Lascia Stare la Politica

Questo post è stato scritto prima delle Elezioni Europee e viene pubblicato all’indomani della convocazione alle urne.

I risultati sono noti a tutti e quello che segue non è un commento in senso stretto, ma un messaggio che valeva ieri e varrà ancor di più domani.

D’altra parte, è da tempo immemore che lo vado dicendo: ci vuole il femminismo, ci vogliono le donne, ci vuole FIGA!

***

Ogni volta che commento qualcosa inerente alla politica, arriva qualcuno (quasi sempre uomo) a dirmi: “Lascia stare”.

Il sottotesto, più o meno esplicito, è: “Parla di cucina, di amore, di sesso se proprio vuoi; parla di cellulite e di pannolini, parla di gossip, parla di creme antirughe, ma NON PARLARE di politica“. Come se tutti quelli che esprimono opinioni di natura politica, avessero un dottorato di ricerca in storia, economia, finanza, giurisprudenza, medicina, psicologia, informatica e antropologia. Come se la politica non parlasse mai di me, dei miei diritti, delle tasse che pago, degli ospedali in cui mi curo, della pensione che non percepirò mai, del mio corpo e persino di cosa piace o non piace alla mia vagina.

Purtroppo per alcuni, sono ancora libera di parlare, di scrivere, di esprimere opinioni. Non lo faccio a bassa voce, non lo faccio in punta di piedi e non chiedo il permesso a un uomo, prima di parlare. A volte dico cazzate, certo, mica sono perfettamente competente su tutto. Nessuno lo è, anche se tutti pensano di esserlo. Però, di alcune cose, ne so. E il messaggio che cerco di dare ogni giorno a me stessa, e a chi legge questo blog, da qualche mese o da qualche anno, è esattamente questo: non vergognatevi, non abbiate paura, non azzittitevi per evitare di mettere a disagio qualcuno che quasi sempre ha il pisello, e quasi mai si preoccupa di mettervi a disagio, di ascoltare la vostra opinione, o di avere il vostro consenso. Non passate la vita a “non sentirvi abbastanza” qualcosa, che qualcun altro vi ha detto che dovete essere. Amate le vostre capacità, perché ne avete tante, e avete gli strumenti per svilupparne molte ancora. Lasciatevi ispirare dalle donne migliori di voi. Non credete a chi dice che siamo il nostro più grande limite. Non credete a ciò che gli uomini dicono di noi. Decidiamo noi, cosa dire e cosa fare di noi stesse.

Ho provato a riassumere questa mia “mission“, come direbbero quelli del marketing, appiccicandomi un’etichetta addosso, una delle più vituperate della storia, quella di “femminista“. E, lo giuro, io le ho evitate sempre le etichette, fin da adolescente. Non sono stata una fighetta, in senso stretto. Non sono stata un’alternativa, non sono stata neanche una zarra. Le etichette che ho portato addosso, le ho subite. “Terrona“, “Cicciona“, “Puttana“.

Single“, in un mondo che mi considerava incompiuta senza un partner accanto, mi è pesata. “Nubile” e “Nullipara” non sono un granché.

Femminista” è la prima etichetta che ho scelto da sola, per me stessa, nella mia vita. L’ho fatto anche se, come tutte le etichette, è grossolana, veicolo di pregiudizi e facile ai fraintendimenti. Tuttavia l’ho scelta, perché credo che esistano molti femminismi, molti modi di essere qualcosa. Per me il femminismo è una lente, una sensibilità, uno strumento che mi aiuta a guardare la realtà. Qualunque realtà, non solo quella femminile (che comunque, giustamente, osservo più da vicino, per una ragione molto semplice: ho la figa).

Sono femminista anche se mi depilo, anche se uso i tacchi, anche se non odio gli uomini. Con gli uomini, anzi, ci parlo, ci rido, ci lavoro, ci vado a letto, da sempre. La maggior parte di essi è in gamba, lo so. Non mi considero migliore di loro, ma neppure inferiore. Non sono tirannica, ma neanche sottomessa.

Tuttavia, di fronte al femminismo, che è un approccio politico alla questione di genere, molti uomini provano un tangibile fastidio. Nei casi peggiori, dimostrano un’immediata e radicale insofferenza, al limite dell’odio. Si chiama misoginia, per essere precisi, e la incontreremo sempre più spesso, nell’immediato futuro, dato l’attuale clima politico italiano, e non solo.

