[SessuOhhhlogismi 11] – Il Ragnatelismo

Quando avevo meno di 30 anni e capitava che qualche amica più grande mi parlasse dei suoi lunghissimi periodi di astinenza (che, per intenderci, variavano dai 10 mesi ai 5 anni di inattività), la mia reazione era sempre di puro e semplice sconcerto. Sì, insomma, com’era possibile? Come si poteva ridursi a non praticare l’arte della fornicazione per un lasso di tempo così incredibilmente lungo? Cosa dovevano subire, i poveri colleghi di quelle mie amiche che non assumevano appropriate razioni di Penina, un integratore ormonale fondamentale, la terapia omeopatica migliore per conservare l’equilibrio psichico delle interessate (e di tutta l’umanità che con loro doveva quotidianamente relazionarsi)? Come potevano non molestare sessualmente il cassiere del supermercato, l’idraulico, il tassista simpatico che le riaccompagnava a casa?

Come spesso avviene, il tempo mi ha fornito le risposte che cercavo, quando i 30 li ho raggiunti e li ho superati e mi sono resa conto di un innegabile fenomeno: il rapporto con il sesso cambia, cambia davvero e non cambia soltanto perché prima ti piaceva d’un modo e ora ti piace d’un altro. Cambia perché cambi tu, come persona, come donna. Cambia il tuo rapporto con te stessa, la consapevolezza che hai di te. E poiché il sesso è un fatto intimo e delicatissimo, prezioso e vitale, molto più complesso di una sessione di fit boxe, ebbene per tutte queste ragioni è naturale che cambi il tuo rapporto con l’appassionata pratica dell’accoppiamento umano Ne ho parlato con diverse amiche e così ho deciso che in questa undicesima puntata di SessuOhhhlogismi – la rubrica mensile in cui affrontiamo temi scabrosi con la collaborazione di Ohhh – parleremo esattamente di questo: il Ragnatelismo, ovvero perché donne piacenti e in età fertile a un certo punto della vita prediligono l’astinenza (e il fenomeno, badate, ha un contraltare maschile, in tutti quelli che preferiscono una sessione di 2 minuti e 36 secondi su YouPorn – o sito equivalente – alla fatica di sostenere un appuntamento di 3 ore con un esemplare di donna in carne e ossa).

Una cosa da specificare subito è che la Ragnatelista non ha un principio di Frigidità (tema che affronteremo nei prossimi mesi), non ha perso l’interesse nel Sacro Augello, non si è improvvisamente disaffezionata a tutte le pratiche carnali e ai giochetti attinenti. Ne è, al contrario, un’accalorata estimatrice, ne patisce la mancanza, avverte la nostalgia spiccata del Gioioso Pisello, ma per una serie di ragioni si astiene dal fruirne. A riprova del fatto che la sua libido non versa in un coma irreversibile, sottoposta a flirt o a tentativi di seduzione non del tutto mediocri, ella risponde. Risponde il suo corpo, che viene attraversato da vibrazioni risapute, manifestando i sintomi tipici della voglia (leggi: lo scioglimento dei ghiacciai) e risponde pure la sua emotività, che per almeno un paio d’ore si fa giuliva e civettuola. Finché non interviene un qualsivoglia espediente a ricordarle che grazie-ma-no.

Ma entriamo nel merito e scopriamo i Precetti Fondamentali del Ragnatelismo:

1. Non accetterai più di giacere con i mariti delle altre, i fidanzati delle altre, i single innamorati ancora delle proprie ex, né con i tuoi ex che se sono ex generalmente un motivo c’è.

2. Non andrai a letto con i Cazzi Morti, convinti d’avercelo d’oro e d’avercelo solo loro; né con i fallocrati intenti ad ammorbarti per due ore parlando di sé, senza farti neppure per sbaglio una sola domanda, che sia una, su di te; né con i metrosexual che hanno meno peli di te e che potrebbero scappare via piangendo allorquando il tuo monte di Venere presentasse della ricrescita.

3. Non la darai più per pietàsimpatiagenerosità o circostanza; non la darai a quelli che ti infilano la lingua in bocca dopo un’ora che ti conoscono e che puntano a portarti a letto con due noccioline e un pinzimonio di crudité consumato al primo aperitivo; non a quelli che ti scrivono per vedervi alle 23 di mercoledì sera; e neppure a quelli convinti di essere uomini evoluti, femministi persino, e che poi danno della bottana e/o figa-di-legno a qualunque donna attraente passi sotto i loro occhi. Non a quelli che, in altri termini, palesemente non ti piacciono, non ti fanno ridere, non trovi interessanti, ai quali per anni hai pure concesso udienza perché non-si-sa-mai, perché per forza bisognava trovare qualcuno, perché tanto-non-la-ama-più, perché altrimenti cosa racconto alla prossima cena tra amiche? Perché non sarà mica possibile vivere senza chiavare come mandrilli perennemente?

4. Non dovrai, di conseguenza, più gestire tutto ciò che c’è a contorno di quelle scapestrate avventure: le doppie spunte, gli atteggiamenti deplorevoli, le bugie, la sete di conferme che inevitabilmente si innesca dopo che l’hai data a uno e conti i minuti prima che si faccia risentire dichiarando quanto staordinaria tu sia stata. Non è rilevante quanto importante lui sia per te (e spesso non lo è affatto), è pur sempre auspicabile che – chiunque egli sia – constati quanto divina tu sia e manifesti un principio di innamoramento nei confronti della tua persona, che se non lo fa, se non richiama (cioè se non scrive), se non arde dalla voglia di rivederti il prima possibile, se non sogna già il colore delle piastrelle del cesso della casa che condividerete, si sa, è ‘na tragedia. È pur vero, d’altra parte, che non dovrai gestire il fenomeno contrario: il tizio che s’accozza ma in verità non ti piace, in verità non vuoi rivederlo, non lo presenteresti mai ai tuoi amici, in verità era solo che dovevi fare la revisione alla passera e quindi sei andata con lui, ma anche basta.

5. D’altra parte non dovrai neppure dividere il letto con uno sconosciuto, che russerà togliendoti il sonno, che al mattino si sveglierà con la fiatella, che andrà al bagno e scoreggerà e tu lo sentirai, e proverai un filo di nausea, e odio perché non hai chiuso occhio, e ancora nausea, perché se una persona non ti piace abbastanza, se un uomo non ti piace davvero, come fai a non schifarti di tutta quella verità? È vero pure che non dovrai neppure spendere 30 euro di taxi per tornare a casa all’alba, che quello abita all’altro capo della città e figurati se ha una macchina, o se la prende per riaccompagnarti. Mica siamo ancora negli anni novanta in Terronia, purtroppo. Ed è vero anche che non aggiungerai soggetti improbabili all’inventario di uomini con i quali sei andata a letto e, quando ci ripensi, ti chiedi in effetti: PERCHÉ? Quali ti saresti potuta evitare. Quali si vanteranno davanti a una birra di essere andati a letto con te, quanto facilmente, quanto tu ci sia rimasta sotto (se ti hanno mollata loro), quanto tu sia troia (se li hai mollati tu).

