Di scrittura si muore, ma io no. O forse sì.

Le persone me lo chiedono spesso. Si usa fare così, del resto, lo sappiamo. “Come stai?” mi chiedono e sembra si aspettino già la risposta, e la risposta non può che essere positiva, ma molto positiva, qualcosa di altisonante e che non lasci spazio a dubbi. Voglio dire, non s’accontentano di un “Bene, grazie” o di un “Abbastanza bene, non c’è male, tiriamo a campare, tuttappò“. La gente s’aspetta che io risponda cose come “Alla grande!“, “Super-top!!!“, “Splendidamente!“, “Felicissima“. Se non lo faccio – e capite bene che non lo faccio perché non sono quel genere di individuo insensatamente ottimista e positivo nei riguardi dell’esistenza – mi incalzano: “Sei sempre in giro!”, “Sei già diventata miliardaria?!”, “Ti hanno già tradotta in 27 lingue?”, “Stanno già girando il film dal romanzo?”, “A quando il prossimo?”, “Ormai sei una vip!”, “Il peso della notorietà!”, “Fai parte del jet-set” e altre piccole o grandi assurdità di questo calibro. È un attimo e la gente (per non suonare qualunquista: con “gente” mi riferisco agli amici, ai parenti, ai conoscenti, agli ex colleghi, ai lettori) inizia a credere che tu sia “arrivata” e che tu ce l’abbia fatta. Non è chiaro DOVE tu sia arrivata o a FAR COSA tu sia riuscita, ma loro ne sono ormai convinti.

Sia chiaro, capisco questa suggestione mediatica. Scoprirne le logiche dall’altra parte mi è, anzi, estremamente utile a ridurre la percezione che io stessa ho delle vite altrui, quando le osservo attraverso il caleidoscopio dei social network. Solo che più ci penso, più mi colpisce come il momento in cui tutti sembrano persuasi del mio “successo” (qualunque cosa significhi), sia lo stesso in cui metto più in discussione me stessa: le mie scelte, le mie capacità, le mie motivazioni. Resisterò alla tentazione di imputare questa crisi mistica al compleanno imminente (32 anni, li compirò l’8 novembre, non fatemi gli auguri anticipati che si sa che portano sfiga) e proverò a fare ciò che ho sempre fatto: sputare il rospo, cagare via dall’anima un pezzetto duro duro di questo malessere, guardarlo, andare avanti, crescere, prendere decisioni, e altre attività tragicamente faticose che – fatto ancor più funesto – non posso continuare a procrastinare ad libitum.

Veniamo a noi con una dovuta premessa: la faccenda non è semplice. Per capire che c’era un malessere (ma và!) e circoscriverne il terreno (ben più difficile), ho dovuto far caso a una serie di segnali.

  1. Quando la gente mi chiede “Che lavoro fai?“, formulare una risposta mi manda in sbattimento. Perché, per quanto io creda fermamente che non siamo ciò che facciamo né ciò che possediamo, è vero pure che ciò che facciamo e ciò che possediamo sono elementi che condizionano e definiscono la nostra vita. La gag del “faccio-cose-vedo-gente” funziona i primi mesi. Dopo un po’ vorresti poter rispondere: la dentista, la parrucchiera, la salumiera, la consulente, l’avvocato, la segretaria. Tecnicamente qualunque mestiere, persino l’allevatrice di cavallucci marini sarebbe più credibile di “Faccio la blogger“. Infatti, per inciso, io non rispondo mai “Faccio la blogger”, rispondo “Scrivo” (e già capite che trapela un ingiustificato senso di superiorità verso quelle che fanno le blogger e che – a differenza mia – fatturano centinaia di migliaia di euro)

2. Quando le persone a me vicine, vicine abbastanza da conoscere la mia situazione professionale, mi chiedono – con prudenza, timore, un filo d’apprensione e una patina variabile di giudizio – che progetti io abbia per il futuro, mi sembra mi trattino come si trattano quegli amici che studiano da 10 anni per una laurea triennale, e cioè spalmando silenziosamente sul loro capo l’onta del fallimento. Capite, non è bello. E comunque sia, quale futuro? Cos’è il futuro? “No Future“, questo risponderei, urlandolo incazzata (e straziata) come fossi Lydon. Se solo fossi punk. Il futuro, due punti. Ho smesso di pensare al futuro, quando mi sono accorta che dovevo sbattermi troppo per sopravvivere al presente, ed energie non me ne rimanevano. Di solito in questi casi si cercano dei collaboratori, degli investitori, dei meccanismi redditizi costanti, delle agenzie. Tutte cose che altri, più svegli di me, hanno fatto. Io no. Ci ho pensato, ho annusato, ma comunque non l’ho fatto, non so se per istinto o per pigrizia, o per integrità. Dunque vivo alla giornata, faccio il contrario esatto di ciò a cui sono stata educata, perlustro tutti i limiti delle mie capacità. Saper produrre utili,  oppure unire le forze, oppure trovare investitori sono capacità che a “saper scrivere” ci spicciano casa. Ecco, la differenza non è marginale. Cos’è che voglio fare? Cos’è che voglio essere? Cos’è che sono davvero capace di fare? Cos’è che sono interessata a imparare? Cos’è che sono disposta a fare? Capite, non è facile.

3. Ma tutta questa generale anarchia esistenziale, questo ripudio dei punti fermi, questa libertà affascinante, questa sregolatezza scarmigliata come modus vivendi, ho potuto concedermela finché è esistito il grande cappello concettuale di esce-il-mio-primo-romanzo-con-rizzoli. Avevo il contratto, avevo un libro da scrivere, poi da promuovere. La promozione non è finita, ma il grosso è fatto. Adesso qual è la direzione? Ogni volta che qualcuno mi pone domande sul libro, sulle vendite, sugli sviluppi, sul prossimo che scriverò, vado in sbattimento. Non lo so. Non so niente. L’imbarazzo che suscita la domanda (per quanto legittima) non è molto diverso da quello di quando sei single e tutti ti chiedono (illegittimamente) “Beh, hai finalmente trovato qualcuno?”. “No, vivo di marchette occasionali, comunque poche perché sono selettiva”

4. Devo dire che una rilevante porzione del malessere suddetto, la colleziono ogni volta che il mio estratto conto riporta un numero a tre cifre; non a tre zeri, a tre CIFRE. Oppure ogni volta che accumulo pagamenti in arretrato; ogni volta che non vado con un’amica a fare shopping perché tanto non posso comprarmi un cazzo. Ma anche ogni volta che vedo i capelli bianchi e mi ripeto che dovrei tornare dal parrucchiere; oppure ogni volta che vorrei rifare la pulizia dei denti e penso che – anche per quello – conviene aspettare. Fossi più zelante avrei almeno iniziato a vendere online la roba che non uso più, ma la fatica mi sembra nel complesso sempre troppo eccessiva per il guadagno. Che poi, io mi chiedo, ma perché questa fissazione di dover fare un lavoro che mi piaccia, che mi rispecchi, che mi esprima? Ma perché ancora non mi sono affrancata da questa fantasia tardo-adolescenziale?

