Dimmi Perché Piangi

 

Da ieri sera verso in uno stato di paranoia catatonica. Ho pure pianto, a un certo punto, prima di andare a dormire, mentre pisciavo, seduta sul cesso. Non c’era una ragione precisa, non ero neppure in premestruo. Ho pianto e non so perché.

Non sarebbe stato un problema, se non avessi avuto accanto un esemplare di pene sapiens sapiens che mi chiedeva perché piangessi (adoro gli uomini, che pensano sempre che ci voglia una ragione per piangere e non sanno che invece piangere a volte è un modo per far respirare l’anima, per allentare l’apnea, per mollare la tensione e arrendersi, e poi trovare la forza per calmarsi e riprendersi). Sarebbe stato tutto regolare, se avessi avuto la libertà di rinchiudermi nella mia bolla di auto-disagio e auto-commiserazione, di colare a picco nelle mie paturnie, di abbandonarmi alla deriva indomabile del disprezzo più feroce che nutro per me stessa.

Insomma, robe che io conosco bene e lui non conosce affatto, e che sono solo alcuni dei miei demoni, quelle forze oscure della mia psiche che mi fanno sempre pensare che dovrei andare in analisi, mapperò non c’ho i soldi (né per quella, né per il dentista, né per il dermatologo, né per il nutrizionista, né per il personal trainer, né per un cazzo di ciò che dovrei fare per prendermi cura di me).

Di positivo c’è che ormai li conosco, quei demoni, e questo, si capisce, è un grande vantaggio rispetto a quanto succedeva, chessò, dieci anni fa. Se c’è un aspetto valido della crescita, o dell’invecchiamento, è che impari i tuoi malesseri a memoria, li riconosci dall’odore, prima ancora che si presentino alla tua porta, senza preavviso, cogliendoti nella tua personale condizione di degrado.

Alcuni li ripari, certo, ma altri sono talmente radicati da essere intoccabili. Non sono fantasmi da sconfiggere, ma malfunzionamenti interiori da governare e con i quali scendere a compromessi, imparare a convivere, trovare armistizi psicologici, esercitare comprensione, pazienza e carità. Resta il fatto, però, che non sempre ci si riesce. E che io non brillo per comprensione, pazienza e carità. Sono anzi un curioso incrocio tra una debosciata nichilista e viziosa, e una nazista intransigente e totalitaria. Non pratico le vie di mezzo, odio i gradi e i tempi che la vita richiede per accadere e ho un talento impareggiabile per spalarmi tonnellate di merda addosso e poi dirmi: “Vedi? Fai schifo!” E tutto questo riesco a farlo in qualsivoglia contesto, in qualsivoglia momento. Riesco a farlo anche a ridosso di un periodo di lavoro intenso e gratificante, due giorni prima di partire per il ponte del 1 maggio e andare a trovare i miei, che se mi dice bene mi faccio pure una bella giornata di mare (e ora che l’ho detto è naturale che pioverà ininterrottamente). Riesco a mortificarmi anche nelle condizioni di agio più estreme, e riesco a farlo anche quando ho una persona accanto che mi adora e alla quale – forse – dovrei mostrare le parti belle di me, non la fogna.

Però, la fogna c’è.

E questa è una condizione con la quale chiunque si avvicini molto a un altro essere umano deve essere disposto a confrontarsi. Il tanfo degli irrisolti, delle ansie, delle paure, dei fallimenti, delle debolezze e delle incapacità altrui, prima o poi, gli arriverà. L’olezzo indigesto del disamore per sé è un affare scomodo, in aperto conflitto con la realtà che esistono persone che ci stimano, ci desiderano, ci considerano, a qualche immeritato livello, un modello di qualcosa.

Ecco, io sono un modello di disordine, di indisciplina, di ribellione a me stessa. Sono il più sordido contrappasso che si possa immaginare, la talpa infame, la boicottatrice indefessa.

Devo perdere peso per salute? Ok, allora ricomincio a fumare.

Trovo l’amore? Ok, allora devo re-ingrassare.

Lavoro tanto e mi piace ciò che faccio? Ok, ma ricordati che comunque sei una pezzente. 

