Lovely Moonchild

Una volta, un mio amico, che non era esattamente un mio amico quanto un amico del mio ex ex che io adoravo un sacco (l’amico, intendo), quando finì col mio ex ex, mi scrisse chiedendomi come stessi e mi disse che le storie finiscono necessariamente male, altrimenti non finirebbero affatto.

Dopo qualche anno mi chiedo se l’amico del mio ex ex avesse ragione. Probabilmente sì. Ma non glielo dirò mai, perché non sento più l’amico del mio ex ex, né il mio ex ex, in quanto il mio ex era un amico del mio ex ex e dell’amico del mio ex ex. 

Però ci ripenso. E mi rispondo che forse sì, forse le storie possono finire solo male.

Io e il mio ex ci siamo ri-salutati. Una volta ancora. E’ praticamente un mese che andiamo avanti di tira e molla, di “forse la cosa più giusta è allontanarsi”, “forse non ci dovremmo sentire proprio” e poi, puntualmente, l’embargo non supera le 48 ore e uno dei due cede e parte il messaggino, la telefonatina, la lite furibonda, le lacrime, le urla, la riappacificazione.

E poi, una volta ancora “Tu che fai? Tu cosa mi dimostri? Tu che stai lì stesa sul tuo divano ad aspettare che io risolva tutto e lotti contro ogni difficoltà e ci metta tutte le energie, che non ho, perché io le ho investite tutte, mentre tu,  invece, solo tu, nient’altro che tu, vagina, che cazzo hai fatto tu?”. Vabbè. E allora una incassa e porta a casa. 

Me ne sto zitta, stranamente, e ascolto, e penso, che forse devo soltanto essere più dolce, solo stargli vicina in questo brutto momento, rassicurarlo, fargli ricordare quanto è bello avermi nella sua vita, che so farlo ridere tanto, che so dargli consigli, che sono una tipa gagliarda da averci tra le scatole. Facendogli sentire che ho bisogno di lui, cioè non che ce l’abbia davvero, o forse sì, non lo so, ma che comunque voglio averlo. Fargli sentire che per me è importante e che mi manca fisicamente la sensazione di rimpicciolirmi tra le sue braccia, spogliandomi dell’armatura incazzosa con la quale affronto la quotidianità.

E allora mi ricordo quello che mi dice sempre la Vagina Maestra, che è la vagina che m’ha messa al mondo, che dice sempre che noi bisogna essere dolci coi “maschietti” (e non chiedetemi perché li chiami “maschietti”, probabilmente nella vana speranza di far leva su uno spirito materno di cui sono totalmente sprovvista, non lo so), che bisogna saperli prendere, che bisogna rassicurarli, che bisogna imparare a mettere i puntini sulle “i” senza urlare e una serie di altre saggità che non credo imparerò mai.

E allora io ci provo. Ci provo e, apparentemente, ci riesco. E lui mi dice che è bello che io stia ad ascoltarlo, che parliamo di lui (perché a quanto pare, si parlava sempre e solo di me, specificatamente del mio lavoro…che comunque è e resta molto più interessante del suo, ma capisco che parlare del proprio lavoro sia in ogni caso una scelta infelice).

E lui mi dice che mercoledì sarà a Milano per lavoro e si va a cena fuori, se mi va. E dal tono sembrerebbe che, un pochino, anche lui non veda l’ora di rivedermi. Dal tono sembrerebbe che siamo entrambi felici all’idea di stare un po’ insieme.

E io, a quel punto, giù di fantasie all’idea di ristringersi, di parlare dal vivo, di guardarsi, di sorridersi, di punzecchiarsi, di flirtare e di sedursi, come con un estraneo e meglio che con un estraneo, in un crescendo di desiderio che sarebbe culminato, come minimo, in un limone duro e in una di quelle erezioni in mezzo alla strada che “oddio, quanto sei stronza, smettila, mmhh, ngriff, ngriff, ti voglio”. Una frase sussurrata nell’orecchio con fare da asmatica, tanto per fargli sentire il mio respiro addosso, bacio sulla guancia, al bordo del collo, mani tra i capelli, mordicchiata di lobo, una piccola sconcezza detta tenendo le labbra ancora sulla sua pelle, tanto per fargli rimembrare come sono ed è fatta. Essenzialmente, non ha via di scampo.  

E non perché il mio ex sia il gemello monozigote di Rocco Siffredi, né perché io accusi la sindrome da “mutanda rovente“. Semplicemente mi sarebbe piaciuto essere liberi di ascoltarci, con l’udito e la pelle e il QUORE, ed eventualmente volerci.

Invece, il brillante uomo, dopo avermi detto “Tu mi manchi un sacco, per me sei speciale, io ti voglio un bene dell’anima, mi manchi proprio tanto per questo, questo e questo motivo ancora” (e io mi prendevo tutte queste parole perché si da il caso che il mio ex sia piuttosto parco di complimenti e quando capitano sono come la pioggia nel deserto, o come il sesso per Giuliano Ferrara), ecco dopo avermi detto questo, proprio mentre le mie autodifese si erano bellamente calate le braghe, ecco a quel punto lui aggiunge:

Guarda, io ti preparo, mercoledì dopo cena lo sai che ci dobbiamo separare no?”

E a quel punto io non so esattamente cosa mi abbia urtata profonderrimamente. Non lo so se sia stata la sensazione di essere un’idiota, di stare prendendomi per il culo, di aver messo in stand by tutta la mia esistenza nell’attesa che lui ammetta di volermi, mentre nel frattempo si atteggia a colui che distingue il bene dal male in un momento in cui non è nemmeno capace di capire come si chiama. E io, più idiota di lui, che sono qui, a fare la calza. Ad aspettare. Come una sotto-specie di Penelope del ventunesimo secolo, che invece di una tela tesse un blog, abdicando a tutto il resto.

E tutti i discorsi, tutte le nottate a svenarsi l’anima, tutti i problemi, tutte le difficoltà, tutte le incertezze, mi hanno stancata.

E l’unica cosa che vorrei in questo momento è ascoltare Moonchild dei King Crimson, fumare dell’ottima erba e perdermi. In pelli lontane. In sudori stranieri. 

Via. Da tutto. Da tutti.

6 pensieri su “Lovely Moonchild

  1. Ecco. Per di più non si fanno nomi, mi pare. Quindi addio. Sii indiscreta quanto vuoi!
    E poi: pelli lontane e sudori stranieri. Mi piace. Un sacco. Cioè, da un’altra prospettiva fa schifo, ma è un concetto da approfondire.

    ps: chiedo venia, sono ancora in hang over dal week end…

Parla con Vagina, Vagina risponde

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