Parrebbe, a questo punto, che il genere maschile nella sua quasi totalità sia tagliato fuori, ma il punto è in realtà molto più semplice di quanto non appaia. In sostanza, la Ragnatelista, cerca dell’altro. Ama il sesso al punto da non volerlo squalificare in queste più o meno raccapriccianti manifestazioni. Lo ama nel senso più alto del termine, come un atto di scambio, di dialogo, di comunicazione, di condivisione e d’ascolto. Lo ama come si ama il piacere di sentirsi respiraregodere e vivere, in libertà, con la confidenza necessaria, con quel patto tacito di fiducia che nell’atto sessuale c’è, nel momento in cui vedrai i miei più intimi pertugi, le mie imperfezioni, le facce che faccio, annuserai i miei odori, ascolterai i miei mugolii e i miei gridolini annaspando tra le mie carni, e io ascolterò i tuoi; avrai accesso al punto più profondo della mia intimità, rovisterai nella mia persona, non solo nelle mie lenzuola. E tutto questo, la Ragnatelista non ha più voglia di farlo con qualcuno che palesemente di lei se ne fotte sta gran sega, e viceversa. Tutto questo ha un valore e, in pieno Ragnatelismo, appare giusto offrirlo a qualcuno a cui si voglia almeno un po’ di bene. E che di bene ce ne voglia almeno un po’. Che non è, come potrebbe apparire, una deriva reazionaria e oscurantista, quanto piuttosto la consapevolezza che il sesso è questo che dovrebbe fare e dare: benessere, al corpo e all’anima, soddisfazione dei sensi e dello spirito, espressione di attrazione e rispetto. E invece, un sacco di volte, lo usiamo impropriamente, come strumento dei nostri irrisolti, viatico per l’accettazione, supplica d’attenzione e ricerca perpetua di rassicurazioni. Così ne ricaviamo paturnie, frustrazione, insicurezza. Nei casi migliori, solo un poco di tristezza post-coitum. E, capite, c’è qualcosa che non va bene, messa giù così.

Insomma, se il sesso – come spesso diciamo – è simile al cibo, il Ragnatelismo è la scelta di mangiare meno e mangiare molto meglio. Perché, quando cresci, la differenza tra McDonald e Cannavacciuolo la distingui. Eccome, se la distingui.

Noi ci vediamo alla prossima puntata di SessuOhhhlogismi, quando la primavera avrà probabilmente sortito i suoi effetti e interrotto il Ragnatelismo. Fino ad allora, come di consueto, vi consiglio l’acquisto di un ottimo alleato, che no, chiariamolo, non rimpiazza la presenza di un UOMO, ma è un buon compagno da avere sempre nel cassetto! [Qualora voleste procurarvi questo utilissimo tool, usando il codice “Memorie” avrete il 15% di sconto!]

Sopravvivere a San Valentino

Per alcuni febbraio è il mese di Sanremo. Per altri della Notte degli Oscar. Per me è, tragicamente, il mese di San Valentino.

Ora, il primo San Valentino che passi da sola, lo passi a pensare al tuo ex, a ricordare ciò che facevi l’anno prima, a versare lacrime di disperazione al pensiero che lui in quel momento si scambi smancerie da liceale con la sua nuova tipa. O che faccia acrobazie come manco nei video più visti di Brazzers, non fa differenza. Patirai. Ed è probabile anche che, in preda al patimento, tu commetta un atto emotivamente scellerato come giurare a te stessa che l’anno successivo sarai fidanzata anche tu (essendo una novellina, non hai ancora strutturato la tua architettura emotiva per campare da sola nel mondo, senza un pene accanto; cioè il maschio ti sembra ancora una conditio-sine-qua-non della tua vita vaginale; non lo è, ma lo scoprirai col tempo)

Il secondo San Valentino che passi da sola, pensi che tanto vi-dovete-mollare-tutti. Che sì, certo, fatele pure le vostre cene di merda a lume di candela, coi palloncini a forma di cuore, con i dessert a forma di cuore,  fate, fate, che tanto siete tutti cornuti. Sì, sì, bella burinata di Tiffany che ti ha regalato, peccato che l’abbiamo trovato su Tinder il tuo moroso. Insomma, sei nella seguente modalità:
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Il terzo San Valentino pensi che niente, la vita di coppia non fa per te, ciò è evidente. La coppia è un’istituzione vetusta e sorpassata, viviamo nell’era della liquidità e della superficialità delle relazioni, che ci piaccia o no. E quando si è in coppia si finisce inesorabilmente nella frustrazione, nella routine, nella ricerca di emozioni altrove. Niente da fare, la coppia è solo una di quelle menzogne confortevoli delle quali il popolino ha bisogno per affrontare l’esistenza nella sua complessità, salvo che poi la coppia stessa diventa inesauribile fonte di problemi altri che, siccome tu sei più furbaH, ti risparmi all’origine. E blablabla. Insomma, ti stai radicalizzando, la tua trasformazione in gattara-cazzo-repellente procede a passi da gigante.
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Negli anni successivi smetti anche di pensarci al San Valentino, cioè perdi il conto, come quelli che smettono di festeggiare i compleanni dopo una certa età. Insomma l’argomento ufficialmente non ti interessa neppure più. Se non fosse che sei comunque soggetta a tutto il massacrante tam tam mediatico (pubblicitario più che altro) legato a questa puerile ricorrenza. Viaggi per due. Cena per due. Massaggi per due. Adsl per due. Idrocolonterapia per due. Eccetera.
Schivi, dribli, passi, cercando di ignorare la propaganda amorosa. Gli spot. Le affissioni. Gli articoli di giornale. I palinsesti. YouTube per esempio non ha ancora capito un cazzo di te. Secondo YouTube sei certamente fidanzata/sposata e stai certamente cercando di avere un figlio. Oppure stai certamente cercando un metodo contraccettivo senza controindicazioni, quindi devi comprare un comodissimo computerino sul quale urinare per sapere se è un giorno rosso con rischio gravidanza o un giorno verde e “possiamo fare l’amore”, che è una pubblicità talmente triste, che se fossi fidanzata mi mollerei ogni volta che la vedo. Comunque questo con San Valentino non c’entra.
Resta il fatto che per quanto disinvolta, evoluta, emancipata, tu possa essere, continui sempre a nutrire una sottilissima ma inestinguibile idiosincrasia per questa giornata. Che poi io dico: ma ci sono 8 milioni di single in Italia, di grazia, ma i matrimoni ormai durano quanto un’influenza e il rito abbreviato ci funziona meglio dell’aspirina, ma di cosa stiamo parlando? Ma come possiamo ancora considerare questa insulsa giornata di San Valentino, la cui unica utilità è ricordare a chi è in coppia, che bisogna celebrare l’amore (e far girare l’economia)…e a noi? Noi che in coppia non siamo?
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Noi che non viviamo amori per bene, costruttivi ed esclusivi, sotto l’egida della Perugina? Noi che amiamo senza saper amare, che amiamo non ricambiati e che siamo amati da persone che non ricambiamo? Noi che dell’amore sappiamo tutto e dell’amore non sappiamo un cazzo? Noi che lo confondiamo con l’errore, e scambiamo l’equilibrio con l’eccesso, e la tranquillità con l’atarassia?
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Noialtri che pure combattiamo nella trincea dei sentimenti, spinti dalla segreta speranza di trovare prima o poi una “persona giusta”? Noi che ci consumiamo l’anima in attesa di un cenno di vita in quell’area anatomica inaccessibile, compresa tra il collo e l’ombelico? Noi che i giorni pari ci chiediamo se ci innamoreremo mai di nuovo e i giorni dispari ci chiediamo se siamo amabili, e una risposta definitiva generalmente non la troviamo, perché le risposte definitive, capirai, non ci sono per nessuno mai? Noi che dobbiamo periodicamente affrontare l’amletico dilemma tra fare sesso occasionale o riverginizzarci? Noi che amiamo qualcuno che non c’è, qualcuno che se n’è andato, qualcuno che forse tornerà o forse no? Noi che abbiamo sofferto e fatto soffrire, e collezionato case history di insuccesso sentimentale, e ciononostante nell’amore ancora speriamo? Ebbene, noialtri, cosa festeggiamo? STOCAZZO?!
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Così, mi sono fatta una chiacchierata con Ohhh, con cui collaboro ormai da un pezzo e ci ho detto, molto placidamente: dovete fare la prima COMFORT BOX per i SINGLE a San Valentino! Il caso vuole che l’idea abbia incontrato il loro entusiasmo e questa scatola delle meraviglie è diventata realtà (ma no, dentro non ci sono SOLO i cari dildo a cui starete affrettatamente pensando).
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Sia chiaro: la Comfort Box vale per tutti i single, per gli uomini e per le donne, per gli etero e per i gay. E cosa contiene? Ma tutto il necessario per NON pensare a ciò che non abbiamo, ma a ciò che abbiamo. Tutto ciò che serve per coccolarsi. Per investire i soldi che avremmo altrimenti speso per comprare qualcosa a lui (o lei), magari con quelle elegantissime dinamiche tipo “Amò, ma ci dobbiamo fare il regalo? Amò ma che cosa vuoi?“, e auto-regalarci una box piena di beni di conforto reali, non sogni ma solide realtà, direbbe Roberto Carlino di Immobildream.
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No, non è una degenerazione da zitelle incallite o da scapoli falliti. È un modo per concedersi quello che a Milano, per fare i fashion, chiamano Quality Time che però, al netto del milanesismo, è un concetto figo.
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Vi premetto che queste box non costano tipo 20 euro. Ma dentro ci sono prodotti ottimi, selezionati per l’eccellenza delle performance e la qualità dei materiali utilizzati (potete anche trovare il sex toy a 15 euro, solo che è di plastica tossica e valutate voi come volete trattare le vostre parti più sacre). Inoltre, come si suol dire: come spendi mangi. Che io declinerei in: come spendi godi. E la goduria è intesa in senso lato. Mò vi racconto perché (seguono spoiler sul contenuto della box):

