Quando Ti Si Fidanza l’Amica

Esistono molti momenti critici nella vita di una donna single.

Per esempio quando un promettente flirt si rivela un ulteriore flop che s’aggiunge all’assortito portfolio di umanità residuali con le quali abbiamo periodicamente a che fare. O per esempio quando tutte le nostre amiche iniziano a riprodursi e noi guardiamo ancora l’ultimo accesso su whatsapp di qualche Pene Ingrato. Oppure quando i nostri ex si sono accasati tutti, oppure quando veniamo etichettate per la prima volta come “milf“, anzi “cougar“, e non capiamo come sia possibile giacché fino a ieri l’altro non eravamo che invereconde declinazioni di Lolita; per non parlare di quando c’ammaliamo e pensiamo che moriremo sole, un giorno, senza neppure i gatti che ci rosicchino la faccia perché noi al cliché della gattara abbiamo deciso che no, non ci piegheremo MAI! E poi c’è un altro momento di estrema difficoltà, nella vita di una donna single, di cui si parla ingiustamente poco, un po’ come della piaga dei peli incarniti, ed è quello in cui la sua amica-spalla (o una delle) si fidanza. Ma procediamo con ordine.

Mi chiama, qualche giorno fa, Patti, una delle mie – ormai poche e selezionatissime – amiche single. Una di quelle che sai che ci sono e saperlo è importante, poiché esse girano sulla stessa giostra del dating metropolitano sulla quale giri tu, perché combattono nella stessa trincea degli amori impossibili, perché capiscono esattamente cosa provi periodicamente quando ti manca il respiro all’idea che questa meravigliosa e rivendicata singletudine possa non avere termine MAI; perché sanno come certe volte – nonostante tutta la tua indipendenza – vorresti soltanto il conforto della normalità, dello standard, della banalità persino, d’un uomo che ti desideri più o meno come sei. Sono le stesse amiche che ti suggeriscono di scopare quando il pH raggiunge livelli troppo acidi, e che riscuotono gli stessi identici servizi d’assistenza emotiva, a termini invertiti, quando sono loro ad averne bisogno (perché non esiste single che sia perennemente favolosa, o perennemente disagiata; si è sempre entrambe le cose, a fasi alterne, un po’ di qua e un po’ di là, a seconda dei periodi). Per capirci, è una specie di welfare sentimentale, insieme a chi vive nel tuo stesso quartiere, nella marginalità suburbana delle storie inconsuete, nella medesima periferia dell’amore (che però, guarda, ci stanno facendo delle grandi rivalutazioni).

Ecco, Patti mi chiama e deliberiamo che verrà a cena da me. Com’è consuetudine, venire a cena da me significa ordinare da mangiare su Deliveroo, scegliendo tra tutto l’ampio ventaglio di proposte, molto più golose e gratificanti di qualunque cosa potrei cucinare io (che, come i più attenti ormai sanno, nutro una profonda avversione per l’arte della cucina, una radicale incapacità, una specie di ribellione politica alla schiavitù del fornello in quanto tale).

Ordiniamo un sempreverde sushi a domicilio e mentre attendiamo che arrivi, Patti mi da la notizia (meravigliosa per lei, ferale per me): ha trovato un tipo. Non che sia un fulmine a ciel sereno, me l’aspettavo, lo sapevo che aveva iniziato a frequentarsi con questo tizio, il quale vantava un buon coefficiente di “normalità”. Ma ora, neppure il tempo d’accorgermene, le cose sono sfuggite di mano e questi già si considerano “morosi”. Morosi, innamorati, fidanzati, uniti nel sacro vincolo di una relazione sentimentale non-occasionale, capito? Adesso la mia amica Patti, quella che “finché c’è Patti c’è speranza“, pilastro di quel network single faticosamente edificato negli ultimi anni (perché noi single bisognerebbe fare MOLTO più rete sociale, ma il problema è che se facciamo rete sociale diventiamo Tinder), ecco lei, adesso, così, in men che non si dica, dopo tre miseri anni di singletudine, passa all’altra sponda, migra sul Dark Side of the Heart, che potrebbe essere un terrificante medley tra i Pink Floyd e Bonnie Tyler, se ci pensate, ma anche no, meglio non pensarci.

Faccio del mio meglio per comportarmi da buona amica e fare ciò che s’ha da fare: gioire per lei e accantonare la mia puerile (ma inevitabile, let’s be honest) sindrome dell’abbandono. Nel farlo, fingo che nella mia mente non vada in scena il seguente copione:

  1. Niente, è finita, basta, mi devo arrendere, sono l’ultima delle impiazzabili

2. Oddio adesso le cose cambieranno, Patti non sarà mai più la stessa, diventerà una di quelle che ti guardano con compassione, come se la vita senza un maschio non avesse senso. Ricorderà a malapena quel tempo lontano nel quale rivendicavamo insieme il diritto d’essere femmine e libere, quelle serate passate a bere vino e fumare, e discutere di emancipazione, e uomini, e sesso anale, e letteratura.

3. Cazzo inizierà a parlare alla prima persona plurale

4. E poi metterà la foto profilo su Facebook, e su Instagram, e su WhatsApp, e su Telegram,  insieme a lui, sì, sì, lo farà, perché lo fanno tutte, più a lungo sono state single più non vedono l’ora di far sapere al mondo che adesso c’hanno pure loro un’appendice, l’agognato lasciapassare per la felicità…

5. E poi gli racconterà tutte le confidenze che le ho fatto in questi anni!

6. Beh no, dai, non esageriamo adesso…però sì, gli racconterà quelle che le farò d’ora in avanti, non da subito forse, ma ci arriverà, vedrai, lo fanno tutte, azzerano il filtro, maledizione.

7. E quando bisticceremo? Quando avremo quelle incomprensioni che anche le amiche migliori a volte hanno? Oh, vedrai, si sfogherà con lui! Pensa: con un maschio! E sarà lui a dirle se sono una buona amica oppure no! Le dirà che ho una cattiva influenza, che sono una causa persa, che dico troppe parolacce, che dovrebbe lasciarmi perdere un po’…

8. Ma soprattutto, adesso al weekend che cazzo facciamo? Non usciremo più insieme. Farà le serate private. E la sera mica la riaccompagnerò più a casa? Mica divideremo più il taxi? Nossignore adesso se ne andrà con lui.

9. E scusami e quell’ipotesi di co-housing? Sì, insomma, quell’idea di prenderci tra qualche anno una casa figa in condivisione, per unire le forze, per permetterci un appartamento migliore, più in centro, con un terrazzo, e un salotto, e una libreria, e le poltrone, e le lampade per fare il nostro circolo letterario domestico? E il doppio servizio? E l’andirivieni di giovani amanti? EH? EH? Allora?

10. E la vacanza che volevamo fare insieme? Figa, figurati, andrà col fidanzato. Andrà col fidanzato e altre coppie. Andrà col fidanzato e gli amici del fidanzato…

11. ….aspetta però….

12. …gli amici del fidanzato, ovverosia nuovi esemplari di maschio, probabilmente eterosessuale, con i quali entrare in contatto, sì, insomma, senza irretirli su una dating app

13. …magari c’è qualcuno carino. Esagero: simpatico e carino, cioè non unguardable…magari, no?

14. Sì, vabbé…sveglia, baby! Gli amici del fidanzato saranno tutti fidanzati a loro volta, o sposati, è questa la legge, a meno che quello non abbia inspiegabilmente una comitiva di 21enni

15. Doveva succedere, comunque, lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Che sarebbe arrivato qualcuno ad alterare lo status quo e avrei preferito che capitasse prima a me, cazzo, sarebbe stato più giusto così no? Più giusto per me, voglio dire.

Ma mentre questo tornado di pensieri s’abbatte nefasto sul mio equilibrio psichico, mi accorgo di qualcosa in Patti. Non saprei spiegare. Sono i lineamenti più rilassati, la pelle del viso più luminosa, i capelli che le stanno da dio e le chiedo cos’abbia fatto e quella mi dice che non ha fatto nulla, se non lavarli, ma che usa questo miracoloso e costosissimo shampoo agli estratti di so-io-che-cazzo, e che ogni volta le viene fuori questa chioma fluente e lucida, e mi cerca su google il link, e me lo gira, così se voglio me lo compro, che guarda è un investimento. M’accorgo tutto a un tratto che Patti stasera è più bella di tutte le altre sere. Ha gli occhi vispi, la risata allegra, la voce serena, l’animo pacificato, e so che non è il pilates, non è quel complimento che ha ricevuto in ufficio e neppure il fatto che la gastroenterite della settimana scorsa le abbia fatto perdere quasi 3 kg, a renderla così. La guardo e irradia benessere, e a ciò m’arrendo, alzo le mani, sorrido e penso che forse sì, le cose cambieranno, ma in meglio.

