Psicodramma Politico

Sono settimane che affronto un drammatico dissidio interiore: vivo a Milano, dove quasi tutti quelli che conosco schifano profondamente il movimento 5 stelle; ma sono del sud, dove quasi tutti quelli che conosco hanno votato il movimento 5 stelle (e schifano, con un variabile grado di intensità, il PD). L’Italia che vedo, quella che percepisco, che non è detto sia l’Italia che vedono tutti gli altri, è un paese polarizzato, nettamente fratturato in due parti. Questa percezione non mi deriva solo dai tiggì o dalle prime pagine della stampa. Mi deriva anche dai commenti quotidiani che ascolto e che leggo, fatti da persone che conosco bene. È un’Italia collerica, sarcastica, arroccata su posizioni di principio e capricci, disinteressata al dialogo, alla comprensione, al compromesso. Un’Italia a tratti delirante.
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Ora io non sono una fine politologa, una costituzionalista consumata, un’economista esperta. Non mi sono mai “tesserata” a un partito, non sono mai stata attivista, non ho mai presidiato costantemente la piazza e non mi sono mai sentita pienamente rappresentata da nessuna delle cosiddette “alternative politiche“. Neppure da quelle nate appositamente per intercettare i soggetti come me, tipo il m5s. Alle ultime elezioni ho votato un partito che non ha superato la soglia di sbarramento (i radicali, ndr). Ma per capire davvero il mio attuale psicodramma politico, che negli ultimi giorni ha assunto tinte quanto mai fosche, bisogna fare un paio di premesse spicciole, qualche generalizzazione, giusto tre riflessioni approssimative, degne di una chiacchierata occasionale tra avventori di un bar.
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PRIMA PREMESSA:
Milano è una città in cui, chi è scampato al berlusconesimo, e al maronismo, e alla formigonìa, è confluito nel PD. L’appartenenza a questa sfera è chiara, tangibile, persino inevitabile. Se si vuole avere uno sguardo ravvicinato di cosa sia il PD alla sua massima efficienza, non bisogna andare in alcun posto all’infuori di Milano. E a Milano il PD funziona. Cazzo se funziona. In questi ultimi dieci anni, mentre il resto dell’Italia andava in malora, a Milano sono sorti nuovi QUARTIERI, nuove LINEE DI METROPOLITANA (che non è che sono lì in cantiere eh, la lilla non c’era e adesso c’è, ci si può viaggiare sopra, è super hi-tech e pulitissima, sempre; la blu è in costruzione), nuovi teatri, nuovi locali, nuovi ristoranti, nuove librerie, nuove boutique, nuovi mercati, nuovi centri commerciali, nuovi rooftop, nuovi ospedali, edifici premiati come i migliori al mondo…così, dal niente. A Milano non si sente l’esigenza di un’alternativa politica, perché le cose funzionano, ed è francamente bello avere un sindaco che è pure un bel signore presentabile, con un buon titolo di studio, ben vestito, culturalmente evoluto e votato a valori socialmente di sinistra. Voglio dire, a Milano non c’è bisogno di altro. A Milano, si sta bene.
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SECONDA PREMESSA:
Il problema, però, è che l’Italia non è Milano. Il problema è che io vengo da una città che ha avuto come sindaco Giancarlo Cito (un mafioso), Rossana Di Bello (Forza Italia, ha fatto fallire il comune con un buco di ennemila milioni di euro), Ippazio Stefano (il sindaco fantasma, che era di sinistra, ma andava in giro armato di pistola) e, dulcis in fundo, il Presidente della Regione Nichi Vendola, omosessuale e comunista, un trionfo c’era parso ai tempi, fino alle intercettazioni con la famiglia Riva sul caso Ilva, che erano alquanto distoniche per uno che aveva fondato il partito “Sinistra, Ecologia e Libertà” (poi rinominato, con amara ironia, “Sinistra, Siderurgia e Libertà”). Il problema è che al sud ci sono costruzioni incomplete per sempre, treni del dopoguerra che viaggiano sullo stesso binario, disastri ambientali taciuti, ponti che crollano, servizi inaffidabili, disoccupazione. Al sud, le uniche opere pubbliche fatte nell’ultimo decennio, sono i dossi sul manto stradale dissestato di buche. Al sud, gli ospedali si chiudono, mica si costruiscono.
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Su un manuale di storia della politica italiana, ci racconterebbero anche che il sud è stato tradizionalmente una banderuola politica, il luogo in cui è nato ed è proliferato il voto di scambio, non solo per la malavita e la chiesa (che erano un po’ due facce della stessa medaglia), ma pure perché al sud votavi chi ti dava il lavoro, fine. Al centro, invece, c’erano le zone rosse, tradizionalmente di sinistra, con gli zoccoli duri della Toscana e dell’Emilia, e poi il nord era la zona bianca di ispirazione democristiana, dalle cui ceneri è nata la Lega Nord (e naturalmente, il ventennio berlusconiano). Tutto questo per dire che, banalmente, il sud non aveva un orientamento politico forte, definitivo, identitario. Aveva e ha altri valori bellissimi, ma la politica è sempre stato un affare complesso, in un territorio altamente presidiato dalla malavita (che non è una leggenda, e non è una serie tv, e neppure un monologo di Saviano da Fazio). Il sud è un territorio schiacciato da mezzi di sviluppo ridicoli, ricatti occupazionali, contentini sporadici. È un sistema sociale e culturale profondamente diverso, ed è un ambiente nel quale tutte le precedenti ricette politiche sono fallite. È un territorio nel quale mancano la speranza e la fiducia nelle istituzioni (che sono fatiscenti, quando non del tutto assenti), manca spesso l’esperienza e a volte la competenza. Talvolta, bisogna essere onesti, manca pure la voglia di fare perché in generale pare che nessuno faccia un cazzo e che “fare” sia impossibile o inutile. È un luogo nel quale, inoltre, nessuno di noi torna, dopo aver girato l’Italia, l’Europa e il mondo, per renderlo un posto migliore. E così