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1. Dentro c’è un toy (che cambia in base alle varie alternative proposte). Io vi consiglio OVVIAMENTE, se siete FIMMINE, di optare per il modello rabbit, che secondo me il rabbit dovrebbe passarlo la mutua, com’è noto; esso dovrebbe essere posseduto per legge; dovrebbe essere regalato negli uffici come strenna natalizia. Insomma, avete capito. Vi ricordo solo che: “il rabbit arriva dove nulla di umano può”. Anche se devo segnalarvi pure l’esistenza del “Satisfyer PRO 2” che – come spiegato nella scheda – è un “succhiaclitoride” (quando l’ho letto, ho riso per 20 minuti; naturalmente nutro una smodata curiosità di provarlo).
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2. Un lubrificante, che può servire e può comunque tornare utile nella vita, lo sappiamo
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3. Una confezione di condom HEX della LELO, che per la prima volta rivoluzionano l’idea di condom e introducono una struttura a nido d’ape (non so se apprezzate la professionalità del mio tono); questi, anche se siete single, ce li abbiamo messi affinché siano di buon auspicio per i mesi a venire (ah-ah, quale fine umorismo, il mio)
4. Numero DUE tavolette di cioccolato funzionale biologico SABADì, la tavoletta SESSO e quella OTTIMISMO,  due ingredienti dei quali, come sapete, c’è sempre gran bisogno.
5. Una card di Deliveroo, l’app del food delivery di qualità, con un buono di dieci euro. Lo capite, non possiamo offrirvi tutta la cena, ma diamo il nostro contributo per non farvi mancare proprio nulla, e sticazzi del ristorante col menù fisso pieno di coppiette che stanno a tavola zitte perché non hanno più nulla da dirsi.
6. Last but not least, e questa per me è proprio la ciliegina sulla torta, il rum nel babà, la mozzarella filante nel panzerotto fritto: una gift card di NETFLIX poiché è ACCLARATO che da quando esiste Netflix tutti noi abbiamo meno bisogno di un uomo (o donna). Voglio dire, a cosa mi serve lo zito se sto guardando Suits?
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7. In aggiunta, per quelli che proprio non ne hanno mai abbastanza, si può anche comporre la propria box dei SCIOGNI e aggiungere qualche altro gadget. Chessò: volete le manette di pelle perché dopo aver guardato 50 Sfumature di Nero volete essere preparate all’incontro con il vostro persona James Dornan (che poi magari assomiglierà più a Denny De Vito, ma it’s ok)? Potete farlo, ecco.
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Insomma, amici e amiche single, io più di questo, più che suggerire di confezionare una scatola con dentro – messo tutto insieme – un po’ per gioco e un po’ per provocazione – cio che ci serve per superare indenni, e anche un po’ felici, la serata di San Valentino non potevo fare.
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Per completezza mi sembra giusto segnalarvi che Ohhh ha realizzato anche delle box per le COPPIE, di qualunque genere e orientamento (quindi non siate timidi, fate un giro, che c’è qualcosa per tutti, uomo-donna, donna-donna, uomo-uomo…)
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Che, voglio dire, se state insieme da 10 anni, forse di questa box c’avete più bisogno di noi single 🙂
Pace, amore e bene a voi tutti,
sempre vostra
v

[SessuOhhhlogismi 7] – La Politica del Punto G

Una delle battaglie culturali più rilevanti nella mia vita è quella che rivendica l’esistenza del Punto G.

Come ormai anche gli alberi sanno, il Punto G è il centro nevralgico del piacere femminile e intorno a esso è sempre stata fatta moltissima disinformazione e diseducazione. Mi spiego: non si capisce se questo nucleo della libido esista, non si capisce dove si collochi, non si capisce se tutte le donne ce l’abbiano o meno, non si capisce se la scienza lo riconosca oppure no. Praticamente il Punto G è considerato alla stregua degli extraterrestri, o delle scie chimiche, o dello Yeti. Lì, a cavallo tra il mito e la leggenda. La fantasiosa teoria. Il gomblotto. Se lo trovi è bene, se non lo trovi pazienza, del resto non è neppure detto che esista!

Le prime vittime di questo depistaggio sono le donne che, spesso, non hanno idea di essere equipaggiate di quest’area anatomica per un duplice ordine di ragioni.

In primis, molte di esse non si masturbano (sissignori, levatevi quell’espressione di sbigottimento dal volto e fidatevi, lì fuori è pieno di gentili donzelle che non si sono mai dilettate nella scoperta del proprio corpo) e molte di esse, qualora lo facciano, preferiscono concentrarsi sul piacere clitorideo, che per l’amor del cielo, ha senza dubbio i suoi benefit, non ultimo il fatto che il clitoride siamo per lo meno sicure d’avercelo, cioè è scritto e rappresentato sui libri (anche se, per certi uomini, pure trovare quello pare che sia un’impresa del National Geographic). E quindi, invece che sorbire la frustrazione di andare a casaccio lì dentro, dov’è tutto buio e umido e non v’è certezza, preferiscono la solida (per quanto delicata) ufficialità del clitoride.

In secondo luogo, esse non hanno mai avuto il raro privilegio di incontrare un uomo capace di far scoprir loro nuovi orizzonti di benessere, di condurle attraverso le gioie del piacere vaginale in quanto tale, cosa che richiede un certo grado di fiducia (perché comunque ti sto facendo giocare con la mia virtù e gradirei non passare la prossima settimana ad avere problemi a sedermi su qualunque superficie), spregiudicatezza e libertà (perché finché inconsciamente tendiamo a vergognarci del nostro piacere, non riusciremo a viverlo appieno).

Ora, partiamo dalle basi.

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  1. Il Punto G esiste. Fatevene tutti una ragione. Non potete trovarlo su Google Maps, non c’è una segnaletica orizzontale che vi ci conduca, nessun gps, spesso purtroppo anche se chiedete indicazioni ai passanti non sanno aiutarvi (laddove i passanti sono le donne che non ne hanno consapevolezza). Tuttavia, esso c’è.