E che è decisamente più piacevole ascoltare una bella notizia (#EccoUnaGioia, sarebbe il caso di dire), invece che raccogliere i cocci dell’ultimo disastro, ricucire i brandelli dell’ennesima lite, fare iniezioni di autostima, analizzare gli screenshot dello stronzo del momento, medicare l’anima contusa dalla più recente schermaglia amorosa. Mi accorgo, mentre ci avventiamo sugli edamame ancora caldi, che questa sera Patti è smagliante e ha in sé la luce limpida delle cose belle. E che forse questo non può considerarsi un vero e proprio festeggiamento, che per scaramanzia non facciamo baccano, che lo champagne aspettiamo ancora un momento a stapparlo, ma intanto pucciamo i sake-maki nella salsa di soia col wasabi, e che questo – mangiare a casa insieme con la cena a domicilio – è il nostro modo normale di celebrare un momento che, esattamente qui, esattamente ora, è speciale. E che in definitiva farsi contagiare dalla felicità altrui, magnando e bevendo di gusto, è assai più bello che farsi contagiare dall’altrui paranoia. Che condividere speranze e desideri, persino il coraggio di mettersi in gioco in un amore nuovo, è più stimolante di condividere preoccupazioni e delusioni. Che è ovvio, a pensarci, ma sapete com’è.

E poi sì, vedrai, tra gli amici del suo moroso ce ne sarà certamente almeno uno carino. Simpatico e carino. E la primavera è in arrivo. E, come tutti gli anni, porta con sé la suggestione irresistibile delle avventure e delle novità.

 

[E per voi che, come me, invitate le amiche a cena e non siete buone a (o non avete il tempo di) cucinare, gli amici di Deliveroo regalano 2 free delivery, usando il codice MEMORIE*, come a dire: mangiatene tutti e raccontatevene anche di più]

*Codice del valore di 5 euro complessivo, valido sul primo ordine per nuovi clienti, che dà diritto a 2 consegne gratuite (2.50€ sul primo ordine + 2.50€ sul successivo), dal 01/04/2017 al 01/06/2017 . Si applica su una spesa minima di 15 euro. Per utilizzare il buono, scegli cosa mangiare, registrati e inserisci il codice al momento del checkout su deliveroo.it. Alcuni piatti sono soggetti a disponibilità. Più informazioni su deliveroo.it/legal

La Quarta Fase dell’Amante

Quando sei stata un’Amante Veterana, cioè sei passata per Le 2 Fasi dell’Amante, e poi per la Terza, e hai finalmente raggiunto la Quarta e ultima fase, che poi è un attestato che consegui a vita, una specie di laurea ad honorem in Merda Sentimentale, e ti trovi a parlare con le Matricole,  quelle cioè che per la prima volta nella loro vita si misurano con la discutibile posizione di essere “l’altra”, provi a dar loro tutti gli strumenti in tuo possesso, affinché si traggano in salvo prima che lo tsunami di fogna le travolga.

Tuttavia, poiché generalmente la cosa più utile che si fa con i consigli è ignorarli, si tratta spesso di un dispendio di energie fine a se stesso, un po’ come quando hai avvistato l’Iceberg e urli al Titanic di virare, “VIRA, TUTTO A BABORDOOOO”. Ma sappiamo benissimo qual è stato poi il destino dell’inaffondabile transatlantico. Resta il fatto che noi, che siamo qui di vedetta e guardiamo le nostre colleghe inciampare una dopo l’altra negli stessi errori che abbiamo commesso noi, per i quali adesso abbiamo un gigantesco MAI PIÙ tatuato nell’anima, noi che ormai decliniamo le avances degli uomini impegnati con la stessa scrupolosa cura con la quale eviteremmo di contrarre la lebbra, non possiamo fare altro che mettere il nostro know how a disposizione delle più inesperte reclute della battaglia amorosa.

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1. Il fatto che lui non ti abbia mai parlato di “avere una tipa” (dove tipa può significare qualunque figura femminile compresa tra un campionario di trombamiche e la moglie con la quale ha procreato una squadra di rugby) non significa che quella tipa non esista. Chiedere è lecito. Domanda esplicita, diretta, secca. La formula che io uso generalmente è “Sei sposato/fidanzato/convivente/padre/single-del-genere-non-mi-avrete-mai?”. Questo perché gli uomini appetibili, single e intenzionati ad avere una relazione, lo abbiamo detto diverse volte ormai, sono frequenti e facili da esperire quanto l’aurora boreale.

2. Ti dice che no. Non c’è nessuna. O meglio, niente di serio. Molta, molta attenzione a quel “niente di serio” perché la storia ci insegna che per ogni uomo che vive “niente di serio” con una donna, esiste una donna che fa progetti nuziali, immobiliari e genetici con lui. Oppure una ex con cui è in pausa di riflessione, che ci spera ancora un casino, che è la migliore amica di sua sorella, che sua madre la chiama per nome e con la quale lui – con buona approssimazione – si vede ancora. Non dico che dobbiate licenziarlo immediatamente, non siate la Gestapo dell’Amore, la vita di nessuno è realmente il deserto dei tartari, dai su, non pretendiamo l’assurdo, neppure la vostra lo è. Però ecco, non prendiamo per oro colato tutto. Una volta che abbiamo posto la domanda (punto 1), proviamo a capire se la risposta è sincera. Teniamo alta la guardia. Non viviamo nel mondo dei folletti e dei minipony. La gente mente. Lo fanno gli uomini e lo facciamo pure noi donne. Non dobbiamo approcciarci al mondo con radicale sfiducia, ma neppure credere al Mago Do Nascimento. Quindi, senza diventare inquisitorie, se sul sedile posteriore della sua macchina c’è un seggiolino per bambini (che magari è per suo nipote eh), almeno notiamolo. Se quando andiamo da lui, in bagno troviamo una maschera per capelli all’olio di Argan e lui è calvo, una domanda facciamocela. Se ci sono due spazzolini, due accappatoi, un pacco di assorbenti che fa bella mostra di sé (quindi ovviamente non aprite mobili, che sareste pazzeh, dico se è proprio lì), o qualunque genere di indizio che dimostri chiaramente che in quella casa c’è una donna bene insediata, sul serio, facciamo resuscitare dal coma la Angela Lansbury che è dentro di noi (specialmente se è tipo luglio e la compagna è stata provvidenzialmente spedita in Riviera a far fare un po’ di mare ai pargoli, che il mare fa bene ai bambini, si sa, e lui è rimasto nella calura metropolitana dove si consola con tutte le vaginesingle e non – in cui inciampa). Così come, se si fa sentire durante l’orario lavorativo e la sera sparisce, badiamoci. Idem se si smaterializza ogni cazzo di weekend. Per carità, può pure andarci benissimo un ménage del genere, ma almeno che siate consapevoli e non vi facciate prendere per il culo. Che poi quando siete coinvolte è un casino tirarsi fuori da queste situazioni, e levarsi di dosso il senso di stupidità per essersi fatte prendere in giro (era fidanzato/sposato e non me l’ha detto), è più difficile che buttare giù i kg di troppo dopo le festività.

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3 Altra ipotesi è che ti dica che in effetti sì, un rapporto ce l’ha, ma naturalmente in crisi. Una storia sulla via del tramonto. Una relazione senza futuro. Si stanno lasciando. È questione di tempo. Mesi. Giorni. Minuti. Guarda se non lo interrompevi lui proprio in quel momento stava andando a lasciare la moglie! Se voi non farete la cosa più intelligente da fare in quel momento (cioè girare i tacchi e andarvene liete per altri peni), probabilmente inizierà a raccontarvi cosa non va bene della compagna, che vogliono cose diverse, che si sono amati ma ormai le cose non funzionano più, che si sente incastrato in una vita che non è la sua e che vuole riprendere in mano il coraggio e tornare a VIVERE. Bla. Bla. Bla. Amiche, abbiate chiara a mente una cosa: quasi nessun uomo vi dirà mai “sì, in effetti con la mia partner va tutto bene, solo che sai, ogni tanto ho voglia di farmi una ciulata diversa, che la quiete è un poco noiosa, e quindi niente, chiaviamo?“. Loro sanno perfettamente che il deal che vi propongono non è vantaggioso (lo è solo all’inizio, un investimento che rende un casino nell’immediato e che vi manda in bancarotta emotiva sul lungo periodo), quindi devono tendenzialmente farcirlo bene. E spesso sono bravi. Spesso sono COSì BRAVI che si convincono anche loro. Finché la bolla non scoppia e non subentra la realtà.