5. Un altro grave indice di malfunzionamento del mio modello di Business Improvisation è quando mi accorgo di non avere TEMPO; il ché, permettetemi, appare surreale. Eppure mi pare sempre di non averne abbastanza. Per andare in palestra con una regolarità sensata; per frequentare i miei amici; per leggere, per esserci per le persone che amo, per cucinare sano, per fare qualunque cosa.

E così si torna al punto di partenza: ma tu cos’è che fai? Io scrivo. Un po’ generico, lo so. È che non conosco altro modo di spiegarlo. Non sono una scrittrice, anche se ho pubblicato. Non sono una giornalista, anche se scrivo sui giornali. Non sono una che “fa la blogger” perché non fatturo centinaia di migliaia di euro all’anno. Non sono un’opinionista, anche se vengo invitata qua e là, a parlare di cose. Non sono una docente, anche se sporadicamente faccio corsi. Non sono una consulente, anche se ho fornito consulenze. Non sono famosa, ma neppure del tutto sconosciuta. Sono un ibrido. Non sono una grande imprenditrice, non sono Virginia Woolf (ma neppure Federico Moccia), sono presuntuosa anche se passo per modesta e forse non ho neppure mai avuto una vera missione nella vita, a parte sentirmi dire da tutti “brava“.

L’importante è muoversi, e tu ti stai muovendo“, mi ha detto l’altra sera il Frequentante, a casa, che poverino certe volte si sorbisce di quei patemi che potrebbe emettermi fattura alla fine della seduta.

Muoversi non basta, se lo fai senza tecnica ti stanchi e basta, non vai da nessuna parte. È la differenza tra restare a galla e nuotare. Se sai solo stare a galla, resti fermo, la notte arriverà e morirai assiderato, come Titanic ci ha insegnato. Se, invece, impari a nuotare, puoi provare a raggiungere una nuova sponda, oppure la riva, oppure puoi approdare a qualunque terra ferma, e salvarti“, gli ho risposto.

Ecco forse dovrei solo iscrivermi a un corso di nuoto, nelle acque torbidissime della vita adulta.

Quinquennio Vaginale

Avevo 26 anni. Una tuta di pile viola. 15 o 20 kg di più. Molti più capelli. Molte meno rughe. La pelle più tonica. I denti più dritti. Ero castana. Avevo un paio di scarpe della Guess. E un paio di borse di Carpisa (oh, yes).

Avevo 26 anni, il mio regime alimentare era fondato sul Contorno Mediterraneo di 4 Salti in Padella, sulle Patatine Più Gusto – Gusto Pomodoro e sulle Gocciole Pavesi. Ascoltavo un repertorio musicale di gusto dubbissimo e mi accingevo a raccogliere i pezzi dell’ennesima (ennesima, già ai tempi, ndr) relazione finita.

Nasceva così, questo blog.

Da allora, dal novembre 2011, sono trascorsi 5 anni. È cresciuto il blog e sono cresciuta io. E sotto i ponti sono passate parole, e righe, e commenti, e bit, e byte, ed esperienze, e vita.

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Come Eravamo

E ora son qui che m’accingo a buttare giù uno di quei post autoreferenziali che generalmente odio leggere, ma che in qualche misura mi sembra giusto scrivere. Da un lato perché gli unici anniversari che festeggio sono quelli con wordpress. Dall’altro, perché questo blog, con tutto ciò che ha portato nella mia vita, ha significato tanto. È diventato un pezzo importante del mio percorso, e allora lasciatemi fare questa cosa un po’ melensa, pura masturbazione vaginale, di ripercorrere i momenti più significativi, di ringraziare qualcuno, di fare un mini-bilancio, che del resto siamo quasi a fine anno.

Lasciatemi ringraziare la Vagina, per alcune cose:

  1. Per avermi aiutata, da pischella, a vivisezionare, comprendere ed esorcizzare i miei limiti, i miei difetti e le mie paure. Non che sia un lavoro terminato, l’introspezione è peggiore della Salerno-Reggio Calabria, però dei progressi sono stati fatti. Un metodo, per lo meno, è stato acquisito. E questo, nel generale analfabetismo emotivo in cui viviamo, male non fa.

2. Per avermi fatto incontrare tantissime persone in questi anni, la maggior parte delle quali interessanti, alcune diventate amicizie vere, di quelle che molesti a qualunque ora del giorno e della notte se non stai bene, e che ti molestano a loro volta se non stanno bene loro, senza chiedersi scusa, senza sentirsi in imbarazzo. Di quelle che puoi riderci, e puoi piangerci, e farci progetti, e scambiarci opinioni, e condividerci sbronze, e successi, e fallimenti. E tutto questo in una metropoli come Milano, francamente, poco non è.

3. Per la rubrica su Cosmopolitan che ho curato per quasi 2 anni, che a voi non sembrerà un granché, ma quando mi fu proposto, ne fui davvero felice. Felice un casino.

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La Rubrica su Cosmopolitan

4. Per la prima VagiNight, nel 2013, in collaborazione con la LILA, che fu una figata pazzesca, oltre a essere un evento benefico, di cui il mio karma deve aver beneficiato in qualche maniera (che non è stata “trovare il grande amore della vita”, però diamogli tempo, al karma).

5. Per avermi fatto ricevere tonnellate di email (molte delle quali giacciono senza risposta in una cartella, e di ciò mi scuso, ma non riesco a star dietro a tutto). Per gli attestati di stima, le storie, le testimonianze, l’affetto (non esagero) che chi mi legge ha dimostrato. E anche per le critiche, che accolgo con inaudita fatica, ma che a volte servono.