2. Nel punto G dovete anche crederci. Uomini e donne. Crederci, cercarlo e trovarlo. Non è un fatto di fede, né una caccia al tesoro. È molto di più. Del resto, il fatto stesso che si parta dall’assunto che “forse non c’è” è fuorviante e sbagliato. Come può essere così importante e così incerto? Tutta questa propaganda per cui noi donne siamo “diverse”, noi donne siamo “complesse”, noi donne non possiamo provare piacere attraverso una pura stimolazione “meccanica” dei nostri organi, che se non siamo coinvolte emotivamente, niente, nada, nisba, non è del tutto vera e forse dovremmo iniziare ad affrancarci da questa lettura della sessualità secondo la quale l’orgasmo maschile è (quasi) garantito dalla natura, mentre quello femminile è un’epifania, un dono, un happening. Anche il nostro si può raggiungere, con (quasi) garanzia totale di successo. Il sentimento è un ingrediente preziosissimo, a volte sufficiente persino. Ma un po’ di preparazione tecnica non ha mai fatto male a nessuno. Del resto l’arte è sì estro, ispirazione, talento innato, ma è pure disciplina ed esercizio.

3. Il Punto G non è un pulsante, non è un grilletto, non è una manopola, una carrucola, una maniglia. È un’area interna alla vagina, ricca di terminazioni nervose, assai sensibile, nella sua parte alta, come spiegarvelo, insomma, la parete verso la pancia, non quella verso il culo (per quanto giocare con tutta la zona non guasti mai, ma qui adesso stiamo cercando di fare chiarezza su un’area specifica)

4. Può essere stimolato durante la penetrazione classica, certamente, ma se volete agire in maniera chirurgica e puntuale, scoprendo davvero le potenzialità di questo magico e misterioso Punto, dovete usare le mani, cioè le dita, al plurale, DUE, non una (che non abbiamo mica 16 anni) e neppure tre (che non ne abbiamo neppure 60 con 3 gravidanze alle spalle…per quanto poi, vabbé, regolatevi sempre in base alle circostanze, ci sono situazioni in cui pure il fisting è un’opzione contemplata).

5. Se ve la state sbrigando da sole, gherls, le dita non sono il modo più comodo di sperimentare le sublimi risorse del vostro corpo, non quando si parla di Punto G. Voglio dire, è più comodo usare un apposito strumento, curvato ad hoc per stimolare ciò che ha da essere stimolato (tipo questi, per capirci)

6. L’intensità, il ritmo, la frequenza, sono ingredienti che vanno sempre modulati sulla base dei responsi che il corpo ci da, ovviamente. Spesso però succede che il piacere sia così intenso – e le prime volte così sconosciuto – che tendiamo a sottrarci (come quando chiudiamo le gambette perché qualcuno sta facendo bene ciò che c’è da fare, ma in realtà è la nostra comunicazione non verbale che dice “Basta!” e intende “Continua così, così, esattamente così”).

7. Certo è che non si deve essere pigri. Quindi, cari uomini, mettetevi con la giusta dose di solerzia e fate gli Indiana G-iones: esplorate, tastate, giocate, nella consapevolezza che se trovate il Tempio Benedetto del piacere femminile, quella donna lì, vi ricorderà, vi apprezzerà, forse vi amerà persino, o comunque parlerà bene di voi alle sue amiche (e come sapete nulla è efficace come il Word of Mouth, cioè er passaparola). Se vi fa male il braccio, pazienza. Continuate. Continuate finché lei continua a emettere messaggi subliminali tipo “Sì. Sì. Oddio. Madonna. Oh mamma. Sì. Così. Oh, Padre Pio. Oh, Santa Madre Teresa di Calcutta. Ohhhhddddio. Oddio. Oddio. O-DD-DIO”. Ok? Vi fermate quando lei vi supplica tipo con “basta, ti prego”.

8. Abbandono. Ecco, il piacere vaginale, richiede e implica un abbandono radicale. Senza nulla togliere a quello clitorideo, è proprio un altro campo da gioco. Voglio dire, non è che ci contorciamo semplicemente come dei vermicelli, percorse da spasmetti femminili e accettabili, tremori di cosce, gridolini sommessi e sospiri affannatini; il piacere vaginale è profondo, totale, parte dal ventre e si tira appresso tutto il corpo, ci rivolta come calzini sudati e ci fa vedere l’Iddio onnipotente.

9. E noi donne, di questa forma di piacere e dei suoi effetti collaterali, non dobbiamo avere vergogna. Non dobbiamo averne dei nostri umori, dei nostri odori, delle reazioni del nostro corpo, delle facce che facciamo, di quanto paonazze possiamo diventare, dei versi che emettiamo (al limite ricordate, se riuscite, che esiste un vicinato, o dei coinquilini, insomma avete capito). Della vergogna proprio dobbiamo spogliarci, come ne sono spogli gli uomini quando espletano il proprio piacere e non è che si trattengano perché magari a noi quella loro mucillagine appiccicosa ci fa schifo. Ecco. Siate shameless. Siate femmine. Siate naturali. E, se un uomo rimane palesemente disturbato, o non vi fa sentire a vostro agio, forse non vale la pena di andarci ancora a letto, con quell’uomo lì. Forse è lui che non è all’altezza della vostra sessualità.

10. E qui veniamo all’ultimo punto. Il piacere vaginale, strettamente legato al Punto G, è potente. Proprio così: POTENTE. E non può essere ignorato per una vita, rimpiazzato da quello clitorideo (che è un eccellente antipasto, ma il piatto principale, quello che ti sazia davvero, è un’altra roba). Potente come sono potenti gli uomini quando esercitano a pieno regime la propria virilità. Potente e liberatorio.

È per questo che io insisto, su questa storia del Punto G.

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Perché quando il tuo corpo riesce a darti così tanto piacere, non puoi che volergli più bene. Non puoi che odiarlo di meno. Non puoi che imparare ad avere un rapporto più sano e maturo con la tua carne, con le tue imperfezioni ma anche con la tua profonda femminilità.

In secondo luogo, perché agli uomini piacciono le tette grosse, la vita sottile, il culo di marmo, le cosce toniche, i capelli folti e tutto quello che ve pare. Ma, agli uomini veri, nulla piace quanto una donna che conosca il proprio corpo e che sappia vivere in serenità e libertà il piacere. Prenderlo. Darlo. E condividerlo.

Io vi saluto e vi rimando alla prossima puntata di SessuOhhhlogismi (qui trovate le precedenti: la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la sesta)!

Vi segnalo, infine, che qualora voleste accattarvi un giocattolo che vi aiuti a sperimentare la magia del Punto G, potete usufruire del codice GcomeVagina e avere diritto al 15% di sconto fino al 31 ottobre!

BaGi e abbraGGi

[SessuOhhhlogismi 5] – Questione di Precocità

Mentre siete lì che vi fate ancora rosolare dagli ultimi scampoli di questa estate; mentre ve ne state incolonnati in autostrada nel traffico post-vacanziero, coi piedi sul cruscotto e la rustichella in bocca; mentre rientrate nelle vostre abitazioni e sistemate nel freezer il polpettone della mamma, pensando che proprio non volete tornare in ufficio, qui lo show must go on e noi siamo arrivati alla quinta puntata di SessuOhhhlogismi, l’empia rubrica nella quale trattiamo temi scottanti in compagnia di Ohhh.

E così, dopo aver amorevolmente discorso di limoni, preliminari, fellatio e cunnilingus, avevo in programma di parlarvi di altro ma, dopo aver incontrato una mia cara amica (recentemente mollatasi con lo storico zito), che a seguito di due gin tonic ha aperto i rubinetti delle confidenze del talamo nuziale, rievocando in me sopite memorie di frustrazioni passate, ho deciso di rivedere il calendario dei nostri argomenti e affrontare questo scomodissimo tema: l’eiaculazione precoce.

