientrassero tutte, indifferentemente, sotto quell’enorme cappello concettuale: da quello che scrive di politica, a quello che scrive di sport, a quello che fa satira, a quella che parla di smalti, a quella che scrive di moda, a quella che parla di maternità, a quella che parla di viaggi, a quello che parla di libri e cinema e musica, a quello che parla di fumetti, a quella che parla di cucina, a quella che parla di cazzi. E, a tal proposito, io ero una cazzo di blogger?

Di fatto: non avevo un Mac, non avevo un iPhone, non usavo smalti Chanel, non fotografavo macarons e i cupcakes mi facevano cacare.  Non immortalavo piatti grandi quanto un sombrero, con al centro un tortello ripieno di caviale di struzzo in salsa di basilico e zucca, spolverato di tartufo bianco. Non avevo amici hipster con la barba lunga e gli occhiali con le lenti rotonde (perché i miei amici hanno ancora le lenti rettangolari e da poco sono usciti dal tunnel della doppia stanghetta da ingegnere, a onor del vero, e dio li benedica per questo). Non facevo favolosi viaggi esotici, non passavo tutti i weekend in agriturismi con piscina affacciata sull’Appennino umbroemiliano, non possedevo borse care quanto un trimestre del mio lavoro. Non facevo dolcetti e non consigliavo ricette, giacché le mie doti culinarie avevano trovato la loro massima espressione nella quiche con la pasta pronta Buitoni e l’ultima volta che avevo fatto un tiramisù avevo visto i savoiardi galleggiare alla deriva nel mascarpone. Non pubblicavo tutorial su come fare degli smokey eyes un po’ nude, mettendo il primer, un trucco veloce, per quando avete solo 57 minuti di tempo da dedicare al makeup. Non mi sentivo Lady Gaga solo per qualche migliaio di follower. Non andavo in giro con magliette con su scritto che ero il brand di me stessa. Non avevo il tempo di presenziare a tutti gli eventi mondani, o a tutte le mostre, o a tutti i concerti in area vip. Non avevo una reflex. Non instagrammavo disegnini da 14enne su fogliettini con cuoricini e fiorellini. Non avevo un carlino o un bulldog francese. Non avevo nemmeno un tatuaggetto in francese, in effetti. Insomma, mi mancavano un sacco di cose, per definirmi “una cazzo di blogger”. E molte di esse, ad oggi, mi mancano ancora (per fortuna).

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Eppure una blogger lo sono, ce lo so.  Così mi è venuto in mente che i blogger non sono solo e soltanto quanto testé elencato. Che spesso sopra quello (o al posto di quello) c’è dell’altro. E se vero è che siamo talvolta esibizionisti, se vero è che ci scompensiamo se non abbiamo il telefono o il computer a portata di pollice opponibile, se vero è che non sappiamo campare più a lungo di 3 giorni senza scattarci e pubblicare un selfie su tutti i social (nei miei periodi bui sono arrivata a pubblicarli anche su Pinterest), se vero è che abbiamo la sindrome della condivisione, se è vero tutto questo, c’è comunque dell’altro.

Per esempio che abbiamo una passione che (per qualche gioiosa o nefasta ragione) ci induce a condividere pensieri, consigli, recensioni, storie.

Per esempio che a volte non dormiamo la notte, per scrivere e per lavorare al blog.

Per esempio che osserviamo e ascoltiamo ciò che ci circonda, che rubiamo quanti più stimoli possibile alla realtà e li riproponiamo, poi, rielaborati attraverso il nostro caleidoscopio personale.

Per esempio che siamo soddisfatti quando riusciamo a stimolare una risata, una riflessione, una conversazione.

Per esempio che siamo felici quando percepiamo l’affetto di chi ci legge da anni.

Per esempio che spesso dalle tastiere si passa a un aperitivo, durante il quale si creano amicizie, oppure sodalizi, oppure affinità, oppure progetti, oppure idee, oppure sfide, oppure entusiasmi. Oppure tutte queste cose insieme.

Per esempio che grazie ai blog finiamo col conoscere tante persone che probabilmente non conosceremmo altrimenti. Alcune strane. Quasi tutte interessanti.

Per esempio che amiamo quello che facciamo. E che fare qualcosa per amore, tutto sommato, non è sbagliato mai (e dopo questa posso anche andare ad avvelenarmi con il Wc-net).