Molti uomini (non tutti) detestano l’idea di rinegoziare alcuni privilegi culturali, certe storture e certe sovrastrutture, al riparo delle quali continuerebbero a vivere indisturbati per il resto dei loro giorni, senza nessuna starnazzante protesta intorno. Molti uomini (non tutti) adorano dirci cosa fare, come comportarci, che priorità e che ruolo avere nella società, cosa fare del nostro utero e persino come gestire il nostro flusso mestruale.

Fateci caso, quando qualche uomo manifesta avversione di fronte a un pensiero anche solo vagamente femminista. Vi chiede qualche spiegazione? Vi ascolta? Si mette nei vostri panni? Maffigurati.

Quell’uomo probabilmente ha già una madre, una moglie, una figlia, una sorella, un’amante, che gli rompono le palle nella vita privata. Che voglia ha, quell’uomo, di starci a sentire, anche nella pubblica piazza? Anche su argomenti che non ci competono, perché solo i maschi hanno il cromosoma atto a parlarne?

Purtroppo per quell’uomo, però, il Patriarcato (uh, aiuto, adesso brucerò di autocombustione spontanea) deve fare i conti con i suoi errori, con le sue frodi, con i suoi inganni, con le sue prevaricazioni. Questo l’hanno capito alcuni uomini. L’hanno capito molte donne. L’hanno capito i più giovani, che non a caso stanno proprio abdicando al genere, in generale. Mancate solo voi, amici maschilisti.

Quindi non venite a dire a noi di lasciar stare la politica. Chiedeteci di essere gentili, e di spiegarvi meglio quali sono le nostre ragioni. State ad ascoltare cosa abbiamo da dire. Se non siamo sufficientemente chiare, chiedete delucidazioni, vi saranno fornite al meglio. Rispettateci dall’inizio alla fine del discorso, e non attaccate la solita solfa sul fatto che non vi piace il nostro tono.

“Non è quello che dici ma è il modo in cui lo dici”. Ma siete seri? Ci avete prese per il culo per millenni, perché “noi” ci fissiamo sul TONO, mentre “voi” badate alla sostanza, e adesso che non sapete a cos’altro appigliarvi state a guardare i toni? Poi giochiamo tutti insieme al lancio del tampax? E comunque, anche fosse, cos’ha il nostro tono che non va bene?

Il vostro tono vi sembra forse migliore? Dite che siamo mestruate, incazzate, ottuse, noiose. Ci insultate e ci sminuite. Dite persino che siamo fasciste, se cancelliamo i vostri commenti sui nostri profili. È come se entraste in casa nostra, cagaste sul divano e poi vi stupiste del fatto che ripuliamo la vostra merda e non vi invitiamo più.

Dite che creiamo odio, ma non è vero. Vuol dire che non ascoltate ciò che diciamo. Vuol dire che non capite, che vi mancano gli strumenti. Avete un problema di comprensione, eppure non è così complesso, ciò di cui parliamo. Come si suol dire: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Dite che facciamo le perseguitate. Le povere vittime. E poi iniziate a sbatterci in faccia, con tutta la virilità dialettica di cui siete capaci, che purtroppo il più delle volte è scarsa (aggressiva ma debole), le vostre verità indiscutibili. I vostri dogmi. Il vostro sguardo sul mondo, tutti infastiditi dal fatto che noi, invece, ne abbiamo uno nostro.

Se vi facciamo notare che siete sessisti, o misogini, vi innervosite ancora di più. Diventate dei veri e propri bulli, vi fate aggressivi, e il più delle volte negate, perché questo vi hanno insegnato a fare: negare, negare, negare fino all’evidenza. Negare, invece di ascoltare. Negare, invece di capire. Negare, invece di sentire, come se sentire fosse un atto di vulnerabilità inaccettabile, un po’ come piangere.

E tutto questo perché siete spaventati dal femminismo. Lo odiate, perché non lo capite. Non vi interessa neppure, capirlo. Non siete obbligati a farlo, pensate. Siamo solo una minoranza, del resto (ma vi ricordo che siamo il 52% della popolazione mondiale). Siamo le peggiori nemiche di noi stesse, incapaci di essere solidali. Troppo competitive. Troppo estremiste. E avete ragione, per carità, non si contano gli atti violenti e i massacri imbastiti, perpetrati e occultati dalle donne, nella storia dell’umanità.

