Lividi Dentro

In questo periodo ho riflettuto molto sulla violenza e ho capito una cosa: a tutti piace condannarla, a nessuno piace ammettere di praticarla. Nessuno accetta di essere tacciato di atteggiamenti violenti, manipolatori, coercitivi, rabbiosi. Li chiamiamo con un altro nome, diciamo che sono “scleri“, diciamo che è lo “stress“, diciamo che abbiamo un temperamento sanguigno e passionale, che abbiamo un’indole forte e dominatrice, mapperò in fondo siamo persone tanto per bene e tanto sensibili. Ricorriamo a qualunque genere di alibi, pur di non ammettere che sì, a volte, assumiamo atteggiamenti violenti. Pianifichiamo arringhe difensive degne del miglior legal thriller anni novanta, chiamando in causa chiunque, dai nostri genitori a Babbo Natale, passando per quel piccolo trauma infantile che abbiamo vissuto alle scuole elementari, pur di non ammettere l’evidenza.

Da un lato c’è la suggestione che la violenza sia un fatto puramente fisico e che, di conseguenza, finché non ti trovi a massacrare di botte qualcuno, puoi stare sereno: tu non sei un violento/a. Dall’altro abbiamo bisogno di pensare che la violenza sia un problema circoscritto, un fatto brutto che riguarda le vite altrui, mai la nostra. Un morbo confinato nelle pagine di cronaca nera, nei programmi televisivi che ci raccontano le storie di altre persone, dandocele in pasto, per farci sentire migliori di quei mostri furiosi, di quelle bestie, di quegli abomini della natura e della società. Naturalmente, però, la faccenda è più complessa.

Se è vero che non tutti intratteniamo quotidiane lotte nel fango, o non tutti ci lanciamo i coltelli in casa, o non tutti ci appicchiamo il fuoco nel sonno, è vero pure che molti, moltissimi di noi, indulgono spesso nella violenza verbale senza avere cognizione reale di ciò che fanno (e quando dico questo penso ai litigi tra le mura domestiche, ai leoni da tastiera e alla loro incontenibile bile digitale che dilaga sui nostri smartphone, ai commenti rancorosi verso persone e categorie di persone, a tutte quelle volte che usiamo le parole per fare male, o per difenderci e offenderci). In altri termini: troviamo la violenza verbale sopportabile, accettabile, più o meno nell’ordine delle cose. Pensiamo che sia meno nociva, meno pericolosa, ci scendiamo a compromessi, diventa una parte del nostro ménage esistenziale, una cifra dei nostri rapporti interpersonali, diretti e mediati che siano. La consideriamo molto meno grave di quella fisica (e per carità, da un certo punto di vista lo è, perché urlare è meno grave di lanciare l’acido addosso a qualcuno, per esempio), non la definiamo neppure “violenza” perché “la violenza è un’altra cosa“.

Ed è proprio su questo che dissento. È esattamente questa l’idea anche respingo, che la violenza sia un’altra cosa. Quella verbale è già violenza, e abbiamo il dovere di riconoscerla e chiamarla col suo nome.

Come i più attenti lettori sanno, da qualche mese intrattengo una relazione sentimentale, amorosa e scessciuale con un uomo. Un compagno che amo, rispetto, stimo, eccetera. Un uomo illuminato, evoluto, progressista, intelligente, femminista che però, a volte, come dire…urla. Naturalmente, non mi ha mai torto un capello. Non mi ha mai causato un livido che dovessi nascondere (al netto di quelli normali da solerte attività sessuale dell’inizio di un amore). Non ha mai criticato il mio modo di vestire, non mi ha mai vietato di uscire con i miei amici (e ci mancherebbe altro), non mi ha mai sminuita, anzi. Un uomo per il quale io abbia minato i capisaldi della mia singletudine di cemento armato, non può che essere un uomo speciale. E, infatti, il soggetto in questione è speciale. Molto speciale. Però, a volte, sclera.

E quando sclera diventa impossibile parlarci. E alza la voce. Uuuhh quanto non sopporto quando gli partono i decibel, e la voce gli si fa acuta, tirata come una corda di violino, alta, come per imporsi goffamente, e brutalmente, su di me, su chi c’è. Non sempre la alza contro di me, direttamente, ma per me non fa tanta differenza. La violenza verbale c’è, la inalo, mi inquina. Tra parentesi: il ragazzo va già in analisi, me l’ha detto subito, al primo appuntamento, e ha guadagnato qualcosa come 1000 punti immediati ai miei occhi. Voglio dire: FINALMENTE qualcuno che SA di non essere a posto e ha già iniziato a lavorarci, senza che io debba fargli capire che no, non è perfetto. FINALMENTE qualcuno che è già in analisi e non devo mandarcelo io. In alto i nostri cuori. Rendiamo grazie all’onnipotente. Tuttavia, nonostante il lavoro, il tempo, i soldi e le energie dedicate alla causa psicanalitica, certe volte sclera (succede meno di prima, si riscontrano progressi, ma a volte succede e quando succede è una merda).