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E io credo che sia questo ciò che Elena Datrino ha deciso di raccontare nella sua mostra Facce da Blogger, esposta dal 30 gennaio al 15 febbraio a Roma, presso la Galleria Vittoria, a cura di Tiziano M. Todi. Sono 30 i ritratti fotografici che saranno messi in vendita e il 10% del ricavato sarà devoluto a Europa Donna Italia, un’associazione che rappresenta i diritti delle donne nella prevenzione del tumore al seno nelle Istituzioni Pubbliche Nazionali e Internazionali.

E, se non fosse ormai chiaro, una di quelle 30 facce è la mia.

Così ho voluto chiedere ad Elena, che ci aveva conosciuti e fotografati tutti, cos’è secondo lei un blogger:

“Il Blogger è un pescatore che cattura i sogni e li restituisce sotto forma di parole”, mi ha risposto lei.

E per la sua straordinaria sintesi, la ringrazio. Per quella e per il bel pomeriggio di dicembre passato nel suo studio, durante il quale io facevo espressioni da deficiente e lei mi fotografava.

Mentre nell’aria suonavano i Doors. E due favolosi gatti persiani esotici se ne andavano a spasso, placidi.

 

 

Info Riassuntive: 

Inaugurazione: Venerdì 30 gennaio 2015 alle ore 18.00

Durata: 30 gennaio – 15 febbraio 2015

Presso: Galleria Vittoria – Via Margutta, 103 – Tel. 06.36001878

A cura di: Tiziano M. Todi

Orario galleria: lunedì / venerdì 15,00-19,00 – fuori orario su appuntamento

http://www.galleriavittoria.cominfo@galleriavittoria.coom

Fatkini into a Fatworld

Le blogger ciccione americane sono più sgamate di noi italiane. Non c’è un cazzo da fare.

Una qualche mese fa s’è fotografata in lingerie, con tanto di panza fieramente ostentata e un corredo di dignitosissimi taralli che nemmeno il panificio dietro casa mia a Taranto, e ha fatto il giro del mondo, tutti l’hanno osannata per il suo ammirevole coraggio e per la sua bellezza oversize, così, senza troppe fisime. Praticamente è diventata più virale della mucca pazza e come minimo le hanno offerto un contratto in esclusiva in qualche radio o televisione nazionale, oppure è diventata testimonial di Helen Mirrow, che dev’essere la competitor US di Elena Mirò. A tal proposito vorrei fare outing su quanto segue: quando ero giovane e presuntuosa (e invero più graziosa) avevo deciso di mandare le mie foto a Elena Mirò, poi ho scoperto che mi mancavano quei 5-6 cm d’altezza per essere presa in considerazione e tutti i miei sogni di gloria nel fashion sono miseramente terminati. Siam tutte brave a fare le chiatte con 1.80 d’altezza. Brava, Elena, brava. Le vere donne siamo noi, noi che ci aumentiamo i cm sulla carta d’identità, noi che la 46 è un baluardo di chiavabilità che a volte smarriamo, noi che non siamo mai state modelle per colpa tua, che pretendevi 1.75 di altezza. Suca Elena. Suca.

Dicevamo. Ah sì. Quelle sono molto più sgamate di noi. Per esempio, mentre io ero qua a intasare il cyberspazio di pugnette mentali e fantarimedi da psico-adipe, un’altra ammerigana, fescion bloggher , cioè una cosa che io non sarò mai, s’è inventata il costume per le culone e pensate un po’ come l’ha chiamato? FATKINI.

Dico: FATKINI. Il bikini per le grasse.

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Ma allora perché non creiamo i Fat Jeans, e le Fat Shirt, e le Fat Shoes nei Fat Store, sparsi per il Fat World.

Sia chiaro, questo è un periodo dell’anno difficile, per noi ciccione, basti pensare che ci tocca sentire Ilary Blasi alla fine dello spot Golden Point sulla collezione Summer 2013 che dice una roba tipo “Ingioi ior stail“. Ecco ci manca soltanto che ci auto-flagelliamo con i Fatkini. Voglio dire, a me va bene tutto, ma innanzitutto piuttosto che mettermi un coso così addosso, uso un costume intero e faccio prima. Secondariamente, non vorrei rompere l’incantesimo, ma non è che se la trippa la copri , scompare. Non si vede più. Essa c’è. Tanto vale farla abbronzare. In terzo luogo, io vorrei che qualcuno mi spiegasse come potrei, io, presentarmi al mare a Taranto, a Marina di Lizzano, più precisamente, scendendo  gli scogli del Jamaica per piantarmi sulla mia spiaggina a riva, conciata tipo così. No, davvero.