quell’altrove, del quale ci piace parlare per fare ironia sulla bontà del cibo, sul pacco da giù, sul fritto, sul sole, lu mare e lu ientu, diventa un posto sempre più remoto, sempre più isolato, sempre più radicalizzato nei suoi problemi di cui, in fondo, noialtri, da qui, possiamo ben guardarci. Perché noi ci siamo emancipati, perché quell’emancipazione l’abbiamo scelta e ci è costata, e non ci interessa più capire le ragioni di paesi, città, grandi città che non riescono manco a gestirsi la loro monnezza, che si lamentano del lavoro assente ma tutto sommato si vive bene a spese di mamma e papà, che invidiano i concerti che possiamo vedere al nord, ma che da aprile a ottobre pubblicano foto di giornate a cazzeggiare al mare sotto il sole, mentre noi qui in ufficio a produrre e fatturare. Quel sud dove ci piace tornare in vacanza l’estate ma al massimo per una settimana perché poi no guarda mi viene da sclerare sono tutti lentissimi, i negozi chiudono al pomeriggio, che schifo i cassonetti in mezzo alla strada.
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Noi viviamo a Milano e a Milano si avverte solo un pallido riverbero del senso di crisi che dilaga in provincia, un’idea quasi inesistente del sentiment popolare, virale e cronicizzato che ha portato il m5s al suo 32% (e la Lega al suo 17%). E ogni volta che leggo o ascolto commenti pieni di disprezzo, di superiorità intellettuale, di sufficienza nei confronti di chiunque abbia votato il movimento 5 stelle (che, lo ricordo, non ho votato) mi viene il rodimento di culo, perché io purtroppo non posso usare riduzioni altrettanto semplici: io non posso dare per certo che siano tutti stupidi quelli che votano 5 stelle, o che siano tutti stronzi quelli che votano PD. So, perché conosco entrambe le realtà, che – in mezzo a tanto degrado – esistono persone intelligenti sia da un lato che dall’altro. So, perché è evidente e lo sappiamo tutti, che esiste un movimento saldo, con un elettorato fedele e incrollabile, che dal 2013 al 2018 è rimasto sul 30%. Questo significa che un italiano su 3, lì fuori, vota 5 stelle. E in certe zone d’Italia, sono 3 italiani su 3, a votare 5 stelle. 
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Di fronte a questo scenario, non sarebbe un errore se la sinistra ammettesse di aver perso delle buone teste, in questi anni; se ammettesse di aver abbandonato il sud, di aver rimosso le istanze dei più deboli, di aver perso la capacità di comprendere i problemi delle persone comuni, rinchiudendosi in una torre d’avorio nella quale chiunque sbagli un congiuntivo è un minus habens al quale bisognerebbe revocare il diritto di voto. Mi piacerebbe se la sinistra si spogliasse di quella spocchia autoconferita e fosse migliore di chi dice “Pidioti“. Mi piacerebbe che ammettesse di essersi trasformata nella gauche caviar, di non sbattersene granché degli umili e neppure degli ultimi, e di vivere ormai la sinistra come se fosse una moda, uno stile di vita: se sei di sinistra ti piace un certo tipo di cucina, un certo tipo di ristorante, un certo tipo di abbigliamento, un certo tipo di vacanza, un certo tipo di quartiere, un certo tipo di istruzione, un certo tipo di autore, un certo tipo di programma televisivo, un certo tipo di estetica. Hai un certo tipo di valori condivisibili, ti muovi in un frame culturale molto definito, e dentro vuoi che ci siano solo persone che ti assomiglino tantissimo, perché in fondo la sinistra è diventata un’élite peggiore della borghesia che doveva combattere. È la sinistra con i soldi, con le azioni, con i patrimoni immobiliari. È la sinistra che si sente sinistra perché è favorevole alle unioni civili, ma che non ha mai vissuto fuori dalla cerchia dei bastioni e non ha mai avuto un amico che abitasse alle case popolari, e forse non ha neppure mai preso un caffè a casa di un operaio (pensate, esistono ancora gli operai!). La sinistra che da ragazzina indossava i pantaloni strappati per tendenza, e oggi custodisce nella scarpiera le Louboutin. È una sinistra che ha diritto di esistere, per carità, non è che per essere di sinistra si debba per forza essere povery, ma dei povery bisogna occuparsi, perché la sinistra anche di questo si occupa e se smette di farlo diventa un partito vuoto. Ed è a quella sinistra, sempre più chiusa e sempre più presuntuosa, sempre più autoreferenziale e sempre più debole, che muore senza accorgersene, indisposta a trattare coi diversi, inclusi i più stupidi, i più ignoranti, i più incazzati, ecco è a quella sinistra che si deve il merito di aver consegnato il paese nelle mani di forze sovraniste, populiste e dal retrogusto fascista.
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TERZA (e ultima) PREMESSA:
Tuttavia, non vorrei essere troppo ingiusta con la nostra sinistra, e trovo anzi importante inserire in una prospettiva di ampio respiro ciò che sta succedendo in Italia. In primo luogo, bisogna considerare che le sinistre di tutto il mondo sono in grave crisi. Le destre, al contrario, godono di ottima salute e mietono consensi nel malcontento popolare (effettivamente esperito nel quotidiano o mediaticamente iniettato nel sentire comune, non fa tanta differenza). Estrema Destra, il libro inchiesta di Guido Caldiron, spiega esattamente come tutta l’Europa sia attraversata da correnti nere, violente, antieuropeiste (cosa che non dovrebbe lasciarci dormire sereni). Ne “La Democrazia del Narcisismo”il giornalista Giovanni Orsina, invece, ci racconta che da un sondaggio pubblicato lo scorso gennaio emerge che il 54% degli italiani prova rancore verso l’Italia, sentendosi in credito nei confronti del proprio paese, con la convinzione di aver dato più di quanto abbia ricevuto. Due anni prima, lo stesso sondaggio, attribuiva questo sentimento a “solo” il 49% degli italiani. Il malcontento popolare è, a torto o a ragione, in crescita e questa crescita non si arresterà. Si potrebbe obiettare che in fondo abbiamo un tetto sopra la testa, che abbiamo un smartphone per pubblicare sagaci analisi politiche su Facebook, e abbiamo pure un’aspettativa di vita di 80 anni, invece che di 35. Si potrebbe obiettare che l’Italia ha vissuto momenti anche peggiori, regimi totalitari, terrorismo politico, governi mafiosi e che in fondo questo non è il momento più buio della storia contemporanea. Ma non farebbe la differenza. La gente, lì fuori, è incazzata e il fenomeno è di respiro internazionale.