Dura poco, se non reagisco. Se tarpo i miei istinti belligeranti e lo lascio sfogare, se me ne vado in un’altra stanza e lo ignoro, se riesco per qualche minuto a far finta che non esista. Poi viene da solo, torna da me con gli occhi del gatto di Shrek e mi chiede scusa, con una voce da doppiatore di una brutta fiction generalista. Dura poco, a volte, persino quando reagisco. Se gli dico di non urlare, se riesco a essere lucida abbastanza da fargli capire che quando urla, più che convincermi o intimorirmi, mi suscita una specie di rabbia penosa. Quando urla lo disprezzo e mi pare un minus habens, un troglodita, un animale (con tutto il rispetto per gli animali). Lo disprezzo perché in quei momenti annienta l’uomo che ho scelto, e mi propina un surrogato grottesco e surreale di se stesso, una rozza imitazione che mi piacerebbe mostrare a tutti quelli che l’hanno conosciuto e mi hanno caldamente suggerito di comportami bene, di tenermelo stretto, che uno così quando mai lo ritrovo. Perché queste persone, che mi conoscono, sanno tutte che ho un carattere difficile, non è certo un mistero, mentre lui sembra così un “bravo ragazzo” (cito testualmente), e il fatto stesso che si avventuri ad avere una relazione con una come me (che, da qualunque punto di vista mi si consideri, sono ingombrante), lo rende praticamente un martire d’ufficio, gli conferisce la santità ad honorem.

E invece no. E invece manco per il cazzo. Quello a volte sclera, e sclera male. Certo, è una brava persona, certo io ho i miei difetti (tipo quell’acidità corrosiva che è il comune denominatore della mia esistenza, quella certa pesantezza dell’anima, quell’arroganza irriducibile che provo a contenere non sempre con successo). Certo è normale che si litighi; è normale che ci siano tensioni, che la coppia sia un micro-sistema emotivo in equilibrio dentro una società, una vita, un lavoro, una rete di relazioni terze. Insomma, capitano i periodi “difficili” (uso le virgolette perché il concetto di “difficoltà” della vita è assolutamente soggettivo, cioè c’è chi combatte con le malattie, chi con le bollette, chi con le guerre, chi con i divorzi, chi con le droghe, chi con i propri spettri, chi con la miseria di non possedere ancora un iPhoneX). Va bene, ci sta, sarebbe molto preoccupante se non ci fossero mai attriti, e del resto l’amore non è bello se non è litigarello, come recita un noto detto popolare. D’altra parte anche io avrò le mie assurdità. D’altra parte nessuno è perfetto e qualche difetto devi pure ammetterlo. Certo, ma allora il punto qual è?

Il punto è che la violenza, di qualunque genere, di qualunque entità, non deve essere ammessa, mai.

Il punto è che le parole percuotono, se vogliamo usarle con quell’intento, e lo fanno come le mani, le mazze, le cinghie. Lo fanno e lasciano segni, lividi interiori, ematomi nell’anima che ci mettono giorni, settimane, mesi, a volte anni per riassorbirsi. Dire che la violenza verbale non è violenza, è come dire che il sexting non è tradimento. Certo, scopare non è come inviarsi fotografie hot, ma se scopri che il tuo compagno si fa le seghe di nascosto coi video porno che gli invia una 22enne, non è che questo proprio incrementi l’amore, la fiducia e la stima nei suoi confronti (così come se lui scoprisse che ti fai i selfie genitali e li invii in giro, difficilmente ne resterebbe indifferente e difficilmente, come coppia, ne uscireste migliorati).

Il punto è che le percosse verbali sono diverse da quelle fisiche, ma sempre percosse restano. Anche se ci sono le attenuanti, le perizie, le arringhe, i fattori ambientali. In ogni caso, il processo si fa. È un processo alle intenzioni? Forse. E scusate, lasciamo stare il tradimento che ne parliamo un’altra volta, ma perché non proviamo a contestare la violenza fin nelle sue intenzioni, invece che limitarci a piangerne le conseguenze?

Per carità, non voglio suggerire che chiunque scleri possa arrivare a strangolare qualcuno, sia chiaro, che sarebbe come dire che tutti quelli che fumano le canne arrivano certamente a bucarsi, e sappiamo che questa è una minchiata propagandista. Ma il punto è che non serve arrivare all’overdose, per ammettere di avere una dipendenza. E non serve arrivare all’ergastolo, per ammettere di avere un problema con la gestione della rabbia, con il management della propria violenza, con se stessi.

Io, per esempio, quando ero violenta, non stavo granché bene con me stessa.

Quando urlavo come una pazzah-pazzah-su-una-terrazzah. Quando a forza di strozzarmi la gola nel pianto, mi venivano dei graffi dentro che poi bruciavano per giorni. Quando non riuscivo a governare a sufficienza le mie reazioni, o ad accettare un certo tipo di autorità. Quando ero incazzata, con me stessa e con gli altri, sempre, di fondo; quando la mia vita era basata su un risentimento standard nei confronti della società; quando continuavo a subappaltare a terzi la responsabilità delle mie frustrazioni; quando continuavo a pensare che risolvere me stessa fosse una missione a cui doveva adempiere qualcun altro, di certo non io, e che dovesse essere mio padre, oppure un fidanzato, oppure un datore di lavoro, oppure un’amica, oppure Tom Cruise, comunque qualcuno che non fossi io, perché io non ce l’avrei mai fatta, ecco, in quegli anni, a volte, mi capitava di essere violenta. Verbalmente. A volte solo con lo sguardo. Mai fisicamente.