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Piuttosto ho notato una cosa sulla quale sento il dovere di esprimere il mio plauso: la campagna di H&M in cui una fotonica Beyoncé con tanto di culo e fianchi, oppostasi al foto-ritocco, ci ricorda quanto splendida e rotonda possa essere la femminilità. Va da sé, Beyoncé è una roba oltre, ma ha molte più curve di quante se ne vedano mediamente in questo genere di campagne.

Detto ciò, io resto del mio avviso: FatKini un cazzo.

Riprendiamoci i nostri spazi. E andiamo al mare (se mai l’estate giungerà) come minchia ci pare: in topless o col burkini, basta che stamo bene e che ci godiamo le meritatissime – e già desideratissime – ferie.

Personalmente, vorrei questo.

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Lo sto guardando da ore, ipnotizzata dal motivo zebrato. Continuo a cercare di figurarmelo su una silhouette che vanti 35 kg di più.

L’amore è Imperfetto. Ma dai!

Enne giorni fa ricevo una mail che mi invita a un’anteprima per sole blogger, di un film tutto piccantino, da cui gli uomini sono completamente banditi.

Avoja! Che vuoi mettere? Già che sono single, figurati se non sono ben lieta di scacciare qualunque minaccia fallica dalla mia conturbante esistenza. A tal proposito, l’hanno già inventata quella punturina che te fai 1 volta alla settimana per rimediare alla più totale assenza di testosterone? Tipo insulina. No, perché se ancora non c’è, inventatela. Prima che fisicamente, a noi single metropolitane, ci cresca il pisello tra le cosce.

Bene, momento di sfogo esaurito, torniamo a noi.

Mi invitano a questa anteprima cinematografica, mi dicono che c’è pure il rinfresco e la saletta viPPs. Ma certo che vengo. Per l’occasione precetto pure indievagina, che è quella santa amica vagina single come a me, che è l’unica spalla più o meno sicura su cui contare per le avventure e le disavventure in cui inciampo.

Arriviamo in uno dei mejo cinema di Milano. Saliamo nella saletta viPPs, riscaldamento appalla, una hostess rubata alla cover della sezione Blonde di Pornhub ci accoglie e veniamo portate al cospetto della vagina regista e delle vagine attrici. Naturalmente, dato che sto vivendo un periodo che è praticamente un turbinio ininterrotto di scadenze, riunioni, cene, presentazioni, sigarette, palestra, appuntamenti (non galanti), non ho avuto il tempo di leggermi tutto il papiello di press book che ho ricevuto, quindi non ho alcuna domanda da fare. So giusto il titolo, che sarebbe L’amore è imperfetto (in sala da venerdì 29 novembre). Però va bene così, mi piacciono di più le sorprese.

Tutto ciò che riesco ad apprendere dalla vagina regista, prima della proiezione in esclusivissima-blindatissima anteprima vaginale, è che il film è tratto dal suo stesso libro. Cioè, la mia vagina interlocutrice è poliedrica: prima ha scritto il romanzo e poi s’è fatta il film. Puro autoerotismo artistico. E poi che il film è ambientato a Bari, ma anche no, cioè, niente accento, perché la storia può essere ambientata un po’ ovunque e ognuno dei personaggi parla con una cadenza diversa, sai, una Babele culturale.

Me cojoni, penso io.

Faccio giusto in tempo a conoscere un par di blogger, di cui una ha tutta l’aria d’essere molto gagliarda, che ci portano nella saletta viPPs, dove le poltrone sono praticamente divani in pelle bianca. Molto cool.

E poi parte il film.

Parte con una scena in cui la protagonista corre sul lungomare di Bari sulle note di Tiziano Ferro (n.d.r.) e io ho già il sospetto che l’Apulia Film Commission amministri in maniera impropria i suoi fondi. Ma proseguiamo.