E così, mentre il pover’uomo ieri sera mi guardava, crucciato all’idea che dietro quelle lacrime e quei  silenzi ci fosse chissà quale pericolosa discussione della nostra relazione, io provavo ancora più imbarazzo per la puerilità del mio malessere. Perché non avevo voglia di dirgli che mi consideravo solo una cicciona piena di vizi e senza soldi. Non avevo voglia di dirgli che il mio estratto conto segna 337 euro, sebbene io avanzi oltre 10mila euro di pagamenti per lavori già svolti, ma si sa come funziona in Italia, no? Lavori a ottobre 2017, e a maggio 2018 ancora non ti hanno pagata, e va bene così, ma ogni volta che mi ritrovo in questa situazione metto in discussione tutta me stessa, la vita che ho scelto di fare (perché l’ho scelto eh, mica mi ci sono ritrovata per caso a questo punto), le possibilità di crescita che ho e la madonna sa cos’altro. Non avevo voglia di dirgli che fumo un pacchetto di sigarette al giorno e che ogni cazzo di volta che impugno l’accendino so che mi faccio male e non riesco a trovare la motivazione per smettere. Né avevo voglia di condividere l’eterno problema del bioritmo a mignotte, che condiziona l’esistenza, l’alimentazione, la produttività. Neppure avevo voglia di dirgli che ho ricominciato a vergognarmi del mio corpo, a volerlo coprire, a non volere che mi si tocchi la pancia perché è gonfia, oppure flaccida, oppure appesa e che di tutto questo mi ero liberata e invece ci sto tornando, perché in palestra non vado, perché mangio male, perché bevo vino, o birra, o cocktail ogni santo giorno. Così come non avevo voglia di dirgli che – sebbene io in costume da bagno non mi sia sentita mai a mio agio, e sebbene sappia che nella mia vita sono chiamata a superare prove ben più rilevanti della prova bikini (auto-cit) – mi inquieta l’idea di mostrarmi a lui in costume, che è diverso dal mostrarsi in camera da letto o sotto la doccia, che in casa ci sono solo io, mentre in spiaggia ci sono le persone toniche, quelle brave, quelle socialmente accettabili, quelle giovani, quelle che s’ammazzano di squat tutto l’anno e giustamente sfoggiano culi da combattimento che inghiottono mutande tra le natiche per tutta l’estate. E certo, lo so che mica sta con me per le mie chiappe (che comunque dichiara di amare) ma per la mia testa, va bene, ma comunque sia non è bello pensare che tra corpi scolpiti nel marmo debba vedere il mio, segnato dal tempo, dalle cattive abitudini, dalla trasandatezza ingiusta che gli sto imponendo e naturalmente dal rifiuto culturale per una serie di misogine pratiche estetiche, che risolvono con la chirurgia l’inefficienza di Madre Natura.

Non avevo voglia di dirgli neppure che mi sento paralizzata,  come se il mio auto-miglioramento fosse un eterno fallimento, un risultato perennemente mediocre, un insuccesso costante, interrotto solo da progressi temporanei. Non avevo voglia di dirgli che tutto ciò che sto trascurando di me stessa, mina profondamente la fatica che ho fatto per imparare a volermi bene.

“Domani mi passa”, ho detto al pene sapiens sapiens. E ho mentito. Perché so che questa inquietudine, quando arriva, non se ne va in un giorno, è un ospite sgradito che sporca le giornate e occupa i miei spazi interiori. E quando mi viene la crisi esistenziale, generalmente ogni anno, a primavera, quando tutti sono felici e dovrei esserlo pure io perché le giornate s’allungano, nei locali ci si può sedere all’aperto, il sole illumina l’asfalto, i collant si ripongono nel cassetto, l’atmosfera estiva arriva, in uno sciame di insetti e polline, a suggerirci che le vacanze sono all’orizzonte, ecco proprio quando dovrei essere felice come tutti, divento repellente e depressa. E anche amara, perché so che a un certo punto non ha senso sfogare a parole la frustrazione per la propria debolezza. È necessario agire. E io me lo ripeto ogni giorno, ogni sera, poco prima di dormire: da domani riprendo le redini; da domani ricomincio a occuparmi di me; da domani non fumo più; da domani torno in palestra; da domani mangerò bene; da domani sarò quella che – con inconcepibile fatica – ho dimostrato di poter essere. Oggi faccio schifo, ma da domani sarò migliore.