6. Per chi mi segue da anni e da anni torna sotto ogni mio post a scambiare idee, opinioni, a rendere questo blog una community, che è molto più di un “diario segreto pubblico”. Per chi ha reso questo posto uno spazio di dialogo e confronto. Per i miei zii virtuali (Dovesei, il Luperrimo, il Fedi, il Pinza; per Mezzatazza che è qui da principio; per Alessandro che ogni volta mi regala spunti e arricchisce le mie riflessioni, o pugnette che dir si voglia; e naturalmente per tutti gli altri, che leggo, e conosco, e riconosco; e per tutte le matricole, ovviamente, che sono sempre le benvenute)

7. Per la redazione de Linkiesta che da anni mi concede di parlare anche di altro; per le collaborazioni con Corriere; per gli editori che mi hanno contattata, per i giornalisti che mi hanno intervistata, per i produttori televisivi, per gli eventi, per gli inviti, per le pr che mi scrivono e che mi chiedono di fare marchette che non faccio, ma le capisco, perché fanno il lavoro che ho fatto anche io per 7 anni. Per i brand che scelgono di collaborare con me anche se mi chiamo come l’organo genitale femminile. Per i gadget che comunque non dispiacciono mai.

8. Per il coraggio che, a un certo punto, è arrivato, di provare a sopravvivere di stenti&scrittura, in Italia, nel 2016 (e ancora non so dirvi se ce la faccio, ma sarete aggiornati, prima o poi vi chiederò il contributo, come wikipedia o il guardian – del resto siamo sullo stesso livello, no?)

9. Per le soddisfazioni (tante) e le porte in faccia (poche, ma me le sono legate al dito, tutte, che come sapete sono molto easy-going), che servono anche quelle. Per le idee che si concretizzano e per tutte le altre che restano nel caos primordiale del “prima o poi lo farò”. Per il blog di viaggi che ho aperto (questa è una auto-marchetta, comunque sì, cliccate e laikate, come dicono quelli che fanno questo sporco mestiere che dopo un po’ ti fa invidiare i “commercialisti”, gli “avvocati”, i “medici”, gente che insomma si capisce come cazzo campa).

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Una foto della VagiNight

10. Per tutte le volte che mi ringraziate di ciò che scrivo. Di farvi ridere fino alle lacrime, e sorridere, ed emozionarvi, e a volte piangere (il mio narcisistometro sta impazzendo, ma sono cose che mi dite voi e io vi ❤ anche per questo). Per tutte le volte che mi ringraziate di aiutarvi a superare un momento difficile, di farvi sentire meno sole, meno pazzeh, più comprese, più normali e mi fate pensare che ciò che faccio un senso ce l’abbia. Per tutte le volte che mi dite che leggendo un mio post, leggete meglio voi stesse, con una chiarezza che non avevate ancora trovato. Per tutte le volte che sentite che le ansie e le incertezze che viviamo sono comuni, e possiamo condividerle. Per tutte le volte che mi dite che vi tiro su il morale. E anche per gli uomini che vengono qui, a rovistare nelle nostre paturnie e nelle nostre complicazioni, e qualcosa imparano e qualcosa ci insegnano. E fanno sì che questo blog non diventi un covo di gattare (con tutto il rispetto, prima o poi me li prenderò anche io, i gatti; sto resistendo ma ci arriverò), né la roccaforte della guerra al cazzo (anche perché il membro ci piace e non vorremmo essergli nemiche).

11. Per tutti quelli che NON mi giudicano una troia solo perché scrivo di sesso. E pure per quelli che mi giudicano tale, dimostrando quanto lavoro ci sia ancora da fare, e quanto sia giusto continuare a parlarne.

12. Per gli uomini che sono usciti con me per quella che ero e non per ciò che scrivevo. Anzi, nonostante ciò che scrivevo. Per quelli che mi hanno fermata in questi anni dicendomi “Ma tu sei…?”, che anche se è una cosa che mi imbarazza A BOMBA, fa pure un po’ piacere (sì, mi imbarazza, perché nella realtà sono timida, odio stare al centro dell’attenzione e se devo parlare in pubblico ho il cuore che mi salta in petto che ogni volta rischio un attacco cardiaco).

13. Per mia madre che con certi miei post si commuove. Per mio padre che mi mette like su Facebook. Per Frecciagrossa che mi cita a menadito. Per i miei amici che il blog non lo leggono e così almeno ho delle cose da raccontare, quando ci vediamo. E per gli altri che invece lo seguono e così hanno la sensazione di sentirmi, anche se non ci sentiamo più. Per tutti quelli che sono stati abbastanza intelligenti da non sentirsi mai offesi da ciò che ho scritto.

14. Per la lezione che ho tenuto alla Scuola Holden. Cioè, io. Tenerla. Non seguirla. Nel tempio. Io, profana semi-analfabeta che nella vita ha letto 5 libri in tutto (no vabbè, esagero, facciamo 10).

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Finita la lezione alla Scuola Holden…

15. Per tutti quelli che “Allora, quando ce lo pubblichi un bel romanzo?”, che mi fanno venire l’ansia, ma mi fanno anche piacere, perché mi fanno pensare che, forse, se scrivere è l’unica cosa di cui io non mi sia mai annoiata nella vita, un motivo c’è. E, forse, è giusto continuare a farlo.

Insomma, 5 anni sono tanti e sono stati anche belli.

E se tornassi indietro, rifarei più o meno tutto (giusto qualche caso umano in meno, ecco).

I 30 anni e l’egosbattimento

Ci siamo, li ho compiuti. Ne ho 30 baby. Trenta. Net Net. Tond Tond.

Trent’anni. Mica male.

Se non fosse per quel dettaglio trascurabile che i 30 anni ci mandano in una particolare forma (piuttosto furiosa) di sbattimento, meglio noto come egosbattimento (perché è costituito da una mole di masturbazioni mentali incontrollate, egoriferite, autoreferenziali e deliranti).

Tecnicamente tutti (ok, non tutti, ma molti), uomini e donne, veniamo assaliti dalla paranoia di dover decidere tutto della nostra vita nel giro di un mese, tipo: che lavoro vogliamo fare davvero, dove, con chi, se vogliamo andare a vivere insieme, cambiare casa, comprarla (ahahah) o affittarla, se vogliamo figliare, oggi, domani oppure mai, se vogliamo prendere un fidanzato, se vogliamo prendere un gatto, come gestiremo l’invecchiamento dei nostri genitori? Come sopporteremo una vita in cui forse non avremo mai un giardino con il prato all’inglese, pur essendo cresciuti negli anni novanta sotto l’egida degli stereotipi Fininvest? Come faremo a essere adulti noi che del presente non abbiamo certezza e che siamo generazionalmente con le pezze al culo (tipo che – ad oggi – andremo in pensione non prima dei 75 anni e con 2 arachidi mensili, lorde)

Tante belle pugnette, all’occorrenza inevitabili, che ci soffocano e ci fanno perdere di vista cosa c’è di bello in questi 30 anni, perché in fondo 30 anni non sono mica una cattiva età, vediamo perché:

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  1. Sei grande abbastanza per decidere della tua vita, per iniziare a fare ciò che davvero vuoi e non ciò che gli altri vogliono tu faccia. Puoi assumerti le responsabilità delle tue azioni ed essere abbastanza credibile agli occhi degli altri.