Fisicamente, anzi, solo una volta, con un incauto ex (quello a cui si deve la paternità del blog) che aveva il malcostume di rispondermi. Di “tenermi testa”. Mi ero innamorata di lui anche per quello, perché “mi teneva testa”, perché all’inizio “tenersi testa” era un preliminare dialettico, non un incontro di wrestling verbale, un puro esercizio di odio sintattico. All’inizio era figo. All’inizio avevamo i numeri per essere felici, insieme. Ci siamo lasciati dicendoci: “…non ci siamo riusciti”, e non c’era rancore, in quel momento preciso. C’era una semplice, e molto amara, consapevolezza; c’era la resa definitiva di fronte al fallimento. E pensare che le premesse erano tanto buone. E pensare che gli ho menato le mani. Io, a lui.

Il peggio è che non ricordo neppure per cosa. Gli alzai le mani per una stronzata che neppure rammento. Perché stavamo litigando, perché quando litigavamo era un’escalation di cattiveria, di microvendette e di recriminazioni. Eravamo diventati bravissimi a litigare, era un corto-circuito di sadismo e masochismo, era la cosa che ci veniva meglio, molto meglio di scopare, ma esattamente come succede a letto, sapevamo benissimo quali tasti toccare per far scoppiare l’altro. E io sono scoppiata al punto da menargli un ceffone in piena faccia. E poi ho provato a menargliene un altro, e quello ha parato il colpo, sollevando l’avambraccio per proteggersi. Io l’ho preso sull’osso, fortissimo, così forte che mi è venuto un livido nel palmo della mano che mi è durato due settimane. Non ricordo perché l’ho fatto, ma ne ricordo tutti i dettagli, e la vergogna che ho provato, e lo schifo che devo avergli fatto, e lo schifo che facevamo insieme, e l’imbarazzo che ancora oggi, quasi dieci anni dopo, mi causa ripensarci. E ogni volta che ci ripenso, ringrazio che lui non abbia reagito. Che lui sia stato l’uomo che è stato.

Ecco, io e lui eravamo due persone che si erano conosciute, si erano piaciute, si erano desiderate, si erano scelte, si erano amate e si erano stancate. E si erano ritrovate a praticare occasionalmente la violenza verbale, che all’inizio era pure in qualche perverso modo appagante, finché la violenza non s’era lentamente insinuata e incarognita nella nostra quotidianità, s’era normalizzata minando tutto il bello che c’era. E ce n’era, eccome. Del resto, ci eravamo scelti per come parlavamo, non per come urlavamo; ci eravamo scelti per come ridevamo insieme, non per come ci facevamo piangere; ci eravamo scelti perché eravamo innamorati, non per odiarci. Io e lui ci eravamo scelti in nome di una bellezza che c’era e che non avevamo saputo difendere dai malcostumi e dagli irrisolti, sciupandola in discussioni inutili, depauperandola in proclami violenti, svendendola al primo offerente perché, nel frattempo, quella bellezza svilita era diventata solo un peso. Un attimo prima di non esistere più, e di non lasciare traccia.

Ecco, proprio perché ci sono passata, proprio perché è una materia che conosco, che ho elaborato e addomesticato (forse), temo la violenza a ragion veduta. Perché mi spaventa, in ogni sua forma; non tanto perché è politicamente corretto essere concettualmente contrari alla violenza, e neppure perché oggettivamente io tema di essere buttata giù dal quarto piano dal mio compagno (che comunque non è un culturista), ma perché la violenza è solo merda. Di qualunque genere, in qualunque formula. Verbale, emotiva, fisica, politica, militare, culturale, pubblica e privata. Fa schifo sempre, fa schifo comunque, che esca da me, o da lui, da noi o da loro, che sia in uno stadio, a una manifestazione, o tra il salotto e la camera da letto. Che sia sporadica, o abituale, la violenza è merda.

Merda, che genera altra merda.

Merda che puzza, che sporca, che infetta.

Merda, punto.

Chiudo con una nota: è faticoso scrivere questo post, perché racconto cose di me e della mia vita che non mi piacciono. Ma lo scrivo perché penso sia giusto farlo, perché questo blog esiste per questa ragione: perché penso che non ci siano argomenti impossibili da trattare. Perché è successo spesso, da queste parti, che qualcosa che capitava a me, capitava nello stesso momento, prima o dopo, ad altre persone, e che quelle persone avessero, come me, bisogno di trovare degli spunti, di partecipare a una conversazione sul tema. Per questa ragione, senza fare inutili allarmismi e terrorismi, senza intasarci di slogan a buon mercato e riduzioni semplicistiche, io ne parlo: per incontrare opinioni, punti di vista ed esperienze. E fare ciò che ho sempre fatto: parlarne così che mi faccia meno paura.

Perché le paure, gli stigmi, i pregiudizi, gli stereotipi, io provo a debellarli così.

Non sempre si rivela sufficiente, ma ogni volta si scopre necessario.

