Quello che non c’è

(TASSO DI VAGINISMO DI QUESTO POST: 90%. ASTENERSI SE MUNITI DI PENE)

Ascolto gli Afterhours.

Mi sono svegliata alle 15 circa. Ho bevuto il caffé, fumato due sigarette e messo a fuoco il casino che c’è in casa e che devo sistemare entro sera. 

Ascoltare gli Afterhours in loop, sentirli, averne sensazione, ritrovare empatia con i testi e con le sonorità, è una tappa fissa dei miei momenti di crisi, di crescita, di catarsi. Certo, pensavo di essere diventata troppo vecchia per ascoltare gli Afterhours e rileggermi nei testi di Manuel Agnelli. Pensavo di non poter più subire il fascino vischioso di questi pezzi che ti colano dentro seguendo traiettorie già delineate, adattandosi con insospettabile perfezione a tutte le pieghe dei miei stati d’animo. Pensavo di apprezzarli ormai con una sorta di distanza, come quando ripensi al fidanzatino del liceo di cui eri pazza ma ormai è passato tanto di quel tempo. Anche perché, con tutto il rispetto, non posso pensarmi accomunata alle adolescenti infoiate che ai concerti saltellano e sculettano nemmeno avessero pippato mezzo etto di cocaina, sentendosi “piccole iene” sbagliate.

E scrivendo questa frase mi sento alquantro stronza e razzista perché, di fatto, io sono stata la più molesta e infoiata delle adolescenti, salvo che non ero nemmeno adolescente e che c’avevo 19/20 anni. Salvo che un’estate, il mio amico Have You Said Midi mi passò il cd (naturalmente masterizzato…perché erano romantici i tempi in cui si masterizzavano i cd) di Siam tre piccoli porcellin e, senza saperlo, mi condannò a una grave forma di dipendenza intellettuale per il biennio successivo.

Definitivamente folgorata sulla via di Damasco, ricevetti tutta la discografia (naturalmente masterizzata…perché erano romantici i tempi in cui si masterizzavano i cd) da una mia amica dell’università. E lì io non capii più nulla, voglio dire, quest’uomo così brutto e terribilmente attraente che cantava a me, nella mia stanzetta del mio studentato bolognese, di cuori sporchi e mani lavate, di voglia di rinascere o di non sapere come finire, di torti di ragioni di naturali processi di eliminazione, di baci che spogliano il cuore dagli incubi, di immoralità e banalità, di leccate di adrenalina, di patologici amori da estirpare via, di estati che colano tra le gambe.

Ne nacque un mostro socialmente discutibile che trascinò al suo primo concerto all’Estragon tutte le amiche, incluse quelle a cui degli Afterhours fregava una sega, e che ebbe l’audacia di presentarsi sotto il palco conciata con una minigonna jeans, degli stivali neri bassi e (qui arriva il pezzo forte) una canotta nera comprata da Tezenis in Via Indipendenza (che sarebbe via dell’indipendenza  ma tutti la chiamano via indipendenza) con su scritto con UNIPOSCA ARGENTATA:

“La chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è”.

A fine concerto molestai tutti i componenti della band affinché convincessero Manuel ad uscire perché avevo una vitale missiva da consegnargli. Ma niente Manuel e in preda allo sconforto la mollai a Giorgio Ciccarelli, chiedendogli di mollarla a sua volta a Manuel (che poi sarebbe Emanuele ma non fa fico abbastanza, Emanuele) nel backstage.

Quando, d’improvviso, il beniamonino si manifestò in tutta la sua anonima e sconcertante presenza, al cospetto di un’orda di piccole e inferocite fan (dove io ero probabilmente la più inferocita di tutte).

Manuel apparve come un’ambigua identità semi-divina ai miei occhi di ventenne lobotomizzata, firmò gli autografi e poi lo chiamai a me, lui s’avvicinò, mi sporsi in avanti e mi piace pensare che abbia apprezzato il mio decolté. Si avvicinò tantissimo perché dovevo dirgli una cosa e dovevo dirgliela nell’orecchio considerato che intanto, all’Estragon, come ogni volta dopo il concerto, era partita la Fujiko Night e dovevano esserci i Bloc Party, oppure gli Strokes, oppure i Raptures a tutto volume. Ecco lui si avvicinò e io gli dissi nell’orecchio: “Chiedi a Giorgio una cosa che gli ho dato per te” , lui rispose dritto nel mio padiglione auricolare, chiedendomi “Cos’è?” e me lo chiese esattamente come lo urla in Germi (Cos’è? Cos’è? Cos’è si riproduce è vivo in me, cos’è?). Io sentii un brivido percorrere le mie membra, ogni singolo grammo delle mie membra, che sono tanta robbba e – in preda a uno scompenso emotivo-ormonale – credo di avergli risposto qualcosa come “è un biglietto molto adolescenziale”.

Così mi giocai qualunque chance di essere portata al di là delle transenne e trascinata in giro per l’Italia come groupie della band e, nei concerti successivi, fatta eccezione per quello ad agosto 2006 a Ceglie Messapica, in cui io e una mia amica scegliemmo di lanciarci sotto il palco per uscire dietro le quinte, facendoci rincorrere dagli addetti alla security, ecco in tutti gli altri numerosi concerti io decisi di optare per una condotta più sobria e salubre. 

Ed oggi, oggi che pensavo di essere diventata troppo vecchia per ascoltare gli Afterhours, mi succede che accidentalmente mi venga in mente un verso di Quello che non c’è, che è in assoluto la mia preferita, e allora ci ricasco.