4. La realtà generalmente è che NON la molla. E voi ci perdete X mesi se non anni, intere porzioni di vita, lustri in cui darete del lungo ad altri papabili candidati, perché sarete in stand by ad attendere il vostro grande amore che però, eh aspetta, oggi ha avuto una giornata difficile in ufficio, non posso parlarle; domani cade sua madre, neppure; dopodomani lei è in premestruo e rischia d’ammazzarlo, e tu vuoi metterti con un uomo morto? No certo che no, meglio aspettare. E poi il giorno dopo muore il suo gatto Ciccì, che aveva 45 anni, il momento è delicato. Fino al giorno in cui: eh niente, è incinta, avremo un bambino, ma no non ti ho mentito, non andavamo a letto insieme da secoli, è successo solo una volta, era il suo compleanno, e comunque zero attrazione, la libido è morta, lo sai che amo te. Certo. Morta come muore il vostro cuore che, per carità, resusciterà, ma dopo anni di psicanalisi e fisioterapia che per rimettervi in piedi l’anima e la fiducia nel genere maschile ci vorrà quasi la divinazione.

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5. PEGGIO MI SENTO: la molla davvero. Lì voi pensate, povere illuse, che arrivi il bello, che finalmente starete insieme. POVERE ILLUSE. Chiariamo una cosa: rompere una coppia NON è un fatto auspicabile, neppure se l’oggetto del vostro desiderio ci è incastrato dentro. Quando la rottura si compie (TRANNE RARISSIMI CASI, le eccezioni che confermano la regola) viene il peggio: il senso di colpa, la guerra dei roses, il fallimento, le famiglie, la casa co-intestata, gli amici in comune, un intero sistema sociale che se va a mignotte. Anzi a mignotta, cioè te, perché è questa la description che accompagnerà il tuo nome per lungo tempo. Lo ami così tanto che non ti interessa? Eccellente. Sappi però che un conto è essere amanti, un conto è vivere la vita vera. Un conto è crogiolarsi in un’alcova di desiderio e impossibilità, di struggimento e zero-responsabilità, BEN ALTRA è assumere un ruolo, scendere in campo e giocare una partita (per vincerla). Vale tanto per te quanto per lui. Può diventare tutto meraviglioso all’improvviso (seh vabbeh), puoi ritrovarti in un incubo e chiederti come cazzo ci sei finita (e, darling, risponderti che ci sei finita con le tue gambe, sarà il riscontro più duro da dare a te stessa). Ora, lo so che il mio ti sembra terrorismo emotivo, che in fondo stai solo andando a prendere un caffè, non c’è niente di male. Che in fondo vi scrivete e basta. Che in fondo tu gestisci tutto benissimo. Che tu non vuoi rompere la sua coppia. Che smetti quando vuoi. Blablabla. Per questo leggi qui.

6. Le persone non escono dalle rotture che sono proprio primule a primavera. Specie se di mezzo ci sono avvocati, cause, alimenti, danni morali. Specie se di mezzo ci sono figli. Pensaci, cazzo. Pensaci. Pensaci per lui (saprà reggere tutto questo? è davvero così forte e così convinto?), pensaci per te (vuoi davvero accollarti un accumulo di macerie? Lo ami abbastanza da ricostruire insieme quello che resta di lui? Se sì, procedi. Se no, o non ne sei proprio sicura, Ctrl + Alt + Canc, uscita forzata e via).

7. Se resti lì, sappi che ti toccherà spalare una quantità inaudita di merda. Sappi che lei ti odierà, e tu odierai lei, in una specie di allucinazione emotiva nella quale finirai persino col dimenticare che sei tu l’abusiva, non lei. Quando parlerai di lei con le tue amiche trapelerà il disprezzo dalle tue parole, per una donna che neppure conosci se non attraverso i racconti alterati del suo compagno fedifrago. E saranno racconti dei quali non dubiterai, perché sarai totalmente obnubilata. Ma ricorda che senti sempre solo una delle campane.

8. E l’unico fatto concreto, che hai sotto gli occhi e che potresti valutare, fingerai di non vederlo. Il fatto, incontestabile, che l’uomo che presumi di aver scelto tra tutti gli uomini che popolano il pianeta Terra, quello che presumi d’amare così tanto, che ti sembra il migliore per te, il più desiderabile tra i desiderabili, è un uomo che ha mentito e ha preso per il culo un’altra donna. Non una qualsiasi. Quella che teoricamente amava e rispettava di più. Quella con la quale spartiva il tetto e il talamo, con la quale magari ha messo al mondo dei figli, con la quale ha sottoscritto un contratto (perché il matrimonio è un contratto), firmando che si sarebbe preso cura di lei per sempre. Ora, per carità, le storie finiscono, gli amori pure e le convivenze anche. Le famiglie s’allargano. Viviamo tutti in questa continua dinamica fluida delle relazioni, nella quale non esistono più punti d’approdo definitivi, e questo non è necessariamente un male. Però, ricordalo, ci sono modi e modi, anche per chiudere una storia. E ai suoi modi, quelli che usa con la sua partner, ti prego di fare caso. Perché il modo in cui un uomo tratta le sue ex, è il biglietto da visita che ci fa capire come tratterà (o potrebbe trattare, un giorno) noi.

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9. L’aspetto generalmente più avvincente di queste situazioni, apparentemente trascurabile ma che nella sua sostanza rivela il paradosso di questi affair, è che tu nel giro di poco probabilmente ti troverai a essergli fedele. Cioè non andrai con altri. Non indirai una gara d’appalto per accaparrarsi la tua virtù. Al contrario, diventerai ligia e monogama, votata a questo amore in un regime non-detto (perché raramente il tema si affronta apertamente) di monogamia. L’apogeo di follia, molto comune tuttavia, si raggiunge quando lui inizia persino ad essere geloso di te. Una gelosia che ti lusingherà persino all’inizio, facendoti pensare che “ehi vedi che ci tiene“. Stronzate. È possesso, manipolazione, alterazione dei fatti: non devi alcuna esclusiva a uno che ogni notte dorme nel letto con un’altra persona. TATUATELO.

10. Tu mi dirai che in realtà tutti questi punti non corrispondono alla tua situazione. Perché tu non sei innamorata di lui, non sei mica stupida, non fai alcun progetto (e generalmente sappi che non se ne fanno mai, semplicemente a un certo punto le cose sfuggono al controllo). Tu mi dirai che lui però ti fa sentire speciale, per quegli scampoli di vita che condividete, perché è l’uomo più piacevole che tu abbia incontrato negli ultimi 5 anni e scusa se a un certo punto anche tu hai voglia di passare un po’ di quality time con un pene. Che non è mica colpa tua se sono già tutti presi. Che tu lo rendi un marito migliore, perché anzi lui con te sta bene quindi torna a casa e sopporta meglio l’oppressione della routine. Che siete solo due adulti consenzienti e che – tutto sommato – non fate del male a nessuno. E a questo ti rispondo che – a meno che non sia davvero solo e soltanto sesso animale (mah…) – va bene, hai ragione, continua pure, fino al giorno in cui sarà il tuo compleanno e lui non ci sarà; fino al giorno di Natale, che festeggerà a casa dei suoceri mandandoti gli auguri di nascosto; fino al Capodanno, quando partirà con lei e sparirà. Ma ehi, tu sei forte. E sarai forte sempre, finché un giorno non vedrai comparire sul suo smartphone la chiamata in arrivo di lei, che è salvata in rubrica “Amore“. Finché non ascolterai per caso una telefonata tra loro, nella quale lui sarà affettuoso e noncurante, tenero e falsissimo e non potrai in alcun modo fingere di non accorgertene. Non sentire un brivido d’orrore per la sua doppiezza. E in quel momento, anche se probabilmente non lo farai, vorrei tanto che dessi ascolto al tuo istinto di sopravvivenza e lo mandassi a cagare.

E sì, certo, esistono ALCUNI casi in cui delle storie iniziano clandestine e poi si stabilizzano, durano, vivono liete e feconde. Ma sono eccezioni che confermano la regola. E la regola è quella testé illustrata. Potete avere la presunzione di essere eccezionali, purché siate pronte ad accettare poi la media e la mediocrità degli esiti.

Insomma, nella Quarta Fase dell’Amante assomigli un po’ agli ex eroinomani, o agli ex bulimici/anoressici, che adesso vanno in giro a fare campagne per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma soprattutto per dire a chi sta vivendo la stessa difficoltà, che ce la si può fare, ma che per uscirne bisogna volerlo.

Insomma, sei una specie di testimone e testimonial dello sfacelo emotivo. Ma sei anche una reduce. Sei una sopravvissuta. Sei una che dopo essersi ferita in trincea, conosce il valore inestimabile della pace. Anche in amore.

ps: ovviamente, sia chiaro, non solo le donne sono amanti, non solo gli uomini tradiscono, la cosa può valere anche a ruoli invertiti, con i dovuti distinguo, e blablabla, state sereni, lo sappiamo.