Dicesi eiaculazione precoce (EP, d’ora in avanti) una disfunzione sessuale maschile che colpisce mediamente 1 uomo su 3. Straordinariamente, tuttavia, solo 1 uomo su 100 pare essere consapevole del suddetto disturbo e solo 1 su 300 fa qualcosa per porvi rimedio.

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Gli altri prediligono la strategia dell’ignavia, assumendo che per noi donne non sia poi questo gran problema se i loro coiti durano meno dei loro starnuti e che, in fondo, non sia questo grande tema perché MAGARI per le donne il piacere sessuale non è così importante come per loro. Del resto l’esistenza delle zone erogene femminili è ancora assimilata al mito, l’orgasmo è incerto, apparentemente molteplice ma in qualche modo irraggiungibile, il punto G è una specie di Nessy sommerso nelle profondità della nostra femminea concavità…cosa sarà mai – nell’economia emotiva di una relazione – se l’uomo non riesce a condividere in maniera ragionevole (cioè, non stiamo parlando dei maratoneti del materasso capaci di fare “30 ore per la Fica”, bensì di una normale durata media di un rapporto) il piacere sessuale con la propria partner?

Un CASINO. Ecco cosa sarà mai. Conseguenze nefaste, saranno. Nell’emotività della donna, infatti, quando ha un partner-leprotto, si creano pericolosi meccanismi mentali, consequenziali, praticamente un percorso tortuoso di frustrazione, la cui destinazione ultima è la ricerca di emozioni altre, il risentimento, il rancore, l’insostenibile frigidità dell’essere.

Al momento dell’approccio, la donna si ritrova infatti a pensare cose come:

Uff, di nuovo, madonna non c’ho voglia. Eddai smettila di appoggiarti. Però boh, quasi, quasi…No ma tanto lo so già come finisce. Sì, ok, va bene, te la do. Spero tu ti sia fatto una sega nelle ultime 12 ore…vabbé che peggio dell’altra volta non può andare. Almeno però pensa agli attentati terroristici, all’imminente inizio del Grande Fratello Vip, al surriscaldamento globale, alle malattie incurabili. Ok, ok, dai, non male, ok. Dai, non malissimo, quasi bene, dai, bene. Mh. Bene. Bene, continua. Dai, crediamoci. Magari stavolt…No, no dai. Ti scongiuro non venire. Sì. Così. Bravo. Continua. No dai, cazzo fai?! Se gemo rallenti, interrompi, salti fuori come una biscia dalla tana. Dio mio, preferisci che sbadigli? Oh no. No. Conosco quella smorfia…Sì sì, lo so, sta per succedere. Eccallà. Non ci posso credere. È SUCCESSO DI NUOVO. This is the end, my only friend, the end. Ansima, ansima, che la mamma ha fatto gli gnocchi. STRONZO! 

E, per un lasso di tempo di variabile durata, immediatamente successivo, vi detestiamo. Semplicemente. Vi detestiamo a maggior ragione se commentate la performance. Se dite che è colpa dell’orario, dello stress, della posizione, dell’emozione, dell’andamento delle piazze finanziarie. Vi detestiamo se dite che siamo noi che vi eccitiamo troppo (manco avessimo 16 anni e potessimo ancora credere a simili minchiate), che siete passionali, che la prima volta è così (come se al secondo giro dovessimo assistere a un lungometraggio, e invece sempre un trailer ci tocca). Vi detestiamo anche se non dite nulla, se tacete, perché è come se deste per scontato che ormai così è e va bene che così sia. Ma, più di tutto, vi detestiamo se iniziate a dire che vi dispiace, mentre andate in bagno a lavarvi o vi girate dall’altra parte, perché the party is over, venuti voi, venuti tutti, e nel mentre dobbiamo presumibilmente anche consolarvi (e il nostro umore non è che sia molto migliore del vostro) o raccontarvi che va bene così, che non importa, che non è un problema.

Sfatiamo un mito: CERTO CHE è UN PROBLEMA. Ovviamente è un problema. Ma non è un problema se non hai una performance da pornodivo, perché neppure io sono Selene, per l’amor del cielo. Il problema è che hai un problema, che non possiamo chiamare “problema” perché se no diventa un “problema” ancora più grosso, e fingi di non averlo. Il problema è che per me donna è assai complesso dirtelo, che è un problema. Perché non voglio offenderti, non voglio ferirti, non voglio sembrare un’amazzone che rade al suolo la tua virilità. Ma tu sappi che EVIDENTEMENTE è un problema (ed è peggiore del mio grasso, o della mia cellulite, o del mio culo floscio). EVIDENTEMENTE è un problema se tu hai finito prima ancora che io abbia iniziato. E sì, sì, parlo a te. A te che sei convinto di durare 20 minuti e ne duri 1. A te che sei convinto ti capiti una volta ogni tanto e invece l’eccezione è quando riesci a durare più di uno spot su Youtube non skippato. A te che non hai mai pensato di fare una ricerca in internet per capire come mai non riesci proprio a dominare i tuoi spermi indifferenti e strafottenti. A te che non hai mai pensato di comprarti un preservativo ritardante o una di quelle pomatine apposite perché tu, vera icona del machismo contemporaneo, non ne abbisogni di certo. A te che non ti curi del fatto che la tua partner non venga, né prima, né durante, né dopo la tua performance da Benny Hill. A te che non ne parleresti mai con un andrologo o con un altro medico. A te che innalzi un muro attorno a questo tema, con la tua compagna, invece che affrontare con lei la situazione e tenere quanto più in salute la vostra sessualità, che dev’essere condivisa e non ridursi a un pretestuoso svuotamento delle tue gonadi.

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E allora, caro 33% della popolazione maschile, mettiamola così. Mettiamola che tu stai più attento alla qualità e alla durata delle tue prestazioni, senza chiamare in causa ansie e sbattimenti, perché lo fai per il benessere tuo e delle tue partner sessuali. Se il fenomeno inizia a diventare troppo frequente, continuativo, praticamente una costante della tua vita erotica, magari prendi qualche provvedimento sensato. Nel frattempo, se hai l’inclinazione a godere il flashforward, eccoti alcuni consigli che non può farti male seguire:

  1. I preliminari. Falli. Falli e falli bene. Il sesso è – vivadio – un’esperienza ampia e assortita. La penetrazione è un ingrediente (assai importante) ma non è l’unico. Distribuisci i pesi e i tempi, offri spazio a tutto ciò che viene prima e gioca d’astuzia. Insomma, falla venire prima, usando tutti i tuoi tool. E no, stai tranqui, se hai la tendenza a essere particolarmente sollecito, non è che senza preliminari duri quanto l’esalogia di Star Wars. Non cambierà molto, stai tranqui, quindi nel dubbio falli.

2. Quando dico “tool” non mi riferisco solo alle tue mani, e al tuo apparato orale (che EVIDENTEMENTE farai bene a chiamare in causa per sopperire a eventuali, successive celerità), quanto anche alla possibilità di introdurre nel menàge dei sex toys (un benamato dildo con cui tu possa giocare, insieme a lei, e scaldarla debitamente da prima, per esempio)

3. Fai caso alle posizioni e alle pratiche che ti accelerano di più. Da sopra, da sotto, davanti, da dietro, a testa in giù come un prosciutto. Vedi tu, ma facci caso. Così saprai cosa fare per allentare e cosa fare per andare dritto al punto.

4. Quando sei lì, al quid della sporca faccenda, fai ciò che devi e fallo senza esitazioni. Nel senso che prolungare la sessione in maniera incerta, titubante, esile, come se questo potesse migliorare radicalmente gli esiti, è persino peggio. E allora se devi durare 20 secondi, durali, ma almeno durali con convinzione. Anche perché non saranno quei 10 secondi in più di mestizia che svolteranno la situazione.