Ci ricasco perché, passano gli anni, e questa canzone continua a cantarmi. A parlare delle mie inquietudini e del mio modo d’essere. Della mia incapacità di accettare quello che non c’è. Della mia morbosa attenzione a quello che non c’è.

Passano gli anni e questa canzone continua a farmi sentire più forte. A farmi accettare il modo in cui sono. A farmi percepire che la complessità non deve essere sempre ignorata e che non è vero che la risposta è sempre “distraiti, non piangerti addosso perché ti piace essere dolcemente complicata”.

Perché questa canzone mi ricorda le volte in cui, nella mia vita, ero convinta d’aver toccato il fondo e di non sapermi rialzare. E mi ricorda anche che, tutte le volte, mi sono rialzata.

Più forte, più bella, più donna.

Ho questa foto di pura gioia

e di un bambino con la sua pistola

che spara dritto, davanti a sé, a quello che non c’è.

Ho perso il gusto, non ha sapore quest’alito di angelo che mi lecca il cuore,

ma credo di camminare dritto sull’acqua e su quello che non c’è.

Arriva l’alba o forse no, a volte ciò che sembra alba non è,

ma so che so camminare dritto sull’acqua e su quello che non c’è.

Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo, rivoglio le mie ali nere, il mio mantello

la chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è.

Perciò io maledico il modo in cui sono fatto,

il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco,

il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia quello che non c’è.

Curo le foglie, saranno forti, se riesco ad ignorare che gli alberi son morti

ma questo è camminare alto sull’acqua e su quello che non c’è.

Ed ecco arriva l’alba so che è qui per me, meravigliosa come a volte ciò che sembra non è

Fottendosi da sé, fottendomi da me, per quello che non c’è.

Per quello che non c’è.

per quello che non c’è.

per quello che non c’è.

24 thoughts on “Quello che non c’è

  1. ho appena finito di leggere il tuo blog. sei meravigliosa.
    sei l’amica single con cui non mi sono potuta ubriacare e lamentarmi quando ero single e infelice anche io…maledizione!
    e sono anche pugliese, ma non vivo a milano. 🙂
    continua così e tieni duro!
    ..in attesa del prossimo concerto degli afterhours(no, non sono ancora uscita dal tunnel, e si, sono ancora in preda a uno scompenso emotivo-ormonale ogni volta che li vedo in concerto)..

    1. ma, ma, ma…grazie! non ce l’ho nemmeno io un’amica single con cui ubriacarmi al momento. detto ciò mi eviterei cmq l’alcolismo domestico solitario, della serie “mbriacamose al pc con una tra quarti di birra moretti, dove c’è moretti, c’è casa…no quella era barilla”. Che dici?
      un abbraccio!
      V.

  2. Adoro gli Afterhours, l’ultimo concerto l’ho visto a settembre. E anche se rosico un bel po’ per non essere mai riuscita ad ascoltarli all’Estragon, finalmente a quasi 26 anni sono riuscita ad abbracciare Manuel, che m’ha offerto anche la torta che si stavano strafogando (ho rifiutato, mica potevo mangiare mentre tremavo come una cogliona adolescente davanti al mio idolo!)

    1. Ommamma, sono io che rosico! L’Agnelli ti offre una fetta della stessa torta che sta mangiando lui e tu rifiutare??? Sei pazza??

      Io l’ultima volta li ho visti al Milano JazzinFestival…ma mi è piaciuto da pazzi anche vederli a teatro smeraldo (Claudia Pandolfi a parte, of course). L’hai visto tu lo spettacolo?

      Cari saluti, socia!
      V.

  3. l’alcolismo domestico solitario in effetti non è il top.
    ma se hai dei coinquilini(di cui una spagnola)..dove c’è una peroni grande, c’è casa. ^__^
    Un abbraccio anche a te, F.

  4. Non puoi fare a meno che amarla questa ragazza scorpione. Amarla anche se lo sai che ti ucciderà. Se ascoltare gli afterhours da giovane cazzo è sbagliato o non normale che si fottano i tifosi che guardano 22 scimmioni inseguire il pallone. Che si fottano sul serio. Proprio come la rana trasporterò sul dorso lo scorpione per far si che attraversi il fiume. Se mi avvelenerà alla fine del tragitto pazienza. La traversata è stata bellissima…. Ma io muoio sano e Salvo e continuerò a cercare solo lei. Grazie V.

    1. Non puoi capire. Sta storia della rana e dello scorpione mi ha fatto saltare il cuore in gola.
      Me la raccontava tanto tempo fa una persona che oggi non c’è. Non è che me la raccontasse proprio. Mi raccontava che la raccontava per sedurre le vagine.
      Rileggerla, così, mi ha fatta sbarellare.

      E, del resto, si sa: lo scorpione non punge per cattiveria. Lo fa perché farlo è nella sua natura.

  5. purtroppo li ho scoperti troppo tardi, è difficile trovarli in concerto, anche se me li son persi l’anno scorso proprio a Milano-mannaggiamme. son due anni che il mio scompenso emotivo-ormonale non sembra volersi riequilibrare e li adoro. Proprio ieri notte, tornando a casa, ho vagato per le strade- le ho perfino allungate visto che la benzina ce la regalano- per cantarli a squarciagola, avvolta dal nero della notte e dalla luna che sbucava qua e là dietro i nuvoloni. come mi culla “ci sono molti modi”, non ci sono molte altre canzoni..

  6. L’ho fatta ascoltare al ragazzo che mi fa sentire esattamente così, come se stessi camminando sull’acqua e su “quello che non c’è”.. Non gli è piaciuta, non ha capito.
    O magari non vuole capire..E forse io non voglio che capisca

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