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Nel tentativo di provare a dipanare la matassa, ho parlato con due donne, che sono mie amiche e delle quali non vi racconto molto perché il voto è segreto e magari quelle non vogliono che io faccia capire che sto parlando esattamente di loro due. Fatto sta che sono entrambe di sinistra. Cresciute in famiglie autenticamente di sinistra, con le idee chiare già a 14 anni, con episodi di impegno politico e sociale nei loro curricula. Insomma, due che la sinistra avrebbe dovuto tenersi strette. Due che difficilmente avrebbero cambiato idea, perché per loro la sinistra era un fatto identitario e culturale (roba che quando viaggiavano in macchina con la famiglia da bambine, ascoltavano e cantavano “Bella Ciao“). Due donne ironiche, intelligenti e colte (tra le lettrici più accanite che io abbia conosciuto). Bene, cosa hanno votato secondo voi? Cinque stelle. Entrambe. Ora, io cosa dovrei pensare? Che persone che ho stimato per tutta la vita siano rimbambite all’improvviso? Ma come fanno a non accorgersi del gigantesco problema di comunicazione e credibilità dei 5 stelle? Di quel complesso di superiorità morale? Di quanto siano dilettanti allo sbaraglio e sì, ho capito che pure-il-Trota!! ma non è questo il punto. Come fanno a non capire che tutta quella storia di essere post-ideologici a un certo punto diventa un problema perché, pensanpò, le ideologie sono solo idee messe in ordine? E, giusto o sbagliato che sia, in una certa misura, serve avere le idee più o meno in ordine per fare politica?
Ecco, devo pensare che si siano bevute il cervello, oppure devo sospettare che ci siano delle ragioni da ascoltare, un malcontento radicale e contagioso, una sfiducia irrimediabile nei confronti della pseudo-sinistra?
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Insomma, ho parlato con queste due amiche. La prima, ha votato i 5 stelle schifandoli, turandosi il naso, come si suol dire. La seconda, il cui fidanzato non ha una “fabbrichetta” ma in fabbrica ci lavora, ogni giorno, coi turni, ecco lei li ha votati con fervente convinzione. Quando Di Maio e Salvini hanno iniziato a flirtare, le ho scritto per chiederle cosa ne pensasse. Mi sembrava paradossale che i 5 stelle, votati quasi all’unanimità dal sud Italia, scendessero a compromessi con Salvini della Lega (Nord), che sarebbe ancora lì a prendersela con i terroni, se non fossero arrivati i negher. La mia amica mi ha risposto, spiegandomi il suo punto di vista: l’unica cosa di sinistra che si possa fare oggi, è sporcarsi le mani, capire il movimento, entrarci e portarlo a sinistra. Creare anticorpi interni che arginino derive estreme. Fare, non lamentarsi. Ricostruire, in seno a una forza politica in crescita, di certo non praticare necrofilia su un partito, il PD, che ha perso qualunque forma di credibilità agli occhi di chi è “di sinistra davvero”.
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CONCLUSIONI:
Ecco, io non so quale sia la scelta giusta, non so come saranno accolti e trattati i penta-stellati dell’ultimo minuto da quelli della vecchia guardia, non so cosa succederà la prima volta che un tizio entrerà nel giardino di un signorotto col porto d’armi, ma inizio a pensare che gli elettori di sinistra, quelli intelligenti che sanno praticare l’esercizio del dubbio, si troveranno a fronteggiare un dilemma imponente. Oserei dire monumentale. Inizio a pensare che dovranno chiedersi quale sia la strategia migliore per non consegnare il paese alle destre, più o meno estreme; per non consegnarlo alle destre e ai populisti insieme; per non consegnarlo ai populisti di destra o ai populisti metà e metà; per non illudersi di vincere perché tanto dove cazzo devono andare; per difendere i valori in cui credono; per resistere al prurito di parlare di scieghimighe; per essere in pace con la coscienza, il mattino dopo le elezioni.
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Vi lascio,  con l’auspicio che aver condiviso il mio psicodramma politico, non sia occasione per vomitare slogan, ovvietà, volgarità, amenità, spocchiosità di ogni genere qui sotto. Tra quelli che, senza esitazione, tifano sugli spalti, a fare gli ultras di una parte e dell’altra, o di quell’altra ancora, immagino ci siano persone che osservano esterrefatte gli eventi di questi giorni, provando a comprenderli, a ricostruirvi una logica, a mediare le posizioni, ad analizzare gli scenari, a sconfortarsi e a confrontarsi, a parlare con educazione, dando luogo a un dialogo e non a un bullismo da terza media.
Quelli, qui, sono sempre i benvenuti. Gli altri, meno.
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Ps: dopo aver scritto questo post ho intrapreso un’estenuante discussione di tre ore con un amico penta-stellato della prima ora, uno di quelli assai convinti. È stato spossante, ma ce l’ho fatta e a un certo punto lui mi ha detto una frase che credo riassuma il pensiero di molti:
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“Il movimento non è perfetto, ma è migliorabile. Gli altri partiti non sono migliorabili”. 
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Gli ho risposto che io vedo soprattutto un margine di peggioramento, tanto più se il movimento viene affiancato dalla forza politica sbagliata. Chissà che non abbiamo ragione entrambi.