Nessuno Si Impara Da Solo

Mi ha contattata qualche giorno fa una mia amica, in sbattimento fortissimo perché il tipo con il quale si sta frequentando ha cambiato repentinamente e visibilmente atteggiamento nei suoi confronti. Così lei, come da manuale, gli ha scritto una lettera, per chiedere ragioni, per spiegare ragioni, per rinnegare quel senso di fallimento sentimentale che ti assale ogni volta che una relazione (micro o macro che sia) va male e tu ti ritrovi a mettere in discussione il tuo essere intero. Insomma una di quelle epistole vaginali ad altissimo tasso di pathos, che tutte quante all’occorrenza componiamo e che saggiamente lasciamo lì a giacere nella cartella “bozze” del nostro account gmail.  Era indecisa se inviare oppure no. Io, previa lettura del testo, ho votato per il no. Non per il contenuto in sé, ma perché ci sono alcune cose che ho imparato e che mi hanno fatto capire che…meglio evitare.

Per argomentare meglio il mio NO (che mica solo per il referendum costituzionale bisogna averci delle argomentazioni), le ho spiegato che quando mi sento perdente, cosa che di tanto in tanto mi accade, specialmente quando si tratta di faccende para-sentimentali, mi ripeto una frase, una di quelle cagate motivazionali che normalmente schiferei ma che, le ho confessato, in quei casi mi è piuttosto d’aiuto. La trovo così illuminante che per un periodo l’ho avuta anche come status su whatsapp. Poi mi ero dimenticata d’averla (perché grazie al cielo non rientro in quella fetta di umanità che ogni due per tre aggiorna il suo status su whatsapp) e, quando l’ho rivista, l’ho cancellata, con un filo di imbarazzo, pensando “vabbè dai, anche meno”.

Ad ogni modo, la frase in questione è: “Non perdo mai. O vinco, o imparo.”

Imparo. Perché è vero che non si smette mai di imparare. Perché è vero che non si smette mai di fare stronzate.

Neppure quando pensi che ormai hai finito. Neppure quando pensi che più di quelle che hai fatto non puoi farne. Neppure quando provi strade diverse, percorsi alternativi, ti metti in discussione, rischi, intraprendi, percorri. Di sbagliare non si smette mai. E di imparare, nei casi migliori, neppure.

Quando ero giovane mi incazzavo. Mi incazzavo un casino. Facevo delle sceneggiate da far impallidire la migliore tradizione partenopea. Urlavo. Piangevo. Una volta ho anche picchiato un uomo, per dire. Quello parò il colpo, lo colpii sul gomito, mi venne un livido gigante nel palmo della mano. Me ne vergogno, ad oggi, ripensandoci.

Oppure scrivevo. Gesù, quanto scrivevo. Missive lunghe, lunghissime, interminabili. Con un tono insopportabile, gratuitamente accademico (della serie “Piccolo maschio incapace, ti spiego io come funzionano le donne”), oppure sarcastico e corrosivo, oppure profondamente patetico. Il mio capolavoro iniziava con “Ti parlerò in un linguaggio che ti sia lessicalmente accessibile”. Avevo 16 anni. Madonna che imbarazzo. Madonna, quanto ero agguerrita. E quanto ci credevo. E quanto me la credevo.

Oggi, però, ho imparato, le dico.

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Ho imparato che le parole non servono così tanto. Ho imparato che i fatti esprimono molto più che i comizi. Ho imparato che a volte bastano i sensi, e l’intuito, e l’istinto, a capire. Che siamo donne. Che non ci mettiamo più di una frazione di secondo a capire se un uomo ci vuole, oppure no. Se ci desidera, oppure no. Se ci ama, oppure no. Poi ci depistiamo, se il verdetto non ci garba. E sbagliamo, ancora. Anche se siamo adulte. Anche se siamo cresciute. La verità, però, la sappiamo e, almeno su questo, possiamo non prenderci in giro. Possiamo non fare domande e non aspettare risposte compiacenti che, puntualmente, non arriveranno.

Ho imparato che non c’è nulla di più mortificante che parlare a chi non ha voglia di ascoltare. Di spiegare a chi non è interessato a capire. Di scrivere, a chi skipperà paragrafi interi mentre è sul cesso a cagare.

Ho imparato che siamo noi che non dobbiamo essere interessate a interloquire con chi sbuffa, o fa smorfie, o alza gli occhi al cielo. Ho imparato che dare la luce ai ciechi non serve (cit. Janis) e che dobbiamo parlare con chi ci ascolta,con chi ci risponde con perizia, con chi ha voglia, curiosità, urgenza persino, ogni tanto, di noi.

Ho imparato che un uomo se la deve meritare la nostra vulnerabilità. Che non si piange davanti a chiunque. Che non si sclera con disinvoltura. Che perdere la brocca, dimenticare le buone maniere, abdicare alle basilari norme della civiltà, è una verità, una nudità, una forma estrema di sincerità umana di cui non tutti sono degni.

Ho imparato anche che gli uomini non sono stupidi, e neppure superficiali, non sono mica povere criature minorate che non c’arrivano. Semplicemente quando ci sembrano così, è perché la nostra presenza nella loro vita non rientra nella top ten delle loro priorità. Siamo donne, non un reattore termonucleare. Anche le più impossibili di noi, non ci vuole poi molto a capire come renderle felici, qualora renderle felici sia un argomento all’ordine del giorno. A volte lo fanno, o l’hanno fatto. Renderci felici, intendo. Se hanno smesso non è che abbiano subito una lobotomia. Banalmente, per qualche ragione – che non siamo obbligate a comprendere, quindi risparmiamoci le ere geologiche a chiederci “perchééééé?” e a vivisezione i “se” e i “però” – hanno smesso. Hanno perso interesse. Tanto ci può bastare.

Ho imparato che recriminare non serve. E neppure attribuire torti e ragioni. Perché ciascuno di noi, in tutti i rapporti (amichevoli, familiari, amorosi) ha i propri torti e le proprie ragioni. Non è che si vinca qualcosa. Né trofei. Né premi di consolazione. Che anche noi commettiamo errori. Che a volte partiamo per la tangente, che diamo importanza a dettagli sbagliati, che facciamo i conti senza l’oste e li sbagliamo pure. Che quando una cosa ci va di traverso, ci mette lustri a scenderci dall’esofago al culo, e lì comunque ci rimane piantata per un bel pezzo. E che non siamo sempre leggere, leggerissime, come Kaori di Philadelphia.

Ho imparato che a volte è meglio star zitta. Prendere atto. Regolarsi di conseguenza. Non incazzarsi anche perché la rabbia ci fa venire (cioè, aumentare) le rughe.

Ho imparato che le relazioni hanno un costo e che quel costo si può pagare soltanto quando almeno due persone sono disposte e intenzionate a farlo. E che, in genere, non ci vuole poi molto a capire se stiamo giocando un solitario. O se siamo in campo in due.

Ho imparato anche che l’unica sufficienza che possiamo accettare nella vita, è quella che abbiamo preso in matematica.

Ho imparato anche che non si fa con i sentimenti ciò che San Francesco faceva coi vestiti: regalarli ai poveri. Le perle ai porci. Perché la nostra anima un valore ce l’ha e generalmente siamo noi a fissarlo.

Ho imparato anche che la donna (o, più in generale, l’essere umano) che investe tempo, risorse, energie, cure, attenzioni per un’altra persona senza aspettarsi nulla in cambio, esiste con la stessa certezza scientifica con la quale esiste lo Yeti.  E che, in fondo, non è una colpa avere delle aspettative, anche se le aspettative ci fottono sempre. E che il problema, se mai, è fare l’investimento corretto. Scegliere il destinatario giusto. Qualcuno che a sua volta abbia un piccolo capitale emotivo da mettere sul tavolo. Perché un rapporto è un po’ come una società, perché è un lavoro di gruppo, perché è un dialogo, non un monologo.

Ho imparato infine che spesso non è neppure colpa del destinatario, o dell’emittente. A volte, semplicemente, le vite prendono corsi diversi. Rispondono a priorità incompatibili. Assumono forme che non avevamo preventivato e non ci si può far nulla, se non ammettere l’errore. Provare a non odiarsi. Fare pace con la propria fallibilità. Assolvere la propria mediocrità. Capire che è così che va.

Incassare. Elaborare. Migliorare.

E, definitivamente, non inviare alcuna email.

Amori a Confronto

Esistono alcune cose che tutte sappiamo che non andrebbero fatte mai. Ciononostante, talvolta, le facciamo.