2. Hai fatto un pezzo di strada sufficiente ad avere una buona sicurezza in te stesso/a, ti sei già dimostrato alcune cose e per quanti siano gli obiettivi che ancora non hai centrato, stai sicuro che ne hai già beccati diversi.

3. Sei, d’altro canto, ancora abbastanza giovane da pensare che tutto può succedere. Puoi ancora trovare l’uomo della tua vita. Puoi ancora andare a vivere all’estero. Puoi ancora fare bunjee jumping, se ci tieni.

4. Le persone che ami, bene o male, ci sono ancora. A volte, tutte. O quasi. E nonostante gli acciacchi, puoi tornare a casa e incontrarle, puoi alzare il telefono e chiacchierarci, puoi godere ancora della loro presenza, anche se in un modo fisiologicamente diverso rispetto a quando avevi 17 anni, ma grazie al cielo.

5. Puoi comprarti delle cose e concederti dei benefit e quando viaggi non sei più obbligato a dormire negli ostelli putridi col cesso al piano. Puoi farlo se vuoi, ma per scelta esistenziale, non perché non hai alternativa perché per 1 settimana di vacanza hai in tutto 350 euro. Puoi preferire i treni alta velocità, dopo anni in regionali o in autobus Marino. Puoi scegliere di farti tagliare i capelli da un adepto di Coppola, invece che dal rampante parrucchiere tarantino (che, a me, 3 anni fa, mi ha fatto i capelli arancioni invece che biondi).

6. Puoi ancora sopravvivere a una sbronza, anche se con più difficoltà. E puoi fare l’alba con gli amici perché hai ancora degli amici piacevolmente fancazzisti, che non hanno prole al seguito.

7. Puoi ancora usare i tacchi alti senza restare irreparabilmente paralizzata, e le minigonne, se lo ritieni opportuno. Un po’ come gli uomini che possono andare in giro con le magliette comprate ai concerti e non sembrare ancora “quello ci è rimasto sotto“.

8. Puoi ancora pensare che il tuo corpo sia giovane e fare delle cosa da giovane, come andare a un festival musicale in mezzo ai 20enni, o giocare a calcetto, facendo più fatica di loro, ma ce la puoi fare.

9. Sei ancora chiavabile. Anche se sei invecchiato o invecchiata. Anche se prima non avevi quelle rughe, anche se avevi il doppio dei capelli, anche se non avevi traccia di cellulite, mentre adesso c’hai un cratere di ritenzione idrica sulla chiappa destra che fa spavento, che altro che buccia d’arancia, si potrebbe dire che hai un agrumeto addosso (seguirà una digressione sull’invecchiamento al femminile e quello al maschile).

10. Sei all’inizio della tua vera vita. Quella in cui sei libero di decidere chi essere e come esserlo. Sei al limite del seminato nel quale fino ad ora hai mosso i tuoi primi passi da semi-adulto, facendo tutto ciò che era prevedibile tu facessi: studiare, impegnarti, prendere bei voti, laurearti, trasferirti al nord o all’estero, lavorare, sopravvivere ad anni di contratti precari (perché chi ha 30 anni oggi si è fatto tutta la trafila dei possibili co.co.pro e co.co.minchia), iniziare a mantenerti, cambiare abitudini, evolverti. Adesso tocca a te. Non solo al tuo impegno, ma anche alla tua immaginazione, al tuo coraggio, alla tua onestà con te stesso. E questa adrenalina, di chi è al centro della propria vita, di chi decide cosa essere, scansando un po’ di pressioni sociali e di aspettative etero-indotte, se riesci a coglierla, è splendida.

E allora dall’alto dei miei 30 anni appena compiuti (per i quali però ho iniziato a fare training autogeno almeno 5 mesi prima) mi sento di dare questo suggerimento ai miei compagni di generazione: godiamocela questa età. Godiamocelo il mentre, questo momento rubato, in cui tutto è ancora abbastanza accettabile e noi abbiamo la forza di sostenerlo. Godiamoci persino l’incertezza, la sospensione, la possibilità. Godiamoci il primo peso di questa maturità.  Godiamocela e usiamola per capire, se mai, a cosa teniamo davvero. Come per fare un favore a noi stessi e costruirci una vita come ci va. O che assomigli, in qualcosa, alla vita che ci va. Senza ansia. E so che è impossibile dire “senza ansia”, a noi, che siamo una generazione sommariamente afflitta dall’ansia, e non perché siamo stronzi ma perché ci hanno tolto tutti i cuscinetti sociali, culturali e morali che a loro, a chi c’era prima, permettevano di gestirla meglio, questa tensione di crescere e questa prestazione di vivere.

Ma non dovremmo permettere, all’egosbattimento fisiologico, di toglierci il bello che c’è. Qui ed ora.

In questo momento prezioso e raro, scomodo e stretto. Schiacciato malamente tra il peso – o il mito – del passato e le incognite – o le sorprese – del futuro.

Le. Belle. Sorprese. Del. Futuro.

Volevo lasciarvi con questa meravigliosa effige di me medesima che ballo "Cicale Cicale"
Volevo lasciarvi con questa meravigliosa effige di me medesima che ballo e interpreto (con un certo trasporto) “Cicale Cicale” di Heather Parisi, alla festa per il mio trentesimo compleanno, gentilmente ospitata dal mio amico imprenditore che ama definirsi tale, nel suo attico.

Lettera aperta a Voi

Ci sono alcune cose che vorrei dirvi da un po’ di tempo.

E vorrei dirvele per rispettare quel tacito “patto di trasparenza” che ho sempre avuto con le persone che leggono questo blog. Con voi, insomma.

Sono successe molte cose nella mia vita in questo ultimo anno. Alcune le ho raccontate, le ho condivise, come sempre. Altre le ho taciute. Perché non potevo parlarne, perché non sarebbe stato opportuno. E per quanto mi sia pesato mettere la museruola ai miei polpastrelli, ho preferito fare così.