Otto Marzo & Femminismi

Si celebra domani la Festa della Donna. Tranquilli, non intendo discorrere sul significato storico di questa ricorrenza. Non mi interessa disquisire dell’aspetto commerciale, o di quanto puzzino le mimose. Preferirei soprassedere anche sui mitologici streap-tease maschili che, a quanto pare, riducono le donne a un livello di sub-umanità infoiata (stando almeno a quanto riportato da certe leggende metropolitane). Né vorrei aprire un discorso greve sulla parità, che abbiamo voluto la bicicletta e ora pedaliamo, e fa niente se è senza sellino, tanto ci piace lo stesso, no? Neppure voglio elencare tutti i nomi delle donne ammazzate dall’inizio dell’anno all’8 marzo, ribadendo una volta ancora quanto sia necessario un cambiamento culturale in un paese in cui la cronaca di questi eventi è ancora viziata da un sessismo cronico. Non voglio fare nulla di tutto ciò non perché queste cose siano inutili da dire, o ribadire, ma perché i tempi sono cambiati e ci sono aspetti persino più urgenti da chiarire (da questo punto in poi, però, sappiate che vi state addentrando in un post ultra-prolisso e molto noioso)

C’è da chiarire innanzitutto che non è un periodo storico semplice. Da un lato, infatti, negli ultimi mesi si è incendiato un dibattito internazionale a sfondo femminista/sessista. Dall’altro, pochi giorni fa si sono tenute le elezioni in Italia e tutti sappiamo come sono andate le cose (e tutti ricordiamo anche come sono andate negli Stati Uniti). I due fenomeni potrebbero apparire scollegati, e invece sono intimamente connessi. Quando nell’identità politica di un paese si fanno largo la rivalsa, la rabbia e la frustrazione; quando il collante diventano l’odio e il disprezzo per gli altri, la diffidenza, la chiusura, la pretesa di guardare solo nel proprio giardino di fronte all’incapacità di comprendere la complessità globale in cui siamo invischiati, ecco non è mai un bel momento. Non è un clima includente e chiunque si consideri — a torto o a ragione — una minoranza, tende ad agitarsi. E le donne, in un certo senso, sono una minoranza. Una minoranza paradossale, perché non sono affatto minori, né in termini di quantità, né in termini di qualità, ma da minoranza sono spesso trattate. Il che, è ovvio, è per noi inaccettabile, tanto più nel 2018, mentre guardiamo un mondo che procede spedito verso “culture” che con buona probabilità continueranno a trattarci da minoranza.

Quelli che di solito consideriamo popoli “più evoluti di noi”, i nordici, quelli dove i treni viaggiano sempre puntuali ma c’hai pure il diritto civile di sposare chi vuoi, di avere un figlio se lo vuoi, di poter scegliere per la tua vita e per la tua morte, ecco quei popoli lì, sono tutti più femministi di noi. Ma molto. L’Islanda è il paese più femminista nel senso reale e concreto del termine. Un paese nel quale le donne siedono accanto agli uomini nei contesti di potere, non nel ruolo di decorazione rosa o di provocazione sessista, ma in quello di parte integrante del sistema. Le donne sollevano interrogativi diversi, spostano l’asse degli argomenti discussi, propongono soluzioni differenti: creano, insomma, una società migliore.

In secondo luogo, bisogna chiarire che la narrazione pubblica della femminilità, è una cosa diversa rispetto alla femminilità reale. Che vuol dire? Che quando di noi si dice che siamo deboli,  troppo competitive, irrazionali ed emotive, incapaci di essere solidali, spregiudicate, mestruate, opportuniste, puttane, ecco ogni volta che si dice tutto questo, si tace molto altro. Si tace, per esempio, che per quanto deboli possiamo sembrare, il nostro corpo fa delle robine mica banali (tipo crescervi nella pancia e mettervi al mondo facendovi uscire da una ben nota fessura…voi lo date per scontato, ma il prodigio è notevole e l’impresa titanica, con tutto il rispetto più complessa di picchiare qualcuno o tirare un calcio di rigore). Si tace, per esempio, che oltre a essere competitive siamo organizzate, caparbie, volitive, creative, furbe, veloci, tanto quanto gli uomini (che, d’altra parte, non sono certo tutti monaci buddhisti). Si tace che la nostra presunta “irrazionalità” non è in nulla superiore a quella maschile (ricordiamo che gli uomini costituiscono almeno il 70% delle propria identità sul proprio pene, subappaltandogli decisioni pubbliche e private, e intasando la viabilità urbana con troppi SUV). Si tace che il contraltare della nostra cosiddetta “emotività” è che – a parte saper mettere i chiodi nel muro o guidare un veicolo – sappiamo capire,  sentire,  empatizzare, mediare, tenere insieme i pezzi e gli affetti (fanno molto rumore le donne che dividono, e non ne fanno abbastanza quelle che sono fondamento e pilastro dei gruppi sociali). Sappiamo organizzare, gestire, ascoltare, parlare. Tutte attività fondamentali per la comunità. Per la famiglia, per il gruppo di amici, per il team di lavoro. Si tace, per esempio, che siamo stanche di essere accusate di scarsa solidarietà. Ma cosa siamo? Un souvenir? Una bomboniera? Un ristorante? La solidarietà la rispediamo al mittente, a mancarci è la consapevolezza, quella sì. Ci manca la visione di una femminilità nuova, riscritta dalle donne, basata su presupposti equi, capace di rinnovare i profili di genere e traghettarli nella contemporaneità, alleggerendo anche gli uomini dal fardello di uno stereotipo maschile sorpassato. Hello, siamo nel 2018, esistono uomini che piangono e donne che non cucinano, vivaddio. È la consapevolezza, ciò che ci manca, non la solidarietà che si riserva a una minoranza, perché noi NON siamo una minoranza.