5. Falla venire. Se hai finito e lei non è riuscita a seguirti, rinsavisci, pulisciti, fai ciò che devi, e poi riprendila. Afferrala, senza esitazioni, e falla venire. Gioca ancora, fallo senza timore, senza chiedere il permesso e senza farle come fosse un favore (cit). E lo so, che dopo i fuochi d’artificio tu vorresti soltanto collassare in panciolle, sudato, e dormire, o ruttare, o giocare alla play, o quello che te pare. Ma hai una donna accanto, e sarà il caso che tu faccia l’uomo, giacché come forse saprai il sesso regola moltissimo gli equilibri nella coppia e le donne DOVETE FARLE VENIRE. O almeno ci dovete provare sinceramente, con zelo e buona volontà. Senza ossessione ma con sentimento. Non so se ci siamo capiti.

Detto tutto ciò, il sesso è un affare umano, fatto di incontro, condivisione, scoperta e – naturalmente – imperfezione, lo sappiamo bene, non fraintendeteci. Ma, se nel sesso viene meno l’idea irriducibile dell’altro, del suo piacere e del suo benessere; se poniamo fine al dialogo tra i corpi, al dibattito dei sensi, allo scambio, all’interazione fatta di carne e sudori, e umori e odori, se rinunciamo a quella complicità che dalle lenzuola si estende nella vita, ebbene priviamo di poesia ed efficacia quello che dovrebbe essere il principale collante di una coppia.
O di chiunque, a vario titolo, si impegni per un po’ ad amarsi.
Per quello che è. Per quelli che siamo.
Pensateci. 
Il sermone è finito. Qui è tutto, ci riaggiorniamo a settembre con la sesta puntata di SessuOhhhlogismi!

[SessuOhhhlogismi 1] – Le 10 Tipologie di Limone

[Gentilissimi, inauguriamo oggi SessuOhhhlogismi, una nuova rubrica nella quale parleremo di argomenti a vario titolo pruriginosi, senza timori e senza pudori, come siamo soliti fare. Per trasparenza vi informo del fatto che si tratta di una rubrica sponsorizzata. Il perché della sponsorship lo trovate sommariamente espresso qui, mentre il link a chi ci consente di fare questa proficue chiacchiere, lo trovate qui]

 
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Baciare è una cosa semplice, che non tutti sanno fare.

Il bacio, o come amiamo chiamarlo confidenzialmente “limone”,  è il biglietto da visita, il kick-off della vostra tresca, la stretta di mano al colloquio di lavoro. È la prima impressione che fate. Per carità, non è davvero la primissima, perché prima di infilarsi le rispettive lingue nelle reciproche cavità orali, ci sono altri input che riceviamo e che mandiamo. Prima del gusto e del tatto, ci sono altri sensi che esprimono il proprio voto (o il proprio veto), come la giuria di un talent, e dicono “per me è sì”, “per me è no”, “sei fuori”, “attacca”. Banalmente, la vista ci dice se quella persona ci piace esteticamente. Se ci piace la sua copertina. Se ci piace come ride, come si muove, com’è vestita. Poi c’è un altro giudice, apparentemente innocuo ma fondamentale, ed è l’olfatto. Come dire: la persona non deve puzzare, che sia per lo meno inodore, se profuma è meglio. Se profuma di borotalco o di Le Male di Jean Paul Gaultier fa ulteriore differenza. E al netto dei profumi artificiali da uomo che non deve chiedere mai, o da diva che si fa un bagno di bellezza nell’oro fuso, deve garbarci l’odore della sua pelle, quello dei suoi capelli e ci saranno altri odori che dovranno garbarci, ma su quello arriveremo più avanti.

Non meno importante, anche se ingiustamente trascurato, è l’udito. Perché se uno parla in falsetto, oppure urla, oppure si esprime per ultrasuoni che non si capisce una minchia di ciò che dice (a meno che non siate dei delfini), oppure se una ride come una gallina sgozzata, questo può influenzare la percezione che ne abbiamo. Così come, una bella voce, una bella dizione o un accento che ci sia particolarmente congeniale (tipo il romano, su di me), una risata piacevole e femminile, una tonalità maschia e profonda, possono sortire effetti inversi.

Tutto questo per dire che il limone non è il primo approccio sensoriale che abbiamo, ma è l’entry level del contatto erotico tra due corpi. Ed è per questo che ha una sua speciale importanza. Un buon limone, infatti, è una condizione necessaria (perché se non ci troviamo bene a limonare, come faremo a trovarci bene su tutto il resto, gioia mia?!), ma non sufficiente (state buoni, aspettate a stappare la bottiglia di Veuve Cliquot che tenevate in dispensa per le grandi occasioni; il mondo è pieno di gran limonatori, progettati per creare nel partner aspettative destinate a essere disattese).

Per carità, non intendiamo alimentare ansia da prestazione sui limoni (già vi vedo, che vi infilate un cucchiaio in bocca e ci date giù di lingua per prendere il giusto ritmo centrifugo), perché il punto non è questo. Limonare è bello, trasversale, democratico, universale, easy-going e, nel bacio come in tutto ciò che pertiene l’esperienza sessuale condivisa, non si tratta tanto di tecnica quanto della capacità di intercettare le velocità, i ritmi e i gusti dell’altro. Ciononostante, però, proviamo a distinguere le varie tipologie di Limone che, almeno una volta nella vita, è capitato a tutti noi di esperire:

1. Fido-Lemon –> Sono quei limoni a seguito dei quali, con immensa grazia, devi asciugarti i residui della sua saliva con la manica della maglia. O un telo da doccia. O un phon.  Quei limoni che se potessi geologalizzarti la bocca e fargli capire esattamente dov’è situata, lo faresti. Che no, ei, guarda che quello è il mento, aspetta, no, sono le narici. E intanto continua a sciropparti dagli zigomi alle clavicole come fosse un San Bernardo. Talvolta il Fido-Lemon può essere assimilabile a un peeling. Anche a uno scrub, se la lingua è rasposa.

2. Lecter-Lemon –> Sì, sono carini i morsetti, uuuh, quanto mi vuoi, ma se non mi stacchi il labbro come Mike Tyson strappava padiglioni auricolari, te ne sono grata. Sinceramente.

3. Trivella-Lemon –> Stiamo limonando, non ci stiamo facendo una tracheoscopia con la lingua, quindi, se puoi, non sentirti come Indiana Jones nel Tempio Maledetto, non c’è nulla che tu debba trovare in fondo al mio esofago, calmate n’attimo.

4. Bimby-Lemon –> È quello che ti sbatte con la lingua come manco un robot da cucina, una frusta elettrica, un minipimer. Praticamente uno che con la lingua potrebbe preparare anche l’impasto della ciambella, montare il bianco d’uovo per il tiramisù, cucinare e soffriggere. Fa tutto lui, con multivelocità e movimenti perfettamente ellittici che non cessano fino al momento in cui non lo disattivate staccandogli la spina.

5. Rino-Lemon –> Nulla contro i nasi importanti, per carità, conferiscono personalità al volto, ci mancherebbe. Solo che se guidi un suv non puoi comportarti come se avessi la smart. Per cui quando lambisci l’aria con il tuo aggraziato nasino francese o quando, nel climax del limone, decidi di cambiare inclinazione della tua testa, ti prego solo di sincerarti che questa manovra non mi renda orba.

6. Stinky-Lemon –> Eh. Questo è terribile e imponderabile. Non lo scopri finché la tua faccia non è a pochi centimetri dalla faccia dell’altro e, di solito, quando si è ormai giunti in quel pericolosissimo territorio, diventa estremamente complesso tirarsi indietro. Ormai sei in ballo e devi ballare. Anche se quello si è scolato una tanica di Tavernello prima dell’appuntamento. Anche se ha pasteggiato a base di 25 varietà diverse di cipollotti e aglio bianco polesano. Anche se ha fumato 30 sigarette (ci penso sempre, quando bacio un non-fumatore, che deve avere la sensazione di leccare un posacenere). Lo stinky-lemon è una specie di libidocida chimico. E, soprattutto, la benamata fiatella non guarda in faccia a nessuno e non fa favoritismi. Non riusciremmo a trovarla attraente (né alla lunga sostenibile) neanche in Ryan Gosling.