Ad oggi, però, c’è un pezzo di tutto quello che è successo, che è giunto il momento di raccontarvi.

Non so mai bene che parole usare per spiegare alla gente quello che ho fatto, perché tendo sempre a minimizzare, ho questa forma di ancestrale e irrimediabile scaramanzia, ultra-retaggio borbonico della mia architettura culturale. Quindi dico cose tipo: “Ho lasciato il lavoro” (che fa pensare a una donna sull’orlo di un baratro nervoso), oppure “Mi sono licenziata!” (che fa pensare a una che non vuole dire che in realtà l’hanno mandata via, un po’ come quando “l’ho lasciato io/mi ha lasciata lui”). E poi rincaro tantissimo la dose, dicendo che l’ho fatto proprio nel momento in cui stavo conquistando il falso mito dei nostri genitori, IL CONTRATTO A TEMPO INDETERMINATO, che per loro è tipo il Sacro Graal, invece è una roba sempre più spoglia di tutele e diritti, ma vuoi mettere la sicurezza di uno stipendio fisso? Mettici che sono pure donna! E come farò, senza la maternità, quando vorrò sgravare? E in tutto questo il fatto che io non abbia un compagno, non abbia una relazione fissa e, a dirla tutta, non pratichi il mambo orizzontale da così tanto tempo che forse mi è ricresciuto l’imene, è un di cui. Un trascurabile di cui.

Comunque la verità è che ho deciso di fare ciò che volevo fare e di non trascinarmi nel futuro il rimpianto di non essere stata coraggiosa abbastanza. Mi sono accollata le responsabilità della mia scelta, e il rischio di fallire. E ho deciso. Il tutto senza nemmeno un marito consulente che mi porti a casa 5000 euro al mese.

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Cos’è che voglio fare? La free lance, la libera professionista, la consulente, la scrittrice a cottimo, quello che sia. Fondamentalmente non mi interessa diventare Stocazzo e fare i miliardi. Mi interessa, invece, avere una vita più flessibile, che non mi inchiodi a Milano, che mi consenta di essere potenzialmente più vicina ai miei affetti, ovunque essi siano, che mi consenta di non elemosinare 3 giorni di ferie se mia madre si opera; ma che mi consenta anche di provare a fare qualcuna di quelle cose che mi piacerebbe tanto fare, tipo: finire l’ebook (con cui, come alcuni di voi avranno notato, sono in un ritardo tale da far pensare a un bluff, ma vi giuro che esiste, è parcheggiato e non ho ancora avuto modo di rimetterci mano), organizzare un tour di eventi in Italia, provare a creare una web serie, costruire un progetto di scrittura collettiva femminile, avere una trasmissione in radio. Oltre naturalmente a scrivere gli altri duecento ebook che ho già pronti in testa, che potrebbero addirittura dire qualcosa di interessante. E naturalmente continuare a scrivere su questo blog, che amo. Fare qualcosa che mi diverta, che non mi imprigioni e che sia utile, in qualche maniera, agli altri; che continui a promuovere quelle cose di cui parliamo da anni: la consapevolezza, la sessualità libera, la femminilità sostenibile. E poi anche una fetta di culo incartata da una marmotta.

Insomma, tutto questo non è facile, dovrò senz’altro avvalermi di validi collaboratori e soprattutto dovrò cercare di non morire di stenti.

Ad oggi collaboro ancora con la mia agenzia, per 2 giorni alla settimana. Nel resto del tempo, butto le fondamenta per concretizzare alcune di queste nebulose idee.

In ogni caso, trovo corretto dirvi che farò (anzi, sto già facendo) qualche collaborazione con delle aziende. Lo faccio con molta prudenza, mi sono accorta che ho questa terribile tendenza a tirarmela, non solo con gli uomini, ma anche con i brand e con le agenzie, e questo perché sono molto attenta a non snaturare questo blog che fondamentalmente non è mai stato (e non voglio diventi) un collettore di markette, perché sì, di questo stiamo parlando.

Ce ne saranno, ma con moderazione e soprattutto con criterio. Cioè non scriverò post su Padre Pio con la pubblicità delle supposte alla glicerina sopra. Se sceglierò di accettare una collaborazione è perché sarà su qualche tema che secondo me è rilevante, utile, importante o divertente. Non sarò mai insincera in una considerazione che pubblicherò e non sarò mai testimonial di Somatoline.

Mi piacerebbe anche sottolineare che ho rifiutato moltissime proposte in questi anni, l’ultima delle quali proprio la settimana scorsa, quando tecnicamente ero già disoccupata. E questo ve lo dico perché mi piacerebbe che continuasse ad esserci quel rapporto di “fiducia” tra autore e lettore che c’è stato fino ad ora.
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Ci ho pensato a lungo, se scrivere o meno questo post. Ho anche pensato che per evitare qualunque marketta avrei potuto valutare l’opzione fund raising. Della serie: vi chiedo 2 euro all’anno, che praticamente sono 0,16 centesimi al mese, e stiamo pace. Però chiedere soldi mi sembra una poracciata…e poi io che non do 1 euro a wikipedia (che è una roba utilissima), perché dovrei chiederne 2 a voi (per un blog di pugnette)?

E poi c’è anche da dire che forse non c’è una percezione chiara di quanto lavoro possa esserci dietro un blog.

Di quante ore di vita, di quanti pezzi di anima, di quante serate a casa a preparare i pezzi, di quanti aperitivi paccati all’ultimo minuto, di quante telefonate non fatte, di quanti weekend a lavorare e di quante nottate a rispondere a tutti i commenti, quanti che fossero, e la conseguente Sindrome Cronica dell’Occhiaia da Eroinomane.

E, in fondo, tutto sommato, che qualcuno voglia collaborare con te, o mandarti un pacco, o invitarti a un evento, o ospitarti, o farti scrivere un post, non è una tragedia (a patto che tu dica la verità ai tuoi lettori), specialmente dopo che ti fai un bucio di culo così da 4 anni.

E con ciò non voglio dire che da adesso faccio la blogger di professione, che mi vengono i conati di vomito. Voglio solo dire che un buon blog porta via tanto lavoro e non c’è niente di male se uno con il lavoro ci guadagna anche qualcosa.

Concludo dicendovi che spero che chi mi ha letta in questi anni abbia il piacere di continuare a farlo.