Mi chiedo quando arrivi domani, perché va così già da un po’, e mi rispondo che il punto è che domani non arriva mai, se non decidiamo di andargli incontro e prenderlo per le palle, o per le corna, o per qualsivoglia parte anatomica.  L’importante è afferrarlo, il domani, e incominciare da un punto, uno qualsiasi, che sconfigga l’immobilismo, la stasi, il bisogno di punirsi inconsciamente di non si sa bene cosa, il rifiuto presente di amarsi, la paura di cambiare e di concedersi una meritata serenità.

Da domani ricomincio a concentrarmi sulle cose belle, per smetterla di sprofondare in quelle di merda, promesso. Oggi, facciamo che mi odio ancora un po’. Poi smetto.

Perlomeno fino alla prossima crisi mistica.

Troppo Grassa

Meno di una settimana fa, una mattina, Beatrice si è svegliata, si è preparata e sua madre l’ha accompagnata in stazione dove avrebbe preso il treno per andare a scuola, come al solito. Se non fosse che, intorno alle 7, la 15enne si è avvicinata al binario, ha superato la linea gialla sulla banchina e si è lasciata cadere sotto il convoglio in arrivo. Beatrice si è suicidata perché era “troppo grassa” (o almeno così hanno detto i giornali). Da allora ho continuato a pensare a questa vicenda, anche se non avevo ancora avuto il tempo di fermarmi e buttare giù queste parole, perché questa è, in qualche misura, la vicenda di tante di noi.

La prima volta che qualcuno mi ha dato della “cicciabomba” avrò avuto non più di 7 anni. Quando ne avevo 12, mia nonna disse a mia madre: “Chissì no s vò azzicchinì”. Questa non vuole dimagrire. Parlava di me e del fatto che non sarei mai stata magra, esile, filiforme, aggraziata come una libellula. Ci aveva sperato, mia nonna, per un po’, che “dando lo sviluppo” sarei improvvisamente diventata una fuscello armonioso ed elegante, come mia cugina. Ma ciò non avvenne.

Quando avevo 13 anni, una che veniva in classe con me disse: “Sei una ragazza di merda”. Intendeva esteticamente e non aveva neppure tutti i torti. Del resto, non si può dire avessi una corte di pretendenti, nonostante la faciloneria ormonale delle scuole medie. Le mie compagne, specie quelle già con le tette, o quelle senza tette ma col mitologico “culo a mandolino”, ecco loro avevano un folto nucleo di estimatori. Io, ancora nessuno. Una volta uno mi disse, sempre alle medie (che, come è evidente, furono un periodo complesso per me): “Sei brutta, ma sei simpatica”.

Da allora non potrei contare le volte in cui mi sono sentita dire che ero grassa, cicciona, obesa, chiattona, culona, rotonda, comeunquadrodiBotero. Con serietà, con cattiveria, con goliardia. L’ho sentito da estranei, da parenti, da amici, da genitori di amici, da colleghi e, più in generale, da un variabile numero di stronzi che hanno usato il mio sovrappeso per schernirmi, o sminuirmi. Tante volte, poi, è successo che le persone siano inciampate in una specie di imbarazzo impacciato (quell’esasperazione del politically correct che si manifesta anche con certe etnie, religioni disabilità) tipico di chi ti considera cicciona ma non vuole dirtelo, perché teme di ferirti (come se tu non avessi uno specchio in casa, o non sapessi esattamente come sei). L’anno scorso, per esempio, ero in piscina con un’amica che si lamentava di essere ingrassata e che, per farmi capire la gravità della situazione, disse: “Cioè, sono praticamente più larga di te!”. Si scusò tantissimo e si affannò a spiegare che non voleva dire quello. Io non me la presi, anzi, essere l’unità di misura del suo presunto scofanamento, mi fece sorridere. D’altra parte, ci ero abituata. D’altra parte, ero cresciuta con amiche magre che si lamentavano con me di essere arrivate addirittura a 53 kg. D’altra parte, per tutta la vita avevo subito gli sguardi scettici delle commesse dei negozi, quando chiedevo una gonna corta, che secondo loro non avrei potuto permettermi, in quanto grassa. Insomma, essere pesata sulla grande bilancia del giudizio estetico collettivo è stata una delle cifre caratterizzanti della mia vita, fin dall’infanzia. E dall’infanzia a oggi ho perso il conto di quanti kg io abbia preso e di quanti kg io abbia perso, e di quanto chicchessia si sia lamentato sia dell’una che dell’altra cosa.