69 pensieri su “Lividi Dentro

  1. La violenza a volte nasce perchè l’altra persona è “solo” uno specchio dei nostri difetti, che non ammettiamo e non vogliamo affrontare. D’altra parte vorrebbe dire di averceli quei difetti, e abbracciarli per poterli poi lasciare andare… e mettersi in discussione incrina tutte le nostre costruzioni di personalità e anni di routine. Ma è anche l’unico modo per non sfociare nella violenza: vedere ciò che ci urta, capire che siamo noi e imparare da questo… ma ci educano a batterli i difetti invece che accettarli… bell’articolo, grazie Vagi 🙂

    1. ci insegnano benissimo a essere quanto più infelici possibile, non c’è dubbio su questo…
      grazie a te, l’idea di abbracciare i propri difetti per farci pace e lasciarli andare è fondamentale. per piacere evangelizza con i tuoi colleghi di genere 🙂

  2. Quando scrivi questi post a me viene il nodo in gola perché scavano dentro e riaprono buchi mai completamente tappati.
    Lo scatto d’ira che fa urlare una frase senza rifletterci è l’evidenza del pensiero nudo e crudo di chi l’ha detta, e una di quelle frasi è stato ciò che mi ha fatto decidere di mollare dopo tanto tempo e dopo tanto rifletterci. Il colpo ricevuto è stato talmente mirato da farmi capire in un attimo che non c’erano più margini di recupero, e talmente forte da lasciare un segno indelebile.
    Quando l’autostima non è il tuo forte, si fa presto a pensare che le cose buone si dicono per gentilezza e quella cattive perché sono vere, e quando la convinzione ha il tempo e il terreno per piantartisi dentro, non la sradichi più.
    E niente, qui ci starebbe un abbraccio.

    1. Verissimo. Verissimo anche il discorso dell’autostima, del modo in cui le parole cattive sanno attecchire più di quelle buone, e le critiche sanno scavarci più degli attestati di affetto. Il fatto è che il potere delle parole viene sottovalutato, troppo spesso (e qui penso al sempreverde nanni moretti in palombella rossa, anche se non intendo in quel senso)…
      Nel frattempo comunque, mentre annuisco di fronte al tuo commento, t’abbraccio ❤

      1. E’ ovvio che quando lo utilizzo io voglia colpire la persona destinataria del mio sarcasmo, ed in questo sta la violenza.
        Il problema è che in 9 casi su 10 il destinatario non è in grado di comprendere il sarcasmo…

    1. io mi sono iscritta a un corso per la gestione del sarcasmo.
      scherzo. ma conosco il problema e, pur essendo una grande estimatrice del sarcasmo – quando lo uso io – so che nelle discussioni a due non serve. quindi sì, non usarlo, non nella coppia 🙂

  3. Uhhh….le terribili frasi ….scappate? le ricordo tutte…una x una… dall’età della ragione a quella mezza di oggi…dai parenti stretti agli amanti… coltellate… ogni volta. Ne avrò restituite? Credo di si ma uno dei miei pochi pregi è rimanere sul pezzo..mai gratuite …mai fuori tema…Forse quello mi ha sempre fatto male più di tutto….l appiglio strumentale e non circoscritto .

    1. Restituire i colpi è normale, a volte è pura sopravvivenza. Ammetto di essermi concessa spesso in gioventù il lusso di rilanciare, il ché ha contribuito sempre a far degenerare gli scleri. Ho imparato a non farlo e, quando rispondo, come te, provo a stare sul tema, perché in fondo penso che discutere debba servire innanzitutto a chiarirsi, non a peggiorare le cose.

  4. Se il mio compagno mi urlasse contro non lo sopporterei. Perfortuna non lo fa. Al massimo ci scambiamo frecciatine che comunque feriscono, che denotano il malessere e la rabbia, stizziscono,ma non sovrastano come le urla. Ho sentito troppe urla nella mia vita e non tollererei questo modo di litigare. Anche se si dovrebbe aprire un capitolo a parte per il silenzio. Quanto può far male il silenzio!

    1. Lei ha voglia di far polemica. Io ho parlato solo per il mio caso e non quello degli altri. E va sottinteso che neanche io mi permetto di urlare contro a lui semplicemente x rispetto. Si può avere torto o ragione e comunque discuterne con rispetto senza alzare la voce. Ma evidentemente lei questo concetto non lo conosce.

    2. Il silenzio è un’arma speculare e contundente come le urla, secondo me. Non riesco a capire come moltissimi rapporti si fondino sull’assenza di comunicazione e di dialogo civile. Fatto sta che anche io, ad oggi, non sopporto le urla, a maggior ragione perché le ho praticate.

  5. Ciao Vagy, penso che sbroccare ogni tanto, senza trascendere in altro, come talvolta accade al tuo lui, sia normale. In una discussione accesa il tono di voce può alzarsi molto, dipende dal carattere e anche da come uno è stato abituato in famiglia. Ci sono famiglie in cui urlano tutti per farsi sentire…non é che il massimo ma purtroppo è così. Trovo decisamente più preoccupanti le persone che non perdono mai la calma..sono proprio i soggetti in apparenza più tranquilli che spesso poi fanno le stragi, come vaa stessa criminologia insegna. Se non ricordo male anche Gesù una volta si è incazzato e anche di brutto davanti ai mercanti del tempio urlando ai quattro venti, e se l’ha fatto lui… 😄
    Detto questo condivido ogni riga di quello che hai scritto sulla violenza ponendo l’accento sulla sottovalutazione della violenza psicologica….perche i lividi delle botte prima o poi spariscono mentre quelli dell’anima ce li portiamo avanti e per anni…e sanguinano sempre.
    Un abbraccio