Spero che l’affetto che sento da molti di voi sia per me un carburante importante per realizzare gli altri progetti che ho in testa e che sono convinta vi piaceranno.

Spero di continuare a offrirvi spunti di riflessione, sorrisi, lacrime e tutte quelle altre cose di cui mi ringraziate nelle mail e nei commenti che mi inviate.

Adesso credo che il messaggio sia chiaro, quindi vi saluto,

con affetto e gratitudine

Vagi

 

ps: a questo proposito mi permetto di segnalare un video che ho pubblicato la settimana scorsa per Falloxme, che è stato esilarante girare e spero per voi sia altrettanto divertente da guardare 🙂 

Quasi 29. Quindi quasi 30.

Sta arrivando il mio compleanno. Compirò 29 anni. Quasi 30.

Per portarmi avanti ho riflettutto su cosa cambia dai 20 ai 30.

1. IL LAVORO

A 20 anni sei sicura che diventerai una donna manager e che questo sarà fico. Avrai il tuo telefono aziendale, il tuo computer aziendale, la tua auto aziendale. Farai riunioni di lavoro, presentazioni, viaggi, telefonate in inglese. Guadagnerai più dei tuoi genitori che, non a caso, ti stanno facendo studiare. E, siccome sei brava, sicuramente riceverai le gratificazioni che meriti.

A 30 anni parli di quanto vorresti mandare a cagare tutto e trasferirti in provincia a coltivare l’orto. Di fatto lavori più dei tuoi genitori e guadagni meno. Ti scopri, talvolta, a detestare l’emancipazione femminile, di cui ti consideri una vittima. E, nei momenti più oscuri, arrivi a pensare che tuo padre avrebbe dovuto pagarti la liposuzione, invece dell’università. Oppure che, quando eri piccola, invece che lasciarti a scrivere poesie sul diario di Leonardo di Caprio, tua madre avrebbe dovuto obbligarti a fare un corso di, cazzonesò, danza hip hop. Così oggi saresti tonica e fidanzata con un bel calciatore del Bari. Frustrated Business Woman

 

2. GLI UOMINI

A 20 anni ti senti gagliarda. Sei giovane e libera di amare. Hai tutto il tempo per vivere relazioni assurde, per consumarti in passioni sbagliate, tanto è chiaro che arriverà lui, prima o poi, quello brillante e affascinante, chissà chi sarà, che tu lo amerai e che ti amerà, che ci crescerai insieme. Chissà cosa farà. Chissà in quale città vivrete. Non importa che tu sia fidanzata a 20 anni. Sicuramente non sarà lo stesso uomo quando ne avrai 30. Lo sai. Ma in ogni caso, chiunque egli sia, sarà un uomo fortunato, su questo non c’è dubbio. A 20 anni, di base, te la profumi.

A 30 anni se la profumano loro, gli uomini. Anche i cessi, quelli che al liceo non hanno mai visto un pelo pubico che non fosse il loro, pure quelli, si sono fatti crescere la barba e sono stati promossi al rango di “tipi”. Tu, nel frattempo, ti accorgi che i brillanti e gli affascinanti sono tipo l’aurora boreale, che quasi tutti i normali sono colonizzati dai progetti esistenziali di altre donne e che gli altri ti fanno preferire piuttosto l’idea di prendere un gatto. Ti rendi conto che probabilmente non avrai mai accanto un uomo come lo sognavi 10 anni prima. Te ne stai. Al massimo ti apri un blog in cui parli della vita da single.

3. COME STAI? I TUOI?

A 20 anni quando gli amici ti chiedono “Come stai?” vogliono essenzialmente sapere con chi stai ciulando in quel periodo, se ti piace, se ti ama più o meno di quanto lo ami tu. Quando ti chiedono “I tuoi?”, si riferiscono al fatto che ancora non hai dato l’esame di economia politica, oppure al fatto che te ne vuoi andare in vacanza ad Amsterdam con quel fattone che ti piace.

A 30 anni quando gli amici ti chiedono “Come stai?” intendono “Come va con il lavoro?”, anche nella versione “Hai trovato lavoro? Stai facendo colloqui?”. Talvolta, tuttavia, la domanda può anche significare: “Come stanno i tuoi 3 fibromi all’utero?”. Quando, invece, ti chiedono “I tuoi?”, stanno facendo riferimento a quell’artrosi, a quel glaucoma, a quell’ischemia, a quell’Alzheimer o a quel tumore (specie se sono di Taranto, città dove si fumano notoriamente troppe sigarette – cit).

4. L’ESTATE

A 20 anni l’estate inizia a metà luglio e finisce con la sessione di settembre.

A 30 anni quando gli amici ti chiedono “Che fai quest’estate?” intendono dire “Torni giù le due centrali di agosto?”, ammesso che il destinatario della domanda sia terrone. Nel caso in cui fosse nordico, la domanda starebbe per “In quale straordinariamente esotico viaggio, un-po’-mare-un-po’-avventura, ti cimenterai nelle due centrali di agosto?”

5. I SOLDI

A 20 anni lavori come promoter per 4 giorni e con la paga vai a farti una settimana a Barcellona a trovare il tuo amico in Erasmus.

A 30 anni lavori tutto l’anno e con la paga ci paghi le tasse, la casa, l’assicurazione della macchina, le visite mediche, l’idraulico e tutta un’altra serie di spese che arrivano fino alla carta igienica Scottex.

6. I VIAGGI

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A 20 anni vai a Ibiza, la sera esci all’1, torni alle 10 del mattino, vai a letto, ti svegli alle 17 e non vai al mare nemmeno una volta.

A 30 anni vai a Ibiza per incontrare la cultura hippy, scovare calette nascoste, cenare alle 20 con la paella e il vino bianco in riva al mare. A ballare ci vai un paio di volte per non sentirti vecchio. Comunque al Pacha. Lo schiuma party è solo un ricordo infernale di una gioventù incerta. E comunque in ferie hai anche bisogno di rilassarti e riposarti. Cazzo. L’anno prossimo, le terme.

7. SABATO SERA/CAPODANNO/FERRAGOSTO

A 20 anni il sabato sera è costituzionalmente proibito restare a casa. A capodanno bisogna festeggiare e ubriacarsi e scopare, che se no porta sfiga. Ma il meglio è ferragosto: che si fa la nottata in spiaggia, il bagno a mezzanotte, si beve, si limona stesi sugli asciugamani fradici dell’umido della notte e si torna a casa all’alba, morti di freddo, con i plaid addosso.