Se avessi potuto chiacchierare con Beatrice, le avrei raccontato che viviamo in una società in cui chiunque si sente legittimato a rompere i coglioni sul peso altrui. Viviamo in una cultura che considera il corpo un fatto pubblico, in quanto esposto, in quanto visibile, dunque giudicabile. E su questo palcoscenico della perfezione, in questa tensione all’eccellenza e all’uniformità, a quelle paffutelle come noi non resta che cercare il proprio equilibrio, ritagliandosi il proprio spazio nella figacrazia: un immaginifico regno popolato solo da donne magre con le tette grosse, la vita sottile e le chiappe di marmo, eternamente e indelebilmente giovanissime.

Ma in che senso equilibrio?, mi avrebbe probabilmente chiesto lei. Nel senso che veniamo a capo di quella costante altalena tra l’ accettazione e il disgusto di sé, tra l’aspettativa e la realtà, tra l’elaborazione del confronto e lo smaltimento dell’insulto. Da un lato, facciamo pace con alcune caratteristiche di noi che dobbiamo accettare. Dall’altro, proviamo a migliorarne altre. Proviamo a mangiare meglio, a fare sport, ogni tanto cediamo ma torniamo sempre a presidiare quell’aspetto della nostra vita, perché non possiamo trascurarlo, perché è così che funziona per noi: non potremo mai dire che mangiamo come scrofe senza ingrassare; a noi non capita che quando siamo stressate ci passi l’appetito, ANZI; a noi il fritto profuma, mica puzza. E, di base, va bene così. Migliorarsi è un’avventura che dobbiamo intraprendere per il nostro benessere, non per l’approvazione degli altri (che può, al massimo, essere un piacevole effetto collaterale); sentirsi meglio nel proprio corpo è un’esperienza possibile e lei, se lo avesse voluto, avrebbe certamente potuto farcela, come tutti. Semplicemente non lo sapeva, o non ci credeva. Probabilmente non pensava neppure di riuscirci perché è difficile avere fiducia in se stessi, soprattutto quando si è adolescenti irrisi, soprattutto quando le proprie carni sono crudamente esposte al sarcasmo feroce di chi non sa.

Perché il tema è anche questo. Non si tratta solo di critiche alla tua persona, di perfidia, di bullismo. Si tratta proprio di ignoranza. Di non sapere. Di non conoscere l’argomento di cui si parla. Di un’impronta culturale che trova legittimo ironizzare sui ciccioni, perché i ciccioni fanno ridere, sono buffi, sono goffi, sono comici, da un lato. E anche perché i ciccioni sono considerati sempre responsabili, cioè colpevoli, della loro ciccia. Insomma, poiché sono così a causa delle loro cattive abitudini esistenziali, meritano di essere messi alla berlina. Naturalmente le cose non stanno così, il rapporto col cibo è intimo e personale, c’è una componente genetica, spesso complicazioni mediche, i problemi alimentari hanno ramificazioni psicologiche profonde, dimagrire di colpo o ingrassare molto, spesso sono segnali di un malessere interiore, di debolezza, di un momento difficile in cui subiamo la vita invece di viverla. Ma a questo nessuno pensa mai. Se sei ciccione è perché sei ingordo e pigro, dunque non meriti rispetto, fine della storia. Certo, la gente potrebbe limitarsi a non trovare di pubblico interesse il nostro indice di massa grassa, andrebbe già bene così. Ma, come sappiamo, il popolo ama giudicare il prossimo e una delle categorie che quasi nessuno difende è esattamente quella delle persone in sovrappeso.