E bisogna chiarire anche che, come si tacciono aspetti della femminilità, si tacciono aspetti del femminismo. Bisogna chiarire che non è più il caso di schermire le figure femminili che escono dal paradigma tracciato per loro, quelle che disertano l’aspettativa sociale standard di essere spose, madri, babysitter e badanti, un po’ angeli del focolare e un po’ porno-massaie. Qualcuno dirà: potete votare, guidare, viaggiare, studiare, lavorare, vestirvi come vi pare, persino scrivere delle forme dei cazzi e dei vibratori, cos’è che volete di più? Il femminismo riconosciuto come fatto politico, questo vorremmo di più. Le istanze femminili rappresentate pubblicamente, ecco cos’è.

Vorremmo si capisse che il femminismo non è una gara a chi è più bravo, o più stronzo, o più incoerente, o più violento. Non c’è un abaco degli stupri e dei cuori infranti, non è una contabilità di lividi e di cene che ci facciamo offrire. Il femminismo è il bisogno di accedere a opportunità simili, di annullare la disparità salariale, di superare certi perimetri mentali del secolo scorso, di ragionare per colmare e valorizzare le diversità di genere, nello stesso modo in cui un’azienda sana valorizza le diverse competenze. Il femminismo tende a un mondo in cui i generi e gli orientamenti non siano muri, in cui gli uomini e le donne possano collaborare da pari, una società più evolutamigliore per tutti.

Chiariamo un punto ulteriore: non esiste certo un solo tipo di femminismo. Ce ne sono tanti, talmente tanti che tutte le donne possono trovare il proprio, talmente tanti che tutte le donne dovrebbero essere femministe, e dovrebbero esserlo senza ripensamenti. Non esserlo è una contraddizione, una stupidità. Perché “femminista“, questo è urgente ricordare oggi, non è un insulto. E non esiste solo il modello veterofemminista, e neppure quello da femminista-esibizionista, e neppure solo quello androgino da camionista, e neppure solo quello sofisticato e lesbo-chic, e neppure solo il femminismo trendy di Freeda. Si può essere femministe continuando a depilarsi le gambe e le ascelle (e la patata, se proprio necessario). Si può essere femministe senza militare per il free-bleeding. Si può essere femministe e femminili. Si può essere femministe e non odiare gli uomini, perché degli uomini abbiamo, anzi, bisogno.

Abbiamo bisogno degli uomini migliori che ci siano, capaci di comprendere la liceità di questa causa e anche certi eccessi che inducono altri a parlare di “nazi-femminismo“, senza capire che spesso sono derivazioni di negazioni pregresse, di certe strumentalizzazioni, di certe schiavitù mentali ancora perfettamente salde nella nostra società. Uomini capaci di capire che persino l’insulsa polemica sul vestito di Jennifer Lawrence, per quanto poraccia sia, fa parte di un dibattito più ampio, i cui toni non sempre sono intelligenti, ma la cui esistenza non può più essere procrastinata.

Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che non è accettabile che un politico dia della bambola gonfiabile a una collega, o della scimmia a un’altra, o della troia a un’altra ancora. Uomini che capiscano che non siamo più disposte – perché no, non lo siamo – a sopportare le soubrette in Parlamento, e ad accettare il sessismo gigione da cinepanettone di Berlusconi che, come un novello Putin, riduce l’opposizione in topless.

Abbiamo bisogno di uomini che non dicano che il femminicidio è un’invenzione mediatica, e che non giudichino la qualità di una donna sulla base dei suoi vestiti, della sua età, della sua taglia, delle sue abitudini sessuali, delle sue scelte di vita private, dell’uomo a cui certamente deve qualunque apparente merito le si possa riconoscere (il padre, il marito, il capo a cui l’ha data per fare carriera). Abbiamo bisogno di uomini che non temano di ricevere una denuncia se invitano una tipa a bere un caffé, e che sappiano capire il rifiuto con classe, e possibilmente con altrettanta classe sappiano elargirlo. Abbiamo bisogno di uomini che con le donne sappiano ridere delle rispettive assurdità, e che non ci temano come streghe, ma che siano dalla nostra parte, come se fossimo ciò che siamo: le loro amiche, le loro socie, le loro compagne, le loro madri, le madri dei loro figli, le loro colleghe, le loro sorelle, le loro figlie. Abbiamo bisogno di uomini che capiscano che se, a volte, certe femministe scimmiottano gli uomini è anche perché non esiste alcuna grammatica per le donne, reale, collaudata, nei contesti pubblici e di potere, qui, da noi, in Italia.

Abbiamo bisogno di uomini e donne, etero e gay, fermamente convinti che una società nella quale l’opinione delle donne conti qualcosa (non solo sull’uncinetto, o su una ricetta tradizionale) possa essere una società più giusta e più sana. Ed è questo il mio invito per la Festa della Donna: comunicate, ascoltatevi, capitevi. Siamo in un momento storico in cui c’è bisogno di questo, non di collera, non di sarcasmo, non di benzina, ma di approfondimento, riflessione e condivisione. E quanto meno la gente considera importanti queste attività, tanto più esse diventano indispensabili.

Facciamo che la Festa della Donna diventi la Festa delle chiacchiere, del dialogo, del confronto, dell’incontro, della mediazione, della pazienza. Che sia una festa per tutti, che sia un momento per parlarsi in faccia, usando la voce, le espressioni e i toni, non i caratteri, le emoticon e le note vocali. Invitate qualcuno a casa, stasera, e parlate, di quello che vi pare. Certamente parlerete di politica ed è possibile che non siate d’accordo. E lo so, è faticoso lavorare sulla cultura, che vi pensate, ma anche questo è potere.

Chiariamolo oggi: la cultura non sarà una priorità politica in questo futuro prossimo oscuro, per questo dobbiamo difenderla e presidiarla noi. Per questo noi donne dobbiamo ripensare noi stesse, il nostro ruolo e il nostro potere.