    1. Ciao cara,
      sì, lo so, è normale sclerare di tanto in tanto e di certo le persone che non sbroccano mai hanno altri margini inquietanti, non c’è dubbio. È vero che esistono famiglie nelle quali tutti urlano ed è vero pure che a volte gli urlatori vengono fuori da famiglie tranquillissime (io ho urlato un casino in passato, ma nessuno ha mai praticato l’urlo libero nella casa in cui sono cresciuta). In linea di massima, dico solo che è fondamentale stare attenti alle cattive abitudini che si instaurano nei rapporti molto stretti, e che non bisogna pensare che le parole facciano meno male, non lascino segni, non siano violente come le percosse, a volte. E lo dico con la certezza di aver procurato numerosi lividi interiori in giro, oltre ad averli ricevuti 🙂
      Un abbraccio a te!

      1. Concordo cara…in un rapporto le cattive abitudini vanno stroncate subito perché non diventino poi la normalità…. sicuramente da come lo descrivi il tuo lui é un un uomo intelligente e troverete sicuramente una via per comunicare meglio 😊😘

  6. Tutti molto vero.

    Io riuscivo a farmi prendere a schiaffi: irritavo l’altro (all’epoca ragazzino) al punto di fargli perdere il controllo.
    So farlo ancora, ma non mi va più.
    La tortura psicologica è la mia specialità, insieme alla dialettica.

    Infatti, a differenza del tuo caso, sono io quella in analisi della coppia.
    (Anche se non espressamente per questa ragione: ho smesso da mó)

    1. uh me lo ricordo com’era, esasperare il povero malcapitato. portarlo allo sfinimento. per fortuna però, nessuno mi ha mai alzato le mani. e anch’io ho lavorato per perdere la disdicevole abitudine di far sbroccare il prossimo (come sai la mia esperienza con l’analisi è stata molto più breve, ma scrivere aiuta, per quanto non sia assolutamente la stessa cosa)…un giorno dovremo approfondire i metodi di tortura che usavamo, così, per fare un ripasso generale 🙂

  7. Mi preoccuperei di più se uno non si arrabbiasse mai. Durante una litigata si finisce, il più delle volte a dire, cose che nn pensiamo. La violenza psicologica prevede un comportamento lesivo sminuente reiterato e quotidiano. È il tuo caso? Un conto è avere un carattere fumantino che ogni tanto esplode, che può essere tenuto sotto controllo con l’aiuto di un esperto, un conto sono attacchi verbali e insulti abituali. Poi bisogna anche vedere, caso per caso, cosa ha scatenato un certo tipo di sfogo, molte donne, e lo dico da donna, sono esasperanti su ogni piccola cosa.

    1. Penso che in ogni cosa ci voglia obbiettività, se gli attacchi verbali sono ripetuti e alzano il tiro ovvio che c’è un problema, se capita di litigare una volta ogni tanto è semplicemente una litigata. Sarebbe meglio discutete con calma ma delle volte la pazienza scappa e si finisce per alzare la voce… poi sta a noi.. come diceva mia nonna: chi ha più sale in zucca, lo usi. Mio marito è fumantino, io non lo assecondo e finisce nel giro di poco.. il tempo di sfogare magari un po’ di incazzatura accumulata per altro.

    2. No, chiaramente non è il mio caso, quello della violenza psicologica perché, come giustamente osservi, si tratta di un atteggiamento diverso: lento, quotidiano, reiterato fino allo sfinimento. Parlo di violenza verbale, perché credo esista e credo sia un’altra cosa ancora rispetto alla violenza psicologica, che è a sua volta diversa dalla violenza fisica.
      Sono convinta come te che non ci sia nulla di patologico in episodi sporadici, ma non va bene lo stesso. Quanto alla mia personale capacità di esasperazione, sono ben cosciente del suo virulento potere e lavoro più o meno sempre per tenerla a bada. Dunque credo si tratti solo di educazione, buone maniere, gestione della parte più cupa di sé (ognuno ha la propria, e non sono tutte necessariamente identiche…la mia parte cupa è più depressa che aggressiva, per esempio)
      Insomma, siamo umani e imperfetti, vero. Ma è bene ricordarsi sempre che dall’altra parte c’è una persona che merita rispetto, sempre. Non so se mi sono spiegata…

      1. assolutamente sì, però capita a tutti di perdere le staffe, io prenderei anche le cose che escono durante le litigate con le pinze. Quando si è arrabbiati spesso si fanno e si dicono cose che normalmente non si farebbero o direbbero. Se avessi messo tutti i puntini sulle ‘i’ ogni volta che io e mio marito abbiamo litigato, sarei separata da un pezzo. Mia nonna diceva sempre: chi ha più sale in zucca, lo usi. Quando sclera, tu fai finta di niente, anzi dagli ragione… dopo un pó smette, te lo assicuro. 😉

  8. Io sto ancora male per quell’unica volta in sette anni che ho usato ‘violenza’ sul mio fidanzato. Se chiudo gli occhi riesco ancora a vedere il suo sguardo incredulo e a sentire il suo ”oh, ma che caxxo fai?”.