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7. Lazy-Lemon –> Sarebbe il fuoco che non s’accende, il fiore che non sboccia, lo starnuto che non arriva. Questo genere di limone un po’ svogliato (quello che fai con l’amico del tipo con cui la tua amica sta facendo il Cirque du Soleil nella stanza affianco) è caratterizzato da una moderata divaricazione labiale, un dispiego assai economico di quel prezioso muscolo meglio noto come lingua e da ripetute interruzioni, secondi di recupero consigliati dal lemon-trainer tra una serie e l’altra di baci. Un limone singhiozzante, che tipicamente non alimenta il desiderio di partire per la missione tra le lenzuola.

8. Party-Lemon –> Il limone festaiolo, quello che di solito viene dopo un numero superiore a ENNE cicchetti o cocktail, quello che di solito non gode del minimo senso della decenza ed è spesso privo della pur minima traccia di romanticismo. È un limone hic et nunc che non tiene conto del passato né del futuro. Purtroppo spesso non tiene conto nemmeno del presente. E cioè di chi stai limonando davvero. E come. In presenza di chi.

9. Pity-Lemon –> Anche noto come “limone per sfinimento“, di solito è quello che fai con qualcuno che ti è stato alle calcagna per tutta la sera per premiarne la tenacia, anche se sai che non ci sarà futuro (ma nemmeno nelle immediate ore successive); oppure con quello che è carinissimo sulla carta e tu vorresti tanto che ti piacesse, ma già sai che non ti piace, però fai una piccola prova del 9 per esserne proprio sicura. Il Pity-lemon si rifà, infatti, alla nobile etica di “un limone non si nega a nessuno” e spesso è il movente degli scheletri che conserviamo nell’armadio delle nostre conquiste.

10. Liuk –> È il limone quello BELLO. Quello de core, de panza, de tutto. Quello che ha gli ingredienti giusti al posto giusto, esattamente dove devono essere. Quello che si fa in due e ci si trova, e allora le labbra, e le lingue, e le salive, e i corpi, diventano un unicum di curiosità e desiderio, di grazia e sostanza, di poesia e carne. E lascia presagire orizzonti di piacere. E fa venire voglia di continuare, e continuare, e continuare come quando si aveva 15 anni e si era seduti sulle panchine della Villa Comunale, e niente avrebbe potuto fermarci. Fino a consumarsi. Fino ad arrivare alla parte più golosa: la stecca di liquirizia.

Detto ciò, chiudiamo con qualche utile consiglio:

  • portate sempre con voi delle mentine o dei chewing gum (io ci penso sempre, se sono con uno e quello si mette una mentina in bocca io mi aspetto di essere limonata entro e non oltre un quarto d’ora)
  • “ascoltate” il corpo dell’altro e il modo in cui l’altro vi bacia, va bene essere decisionisti, ma è importante sintonizzarsi sulla giusta lunghezza (non sto alludendo a ciò che pensate) d’onda
  • usate le mani, mentre vi baciate, non restate come dei trimoni: toccatevi le guance, toccatele il collo, passetegli una mano tra i capelli (se ne ha) e poi fatela scendere sul petto, e voi uomini abbracciateci, prendeci, cingetevi a noi, che non vuol dire necessariamente appoggiarci il pacco barzotto, ma vuol dire farci capire che di noi avete voglia. Voglia davvero.

E adesso prendete e limonatene tutti.

E approfittate che siamo anche in primavera.

[Se vi va di leggere le altre cose che ho scritto per Ohhh, le trovate qui!]

 

10 ragioni per regalare Sex Toys

Il Natale si avvicina e, con esso, si avvicina la psicosi dei regali di Natale.

L’anno scorso ho cercato di evangelizzare colleghe e amici sull’inutilità di questo folle sbattimento pre-festivo, comunicando che NON avrei fatto regali a nessuno, e che ovviamente non ne volevo. Roba che, in confronto, il Grinch è un eroe positivo e Mr. Scrooge è il nonno che tutti avremmo voluto avere.

Il risultato di questa mia policy è stato che ho ricevuto ugualmente i regali, non avevo nulla per ricambiare, mi sono sentita una merda e ho capito che, niente, il regalo di Natale s’ha da fare (per carità, ho parzialmente riedificato la mia immagine dopo le feste regalando a destra e a manca taralli e salumi pugliesi, santo capocollo di Martina Franca, appositamente importati in Lombardia), però insomma, lì per lì, non è stato fichissimo essere a mani vuote.

Che poi, sia chiaro, a me all’inizio piaceva pure fare i regali di Natale. Ho regalato: collane, bracciali, orecchini, creme, scrub, eco-saponette con le erbe cipolline del Mar Baltico, smalti, profumi, sciarpe, borse, magliette, candele, libri, film, cd, calze misto cachemire, pregiate conserve alimentari, tisane assurdamente costose, cover per cellulari, vini, cravatte, dopobarba, guanti con i quali funziona il touch screen dello smartphone, tazze, tazzine, ciotole, ricettari, agende, moleskine, pupazzetti, portachiavi, massaggi e smartbox. E sono fisiologicamente giunta a un punto della mia vita in cui non so più che minchia regalare.

Così sono addivenuta alla conclusione che forse dovrei regalare dei sex toys. Ci lavoro, li conosco, li provo, li testo. Ce n’è per qualsiasi gusto e di qualsiasi fascia di prezzo. Ce n’è da usare da sole, ce n’è da usare col partner, ce n’è da usare col trombamico. I sex toys sono come l’oro: puoi farne a meno ma se ce l’hai è meglio (capite che avere le riserve auree non guasta, offre sicurezza, solidità, serenità).

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E anche come tipologia di regalo, se ci pensate, non è male:

1.Un sex toy non è banale. È un regalo originale con cui è impossibile passare inosservati. E con buona probabilità non l’avete mai regalato (e lei non l’ha mai ricevuto). Quindi non vi replicate e avete una scarsa probabilità di regalarle un doppione.

2.Non ci sono le taglie, quindi non rischiate di sbagliare e la vostra amica non dovrà tornare in negozio con lo scontrino di cortesia a cambiare il regalo.

3.Se non le piace il colore, non è un problema, tanto non deve indossarlo pubblicamente (o comunque non si vede)

4.Se non si abbina al mobilio, non è un problema, tanto non è un soprammobile (anche se alcuni sono talmente di design che potrebbero esserlo)

5.Lo ordinate online e vi arriva a casa, o in ufficio (tanto i pacchi sono perfettamente anonimi). Ciò vi salverà dalla ressa nei negozi, dalla coda alle casse e dalla sensazione di contribuire biecamente al becero consumismo festivo

7.È rilassante come un massaggio alla Spa, ma si può riutilizzare infinite volte

8.Fa bene al corpo (perché, come amo dire “il rabbit arriva dove nulla di umano può arrivare“), fa bene allo spirito, distende i nervi, ringiovanisce la pelle, migliora l’esperienza sessuale e rinforza la consapevolezza del proprio piacere. Se i sex toys millantassero di combattere anche la ritenzione idrica, probabilmente li useremmo tutte.

9.Se è single, le regalerete un bel diversivo per quei momenti ultra-ormonali in cui una vorrebbe tantissimo che Michael Fassbender (ma anche il pakistano delle rose) bussasse alla porta e ciò non succede. Se è accoppiata, invece, le regalerete un po’ di pepe per ravvivare il talamo nuziale che, com’è sacrosanto e normale che sia, dopo un po’ tende a subire l’Effetto Law & Order: piacevole per carità, ma le puntate seguono tutte pedissequamente lo stesso format da almeno 10 stagioni.  Se è etero, va bene. Va bene anche se la vostra amica è lesbica. Va bene anche se è vostra cugina. Vostra zia. O vostra nonna. Anzi, loro apprezzeranno ancor di più.