Buon 8 marzo a tutte/i.

Le Vite che Non Abbiamo Scelto

Ferragosto.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola, che è uno dei padri pellegrini del Gruppo.

Uno di quelli che il Gruppo l’hanno fondato e difeso. Per i primi 10 anni di questa amicizia, mentre tutti noi ci disperdevamo per più allettanti compagnie e più trasgressive frequentazioni, Braciola era lì. A richiamarci all’ordine. A incazzarsi con noi, letteralmente, qualora non degnassimo il Gruppo delle dovute attenzioni. Che poi se ci pensate era bello quando la parola “Gruppo” ci faceva venire in mente la nostra cerchia di amici più stretta, invece che i gruppi Whatsapp. O Facebook.

Inutile dire che i litigi tra me e Braciola sono stati innumerevoli. I primi anni tenevamo un registro mentale dei nostri contenziosi e ogni occasione era buona per rinfacciarci il rinfacciabile. A un certo punto abbiamo smesso. Non saprei dire se sia stato per sincera accettazione o per sfinimento.

Facciamo qualcosa insieme, ha detto Braciola. E qualcosa insieme abbiamo fatto. Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola, cioè Stefano e Paola, cioè l’unica coppia ad oggi sposata del Gruppo. Devono il loro nome d’arte a Frecciagrossa che, non ricordo esattamente per quale ragione, ha deciso di appellarli così, in un periodo in cui doveva essere in polemica con l’istituzione della coppia eterosessuale in quanto tale. Per cui aveva deliberatamente deciso di privarli della loro identità individuale e appellarli come un organismo unico.

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola che non avevano assolutamente voglia di organizzare una cena ma l’hanno fatto lo stesso: hanno fatto la spesa, la brace, i contorni, la frutta e noi ci siamo presentati a mani vuote. Peggiori dei figli peggiori. Completamente fiduciosi del fatto che gli Stefaola ci avrebbero pensato bene, perché lo fanno da anni, perché sono la coppia del Gruppo. La roccia, quelli solidi, quelli equilibrati, quelli che stanno facendo tutto come andrebbe fatto. E infatti hanno preparato sia la sangria rossa che quella bianca (e io che una volta ho invitato a cena una mia amica e le ho cucinato dei TOAST, resto sempre ammirata per il loro senso di ospitalità).

Ci siamo autoinvitati a casa degli Stefaola e siamo in 6. Nessuno di noi vive giù. Siamo tutti terrons emigrati. Chi in Lombardia. Chi in Toscana. Chi in Emilia. E poi ci sono gli assenti, che fanno parte del Gruppo. Emigrati pure quelli. Chi in Piemonte. Chi in Inghilterra. Chi in Spagna.

Siamo seduti al tavolo, quelli di plastica bianca con le sedie a poltroncina, che negli anni novanta tutti avevano in giardino. Se eri de classe lo compravi di plastica verde. Ecco, siamo seduti a un tavolo così, nel giardino della casa al mare degli Stefaola. Una bella villa per l’estate, normale, di quelle in cui le famiglie della media borghesia andavano a villeggiare. Con altre ville intorno. Gli zampironi accesi. Il barbecue in muratura. La bouganville.

Beviamo la sangrìa, un bicchiere o due, non di più. Abbiamo smesso di ubricarci insieme, tranne che in rarissime occasioni. Riconosciamolo: sono lontani quei momenti quando il rum&pera provocava turbamenti.

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Beviamo la sangrìa ed entra in giardino il fratello di Stefano, un paio d’anni più grande di noi, con in braccio suo figlio. Bellissimo. È il secondo bambino con cui entro in contatto in 3 giorni. La densità di bambini nella mia sfera esistenziale sta cambiando. Due in tre giorni sono tanti. Mi viene l’ansia. Bevo.

Mangiamo la salsiccia, molto buona, e le bombette. Patate al forno, zucchine e melanzane in terrina, insalata per pulire. E poi anche una bruschettata con aglio, pomodorini e basilico. Ingozzandoci, parliamo.

Parliamo delle ultime vacanze. Parliamo delle novità professionali. Parliamo di chi c’è e di chi non c’è. Parliamo delle vecchie storie, quelle scritte nella Grande Enciclopedia degli aneddoti di un Gruppo; le pietre miliari dei litigi, dei tradimenti, dei gossip. Torniamo ai tempi della scuola, ripercorriamo gli eventi passati con la lucidità dell’oggi, confrontiamo versioni, ridiamo.

E dal passato, finiamo a parlare del futuro. In che città vivere. Che lavoro fare davvero. Il prossimo matrimonio. Sposarsi. Non sposarsi. La casa da cambiare. Il lavoro da cambiare. Figliare. Non figliare. Le unioni civili. Le adozioni gay. Il costo della vita. Le tasse. I genitori malati. La lontananza. Polmone. Midollo. Ossa. Sangue. Cervello. Tumori. Inquinamento. Taranto. Ilva. Taranto. Raffineria. Taranto. Tempa Rossa. Taranto. I tarantini. Taranto. Referendum. Taranto. Decreto salva-Ilva. Raccolta differenziata. Politica. Lavoro. Salute. Ricatto. Sindacati. Vendola. Turismo. Mare. Salento. Museo di Taranto. Magna Grecia. Aeroporto di Grottaglie. Giancarlo Cito. Rossana Di Bello. Serie C…e altre keywords che vengono tipicamente fuori quando i tarantini espatriati parlano della propria città. A volte con viscerale amore. A volte con ostentata sufficienza. A volte con rabbia.

Credo valga quasi per tutte le gioventù meridionali che hanno avuto il privilegio di scegliere se andare o restare. E hanno scelto di andare. E adesso non lo sanno ancora, non lo sanno con certezza, non lo sapranno mai, in alcun modo, se hanno fatto la VERA scelta giusta. È stata solo una scelta.