    Eravamo in road trip asiatico da 2 mesi, mi ero accorta che aveva dimenticato il caricabatterie in hotel, faceva caldo, ero esausta e gli ho stretto forte la coscia in un impeto di rabbia, trattenendo le urla. Se ci penso oggi, mi vergogno di me stessa, quasi mi giustifico dato lo stress che un viaggio del genere ha potuto portare. Rabbia, per un fottuto caricabatterie. Assurdo.

    1. Grazie del tuo commento e della tua testimonianza. È esattamente quello che voglio dire: questi episodi possono succedere, da un lato e dall’altro (sebbene siano più frequentemente di matrice maschile, noi donne siamo specializzate in altre forme di violenza). Detto ciò: io credo avrei fatto pure di peggio dopo 2 mesi di road trip in Asia. Onestamente. Ego te absolvo, sebbene comprenda la tua vergogna 🙂
      Un abbraccio.

  9. Carissima,
    ho letto con piacere anche questo tuo ultimo post. L’ho trovato tremendamente sul pezzo, anche in relazione a miei recenti esperienze che mi hanno abbastanza sensibilizzato sul tema.
    Condivido la tua posizione, a tal punto che io la violenza verbale proprio non l’accetto, nemmeno nell’amicizia. E per questo a volte mi sento in colpa, perché mi è capitato di chiudere il rapporto con un paio di amici ed un terzo è a rischio. Ma proprio non riesco a tollerarla.
    Hai qualche consiglio da dare, a te che capita di doverla sopportare ogni tanto tra le mura domestiche? Secondo te il compromesso deve essere supportato solo dalla solidità del rapporto o bisogna chiamare in causa altre risorse?
    Sempre grazie.
    Baci

    1. Ciao Giovanni,
      secondo me una coppia deve parlare e spiegarsi. Chiarire cosa si considera ammissibile e cosa no. E poi regolarsi di conseguenza. Se ammettiamo l’idea che alzare la voce sia una cattiva abitudine, sappiamo che non sempre riusciamo con la sola forza della volontà (che in certi periodi è di per sé debole) a risolvere i problemi. Nel qual caso credo che non ci sia nulla di male a chiedere aiuto. La psicanalisi, per esempio, secondo me dovrebbero farla tutti (ndr: io non la faccio) ed esistono sicuramente professionisti che possano guidare nella risoluzione di problemi apparentemente banali (pensa ai nutrizionisti che ti seguono nell’alimentazione, suggerendoti norme che in fondo conoscevi già, ma aiutandoti a raggiungere il tuo obiettivo).
      Non so se mi sono spiegata, ma questo è quanto 🙂

  10. la violenza è sempre da evitare. Non sempre ci si riesce, perché non sempre riusciamo a dominare i nostri impulsi.
    Bello è quello che scrivi, parlando di te e della violenza verbale che non è meno pericolosa di quella fisica, perché ferisce l’anima e la ferita rischia di non rimarginare più.

    1. Penso che parlare di questi argomenti sia uno dei modi per ridurne lo stigma, per normalizzarli e renderli più accettabili, dunque risolvibili. La negazione è la migliore ricetta per peggiorare le cose, di solito.

  11. Esistono vari stadi di violenza, quella sporadica, quella abituale ma inconscia, diciamo così, quella reiterata con intenzione ecc. C’è la violenza fisica, quella verbale e quella psicologica. E come dice Stella possiamo trovare tutte le attenuanti del mondo, e sappiamo che non si possono paragonare un occhio nero e un “sei un* stronz*”, però sempre di violenza si tratta.
    E appartiene a tutti, belli e brutti. Anche coloro che si sentono assolti da questa pena, sappiano che in fondo in fondo al loro essere c’è una parte incazzata nera pronto ad esplodere. Ormai è assodato, ce lo dicono gli psicologi, quelli che frequentiamo e quelli che scrivono in giro, ce lo dice persino la religione, senza scomodare quella orientale, possiamo ripassare quella che ci siamo sorbiti a catechismo.
    Io non ne ho avuto coscienza razionale se non negli ultimi anni putroppo, avrei potuto salvare il salvabile. Cresciuta in una famiglia di urlatori e menatori non potevo far altro che ripetere il copione. Fin da piccola non mi sono fatta mancare niente in quanto a violenza. E se la legge del Karma esiste, tanto in effetti mi è tornato indietro.
    Ho avuto una lunga relazione dove quella che strattonava, urlava e si alterava ero io. Un po’ per abitudine e un po’ per provocazione visto che dall’altra parte spesso regnava il silenzio. Adesso so di essere stata una persona insopportabile e che troppe volte ha usato violenza, ma so anche che il silenzio può essere altrettanto crudele e mortale.
    Di sicuro far pace con la propria parte arrabbiata è il lavoro di una vita, accettarla ed evitare di farle prendere il sopravvento.
    Ma se questo approccio può essere praticato nelle relazioni affettive, mi risulta molto più difficile farlo sul posto di lavoro dove la violenza verbale e psicologica ha toccato vette inimmaginabili di follia. Come si può subire per la maggior parte del tuo tempo di veglia, senza reagire, senza partecipare al massacro? Perchè la merda porta altra merda, è matematico e tu non vuoi farne parte, ma così facendo accumuli frustrazione. Quindi? La cosa che più mi fa rabbrividire è che sono quasi sicura che se questi colleghi fossero messi di fronte all’evidenza, continuerebbero a tirarsene fuori. Li senti lamentarsi di tutti e mai nessuno che per primo inizi a cambiare registro. Anzi coloro che tentano di sottrarsi vengono presi ancora più di mira. Che tristezza il genere umano. Spero di essere solo capitata nel posto sbagliato, ditemi che è così.