10.Quando lo spacchetterà, se è una donna normalmente integrata nel proprio contesto storico e culturale, riderà. Riderà davvero. I suoi occhi luccicheranno di sorpresa, curiosità e anche un po’ di imbarazzo. E non vedrà l’ora di provarlo. E con il vostro semplice “pensiero di Natale” le avrete regalato un sacco di emozioni. E l’avrete resa bella, come solo le donne divertite sanno essere.

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Il vero punto, al massimo, è scegliere QUALE tra l’ampia offerta di sex toys. Dal dildo ai vibratori classici, che sono gli evergreen con cui comunque non sbagliate mai, a tutti i modelli del genere rabbit (che sono più costosi perché più sofisticati, quindi più importanti come regali), ai massaggiatori esterni, le sfere, i vibratori clitoridei, i plug per il B-side, i bullet (che non amo) e i vibratori che stimolano il punto G. Ora, sta a voi calibrare in base al grado di confidenza che avete (che comunque si presuppone essere medio-alto), e alle informazioni di cui disponete, quale scegliere.

Io ve ne segnalo 3 che secondo me possono essere perfetti, non troppo invasivi, piuttosto trasversali e che non creeranno eccessivo imbarazzo nel caso in cui venissero scartati in presenza di altre persone:

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Un massaggiatore esterno, impermeabile e ricaricabile, talmente bello e piacevole nelle linee e nei materiali, che pare di avere in mano un iPhone. Perfetto da usare da sole, ma anche in coppia, versatile e capace di donarci quel genere di placido benessere di cui abbiamo tutte in fondo bisogno.

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Lo dice il nome: è il sex toy più trasversale che ci sia. Perfetto per giocare da sole ma anche con il partner. Lei e lui. Lei e lei. Lui e lui. Avvertenze prima dell’uso: sappiate che se verrà messo in scena in presenza di un uomo, esso non resisterà alla tentazione di giocarci per qualche minuto come se fosse un manubrio, un bracciale, un fucile, eccetera. A me ha ricordato le collane della Breil, quelle che andavano di moda assai nei primi anni duemila, che erano tipo il tubo della doccia e si mettevano un po’ come si voleva.

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Questo è ideale per le colleghe stressate (ma anche come strenna natalizia nelle aziende ad alta predominanza vaginale): un mini-vibratore da borsa che – udite, udite – è anche una penna usb (e tramite la usb si ricarica). Insomma, il vero must have prima di tutte le riunioni importanti.

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Se a questo punto siete convintissime anche voi di regalare un sex toy per Natale, vi ricordo che acquistandoli dal sito Ohhh, devolverete il 10% di ciò che spendete alla LILA – Lega Italiana Lotta contro l’Aids.

Ma solo se usate questo link qui!

Mi raccomando e…buono shopping natalizio a tutte!

ps: vorrei dirvi che regalare sex toys può essere anche un modo per conquistare qualcuno, ma non ho esperienze positive in merito, giacché una volta regalai delle cremine stimolanti a uno che mi piaceva, e quello le usò da solo. O comunque non con me.

Pornarmony

Mi hanno proposto di scrivere un racconto erotico su commissione.

Ho accettato, inutile dirlo, con immenso entusiasmo.

La facevo facile, all’inizio, io che nella vita ho letto credo 10 libri in tutto, tra cui Porci con le Ali (che mi ha irreparabilmente segnato la crescita), L’Amante di Marguerite Duras, Le Età di Lulù. E poi Bukowski che ok non è erotico, ma è vitale, brutale, sfacciato. Palahniuk che è pornografico. E poi, diciamolo, almeno 2 o 3 Harmony nella mia vita li ho letti, dai, facciamo outing. Ma agli Harmony comunque preferivo quelli ancora più rifaldi, con il disegno di giunoniche donne bianche, avvinghiate ad avvenenti esemplari di maschio anglo-mediterraneo. Quelli che il titolo era scritto in oro, o argento, o fucsia metallizzato, leggermente bombato. Ecco, ero totalmente schiava del marketing: non volevo una copertina del tutto piatta, volevo pur vedere almeno un cazzo di disegno e volevo leggere un patinatissimo porno per casalinghe che aveva l’onestà di presentarsi sulla cover per quello che era. Ecco quelli ne avrò divorati addirittura 3-4. Forse 5. Insomma, da bambina queste cose ti segnano.

Ph. Sebastiano Pavia

Perché la verità è che c’è stato un periodo della mia infanzia in cui i miei genitori iniziarono per imperscrutabili ragioni a fare incetta di libracci usati, che non so dove trovassero a tipo 1.000 lire l’uno, per cui mio padre si drogava di gialli di pessima qualità, e mia madre di letteratura femminile spicciola. Io ho provato un po’ l’uno e un po’ l’altro, preferendo comunque la femminile spicciola perché almeno lì si trombava (a onore e merito dei miei, hanno comprato anche tutti i classici della letteratura del 900 di Repubblica e Corriere, ce li abbiamo tutti, stranieri e italiani, ma quelli non li ha letti nessuno – io solo Milan Kundera, quando volevo darmi un tono).

Poi a 12 anni iniziai a leggere Rimbaud (semplicemente perché ero innamorata di Leonardo Di Caprio, che lo interpretava nell’indimenticabile Poeti dall’Inferno)

Piccolo fotogramma per vostra memoria
Piccolo fotogramma per vostra memoria

…e nonostante non capissi un cazzo di ciò che leggevo fui motivata a dare vita a una logorroica produzione di presunte poesie, praticamente una diarrea dialettica, che compulsivamente scrivevo su questo preziosissimo diario, sulla cui copertina indovinate chi c’era? Leonardo Di Caprio.

Però leggere tutto Rimbaud era un dazio che dovevo pagare per le mie precedenti letture.

Alla fine, negli anni a seguire ho letto pochissimo pur avendo comprato e ricevuto tanti libri, troppi per la persona analfabeta che notoriamente sono. Molti non li inizio nemmeno. A volte ci provo. Quasi mai li finisco (praticamente il mio rapporto con i libri è simile al mio rapporto con gli uomini). Ma tra quei pochi che ho letto c’è qualche buona lettura, quindi non poteva che essere un gioco da ragazzi, scrivere un racconto erotico.

Invece no.

Manco per la minchia.

Sentivo incombere su di me l’alito nefasto di tutte quelle becere letture da donnetta repressa occidentale. Riflettevo sul fatto che il best seller di letteratura erotica, il caso editoriale più incredibile del fantauniverso è “50 Sfumature di Grigio“. Insomma, mi è presa molto male. Ed è stato difficile, cazzo.

Perché è difficile scrivere di amore, specie quando deve esserci dentro anche la carne, specie quando deve esserci dentro l’anima, perché l’erotismo è fatto di carne e anima.

E poi vuoi mettere la paranoia di pensare “Potrebbe leggerlo il mio capo“, oppure “Potrebbe leggerlo mio padre!!!“, oppure “Potrebbe leggerlo quel tipo carino che ho conosciuto al quale volevo sembrare una brava ragazza e non Courtney Love?

Ph. Sebastiano Pavia
Ph. Sebastiano Pavia

Ecco dopo questa esperienza penso che sia abbastanza difficile trovare il punto di equilibrio tra una donna e un'”autrice”, specialmente quando si scrive di eros.

Difficile tanto quanto trovare l’equilibrio tra l’artificio letterario e la nudità oscena della verità.

Ad ogni modo, il risultato finale è qui.