E forse ogni volta che torneremo ci chiederemo come sarebbero state, le nostre vite altre. Quelle che non abbiamo scelto. Quell’universo parallelo in cui siamo rimasti tutti dove eravamo, a non comprendere gli inglesismi, a commettere autentici errori di stile, a parlare in dialetto essendo compresi (perché certe cose si possono dire SOLO in dialetto e tradotte perdono almeno il 40% della loro efficacia), facendo il nostro lavoro a una condizione dignitosa, vivendo in delle belle case con giardino e barbecue, e possibilmente anche il dondolo; andando a mangiare le polpette la domenica a casa di nostra madre; sposando il ragazzo con il quale siamo cresciute; avendo già della progenie; la pizza con gli amici di sempre al weekend; il concerto in provincia; le giornate al mare da maggio a ottobre.

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E forse ogni volta che ci penseremo assumeremo che – per certi aspetti – sarebbe stato più bello e forse anche più facile. Che non ci avrebbe richiesto di vivere lontani, di adattarci a un ambiente diverso, a volte ostile; che non ci avrebbe imposto di trovare i nostri genitori e i nostri cari ogni volta più vecchi, quando torniamo; che non ci avrebbe imposto di essere lontani dalla famiglia con gli svantaggi che questo comporta (anche se certi parenti è meglio averli lontani); di vivere in uno sgabuzzino strapagato al Nord e non nella casa della nonna, già pronta, col terrazzo, che c’hai giù; di lavorare 10 ore al giorno come uno stronzo per 1.500 euro al mese, quando potevi entrare in Marina, come diceva tuo padre, che in Marina non si fa un cazzo e si guadagnano un sacco di soldi, per non parlare della quantità assurda di ferie che hanno); di abitare una metropoli in cui la gente si suicida lanciandosi in metropolitana e in cui non conosciamo il nome del nostro vicino di casa e non ci sogneremmo mai di bussargli alla porta per chiedere se per caso del sale ce l’ha, che l’abbiamo finito e stiamo preparando una focaccia, poi gliene portiamo un pezzetto da assaggiare.

Ecco, forse penseremo così alle vite che non abbiamo scelto, sempre.

Ci penseremo sempre con tenerezza. Non vedremo tutte le difficoltà (altre) che avremmo avuto, in quelle vite che non abbiamo opzionato. Esse diventeranno il nostro anti-mito. Quella volta che siamo partiti invece che restare. Quella volta che abbiamo lasciato Tizio per Caio. Quella volta che abbiamo rifiutato un lavoro in America. Quella volta che siamo tornati. Quella volta che avremmo voluto avere i coglioni di tornare e non l’abbiamo fatto.

Forse queste vite che non abbiamo scelto continueranno a far capolino ancora a lungo, negli anni, finché non accetteremo pacificamente il fatto che, semplicemente, non le abbiamo scelte. Spesso per qualche motivo valido. Ma resteranno lì nella leggenda, finché non avremo il coraggio di viverle davvero, se davvero vogliamo viverle. E questo coraggio, chi ce l’ha, non lo perde mai, neppure negli anni. E non è mai tardi per provare a viverla, la vita che si vuole.

Compatibilmente con il fatto che, comunque, è la vita. E quella, si sa, fa un po’ il cazzo che je pare.

Ad ogni modo, è stato un bel Ferragosto.

*no, non era mio padre che diceva a me di entrare in Marina; è una delle cose che i padri del sud dicono. 

VagiPolitik

La mia affezione ai movimenti politici italiani dura meno delle mie relazioni occasionali. Flirtiamo, qualche scambio dialettico, il limone (che in genere coincide con l’apogeo dell’eccitazione) e poi la performance orizzontale che si rivela il più delle volte deludente, al di sotto delle aspettative, per quanto modeste esse siano.

Poche palle, sono single: lo sono sentimentalmente e lo sono politicamente.

Per la politica, così come per gli uomini, a un certo punto ti chiedi: perché non me ne va bene nessuno? Cos’è che pretendo? Cos’è che m’aspetto? Devo essere io, il problema. Devo essere io troppo schizzinosa, se tutti gli altri riescono a dichiararsi renziani-berlusconiani-grillini-vendoliani-civatiani, e io no. Se tutti si fidanzano, e io no.

Il fatto è che non è semplice. Il fatto è che trovare un politico sano di mente, onesto, razionale, equilibrato, brillante, vicino al popolo, civile, è più difficile che trovare un trentenne single, intelligente, spassoso e sessualmente abile, interessato proprio a te.

Ora, partiamo dall’a-b-c.

ITALY-POLITICS-BERLUSCONI

Naturalmente non sono mai stata berlusconiana, sebbene io sia cresciuta nel segno di Italia 1: prima con bimbumbam, il Pupazzo Uan e Paolo Bonolis ante-sellerona; e poi con tutte le serie tv e le sit-com anni novanta, che non me ne sono persa mezza, dico mezza, da Otto sotto un tetto a Baywatch passando per Supercar, anche se Supercar ho il sospetto fosse anni ottanta. E a ben pensarci il primo impulso femminile l’ho avuto per Paolo Maldini, che resta di fatto il primo maschio ad aver conquistato le pareti della mia cameretta (per essere seguito negli anni successivi da Massimo Di Cataldo, poi Leonardo Di Caprio, poi Anthony Kiedis dei Red Hot Chili Peppers).

Ad esser sincera ho avuto un germe di berlusconesimo, quando nel 1994 avevo 8 anni e fui sovraesposta agli spot di Forza Italia con quel motivetto demoniaco, che venivano trasmessi sulle reti Fininvest (perché allora era Fininvest) con una frequenza tale che mi avrebbe danneggiata di meno ascoltare l’intera discografia di Ozzy Osbourne all’incontrario. Ad ogni modo, quando osai dire a mia nonna che mi piaceva Silvio, quella mi guardò con una tale disapprovazione misto disgusto, che recepii chiaramente il messaggio. Credo abbia anche invocato lo spirito di Lenin, poi, per guarirmi.