Per esempio, tutte sappiamo che non bisognerebbe mai mangiare in uno stesso pasto sia la pasta che il pane. Oppure che non bisognerebbe andare a letto senza essersi struccate (ok, se ti sei scolata una boccia di Gewurztraminer da sola, sei giustificata). Oppure che non bisognerebbe mettere a confronto gli amori che abbiamo vissuto.

Una mia amica la settimana scorsa era a Milano per lavoro ed è venuta a dormire da me.

È arrivata dopo l’ufficio e dopo il treno, siamo andate a fare un aperitivo, che poi è diventato una cena, che poi è diventata un amaro del capo a casa mia, e ci siamo aggiornate un po’ sulle rispettive vite. Da un lato io, con il mio intramontabile talento per infilarmi in situazioni para-sentimentali categoricamente ingestibili. Dall’altro lei che, dopo qualche anno di singletudine, sta vivendo i primi mesi di una relazione apparentemente sana con un nuovo ragazzo, o dovremmo dire uomo, conosciuto per lavoro (questo lo sottolineo, non l’ha trovato su una dating app, non era un Tinder match, era proprio un old but gold “piacere Pino” – “piacere Pina”).

Ora, la mia amica c’ha un passato sentimentale simile al mio, che è tipo la Striscia di Gaza dell’amore. È una che le sue belle badilate di merda le ha viste scorrere sotto i ponti, una che ha amato e che è stata amata, che ha odiato e che è stata odiata. Che si è lanciata senza paura nella selva oscura delle relazioni sbagliate. Che si è consumata l’anima in nome dell’uomo che voleva accanto. Che ne ha saggiato i pregi e le mediocrità. Che ha perlustrato i propri limiti. Che ha investito più soldi in analisi che in scarpe. Che ha confuso a volte l’amore con il dolore, con il possesso, con la legittimazione, con la misura del suo valore come donna. Una che ha amato nel modo in cui, secondo una certa tradizione e una certa retorica dell’amore, bisognerebbe amare: senza riserve. Una che si è fatta male e che s’è impegnata a guarire, per intenderci. Anche se le cicatrici, diciamoci la verità, noi sappiamo benissimo d’averle.

Sapete no, che le amiche, quelle vere, si dividono in due macro-categorie: quelle uguali e quelle diverse. Quelle uguali sono quelle a noi inclini per indole, vissuto, esperienze, quotidianità. Quelle diverse sono quelle dotate di tutte quelle meravigliose virtù di cui noi siamo sprovviste, tipo la calma, la lucidità sistematica, l’equilibrio, una relazione sana e pluriennale. Poi, ovviamente, non è che le seconde siano Mohatma Gandhi nel mondo dello zucchero filato, né che le prime siano Charles Manson in premestruo. Siamo tutte un po’ tutto, ovviamente, però abbiamo dei tratti predominanti nelle nostre personalità, definiti dal nostro carattere ma anche dalle diverse esperienze che viviamo (e che scegliamo). Ecco. E, tutte noi, a seconda di ciò di cui abbiamo bisogno, consultiamo a volte le une (quando vogliamo sentirci legittimate a fare una minchiata, o rassicurate dopo che l’abbiamo fatta, o comprese e non giudicate; e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la nostra stessa condizione, che sia di single o di neo-mamma, ma insomma qualcuna che parli esattamente la nostra lingua e che capisca senza troppi sottotitoli la condizione in cui viviamo); e in altri casi consultiamo le altre (quando abbiamo bisogno di qualcuna che riporti un po’ di razionalità nei nostri deliri e nei nostri squilibri emotivi, e quasi sempre si tratta delle amiche che vivono la situazione esistenzialmente opposta: per intenderci l’amica sposata che ti consiglia di essere paziente, o l’amica single che – mentre implodi sotto il peso della vita familiare – ti ricorda che hai ancora una tua individualità da presidiare, che puoi farlo e che il diritto a te stessa o lo rivendichi tu o non lo rivendica nessuno per te).

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Entrambe queste tipologie di amiche sono, naturalmente, fondamentali. Perché le amiche, cioè persone intelligenti che possano da un lato offrirsi empatia, dall’altro spronarsi a migliorarsi, dall’altro comprendersi, ma anche criticarsi in maniera costruttiva, ci servono. Io e Pina siamo del genere “amiche uguali” (e “Pina”, qualora fosse necessario specificarlo, è un nome di fantasia).

E così, tra un pollo fritto con verdure saltate (lei) e un pollo in salsa gong bao con riso bianco (io, sto ancora digerendo), siamo finite a parlare di cosa NON va bene di Pino (è una peculiarità squisitamente femminile, quella di maledire il fato perché non trovi un uomo normale e poi, quando l’hai trovato, iniziare a lamentarti della sua normalità). Ma roba che possiamo proprio sfiorare il paradosso. Lamentarci che è troppo presente dopo Ere Emotive in cui abbiamo sofferto la latitanza dei cazzetti che frequentavamo. Lamentarci che vuole ciulare la sera troppo tardi quando siamo stanche, o la mattina presto quando vogliamo dormire, dopo Ere Sessuali di astinenza prolungata e di partner che non ci hanno fatte sentire in pace con il nostro corpo. Lamentarci delle sue insicurezze, del suo essere troppo poco maledetto, dopo esserci giurate che i maledetti anche basta. Insomma, lo spettro delle lamentele possibili che possiamo esprimere, quale che sia la nostra condizione sentimentale, è essenzialmente infinito.

A ciò s’aggiunge che, come dicevamo all’inizio, una i confronti finisce col farli. Anche inconsciamente. Una finisce col pensare che l’amore sia quella roba lì, quello che ha già vissuto con un altro, come se di amore ce ne fosse uno soltanto. E che finché non trova qualcosa che riesca a risvegliare quel tipo di coinvolgimento, quei morsi nel ventre, quell’apparente completezza, quella presunta compatibilità totale (tanto più perché mitizzata dalla memoria), non sia vero amore. Non sia un sentimento di Serie A, per intenderci. Io questo lo so molto bene perché l’ho già vissuto in una delle mie precedenti vite sentimentali, prima ancora che nascesse questo blog. Così faccio notare a Pina alcune cose, facendole un ragionamento che spesso ho fatto a me stessa, quando sono caduta nella trappola subdola del confronto sentimentale.

Le faccio notare che quell’amore che ha già vissuto, quel sentimento lì, con quel tipo di intensità, non lo vivrà più. Per il fatto semplice che le persone sono diverse e che lei stessa è cambiata, è cresciuta. Grazie al cielo aggiungerei, perché oggi è più bella, più interessante e più donna di ieri. Le faccio notare che ogni volta che le manca il bollore di budella, lo struggimento da drama queen, dovrebbe fare retromarcia, immediatamente, e tornare alla realtà. Le faccio notare che sì, in quella storia lì, l’Innominabile, ci sono stati momenti bellissimi, è vero. Ma anche una quantità imponderabile di momenti di merda. E, a volerli pesare, forse la merda è superiore alle rose. Che quelle certe storie che restano così, sospese nel passato, nella mitologia del “ci amavamo tanto ma non è andata bene, perché nella vita a volte succede così“, sono certamente storie che hanno una loro dignità, o che in qualche modo l’hanno avuta, anche quando ci sono sembrate degradate e degradanti. E che questa cosa la sai solo quando le hai vissute, quando ci sei stata dentro, quando sei andata oltre i facili giudizi e le etichette, quando hai toccato con la pelle, con gli occhi, con la saliva, l’amore che davi e che ricevevi. Quando nel tempo rielabori, comprendi gli errori che tutti hanno fatto, inclusa tu. Quando impari a far pace con quel pezzo del tuo passato. Tutto vero. Quella roba lì era amore. Lo sa lei, lo so pure io, e la capisco.

Eppure, le dico, è ironico. Perché quando è capitato a me di essere reduce dal mio personale Vietnam sentimentale, a un certo punto mi sono chiesta cosa sapessi, io, dell’amore.

Da un lato tutto, mi sono risposta.

Perché sapevo perfettamente che certi apici non li avrei provati mai più. Ne avrei provati altri, diversi, ma non quelli. E lo sapevo. Ne ero certa. A volte il pensiero mi sconfortava. A volte pensavo che, per lo meno, potevo dire di averli esperiti, almeno una volta nella vita. Conoscevo e ricordavo dettagliatamente, anche mio malgrado, la profondità e l’intensità di quelle emozioni, che stavano lì, radicate nelle viscere, tra gli organi interni. Non riuscivo a cancellare tutto il bene e tutto il male, che quella potenza vitale mi aveva dato. Non riuscivo a dimenticare l’energia della felicità, né l’impeto della disperazione, né il rumore sordo e torbido della sconfitta. Perché smarrire il confine tra sé e l’altro, fondersi e diventare un corpo solo e un pensiero solo, sprofondare insieme in un’allucinazione passionale, è sublime. Ma infettarsi le miserie reciproche, è pericoloso. E di questo gioco, se vogliamo chiamarlo amore, io so tutto. Quindi, forse, dell’amore tutto so.