A 30 anni il sabato sera a casa nasconde un oscuro e incomparabile piacere. Capodanno ti ubriachi ugualmente ma all’1.30 collassi, dopo aver vomitato, e ti addormenti. A Ferragosto vai a una grigliata alla villa dei tuoi amici che si sposano l’anno prossimo.

8. IL GUSTO

A 20 anni abusi del cosiddetto fuck-me-outfit: indossi minigonne rasofica aderenti e tacchi a spillo 10 cm come se non ci fosse un domani. Sei inoltre capace di bere vodka comprata al discount, mischiata con una sottomarca della lemonsoda, che comunque è un passo avanti rispetto a quando bevevi la vodka alla frutta (preferibilmente “pesca” o “melone”).

A 30 anni anni non vuoi attirare particolarmente l’attenzione, allunghi le gonne, abbassi i tacchi o quanto meno eviti la combo da marciapiede. Soprattutto, la vodka deve essere Absolut.  

9. LA CURA DI Sé

A 20 anni mangi kebab, pizze, brioche con la nutella alle 5 del mattino senza alcuno scrupolo. L’unica crema che spalmi sul corpo è il doposole Coppertone, dopo un’ustione di terzo grado al sole di agosto. Piastri i capelli un giorno sì e l’altro pure, lamentandoti che sono troppi.

A 30 anni ti fai arrivare a casa la cassetta con le verdure di stagione, compri prodotti bio e limiti il consumo di carne. Usi lo scrub, la crema anticellulite, il contorno occhi, la mascherza una volta alla settimana, la crema idratante, la crema mani. Accendi una candela per ogni ciocca di capelli che perdi, pregando di non fare la fine di Sandro Mayer.

10. IL SESSO

A 20 anni il sesso può essere straordinario.

A 30 anni può persino migliorare.

***

Morale della favola:

Era quasi tutto meglio a 20 anni, se non fosse che ora conosco il mio punto G.

ps: non fatemi gli auguri in anticipo, che porta sfiga!

Caro Apparato Riproduttivo

Caro apparato riproduttivo, care ovaie, caro utero,

vi scrivo questa lettera per dirvi tutto ciò che non vi ho detto mai. E per chiedervi scusa.

Scusa di aver somatizzato a vostre spese l’ansia, lo stress e l’insoddisfazione di questi anni. Vi chiedo scusa di avervi fatto pagare il prezzo di questa insensata e furibonda corsa verso una presunta autorealizzazione, verso un’appena-sufficiente indipendenza. Vi chiedo scusa per tutte le volte che vi ho presi in giro, per tutte le volte che mi sono lamentata degli sbalzi d’umore che mi causavate, dei dolori, dei porno-appuntamenti compromessi. Vi chiedo scusa per non avervi dimostrato abbastanza cura, per avervi dato per scontati. Come sempre, scioccamente, si fa con ciò che è davvero importante.

Vi chiedo scusa, perché se pagate le conseguenze di questo mio stile di vita insostenibile, la colpa è mia. Che non ho mai pensato che vi avrei danneggiati, che eravate delicati, che ci sareste andati di mezzo in questo perpetuo non dormire, mangiare di merda, lavorare come una pazza furiosa, spostando sempre più in là l’asticella, manco fossi di titanio. Invece no, vaffanculo, sono di carne deperibile e concupisciente, come tutti.

barbieovaries

Ho scoperto che non state più bene. E fino a un anno e mezzo fa era tutto perfetto. Ora no. Ora mi hanno detto che tu, utero, hai un mioma sospetto fibroma, che bisogna capire quanto è grande, dove è posizionato, se può restare lì o se bisogna operare. E voi, ovaie, m’hanno detto che siete policistiche. E un anno e mezzo fa stavate bene. Un anno e mezzo fa era tutto al suo posto ed io ero ancora una macchina che funzionava bene, con tanto di tagliando. Adesso gli ormoni vanno alla cazzo, per questo, m’hanno detto, perdo capelli, mi gonfio come un materassino matrimoniale ad agosto, e tutto il resto. Un anno fa stavate bene.

Il punto è che vi ho rovinati io. Sono io che non ho avuto il coraggio di salvarvi prima. Sono io che mi sono fatta stressare così tanto da tutto il resto, che a ben vedere non conta un beato cazzo, da farvi ammalare, mio adorato utero, mie meravigliose ovaie. Da farvi venire delle robe che statisticamente vengono a vostre colleghe con maggiore seniority, verso i 35-40 anni, in donne “al termine del loro periodo fertile”, dice Google. Lo so, non avrei dovuto cercare su Google. Ma come si fa?

Quanto al resto, cerco di contenermi. Di piangere massimo una volta al giorno per cose come “isterctomia” e “sterilità”. Provo ad aspettare di capire meglio l’entità del tutto. E intanto mi accorgo di amarvi in un modo in cui uno non penserebbe di amare il proprio apparato riproduttivo. Perché sì, io non lo so se questa cosa che ci sta capitando, a me e a voi intendo, ecco non lo so se mi renderà difficilissimo o impossibile avere dei figli. Non ci stavo pensando tanto, ultimamente, data l’assenza di un partner nella mia vita, per dire. Però non pensavo che la selezione naturale stesse proprio decidendo di mettermi caput fisicamente.

Ecco, io non lo so se sarà impossibile o difficilissimo. Se la combinazione delle due cose ha menomato la mia femminilità e in che misura. Non posso sopportare l’idea e non posso sopportare di averlo fatto per dare la precedenza a cose come il lavoro, l’indipendenza, la presunzione di andare avanti, illudendomi che ciò che succedeva alla mia anima non si sarebbe ripercosso sul mio corpo.

Sapete, miei gioielli malaticci, non ve l’ho mai detto, ma in fondo ho sempre pensato che un giorno avrei avuto un piccolo essere frignante e cagante, con la lingua biforcuta come la mia e gli occhi grandi ricolmi d’amore. Ma per averlo ho bisogno della vostra collaborazione. Senza non posso riuscirci. Non potrò riuscirci, quando vorrò, quando potrò, se mai amerò e sarò amata in quel modo che è presupposto di tutto.