Mi chiedo, per esempio, se Beatrice avesse mai sentito parlare di body-shaming; se sapesse che si inizia a discutere, in maniera assolutamente germinale, di “gordofobia”; se fosse a conoscenza del fatto che la società si prepara a migliorare lentamente anche da questo punto di vista, persino su questo sdrucciolevole terreno popolato di calorie e grassi, carboidrati e lipidi, beveroni e integratori. Mi chiedo cosa avrebbe risposto, se qualcuno le avesse chiesto di essere uno dei volti di questo cambiamento, di resistere nella sua personale trincea, di portare testimonianza della sua unicità, di rivendicare il suo diritto insindacabile di essere imperfetta, le sue qualità altre che prescindono dall’estetica. Mi chiedo se sarebbe stato utile, farle sapere che la tua storia è la storia di molte di noi e che sappiamo molto bene quanta esperienza, quanta forza e quanta maturità ci vogliano per mettere a tacere gli stronzi, per ignorare gli stupidi, per affermare la propria identità.

Il dispiacere principale che mi suscita la storia di Beatrice è proprio questo: che non si sia concessa il tempo per conquistarla quell’esperienza, quella forza e quella maturità. Che non abbia pensato possibile reagire a tutto questo. Che non si sia permessa di diventare una favolosa donna pronta a gustarsi la rivincita che la vita le avrebbe certamente offerto (perché la vita sa come pareggiare i conti, sempre), su quelli che l’hanno fatta sentire tanto vulnerabile, tanto vilipesa, tanto inutile, in quanto “troppo grassa”.

La cosa che mi addolora è che Beatrice non abbia scoperto quanto femminile e sensuale potesse essere il tuo corpo, quanto felice potesse vivere senza gli addominali scolpiti, quanto una sessualità libera e gioiosa passi da qualunque taglia, incluse quelle forti. E lo so, perché lo so, che adesso è tardi, ma ci scommetto che lì fuori, in questo preciso momento, è pieno di donne che si sentono come si è sentita lei e che è giusto sappiano che non c’è ragione alcuna per patire così tanto. E che il primo modo per reagire a chi ci considera pattumiera, è amarci con ancora più tenacia e ostinazione. È affrontare ciò che ci spaventa. È reagire ai commenti. È liquidare le critiche sterili. È ribadire la varietà e l’ampiezza delle proprie doti, al di là del proprio aspetto fisico.

Vorrei dire a Beatrice che crescendo sarebbe potuta diventare figa e appetibile, se era ciò che voleva. Sarebbe potuta soprattutto diventare anche molto altro: talentuosa, intelligente, capace, affidabile, brillante, affettuosa, onesta. Avrebbe imparato che il fascino non ha taglia, ma anche che sulla propria taglia si può lavorare, con l’alimentazione e con lo sport, se è questo che si vuole. E che le imperfezioni sono il nostro dna. E che ciascuno di noi ha le proprie. E che la parte più inestimabile di noi, sul cui valore dobbiamo lavorare sempre, è una parte che non si vede, non si fotografa, non si esibisce, non si pubblica su Instagram. E che non esiste un numero sulla bilancia abbastanza alto da rendere la vita vana; e che agli stronzi bisogna rispondere, perché altrimenti continueranno a essere stronzi sempre, ma anche che la noncuranza è il miglior disprezzo. E che lei era una persona che doveva ancora diventare: una cantante lirica, una musicista, una compagna, un’amica, una madre, un’artista, una casalinga felice, una globetrotter, qualunque cosa avesse voluto. E che tutte queste cose avrebbe potuto esserle pur essendo “troppo grassa”, perché l’unica domanda valida sarebbe stata:

Troppo grassa, per cosa? Troppo grassa, per chi? Troppo grassa, perché?”

Insomma, non lo so se Beatrice adesso, ovunque si trovi, abbia la copertura 3G e possa leggere questo post. Temo di no e trovo anche piuttosto grottesco pensare a lei come se fosse al sicuro in qualche misterioso altrove ultraterreno. Resta il fatto, però, che sono sicura esistano molte Beatrice in incognito, in questa società, ed è a tutte loro, quelle che lo sono o che lo sono state, quelle che lo saranno, quelle che odiano il proprio corpo perché così è stato insegnato loro, quelle che non hanno imparato che i giudizi sul loro aspetto non definiscono nulla, a parte la natura di chi li esprime, ecco è anche a loro che scrivo:

Amatevi, perché se non lo fate voi è difficile lo facciano gli altri. Accettatevi, perché non potete vivere perennemente in guerra con voi stesse, e di voi stesse dovete anzi essere complici, sostenitrici e benefattriciMiglioratevi, perché migliorarsi è possibile e fa bene al cuore.  Ribellatevi a una società che vuole pesare il vostro valore di donne e di persone, con una bilancia. Siate molto di più di un numero di kg, sempre. Ingombrate la vita e l’anima delle persone che amate. Sentitevi padrone di decidere chi siete.  Buttate al cesso le etichette che vi affibbiano. Non abbiate paura. Divertitevi. Sognate. Concentratevi sui mille tasselli che compongono la vostra personalità. Affrontate gli spettri di cui avete vergogna.

Siate libere. Perché lo siete. Perché abbiamo bisogno di esserlo.

Perché anche Beatrice aveva bisogno di quella libertà, e ne aveva un bisogno così radicale che è andata a cercarsela sui binari di un treno in corsa.

15 Cose di quando Dimagrisci

L’altra sera mi sono sentita dire una frase che, vi giuro, nessuno mi aveva mai detto nella vita: “Tu sei magra, puoi mangiare quanto vuoi”.

Ommioddio. Ma come ti viene in mente di dirmi che sono magra, sei impazzito?

Facciamo un riassunto delle puntate precedenti: ho perso peso negli ultimi 2 anni. L’ho perso perché un endocrinologo-nutrizionista mi ha detto che per capire se la mia tiroide poteva tirare a campare nonostante la sua Sindrome di Hashimoto (da me ribattezzata “Sindrome di Hiroshima”) dovevo provare a seguire un regime alimentare diverso da quello di un lottatore di Sumo.

Così, motivata dalla preoccupazione che il mio sistema endocrino se ne stesse andando definitivamente in vacca, ho preso sul serio la dieta, l’ho abbinata a una moderata e ragionevole attività aerobica e ho perso circa 20kg (raggiungendo quello che, con una certa scaramanzia, può essere definito il mio “peso forma”).

E ad oggi devo condividere alcune cose che oggettivamente cambiano, nella vita e nel rapporto con gli altri, quando dimagrisci:

Schermata 2016-02-03 alle 23.54.32

  1. Le persone che per anni hanno parlato di quanto fossi grassa e/o ingrassata, iniziano a parlare di quanto tu sia dimagrita. Presto inizieranno a parlare del fatto che sei dimagrita troppo.

2. Tua madre al telefono inizia a chiederti con un filo di apprensione se hai cenato, cosa hai mangiato, se hai qualcosa da mangiare. Non te lo chiedeva, prima. Lo vedeva dal tuo sovrappeso che magnavi. Magari di merda, ma magnavi.

3. Tuo padre dice che ti sei fatta “piccolina-piccolina” quando ti abbraccia, anche a te che piccolina-piccolina non lo sarai mai. Oppure dice che non ce n’è rimasto, di te, come se ti avessero appena salvata da un campo di deportazione per obesi.

4. Tua zia arriva persino all’invettiva con “ti sei fatta brutta“, “hai fatto la faccia da vecchia“, “stavi meglio prima“, che mò dove sono finite quelle belle guance rotonde che ti sei portata per 27 anni? Nelle parole di mio cugino la delusione umana, invece, si manifesta in “Non sei più Sua Suinità“.

5. I colleghi ti chiedono come hai fatto, quale portentoso trucco ti abbia permesso di deperirti. Mah, niente, ho smesso di mangiare il Mc Donald, le Più Gusto, piatti da 250 grammi di pasta, pizza 3 volte alla settimana. Niente di trascendentale. Cose che avrei potuto arrivarci anche da sola, ecco. Poi aggiungici che sono permanentemente stressata, che non dormo, che fumo e capisci perché paro the walking dead.

6. A un certo punto tutti ti dicono insistentemente “Adesso basta dimagrire” come se tu stessi perdendo peso tipo Pannella quando lotta per la legalizzazione delle sostanze cannabinoidi, ma non è quel che accade, puoi giurarlo che ti pesi, che lo sai, che sei stabile e che comunque non vai nemmeno in palestra da 3 mesi (in realtà).