Da allora per me è stato evidente che non avesse alcun senso essere berlusconiani, salvo che non si fosse dei papponi, mafiosi, disonesti, ignoranti o rincoglioniti (tu che non sei d’accordo, forse dovresti abbandonare la lettura di questo testo e dedicarti a sport a te più consoni, tipo l’onanismo sul nuovo calendario di Raffaella Fico).

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Non sono mai stata della Lega Nord, per ovvie ragioni, che esulano dalla banale evidenza che sono terrons e si concentrano, piuttosto, sull’impossibilità di scegliere  un partito i cui rappresentanti indossano boxer verdi e dichiarano d’avercelo duro. Del resto, si sa, chi si vanta da solo non vale un fagiolo e gli uomini sono come i cani: più son piccoli, più abbaiano, urlano, insultano, assumono derive xenofobe e razziste.

RIFIUTI: DE MAGISTRIS, DECRETO DELUDENTE E PILATESCO / SPECIALE

Va da sé, non ho mai simpatizzato né per Fini, né per Casini.

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Di Bertinotti m’è sempre stata sul cazzo la storia che i nipoti andavano in costosissime scuole private, che siam tutti bravi a fare i prolet col culo degli altri.

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Dei radicali non saprei che dire, se non che in 30 anni non sono stati capaci di far legalizzare le droghe leggere, senza contare che avevano scelto come nuovo volto Capezzone che, santamadonna, cosa c’è da aggiungere?

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Prodi aveva lo stesso tipo di appeal che avevano i Promessi Sposi quando s’andava a scuola.

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Bersani era l’amministratore di condominio dei sogni.

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Rutelli ci ha lasciato in eredità la Palombelli, ommioddio la Palombelli, opinionista-editorialista e non so cos’altro e anche solo per questo avremmo preferito risparmiarci tutta la famiglia.

Costituente Pd

Su Veltroni evito di esprimermi perché, in fondo, un cuore ce l’ho anche io e, come diceva Benedetto Croce, dopo i 18 anni esistono solo due categorie di persone che scrivono poesie: i poeti e i cretini.

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Venendo a nomi più recenti: non sono mai stata montiana perché si capisce che l’austerità è poco sexy e che il tecnicismo non ha passione. E, in fondo, di lezioni dai professori ne abbiamo già prese troppe. E tra “chi si laurea fuori corso è uno sfigato”, “non dovete essere choosy” e “il lavoro fisso è monotono” io direi che ne avevamo avute abbastanza.

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Non sono vendoliana perché come potrei sostenere il centralinista principale della hot line esclusiva riservata alla famiglia Riva? Come potrei sostenere l’affabulatore semantico che s’è venduto Taranto e i suoi cittadini con un’invidiabile retorica di sistema: bella la Puglia, i trulli, i taralli, la notte della Taranta, lu sole, lu mare,  lu ientu, l’inquinamentu, la diossinu dell’Ilvu, chi si ni futti di Tarantu. E lu pollu cusutu intu allu culu.

Pomezia (Roma), tappa Tsunami Tour del Movimento 5 stelle

Di Grillo rischierei di parlare fino a domattina. Mi limiterò a dire che il responsabile comunicazione dei 5 Stelle è Rocco Casalino, che è un personaggio così miserabile da obbligarmi a citare Fabrizio Corona: “Chi cazzo è Rocco Casalino?”, magari fosse uno sconosciuto! No, ma io dico, davvero, Rocco Casalino? E perché, santa la misericordia ladra, perché Rocco Casalino e non, chessò, Rudolf, che almeno con tutto quel bendiddio vi avrebbe portato più voti?

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E poi c’è Civati, che c’ho amici super appassionati, io, di Civati. Questi dicono che Pippo dice cose assai giuste e sensate, e m’avrebbero pure convinta, se non fosse che Civati conta come spade quando regna bastoni. Il ché va benissimo, se si ha quel genere di predilezione masochista per la sconfitta, che tipicamente caratterizza gli interisti e gli elettori del PD.

>>>ANSA/PD: RENZI, CHI VINCE LE PRIMARIE SIA CANDIDATO A PREMIER

E, infine, lui: Renzi Il Magnifico, l’unico uomo di sinistra che piace più a quelli di destra. Lui e la sua operazione di marketing con le  keywords strategiche, i tag e la meta fuffa: libertà, progresso, connessione, lavoro. Anzi: freedom, progress, connection, job. Altro che feeling, per lui è tutta “Questione di Credibilità”. Anzi: Matter of Credibility.

Ma anche volendo sorvolare sul fatto che il nostro Matteo ha un ego clamorosamente ipertrofico, sorvolando sull’aria da primo della classe  e anche su quella sua persuasione che sui libri di storia si leggerà più di lui che di Winston Churchill, ecco anche volendo sorvolare su tutto questo, come fate a non sentire un brivido di terrore che vi percorre la colonna vertebrale quando vedete, per esempio, che la sua proposta di legge elettorale viene difesa da persone come Daniela Santanché e Renata Polverini? Dico: non è chiaro che c’è qualcosa che non quadra? Così, per dirne una…

Stiamo a vedere ora come va a finire con la premiership.

Insomma, signori, la situazione è grave. Rappresentanza scarsa, senso d’appartenenza vicino allo zero. Forse dovrei fare un mio manifesto e creare un progetto politico vaginale e vaginocentrico. Del resto siamo più numerose, no? Se ci fosse un movimento che difendesse i vostri diritti, dalla maternità alla messa in piega, voi non lo votereste? Io sì.

Nel frattempo continuo a domandarmi: se non riesco a scegliere un partito o un politico per un mese, come potrò mai scegliere un uomo che mi fecondi, al quale legarmi per la vita intera, o buona parte di essa?