Odiate il fatto che stiamo capendo dove risiede il nostro potere, e come usarlo con coscienza. Odiate il fatto che stiamo rivendicando la voce che ci spetta. Odiate il fatto che stiamo prendendo una posizione, che stiamo scegliendo in cosa credere, che stiamo decidendo a quali valori aderire, perché non siamo obbligate ad aderire ai vostri. E, sia chiaro, non amo parlare di “noi” e “voi” (o “loro”), ma di fronte a certe banalizzazioni, nella polarità riduttiva del pensiero elementare dominante, mi tocca farlo.

E a proposito di valori, qualche mese fa, mi sono seduta attorno a un tavolo, insieme ad alcuni attivisti di Amnesty International (della Circoscrizione Lombardia, per la precisione).

Ci siamo parlati, confrontati, conosciuti. Abbiamo deciso di collaborare insieme, per un fine comune.

Con loro l’ho messo subito in chiaro: “Sono femminista“, ho detto.

“Tranquilla”, mi hanno risposto. “Per noi femminista non è un insulto”.

Martedì 28 maggio, in occasione del “compleanno” di Amnesty International, pubblicherò sui miei canali social (Facebook e YouTube) il risultato di quella riunione, e di molte altre, e delle manifestazioni, e delle interviste che io e i ragazzi abbiamo realizzato insieme negli ultimi mesi.

È un lavoro di cui sono sinceramente felice. Non fa ridere. Non fa piangere. Fa sentire umani.

Ricorda cosa significhi essere persone e quali sono i valori attorno ai quali le persone dovrebbero raccogliersi. Oggi e sempre.

Perché parlare di politica, fare politica, non significa solo tifare sullo spalto dei social, odiare chi la pensa diversamente, condividere fake news, sentirsi intellettualmente (e moralmente) superiori, o avere un buon gancio in un partito politico. Non significa parlare solo di spread, di immigrazione, di corruzione, di tasse.

Fare politica, vuol dire anche avere una visione, una “vision” come direbbero quelli del marketing.

Fare politica, vuol dire anche parlare di valori, di principi umani, di etica, di giustizia sociale. Vuol dire sviluppare un discorso complesso e sincero, attorno agli esseri umani.

La politica non deve far ridere. La politica non deve far piangere.

Domani pubblico un video politico, nel senso più nobile del termine. Si tratta di un’inchiesta, un Vagi&Friends realizzato con Amnesty International, in cui vi racconto una storia, in cui a parlare sono gli altri.

Spero tanto che vi piaccia, spero riesca a tenere viva la vostra attenzione per un interminabile lasso di tempo di 11 minuti. Spero che vi doni qualche riflessione, la voglia di fare qualcosa, un attimo di emozione civile. E se poi, dopo averlo visto, quell’emozione voleste tradurla attivandovi, potete inviare una mail qui: ai.lombardia@amnesty.it

E comunque no, non lascio stare la politica.

Ma grazie assai del suggerimento.

 

5 commenti Aggiungi il tuo

  1. Mezzatazza ha detto:

    Brava Vagina, non si molla!

    Il mio commento stamattina – e anche prima – ormai è: la stupidità non si abbatte con il buonsenso

    la sinistra riparta dalle tette.

    Perché laddove il buonsenso attaccato alle mammelle non possa fare presa

    resta un argomento che alza gli animi di ‘sti animali che – maschi o femmine che siano – non hanno ancora capito cosa voglia dire ragionare o essere cittadini.

  2. piccolaquaglia ha detto:

    49 milioni di applausi! Hai detto una cosa fin troppo vera: magari noi donne potessimo aiutarci a vicenda, sai dove faremmo arrivare questo mondo? Ma facciamo troppa paura, è per questo che riescono sempre a metterci l’una contro l’altra.

  3. newwhitebear ha detto:

    purtroppo pare che si stia regredendo e questo non va bene. L’esito delle votazioni dovrebbe far riflettere. Dopo venticinque siamo tornati al punto di partenze. E vedere molte donne che osannano il ‘capitano’ mi fa tristezza. Prendersi gli schiaffi in faccia e dire ‘Grazie’ proprio non lo sopporto. Fai bene a scrivere di politica in modo serio e costruttivo.

  4. Io non voterei mai per te a causa di questo pezzo qui:
    “Non significa parlare solo di spread, di immigrazione, di corruzione, di tasse.
    Fare politica, vuol dire anche parlare di valori, di principi umani, di etica, di giustizia sociale

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