    1. io a lavoro a volte devo usare per forza la violenza verbale (tipo urlare insultare ecc..) perchè lavoro in un contesto maschilista, dove devi sempre dimostrare di essere “tosta” per essere apprezzata e poi a furia di lavorare con gli uomini assumi anche alcuni dei loro atteggiamenti tipici..

      1. Non so cosa intendi tu per contesto maschilista ma io faccio un lavoro “maschile” da quasi trent’anni divisi in due aziende diverse, e a tutt’oggi nel mio ufficio siamo io e sette uomini. E’ capitato di discutere tante volte, ma non c’è mai stato bisogno di alzare la voce per dimostrare di essere una tosta. Mi è bastato lavorare con professionalità e all’occorrenza spiegare le mie ragioni con fermezza, ed è proprio la calma nei momenti di agitazione generale che apprezzano di più in me. Poi è anche vero che stando insieme una decina di ore al giorno l’essere una donna passa in secondo piano, non fanno più caso alle battute goliardiche al limite del volgare e agli apprezzamenti sulle parti anatomiche delle colleghe degli altri uffici, ma gli voglio un gran bene anche per questo.

      2. che lavoro fai? cmq ho sempre invidiato (nel senso buono) quelle persone che riescono a mantenere sempre la calma io non ci riesco.. forse con gli anni e l’ esperienza può darsi che imparerò anche io 🙂

      3. Lavoro tecnico, sono una sistemista informatica. Del genere vecchio stampo che non si formalizza se oltre al normale lavoro da ufficio c’è da sporcarsi le mani in sala server a tirando cavi o

      4. … tirando cavi o sostituendo pezzi di hardware. Non che sia proprio sempre calma ma sul lavoro riesco ad esserlo. Quando succede che non funziona niente e c’è bisogno di qualcuno che riesce a pensare con freddezza per evitare di far cazzate frettolose, ecco per quello ci sono io. (Mi era partita la risposta troppo presto!) 🙃

      5. comunque la via per il progresso richiede che rivestiamo posizioni di potere, oppure non tradizionalmente femminili, tentando di scimmiottare il meno possibile gli atteggiamenti maschili. nel senso che c’è proprio un immaginario da scrivere, un modello da creare, su come essere donne in contesti maschili. mi raccomando: lavorate per noi!

    2. La violenza e i silenzi mi sembrano aspetti collegati della stessa questione: l’assenza di una comunicazione aperta e civile nella relazione. Senza quella, fatico a immaginare un rapporto che possa sopravvivere alle difficoltà, o consolidarsi negli anni. Più spesso, davanti alla negazione di un problema, di una risposta, di un’interazione, quando il silenzio sembra indifferenza, l’insofferenza diventa violenza e via così.
      Naturalmente, un contesto professionale è diverso da un contesto lavorativo: il primo si fonda su un presupposto (almeno in teoria) di parità tra gli astanti. Il secondo, invece, si sviluppa su rapporti gerarchici. Data questa differenza, l’esercizio del potere e della violenza, assumono connotati ancora diversi, che meriterebbero una dissertazione a parte.
      Nel frattempo, ciascuno può impegnarsi per essere una persona migliore, per governare i propri impulsi più biechi, per chiedere aiuto dove necessario, per spiegare le proprie zone d’ombra all’altro, nella speranza che l’altro impari a conoscerle e ci aiuti a gestirle. Ma è teoria. Vi farò sapere come procede nella pratica 🙂

  12. ciao vagy, io e mio marito, come tutte le coppie abbiamo affrontato un sacco di “momenti no” in cui ce ne siamo dette di tutti i colori.. purtroppo avere una relazione con un’ altra persona non è sempre facile (è inutile che lo dico), se potessi tornare indietro molti errori non li rifarei e molte cattiverie non le direi.. anche se alla fine anche i litigi servono a far crescere una coppia, tenersi tutto dentro secondo me è peggio che urlare, poichè si nasconde ciò che non va..
    cmq il fatto che il tuo compagno sia “illuminato, evoluto, progressista, intelligente, (e soprattutto) femminista” è già una gran cosa ed il fatto che riconosca i suoi limiti andando il analisi è già un grande passo avanti e può anche essere un punto di forza per la vostra coppia. penso che hai fatto bene a condividere la tua opinione, perchè ha permesso a molte persone di confrontarsi e magari rispecchiarsi nella stessa situazione 😉 la coppia perfetta non esiste, ma sono sicura che la vostra ha delle ottime basi da cui partire, un bacio! 🙂

    1. Cara occhineri,
      sono d’accordo con te. L’analisi e la mentalità progressista e femminista sono sicuramente punti di forza 🙂
      Condivido anche che non litigare mai sarebbe preoccupante, e che è meglio affrontare un conflitto – se necessario – per chiarire un aspetto della relazione, piuttosto che fingere che vada tutto bene e iniziare a coltivare diligentemente frustrazione.
      un abbraccio!