D’altra parte, le ho detto, io dell’amore non so nulla.

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Un uomo che si svegli accanto a te tutte le mattine, con cui dividere spazi e tempi, con cui crescere e costruire, io non lo conosco. Quella forza che ti fa mettere in discussione il tuo mondo, per aprirlo a quello di un altro essere umano, e includerlo, inciampando nella routine quotidiana, negoziando l’evoluzione del rapporto day by day, lavorando insieme per farlo funzionare, oltrepassando gli ostacoli, incastrando le psicosi rispettive, essendoci per lui e sapendo che lui c’è per te; ecco io questa roba qui la ignoro per lo più. E questa specie di normalità, delle mutande mie che si mischiano con le mutande sue in lavatrice, della serie tv da guardare insieme sul divano la sera dopo il lavoro, del maledetto asse del cesso alzato o abbassato, questa roba che ho sempre snobbato, questo piccolo ed eroico standard amoroso “da popolino”, per me è un mistero. Una prova che non ho affrontato mai e che non è scontato superare. E, forse, le ho detto, l’amore è anche questa cosa qua. Non migliore, non peggiore, non più vero, non più noioso. Semplicemente un amore altro. Non il patetico uomo interrotto che sta rielaborando nella sua fantasia vaginale, ma questo normalissimo ragazzo della sua età che, con tutti i suoi limiti e le sue insicurezze, con tutte le sue qualità e il suo bagaglio di vita, ha il coraggio di starle accanto.

Di affrontare i suoi malumori. Di decidere insieme cosa fare nel weekend. Di desiderarla quando è in tiro, e pure quando è struccata al mattino. Di mangiare il cibo dalla sua dispensa e di comprarle i biscotti per la colazione. Di lasciare un paio di magliette a casa sua, senza scompensarsi che lei voglia una relazione seria. Di risponderle sempre quando lei gli invia un messaggio. Di farla ridere. Di condividere i suoi interessi. Di farle capire senza esitazioni quanto lei gli piaccia. Di parlarle delle sue paure. Di farle domande e ascoltarne le risposte. Di accettare i suoi giudizi (anche se diciamo sempre che non giudichiamo perché giudicare è male, ma comunque giudichiamo sempre), e di confutarli, quando necessario, con intelligenza.

Forse l’amore è, prima di ogni altra cosa, farsi bene. L’uno all’altra. L’altra all’uno. Che, se ci pensa, se ci pensiamo, cos’è che possiamo volere in primis da un compagno, se non  che accetti le nostre ferite, se non che apprezzi le nostre doti. Se non che ci faccia del bene. Se non che sia in grado di accogliere il bene che possiamo, riusciamo e vogliamo fare noi a lui.

Forse l’amore è chi ha il coraggio di esserci.

Non chi si rammarica di non esserci stato.

Io non so se alla fine della fiera il pippone le sia servito. Ma mi è parsa più serena. E, al momento, continuano a “frequentarsi”.

Orologio Biologico e Maternità

Oggi ho avuto un imbarazzante scambio dialettico con la mia estetista.

Dopo aver parlato, come da tradizione, della piaga dei peli incarniti (che non capisco perché il mondo femminile non si unisca e non crei un movimento culturale che combatta la depilazione in favore del libero irsutismo selvaggio), dopo aver appreso cos’è un “callo molle” o che quei peli da maschio tra l’ombelico e il pube si chiamano “linea alba”,  ho avuto l’infelice idea di chiedere:

“Come sta il pupo?” (che è la mia formula per manifestare interesse nei confronti dei figli altrui), memore del suo relativamente recente sgravamento.

“Bene! Adesso ha 2 anni e blablabla”. Ascolto con un discreto interesse la risposta, finché non mi fa: “Tu hai un figlio?”

“No” STRAP (perché intanto è lì che debella peli come se tu avessi appuntamento con Michael Fassbender e invece no, andrai coi tuoi amici terrons a mangiare una pizza napoletana, al massimo)

“Ah…vabbé ma tu sei giovanissima”, dice, provando a rimediare a quella che ha l’aria di essere una gaffe.

“Insomma”

“Quanti anni hai?”

TrentaSTRAP.

“Appunto, sei giovanissima…”,

“Perché tu quanti ne hai?”

“Trentaquattro” STRAP.

“Eh allora!”, le dico, mentre emetto gemiti di dolore e insofferenza.

“Sì ma guarda non c’è fretta, bisogna sentirsi pronti. Tu sei fidanzata?” STRAP

“No”

“Eh, si sta così bene da soli”

“Eh già” STRAP

A quel punto ho deviato su quanta stima io nutra per lei, epica madre e donna lavoratrice. Le ho chiesto se ne voglia altri, le ho chiesto se ha i suoi genitori che l’aiutano, perché sai, anche volendo, noi turbofemmine del sud non c’abbiamo nemmeno la mammà vicino che ci assista la prole con del gratuito babysitteraggio.

Sono andata via riflettendo sul fatto che alla Fase Matrimoniale sta pian piano affiancandosi la ben più impegnativa Fase Gravidanza (in cui inevitabilmente ti ritrovi con altre donne a parlare di visite ginecologiche, cure ormonali, ecografie, uteri retroversi, ovaie, congedi di maternità, nomi di battesimo, pannolini, pappette, pance fotografate e pubblicate sui social, fotografie di neonati da guardare e dire “ooooohh”). Che è tutto bellissimo, per carità, e quando io dico “ooohhh” penso davvero “oooohh”. Ma c’è qualcosa che inizia a stridere. Perché mentre loro dibattono di giorni fertili, tu pensi ai metodi contraccettivi.

Ma non è solo questo. È che quando hai 30 anni inizi a far caso a quella deprecabile propaganda uterina che ci ricorda ogni santo giorno della nostra vita che non stiamo procreando, che dovremmo procreare, che siamo femmine adulte in età fertile, tic tac, tic tac, che non sono le caramelle bensì la lancetta del tempo che passa mentre le tue ovaie invecchiano e i tuoi fibromi, la tua endometriosi, i tuoi estrogeni e tutto il salamalora diventa progressivamente più inefficiente. Perché certo, Gianna Nannini ha avuto un figlio a 50 anni, ma tu vorrai mica fare come Gianna Nannini? E poi, lo sai, più invecchi più diventa difficile farne. Lo sai, il tuo corpo sarebbe stato pronto a sfornare da quando avevi 12 anni, la temperatura era pronta, era tutto il resto che mancava.

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Tutto il resto che la società diceva essere importante: studiare, laurearsi, emanciparsi, fare lo stage e duemila contratti a progetto, intraprendere qualche genere di carriera, diventare indipendente (dai genitori e dagli uomini), cercare la stabilità, la realizzazione come persona e come donna, e blablabla. La stessa società che, ADESSO, mentre hai passato 10 anni a rincorrere tutto ciò che ti ha detto che dovevi rincorrere, ti ricorda che sì, ok, brava assai, mapperò non stai adempiendo al tuo dovere biologico di incubatrice. Yessir, la stessa società. E, badate, che quando parliamo di “società” non ci riferiamo mica soltanto allo schieramento di madri/zie/nonne/cugine/medici/amiche-di-scuola-che-sono-già-alla-terza-gravidanza. Ci riferiamo alla maternità come fatto mediatico (vedere “Coppie in attesa“, un reality con donne che sgravano davanti alle telecamere, lo confesso, mi ha lasciata non poco interdetta). Ci riferiamo a quella povera Jennifer Aniston che non può mangiare due donuts in più senza che le attribuiscano lo stato interessante (qui la sua riflessione in merito, pubblicata dall’Huffington). Ci riferiamo alla pubblicità di ClearBlue che ti dice anche di quante settimane sei incinta e che il feto nascerà sotto il segno dello scorpione ascendente bilancia; oppure quella delle pappine Mellin che parte con i gorgheggi dei neonati montati a ricreare la melodia della ninna nanna (vi prego, ditemi che ce l’avete presente e che viene anche a voi il cristo quando la vedete). Ci riferiamo al fatto che persino Bridget Jones, un personaggio icona per le single di diverse generazioni, di tutto il mondo, con il suo alcolismo, il suo tabagismo, la sua predilezione per gli uomini di merda, persino Bridget Jones trova la salvifica redenzione sociale attraverso la maternità (sebbene non sappia chi tra i suoi ben DUE manzi sia il padre, ma dell’assurdità della trama ne parleremo forse dopo che l’avrò visto).