La gente mi dice che tutto si sistemerà. Io mi dico che non devo essere la solita stronza melodrammatica. Ma voi lo sapete come sono fatta…

Però vi imploro, mie amate ovaie, mio straordinario utero, aiutiamoci. Collaboriamo. Se dovremo prendere ormoni li prenderemo, se dovremo subire un intervento – morirò di paura ma – lo subiremo. E io, ve lo prometto cazzo, sarò migliore: vi amerò senza riserve, diventerete la cosa più importante, penserò a voi, verrete prima del lavoro, prima di Milano, prima dei viaggi e degli impegni. Mi metterò a dieta, mangerò bacche e semi e minchiate integrali, rinuncerò anche ai carboidrati complessi se sarà necessario. E voi, che sapete quanto io ami i carboidrati complessi, dovete capire che questo sarebbe un gesto di amore incondizionato. Perché, tesori miei, se non state bene voi, non posso stare bene io.

Nel frattempo attendo il mio ciclo come la cosa più bella del mondo.

Ridatemi la mia fottuta sindrome premestruale

E tutto il resto.

Vi scongiuro.

Vostra,

V.

Sociali Cambiamenti e Vaginali Conferme

Ogni volta che torni a casa ti accorgi che qualcosa è cambiato, anche se ti sforzi sempre di far finta che ogni cosa sia uguale a prima.  Perché tutto sommato persino lì, persino nel profondo sud, le cose cambiano, le persone cambiano. Invecchiano per lo più. Certe crescono e certe non cresceranno mai. Però portano la barba, oppure tagliano i capelli, molti ingrassano, pochi dimagriscono e io, come è noto, rientro nella prima macro-categoria.

Le cose cambiano, anche a Taranto, dove non cambia niente mai. Le cose cambiano. Persino il manto stradale cambia. Peggiora. Ed è un problema, specie per quelli come me, che vivono fuori. Che non possono saperlo che lì, per esempio, da un mese, c’è un fosso che nemmanco fosse caduto Giuliano Ferrara di culo a terra, voglio dire, si sarebbe formato così grosso.  Infatti ci avvisiamo, tra di noi. Autentica cittadinanza solidale. Ci diciamo: “Vedi che lì, all’incrocio del Bambuza con Viale Unità d’Italia ci sta una buca enorme”. Che poi il Bambuza non si chiama più Bambuza. Adesso si chiama La Sfinge, o La Piramide o qualcosa del genere ma per noi è e rimane il Bambuza. Che poi è un postaccio, il Bambuza. Come quasi tutti i posti a Taranto, che hanno le luci al neon, gli schermi al plasma e sfornano espressini e cornetti tutta la notte.

v&f

Ecco, voglio dire, ogni volta che torno lo so che mio padre sarà un po’ più silenzioso e che la Vagina Maestra sarà un po’ più stanca e che io farò sempre un po’ più fatica a digerire tutte quelle squisitezze che se magnano giù. Io lo so. Sempre. Ogni volta di più. Lo so che mio zio avrà ancora i punti dopo l’intervento, che mio cugino maggiore avrà qualche etto in più sulla ventra da metalmeccanico e che l’altro, il “piccolino”, insensatamente appellato ancora così nonostante sia del ’79, ecco lui avrà qualche capello in meno. Io lo so già. Che da noi è così. Se nasci piccolo, piccolo resti. Anche se cresci. E’ lo stesso principio. Fingere che nulla cambi, anche se cambia tutto.

Persino lì. Persino a Taranto, dove niente cambia mai. Persino io, cambio.

Persino io non riesco a lasciare a Milano le prime vere preoccupazioni professionali. Persino io torno e trovo meno volti noti, meno amici tra tutti quegli amici che non tornano più, che i giorni son pochi e muoversi costa troppo. Che la crisi c’è e c’è per tutti. Anche quelli che c’hanno una laurea vera in una vera materia, tipo In-ge-gne-ria, quelli che quando avemo iniziato a studiare si pensavano di guadagnare 5 milioni di miliardi di euro al mese e poi si sono trovati pure loro nelle frange più estreme del milleeurismo. Quelli che non sono più precari, sono disoccupati direttamente. Che poi si sa, Ingegneria quanto è difficile a Bari non è difficile a nessuna parte e ci si ritrova facile, così, a chiedersi se non si sia sbagliato tutto, alle soglie dei 30, con più o meno un cazzo in mano. Perché per dirla tutta anche noi siamo cambiati. Noi che ci ritroviamo ancora lì, alla processione del giovedì santo a Taranto Vecchia e a quella del venerdì santo in centro. Noi che incrociamo il nostro ex professore di italiano, che di noi si ricorda, che ci chiede cosa facciamo e che siamo diventati negli ultimi dieci anni. Noi che alle tradizioni ci teniamo. Noi che in Dio non crediamo ma che seguiamo le signore grasse e vecchie con i capelli lunghi e sfibrati, colorati da una tintura nera nera e scadente, fatta in casa. Noi che le seguiamo mentre si muovono lente con i ceri enormi in mano. Noi che quando incontriamo i compagni di scuola parliamo del passato pur di non parlare del futuro. Noi che discutiamo di mutui che non otterremo mai e di patrimoni genetici che forse perderemo nelle pieghe (e nelle piaghe) di una vita solitaria (la mia) e dissoluta (quella di Frecciagrossa). Noi che dibattiamo dei grillini e di Vendola alle 4 del mattino su un balcone di periferia, fumando un paio di vurpi di super-puzzone, il celeberrimo hashish tarantino, raccontandoci tutto quello che avremmo dovuto o potuto fare alla nostra età e che invece non abbiamo fatto ancora, e la democrazia, e l’Ilva, e sticazzi è tardi, domani si parte.

taranto

E così riparto, torno a Milano. Ma prima di andarmene riesco a fare ciò che devo fare. Riesco a parlare ancora con i miei, a cuore squarciato, se necessario, condividendo i malesseri come solo con loro posso fare, come solo con loro riesco a fare, senza pudore e senza tabù. Riesco ancora a coccolare Braciola. Riesco ancora a incontrare vecchi amici che sanno ubriacarsi di birra. Riesco ancora a ridere con Frecciagrossa e la nostra amica Pea, che è una delle vagine più intelligenti che io abbia incontrato nella vita, che legge un sacco e fuma troppo, e quando ride ti contagia, e poi ci viene il mal di guance, pensando a nuovi mestieri e nuove idee di bussiness come, ad esempio, creare un Lavaggio Peluche. Oppure proporci come Peluche Sitter.

E ci sembrano idee straordinariamente geniali.

E l’aereo di rientro, in partenza dopo poche ore, per un po’ lo dimentichiamo.

E restiamo ancora lì. Ancora un po’.

A contorcerci dalle risate, insieme.