  13. Ma quanto sei coraggiosa a scrivere una cosa del genere? Io non ce la farei mai. Avrei paura di essere giudicata, che il mio compagno venisse giudicato, che la relazione in cui sono venisse giudicata, ecc ecc. E invece tu hai saputo scriverlo e basta, e hai ragione: la violenza è sbagliata sempre, in qualsiasi forma. Io per fortuna non sono stata mai vittima di violenza verbale e io stessa non urlo mai, ma le poche volte che ho assistito ad un litigio violento mi sono sentita male, pur non essendone coinvolta direttamente. La violenza genera solo negatività, panico e altra violenza.

    1. assolutamente d’accordo con te. e grazie per l’attestato di coraggio, non credere che io non abbia questi timori, ma penso anche che queste esperienze siano comuni e riguardino la vita di molte persone, dunque che non ci sia nulla di male a parlarne. e penso anche che in fondo non mi interessa l’opinione di chi non è in grado di comprendere il senso di questo articolo 🙂
      per il resto: ti ammiro per non urlare mai 🙂

  14. Che poi tante volte, sono le parole che lasciano ferite più profonde della violenza fisica.
    Dimmi quanti schiaffi ho preso e ti dirò forse un paio, di cui non mi ricordo nemmeno.
    Chiedimi quali parole, frasi, mi hanno lacerata dentro e di cui porto ancora i segni, e ti saprò dire anche l’ora, il minuto e il secondo in cui mi sono state dette.

  15. Sai cos’è che mi lascia perplessa tesoro? Che il tuo frequentante non cerchi più di tanto di moderare questa propensione all’ululato. Il che mi fa pensare che ci sia uno zoccolo duro in lui, che magari verrà smontato dall’analisi ma che al momento esiste e al quale non riesce a rinunciare. Sarò sincera come tu giustamente pretendi; per me nessuno, e sottolineo nessuno, dovrebbe urlare contro una persona che si ama. Bisogna imparare a comunicare efficacemente anche senza alzare i decibel, perchè FA MALE, e non solo ai timpani. Ho cercato di crescere i miei figli senza berciare ed è stata una faticaccia, però vedo che a loro volta non berciano. Poi per carità, le coppie alla mulino bianco non esistono e stare insieme è un continuo work in progress, ma questa cosa del perdere le staffe a me fa girare i cabbasisi, perchè si può essere intelligenti, illuminati e progressisti ma anche educati e rispettosi della persona con la quale condividiamo la nostra vita, tantopiù che siamo tutti abbondantemente usciti dall’adolescenza.
    Io come sai ho alle spalle un matrimonio e una lunga convivenza andati a pallino, ma senza urli e strepiti, semplicemente perchè non avrei mai sopportato la violenza verbale al netto dei problemi che in entrambi i casi hanno messo la parola fine. Ti dico soltanto di non smettere mai di parlarne con lui, di dirgli quanto la cosa ti ferisca. Va bene l’escamotage del opporgli un silenzio, ma lui per primo deve venirti incontro abbassando i toni, e non importa quanto rompicoglioni tu possa magari essere stata: non si risolve la rompicoglionite urlando, mai.

    Abbi cura di te.
    Baci

    Zia

    1. Cara zia,
      sono perfettamente e totalmente d’accordo con te. Inoltre “zoccolo duro” è proprio un’espressione che ho usato anche io, con lui. Come giustamente suggerisci: non smetto di oppormi a queste brutte abitudini, e mi impegno per non lasciarmi contagiare. Nel mentre, penso sia giusto credere nella possibilità delle persone di migliorare, o di governare i propri difetti. Diamoci tempo e vediamo come va, usiamo pazienza e fiducia, e speriamo bene. Tanto v’aggiorno. E nel frattempo t’abbraccio!

  16. ance per me uno schiaffo o un occhio nero non è paragonabile a uno “stronzo/a” urlato durante un litigio. Ma anche durante i litigi non bisogna trascendere, ogni coppia litiga anche in maniera accesa, entrambi si urla ma non bisogna trascendere

    1. Il punto è proprio capire dov’è il limite tra “è normale” e “stiamo trascendendo”.
      Ho il sospetto, e sulla base della mia modesta esperienza pregressa, che ci si accorga sempre dopo, di aver superato quel limite. Io preferirei non arrivarci. Nessuno paragona un occhio nero e una litigata feroce, ho espressamente detto – mi pare – che esistono vari tipi di violenza, che quella verbale è una forma di violenza e che le cose bisogna chiamarle col loro nome. Che ci piaccia oppure no.

  17. Ciao V. Anche io ho avuto in passato una storia di 5 anni come quella che stai vivendo tu ora, mi ci sono rivista perfettamente. Però il tuo ragazzo va in analisi, cosa che penso il mio ex avrebbe dovuto fare, e questo è un segno fantastico che lascia spazio al miglioramento e alla crescita.. almeno non ti sorbirai frasi come “lo so che soffri a causa mia, scusa ma sono fatto così”. Ti faccio un gran in bocca al lupo per la tua relazione! Saluti.

    1. Mia cara, non hai idea di quanto io abbia sofferto in gioventù a causa di “Sono fatto male, come sono fatto male”.
      Sì, come giustamente dici, l’analisi è uno strumento potentissimo che apre scenari di ottimismo altrimenti più remoti.
      Ed è sempre, secondo me, grande sintomo di intelligenza.

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