7. Gli uomini ti dicono che ti trovano in forma. Pure quelli che non sentivi da una vita, ti scrivono, apposta per dirti che sei in forma, che il sottotitolo in genere è “ora che non sei più cicciona, mi ti baccaglierei”.

8. Gli amici gay ti dicono che sei bona, oppure faiga, oppure “stai benissimo” quando fino all’anno prima eri “bella obesa così come sei“.

9. Le amiche ti dicono “vorrei le tue gambe“, che tu le guardi, loro parono Fiona May dei tempi d’oro, toniche come il marmo, e stanno a guardare le caviglie tue che sono così sottili. Vabbeh. La prossima volta propongo il baratto: le mie caviglie per il tuo culo, voglio vedere che mi rispondono.

10. Le persone non ti riconoscono più facilmente. È un fenomeno inspiegabile, perché di fatto hai intrapreso una dieta, non subito una plastica facciale. Tipo che a me un giorno non mi ha riconosciuta la signora del tabacchi dietro l’angolo che mi vede da anni, tutti i giorni. Evidentemente la grassezza era l’elemento caratterizzante della mia immagine.

11. Le commesse nei negozi ti rispondono con incredulità quando chiedi la taglia, perché continui a chiedere una L e quelle ti fanno “LA EEELLLEEEEEEE?”. No, è vero. Una M. Ma per me già chiedere la L è un downgrade, considerato che per alcuni anni della mia vita quando mi chiedevano la taglia rispondevo “La più grande che avete”, al fine di non incorrere nella perplessità sui loro volti, circa le mie chance di entrare nel capo che volevo provare.

484300_532035300170012_1641168308_n

12. Se manifesterai di essere a tuo agio con il tuo corpo e con il tuo peso, nonostante le tue imperfezioni, la gente ti dirà che fai la figa, che sei vanitosa, che sei narcisista, che sei cambiata. Che sì, graziarcazzo che sono cambiata, ho perso 1/4 del mio peso corporeo, c’ho la pelle molle e appesa, se vogliamo dirla tutta, ma non è che me la tiro. Semplicemente, mi vergogno meno di prima se sono in costume, non chiamo la Gestapo se qualcuno mi scatta una foto al mare e mi sento meglio nelle mie forme. Fine. E’ una cosa bella, alla quale è giusto tendere anche se non si è Bianca Balti e che si può fare, lo testimonio, si può trovare un punto di equilibrio nel rapporto con la propria immagine. Persino con la cellulite, con la ciccia che resta dove resta (tipo nell’internocoscia che proprio ciao), con le imperfezioni cutanee e con tutti quei cazziemmazzi che finiscono per renderci donne normali.

13. Qualcuno ti farà notare con infinito tatto che non hai più tette e non hai più culo.

14. Se ti definirai “grassa” la gente che ti ha definita “grassa” per una vita ti dirà “Ma grassa coooooooosa?”. In buona sostanza ciò che è successo è che hai perso il titolo e, anche se non sei magra, non puoi più definirti grassa (pur avendo militato per tutta la vita nella legione dell’adipe), senza incorrere nel biasimo degli interlocutori. I quali forse pensano che l’esser grassi sia un fatto puramente estetico, solo fisico, e ignorano che invece è un modus vivendi e pensandi che ha investito la tua vita per 25 anni, un habitus che ti rimane a lungo addosso e che cambiare la percezione e la consapevolezza di sé richiede tempo.

15. Ma soprattutto, quando sarai a letto con un aitante maschio e quello farà per sollevarsi tenendoti in braccio, attorcigliata a lui come un koala al suo eucalipto, tu avrai incontrollabili picchi d’ansia pensando che come minimo gli esce un’ernia che lo renderà permanentemente invalido, praticamente paralizzato e non importa che non sia così, tu ti irrigidirai tutta, terrorizzata, e la Kim Basinger che è in te lascerà inesorabilmente il posto all’Anna Maria Barbera latente (Sconsolata, per chi non la ricordasse).

Insomma, è un processo lento quello di accettazione del cambiamento. Auguriamoci solo che, una volta abituata, una non si ritrovi a riprendere tutti i kg persi. Perché, come molte di noi sanno, i kg in eccesso sono come gli uomini stronzi: il vero problema non è disfarsene, ma imparare a non ricarderci mai più.