Allora, lasciate che vi dica qualche cosa, se lo permettete:

  • esistono donne che figli non ne possono avere perché sono single e non è ancora normata la possibilità – per una donna single, in Italia – di avere (o adottare) un figlio qualora lo desideri (personalmente gestisco ancora la mia bomba a orologeria biologica pensando che un figlio non sia un Cavalier King Charles Spaniel e che per farlo vorrei concepirlo di comune accordo con un uomo che amo, e che mi ami, e che mentre lo facciamo – per lo meno nei presupposti – ci sia l’intenzione di offrire al nascituro un nucleo familiare basato sull’amore e sul rispetto, una favola derivata dal mio background affettivo, ma che volete, almeno provarci; questo per il momento, nel senso che gli ormoni sono pazzi, quindi non possiamo escludere a priori che tra due o tre anni, quando sarò completamente in botta, io vada in Olanda a scegliere il mio donatore di seme alto 1.90).
  • esistono donne che figli non ne possono avere anche se hanno un compagno, perché non sono fisicamente capaci di farlo e magari stanno facendo accertamenti o esami per capire come gestire la situazione
  • esistono donne che figli non ne possono fare e non potranno farne mai perché hanno avuto qualche problema di salute che l’ha reso impossibile per loro
  • esistono donne che i figli hanno provato a farli, ma li hanno persi
  • esistono donne che figli non ne possono fare perché il loro compagno è sterile, e magari lo faranno con l’eterologa, se potranno, in qualche altrove, ma ancora non lo sanno
  • esistono donne che figli non ne vogliono fare e questo è, se possibile, persino più stigmatizzante in una società dove il completamento supremo della femminilità è il connubio matrimonio+figli. Donne che si sentono anche in colpa a pensarlo o a dirlo, che ci hanno messo un decennio a trovare un po’ di equilibrio e adesso non friggono dal desiderio di rimettere tutto in discussione, di farsi le pere di ormoni, di rallentare con la carriera, di dover vivere in funzione dei figli per i successivi ennemila anni. E così via. E si sentono in colpa perché è come se disattendessero un’aspettativa naturale, legata all’essere donna in quanto tale, quando forse quell’aspettativa è più culturale di quanto non si creda.

In fondo siamo nel 2016. È importante che il genere umano continui a riprodursi, naturalmente, ma smettiamola di pensare che l’unico veicolo di realizzazione per una donna sia la maternità. Per carità, dev’essere una cosa meravigliosa e grandiosa la maternità. Ma non è l’unica che possiamo fare nella nostra vita. Non è quella la misura del nostro successo, della nostra femminilità o della nostra eterna felicità. Essere madre è una scelta, un’opportunità, una fortuna, un atto di coraggio, va rispettato e apprezzato. Nella stessa misura in cui vanno rispettate e apprezzate le donne che madri non sono, per scelta o per circostanza. Per il fatto semplicissimo che se proprio devo essere “giudicata” dalla società voglio esserlo come persona, non come apparato riproduttivo. Per il fatto semplicissimo che non voglio essere considerata incompiuta se non mi riproduco. Per il fatto semplicissimo che se ascoltassimo ciò che effettivamente vogliamo, forse scopriremmo che non siamo davvero tutte fatte per essere madri e che essere madre non significa assecondare il trend generazionale e sociale che ci vuole tutte rampanti ed eroiche genitrici. Molte sì, altre no, e mi piacerebbe che ci fosse spazio per tutte, in questa modernissima società in cui puoi pure vincere il Premio Pulitzer, ma non sarà mai come dire “sono incinta“. Che forse le nostre nonne e bisnonne, quelle che hanno partorito 9 figli, se avessero avuto una scelta, se culturalmente avessero potuto decidere di fare altro, magari l’avrebbero fatto.

Noi questa scelta l’abbiamo e consiste nella libertà di essere donne realizzate, con o senza figli, con o senza marito. Badate, non sto dicendo in termini personali che io non vorrei mai figli, anzi. Sto dicendo che abbiamo una scelta e che non è una scelta da poco.

Sto dicendo che siamo libere di cercare la nostra serenità, anche se le cose non dovessero finire esattamente come l’ideale borghese ci ha sempre raccontato che sarebbero finite (con la casa dei sogni, il marito dei sogni e i figli dei sogni).

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Sto dicendo che siamo libere di non considerarci reciprocamente donneminori” se non figliamo o se non abbiamo una propaggine virile accanto. Che siamo libere di non sentirci in colpa se non riusciamo, non possiamo, non siamo pronte. Che siamo libere di comprendere cosa vogliamo, e poi di provare a costruire ciò che vogliamo davvero, senza garanzie di successo, ma con la possibilità di provarci.

In conclusione: essere una persona in gamba, ed eventualmente un buon genitore, è frutto di un processo di crescita che richiede tempo e consapevolezza. E il risultato di questo cammino non è necessariamente quello dettato dalla società. E nel frattempo, poiché la maternità – prima di diventare una performance pubblica – è un fatto privato, che pertiene una cosa intima come l’utero, le ovaie e tutto l’armamentario completo, andateci cauti con le domande, le insinuazioni, le illazioni. Perché non sapete chi è la donna che avete di fronte. Non sapete cosa pensi. Non sapete quanto delicato sia quel tassello della sua emotività che andate con troppa disinvoltura (e spesso superficialità, e spesso banalità) a solleticare.

Andateci cauti con le donne e pure con le coppie, smettetela di chiedere in continuazione “Ma allora, quando arriva il bimbo?”, perché voi non sapete. Non sapete se lo vogliono entrambi, non sapete se possono, non sapete se riescono. E il motivo per cui non lo sapete è proprio che, prima di essere uno show, un album fotografico su Facebook, migliaia di like, la gravidanza è un fatto privato.

Ed è solo una (tra le più importanti, per carità, ma una) delle infinite cose che una donna può fare nella sua vita.

[SessuOhhhlogismi 3] – La Sublime Arte dell’Irrumazione

[Prima di iniziare questo nuovo capitolo di SessuOhhhlogismi – la rubrica mensile nella quale parliamo di argomenti pruriginosi e scabrosi in compagnia di OHHH – devo fare un disclaimer per i miei parenti, per i miei ex professori del liceo, per il prete che mi ha battezzata e per tutti quelli che si chiedono, turbati, cosa mi sia successo, manco fossi diventata Sara Tommasi e facessi porno, o mi bucassi, o trafficassi in armi e organi umani (il tutto per il semplice fatto che – tra gli altri argomenti – scrivo di sesso). Insomma: non leggete questo post. Davvero, non fatelo. Ricordatemi come quella ragazzina bionda e paffuta, piena di sogni e ambizioni. Rivediamoci al prossimo post. O a quello dopo ancora. Oppure leggetelo solo se accompagnati. Sappiate in ogni caso che il contenuto potrebbe disturbare il vostro fragile catto-equilibrio intestinale]

Fare una fellatio sembra una cosa semplice. Ma non lo è.

Per carità, le donne d’oggi sono tutte illustrissime artiste del risucchio, e ciò è noto perché esse stesse se ne bullano pubblicamente con gran sicumera, mutuando un atteggiamento ultra-maschilista di cui talvolta nemmeno gli uomini della peggior borgata sono capaci. Ma che volete farci, siamo così, dolcemente complicate, sempre più sboccate, emancipate, ma potrai trovarci ancora qui. Non è questo il punto.

Il punto è che nessuna, nemmeno quelle che potrebbero competere nel campionato internazionale delle gole profondissime, nasce imparata a farli, sti benedetti pompini (ok, chiamiamole “fellatio” che se no mi sento una vecchia bagascia e penso che non troverò mai l’amore vero). Voglio dire: non è che si sappia per istinto cosa fare, come, quando e perché. Non è che si abbia un’idea naturale di quali e quante variabili possano definire la qualità di una fellatio. Per lo meno per la mia generazione (e per tutte quelle cresciute prima dell’avvento di youporn) è stato così. Non abbiamo mica avuto un’inesauribile quantità di video-tutorial da cui apprendere tutti i segreti del flauto traverso. Nossignori. Ai nostri tempi esisteva la posta di Cioè, l’atlante di medicina fatto coi punti della Esso e I Bellissimi di Rete 4 che, se ti diceva bene, erano soft-porn (e poi le donnine nude di notte sulle reti locali, ma non si può dire che ci fosse alcunché di istruttivo in loro, per noi). Fine. Per il resto, noi ci siamo formate attraverso una militanza attiva e partecipata alla causa. Un percorso accidentato di prove ed errori, di troppo timore e troppo entusiasmo, troppo zelo e troppa poca iniziativa, troppa foga e senti anche meno, più piano, più veloce, oh, come sei brava. Noi abbiamo acquisito e raffinato la nostra consapevolezza e la nostra competenza nel tempo, gradualmente, step by step e sì, per quello molte finiscono a farsene un vanto. Perché imparare a fare bene una fellatio è FATICOSO, un po’ come una laurea ingegneria (e infatti tutti gli ingegneri si vantano di essere tali).