La storia si sviluppa su due livelli temporali, il 2005 e il 2012. Nel 2005, la nostra eroina si innamora di un manzo strappato al trono di Uomini & Donne, che si è formato – dal punto di vista interpretativo – con tutte le stagioni di Cento Vetrine. Lui, naturalmente, oltre ad essere bono (con la “o” chiusa) come il pane di Laterza, è un fotografo, si prende cura di lei, le trova un lavoro e se la accolla in casa, oltre a farle uno streaptease pre-copulatorio che per me è diventato un esempio paradigmatico di comicità involontaria. In compenso, Frecciagrossa avrebbe vissuto un’eiaculazione oculo-indotta. Tutto perfetto, insomma. Noiosissimo e perfetto. Ma, come in tutte le favole che si rispettino, quelle sulle donnedududuincercadiguai, arriva la devianza. Opperbacco. Ebbene sì, il tronista premuroso è in realtà un finocchio e la nostra eroina lo scopre nel più tremendo dei modi: lo becca a cena a lume di candela con un modello milanese di nome ROCCO (tipico nome meneghino, si sa, che io e indievagina nei giorni successivi continuavamo a uozzapparci scrivendoci solo “Rocco???”)

Eviterò di svelare altri succulenti dettagli e farò un mirabolante salto temporale nel 2012 (come mi emozionano i back/forward narrativi!)

Ecco, nell’anno della profezia Maya, la protagonista inizia a chiavare parallelamente un 50enne e una 18enne bisessuale. Non che facciano le cose in 3. Lei fa la spoletta, a 35 anni, tra la giovine zoccoletta e il 50enne che poi è casualmente un produttore discografico francese, che notoriamente Bari pullula di produttori discografici francesi, a cui lei ha arbitrariamente praticato una fellatio su una scogliera dopo averci trascorso insieme tipo 20 minuti. Che cosa te ne devi fare di Eyes Wide Shut!

Il tutto fino al raggiungimento del climax che, a mio modesto e vaginale avviso, si compie nel momento in cui la protagonista si passa l’iPhone sulla topa, nel bel mezzo di una sessione di telephone sex, che per me va bene tutto, però per dire, passati un Nokia N70, non un iPhone da 700 euri, sulla vulva fracica, insomma, fallo per la memoria di Steve Jobs, se non per rispetto per la tua igiene intima.

Il tutto, naturalmente, impreziosito qui e là da pompini, ditalini, sesso saffico, sesso frocio, ravanate di zinne e slinguazzate promiscue che vorrebbero colpirci, vorrebbero farci sussultare. Vorrebbero, appunto. Perché di fatto restano lì, sullo schermo, lontanissime dalla nostra emotività, in questa storia tirata per i capelli e costruita con scarsa efficacia. Non ci coinvolgono, quei baci, nemmeno ci sfiorano la pelle, che piuttosto rabbrividisce d’imbarazzo, a tratti, per la gratuità narrativa, la pochezza stilistica, la regia amatoriale, la colonna sonora  banale e la diffusa sensazione di disturbante dilettantismo.

A me va bene l’inno alla libertà sessuale, alla sperimentazione, alla consapevolezza, al prendere le cose come vengono, specie l’amore, tutta la retorica sull’accettazione delle imperfezioni, per carità. Non c’è nemmeno la porta da sfondare, su questi temi, con me, al massimo devi scostare una di quelle tendine con i fili di gomma, da villeggiatura estiva.

Però, intendiamoci, per raccontare l’eros ci vuole anima, e ce ne vuole tanta. Ci vogliono profondità, spessore, sensi intrecciati, amore e patimento, per vivere la vita e raccontarla. Non è facile, per carità, ma a volte la buona volontà non basta. A volte, prima di fare bisognerebbe avere l’umiltà di imparare.

A me spiace. Spiace perché ho conosciuto la vagina regista, ci ho parlato, mi hanno offerto la tartina e il prosecchino. Ma non posso in alcun modo consigliare alle mie amiche vagine di andare a guardare questo film considerato che, per capirci,  nella mia personale classifica dei peggiori film mai visti, L’amore è imperfetto se la gioca con Talos – L’ombra del Faraone, una roba tremebonda che io e Frecciagrossa, una notte, 10 anni fa, guardammo insieme per imperscrutabili ragioni ancora al vaglio degli inquirenti.

Ciò che posso fare, piuttosto, è consigliare alle mie amiche vagine di suggerire la visione del film a coloro verso cui non nutrono particolare simpatia. Non so se valga lo stesso, ma almeno il box office è salvo.

E se mi inserirete nella mailing “Troie da non invitare mai più”, lo capirò.