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Perché è così difficile? Non solo per una banale questione di coordinamento moto-respiratorio, come si potrebbe supporre (o perché una discreta percentuale della popolazione femminile, in verità, continua a non gradire la pratica, cosa che peraltro potrebbe risolversi in parte con una più solerte cura dell’igiene intima maschile, del tipo che sì, se vi siete fatti l’ultima doccia 20 ore fa, sappiatelo, non profumate di glicine a primavera). E non è nemmeno perché mentre ci raccogliete i capelli, c’è puntualmente una ciocca che si impiglia nel vostro orologio e pensiamo che avete vanificato le ultime 10 pasticche di integratori per capelli che abbiamo assunto. E no, non è nemmeno perché il tempo nei pompini è come il tempo dei cani: quello che nel mondo reale appare come 1 minuto, per noi sono 7 minuti, in cui continuiamo a fare con il nostro collo ciò che i piccioni di solito fanno con il loro.

Al netto di tutto ciò, l’ulteriore livello di difficoltà consiste nel fatto che si fa in fretta a dire “fellatio”, come se di “fellatio” ne esistesse una soltanto, come se imparata quella stai a posto per tutte. E invece no! Gli uomini non sono tutti uguali e non lo sono nemmeno i loro gusti.

Certo, per carità, esistono dei magic trick che sono dei grandi classici contemporanei con i quali si va sul sicuro. Ed esistono degli how to altrettanto imprescindibili (del tipo “no i denti no, i denti mai, nemmeno quando pensi che sentire i tuoi incisivi sulla sua Cappella Sistina possa eccitarlo, NO”, ma anche “Questi ci perdono le diottrie a consumare tutti i filmati in POV di Pornhub quindi per piacere ogni tanto ricordatevi di guardarli negli occhi”), tuttavia c’è dell’altro. C’è che ci sono duecento optional e duecento tipologie di fellatio. Per esempio:

Fellatio Passiva: il maschio si mette lì in panciolle e si fa servire come se fosse in un resort pensione completa con formula all inclusive. Bibite escluse.

Fellatio Attiva: il maschio decide che tu stai ferma e lui fa gran parte del lavoro, facendo con la bocca ciò che andrebbe fatto col tuo fiore di loto. L’attività del maschio, in questo frangente, segna la nostra passività, la disponibilità a lasciar fruire il nostro corpo in maniera totale o quasi, a “sottometterci” in un ménage essenzialmente speculare alla Fellatio Passiva nella quale, invece, è l’uomo a subire, abbandonato a noi e alla nostra magistrale sapienza oratoria.

Fellatio Attiva Hard-Core: il volgarmente detto “soffocone”, per cui ti torna su la peperonata della settimana scorsa mischiata ai succhi gastrici che ti corrodono l’esofago. Penso sempre che questa pratica sia stata concepita come contrappasso per quelle che fanno le fellatio dando i bacetti al pene. Ora, per carità, nel sesso finché le cose piacciono a entrambi va tutto bene, e fare di tanto in tanto un saggio per dimostrare che in ognuna di noi c’è una piccola Cicciolina, ok. Resta il fatto che queste porno-tracheoscopie per cui finisci a lacrimare come se t’avessero bruciato la collezione di Barbie a 5 anni e per cui sbavi come fossi un cane di Pavlolv, io francamente le comprendo fino a un certo punto anche se, come sempre, de gustibus non est disputandum.

Fellatio Partecipata: il maschio decide che comunque, nel mentre, farà qualcosa su di voi, dedicherà attenzione a qualche vostra parte anatomica, dalla palpata di tette (non dubitate mai delle abilità contorsioniste di un uomo intenzionato a raggiungere le vostre zinne), all’andare alla ricerca del clitoride perduto, al ricambiare la generosa passionalità in ugual misura, coinvolgendovi nella proverbialmente detta “69” che se ha degli indubbi aspetti positivi (per esempio essere uno dei momenti di più intimo scambio e accettazione che una coppia possa vivere) è pur vero che vi distoglierà e vi ritroverete ad alternare momenti di massima concentrazione a momenti di delizioso abbandono. E, in tutto ciò, lui sarà estremamente entusiasta, sentendovi mugugnare di piacere così a ridosso del suo gioiello di famiglia. Ed è per questo motivo che la pratica della 69 rientra a pieno diritto tra le varie possibilità di Fellatio Indurente.

Fellatio Indurente: trattasi di quella performance che viene eseguita allo scopo principale di portare il masculo al suo punto massimo, l’apogeo di eccitazione che la sua virilità possa raggiungere, l’azimut della sua aquila reale. Questa è una fellatio intelligente e strumentale, messa in atto per il bene comune, dei cui benefici gioveranno ambo i partner. Tristemente, ciò va detto, ci sono casi in cui essa diventa una conditio sine qua non.

Fellatio Gratificante: è la fellatio di non ritorno, quella che ha lo scopo unico di gratificare il vostro partner maschile e rendergli grazie a seguito di qualche evento o di qualche prestazione per cui sentite che se la merita proprio un sacco. Questa è la fellatio per eccellenza, quella priva di interruzioni, ricca, diretta al punto, appassionata, il cui epilogo è strettamente legato al gusto soggettivo della donna, ma in ogni caso ai titoli di coda bisogna arrivare. Poi scegliete voi se restare lì finché non finiscono, o alzarvi appena parte la musica e si riaccendono le luci la sala. Decidete se con un poco di zucchero la pillola va giù, oppure se è il momento giusto per cambiare le lenzuola dopo che avrà fatto i fuochi d’artificio con il suo prezioso fluido organico, o se semplicemente volete fare come Kate Winslet e Leonardo Di Caprio sul Titanic (allego foto esplicativa). Fate vobis. Ma il concetto è chiaro.

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E poi ci sono, naturalmente, altre innumerevoli varianti: la Fellatio Liscia, essenziale e minimalista; la Fellatio Condita, che s’avvale del pregevole supporto manuale (il ché a volte è cruciale per offrire qualche secondo di recupero alla mandibola, altrimenti esposta al rischio slogamento); la Fellatio Safari, che è quella audace che non ha paura di avventurarsi nella savana delle sue gonadi; la Spicy Fellatio, che divide molto e non piace a tutti ed è, proprio come con il piccante, strettamente legata al gusto personale (oltre ad avere alcuni effetti collaterali assimilabili al piccante, ma ne parleremo in altra sede).

Insomma, le possibilità di scelta sono numerose e gli errori in cui potenzialmente incorrere altrettanti. Ne ho parlato con alcuni amici uomini (che, del resto, hanno uno strumento di cui io sono sprovvista e mi pareva pur giusto interpellarli). Mi hanno raccontato delle Fellatio Svogliate, in cui si vede che la partner è schifata e che lo fa sforzandosi (suggerendo che in quel caso è meglio non farla affatto, per il rispetto di entrambi); delle Speedy Fellatio, troppo veloci e troppo accanite, contro le quali bisogna ricordare che il pene è un genitale, non il cambio di una macchina sportiva, che va “coccolato” (cito testualmente), con ritmo e passione; delle Fellatio Executive, con così tanto professionismo che la magia quasi si perde (perché ricordate che va bene essere preparate ma che ostentare la propria esperienza non sempre paga); delle Fellatio Loquaci, durante le quali le donne interloquiscono con il membro o con il suo portatore, elargendo complimenti all’uno o all’altro, oppure auto-insultandosi, prendendosi a male parole da sole.  E via discorrendo così.

Risulta in conclusione evidente che lo scenario è ampio e, come sempre, non ci sono diktatricette segrete. L’unica cosa fondamentale è ascoltare e capire i propri desideri, assecondarli e intercettare quelli del partner. Ricordare che a letto è bello sperimentare, giocare, incontrarsi. Stare bene e far stare bene l’altro, nel rispetto reciproco. Chiarito ciò, potete anche farvi schiaffeggiare con il suo augello, se ciò v’aggrada, o fargli esprimere il suo piacere sulla messa in piega che vi ha fatto Coppola.

Tutto è lecito, se ci sono consapevolezza e consenso.

Vi lascio con due perle di due miei amici.

Il primo dice: “Non bisogna mai perdere l’umiltà, perché anche quelle brave possono sempre migliorare.

Il secondo dice: I pompini sono come la pizza, anche quando non è buonissima, la gusti lo stesso.

Noi ci aggiorniamo a luglio con la prossima puntata di SessuOhhhlogismi!

(qui trovate la prima, su “Le Dieci Tipologie di Limone” e la seconda “Guida Base ai Preliminari“)